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A svegliarmi questa mattina è il dolce aroma del caffè che invade il pianterreno. Sento Cristiano muoversi in cucina come se fosse casa sua. Ieri sera ci siamo addormentati sul divano, parlando fitto fitto delle zie e delle nostre vite fino a tarda ora. Abbiamo condiviso i nostri ricordi e sono molto contenta di sapere che le zie non erano proprio da sole nel periodo in cui mi ero trasferita a Londra. Avevano certamente il loro bel daffare con questo giovanotto.
Cristiano entra proprio ora in salotto con un vassoio carico e tintinnante.
“Buon Natale! Mi sono permesso di preparare la colazione, ho assoluto bisogno di caffeina. A te lascio tutti i biscotti se necessario.”
Sto per ringraziarlo quando vengo interrotta dal campanello.
Vado ad aprire e lui mi segue incuriosito. Un distinto signore di mezz’età, con un cappotto nero elegante e una sciarpa rosso tartan ci attende sulla soglia.
“Alice e Cristiano? Sono Amilcare, il postino. Scusate, potevo portarvele domani…ma una promessa è una promessa! E Carmela sarebbe capace di tornare indietro a tirarmi i piedi ogni notte se non la mantengo!” Ci porge due buste, una ciascuno, col nostro nome in bella vista.  Altre lettere delle zie.
Apro la mia col cuore gonfio di gioia.
“Cara Alice, non abbiamo commesso nessuno sbaglio: a te abbiamo lasciato la proprietà dell’edificio, al nostro Cristiano abbiamo lasciato il terreno. L’uno senza l’altro non valgono un granché, ma insieme sono una combinazione vincente. Devi avere qualcuno che ti sta intorno e siamo sicure della nostra scelta.
In quanto a noi, abbiamo lasciato in soffitta un vecchio baule verde, vicino al lucernario, pieno delle nostre agende. Lì ci sono le nostre vite. Saprai cosa farne. Ti è sempre piaciuto scrivere, no? Il nostro cuore guiderà la tua penna.
Buon Natale e buona vita. Carmela e Genoveffa”
Sopraffatta dall’emozione, guardo Cristiano di fronte a me: lui legge la sua lettera e ridacchia.
“Cosa c’è scritto?” Cerco di sbirciare sopra il suo foglio, ma lui è molto più alto di me.
“Un paio di consigli…” continua a sogghignare.
“Fammela vedere!”
“No, non posso.” Mentre la ripiega, mi guarda intensamente, come se cercasse nel mio viso le conferme a quei consigli.
“Perché no?”
“Zia Carmela mi ordina di lasciartela leggere solo il giorno del nostro matrimonio. E solo dopo che saremo usciti dalla chiesa.”
Sento il fuoco salirmi alle guance.
“E zia Genoveffa invece mi chiede di fare questo, senza aspettare troppo.”
Mi prende tra le braccia e mi sposta sotto il vischio, dove i baci vengono meglio…

(Fine)

A zia Emma
a zia Manuelita
a zia Lella
a zia Agnese
a zia Mafalda
tutte le donne splendide
della mia infanzia

 

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La vigilia. Pensavo avrei trascorso la giornata tra malinconia e solitudine, invece qui in paese si stanno tutti prodigando per me.
Clotilde mi ha portato una piccola teglia di lasagne pronte da scaldare, perché cenerà a casa dei suoceri. Per domani invece sono già invitata a pranzo da lei, giusto la porta qui accanto. Marisa, l’organizzatrice dei cori natalizi, è passata per regalarmi una focaccia dolce e biscotti alla cannella, fatti con le sue mani. Nonno Erminio, non vedendomi arrivare in negozio, a mezzogiorno ha inforcato il suo bastone e percorso tutta la strada dal centro per essere sicuro non rimanessi senza pane caldo. Mi ha chiesto se sono proprio sicura di non essere un dottore, almeno un pochino.
Mentre sto sorseggiando il caffè, arriva un messaggio da David: “Non torni a casa per Natale? Credo che dovremmo parlare.”
Non dubito nemmeno un secondo della mia risposta: “Sono già a casa. Parleremo quando verrò a prendere le mie cose, tra quindici giorni.”
L’amore è una questione di tempi e i nostri sono decisamente sbagliati.
All’imbrunire, sto cercando di capire come accendere il forno a gas, anche zia Effa ci litigava sovente, quando sento qualcuno armeggiare con la serratura del portoncino principale. Probabilmente un ladro che crede la casa vuota, visto che stupidamente mi sono dimenticata di accendere le luci dell’albero di Natale!
Spaventata a morte, afferro il grande mattarello e spengo subito la luce della cucina, nascondendomi dietro al frigorifero.
Sento l’anta dell’ingresso aprirsi con il solito cigolio e dei passi avanzare furtivi nella mia direzione. Qualcuno avanza dinnanzi a me al buio, cerco di colpirlo con tutta la mia forza ma prendo la parete, lui si abbassa per scampare al secondo attacco, mi afferra alle spalle e mi cinge stretta, toccandomi per errore un seno.
“Una donna? Ma che…” Mi lascia andare e indietreggia. Riesco ad accendere la luce ma tengo ben saldo il mattarello.
Decisamente non è un ladro, è vestito fin troppo bene, con un giaccone di firma. Con i capelli così arruffati e la barba incolta, è troppo carino per essere un ladro. “Chi cavolo sei tu? Cosa ci fai in casa mia?”
Mi guarda stranito. “A dire il vero questa è casa mia! Era delle mie zie e me l’hanno lasciata.”
“Zia Carmela e zia Genoveffa? Ma l’hanno lasciata a me!” Corro a prendere le lettere dentro la mia borsa e gliele mostro.
Dalla tasca della giacca lui tira fuori un’altra busta e me la porge. “Per Cristiano” c’è scritto.
Tra le altre cose le zie gli chiedevano di passare a controllare la casa la sera della vigilia. “Troverai una persona che ha bisogno d’aiuto.”
“Così tu sei Alice, la ragazza di Londra. Parlavano spesso di te, e in effetti sono rimasto sorpreso che mi abbiamo lasciato la casa.”
“Qui però leggo che ti hanno lasciato la proprietà del giardino…” correggo io.
“Si, il giardinaggio è il mio hobby, ma non ha molto senso lasciarmi solo il giardino. Ci sarà qualche errore.”
Gli restituisco la busta. “Le conoscevi da molto? Non mi ricordo di te, non ne hanno mai fatto parola.”
“Solo da un paio d’anni, quando i miei hanno acquistato la villetta di fronte. Adesso è chiusa perché sono ospiti di mia sorella per queste feste. Io invece vivo in un monolocale in città, ma torno qui nel weekend.”
Ad un tratto il suo stomaco brontola stizzito per la fame.
“Scusa, è da stamattina che non tocco cibo, al lavoro non ho avuto tregua oggi. Torno indietro e mi cerco una pizzeria. Se non hai bisogno di aiuto…” Mi sorride e io sono costretta a distogliere lo sguardo per non arrossire.
“Beh, se mi aiuti ad accendere quel malefico forno, posso offrirti una bella porzione di lasagne fatte in casa.”
Se è qui un motivo ci dev’essere. Voglio fidarmi di zia Mela e zia Effa, finora non hanno mai sbagliato.
Mentre la nostra cena si scalda, prepariamo insieme la tavola. “Allora Cristiano, tu che lavoro fai?”
“Sono un medico, chirurgia d’urgenza.”
Non ci posso credere. Le zie non possono aver pensato anche a questo!

(continua…)

 

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Nei giorni scorsi ho pulito e sistemato tutte le altre stanze della casa, evitando di entrare in questa: lo spazioso studio con l’ampia vetrata che guarda a sud, dove le zie passavano la maggior parte della propria giornata, zia Mela con i suoi acquerelli e zia Effa con i suoi ricami e i suoi merletti.
Entro con uno strano senso di pesantezza nel cuore, la loro mancanza qui è più tangibile che altrove, il loro spirito in ogni granello di polvere depositato sopra gli oggetti. Ho davvero la sensazione di vedermele spuntare alle mie spalle, salutandomi come se niente fosse accaduto.
“Alice cara, com’è andata a scuola?”
“Chi se ne frega della scuola! Vieni qui a dipingere con me!”
Sopra il tavolo al centro della stanza noto una bella scatola voluminosa, di un rosa sbiadito. Il coperchio riporta il mio nome e sembra chiamarmi.
Lo sollevo curiosa: all’interno ritrovo gli anni trascorsi, i miei disegni, i miei primi, e unici, tentativi con l’ago e filo, i lavoretti di scuola con la pasta modellabile, addirittura tutti i pupazzetti creati con i rotoli della carta igienica, la colla e le veline colorate. Persino la collana di bottoni, tutti così diversi e brillanti.
Sul fondo ci sono persino un’agenda Smemoranda ed una scatola di Serenase.
Scoppio a ridere esattamente come allora! I primi acciacchi dell’età le avevano portate a litigare più del solito, rendendo difficile la convivenza: zia Mela si dimenticava telefonate, messaggi, appuntamenti, scadenze; zia Effa si agitava per qualsiasi contrattempo, arrivando a vere crisi di panico e pericolose tachicardie. Per sdrammatizzare, a zia Mela regalai un’agenda, una Smemoranda per una smemorata, e per zia Effa presi in farmacia le pillole che le aveva prescritto il medico, tingendo però di fucsia la confezione. Quel pomeriggio ridemmo tutte e tre fino alle lacrime. Smemoranda e Serenase diventarono i loro soprannomi, per fare la pace.
Mentre rimetto tutto in ordine dentro la scatola, il mio piede urta sotto il tavolo qualcosa che tintinna. Mi chino a controllare: dentro un enorme scatolone da trasloco ci sono un albero di Natale sintetico smontato e tutto il materiale per decorarlo, comprese le campanelle che hanno appena suonato.
Non posso pensare che anche questo sia finito proprio qui per caso: ogni anno lo preparavamo insieme, proprio di fronte alla vetrata, così la sera si vedeva illuminato dalla strada principale. Sposto lo scatolone vicino alla finestra e mi metto al lavoro.
Passato il tramonto, quando sto cercando di infilare il puntale in cima, sento delle voci intonate avvicinarsi piano piano lungo la via. La Chiarastella!
Da bambina li attendevo sempre trepidante, questo gruppo che cammina di casa in casa, cantando i cori natalizi, qualche volta accompagnati anche da Babbo Natale in persona, a cui io ovviamente ricordavo di avergli spedito la letterina e, semmai se ne fosse dimenticato, cosa c’era scritto.
Scendo dallo sgabello e corro ad aprire.
Mentre gli altri continuano la loro melodia, mi si avvicina una signora rubiconda con il cestino delle caramelle in una mano ed una cassettina per la questua nell’altra. “Tu devi essere Alice. Carmela e Genoveffa ci parlavano sempre di te, con orgoglio. Siamo felici di averti qui.”
Dato che hanno quasi terminato il giro, mi invitano a seguirli per bere vin brulé tutti insieme al centro ricreativo del paese.
Tra loro a sorpresa ritrovo alcuni dei miei vecchi compagni delle elementari, quei pochi che ancora vivono e lavorano in queste zone.
E se rimanessi anch’io, almeno per un po’?

(continua…)

 

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Questa mattina mi ha nuovamente svegliato il pettirosso, che con il becco batteva irrequieto sul vetro della finestra cercando di uscire. Ho socchiuso appena l’anta ed è saltellato subito fuori sul davanzale, con un balzello ha preso il volo per fermarsi sul cavo telefonico sopra la mia testa. Si è girato a guardarmi con la testolina storta, forse voleva salutarmi, e poi è ripartito con la sua vita, sparendo all’orizzonte.
Le temperature si erano già alzate un pochino ieri, ma oggi un sole tiepido invoglia anche me a scappare all’aperto. Una bella camminata, ecco cosa ci vorrebbe. Purtroppo con me ho solo gli stivali eleganti e un paio di scarpe sportive, poco adatte per la campagna. Però forse…
Apro la porticina del sottoscala e accendo la luce: qui ci sono tutte le calzature delle zie, i tacchi vertiginosi di zia Effa e gli zoccoli in legno di zia Mela. Cerco un po’ e trovo una scatola apparentemente nuova. All’interno un paio di scarponcini invernali con la suola intatta, solo un numero in più del mio piccolo trentasette. Con un paio di calzettoni di lana saranno perfetti. In mezzo alla velina ritrovo anche lo scontrino d’acquisto, dello scorso luglio. Non può essere! D’estate c’è un caldo africano in queste zone! Sorrido, perché questa è di sicuro un’idea di zia Effa, attenta e precisa in tutto.
Dopo essermi ben vestita e imbottita, apro la borsa per prendermi i guanti: i miei occhi cadono sulle due lettere che mi ha consegnato l’avvocato, le ultime parole delle mie zie scritte di loro pugno, ognuna a modo suo. Come al solito, quella che dice di meno è anche quella che mi colpisce di più.
“Sarò breve che Genoveffa si è dilungata oltre. L’ho vista scrivere ben tre fogli, figuriamoci.
Bambina mia, posso dirti solo una cosa: goditela! La vita è davvero troppo breve e va assaporata ogni istante,
anche quello più buio, perché è lì che compaiono al tuo fianco le persone meravigliose che ti riempiono l’esistenza.
Come tu sei stata per noi due. Un bacio. zia Carmela”
Con un sospiro, chiudo a chiave la porta e imbocco il vialetto in direzione del paese. Dall’altra parte della strada scorgo una tendina muoversi in fretta: avevo dimenticato che da queste parti la sorveglianza è molto stretta. Arrivata di buona lena nella piazzetta centrale, con la vecchia fontana ghiacciata, il mio naso rimane incantato dal profumo del pane caldo. Seguo la scia fino al piccolo fornaio nell’angolo.
Entrando, faccio suonare il campanellino appeso all’ingresso e un anziano un po’ arcigno seduto lì davanti mi chiede subito preoccupato: “Lei è un medico?”
“Ehm no, mi spiace.”
“Nonno, lascia stare la signorina!” gli fa eco l’uomo al bancone. “Scusi sa, non abbiamo più il medico condotto da un mese. L’ospedale comunque è ad una ventina di chilometri, ma…”
“Un paese non è un paese senza un medico!” sbotta l’altro, picchiando severo la punta del bastone a terra.

