Mia nuora ha ricominciato a controllare quello che mangio. E qui non posso fingere, colazione, pranzo e cena siamo a tavola tutti insieme. Quindi devo accontentarmi di pasta in bianco e verdurine bollite, mentre gli altri assaggiano canederli ricchi, finferli freschi, ogni sorta di speck prodotto in zona e torte profumate al burro di malga, con mia nuora che solerte mi conteggia le calorie risparmiate. Che loro invece, poverini, dovranno consumare sulla pista da sci.
Fortuna che ieri sera io e Ishmael abbiamo fatto amicizia con il cameriere al bar dell’albergo, Antonio, il quale mosso a compassione della mia dieta ci ha indicato la pasticceria più rinomata in centro al paese. Con la scusa della passeggiata per godere dell’aria buona di montagna, andiamo subito alla ricerca di questo luogo celestiale. Scopriamo così una strana usanza: ci si siede ai tavolini all’aperto, dove ai clienti sono forniti dei caldi plaid di lana in cui avvolgersi ulteriormente e si consuma una densa cioccolata fumante. Con panna, sennò non vale la pena. E se ci trovassero qui di ritorno dalle sciate? Direi che tutte e due le tazze sono di Ishmael. Chissà quando gli ricapiterà di bere questa delizia nel torrido caldo africano!
Devo dire che la lettura migliora col gusto del cacao sul palato. Fosse per me non rientrerei nemmeno per il pranzo, ma quando scende il sole dietro la cima fa davvero troppo freddo. Il pomeriggio ci ritiriamo nella sala da lettura in hotel, di fronte ad un’enorme stube, mentre figlio e nipoti giocano col slittino nella lunga distesa bianca dietro l’albergo. Nello stesso salone c’è una bella signora che gioca un solitario a carte, mentre la giovane figlia batte nervosamente le dita sulla tastiera di un computer portatile. “Pietro, donna laggiù continua a guardarti” mi sussurra Ishmael da sopra la copertina del suo ultimo libro, Capitani coraggiosi di Kipling. Per un attimo i miei occhi infastiditi incrociano quelli di lei, che mi sorride. Guardo la mia camicia e il mio maglione, non sono macchiati, mi avrà scambiato per un altro. Torno alle mie pagine elettroniche. Questo reader mi consente di leggere quello che voglio senza far sapere agli altri cosa sto leggendo. Ora sono catturato dalle parole ardenti di Nabokov per la sua ninfa Lolita. Dubito che la signora capirebbe.
(continua…)
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La faccia di mio figlio stamattina era davvero comica. Nemmeno nelle migliori interpretazioni di Walter Matthau ho visto una tale espressione inebetita. Gli ho presentato Ishmael e gli ho detto che viene in montagna con me. O non se ne fa niente.
Dopo aver rischiato la dislocazione della mandibola, ha iniziato a pormi qualche domanda, cauto e guardingo, sia per non offendere il mio amico ivi presente, sia per non venire meno alle sue idee progressiste proprio nella pratica. Con calma, e in realtà un po’ divertito della situazione, gli ho spiegato che Ishmael è un professore universitario del Ghana, che sto ospitando da me per il periodo natalizio per uno scambio culturale, come l’Erasmus ma per anziani. Mio figlio soffre di pressione alta e credo non sia il caso di rivelargli che il mio amico vive qui in pianta stabile da ottobre, che lavora come fornaio, purtroppo non regolare, proprio dove ogni dicembre lui acquista il panettone artigianale. E quello di quest’anno esce sicuramente dalle mani laboriose di Ishmael.
Nel frattempo, mia nuora sorride come se avesse una paresi facciale, Mariolino sta giocando col suo aggeggio elettronico come se nulla fosse accaduto e Carletto si avvicina curioso a questo sconosciuto uomo scuro, chiedendogli: “Ma tu…sai di cioccolata? Sei fondente?” La risata argentina di Ishmael smorza il disagio nell’aria. Una telefonata in albergo poi sistema ogni cosa: aggiungeranno un letto alla mia stanza singola.
Sia chiaro: non sono un uomo sprovveduto che ospita estranei sperando di cambiare le brutture del mondo. Ho voluto aiutare Ishmael perché è…Ishmael. L’unica compagnia sopportabile per un lettore è un altro lettore, di qualsiasi colore, nazionalità o religione esso sia. E poi chi ha deciso è stato Amilcare, il mio gatto persiano, quando gli è salito placido sulle ginocchia per farsi coccolare. I gatti hanno fiuto per queste cose.
Lasciando da parte gli imbarazzi, saliamo tutti insieme sul monovolume, valigie e slittino compresi. “Papà, non vedo la tua borsa dei libri. Non ti porti nulla da leggere?” Gli mostro il mio nuovo acquisto, un lettore elettronico, con migliaia di libri nello stesso spazio di uno solo, sotto gli occhi esterrefatti di Mariolino.
Da oggi sono un nonno supereroe.
(continua…)
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E’ arrivata la prima spolverata di neve in città, strade e tetti imbiancati come in una vecchia cartolina natalizia. E’ la terza volta che ci prova e di solito in meno di due ore si dissolve sotto la pioggia. Oggi no, ha proprio deciso di ancorarsi al suolo, con mio sommo disappunto. Non mi piace la neve, alla mia età è pericolosa e la meraviglia del paesaggio lascia spazio alla preoccupazione che nasconda una lastra di ghiaccio e io mi ritrovi in un attimo lungo disteso sul marciapiede. Telegiornali e pronto soccorso si riempiono di anziani azzoppati. Quindi io con la neve mi blocco in casa. Che va bene per leggere, ma non per recarsi all’edicola, in libreria, in biblioteca e al circolo di lettura. Questioni non facilmente delegabili ad altri.
La neve ha anche portato altro scompiglio: mio figlio si è messo in testa di passare il Natale in montagna tutti insieme. Entra in casa tutto contento a darmi il lieto annuncio, mentre mia nuora mi mostra compiaciuta giacca e pantaloni imbottiti presi apposta per me, non proprio dai colori sobri, e i miei nipoti, che sono in vacanza dalla scuola, tolgono dalla scatola un paio di scarponi doposci.
Odio la neve, ma i bambini sono così entusiasti che non posso essere io il nonno rompiscatole che gli rovina le feste.
Mentre indosso a fatica l’abbigliamento, e mia nuora ricomincia a riempirmi la valigia, mio figlio nota l’ordine nella cameretta di servizio. “Bravo papà, l’hai sistemata finalmente. Potresti anche ospitare qualcuno dei tuoi amici qui adesso.” Sorrido. Non ha notato le pantofole sotto il letto. Del resto non si è dato pena di chiedermi se avevo altri programmi per la settimana.
Dicono che vengono a prendermi domattina, e per allora gli preparo io una bella sorpresa.
(continua…)
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Chi trova un amico trova un tesoro, sostiene un antico adagio.
Per alcuni succede davvero, per altri è una condizione solo iniziale. Poi riceviamo una stilettata dritta dritta al cuore proprio da quell’amico prezioso e ci chiediamo come sia stato possibile, cosa abbiamo frainteso nel suo comportamento. Più avevamo ricoperto l’amicizia dell’aura dorata della perfezione, maggiore sarà lo sgomento per l’accaduto. La lucentezza immacolata dell’amicizia lascerà il posto ad un misero ottone già intaccato dall’ossido.
Mi è capitato più volte e chissà quante capiterà ancora. Non è solo una questione di comportamenti, ma di eventi e di momenti precisi.