(continua…)

 

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Ieri sera mi sono addormentata tardissimo, ascoltando il gocciolio lento della grondaia e guardando un vecchio album trovato mentre facevo un po’ di ordine in salotto. Zia Mela aveva l’abitudine di scrivere tutte le date e i luoghi dietro le foto, così avevo potuto ripercorrere facilmente un pezzo della loro vita.
Non pensavo mi mancassero così tanto.
I loro sorrisi sono rimasti immutati in tutte quelle immagini, due anime affini che si erano trovate e compensate.  Amiche, non amanti, no: avevano semplicemente deciso che si poteva vivere felici anche senza uomini intorno. Anche se credo abbiano comunque avuto delle relazioni sentimentali in gioventù. Spesso, quando chiedevo loro qualche consiglio in merito, per le mie prime cotte e i miei primi baci, argomenti che evitavo con la mamma, ho scorto degli sguardi complici, parole mute cariche di emozioni che solo loro conoscevano. In fondo, avevano attraversato due guerre mondiali e magari i loro amori erano perduti sul campo di battaglia. Ma non mi sono mai permessa di fare domande curiose.
Ora devo decidere cosa farne di questa casa. Non ho molti motivi per tornare a Londra, pensandoci: in ufficio c’è aria di crisi e il lavoro non mi entusiasma più come un tempo. Con David poi sono tre mesi che non ci parliamo. Viviamo sotto lo stesso tetto, condividiamo la cena e il letto, ma siamo diventati due estranei assoluti. Ci metterà qualche giorno ad accorgersi che sono partita.
Questi invece sono i luoghi della mia infanzia, forse potrei ricominciare da qui. L’edificio è in buone condizioni, necessita solo di qualche piccolo lavoretto e un po’ di pulizia. La cosa buffa è che ho trovato la dispensa ben fornita. Sono trascorsi solo tre mesi da quando ci viveva qualcuno, ma il latte in frigorifero ha una produzione recente. Come se qualcuno mi stesse davvero aspettando.
Immersa nei miei pensieri, sento bussare alla porta principale e curiosa vado ad aprire.
Una giovane donna, con in mano un piccolo fagotto da cui si sprigiona un intenso aroma di mele calde, mi saluta cordiale.
“Salve, io sono Clotilde. Lei dev’essere Alice, vero?”
Di fronte ad una tazza di tè caldo e ad una fetta di torta appena sfornata, scopro che la vicina era stata incaricata dalle zie, sempre nel loro testamento, di preparare la camera da letto e la cucina per la settimana di Natale, ma di non toccare il resto della casa. Aveva anche tenuto acceso il riscaldamento e fatta la spesa.
Sorrido. Dopotutto, come potevano sapere le zie che sarei davvero venuta qui a passare le feste?
Magari erano davvero due fate e in questo momento i loro spiriti stanno ancora gironzolando qui intorno, ridendo di me.

(continua…)

 

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Questa mattina non mi sono svegliata alla suoneria del cellulare, che si è spento durante la notte perché ho dimenticato di metterlo in carica. E non mi ha destato nemmeno il sole che penetra dall’imposta male accostata. No, sono stata strappata al sonno dal chioccolare debole di un pettirosso in cerca d’aiuto sul mio davanzale.
E’ una giornata luminosa, ma anche tremendamente fredda. Il ghiaccio brilla sopra ogni cosa fuori in giardino. Quando lo prendo in mano, non so dire se l’uccellino trema più per la temperatura o per la paura.
Scendo giù in cucina e lo poso delicatamente su un asciugapiatti ripiegato. Vicino una coppetta d’acqua e qualche seme di miglio e avena dalla scatola di muesli che ho infilato in valigia per la mia colazione.
I termosifoni sono accesi, ma abbiamo entrambi bisogno del calore di un fuoco vero. Mentre armeggio col camino, sulla mensola scorgo tutte le foto delle zie negli ultimi anni, in molte ci sono anch’io a varie età e altezze.
Ricordo ancora il nostro primo incontro. Eravamo venuti ad abitare qui per il nuovo lavoro di mamma, dopo che papà ci aveva abbandonate per un’altra. Nella nuova scuola già il primo giorno i nuovi compagni di classe mi avevano spaventato dicendomi che vicino a noi vivevano delle streghe cattive, di quelle che mangiano i bambini, come con Hansel e Gretel. Mi dissero di stare attenta, a non farmi acchiappare.
Un pomeriggio stavo giocando con la palla nel nostro giardino sul retro, mentre mamma sistemava gli ultimi scatoloni del trasloco. Fu colpa mia: un movimento sbagliato e la palla attraversò la recinzione, finendo dritta dritta nel loro prato, troppo lontana perché potessi riprenderla sporgendomi dalla cancellata che ci separava. E nemmeno ci provai, non osavo avvicinarmi. Mi sedetti a terra a fissare la palla oramai perduta per sempre.
Mamma mi convinse ad andare insieme a conoscere le nuove vicine, anche lei in fondo era additata in paese come una poco di buono.
Avevo una paura folle, sia per me che per lei. Mi nascondevo dietro la sua sottana, tenendone stretto in pugno un lembo e cercando di strattonarla perché non avanzasse troppo. Temevo davvero il peggio di fronte a quella porta e il cuore mi si fermò quando sentii passi di zoccoli dall’altra parte.
Mi aspettavo due fattucchiere, col viso bitorzoluto e gli abiti stracciati. Ci aprirono due fate, vestite di rosa e azzurro, gli occhi sorridenti come stelle.

(continua…)

 

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“Siamo arrivati signorina. Le prendo i bagagli.”
Scendo dal taxi un po’ frastornata. Sono partita col primo volo disponibile dopo essere uscita dall’ufficio, tutte le mie cose stipate in un minuscolo trolley.
Sono tornata a casa, anche se questa non è proprio casa mia, io sono cresciuta nell’edificio a fianco. Da quando mamma non c’è più, ci abita una giovane famiglia con due bambini piccoli.
Guardo la mia destinazione, illuminata appena dal lampione stradale: in fondo ad un giardino tristemente incolto, scorgo la grande finestra da dove mi osservavano tutte le mattine quando mi recavo a scuola. Non pensavo che zia Mela e zia Effa mi facessero questo scherzo.
Se ne sono andate insieme, a poche ore di distanza una dall’altra, come se avessero pianificato anche quell’ultimo viaggio. Nemmeno il tempo di salutarle davvero.
E poi la sorpresa di essere convocata dal loro legale, nonché esecutore testamentario. Tutto, mi hanno lasciato tutto: queste mura, tutto quel che contengono, i ricordi di due vite meravigliose, magicamente intrecciate con la mia. Pure una discreta somma in banca, con la quale potrei vivere di rendita fino alla pensione. Mi hanno dato la libertà.
“Ma sui tempi e i modi ho disposizioni precise” mi aveva detto serio l’avvocato. Così eccomi qui, a pochi giorni dal Natale, di nuovo di fronte a questa porta massiccia. Infilo la vecchia chiave nella toppa arrugginita e riesco a farle fare due scatti con molto sforzo. Con un cigolio l’anta si apre. Mi volto indietro: è parecchio tardi e sono tutti al caldo nei propri sogni.
Cerco l’interruttore alla mia destra: la luce è ancora allacciata. Lentamente salgo in cima alle scale e mi dirigo verso la camera dove tante notti ho dormito anch’io con zia Mela, perché zia Effa russava troppo. Sembrava il motore di un vecchio frigorifero a causa delle pastiglie che prendeva per l’ansia. “Lei si rilassa, a noi ci manda matti!” diceva zia Mela arrabbiata.
Il letto è già pronto per la notte: la mia coperta preferita, le lenzuola pulite, il mio cuscino ricamato. Nemmeno l’avessero lasciato qui ad attendermi. Mi abbandono stanca in questa mia culla, sentendo ancora il profumo di lavanda del bucato fresco. Uno spiffero d’aria mi accarezza i capelli.

(continua…)

 

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Un altro Halloween, un altro racconto della storia di Liam e Caitlyn, il terzo di quella che sta diventando oramai una serie, contro ogni mia previsione. Se avete perso le puntate precedenti, le potere leggere qui: La storia di Liam e Caitlyn

 

Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.

 

Decisamente Liam si era perso, ma non capiva più in quale dei due mondi. Dall’ultima notte di Halloween, quella in cui aveva seriamente rischiato la vita e solo l’intervento di Caitlyn l’aveva salvato, aveva iniziato a vederla ovunque, anche di giorno.
All’inizio pensava di sognare ad occhi aperti, di immaginarla come doveva essere stata da viva, mentre passeggiava in centro, quando usciva da un negozio o saliva sull’autobus, vestita come le altre ragazze della sua età, un jeans e una maglietta, sorridente e leggiadra, i suoi capelli splendenti di luce dorata ai raggi del sole.
In fondo quando sei innamorato non fai che vedere l’oggetto del tuo sentimento ad ogni angolo di strada, cercandolo in ogni sconosciuta che stai osservando da lontano con il filtro dell’amore. Poi ti avvicini e l’incanto si scioglie miseramente alla vista recuperata, solo poche volte di fronte a te compare proprio colei che desideri.
Un briciolo di razionalità ricordava invece a Liam che no, non era possibile che quella fosse davvero Caitlyn tornata dal regno dei morti. Anche se la vedeva toccare gli altri passanti, ringraziare la commessa quando le dava la busta con gli acquisti o indispettirsi con il conducente per il ritardo mentre gli porgeva il biglietto.
Le allucinazioni si susseguivano anche la notte, quando il sonno inquieto lo svegliava sudato e ansimante nella penombra della sua camera da letto. Caitlyn lo attendeva lì vicino, vestita del suo abito bianco macchiato, uscita dagli stessi incubi di morte e sangue che l’avevano disturbato. Seduta sulla poltrona o in piedi davanti alla finestra, pallidamente illuminata dal lontano lampione della strada, lo osservava con aria mesta. Cercava di consolarlo con un sussurro. “Dormi Liam, va tutto bene, stai tranquillo.”
Altre volte si avvicinava preoccupata a lui senza dire nulla, per poi svanire in un battito di ciglia quando Liam allungava una mano per toccarla. Difficilmente riusciva a riaddormentarsi, attendeva l’alba fissando il vuoto.
Gli studi al college stavano rallentando a causa di questa sua ossessione, concentrarsi sui libri e sugli esami diventava difficile con la mente stanca e provata dalla situazione. Aveva anche provato a stordirsi di alcool e canne insieme al suo compagno di stanza al campus, peggiorando il risultato con visioni notturne ancora più evanescenti.
Quando poteva, si prendeva una pausa dalle lezioni, riempiva la valigia e tornava in famiglia per il weekend.
Questa volta era stato lo stesso professor Haynes, il suo tutore nonché grande amico del suo defunto nonno, a spedirlo a casa preoccupato per la sua salute. “Stai andando bene ragazzo, non ti rovinare la carriera proprio adesso. Concediti più tempo.”
Rivedere il posto dove si erano incontrati e conosciuti, la città dov’era vissuta, la collina dov’era sepolta, dove il suo spirito forse ancora dimorava lo rendeva terribilmente triste. Lì poi le allucinazioni si susseguivano continue e sembravano molto più reali.
Tuttavia ogni tanto sentiva il bisogno di tornare a casa, un richiamo irresistibile.
Come se solo in quel luogo il suo cuore fosse davvero vicino a quello dei lei.