All’università sono stato deluso da quella che credevo la mia migliore amicizia. Non era più l’età dei giochi confinati al piccolo quartiere, con le sue precarie gerarchie. Avevamo un mondo davanti e potevamo scegliere con chi condividere le proprie affinità. Pensavo non ci fossero segreti tra noi, nemmeno sulle nostre beghe amorose (e fortunatamente avevamo preferenze diverse sull’estetica femminile). Un giorno il mio amico ricevette un premio, poca cosa in denaro ma una bella soddisfazione personale, l’attestazione dall’ateneo di aver svolto un ottimo lavoro, le congratulazioni da parte del rettore e qualche punto da aggiungere al curriculum.
Così scoprii che per mesi aveva lavorato ad un progetto di ricerca, senza di me, senza il mio aiuto. In realtà me ne aveva chiesto un parere prima di cominciare. Mi mostrò una cartella di appunti confusi e un’idea ancora più nebbiosa. Dissi che era troppo arduo e ci avrebbe tolto risorse indispensabili per altro. Gli esami si susseguivano e rischiavamo di perdere un semestre per seguire quella ricerca.
Ma se avessi saputo che ci voleva lavorare davvero, che per lui era seriamente importante, gli avrei dato tutto me stesso, saremmo stati squadra, con o senza premio sarei stato orgoglioso di farne parte. Colpa mia? Avevo espresso un parere, non una sentenza. Colpa sua? Poteva dirmi sinceramente cosa ne pensava, io non l’avevo visto convinto. Soprattutto poteva dirmi che ci avrebbe provato lo stesso. Forse aveva paura, temeva la mia reazione, magari che ritenessi la sua decisione un affronto alla mia opinione. O forse la sua determinazione avrebbe fatto capitolare me. Forse.
Fu questo segreto a cancellare l’amicizia per sempre.
Il peggio fu che lo scoprii per caso. Pulendo le nostre stanze con l’altro coinquilino, cadde la sua borsa e si sparsero i libri a terra, gli appunti su quel progetto, il dattiloscritto, l’iscrizione al concorso, documenti incontrovertibili. Lui era a lezione quel pomeriggio, c’era questa terza persona presente e dovetti fingere di sapere, perché ero il suo migliore amico e questo da me ci si aspettava. Che io ne fossi a conoscenza. Invece ero all’oscuro di tutto. Per mesi lui si era impegnato duramente in quello studio nascondendosi proprio a me, probabilmente aspettando che le mie lezioni corrispondessero al suo tempo libero o che tornassi a casa dai miei genitori per qualche giorno.
Rimasi deluso, molto deluso e del resto al ricevimento del premio vidi che il mio migliore amico non trovava parole per spiegarmi. Distoglieva lo sguardo dal mio ed evitava l’argomento. Sapeva in qualche modo di avermi messo da parte.
Capita ancora oggi di incrociarlo in rare occasioni, ma il distacco negli anni successivi è aumentato, tanto che dimentico di aver vissuto quegli anni dorati, sono altri a ricordare la nostra fratellanza.
Da allora non credo più in una migliore amicizia, in una superiorità del singolo rispetto alle altre conoscenze. Non esiste un eletto, esistono tanti amici, tutti a modo loro, più o meno presenti, sebbene non sia la presenza costante a determinare la qualità. E tutti sono soggetti a sbagliare, io stesso lo sono.
Proprio perché non metto più un amico nel piedistallo della migliore amicizia, riesco a comprenderlo meglio e perdonarlo quando qualcosa va un po’ storto. E perdonare anche me stesso, quando mi accorgo tardi che potevo fare di più.
Guest blogger: Vecchio viaggiatore di panchine
Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.
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Continua la storia di Liam e Caitlyn, iniziata proprio un anno fa ad Halloween, quando tutto è possibile. Se ve la siete persa, potete rileggere la prima parte qui: Allontanati dal sole (Walk away from the sun)
Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei. Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.
Lo sapeva bene Liam. Era passato già un anno dal suo incontro con Caitlyn, e non riusciva a smettere di pensare a lei tutti i giorni. Possibile innamorarsi così in una sola notte? E di un fantasma per giunta. Quella serata a caccia del suo assassino era stata davvero magica, e spesso si chiedeva cosa sarebbe stato per lui ritrovarsi nell’altro mondo, per sempre, con lei.
Non che da questa parte andasse poi così male, anzi, le sue quotazioni di mercato erano in costante ascesa. Non capiva per quale straordinaria congiuntura astrale era diventato popolare tra il pubblico femminile. Più la sua mente si fissava sul ricordo di Caitlyn e più le ragazze in carne ed ossa gli ronzavano attorno. Bigliettini con numeri di cellulare tra i libri, infilati nell’armadietto, addirittura in mezzo ad una relazione corretta dalla giovane assistente del professore. Aveva composto qualcuna di quelle sequenze ed era uscito con coloro che gli avevano risposto. Un paio di storie erano durate qualche mese, e poi il suo interesse svaniva.
Ogni volta tornava a casa, da sua madre per qualche giorno, e passava alla tomba di Caitlyn con un mazzo di rose candide freschissime.
E ci sarebbe andato anche domani. Era sul treno del ritorno per la pausa di Halloween. Il college avrebbe sospeso le attività solo per il ringraziamento a fine novembre, ma poteva permettersi di saltare qualche lezione. E non voleva perdere questa notte, Samhain, la festa dei morti, il passaggio dall’estate al lungo inverno, la supremazia dell’oscurità sul giorno, l’incrocio tra i due mondi.
Sospirò. Il paesaggio fuori dal finestrino cambiava velocemente, mentre lui fissava un punto nell’orizzonte dove i primi raggi dell’alba schiarivano il cielo.
Cercava di prepararsi al peggio. Caitlyn non aveva più questioni in sospeso come ogni fantasma che si rispetti. Non c’era possibilità di rivederla.
Si stiracchiò sulla poltrona, per quanto l’angusto spazio gli consentisse. Non c’erano molti passeggeri a bordo e la calma lasciava troppa strada ai suoi pensieri cupi.
Guardò l’ora sul telefonino: il treno era in orario e zero messaggi. Il giornale lì a fianco l’aveva già sfogliato, niente di nuovo: polizia e stampa locale rincorrevano un serial killer la cui firma era la frase “Ti troverò” tracciata con un rossetto sul petto delle giovani vittime, tutti maschi sotto i trent’anni. Nessun particolare collegamento tra i vari omicidi, nessun indizio sul colpevole, si sospettava solo di un sito di appuntamenti al buio. Un incontro con la morte invece che con l’amore.
Sbadigliando, ripiegò il quotidiano sul tavolino di fronte al suo posto.
In quel momento un paio d’occhi color cioccolato gli sorrisero, mentre percorrevano il corridoio in direzione del distributore di bevande del vagone, proprio alle sue spalle. La ragazza ancheggiava ad ogni sussulto del convoglio e per contrastare gli scossoni si appoggiava ai sedili vuoti. Quando gli fu vicino, finì addosso alla spalla di Liam.
“Scusa…” sussurrò in punta di labbra.
Era chiaro che l’aveva fatto apposta. Si fissarono per un attimo. Lei riprese il suo cammino e lui si girò a osservare le tasche dei suoi jeans. Bei jeans.
Sì, carina. In altri momenti avrei detto stupenda. Ma non è lei.
Nessuno sarà mai lei.
Dai, cambia disco Liam, passa oltre! Anzi, vai alla macchinetta anche tu a prenderti un caffè. Muovi il culo!
Si alzò e la raggiunse in due passi. Lei stava borbottando contro la pulsantiera: le monete entrate si erano bloccate a metà corsa.
“Posso? Di solito basta chiedere con cortesia…” e assestò un colpo laterale al distributore, forte e secco. Un cicalino confermò il credito disponibile.
“Oh grazie!” Non smetteva di sbattere le ciglia, mentre gli mostrava denti bianchissimi su labbra rosse e invitanti.
Gli posò una mano sulla spalla. “Il minimo che posso fare è offrirti qualcosa…mi fai compagnia? Io mi chiamo Maeve.”
“Certo…Io sono Liam. Per me un caffè con latte grazie.”
La ragazza azionò l’apparecchio e attese che la bevanda si preparasse.
“Allora Liam anche tu torni a casa per Halloween? Dove scendi?”
“La prossima stazione è la mia fermata.”
“Ma dai, che coincidenza! Scendo anch’io lì!” Lo guardò radiosa. “Vado a trovare mia nonna che abita poco fuori città.”
L’erogatore aveva terminato. Maeve prese il bicchiere di plastica e glielo porse. “Ecco il tuo caffè.”
Liam l’afferrò, ma qualcosa gli fece volare letteralmente il bicchiere a terra. Un sobbalzo del convoglio o la sua sbadataggine?
Non avrebbe saputo dirlo. Certo è che a volte gli accadevano cose strane, gli oggetti gli sfuggivano di mano, le porte gli si chiudevano in faccia, inciampava e scivolava nei momenti meno opportuni.
“Accidenti!” Il liquido era sparso sul pavimento, qualche goccia sui suoi jeans sdruciti, ma per fortuna non aveva macchiato anche lei. Prese dalla toilette vicina le salviettine di carta e iniziò a pulire quel macello. “Mi spiace, scusa.”
“Fa niente. Te ne prendo un altro…”
“No, no, grazie, va bene così. Si vede che per oggi i caffè sono già troppi.”
Non convinta, prese un’altra bevanda per sé e iniziò a sorseggiarla avvicinandosi lentamente a Liam.
“E quanto rimani in zona?” le chiese lui impacciato.
“Un paio di giorni credo.” Gli puntò addosso i suoi occhi seducenti. “Potremmo vederci per una birra…”
Il cellulare iniziò a suonare nella tasca di Liam.
“Oh scusa.” Guardò il display: mamma. “Devo rispondere, grazie del caffè. Ehm, della chiacchierata.”
Tornò al suo posto. “Si, ciao, si, sto arrivando…”
Maeve ripercorse il corridoio per andare a sedersi. Sorrise e strizzò l’occhio a Liam quando gli ripassò davanti.
“No mamma, vengo io a piedi, ho bisogno di camminare…”
E di svegliarmi soprattutto.
“Sono tornato” gridò Liam entrando dalla veranda. In mano stringeva ancora il foglietto rosa su cui Maeve aveva annotato il suo numero e il suo indirizzo.
Potevano vedersi per una birra in serata, no? Se sei furbo Liam non ti fai scappare anche questa, pensò. E’ stata carina e gentile.
“Eccoti qui. Come stai?” Sua madre Sophie gli corse incontro.
Si lasciò abbracciare. Lui diventava sempre più alto, o era sua madre che stava rimpicciolendo con l’età. “Dov’è John?” le chiese poi.
“Tuo padre…” Liam socchiuse gli occhi. Non era suo padre, ma si trattenne dal precisarlo. “…è ancora al magazzino. Un carico di lavoro urgente.”
“Sei un po’ pallido…” Gli ricompose i capelli sulla fronte.
“Non ho dormito bene in treno.”
“Non sei solo stanco. Hai un’aria sempre più triste. Perché non ti vedo felice?”
Cercò il suo sorriso migliore, quello da premio Oscar. “Ma io sono felice mamma, davvero.”
“Non m’incanti Liam. E’ come se ti mancasse qualcosa… Ti sento distante, e non sto parlando del fatto che l’università è lontana.”
Rimase in silenzio ad osservarlo.
“Non stai studiando troppo? Va bene il futuro, ma ricorda che devi anche vivere. Divertirti.”
“Si mamma, non preoccuparti, sto bene.” Sempre la stessa storia tutte le volte che rientrava a casa.
Sua madre annuì poco convinta. Aprì il forno e tolse una teglia piena di frittelle ancora calde. “Queste ti piacciono ancora?”
“Senza dubbio.” Ne prese una e l’addentò. “Fantastica!”
“Stasera esci? Ho sentito dalla signora Graham che anche gli altri ragazzi, Max, David e Joen, sono tornati. Li hai sentiti?”
“Si mamma, ci scriviamo sui social, ma stasera vorrei starmene tranquillo.”
E sapeva di mentire. Sarebbe uscito per cercarla in ogni angolo? Non aveva motivo di essere qui, stanotte, niente la legava più al mondo terreno.
“Hai i prossimi giorni per annoiarti qui a casa. Esci con gli amici, ok?” insistè lei.
“Uhm…” Aveva la bocca troppo piena per controbattere.
Genitori. Quando vuoi uscire ti dicono di no, quando vuoi restare a casa ti forzano ad uscire. Mai contenti.
Sua madre Sophie comparve sulla soglia della camera dopo pranzo, quando lui stava disfacendo la valigia.
“Scusa Liam, potresti farmi un favore? Ho terminato un paio di cose in dispensa, ma ho del lavoro da terminare. Puoi fare un salto giù al market?”
“Nessun problema, stavo proprio andando in centro per un paio di commissioni.”
“Vai da lei?”
“Anche si, passerò a salutarla.” Evitò di incrociare il suo sguardo. Sapeva che non era d’accordo su questo punto, e probabilmente aveva ragione.
Sua madre non aggiunse altro, il suo silenzio diceva già molto.
Prese la lista degli acquisti attaccata al frigorifero e uscì a piedi in direzione del centro. Pur essendo fine ottobre, la giornata era tiepida e c’era parecchia gente per i marciapiedi e dentro i negozi, per gli ultimi preparativi per la serata, i bambini per il gioco di Dolcetto o scherzetto, gli adulti per esorcizzare le loro paure ancestrali.
Il sacchetto della spesa sulla destra e il mazzo di fiori sulla sinistra, Liam faticava a vedere davanti a sé, in attesa del verde del semaforo pedonale.
Attraversando poi la strada finì addosso ad un altro pedone. Si girò per chiedere scusa, quando anche lei fece lo stesso. E il suo cuore cessò d’esistere.
Inondata dalla luce solare che rifletteva nel palazzo a vetri di fronte, riconobbe lei, i suoi lunghi capelli dorati, ondulati sulle spalle, i suoi meravigliosi occhi azzurri, cangianti in pieno giorno, le sue labbra appena rosate su un sorriso innocente, disarmante.
Niente vestito bianco macchiato di sangue, il colorito pallido sostituito da una tenue abbronzatura.
Riuscì solo a dire una parola. “Caitlyn?”
A quel nome la ragazza sgranò gli occhi, si voltò di nuovo e iniziò a correre lontano da lui. Un clacson riportò Liam , ancora fermo in mezzo alla strada, alla realtà e cambiò direzione per inseguirla senza nemmeno pensarci troppo su.
“Caitlyn!” Era vera o l’ennesimo abbaglio? Forse solo la stanchezza che si faceva davvero sentire.
Se così fosse, perché lei era scappata? Proprio quando ha sentito il suo nome. Doveva sapere, doveva assolutamente sapere.