 

Il gorgoglio arrabbiato dello stomaco lo ridestò da un sonno profondo. Con fatica emerse dalle coperte per guardare il led dell’orologio lì a fianco. Le cifre erano completamente sballate: è vero che non ricordava molto del viaggio in auto, soprattutto dopo quella dormita da oltretomba senza tormenti, ma gli sembrava di essere tornato a casa alla stessa ora. Scostò la tenda leggera e scrutò i colori all’esterno, che stavano scurendo piano piano. O stava scendendo la notte, e lui aveva dormito davvero pochissimo, o nuvole cariche di pioggia stavano ricoprendo il cielo.
Si trascinò fuori dal letto alla ricerca del cellulare, ancora sepolto dentro lo zaino. Lo trovò defunto, nemmeno si accendeva.
Lo collegò al connettore di carica sopra la scrivania. Fece una veloce puntata al bagno: lo specchio per la prima volta gli restituì una faccia abbastanza riposata, le occhiaie erano diminuite. Si cambiò e scese per la colazione. O la cena.
“Buongiorno!” Sua madre stava bevendo il tè davanti ad una rivista femminile. “Hai fame?”
“Uhm” mugugnò Liam, aprendo il frigorifero.
“Se vuoi ci sono dei pancake fatti stamattina.”
Li trovò, e anche lo sciroppo d’acero. Li mise a scaldare e versò anche per sé una tazza di tè bollente.
“Perché non mi hai svegliato prima?”
“Perché quando sei arrivato ieri sera avevi un’aria stravolta, pallido come un fantasma.”
Alla parola fantasma, Liam sentì un brivido rizzargli i capelli sulla nuca.
Coperse i pancake del liquido ambrato e iniziò a mangiare con foga.
“E quella barba? Che novità è?”
Liam si strinse nelle spalle. Non aveva fatto in tempo a radersi per un paio di lezioni del mattino presto, e poi non gliene era più importato nulla. L’aveva lasciata crescere.
“Non ti starebbe nemmeno male, ma dovresti tenerla più curata.” Sua madre sospirò.
Girò un’altra pagina della rivista, osservandolo di sottecchi.
“Quanto ti fermi questa volta?”
“Il professore ha detto che posso rimanere anche un mese, due se salto la prima sessione e vado direttamente alla seconda, ma non lo so. Vedremo.”
“Sei in anticipo sugli esami, non possiamo pretendere di più. Vogliamo solo che tu stia bene.”
Liam afferrò il giornale sul tavolo per troncare la conversazione.
In prima pagina si analizzavano le strane circostanze delle morti di giovani adolescenti dell’ultimo trimestre. Riconobbe un nome tra quelli citati. “Ma Lee Shrugg, il figlio del proprietario del negozio di scarpe vicino al municipio?”
“Proprio lui.”
“Beh, non aveva tutte le rotelle a posto…”
“Liam!”
“Si, lo so, detto da me fa proprio ridere.” Lo doveva riconoscere: visto da fuori era un caso patologico pure lui. “No mamma, quello se ne andava in giro con l’accendino e minacciava di dare fuoco alla gente, anche con i clienti alla cassa. Certo, finire così però, bruciato dentro l’auto. Strano scherzo del destino.”
“Uhm, pare siano tutti suicidi, incidenti volutamente provocati. Nessun indizio però su cosa li abbia spinti a tanto. Nessun motivo apparente.”
“Per quanto stupido me lo ricordi, Lee non si sarebbe tolto la vita.” Liam scosse la testa scettico.
“L’ultimo era il nipote di una mia buona cliente. Mi sto occupando della sua attività, fatturazione, assistenza fiscale, perché la famiglia è distrutta… Non aveva dato alcun segno. La polizia brancola nel buio.”
Sua madre gli posò la mano sull’avambraccio, fissandolo negli occhi.
“Non farmi scherzi Liam, davvero. Se ci sono problemi, parliamone.”
“Nessun problema, tranquilla mamma.” Cercò il suo miglior sorriso, anche se era parecchio fuori allenamento. Da un paio di mesi almeno.
Se solo avesse saputo.

 

La tranquillità durò ben poco. Aveva cercato di non uscire di casa, di rilassarsi nella quiete casalinga tra televisione e fumetti, per evitare le strane apparizioni diurne, finché anche quelle notturne gli concedevano tregua.
Ma doveva passare al supermercato per conto di sua madre, e perché buona parte del frigorifero l’aveva svuotata lui, e poi al magazzino di elettronica del suo amico Joen per un saluto. Lo trovò che stava spostando le nuove lavatrici da mettere in vendita.
“Ehi fratello, come stai?” Si abbracciarono con una pacca sulla spalla.
“Bene, tu?”
“Insomma. Sono inchiodato qui da quando mio padre si è fratturato il piede. Sono indietro di due esami, ma poteva andare peggio. La sera quando rientro a casa, mia madre e mia sorella sono isteriche. Non le invidio. Il vecchio è già insopportabile quando si muove e lavora, figurati adesso inchiodato alla poltrona a lamentarsi tutto il giorno.”
“Eh già, vedo che te la passi proprio male…” gli rispose Liam spostando lo sguardo verso una giovane commessa che stava mostrando l’ultimo modello di iphone ad un signore di mezza età, molto più interessato alla sua procace scollatura.
“Nah, è mia cugina.”
“Che peccato!” esclamò Liam ridendo.
“Lo so” rispose Joen a denti stretti. “Ma la mandano qui perché così la tengo d’occhio dopo scuola. Mio zio è preoccupato per tutti quegli strani incidenti tra i ragazzi in questo ultimo periodo. E’ convinto sia un nuovo tipo di droga che stanno provando qui in zona.”
“Ah si, ne ho letto sui giornali. Sembrano tutti suicidi voluti però.”
“Non lo sanno. E finché non trovano qualcosa di concreto, tutti hanno paura di tutto. Diavolo e fantasmi compresi.”
I fantasmi non sono cattivi, avrebbe voluto ribattere Liam, ne conosco uno molto carino.
“Comunque se vuoi venire anche tu qui, ad aiutarmi come baby sitter… Credo di potermi fidare” aggiunse Joen ammiccando.
Liam spostò nuovamente la vista sulla ragazza, china su un basso ripiano alla ricerca di qualcosa per il cliente, che intanto osservava attento il suo posteriore. “Uhm, non dovresti. Ma no, grazie. Sono pure un pessimo venditore!”
Mezz’ora più tardi, fermo in auto al semaforo rosso, stava scorrendo le ultime notifiche sul cellulare, quando qualcosa sullo sfondo del suo campo visivo attrasse la sua attenzione. Una chioma bionda splendente tra i passanti sulle strisce pedonali.
Si bloccò, tornò a cercarla, era sull’altro marciapiede. La ragazza si voltò per salutare un’amica e Liam la riconobbe, la sua Caitlyn.
Allo scattare del verde, cambiò bruscamente direzione svoltando a sinistra e innervosendo l’automobilista dietro di lui. Cercò velocemente un posto dove parcheggiare, adocchiando in continuazione gli spostamenti della capigliatura dorata lungo la via.
Questa volta non doveva farsela scappare, era deciso ad andare fino in fondo.
Lasciò l’auto nel primo varco disponibile e si lanciò all’inseguimento della sua preda, cercando di confondersi tra le altre persone. Non voleva raggiungerla, ma solo sapere dove andava, scoprire chi, o cosa, fosse.
Quasi si sentisse osservata, si girò di colpo e Liam non fece in tempo a voltarsi o nascondersi dietro uno dei lampioni.
Si guardarono per un secondo, poi lei iniziò a correre stringendo con forza la borsa a tracolla. Alla fine del viale con un balzo salì sull’autobus poco prima che le porte si chiudessero.
L’aveva persa, di nuovo.
Sconsolato, tornò indietro alla sua auto. Un foglietto sventolava sul parabrezza, fermato dal tergicristalli.
Una multa, perfetto! Non vengono mai da queste parti, oggi invece si. Grande!
Alla fine decise di recarsi in quel luogo che stava evitando da un po’. Si fermò dal fiorista per prendere un mazzo di rose bianche fresche, candide e immacolate. Varcò il cancello e percorse il viottolo per arrivare da lei, davanti alla sua lapide.
“Non mi sto divertendo Caitlyn. Davvero, se almeno mi vuoi un po’ di bene, aiutami a capire.”
Sistemò i fiori sul vaso, togliendo delle vecchie margherite. Chissà cosa pensavano i famigliari di quelle rose bianche lasciate da uno sconosciuto sulla tomba della figlia.
A volte veniva qui e il primo pensiero era di riservarsi un posto qui accanto a lei, invece che nella cripta di famiglia dall’altra parte del cimitero. C’era spazio lì sulla collina e c’era anche una bella vista. Non l’avrebbe lasciata sola. E il nonno non si sarebbe dispiaciuto della sua assenza.
Quella stessa notte tornò ad avere strani incubi. Erano insieme, distesi sull’erba all’imbrunire e si stavano baciando. Baci ardenti, le mani che non smettevano di toccarsi, accarezzarsi. I corpi che ansimanti chiedevano di più. Lei che gli tirava i capelli con passione, lui che esplorava il profumo dei suoi seni, per poi scendere giù verso il basso. Ma qualcosa di caldo e umido gli si appiccicava al viso. Scostandosi si vedeva le mani sporche di sangue e Caitlyn svaniva in una larga pozza rossa.
Si svegliò di soprassalto, mettendosi seduto nel letto. Respirò a fondo, gli sembrava di non avere abbastanza ossigeno in corpo.
Vide Caitlyn in un angolo della sua camera, con la testa china al pavimento. La sentì solo sussurrare.
“Liam, smettila di torturarti. Lasciati andare.”
Ma lasciarsi andare a che cosa?

 

Un trillo lontano lo fece riemergere da un sonno finalmente quieto che l’aveva accolto alle prime luci dell’alba. Liam estrasse la testa da sotto il cuscino per capire da dove provenisse il suono. Era il campanello di casa, ma sua madre e John erano già al lavoro da un pezzo. Sbuffò, non aveva proprio voglia di alzarsi dopo l’ennesima notte agitata. E’ importante, gli disse una vocina nella testa.
S’infilò i pantaloni della tuta e la felpa recuperata dalla valigia ancora disfatta sul pavimento e scese al pian terreno incespicando sui propri piedi. Agli ultimi scalini si ritrovò con un tonfo con il sedere per terra, adesso ben sveglio.
“Accidenti…” Il campanello trillava senza tregua. “Arrivo! Per la miseria!”
Anche se fosse stato del tutto vigile, non sarebbe mai stato preparato a ciò che vide aprendo la porta: Caitlyn, nella sua allucinazione diurna, jeans sdruciti al ginocchio, un paio di converse rosse, una maglietta scura e un giubbottino di finta pelle.
Lo stupore e il panico colsero entrambi. Il timido sorriso che Liam aveva scorto per un attimo si gelò sul viso della ragazza.
Osservandola attentamente così da vicino poté notare piccole differenze: i suoi capelli erano leggermente più scuri, con una lieve sfumatura di rame. Anche gli occhi non erano dell’intenso azzurro cobalto di quelli di Caitlyn, ma grigi con qualche striatura cerulea. E non ne era sicuro, ma sembrava anche un paio di centimetri più bassa.
“Tu non sei Caitlyn…” Per la prima volta si sentì solo.
Lei indietreggiò di un passo intimorita.
“Scusa, non volevo spaventarti, davvero.” Se non era Caitlyn, le assomigliava però moltissimo.
“No… è tutto a posto. Ehm… tu sei Liam?”
“Si, sono io. Chi sei?” Era davvero curioso adesso.
“Mi chiamo Lize. Lize Adair, sono la sorella minore di Caitlyn.”
Che stupido! Aveva due sorelle più piccole, lei glielo aveva detto. Perché non ci aveva mai pensato?
“Io ho trovato questo a casa pochi giorni fa.” Gli porse un giornale spiegazzato, con al centro una scritta con un pennarello rosso: “Cerca Liam Runnels”.
La guardò aspettando ulteriori dettagli. Chi poteva mai averla messa sulla sua strada?
“Io… lo so che mi darai della pazza, ma questa è la scrittura di mia sorella. Non c’è una spiegazione logica, lo so bene, continuo a ripetermelo da giorni. Eppure questa”, e indicò il foglio tra le mani di Liam, “è proprio lei!”
Ah, ecco. Se sei un fantasma e hai bisogno di comunicare qualcosa di urgente, senza farlo apparire vecchio, l’unica maniera è scriverlo su un quotidiano, con data e ora stampate.
“Non ne capivo il senso, fino a quando non hai aperto la porta. E sei proprio tu… scusa se sono scappata tutte le volte che mi trovati in città, ma mi facevi paura. Sai com’è morta mia sorella?”
Solo in quel momento comprese l’assurdità del proprio comportamento. Era proprio uno stupido! Sua sorella era morta dopo essere stata rapita e violentata da un perfetto sconosciuto. Per forza quando la chiamava, Lize era scappata ogni volta. Che idiota.
“Mi spiace, non volevo spaventarti. Da lontano sembravi proprio lei. Credevo di vedere… un fantasma.”
“Conoscevi bene Caitlyn?” Lize si riavvicinò di pochi centimetri, segno che era tranquilla ora.
Conosco Caitlyn, avrebbe voluto rispondere. Per lui era più viva che mai. Si limitò invece ad un cenno del capo silenzioso.
“Eri… il suo ragazzo?”
Preso alla sprovvista, Liam si sentì avvampare fino alla radice dei capelli. “No, no.”
“Però ti piaceva” concluse Lize con un largo sorriso.
Caspita, quanto le assomiglia. La maniera in cui muove le labbra è la stessa, pensò lui con una fitta al cuore.
Guardò nuovamente il quotidiano che teneva tra le mani. “Forse voleva che tu mi cercassi per scoprire che non sono un pericolo per te.”
“Allora tu mi credi? Che quella è la scrittura di Caitlyn?”
“Oh si, su questo ti credo.”
Lei era ancora qui, cercava di comunicare con loro. Le allucinazioni diurne avevano trovato un senso, forse anche quelle notturne non erano uno scherzo della sua mente. Voleva davvero crederci. Doveva sempre attendere Halloween per poterla incontrare di nuovo? Sperava proprio di no.