Corse all’impazzata, rischiando di rompere la busta di carta da una parte e sciupare le rose dall’altra, mentre lei libera da zavorra era decisamente più veloce e agile. Cercò di non perderla di vista, ma svoltato l’angolo pochi minuti dopo la chioma bionda era scomparsa. Sbirciò tutte le vetrine dei negozi, ma nessun indizio. Volatilizzata nel nulla. Come un fantasma.
Si fermò a riprendere fiato.
Non era ancora sceso il tramonto, eppure l’aveva toccata. Le loro spalle si erano respinte, massa contro massa. E aveva visto il suo corpo cozzare contro altri passanti, esattamente come lui.
Ma che… diamine… era successo?!
“Eri tu?”
Ancora frastornato per quanto accaduto, aveva girovagato alla ricerca della ragazza per un po’, finché non aveva imboccato il viottolo del cimitero e raggiunto quel luogo in cima alla collina che conosceva così bene.
“Allora eri tu Caitlyn?”
Si girò intorno in cerca di risposte, sussurrate dal vento, indicate dagli alberi, dalle rose candide che aveva appena sistemato, o chissà cosa.
Silenzio assoluto.
“Se eri tu, non era divertente. Sto rischiando di uscire pazzo con questa storia…”
Ancora silenzio. Solo in lontananza si vedevano altri visitatori venuti a salutare i loro cari. Ma nessun segno di lei.
Si sedette a terra, sull’erba, accanto alla busta della spesa di sua madre, la testa tra le mani. Si chiese se era una visione quella che aveva avuto. Se era arrivato a soffrire di allucinazioni. Forse era così che il nonno si era buttato dalla finestra: aveva creduto di vedere nonna che lo salutava. Oppure lei c’era davvero ed era venuto a prenderlo per accompagnarlo nel regno dei morti?
La ragione, o quel poco che gli rimaneva di essa, gli suggeriva di smetterla. Due casi di pazzia in famiglia erano più che sufficienti. Perché anche se nessuno voleva ammetterlo, pure sulla morte di suo padre, il suo vero padre, aleggiava l’ombra della follia. Non erano state trovate tracce di frenata sulla strada, quasi che volesse finire con l’auto nella scarpata. Liam era ancora un bambino, e per un certo tempo, fu seguito da uno psicologo. Alla fine disse che il trauma era superato. Liam aveva solo imparato a mentire bene.
“E tu mi vuoi fare questo Caitlyn?”
Avrebbe atteso l’imbrunire. Al tramonto il velo tra i vivi e i morti sarebbe caduto. Se lei voleva comparire, questo era il luogo dove l’avrebbe trovato facilmente. Non mancava poi molto ormai. Si distese completamente sull’erba a osservare la natura circostante, così quieta, mentre la sua mente era in subbuglio.
Il sole fu inghiottito dall’orizzonte e poco a poco il cielo calava le sue tenebre, finchè non comparve la prima stella nel blu scuro e le lampade del cimitero si accesero per illuminare le uscite.
Samhain era iniziato. Ma le pietre continuavano a rimanere inesorabilmente mute. Lei non c’era.
“Addio Caitlyn, questa è l’ultima volta.”
Un ragazzo poco più alto di Liam, e forse pure di qualche anno più grande, lo fissava fermo sul vialetto davanti casa. Indossava un completo chiaro, giacca e pantaloni, strappati e bruciacchiati in più punti. Il viso completamente annerito dal fumo e una parte della testa con pochi capelli incollati al cranio dal sangue coagulato.
“Ciao Liam. Ti stavo aspettando.”
“Ci conosciamo?” Non trovava nulla di famigliare in quella faccia, nascosta dal trucco nero che dava veridicità alla maschera.
“Non proprio. Lei mi ha detto che mi avresti aiutato.”
“Lei chi, scusa?”
Il giovane si avvicinò di qualche passo. Le bruciature a pelle viva che lasciavano intravvedere le piccole ossa delle mani erano impressionanti. Una pittura con effetto tridimensionale davvero notevole. “Caitlyn…” sussurrò.
Il cuore di Liam perse un colpo a sentire quel nome da un estraneo. Nessun’anima viva sapeva quello che era successo esattamente un anno fa. Nemmeno sua madre conosceva il nome dell’amica che giaceva sepolta al cimitero. Non c’era alcuna prova tangibile del suo legame con Caitlyn.
Ma era di nuovo Halloween, il confine dei due regni era di nuovo evanescente. E se non era di questo mondo…
“L’hai vista?” chiese speranzoso, col battito che gli pulsava frenetico alle tempie.
“Vedere non è proprio il verbo giusto. Però sì, mi ha detto di cercarti. Che tu puoi aiutarmi, come hai fatto con lei.”
“Lei sta bene? E’ viva?”
L’altro lo guardò un attimo interdetto, soffocando una smorfia divertita.
“Che stupido! Viva, no di certo. Intendo: è ancora un fantasma?”
“Si, credo di poter dire che è nella mia stessa condizione.”
Quindi ha ancora delle questioni da sistemare tra i vivi, ma quali? Non gli importava poi molto, se c’era la possibilità di rivederla.
“Ti ha parlato di me, dunque? Come posso mettermi in contatto con lei?”
“Non lo so, però mi ha detto di darti questo messaggio, che tu avresti capito: lascia perdere.”
“Lascia perdere? Lascia perdere cosa?” gridò rabbioso Liam.
L’altro alzò timidamente le spalle. “Non lo so, non ha aggiunto altro. Mi spiace.”
“Lascia perdere, mi dice. Lascia perdere…” Liam sbuffò. Lasciar perdere lei, ovviamente. Oppure, e osservò il nuovo fantasma al suo cospetto, lasciar perdere proprio il latore del messaggio? Così assumeva un altro significato.
“In cosa dovrei aiutarti? Questioni in sospeso immagino” azzardò Liam.
Il ragazzo annuì con un cenno del capo. “Mi chiamo Malcolm. E devo trovare…”
“Il tuo assassino, ovvio.”
“No. La mia fidanzata.”
Ah ecco, adesso divento pure un consulente matrimoniale per coppie di fantasmi in crisi. Ottimo.
Entrò a consegnare la spesa a sua madre e dirle che sarebbe uscito quella sera con amici, lasciandola contenta e sollevata. Se davvero avesse saputo che cosa lo aspettava, avrebbe di sicuro cambiato idea. Quando si richiuse la porta di casa alle spalle, Malcom era ancora lì ad attenderlo.
“Bene, spiegami di che si tratta. E intanto incamminiamoci, mia madre mi sta spiando dalla finestra.”
Malcolm gettò uno sguardo dietro le spalle di Liam. “Si, è vero.”
Si avviarono lungo il marciapiede, dove comitive di bambini e genitori avevano iniziato la processione per il recupero dei dolcetti nel quartiere.
“Lei si chiama Nicole. Vivevamo insieme da un anno e pensavamo di sposarci. Ero in trasferta per lavoro e di ritorno dalla cena sono stato aggredito per strada, mi hanno rubato il portafoglio. Ero riuscito a trovare un tassista che mi riaccompagnasse in albergo, dove l’avrei fatto pagare, ma il taxi ha avuto un incidente. Un camion guidato da un ubriaco è passato col rosso e ci ha preso in pieno. L’auto ha preso fuoco, non ero riconoscibile al volto e non avevo documenti. Sono stato scambiato per un’altra persona, non so perché. E Nicole non trova pace perché ufficialmente sono scomparso nel nulla, senza dirle niente. Qualcuno le ha raccontato che forse avevo una doppia vita e me ne sono semplicemente andato.”