 

Erano le due di notte, c’era un silenzio assoluto sia fuori che dentro casa e Liam disteso a letto stava ancora leggendo alla pallida luce della lampada sopra la mensola. Aveva fatto scorta di fumetti e riviste nell’edicola del signor Jones ed era intenzionato a rimanere sveglio. Per la verità, la stava aspettando. Non aveva nessuna certezza che sarebbe comparsa, eppure una vocina nella testa gli diceva che sarebbe arrivata. Quella scritta sul giornale era una prova importante per lui.
Sorrise quando chino sul bordo del letto per prendere un altro fumetto dal pavimento si ritrovò a fissare l’orlo del suo vestito bianco.
Non dubitò nemmeno per un istante che lei fosse davvero lì. Profumava di Iris, come la prima volta che si erano visti.
E quando allungò il braccio per toccarla, sotto la sua mano lei era solida più che mai.
Si abbracciarono a lungo, senza proferire nessuna parola. Per un po’ comunicarono solo con lievi carezze, le dita che scorrevano sopra il tessuto fine dell’abito candido o giocavano con i bottoni della sua camicia blu, sospiri soffocati tra i suoi capelli biondi o nascosti nell’incavo del suo collo.
La sentì ridacchiare mentre strofinava delicata il suo naso sulla sua barba ispida.
“E questa cos’è?” gli chiese all’orecchio.
“E’ colpa tua…”
Si scostò da lui e lo guardò divertita. “Colpa mia?”
“Certo, non mi fai dormire per tutta la notte da un bel po’ di tempo, e al mattino sono sempre stanco e di fretta!”
“Mi spiace…” lo accarezzò di nuovo sulla guancia. “Non sono io a portarti gli incubi. Ma sono sempre stata qui, cercando di calmarti. E’ che tu non mi stavi ad ascoltare. E mi sembrava di fare peggio.”
“Non credevo che tu fossi davvero qui, non in una notte qualunque. Senza che fosse Halloween intendo.”
“Oh, ad Halloween è più semplice perché le persone sono ben disposte ad entrare in contatto con noi. Ma gli spiriti sono sempre presenti intorno agli umani.”
Per un attimo Liam ripensò a suo nonno, che diceva di vedere la sua defunta moglie tutte le sere. L’avevano chiamato pazzo, a quanto pare non lo era affatto. Solo molto innamorato, questo lo ricordava bene.
“Era stata Lize a mettermi fuori strada. Ero convinto di avere allucinazioni anche di giorno.”
“Non puoi vedermi di giorno.”
“E perché mai?”
“La morte è una lunga notte per me. Così io sono visibile solo nel buio. Però ti sono sempre vicina Liam, in ogni momento. Sei tu che non riesci a vedermi.”
“Come mai questa sera la tua gonna è completamente pulita, senza macchie, senza sangue?” le chiese curioso.
Sebbene pallida come al solito, vide un lieve accenno di rossore salirle sulle guance.
“Immagino che sia così che tu voglia guardarmi…”
“Quindi, ricapitolando, se io voglio, e dovrei essere un cretino a non volerlo, posso vederti tutte le notti, e averti qui accanto con me, fino all’alba?”
“Finché sarò uno spirito si, anche se non posso sempre essere… materiale.”
“Ho vinto la lotteria!” La strinse forte al petto. Quanto sarebbe potuta durare? Improvvisamente gli vennero in mente le questioni in sospeso.
“Lize, perché l’hai mandata da me? Cosa succede? L’ultima volta in ospedale, quando mi hai detto “noi abbiamo bisogno di te”, ti stavi riferendo a lei, vero?”
“Si, sono molto preoccupata per mia sorella. Di tutta la famiglia, è quella che ha accettato di meno la mia morte. Eravamo molto legate, anche se litigavamo spesso. E ora nella mia stessa scuola molti la scambiano per me, lei ne soffre. Ha anche paura che le succeda qualcosa di simile, a come sono morta io.”
“Capisco. Devo dirglielo, Caitlyn? Che io ti vedo, intendo.”
“Non lo so. Forse la spaventerebbe troppo, e lei ha bisogno di un amico, una persona di cui fidarsi. Per questo l’ho mandata da te.”
“Ok, resterà ancora il nostro segreto dunque.” Sbadigliò, improvvisamente molto stanco.
“Devi dormire. Tanto io resterò qui.” Si distesero, continuando a rimanere abbracciati.
Lui finalmente sereno chiuse gli occhi, certo che l’avrebbe ritrovata la sera seguente.
“Liam? Mi fai un altro favore?”
“Si?”
“Tagliati quella barba…”
Si addormentò con un sorriso, beato tra le braccia del suo fantasma preferito.

 

Si erano dati appuntamento ad un café nella zona pedonale. Avevano scelto un locale in pieno centro, perché stare in mezzo alla gente li avrebbe tranquillizzati rispetto all’argomento inverosimile che li accomunava.
“Perché volevi vedermi? Hai scoperto qualcosa?” gli chiese Lize mentre toglieva parte della schiuma dal suo cappuccino per assaporarla.
“No, nessuna novità. Volevo solo parlare con te. Magari così potrò capire quella scritta sul giornale, come posso aiutarti. Se è di aiuto che hai bisogno.” Stava mentendo, ma a fin di bene. Certo non poteva raccontarle la notte appena trascorsa.
“Aiuto? A meno che tu non riesca a resuscitare i morti, non credo tu possa aiutarmi, no.” Sospirò mesta, continuando a mescolare quello che era oramai un banale caffelatte sulla tazza.
Nemmeno immagini quanto vorrei avere quel potere, pensò Liam. Una vita intera alla luce del giorno, invece che una mezza vita al calar delle tenebre. Rigirò il bicchiere della sua coca cola facendo tintinnare il ghiaccio.
“Io credo… Forse voleva solo che io venissi da te e farti vedere che non sono lei.”
“Può essere, ma è anche vero che prima o poi ti avrei raggiunto. E da vicino mi sarei accorto subito che non le somigli poi molto.”
“Davvero non le somiglio?” Lize lo guardò negli occhi stavolta, sbigottita.
“No, affatto.”
“Oh” Lei tornò a fissare un punto indistinto lungo il viale fuori dalla vetrina.
Diamine Liam, se è una ragazza insicura, le stai proprio facendo un gran bene, complimenti! Cercò di rimediare in qualche modo.
“Non voglio dire che tu non sia carina, ecco… ma ho bene impresso il suo viso, non so nemmeno io come, e siete differenti. La statura, i capelli, il colore degli occhi.”
Lize arrossì imbarazzata.
Calò il silenzio tra di loro, ognuno immerso nei propri ricordi con la persona che più gli mancava.
Fu Liam a spezzare l’incantesimo. “Credo piuttosto che lei ti abbia scritto di cercarmi perché è preoccupata di qualcosa, e lei si fida di me. Si fidava, di me.”
“Non capisco però perché IO dovrei fidarmi di te!” disse in tono acido, alzando un po’ troppo la voce. Alcuni presenti girarono la testa verso il loro tavolo risentiti.
Liam la osservò stupito, non si aspettava una reazione così, un cambio repentino d’umore. Era sempre così quieta.
“Scusa…”
“Non importa.”
“Sono un po’ tesa. I miei genitori mi stanno mandando da uno strizzacervelli. Ho fatto la stupidaggine di dirgli che c’era uno che mi inseguiva per la città chiamandomi Caitlyn, e non ci hanno creduto. Mania di persecuzione, disturbo post-traumatico.”
“Mi spiace.” Altro che aiuto, l’aveva messa nei casini!
“E adesso sono ancora più assillanti con questa storia dei suicidi. Io non voglio ammazzarmi. Io vorrei solo riavere mia sorella…” Una piccola lacrima scivolò via veloce per fermarsi sullo zigomo.
“Sono preoccupati per te. Hanno già perso una figlia, non ne vogliono perdere un’altra.”
“Non capiscono un CAZZO!” La sua voce bassa era impregnata di cattiveria.
La coca cola andò di traverso a Liam. Ma che cavolo? No, la ragazza non sta affatto bene. Purtroppo aveva ragione Caitlyn a preoccuparsi.
“Scusa ancora.” Chinò il capo affranta. “A volte mi lascio prendere dalla rabbia.”
Prese la sua mano, immobile sopra il tavolo, sulla sua per rincuorarla.
“Lize, stai tranquilla. E’ un brutto periodo, ma passerà. So quello che dico, è successo anche a me, con la morte di mio padre. Avevo solo dieci anni.” Non è che sia passata del tutto, per la verità, pensò tra sé. Ma al momento altri pensieri affollavano la sua mente.
Lei trasse un lungo respiro, e con l’altra mano si tolse quella lacrima, prima che altre decidessero di raggiungerla.
“Sappi comunque che i genitori non capiscono un cazzo per tutta la vita” continuò lui. “Mia madre è ancora oggi assillante con me e lo sarà probabilmente fino alla tomba. I genitori sono fatti così.”
Lize sorrise a quella battuta. Uno di quei larghi sorrisi che le illuminavano gli occhi, allo stesso modo di Caitlyn, osservò Liam.
Ma non disse niente.

 