“E tu invece vuoi farle sapere la verità. Tramite me.”
“Esatto.”
“Come pensi di trovarla dunque?”
“So che è qui, da queste parti. Sento la sua presenza.”
Liam rimase un secondo a riflettere. “E cosa farai tu in cambio per me? Non è scritto da nessuna parte che io debba aiutarti…”
“Io…” si avvicinò ancora di qualche passo. “Posso portarti da lei. Da Caitlyn.”
“Mi ha detto di lasciar perdere, ricordi?”
“Amico, sta a te la scelta. Io però so come farla venire da te.”
Liam cercava di capire se poteva fidarsi di lui. Ma tutto sommato, non avrebbe corso pericoli. Stavolta non c’erano di mezzo assassini stupratori violenti. Al massimo un’ex fidanzata indispettita. Poteva gestirla come tutte le sue ex fidanzate dell’ultimo anno. E se c’era anche una sola possibilità di rivedere Caitlyn, avrebbe preferito rischiare. Lasciar perdere era l’ultimo dei suoi intenti, ora che sapeva che Caitlyn era ancora in quel mondo.
Soprattutto doveva capire chi aveva visto quel pomeriggio. A tutti i costi.
“Ancora una cosa.” Malcom frugò nella tasca interna della sua giacca spelacchiata. Estrasse una scatolina di velluto rosso mezza carbonizzata.
“Devi darle questo.” Aprì la scatola e gli mostrò un anello con brillante, un piccolo rubino a forma di cuore.
“Avevo preparato tutto per chiederle di sposarmi, appena fossi tornato a casa. Lei deve saperlo. Tieni.”
Liam lo estrasse dalla confezione. L’anello era solido, forse anche il suo amico. Si guardò in giro. La casa della signora Johnson era sparita, sostituita da un parcheggio in terra battuta, e quella del vecchio Wesson aveva una siepe di bosso mai vista, nemmeno da bambino.
Bene, è cominciata la serata, pensò Liam, stiamo attraversando i due mondi.
Si girò indietro per guardare il giardino di casa in fondo alla via. Nessuna biondina vestita di bianco sotto l’albero da dove era caduto l’anno scorso.
Sospirò. Dove sei Caitlyn? Dove ti nascondi?
Intorno a mezzanotte, avevano già attraversato due volte la città, secondo quanto Malcolm gli indicava in merito alla direzione presa da Nicole.
“Sento che sta girando qui intorno… Ho come la sensazione che ci insegua. E appena dovremmo vederla di fronte a noi, sparisca di nuovo. Ma non sono bravo in queste cose.”
Spazientito dalla ricerca piuttosto inutile, che riduceva sempre più il tempo a disposizione per trovare anche la sua donna fantasma, Liam gli chiese a bruciapelo: “Piuttosto, come pensi di rintracciare Caitlyn?”
Malcolm cercò di rassicurarlo. “Sono sicuro che al momento propizio si presenterà. Credo che lei ti senta, proprio come io sento Nicole.”
“Lei mi sente?” Liam rimase perplesso alla rivelazione, ammesso che fosse vera. Soprattutto non lo convinceva lo strano ghigno che per un attimo aveva scorto in viso all’amico. C’era da chiedersi cosa intendesse con “momento propizio”, però cercò di zittire la sua inquietudine. Doveva solo consegnare un anello e poi avrebbe rivisto Caitlyn.
La temperatura era scesa, soprattutto l’aria si era riempita d’umidità. Attraversarono un piccolo banco di nebbia e quando ne uscirono, Malcolm si accigliò.
“Che è successo? Sbaglio, o qui avevo appena visto un edificio che costeggiava tutta la strada fino al parco alberato laggiù?”
“Tranquillo, la direzione è quella giusta, anche se il paesaggio stanotte cambia. Non farci caso, sono solo pochi attimi. Poi tutto si rimescola.”
“Ah, i due mondi…”
“Già.” E se ti trovo Caitlyn questa volta non so in quale mondo mi fermo, pensò Liam.
Superata anche l’entrata del piccolo parco e svoltato nella strada adiacente, Malcolm si fermò di botto. “Questo posto me lo ricordo!”
Liam si guardò attorno. “Il tuo incidente è stato qui? Non mi ricordo di averne letto…”
“No, no, io ero a Phoenix. Quello di fronte è invece il ristorante dove avevo prenotato per il sabato successivo, quando fossi tornato a casa. Le avevo detto che saremmo usciti a cena proprio qui, ma ovviamente lei non sapeva nulla della proposta e dell’anello.”
“Forse sta cercando proprio questo ristorante, no? Fermiamoci qui un attimo.”
Poco distante dallo stesso lato della strada c’era il pub di Simon, meta preferita degli studenti dell’ultimo anno e spesso aveva trascorso le nottate lì con Max, David e Joen. Prima che qualche ragazza li sequestrasse. Fuori c’erano un paio di tavolini, occupati dai fumatori che entravano e uscivano dal locale.
“Anzi, prendiamoci una birra lì. Così se Nicole arriva al ristorante, posso osservarla, prima di capire come avvicinarla.”
Liam entrò per prendersi una bottiglia e tornò fuori da Malcolm che si era già accomodato ad un tavolo vuoto.
“Allora, dimmi qualcosa di Nicole che possa aiutarmi. Il messaggio che le devo dare non è proprio indolore.”
“Beh, lei ha trentacinque anni ora, ma ai tuoi occhi è molto più giovane.”
“Uhm…” Non lo stava realmente ascoltando, osservava distratto il ristorante e tutta la via. In realtà sperava che fosse un’altra donna a comparire.
“Dimostra la tua età, intendo.”
“Però! E qual è il suo segreto di bellezza?”
“Il male non invecchia…”
“Non ti seguo. Perché il male??” Prese un’altra sorsata dalla bottiglia.
“Lei beve il sangue delle sue vittime.”
A Liam andò di traverso la birra, sputò tutto inondando il marciapiede. Gli altri avventori lo guardarono ridendo. “Ahi amico, vacci piano!”
Tossì freneticamente finché l’aria non tornò ad inondare i polmoni.
E poi si rivolse atterrito al suo accompagnatore. “Quali vittime?!”
“Beh…lei è cambiata da quando me ne sono andato. E’ arrabbiata con me, capisci.”
“Quali vittime Malcolm?” gli gridò furente Liam a denti stretti.
“Uomini. Si sta vendicando di me, ammazzando quelli che escono con lei.”
“Merda!” Doveva essere una serata tranquilla, eh?
E poi ripensò a quello che aveva letto sul giornale. “Il serial killer! Sai se lascia una firma sul corpo dopo averli uccisi?” gli chiese.
Malcolm alzò le spalle. “Non lo so. Non sono mai riuscito a rimanere lì, a farmi vedere, sentire, bloccarla. Non ho queste capacità.”
“Ma voi fantasmi non avete un insegnante, un tutor, un senior per imparare queste cose?!”
Alla faccia smarrita dell’altro, Liam sospirò. “Lascia stare… Per le cose che servono davvero, la scuola non c’è mai.”
“Quindi riepilogando: devo parlare con un’assassina, che uccide solo maschi e ne beve il sangue, e spiegarle che non ha motivo di essere incazzata come una bestia, perché in realtà il suo fidanzato, che è morto in un incidente, la voleva sposare?”
“Si”
“Sicuro che la prossima vittima sarò io… Non me lo potevi dire prima?! E’ tutta la sera che giriamo alla sua ricerca e ti scordi un elemento così importante?” Se non fosse stato già morto, l’avrebbe ucciso lui stesso, quel fantasma da quattro soldi che si trovava di fronte.
“Ciao Liam! Ma che fai qui tutto solo?”
Liam si bloccò. “Eh…ciao, Josh…” Guardò avanti, dove stava seduto Malcolm cercando di capire.
Il fantasma gli disse placido: “Non può vedermi.”
Un’altra cosa che si era dimenticato di puntualizzare. Strano che non se ne fosse accorto. Quindi era tutta la sera che la gente lo vedeva girare parlando da solo? Sempre meglio davvero!
“Niente Josh, sto aspettando qualcuno…” rispose Liam imbarazzato.
“Ah, una ragazza eh? E bravo Liam! Beh, se poi avete voglia, c’è una festa a casa di Nathan Malhon, te lo ricordi?”
“Si certo, figurarsi se Nathan non faceva una festa!”
“Ok, a dopo allora! Ci conto!” E l’amico se ne ritornò sui suoi passi.
“Senti Malcolm, quali altre cose ti sei dimenticato di spiegarmi stasera?” Cercò di parlare a bassa voce, ma era davvero adirato.
“Sta arrivando, la sento, è qui!” gli rispose Malcolm preoccupato al suo fianco.
“Chi? Nicole? Dove?” Scrutò il capannello di persone che si era assiepato davanti al locale.
“Liam, che sorpresa! E’ proprio destino che ci incontriamo noi due!”
Accidenti, Maeve! Fasciata in un paio di pantaloni aderenti e un corpetto troppo in vista.
“E’ lei.”
Liam guardò Malcolm cercando di comprendere.
“Lei è la mia fidanzata! Ti avevo detto che sembra più giovane!” esclamò l’altro.
“E non può vederti nemmeno lei?” sussurrò atterrito Liam, senza farsi capire da Maeve che stava raggiungendo il tavolo, sotto gli sguardi ammirati, e lussuriosi, dei maschi lì intorno.
“No, non so come funzioni, solo tu mi vedi.”
Liam era solo, con una vampira assassina sexy di fronte a sé.
“Diglielo! Subito!” gli intimava Malcolm, che tentava in tutte le maniere di farsi vedere da Nicole, o Maeve, girando ossessivamente intorno al tavolo.
“Smettila, dammi un attimo di tregua!” gli borbottò Liam di rimando.
“Scusa Liam, che ho detto?!” chiese Maeve sorpresa.
“No, non tu, scusa, è il cellulare che continua a suonarmi in tasca…Mia madre…” e finse di rovistare nei jeans per spegnerlo.
Però non poteva perdere altro tempo, meglio dirglielo ora con tutta questa gente qui intorno.
“Senti Maeve…o dovrei chiamarti Nicole?”
L’aveva visto. Quel movimento impercettibile dei suoi occhi che per un nanosecondo si erano fermati impauriti. E poi aveva ripreso con lo sguardo da gatta morta, fingendo di non capire. “Nicole? Chi è Nicole?”
Malcolm cercava di sussurrarle qualcosa all’orecchio, e di accarezzarle la mano. Ma era inutile.
Liam andò avanti. “Una donna arrabbiata, perchè il suo fidanzato è scomparso senza dirle nulla. Quello che lei non sa è che lui non è scappato, ha avuto un incidente e la polizia ha sbagliato a identificare il corpo. Ma lui l’amava e le avrebbe chiesto di sposarlo.”
Maeve finse di giocare con la bottiglia della sua birra.
“Uh, poverina. E tu come sai tutte queste cose?”
“Me l’ha detto lui.”
Lei gli puntò gli occhi sorpresi in faccia. La maschera era caduta.
“Quando?”
“Questa sera.”
Si mise a ridere. “Ma se hai appena detto che è morto?!”
“Appunto. Il suo fantasma me l’ha detto.”
Malcolm si era rassegnato e la fissava in attesa, silenzioso in un angolo.
“E tu ci credi? Ai fantasmi e a quello che dicono?”
“Certo. I fantasmi non mentono. Non hanno più niente da perdere, quindi non hanno bisogno di mentire.” Non era mai stato così serio.
Lei rimase impassibile. Stava probabilmente cercando di capire quale sarebbe stata la prossima mossa.
“Mi ha anche detto di darti questo. Era l’anello con cui stava tornando a casa quella sera, quando è morto.”
Mise la scatolina bruciacchiata sopra il tavolo.
Maeve la prese con mani tremanti, la aprì delicatamente e rimase di sasso quando vide il cuore di rubino rosso.
Una lacrima fece capolino nella sua guancia destra.
“Sapeva che mi piaceva, l’avevamo visto per sbaglio in una gioielleria. Degli amici erano in ritardo, lui guardava gli orologi, e io i gioielli.”
“Se lo ricorda…” disse Malcolm mesto.
Chiuse di botto la scatola, fissò Liam terrorizzata e poi scappò via correndo lungo la strada.
Malcolm le corse dietro “Nicole!!!”
Si girò verso Liam, in cerca d’aiuto. “Ti prego!”
Si però questo cose dovreste sbrigarvele da soli, accidenti. Liam si affrettò a raggiungere Malcolm e inseguire Maeve, Nicole, o chiunque lei fosse.
Magari adesso avrebbe smesso di ammazzare inutilmente, si sarebbe messa l’animo in pace.
La ritrovò singhiozzante, nascosta al buio di un piccolo vicolo, la fronte appoggiata al muro.
“Tutto bene?” le chiese posandole una mano sulla spalla.
“No… perché questo non risolve niente! Niente!!” Si girò come una furia e gli sferrò un pugno micidiale allo stomaco.
A Liam mancò il fiato, ma si accorse che nell’altra mano lei reggeva un coltello da caccia. Veloce le afferrò il polso per evitare di essere ferito, mortalmente stavolta. Lottarono faccia a faccia per parecchi minuti, in cui lui cercava di dissuaderla.
“Basta, ora conosci la verità. Non c’è motivo che tu continui questo massacro!”
“Si che c’è, lui non tornerà più, capisci?!”
Finché con una forza sovrumana che non sapeva di avere, nel tentativo di disarmarla, la mano che bloccava e reggeva la lama la colpì in pieno petto, dritto al cuore. Resistette qualche secondo e poi si afflosciò a terra.
Oddio, che ho fatto?
Nicole giaceva accasciata sull’asfalto di quel vicolo stretto, il sangue che le usciva gorgogliando dalla bocca e dalla ferita al centro del corpetto. Gli occhi spalancati contro la terribile verità della morte.
“Cristo l’ho ammazzata.” Liam in piedi di fronte a lei era nel panico totale. “Cosa ho fatto! Non potevo fare diversamente…è legittima difesa no?. Resta il fatto che l’ho ammazzata…”
Malcolm si avvicinò alla sua amata. “Mi dispiace. Non è andata come volevamo. Ti amo tanto.” Le depose un bacio sulla fronte.
Si girò verso Liam. “Grazie. L’aspetterò dall’altra parte. Non ti angustiare, non c’era altro modo di fermarla…” Si dissolse nel buio.
Liam cercò di reagire all’accaduto. La serata aveva preso una piega decisamente insolita.