Una sera però Caitlyn si presentò con una novità.
“Liam, c’è qualcuno che deve parlarti. E’ qui fuori, in giardino. Dice di sapere cosa succede in città. E’ uno dei morti suicidi.”
“Un altro spirito che vuole il mio aiuto… Non può entrare?”
“Se non lo inviti tu, no.”
“Ma non erano i vampiri quelli?” Liam cercò il giubbino sotto la catasta di vestiti ammonticchiata in un angolo.
Caitlyn alzo le spalle, ridendo divertita. “C’è sempre un po’ di confusione in queste cose. E non conosco vampiri a cui chiederlo.”
“Eccomi, sono pronto. Consulente medianico al vostro servizio.”
“Ti sei tagliato la barba eh?” Gli passò una mano vellutata sulla guancia liscia.
“Già, è un periodo in cui dormo particolarmente bene, anche se dormo di meno.” Le strizzò l’occhio di rimando.
Lui prese le scale, lei attraversò il pavimento. Un brivido gli percorse la schiena scrutandola scendere fluttuante dal soffitto mentre lui arrivava all’ultimo scalino. No, non si sarebbe mai abituato a questo. Per fortuna sua madre e John dormivano, anche se probabilmente non potevano nemmeno vederla. Solo il loro legame era così forte.
Sul prato, appoggiato ad uno dei faggi che proteggevano la casa, c’era un giovane ragazzo in pigiama.
Ma la cosa che colpiva maggiormente era lo squarcio sanguinolento sul suo collo. Doveva essere Ian Green, l’adolescente che avevano trovato morto impiccato nella soffitta di casa. Anche qui non erano stati trovati motivi validi per quel gesto.
“Mi devi aiutare a trovarlo” gli chiese supplicante.
“Il tuo assassino?”
“No, il mio psicologo.”
Liam guardò Caitlyn. “Stiamo scherzando?!” Lei gli lanciò un’occhiataccia, per farlo stare zitto.
“E’ lui che mi ha indotto al suicidio, e non credo di essere l’unico. Credo ci sia lui dietro la scia mortale di questi ultimi mesi.”
“Se lo troviamo, non solo salveremo altri innocenti, ma anche Lize avrà un problema di meno” spiegò Caitlyn. “E a me interessa solo questo.”
Liam annuì, sarebbe stato un bel sollievo per tutti. “Hai detto psicologo, di cosa si occupa? Ha una specializzazione?”
“Adolescenti problematici, ragazzi disagiati, con problemi famigliari o di personalità.”
“E tu perché ci andavi? Se posso chiedere…”
“Ero gay.”
“Non lo sei più?” chiese Liam sconcertato.
“Ora sono morto…” gli rispose piccato il giovane Ian.
“Ah, si, giusto. Scusami. A volte dimentico davvero che… Scusa ancora.” E tu non sai più dove sei, diceva il nonno.
“Quindi… andavi da uno psicologo per problemi in famiglia? Non accettavano la tua condizione?”
“Si, mi ci ha costretto mio padre. Si vergognava. Ha anche nascosto questo particolare alla polizia, per evitare lo scandalo.”
“E secondo te come ha fatto questo medico a indurti al suicidio? Farmaci?”
“No, non prendevo nessuna medicina. Solo sedute di psicoterapia, di cui ricordo anche poco.”
Liam sbuffò. Non c’erano molti elementi su cui basare un’accusa. Nè come risolvere questo rompicapo.
“Ti giuro che non volevo morire. Volevo andarmene il prima possibile da questa città di merda, appena avessi finito l’ultimo anno, il prossimo giugno. Avevo già trovato un lavoro nella ditta di alcuni amici. Era tutto pronto!” Ian nascose il viso tra le mani e si mise a singhiozzare disperato.
Caitlyn si avvicinò per consolarlo. Poi si rivolse a Liam. “I ricordi sono ingarbugliati all’inizio. Ci vuole tempo perché riaffiorino tutti, soprattutto quelli del trapasso. Lui però, come me, può sentire il suo assassino.”
Liam rifletté per qualche istante. “Ok, allora possiamo rintracciarlo? Ian, riusciresti a portarci da lui? Al suo studio magari?”
Il ragazzo ci pensò su, vagando con i pensieri nei frammenti della sua vita passata. “Si, so dov’è. L’indirizzo e come arrivarci. Seguitemi.”
Camminò volando e in un paio di secondi era già due miglia più avanti.
Liam guardò Caitlyn un po’ spaventato. “Bene. E’ meglio se prendo l’auto. Tu tienilo d’occhio.”

 

Il cielo minacciava pioggia da un momento all’altro. Rombi di tuono si chiamavano da un angolo all’altro della vallata. Ogni tanto un lampo squarciava le nubi dense sopra le loro testa. Seguendo le indicazioni di Ian, spesso confuse, giunsero ad un quartiere commerciale della zona ovest. Negozi e uffici erano immersi nel buio della chiusura notturna. Solo qualche luce d’emergenza illuminava il piazzale, qualche vetrina e le entrate degli edifici.
“E’ qui, non so esattamente dove però.” Ian ispezionava i vari ingressi, cercando di ricordare quale avesse percorso solo poche settimane prima.
“Leggiamo le targhette dei citofoni, quanti psicologi ci potranno mai essere qui?” Liam si avvicinò all’androne principale e iniziò a scorrere le etichette ai campanelli.
“Eccolo!” esclamò Caitlyn che esaminava un’altra fila. “Blaine Prescott, psichiatra e neuropsichiatra. Non ce ne sono altri. E’ per forza lui.”
“Come facciamo ad entrare?” chiese Ian esitante.
“Oh, nessun problema. Porto sempre con me il mio grimaldello personale. Caitlyn?” La invitò con un inchino verso la porta blindata.
Ridacchiando, lei l’attraversò senza problemi. Uno scatto dall’interno aprì poi il pesante portone.
Finché salirono le scale, Liam le chiese a bassa voce: “Ma lui non riesce a passare attraverso le cose, come te?”
“Si che può” gli sussurrò lei. “Non ci ha ancora provato perché ancora non ha accettato la sua nuova condizione.”
Beh certo, pensò Liam. Come gli umani, neppure i fantasmi avevano il libretto d’istruzioni per quella vita non-vita.
Ugualmente entrarono nello studio medico al secondo piano.
“Riconosco il luogo. Io sedevo qui.” Ian indicò un divanetto verde, di fronte ad una poltrona di pelle marrone. “Che cosa cerchiamo?”
“Non lo so. I suoi appunti? Ci sarà un fascicolo delle sedute, immagino.” Liam aprì le ante di un enorme armadio in mogano.
All’interno uno schedario ordinato, con tutte le cartelline in ordine alfabetico. Non ci mise molto a trovare quella di Ian.
“Vediamo, ci sarà qualcosa.” La aprì sulla scrivania lì vicino, Caitlyn al suo fianco per leggerla assieme a lui.
“Uhm, qui dice che le tue erano sedute di ipnosi.”
“Può essere, non lo so” ammise Ian con voce stanca.
Caitlyn posò una mano sulla spalla di Liam. “E se l’avesse ipnotizzato anche per costringerlo a suicidarsi?”
“E’ possibile.”
Ian lanciò un urlo improvviso. “Lui era lì, ora lo vedo! Era lì vicino a me il bastardo! L’avevo fatto entrare io in casa, per giunta! I miei erano fuori ad una cena di lavoro. Mi ha preparato lui la corda appesa alla trave della soffitta!”
“Ma perché? E’ questo che non comprendo. Che interesse ne ha?” si domandò Liam.
“Il male non ha sempre bisogno di una spiegazione…” gli rispose Caitlyn riluttante.
Qualcosa sopra quella scrivania attrasse l’attenzione di Liam: un foglietto colorato rimovibile sopra un plico di cartelline simili, con scritta a penna la data di quel giorno e un orario, non più di mezz’ora fa.
Sovrappensiero sollevo il foglietto per leggere il nome dell’assistito sul fascicolo sottostante. Il cuore gli si gelò di colpo.
“Oh cazzo! Lize! Questa è la sua cartella! E’ una sua paziente!”
Caitlyn osservò con orrore quello stesso foglietto. “Stasera? Che succede stasera?!”
“Non lo so.” Aprì il dossier e scorse tutti i fogli con furia. C’erano le relazioni di ogni appuntamento, anche per lei sedute di ipnosi. Gli appunti sulla morte di Caitlyn, sulla mania persecutoria di essere seguita da un uomo, sulla paura di finire vittima di uno stupro come la sorella, sulla sua mancanza di identità personale, il cui sviluppo era fermo a causa del lutto.
E poi una considerazione finale, che suonava alquanto dubbia: “Da terminare”.
“Non mi piace, non mi piace per niente…” Caitlyn lo guardò disperata.
Liam annuì. “Dobbiamo trovare Lize, subito!”

 

Pioveva a dirotto ora e Liam faticava a seguire la strada con l’auto a quella velocità. Ma non voleva assolutamente rallentare, la vita di Lize era in pericolo. Correvano lungo la statale che portava fuori dalla città, il leggera discesa dalla collina.
“Il suo cellulare è spento, al telefono di casa non mi risponde nessuno. Sei sicuro che stiamo andando nella direzione giusta?” chiese ad Ian seduto dietro nell’abitacolo.
“Si, io sento la presenza del dottor Prescott, ci stiamo avvicinando. E non sarà molto distante da lei, vorrà vederla quando…” Lasciò la frase in sospeso, conscio della sofferenza negli occhi di Caitlyn.
All’improvviso le luci anteriori illuminarono un ostacolo al centro della carreggiata. Liam spinse a fondo il pedale del freno, e contemporaneamente suonò il clacson a più riprese. Non sarebbe riuscito a fermarsi in tempo, non col fondale così bagnato e le gomme datate. Iniziò a sbandare proprio per la perdita di aderenza. Man mano che si avvicinavano, l’oggetto prendeva la fisionomia di un essere umano, finché Caitlyn non urlò con terrore. “E’ Lize! Fermati!”
“Oh cazzo…”
Liam non poté far altro che sterzare tutto a destra, per tentare di passarle di fianco, ma perse il controllo dei veicolo.
Da quella parte il pendio digradava veloce verso il greto del torrente. L’auto sfondò il guard rail e si lanciò in una folle corsa giù verso la valle.
“Come mio padre…”
Per la prima volta dopo tanto tempo sentì proprio la voce di suo padre giungere da lontano. “Si Liam, ho dovuto scegliere la cosa giusta. Non volevo lasciarti solo, mi spiace. Però non potevo ammazzare un innocente. Voi non l’avete trovata, ma io quella sera ho evitato di investire una bambina piccola, scappata di casa. Anche tu hai fatto la cosa giusta.”
E’ così che doveva finire dunque? Era arrivata la sua ora? Guardò Caitlyn per l’ultima volta.
Pochi istanti e l’impatto fu devastante. Uno schianto di lamiere e alberi, finiti poi con fragore sulle rocce che costeggiavano le acque rese torbide dalla pioggia scosciante.
Liam avvertì un dolore acuto, buio e poi una luce accecante. Provò una strana sensazione, come se tutte le sue molecole si disgregassero nel nulla, per poi ricompattarsi in un formicolio. Si risvegliò disteso a terra, tra le braccia di Caitlyn.
“Cosa diamine era quello??” Batté più volte le palpebre, faticando a mettere a fuoco.
“Ti ho fatto passare nel regno dei morti e poi di nuovo in quello dei vivi. Era l’unico modo per salvarti.”
Sospirò atterrito. Questo era davvero troppo. “Ok… me lo spiegherai un’altra volta. Non c’è tempo per le questioni filosofiche.”
Si alzò in piedi, le gambe ancora tremanti dallo spavento, ma incredibilmente sollevato di essere ancora vivo.
“Ma dov’è Lize?!”

 

Risalirono il pendio e uscirono dalla vegetazione: la strada era deserta, nessuna traccia della ragazza. Anche Ian si era volatilizzato nel nulla. La pioggia scendeva meno copiosa ora e si potevano distinguere sull’asfalto i segni scuri della durissima frenata dell’auto.
Chiamarono Lize a gran voce, ma nessuna risposta o rumore.
“Se è sotto ipnosi, non ci darà comunque ascolto” disse Caitlyn.
“Dobbiamo trovarla, io vado a nord, era rivolta da quella parte. Tu vai a sud, non si sa mai che abbia cambiato direzione. Il primo che la trova…” Già, come potevano comunicare a distanza?
“Se la trovi, io lo saprò e tornerò indietro. Se invece la trovo io, tornerò comunque indietro a prenderti.”
Liam annuì, cercando di non pensare al viaggio interdimensionale di poco prima.
Si separarono. Liam iniziò a correre, nonostante il fisico affaticato. Svoltato il primo tornante, la vide in lontananza, un miglio più avanti. Continuava a camminare lungo la statale, in centro alla carreggiata, seguendo la linea tratteggiata nel mezzo. Ciondolava stancamente, come se fosse trascinata da un’energia superiore.
Caitlyn comparve al suo fianco.
“Come facciamo Liam?”
“La sollevo di peso, se necessario. Muoviamoci!”
Dal fondo della statale più a valle comparvero i potenti fanali e le luci perimetrali di un autocarro. Il rimorchio doveva essere vuoto, perché correva per oltre il limite di velocità. Non si sarebbe fermato e nemmeno poteva sterzare per evitarla, non ce l’avrebbe fatta.
“Cristo!” Liam correva a perdifiato per raggiungerla, ma non sarebbe mai giunto in tempo. “Caitlyn fa qualcosa!”
“Non posso… è mia sorella. Non ci riesco con lei!” Lo guardò atterrita e poi sparì. La rivide vicino a Lize che cercava in tutte le maniere di ottenere la sua attenzione, di spingerla fuori dalla traiettoria del veicolo in arrivo. La sorella era insensibile sia alla voce che alla forza di Caitlyn. Nulla sembrava spostarla dal proprio intento mortale.
L’articolato aveva suonato le trombe un paio di volte, ma Lize proseguiva incurante per il suo percorso.
All’ultimo secondo, ricomparve il fantasma di Ian che si avvinghiò alla ragazza, trascinandola a terra sul ciglio della strada.
Quando finalmente Liam li raggiunse, c’era solo il corpo di Lize, rannicchiata e bagnata fradicia. Ma tutta intera.
“Lize, tutto bene?” Le toccò una spalla delicatamente.
“Non sono Lize…” La voce baritonale che gli rispose era quella di Ian, decisamente incazzato. Gli occhi di Lize rivolti all’indietro e la bocca contratta in un ghigno diabolico.
Oh cazzo, peggio del film L’esorcista! “Ma che cavolo Ian!”
“Era l’unica maniera per bloccare l’ipnosi.” Si rialzò in piedi.
“Ah si, ti credo. Ora per cortesia, vuoi lasciarla libera?”
“No, mi serve. Devo vendicarmi!”
“Non puoi impossessarti del corpo di mia sorella. Lei è innocente. Vattene!” gridò Caitlyn disperata.
“Lasciala andare Ian!” Liam cercò di strattonarlo, ma non poteva colpirlo.
Non poteva colpire lei.