“Devo andarmene da qui. Guarda che macello ho combinato!” Prese in esame la scena ai suoi piedi: le sue scarpe preferite immerse in un lago di sangue. Osservò spaventato le sue mani sporche dello stesso rosso carminio e una fitta gli tolse il respiro al fianco, proprio dove Nicole l’aveva colpito. Gli aveva sferrato proprio un bel pugno quella pazza scatenata.
“Liam…”
Si girò verso la luce che proveniva dai lampioni della strada principale. La vista sbiadita dalla stanchezza gli restituì i contorni sfocati di una giovane fanciulla, un abito bianco macchiato e lunghi capelli biondi. Gli occhi però erano inconfondibili, li avrebbe riconosciuti tra mille.
“Caitlyn…”
All’improvviso il mondo girò vorticosamente e si ritrovò lui stesso disteso a terra, tra le braccia di Caitlyn prontamente accorsa in suo aiuto. Fredda ma solida.
Il dolore lancinante al fianco iniziò a estendersi per tutto il corpo, pulsante. Si toccò con la mano sinistra la camicia: sangue, tanto sangue, ma questo era il suo. Anche quello a terra dunque era il suo! Con orrore capì che Nicole non l’aveva colpito, ma pugnalato, e lui nella concitazione non se n’era nemmeno reso conto. Ferita al basso ventre. Nei polizieschi non finiva mai bene. Si moriva in pochi istanti.
Guardò sgomento la sua infermiera fantasma. Questo era dunque il momento propizio di cui parlava Malcolm.
“Lo sapevo che eri tu oggi, in centro…ma come?” le chiese soffocando il dolore. Ogni respiro gli costava caro.
“Sssssh, non parlare. Risparmia le forze.”
“Non volevo morire così…” La guardò negli occhi intensamente.
“Non morirai Liam, stai calmo.” Continuava ad accarezzargli i capelli. E sarebbe stato il paradiso se non ci fosse stato quel dolore che aveva raggiunto anche la testa, un martello pneumatico incessante che gli bloccava i pensieri e gli intorpidiva le membra.
“Saremo insieme, aspettami…” Cercò di abbracciarla ma non aveva più forza nelle braccia.
“No Liam, non è la tua ora…”
E poi fu buio assoluto.
Il suo nome sussurrato in lontananza lo riportò alla coscienza. Mosse appena la testa, tenendo ancora gli occhi chiusi. Nell’aria un forte odore di disinfettante. Doveva essere in ospedale, e chissà da quanto tempo. Non sentiva però nulla del suo corpo. Braccia e gambe, se c’erano ancora, erano inerti ai suoi comandi. Provò a socchiudere le palpebre pesanti. La finestra gli restituì ancora il colore scuro della notte.
Caitlyn era al suo fianco, appoggiata su una seggiola. Che fosse vera o puro sogno i suoi occhi non lo capivano.
“Sono morto?” le chiese a fil di voce.
Le scappò un risolino. “No, sei più vivo che mai. Un po’ acciaccato ma vivo.”
Liam sospirò. “Accidenti.”
Sbatté forte le palpebre per tornare a vedere bene, togliere quella patina che avvolgeva le immagini.
“Sei ancora più bella di quel che ricordavo.”
Lei si avvicinò al letto, vi si appoggiò e gli prese la mano. Se la portò alla guancia. “Riesco a sentire il tuo calore…”
Liam radunò le forze e le prese il viso tra entrambe le mani. L’attirò a sé. Le sue labbra morbide profumavano ancora di Iris, coma la prima volta, un anno prima. Era vera più che mai in quel momento. Avrebbe voluto fermare tutti gli orologi del mondo, di questo mondo. E anche di quell’altro.
E poi un pensiero fugace. “Perché sei qui?”
“Sono qui per te” rispose Caitlyn, la fronte appoggiata alla sua.
“Mi hai salvato tu, vero?”
“Sono stata io a scagliare la tua mano sul suo petto, si. Stavi perdendo molto sangue e dovevo accelerare le cose.”
“E adesso?”
Caitlyn sorrise debolmente.
“Non posso aspettare un altro anno per rivederti… Dovevi lasciarmi morire.”
Lei si scostò. Lo sguardo terribilmente severo. “No Liam, non devi cercare la morte. Io ho bisogno che tu viva.”
“Perché?”
Lo baciò ancora, di iniziativa sua stavolta.
“Perché devo rimanere qui?”
“Io ho bisogno di te. Noi abbiamo bisogno di te.”
Si sciolse dall’abbraccio e lo fissò per un’altra ultima volta.
“Noi chi?”
Il cielo fuori iniziava a screziarsi d’azzurro, con qualche scia rosata all’orizzonte.
“Devo andare… il sole sta sorgendo… ritorno nel mio mondo.” Si avvicinò alla finestra.
“Aspetta Caitlyn, non andare.. Noi chi??”
Era sparita, di nuovo.
Ancora zoppicante su una stampella, risalì la collinetta dove riposava il vero corpo della sua amica.
Quindici giorni gli erano toccati in quel letto d’ospedale. Il suo nome finì anche sui giornali nazionali, come l’eroe che si era miracolosamente salvato dal serial killer del “Ti troverò”. Era proprio Nicole. Nel suo appartamento furono trovati oggetti che appartenevano alle altre nove vittime.
Ma lui era stato salvato da Caitlyn, altro che eroe.
“Lo sai che mi manchi, vero?” Poggiò un nuovo mazzo di roselline bianche sotto al suo nome scolpito.
“Vorrei tanto capire quello che mi hai detto. Chi ha bisogno di me.”
Il frusciare delle foglie alle sue spalle lo fece istintivamente voltare.
Lei era di nuovo lì. In carne ed ossa, vestita in jeans, giubbotto e scarpe da ginnastica come quel giorno che si erano scontrati al passaggio pedonale. Camminava verso di lui, osservando i suoi piedi che scostavano le foglie al passaggio.
Rimase ammutolito.
Per caso lei sollevò lo sguardo e si bloccò. Doveva averlo riconosciuto, ma rimase ferma in attesa.
“Caitlyn…” invocò Liam.
Cercò di muoversi velocemente per raggiungerla, ma non poteva senza l’uso della stampella.
Lei si girò spaventata e iniziò a correre verso l’uscita del cimitero.
“Caitlyn!! Aspetta!!”
Ma la ragazza si dileguò in un attimo. L’aveva persa.
Liam tornò allora alla tomba muta con l’inscrizione a Caitlyn Adair e una foto sbiadita che non la rappresentava proprio.
“Ma che razza di scherzo è mai questo?”
(c) 2017 Barbara Businaro
Note:
Lo so, ora voi vorreste sapere come finisce. Temo però che dovremo aspettare anche noi il prossimo Halloween. 😉 Non era previsto che io continuassi questa storia, però a ottobre, alle prime nebbie, finisco sempre per ascoltare lo stesso tipo di musica. E così sono ricomparsi Liam e Caitlyn, a raccontarmi loro stessi come andava avanti. In attesa del prossimo capitolo -conclusivo?- potete ascoltare la colonna sonora che ha accompagnato le mie immagini mentali per questa volta. E sono sempre loro, i Seether.
Ci sono racconti, o piccole scene, che ti restano nel cuore anche quando sono solo esercizi, un po’ buttati lì, una parola scritta ogni tanto in mezzo ad una giornata caotica. Ma la storia ti piace e ti entra nell’anima. Questo in particolare è un esercizio della serie Racconti DiVersi sul blog di Michele Scarparo, basato sul testo di una canzone, Yound and Naïve di Heather Rigdon (che potete ascoltare in fondo), una donna matura costretta a separarsi dall’amante perché troppo giovane e ingenuo. Autobiografico? Eh… magaaaaaaaari!!