 

“Prescott! Lo so che sei qui. Non puoi nasconderti. Sento il tuo odore, putrida feccia.”
Ian vagava tra la strada e la vegetazione limitrofa. Sradicava alberi, sollevava massi e li lanciava all’interno del bosco. Aveva una forza sovrumana, ma era il corpo di Lize quello che stava usando. “Esci fuori, canaglia!”
Liam cercava di impedirglielo, ma era inamovibile come un enorme blocco d’acciaio.
Caitlyn gli svolazzava intorno, cercando di scacciare lo spirito invasore e salvare sua sorella. Ian la colpiva forte e la scaraventava lontana. Lei imperterrita tornava all’attacco, ma ogni tentativo era vano.
“Ma perché cavolo Lize non si sveglia?” chiese Liam esasperato.
“E’ ancora sotto ipnosi. Solo chi l’ha provocata, può riportarla al presente…” gli rispose Caitlyn con voce stanca.
Finché Ian sparì nel buio della boscaglia e ne ritornò fuori trascinando a terra un uomo per il bavero della giacca.
“Il dottor Prescott, presumo.” Era un omuncolo basso e grassoccio, piuttosto insignificante nell’aspetto. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo responsabile di quella strage di innocenti, pensò Liam. “Risvegli Lize, se vuole salva la vita.”
“Chi sei tu? E cosa è successo alla ragazza?” Il medico fissò incredulo la sua paziente che lo guardava con gli occhi vuoti e la bocca contratta in una smorfia.
“Io sono Ian, Ian Green, ti ricordi? Il ragazzo che hai fatto impiccare nella sua soffitta di casa.”
“Non è possibile…” L’uomo strisciò all’indietro, impaurito.
“Oh si che lo è. I morti tornano indietro a pareggiare i conti, non lo sapevi?”
“Io non ho fatto niente…”
“Come osi? Mi hai costretto a morire. Io non volevo morire!” Ian urlò con tutta la sua rabbia.
“No, non sono stato io… ” rispose il dottore con convinzione. “Hai fatto tutto da solo. Al mondo sopravvivono solo i più forti, sei tu che hai deciso di toglierti la vita. Perché sei un debole. Perché sapevi che avresti avuto una vita difficile. Non volevi affrontarla. E allora meglio così, il mondo non ha bisogno di te!” concluse con un sibilo.
“E neanche di te!” Ian afferrò l’uomo e iniziò a colpirlo. L’altro cercò di difendersi contro quella furia implacabile.
Liam li seguiva da vicino, incapace di intervenire.
Giunsero terribilmente vicino al guard rail nel punto panoramico, a strapiombo sulla parete ripida della collina. In un urlo, Ian si lanciò giù portandosi dietro il suo assassino.
Liam riuscì ad afferrare Lize per un braccio e a trattenerla aggrappandosi ad un ramo lì vicino, mentre gli altri due, spirito e carne, rotolarono giù. Si sentirono solo le grida di aiuto del medico. Poi un tonfo sordo mise fine a quella battaglia. In un mugolio dolorante, Lize si destò allora dal suo lungo sonno. Si ritrovò abbracciata a Liam, in bilico su quella fronda precaria che spuntava dalla roccia. Sotto di loro il nulla.
Liam fece forza su quell’appiglio per aiutarla a risalire sulla strada.
Stava per muoversi di lì anche lui, quando il ramo cedette all’improvviso.
“Oddio! Liaaaaaaam!” Le grida di Caitlyn si persero nel vuoto.
Lize era svenuta incurante della tragedia.

 

Il pulsare del suo cuore era amplificato dal sonoro dell’elettrocardiogramma vicino al letto. Non sentiva dolore, e nemmeno l’odore di disinfettante che in genere gli dava la nausea. Lontano un rumore di zoccoli degli infermieri in corsia. Aprì gli occhi debolmente. Liam riconobbe la scarna stanza dell’ospedale.
“Accidenti, di nuovo qui…”
“Come ti senti?” Caitlyn era seduta sul letto, allungò una mano verso la sua.
“Sto bene.” Liam chiuse gli occhi sospirando. Come l’avrebbe spiegata stavolta ai suoi?
“Davvero stai bene?” La sua voce sembrava alquanto divertita.
“Si, tutto sommato si, credevo peggio… sono volato giù per una scarpata e non sento nulla. Devono avermi imbottito di farmaci.”
Caitlyn si lasciò andare ad una risata sommessa.
“Che hai da ridere?” Liam riaprì gli occhi alquanto offeso. In fondo al letto però vide quattro piedi, due vicini e due più distanziati. Sbatté più volte le palpebre, temendo un problema alla vista, ma i quattro piedi erano ancora lì. Provò a muoverli, ma solo due agitavano le loro punte.
“Ma? Cosa?” Continuava a muovere le gambe, per lo meno questo era quello che comandava al suo cervello. Ma quelle che si spostavano erano sopra le lenzuola, ancora macchiate del fango e dell’erba della boscaglia. Si guardò le mani: un paio rimasero ancorate al materasso, infilzate dagli aghi della flebo e del sensore del monitor. Quelle che osservava erano un altro paio, leggermente trasparenti. “Sono morto?”
“No, non sei morto. Sei nel limbo, la tua anima è indecisa tra la vita e la morte.”
Ci pensò solo un lunghissimo secondo. “Beh, io so cosa voglio…”
La attirò verso di sé in un lungo bacio, diverso da tutti quelli che si erano concessi finora. Fra spiriti funzionava meglio.
“Ti devo chiedere un favore, Liam.”
“Uhm…” La baciò nuovamente. Erano finalmente della stessa sostanza.
“Non era questo il favore che volevo…” sorrise scostandosi da lui. “Devi rimanere per proteggere Lize.” Questa volta era seria.
Sapeva che doveva farlo, se teneva a Caitlyn. Prima ancora di risponderle, sentì l’anima ancorarsi di nuovo al corpo con uno schianto profondo, una caduta all’indietro della sua anima. E iniziò a sentire un dolore lancinante alle costole e all’anca. Le fasciature strette gli mozzavano il respiro e i movimenti. No, non stava mica tanto bene.
Sbuffò sofferente. “Quasi quasi era meglio morire…”
Caitlyn si sdraiò al suo fianco, leggera come una nuvola. Lui girò la testa per poterla guardare in viso.
“Mi prometti che le starai vicino? Almeno finché non sarà fuori pericolo.”
Liam annuì appena. “Lei è come te. Eppure è diversa da te.”
“Lo so.” Lei abbassò gli occhi e continuò a voce più bassa. “Non te ne vorrò Liam se sceglierai lei, ancora viva.”
Un velo di malinconia attraversava quelle parole, una lotta tra due amori distinti, quello fraterno e quello del cuore.
“Dio Caitlyn, perché non ci siamo conosciuti prima?!”
Lo strinse improvvisamente, così forte che gemette per il dolore.
Piano piano poi lo lasciò, si era dissolta tra le sue braccia. Del suo passaggio rimaneva solo l’intenso profumo di Iris.
Un nuovo giorno era iniziato là fuori.
Questa volta però si sarebbero rivisti al tramonto.

 

Lize gli aveva chiesto di accompagnarla alla tomba di sua sorella, appena si fosse rimesso.
In ospedale Liam ci era rimasto solo una settimana, il tempo di accertarsi di avere solo due costole incrinate e di dover portare un busto ortopedico per almeno un mese.
La polizia gli aveva fatto solo un paio di domande sull’accaduto. Aveva raccontato di essere preoccupato per la ragazza e che la stava cercando in giro per la città, ma di averla incontrata su quella strada per puro caso. Nessuno dubitò di quella versione.
“Avevano già prove sufficienti per chiudere l’indagine” gli stava spiegando Lize. “Mio padre aveva installato delle videocamere di sicurezza, senza dirmi nulla. Sulle registrazioni si vede il signor Prescott arrivare a casa, io che gli apro la porta e poi lo seguo senza oppormi. Però non ricordo proprio nulla di quella notte.”
“Ti aveva ipnotizzato. Faceva così con tutte le sue vittime.”
“Hanno trovato che tutti gli ultimi suicidi erano merito suo. Tutti suoi pazienti, con problemi diversi.” Era ancora visibilmente molto scossa da quella vicenda.
“Avrei potuto morire quella notte…” Iniziò a piangere e singhiozzare.
“Vieni qui.” Liam l’abbracciò, per quanto il busto gli consentisse. “Va tutto bene. E’ finita, davvero. Non devi più avere paura di nulla.”
“Mi hai salvato la vita.”
Lui scosse la testa, negando. “Caitlyn ti ha salvato, lo ha fatto anche con me.” E stava proprio dicendo la verità.
Si asciugò le lacrime, respirando a fondo.
“Tu credi che lei sia qui intorno?” gli chiese.
“Beh, qualcuno l’ha messa quella scritta sul giornale. E io credo… che l’amore, qualsiasi tipo d’amore, non si possa spezzare con la morte.”
“Si, mi piace pensarlo.” Si chinò per mettere nel vaso il nuovo mazzo di rose bianche al posto di quelle oramai appassite.
La foto sorridente di Caitlyn nella lapide sembrava splendere più che mai.
“Dimenticavo! Ho una cosa per te. L’ho trovato a casa.” Rimestò nella sua borsa a tracolla e ci tirò fuori un pesante quaderno rilegato in pelle color pervinca.
“E’ il diario di Caitlyn. Ricordo che cercavo sempre di rubarglielo per leggerlo. Ho rimesso a posto la mia stanza e l’ho trovato. Quella furbacchiona l’aveva nascosto proprio in camera mia!” Sorrise divertita.
Liam la guardò con aria interrogativa mentre glielo consegnava.
“Lei… scriveva di te.”
Guardò stupefatto l’oggetto tra le sue mani, senza osare aprirlo.
“Cosa poteva mai scrivere di me?!”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

Note:

Nemmeno questo racconto è conclusivo della storia, non me ne vogliate. Quando ho scritto il primo pezzo credevo di terminare lì, nonostante qualche lettrice mi avesse chiesto un proseguo. L’anno seguente però, nello stesso periodo ai primi freddi, hanno iniziato a vorticarmi in testa alcune immagini e la sensazione che questi due meritassero una seconda occasione. Eh, io sono una fanatica delle seconde occasioni! Mentre scrivevo il secondo racconto, iniziava a delinearsi un altro personaggio, Lize, la sorella di Caitlyn, e ho lasciato da parte un po’ di appunti per questo terzo racconto e probabilmente pure un quarto. In realtà non so più dire dove mi porteranno questi due, li lascio andare a briglia sciolta e vediamo cosa ne verrà fuori. Un po’ di ispirazione mi arriva dalle canzoni dei Seether, i quali secondo me non sarebbero nemmeno tanto contenti di saperlo! L’assenza di zucchero nella mia dieta ha fatto sì che tutto lo zucchero finisse dentro questa storia! Altro che horror! 😀
Non li ritengo nemmeno i migliori racconti che ho scritto, il linguaggio è semplice, c’è parecchio dialogo, il carattere dei personaggi andrebbe approfondito, sicuramente manca un editing professionale (i poveri beta lettori si lasciano così prendere dalle vicende che i refusi me li devo trovare da sola, a volte anche l’anno successivo!) Ma è questo il punto: io mi diverto a scriverli e loro si divertono a leggerli. Nulla di più.

 

Avevo deciso che avrei ucciso mio marito. Lo amavo troppo.
Oh, non ero gelosa e per la verità non me ne aveva nemmeno mai dato motivo: mai uno sguardo fuori posto verso le altre donne, nessun profumo sui suoi vestiti che non fosse esclusivamente il mio, mai un contrasto o un litigio che offuscasse la nostra vita coniugale.
Ero una moglie davvero fortunata, non avrei potuto trovare un marito migliore e così devoto.
Per questo avevo così paura di perderlo da un momento all’altro. Un incidente d’auto, una rapina finita male, una malattia improvvisa potevano rovinare il nostro dolce idillio e io come avrei potuto gestire tutto quel dolore? Così i miei giorni si consumavano nell’ansia, da quando lo vedevo partire al mattino verso il lavoro in città, a quando mi telefonava durante la pausa pranzo per rassicurarmi che tutto andava bene, a quando rientrava per cena la sera, lungo la tortuosa statale che lo riportava tra le mie braccia.
Vendeva polizze, sulla casa, sulla professione, sulla vita. I suoi clienti erano per lo più imprenditori e negozianti, che dovevano proteggere famiglie e aziende dagli imprevisti del futuro. Era molto bravo e potevamo condurre un’esistenza agiata: una villetta in collina, un’automobile ciascuno, una settimana sulla neve e quindici giorni di villeggiatura sulla costa ogni anno. Nessun lusso ma non ci mancava nulla, davvero.
Avrei anche potuto permettermi di non lavorare, ma avevo accettato di occuparmi della signora Cecilia Thompson, l’anziana vicina che abitava un paio di miglia più a nord sulla nostra stessa strada. Se il tempo lo consentiva la raggiungevo a piedi, tranne quando me ne andavo in paese a far provviste per entrambi. Sorda e ostinata non voleva saperne di vivere con i figli nella capitale. Io invece non riuscivo a immaginare la mia vita da vedova solitaria in questa zona sperduta. Non fosse stato per mio marito Alfred non ci sarei mai venuta.
Ma lo amavo troppo e questo era il nostro piccolo paradiso. E piuttosto che vivere in continua attesa di una catastrofe sul nostro amore, avrei stabilito io dove e quando ci saremmo detti addio. Ora dovevo solo decidere come lo avrei ucciso.

 

La nostra ultima giornata insieme iniziò normalmente con la colazione al primo mattino, anche se avevo preparato di buon ora il ciambellone alle more che gli piaceva tanto. Con tanto amore.
“Martha, è sublime come sempre!” esclamò tagliandosene un’altra fetta.
Sorrisi compiaciuta.
“Quest’oggi devo vedere il signor Pruit. Spero proprio di poter chiudere il contratto con lui. E’ una cifra considerevole in commissioni…” Guardava il soffitto perso nei propri calcoli.
“Sono certa che andrà bene” dissi.
“Se così sarà, verrai a pesca con me domenica?”
“No, ma ti preparerò un altro ciambellone da portarti appresso. Io ti aspetterò qui al ritorno.” Ci provava sempre, ma io proprio non capivo come gli uomini potessero passare ore immobili in attesa di un pesce.
“Non dimenticarti le tue pastiglie caro…”
Gliele porsi. “Ecco, tieni. Mentre queste sono le mie.”
Alfred aveva un lieve scompenso cardiaco, dovuto alla pressione alta, un difetto ereditato dal padre.
Al contrario io avevo bisogno delle vitamine e del ginseng per avere la forza di affrontare le mie paure e non finire immobile in poltrona a fissare il vuoto.
“Grazie tesoro!” Le ingoiò bevendo il succo d’arancia. Si alzò dalla sedia, prese sottobraccio il suo giornale del giorno prima e mi salutò con un bacio.
“Ci vediamo stasera.”
Lo avrei ricordato per sempre così.

 

Non è facile per una donna uccidere un uomo senza lasciare tracce, ancora meno il proprio marito, perché in questi casi il primo sospettato è lo stesso coniuge. Per questo non avevo tralasciato nessun dettaglio.
Recuperai il cellulare di mio marito dal cassetto dove l’avevo nascosto. Alfred non controlla mai la sua valigetta prima di uscire.
Poco dopo le nove, mi chiamò dal suo ufficio.
“Martha, ho di nuovo dimenticato il telefonino a casa, vero?”
“Si caro, l’ho appena trovato. E’ qui sul mobile in ingresso.”
“Scusami. Ti dispiace accenderlo e rispondere se qualcuno mi cerca? Io ti richiamo più tardi, appena ho terminato gli appuntamenti della mattinata.”
“Certo caro, non preoccuparti. Nel caso dico di cercarti in ufficio nel pomeriggio.”
“Ti adoro.”
“Anch’io.” Chiusi la conversazione sulla linea fissa e lascia il suo cellulare lì dove stava, spento. Non era il caso di informare il gestore della rete dei movimenti di mio marito quel giorno.
Presi la mia auto e mi recai giù in paese per qualche commissione. Pagai la bolletta della corrente elettrica per la signora Thompson all’ufficio postale e acquistai il pane fresco per entrambi. Quando passai davanti al negozio caccia e pesca di Jimmy mi venne in mente che stavo dimenticando l’elemento più importante.
Al banco non trovai il solito sorriso sornione di Jimmy, il poveretto stava passando tutto l’inverno a letto con un fastidioso problema all’anca. Ad accogliermi fu una giovane donna, sicuramente la sorella che aveva temporaneamente sospeso gli studi all’università per aiutarlo con gli affari.
Avevo sentito dire dal panettiere che da quando c’era lei le vendite erano addirittura triplicate. Cacciatori e pescatori non s’erano mai dati tanto da fare. Era in effetti molto più appariscente di come me l’aveva descritta Alfred…
“Buongiorno, cosa posso servirle?”
“Veleno” dissi dando sostanza ai miei pensieri. “Veleno per topi.”
“Dunque, di solito funziona bene questo…” Si spostò di due scaffali prendendo un barattolo. “Ecco.”
“No, questo l’abbiamo già provato senza risultato. Sono topi belli grossi” dissi con convinzione. “Ratti che stanno infestando la legnaia della mia vicina.”
“Uhm, non si potrebbe perché questo è davvero pericoloso… ma è il più potente che abbiamo.” Aprì un armadietto e ne estrasse una scatolina di latta. “Ne basta poco, deve usare guanti e mascherina, mi raccomando!”
“Certo, se ne occuperà mio marito nel fine settimana. Metta pure in conto a Alfred Wesson.”
La scatolina le cadde rumorosamente sul pavimento e si chinò per raccoglierla.
Quanto tornò in piedi, era arrossita in volto. “Mi scusi.”
Passò il codice a barre sul lettore per registrare l’acquisto.
“Così lei è la moglie di Alfred? Gli dica che sono arrivate le nuove esche, quelle che aveva ordinato.”
Mi consegnò la busta di carta con la merce.
“Certo, non mancherò.”
Magari dopo che sarà morto, pensai.

 

“Ciao Judy. Sei in ritardo oggi.”
La voce della signora Thompson giunse lamentosa dal salottino.
“Ciao mamma, un po’ di traffico.”
Non era una buona giornata quando mi scambiava per la figlia, ma avevo imparato che era inutile tentare di ricordarle chi ero. Molto più salutare per tutti recitare la parte. Se ne stava seduta sulla sua poltrona di fronte alla finestra, ancora in vestaglia. Passava lì quasi tutte le sue giornate. In rari casi mi chiedeva di accompagnarla a passeggiare nei dintorni. Doveva esserci un bel sole e l’aria tiepida, altrimenti non c’era modo di convincerla ad uscire.
“Sento il profumo del pane caldo.” Mi sorrise infantile.
Presi una pagnotta dal sacchetto e gliela misi in grembo. La aprì e iniziò a mangiarne solo la mollica, come i bambini. La felicità semplice negli occhi.
L’indomani si sarebbe lamentata di aver avuto solo croste per cena e me ne avrebbe data la colpa. Quando c’erano, le compravo solo morbidi panini al latte, i suoi preferiti. Le portavo anche della marmellata di lamponi, quest’anno era stata una stagione ricca per i nostri boschi e ne avevo preparata in gran quantità.
“Ho preso anche il veleno per i topi” dissi mentre le riordinavo la cucina.
“Quali topi?” parlò a bocca piena. “Non ci sono topi qui…”
“Nella legnaia.”
“Quale legnaia? Judy, noi non abbiamo una legnaia! Cosa ce ne faremmo di una legnaia qui in città, in pieno centro poi? Non essere ridicola!”
Ecco come si riduce una donna per amore. Sospirai e uscii per andare al capanno, per organizzare la dolce morte dei topi che prima o poi sarebbero arrivati in dispensa. Non era colpa sua, la signora Thompson non soffriva di demenza senile. Aveva perso la memoria logorandosi in attesa del marito. Era scappato con i soldi e un’altra donna, e lei preferiva non ricordarselo. Io invece volevo conservare intatti e immacolati i miei bei ricordi.
Proprio come la dispensa.

 

Stavo preparando il ripieno del mio celebre polpettone di pollo, con l’aggiunta del mio ingrediente segreto, quando suonò il telefono di casa. Corsi velocemente all’apparecchio all’ingresso per rispondere, sperando fosse Alfred. Era in ritardo di mezz’ora, forse un cliente l’aveva trattenuto più del dovuto.
“Ciao tesoro, com’è andata la tua giornata?”
“Abbastanza bene. La signora Thompson oggi era un po’ smemorata, così ho pranzato con lei, per assicurarmi non si dimenticasse anche di mangiare.”
“Hai fatto bene. C’è stata qualche chiamata al mio telefonino?”
“No caro, è rimasto muto per tutta la mattina. Ma ho l’impressione che ci sia poco segnale oggi. Magari il temporale dell’altra notte ha danneggiato nuovamente l’antenna della zona.” Osservai il cellulare ancora spento davanti a me. L’avrei acceso solo al suo rientro, quando avrei sentito l’auto giungere nel vialetto.
“Com’è andata col signor Pruit? Sei riuscito a convincerlo sull’assicurazione?”
“Purtroppo no.” Sospirò affranto prima di proseguire. “Vuole altro tempo per valutare le mie condizioni. E presumo anche altre polizze della concorrenza.”
“Mi spiace tanto caro. Se ti consola, sto preparando il tuo polpettone preferito per questa sera.”
“Oh, bontà di donna! Grazie, ne ho proprio bisogno. Ho un cerchio alla testa da stamattina. E quel tuo polpettone resuscita i morti.”
Questo non lo farà, pensai amaramente.
“Ti devo solo chiedere un favore: puoi rientrare prima? Oggi la caldaia non funziona bene, non riesco ad avere l’acqua calda. Sono andata a vedere il pannello, mi sembra tutto a posto, ma sai che non capisco nulla di queste cose. E l’ultima volta ho chiamato il tecnico per nulla, gli è bastato girare una manopola.”
“Certo cara, tanto pensavo anch’io di terminare un paio di pratiche e poi partire. Sono davvero stanco oggi.”
Lo salutai e tornai a preparare la cena. Tutto il resto era già pronto.
Quando rientrò dal lavoro, aveva l’aria visibilmente sconvolta, il viso contrito dal dolore fisico, ma non mi negò il solito sorriso e un bacio sulla guancia.
“Possiamo lasciare la caldaia per dopo? Ho una fame tremenda.”
Avevo già apparecchiato per noi due e il polpettone era in caldo nel forno, in attesa.
Lo portai in tavola e glielo affidai. Se ne porzionò una bella fetta dalla teglia e se la mise nel piatto. Si protese verso il mio posto, ma negai con il capo.
“Non mangi nulla tesoro?”
“No caro, ho un po’ di mal di stomaco stasera. Mangia pure tu. Io mi farò una tisana più tardi.”
“Oh, mi dispiace tanto. Ha un profumo così delizioso…”
Non resistette a lungo con la forchetta in aria. Gustò a lungo il primo boccone, ad occhi chiusi.
“Delizioso davvero…”

 

Era stata una faticaccia.
Sollevarlo e caricarlo sul carrello per le piante. Poi sollevarlo nuovamente e sederlo in auto, dal lato del passeggero.
Guidare all’imbrunire a luci spente, perché nessuno da lontano potesse vedere il bagliore attraverso il bosco.
E poi sollevarlo una terza volta, spostarlo sul sedile del guidatore.
Sedermici sopra, accendere l’auto e lasciarla andare lentamente ma senza controllo lungo la discesa, diretta verso il letto del torrente. Proprio come avevo visto fare in quel film del venerdì sera, non ricordo il titolo.
Giunta oramai in velocità sul ponte l’auto non fece fatica a rompere le vecchie barriere arrugginite. Avevamo chiesto più volte all’amministrazione di metterle in sicurezza, adesso se ne sarebbero convinti. Fu un bel tonfo in acqua, il fiume in quel periodo era in piena. L’auto proseguì la sua corsa sobbalzando tra le rocce, diretta a valle. L’ultimo viaggio del mio amore eterno.
Tornai indietro a piedi, senza nemmeno usare la torcia che mi ero portata appresso. Conoscevo così bene oramai la strada e una fioca luna apparve a illuminare il mio cammino.
A casa sistemai la tavola, il suo piatto divenne il mio, dove avevo mangiato quella sera in attesa di mio marito in ritardo.
Mi feci una doccia e mi cambiai completamente, per essere certa di non avere tracce di qualsiasi natura addosso.
Alle undici finalmente chiamai il vicino distretto di polizia. Casualmente mi rispose Walter, uno degli amici di pesca di Alfred.
Non dovetti fingere di essere agitata, perché in fondo lo ero davvero. Non capitava tutti i giorni di ammazzare il proprio marito.
Dissi solo che ero preoccupata, perché non era rientrato, aveva dimenticato il cellulare e non sapevo dove fosse.
“Martha, sono sicura non sia accaduto nulla di grave. Sai che noi dobbiamo attendere almeno ventiquattr’ore prima di far scattare l’allarme e le ricerche. Aspettiamo ancora qualche ora. Poi ti assicuro che esco personalmente a cercarlo.”
Richiamai alle tre e la mancanza di sonno mi fece apparire molto più che spaventata.
“Ok, chiamo un paio di ragazzi e andiamo a controllare la strada, fin giù all’ufficio dove lavora.”
Stavo sonnecchiando sul divano, senza realmente dormire, quando bussarono alla porta alle cinque del mattino.
“L’abbiamo trovato Martha.” Il suo sguardo severo e mortificato non aveva bisogno di spiegazioni.
Mi abbandonai al dolore, finalmente.