Ho sentito dire che i gatti hanno sette vite. Se siano proprio sette non lo so. Ma io sono alla mia seconda vita.
Mi chiamano Mosè, anzi, Moseeeeeeeeè. Con gli umani funziona così: quello che ti urlano dietro ogni momento, sia di gioia che di orrore, allungando paurosamente l’ultima vocale per farsi sentire a distanza quando sei lì a due metri con le orecchie tese, è il tuo nome.
Prima ero Gedeone, e prima ancora Stronzetto. Occasionalmente mi hanno nominato con Bestiaccia, Puzzone, Diavolo pulcioso e Figlio d’un cane (quel cuoco aveva le idee confuse, ma la salsiccia era buona).
Stamattina la famiglia arriva presto e passa mezza giornata in spiaggia con me, così che riusciamo ad evitare il caos autostradale dei rientri di massa, posticipando il viaggio al pomeriggio. Pare sia bollino nero oggi.
Appena mi vedono, iniziano a farmi i complimenti per l’abbronzatura, nonostante la crema solare 50 sono riuscito a scottarmi le caviglie, due meravigliosi calzini bordò, e per la linea. “Hai visto papà che il mare ti fa bene? Sei persino dimagrito!” Vorrei dirgli che la bilancia della farmacia ieri sera segnava un più due chili, il conto della rosticceria della settimana, ma preferisco lasciargli le sue convinzioni. E rimanere sereno.
Sotto l’ombrellone aiuto mio nipote Mariolino, il più grande, con il quaderno dei compiti delle vacanze, che ha lasciato in disparte per un mese intero e adesso si trova a correre veloce sulle pagine. A dirla tutta, è lui che insegna a me, soprattutto matematica e geometria, che non sembravano così complesse ai miei tempi. Carletto è tutto assorto dal suo Focus Junior, pure se ogni tanto gli scappa qualche esclamazione di stupore, a cui segue rigorosa spiegazione scientifica. Mio figlio, occhiali scuri ben calati, si rovina la vista in acuta osservazione della fauna vicina, anche oggi in topless. Mia nuora inconsapevole legge uno di quei romanzetti serie Harmony, ma almeno legge. Io finalmente mi sono deciso a cominciare Guerra e pace, ma dubito di terminarlo così a breve. Quanti ne ho letti di tutti quelli che mi sono portato appresso? Quasi due libri al giorno, anche se qualcuno era poco più che un fascicolo e alla fine ho ceduto alla rilassatezza e al divertimento. Come mio nipote, mi troverò i compiti delle vacanze all’ultima settimana.
Per pranzo, per concludere in bellezza, mio figlio mi porta in rosticceria. E per fortuna il signor Gino capisce subito, per la verità imbeccato dai miei racconti famigliari di questi giorni, e fa finta di non conoscermi. Anch’io simulo sorpresa e soddisfazione per la bontà della frittura mista.
Il tragitto di ritorno dura sempre la metà di quello di andata, anche se l’orologio dice di no. Appena apro la porta di casa, Amilcare, il mio persiano, sbuffa incattivito alle scarpe di mio figlio e viene a strusciarsi alle mie. Ci siamo mancati a vicenda, pure se la signora Gigliola lo rimpinza per bene in mia assenza. Il frigorifero è di nuovo pieno di cose buone e salutari, il bucato pulito e stirato è già dentro l’armadio, il corriere ha recapitato due libri nuovi. Guardo il braccialetto al polso e penso che quest’anno la spiaggia mi mancherà un po’ di più.
Adesso però devo finire Guerra e pace, come è vero che mi chiamo Pietro.
(Fine)
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Il penultimo giorno lo dedico agli amici, cerco sempre di portare a casa un souvenir per quelli che non si muovono più. Un magnete per Lucio, che grazie a molti sta disegnando la penisola intera nell’anta del frigorifero. Una grappa locale per Beppe, bottiglia piccola però che poi gli fa male. Un piatto decorato per la Adele, che quando ci invita a cena a Capodanno sfoggia il suo servizio spaiato ma originale. Sassi e conchiglie per Ester, che non ci sta più con la testa, ma passa il giorno a rimirare beata le sue pietre preziose e mi sorride quando gliene porto una nuova e luccicante. E poi cartoline, libri turistici del luogo, statuette segnatempo e altri manufatti. Ishmael mi ha dato indicazioni per andare a colpo sicuro sui negozi con merce locale, evitando quelli che acquistano chincaglierie Made in China dal suo stesso padrone. E no, non ha voluto che comprassi niente da lui. Anzi, mi ha regalato e legato al polso uno di quei braccialetti dell’amicizia fatti a mano in spago sottile e colorato.
Mi ha confessato di essere vedovo, sua moglie morta di “male che mangia dentro” come la mia, anche se molto, molto più giovane della mia Bettina che se n’è andata cinque anni fa, lasciandomi un vuoto incolmabile e una brutta malattia, la malinconia. Lui ha due figli rimasti in patria a cui spedisce i soldi per vivere, con la speranza di assicurargli appena possibile un futuro migliore nel primo mondo. Gli ho dato anche il mio indirizzo di casa, per quando rientrerà nell’entroterra a fine stagione e pensava proprio di cercare un lavoro nuovo nella mia città. Gli ho promesso di donargli altri libri in italiano, se passerà a trovarmi.
Che l’inverno sarà lungo per entrambi.
(continua…)
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Tornato il bel sole, ho recuperato il mio posto di lettura sulla sdraio. Oggi però mi riesce parecchio difficile concentrarmi sulle indagini per ritrovare un feroce serial killer, vuoi perché lo scrittore è stato davvero bravo a dosare paura e tensione, in eccesso, vuoi perché nell’ombrellone di fronte al mio c’è una splendida quarantenne in topless e il mio cuore ogni tanto ci perde un battito.
Quando penso che finalmente si stende a pancia in giù nel lettino, ecco che abbassa completamente lo schienale e lei si solleva sui gomiti per leggere una rivista, cosicché mi ritrovo due gocce perfette farmi l’occhiolino maliziose. Fossi nato qualche decennio dopo…
Che alla mia età si rischia solo un infarto. Se anche qualcosa si muove laggiù, è solo un riflesso automatico in memoria dei tempi andati. Null’altro. E nel frattempo ho lasciato nuovamente quel povero ispettore brancolare nel buio delle stesse pagine di un’ora prima.
Ho provato anche a girare la sdraio, dando la mia schiena alla gentil signora, ma purtroppo il vento mi arriva dritto in faccia, la luce riverbera troppo sulla sabbia libera e mi disturba la lettura. Nel suo consueto giro, Ishmael si inginocchia qualche minuto sotto la mia ombra, dà un rapido sguardo nei dintorni, si sofferma sulle collinette, poi scuote la testa divertito. “Amico, meglio se tu oggi fa passeggiata.” Scoppiamo a ridere insieme.
Lo accompagno un po’ lungo il suo percorso, poi continuo da solo nel bagnasciuga, spiando di tanto in tanto le attività degli altri bagnanti. Non cerco altri procaci distrazioni, sono invece curioso di sapere se e cosa leggono. Cuffiette, auricolari, cellulari, riviste di gossip, cruciverba e affini, ma pochissimi romanzi, spesso abbandonati intonsi sul tavolino dell’ombrellone. Mi pare di averne contati una trentina in quasi tre chilometri di costa. Eppure qui il tempo non gli manca.
(continua…)
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