 

Tornarono l’indomani nel pomeriggio, per accompagnarmi in centrale per il riconoscimento del corpo.
Mentre stavo salendo gli scalini dell’entrata, mi passò accanto la sorella di Jimmy che stava uscendo e per un attimo mi fissò. Uno sguardo feroce, che non poteva però nascondere due occhi rossi quanto i miei.
Aveva pianto, molto e disperatamente. Mi chiesi per chi. Era forse successo qualcosa di brutto anche al fratello?
Sentii anche che portava il mio stesso profumo, quello speciale che Alfred aveva fatto confezionare per me. Non lo avevo spruzzato quella mattina, presa da mille pensieri per gli ultimi accadimenti. E ora lo distinguevo chiaramente anche se sapevo che era impossibile: quella fragranza era unica. Forse la stanchezza di quei giorni mi stava presentando il conto.
Mi fecero vedere Alfred, disteso in un lettino e coperto da un lenzuolo, solo per qualche secondo: il viso rivelava una serenità che non gli avevo mai visto in vita.
Davanti alla scrivania, l’ispettore mi fece poi qualche domanda.
“L’auto recuperata dal fiume non presenta segni di altra collisione se non con il parapetto del ponte. E sull’asfalto non ci sono segni di frenata. C’erano motivi che ti lasciano pensare ad un suicidio Martha? Aveva problemi col lavoro?”
“No, lo escluderei. Era stressato si, ma stava molto meglio da quando ci siamo trasferiti qui.”
“Problemi finanziari?”
“Non credo, no. So solo che aveva messo via del denaro per il nostro futuro, degli investimenti sicuri diceva. Ma non conosco i particolari. In banca comunque non siamo mai stati scoperti, che io sappia.”
“Problemi di salute? Stiamo cercando il suo medico di riferimento, ma è fuori città per un convegno.”
“Prendeva le pastiglie per la pressione alta, problemi cardiovascolari congeniti. Ma era sotto controllo per questo.”
“Beh, procederemo all’autopsia nei prossimi giorni, per accertare le cause effettive del decesso. Un malore alla guida o magari”, e mi guardò fisso negli occhi, “qualche sostanza letale nel sangue. Di questi tempi, non si può mai sapere.”
Non avrebbero trovato nessuna traccia di veleno. Solo un eccesso di eccitanti che avevano mandato in corto circuito il suo debole cuore. Le sue pastiglie le gettavo nello scarico del gabinetto, da mesi prendeva le mie, stessa dimensione e colore. Quel giorno poi avevo aggiunto qualcosina in più al ciambellone, con tanto amore. La gente ignora la potenza dei rimedi erboristici.

 

Stavo preparando le valigie per trasferirmi da mio fratello nell’assolato sud, quando suonarono alla porta.
Accostai le tendine per guardare di sotto. L’auto della polizia ferma davanti casa.
Aprii sperando di potermela cavare con qualche quisquilia burocratica dell’ultimo minuto.
Ma l’espressione dell’ispettore e del suo collega non promettevano nulla di buono.
Li feci accomodare in salotto, mentre gli preparavo un caffè e qualche pasticcino.
“Martha, verrò subito al punto” iniziò grave dopo aver poggiato la tazzina nuovamente sul tavolino.
“La morte di Alfred, così accidentale e prematura, ha destato qualche sospetto. In questi casi, non viene fatta l’autopsia solo al corpo, ma anche al veicolo. E la prima cosa che hanno notato i nostri è stato un vano contenitore sotto il sedile del guidatore, ben camuffato, a prima vista invisibile.”
Ricordai che l’auto di Alfred era uscita nuova nuova dal concessionario, quindi doveva averlo aggiunto lui, era piuttosto bravo nel bricolage. Ma ignoravo a cosa potesse servirgli e perché non me l’avesse detto. Forse l’aveva solo dimenticato.
“C’era un cellulare dentro, ancora acceso” continuò l’ispettore cercando di valutare la mia espressione. “Un secondo numero a lui intestato, attivo da circa sei mesi. Nessun messaggio, nessuna foto e il registro delle chiamate pulito. Ma la compagnia telefonica ci ha fornito i tabulati completi. E gli spostamenti, di cella in cella.”
Il mio cuore aveva smesso di battere.
“Presupponendo che il cellulare sia rimasto nello stesso luogo, cioè dentro l’auto per tutta la giornata, risultano il tragitto del mattino e vari percorsi in città, proprio nelle zone dei clienti che ha visto Alfred quel giorno. Ma risulta anche che lui è tornato qui, perché da questa cella ha inviato un messaggio a qualcuno, confermando di essere rientrato a casa prima e di non chiamarlo.”
Il mio cuore si stava sgretolando sotto i pesanti colpi della verità.
“Abbiamo sentito anche questa persona, ovviamente. Una storia che andava avanti da un po’. Le aveva promesso di divorziare e trasferirsi.” Si fermò per un istante ad osservarmi. “Hai qualcosa da dire in merito Martha?”
Rimasi in silenzio fissando i disegni del tappeto sotto i miei piedi.
“Capisco. Avrai modo di consultare un avvocato prima della deposizione. C’è un’altra cosa. Abbiamo ricostruito la vostra situazione finanziaria. Alfred aveva sottoscritto una bella polizza sulla vita, di cui tu sei l’unica beneficiaria.”
Si alzò in piedi. “Ma ovviamente non c’è alcun premio se la morte è avvenuta per omicidio.”
Mi aiutò ad alzarmi e ad infilarmi il soprabito.
Uscii accompagnata dal suo collega poliziotto, mentre l’ispettore chiudeva e sigillava la casa.
Mi accomodai poi sul sedile posteriore della volante, niente manette. Almeno per ora.
“Ti teniamo da noi al distretto per qualche giorno, così potrai partecipare al funerale di Alfred. Poi dovremo portarti in città, davanti al giudice per le indagini preliminari.” Mi guardò tramite lo specchietto retrovisore. “Qualche domanda?”
Sospirai rimirando il vuoto. “Chi è Alfred?”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

L’incipit di questa storia è nato circa un mese fa nel bel mezzo della lettura di “È ricca, la sposo e l’ammazzo”, antologia di racconti di Jack Ritchie pubblicata da Marcos y Marcos (dal racconto, che dà il titolo al libro, è stato tratto il famoso film con Elaine May e Walter Matthau, imperdibile!). Poi la trama si è sviluppata piano piano nella mia testa. Il finale è arrivato con la lettura di “La vittima dell’anno”, un’altra raccolta sempre di Jack Ritchie. Una vera scoperta questo autore (di cui ringrazio la scrittrice Sandra Faè 😉 ): i suoi racconti sono effervescenti, arguti, mai scontati, spesso con un piglio comico che te li fa apprezzare maggiormente. Spero che Marcos y Marcos ristampi anche le vecchie pubblicazioni, non le trovo nemmeno nei mercatini dell’usato.
Forse proprio per la sua influenza, mi sono figurata un’ambientazione di periferia americana, un po’ degli anni Sessanta, con le auto di quell’epoca, nonostante ci sia di mezzo un cellulare, innovazione dei nostri giorni. Ho cercato di smussare un po’ questa mia visione, ma non so se ci sono riuscita del tutto. La storia comanda, l’autore risponde.
E poi mi sono lasciata trasportare. L’ho scritto con amore, con tanto amore. 😉

 

Non posso stare ferma, devo continuare a camminare anche se l’aria inizia a farsi calda e pesante. Il nemico è sulle mie tracce, potrebbe essere a pochi chilometri dietro di me. Oppure vicinissimo, nascosto tra le fronde di questo bosco impervio, in attesa del momento migliore per afferrarmi.
Aumento il passo, anche se il percorso inizia a salire e la fatica aumenta. I muscoli si tendono nello sforzo, il cuore accelera il suo battito sicuro, il respiro si fa più forte e riesco a tenere il ritmo senza problemi. Procedo spedita sempre più in alto, solitaria nel mio percorso ondivago tra le montagne, nessun aiuto vicino e niente rinforzi in caso di bisogno.
La frescura degli alberi che mi aveva coccolato fino a pochi minuti fa si trasforma in una terribile cappa d’umidità. Un rivolo di sudore scende lungo la mia schiena. I vestiti intrisi aderiscono alla mia pelle in maniera fastidiosa. Devo reintegrare i liquidi, se non voglio svenire per la disidratazione. Proseguo incessante la mia fuga, mentre bevo dalla mia fedele borraccia. Acqua fresca che entra in circolo nel mio corpo come una scarica d’energia supplementare.
Nelle orecchie l’eco di tamburi lontani, immaginari, che mi aiutano a incedere sicura lungo il cammino. Cerco di concentrarmi nell’andatura per non sprecare alcun movimento e resistere alla fatica più a lungo possibile, il tempo di mettermi in salvo.
E poi lo sento, un rumore netto alle mie spalle, qualcosa di metallico che mi avvisa del pericolo imminente. Correre, devo correre a più non posso. Ora, subito. Davanti a me si apre una vallata scoperta, in discesa certo, ma molto più rischiosa perché mi lascia completamente alla vista del mio inseguitore, ovunque si trovi.
Dall’altra parte della conca mi aspettano ancora rocce adamantine da scalare, o forse un rifugio temporaneo per nascondermi e riprendere fiato.
Mi lancio nella corsa come se non ci fosse un domani, perché potrebbe davvero non esserci. Quando lotti per la vita non ci sono scuse: devi chiamare all’appello tutte le energie, fisiche e mentali, mai vacillare nel dubbio, ma sempre avanti con tenacia e fede.
Man mano che la stanchezza aumenta, i pensieri si mescolano veloci in una completa entropia di immagini e suoni, cose che avrei voluto fare, cose che forse farò, cose che potrebbero cessare di esistere all’istante, fino a lasciare il cervello completamente sgombro, nel vuoto necessario alla sopravvivenza.
La vista si annebbia, le sagome intorno a me perdono i loro contorni distinti per assumere forme vaghe. Luci e ombre si intervallano in una sequenza indistinta. Forse sono già nel bardo (*) e la mia coscienza vaga nei ricordi di un’esistenza al limite. Nella mia prossima vita voglio essere un’aquila, per vedere il mondo dall’alto come è concesso a pochi esseri fortunati. Io in fondo non lo sono stata.
I polpacci imprecano pietà, diventando sempre più rigidi ad ogni falcata. Il cuore sembra voler esplodere dentro la cassa toracica, i polmoni sembrano ardere in un incendio che divampa in ogni fibra del mio corpo.
Avverto improvvisamente il terreno cedere sotto i miei piedi, come se la Terra si fermasse di colpo.
STACK.

 

“Di nuovo!! Non è possibile! Ma che diamine ha questo aggeggio?” Mi alzo dal tappeto in plastica morto sotto il mio peso, aggrappandomi alle sponde. Guardo il display muto e tento di rianimarlo pigiando dei tasti a caso. “Ci doveva essere un motivo per un tapis roulant scontato dell’80%… Non è stata proprio un’idea brillante. E’ la terza volta che fa saltare l’impianto elettrico! Venti minuti appena di corsa… Non avrò smaltito nemmeno la fetta di Clafoutis che mi sono concessa a pranzo! Maledizione!!”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

3650 battute spazi inclusi,
tutte le parole del contest Racconti da spiaggia presenti, anche le impreviste,
scritto in due ore
e potete anche dire che l’ho scritto con i piedi, mentre mi allenavo! 😀

 

(*)  Il bardo è lo stato della mente dopo la morte, è lo stadio intermedio, quando la coscienza viene separata dal corpo. Il bardo rappresenta lo stato tra la vita passata e quella futura. Nel bardo, la mente acquisisce un corpo mentale simile a quello del sogno ed ha il potere di raggiungere qualsiasi luogo, in qualsiasi momento senza alcun ostacolo. La durata massima dello stato del bardo è di 49 giorni, ma in qualsiasi momento la coscienza può assumere una nuova vita, in uno dei sei reami descritti nel Buddismo. Questo dipende dal karma delle vite passate e soprattutto da quello della vita precedente. La vita nel bardo è fatta di sofferenze, sia per la non accettazione della propria morte, sia per l’attaccamento a se stessi, alla famiglia, agli amici, ai propri averi, ecc.
Fonte: Tibetan Medicine Education center

 

Foto originale “Rise of the Tomb Raider: The Game I Need” di BagoGames
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