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Racconti e poesie

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“Siamo arrivati signorina. Le prendo i bagagli.”
Scendo dal taxi un po’ frastornata. Sono partita col primo volo disponibile dopo essere uscita dall’ufficio, tutte le mie cose stipate in un minuscolo trolley.
Sono tornata a casa, anche se questa non è proprio casa mia, io sono cresciuta nell’edificio a fianco. Da quando mamma non c’è più, ci abita una giovane famiglia con due bambini piccoli.
Guardo la mia destinazione, illuminata appena dal lampione stradale: in fondo ad un giardino tristemente incolto, scorgo la grande finestra da dove mi osservavano tutte le mattine quando mi recavo a scuola. Non pensavo che zia Mela e zia Effa mi facessero questo scherzo.
Se ne sono andate insieme, a poche ore di distanza una dall’altra, come se avessero pianificato anche quell’ultimo viaggio. Nemmeno il tempo di salutarle davvero.
E poi la sorpresa di essere convocata dal loro legale, nonché esecutore testamentario. Tutto, mi hanno lasciato tutto: queste mura, tutto quel che contengono, i ricordi di due vite meravigliose, magicamente intrecciate con la mia. Pure una discreta somma in banca, con la quale potrei vivere di rendita fino alla pensione. Mi hanno dato la libertà.
“Ma sui tempi e i modi ho disposizioni precise” mi aveva detto serio l’avvocato. Così eccomi qui, a pochi giorni dal Natale, di nuovo di fronte a questa porta massiccia. Infilo la vecchia chiave nella toppa arrugginita e riesco a farle fare due scatti con molto sforzo. Con un cigolio l’anta si apre. Mi volto indietro: è parecchio tardi e sono tutti al caldo nei propri sogni.
Cerco l’interruttore alla mia destra: la luce è ancora allacciata. Lentamente salgo in cima alle scale e mi dirigo verso la camera dove tante notti ho dormito anch’io con zia Mela, perché zia Effa russava troppo. Sembrava il motore di un vecchio frigorifero a causa delle pastiglie che prendeva per l’ansia. “Lei si rilassa, a noi ci manda matti!” diceva zia Mela arrabbiata.
Il letto è già pronto per la notte: la mia coperta preferita, le lenzuola pulite, il mio cuscino ricamato. Nemmeno l’avessero lasciato qui ad attendermi. Mi abbandono stanca in questa mia culla, sentendo ancora il profumo di lavanda del bucato fresco. Uno spiffero d’aria mi accarezza i capelli.

(continua…)

 

Segui tutto il racconto Smemoranda e Serenase, un giorno alla volta: calendario del racconto

Un altro Halloween, un altro racconto della storia di Liam e Caitlyn, il terzo di quella che sta diventando oramai una serie, contro ogni mia previsione. Se avete perso le puntate precedenti, le potere leggere qui: La storia di Liam e Caitlyn

 

Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.

 

Decisamente Liam si era perso, ma non capiva più in quale dei due mondi. Dall’ultima notte di Halloween, quella in cui aveva seriamente rischiato la vita e solo l’intervento di Caitlyn l’aveva salvato, aveva iniziato a vederla ovunque, anche di giorno.
All’inizio pensava di sognare ad occhi aperti, di immaginarla come doveva essere stata da viva, mentre passeggiava in centro, quando usciva da un negozio o saliva sull’autobus, vestita come le altre ragazze della sua età, un jeans e una maglietta, sorridente e leggiadra, i suoi capelli splendenti di luce dorata ai raggi del sole.
In fondo quando sei innamorato non fai che vedere l’oggetto del tuo sentimento ad ogni angolo di strada, cercandolo in ogni sconosciuta che stai osservando da lontano con il filtro dell’amore. Poi ti avvicini e l’incanto si scioglie miseramente alla vista recuperata, solo poche volte di fronte a te compare proprio colei che desideri.
Un briciolo di razionalità ricordava invece a Liam che no, non era possibile che quella fosse davvero Caitlyn tornata dal regno dei morti. Anche se la vedeva toccare gli altri passanti, ringraziare la commessa quando le dava la busta con gli acquisti o indispettirsi con il conducente per il ritardo mentre gli porgeva il biglietto.
Le allucinazioni si susseguivano anche la notte, quando il sonno inquieto lo svegliava sudato e ansimante nella penombra della sua camera da letto. Caitlyn lo attendeva lì vicino, vestita del suo abito bianco macchiato, uscita dagli stessi incubi di morte e sangue che l’avevano disturbato. Seduta sulla poltrona o in piedi davanti alla finestra, pallidamente illuminata dal lontano lampione della strada, lo osservava con aria mesta. Cercava di consolarlo con un sussurro. “Dormi Liam, va tutto bene, stai tranquillo.”
Altre volte si avvicinava preoccupata a lui senza dire nulla, per poi svanire in un battito di ciglia quando Liam allungava una mano per toccarla. Difficilmente riusciva a riaddormentarsi, attendeva l’alba fissando il vuoto.
Gli studi al college stavano rallentando a causa di questa sua ossessione, concentrarsi sui libri e sugli esami diventava difficile con la mente stanca e provata dalla situazione. Aveva anche provato a stordirsi di alcool e canne insieme al suo compagno di stanza al campus, peggiorando il risultato con visioni notturne ancora più evanescenti.
Quando poteva, si prendeva una pausa dalle lezioni, riempiva la valigia e tornava in famiglia per il weekend.
Questa volta era stato lo stesso professor Haynes, il suo tutore nonché grande amico del suo defunto nonno, a spedirlo a casa preoccupato per la sua salute. “Stai andando bene ragazzo, non ti rovinare la carriera proprio adesso. Concediti più tempo.”
Rivedere il posto dove si erano incontrati e conosciuti, la città dov’era vissuta, la collina dov’era sepolta, dove il suo spirito forse ancora dimorava lo rendeva terribilmente triste. Lì poi le allucinazioni si susseguivano continue e sembravano molto più reali.
Tuttavia ogni tanto sentiva il bisogno di tornare a casa, un richiamo irresistibile.
Come se solo in quel luogo il suo cuore fosse davvero vicino a quello dei lei.

 

Il gorgoglio arrabbiato dello stomaco lo ridestò da un sonno profondo. Con fatica emerse dalle coperte per guardare il led dell’orologio lì a fianco. Le cifre erano completamente sballate: è vero che non ricordava molto del viaggio in auto, soprattutto dopo quella dormita da oltretomba senza tormenti, ma gli sembrava di essere tornato a casa alla stessa ora. Scostò la tenda leggera e scrutò i colori all’esterno, che stavano scurendo piano piano. O stava scendendo la notte, e lui aveva dormito davvero pochissimo, o nuvole cariche di pioggia stavano ricoprendo il cielo.
Si trascinò fuori dal letto alla ricerca del cellulare, ancora sepolto dentro lo zaino. Lo trovò defunto, nemmeno si accendeva.
Lo collegò al connettore di carica sopra la scrivania. Fece una veloce puntata al bagno: lo specchio per la prima volta gli restituì una faccia abbastanza riposata, le occhiaie erano diminuite. Si cambiò e scese per la colazione. O la cena.
“Buongiorno!” Sua madre stava bevendo il tè davanti ad una rivista femminile. “Hai fame?”
“Uhm” mugugnò Liam, aprendo il frigorifero.
“Se vuoi ci sono dei pancake fatti stamattina.”
Li trovò, e anche lo sciroppo d’acero. Li mise a scaldare e versò anche per sé una tazza di tè bollente.
“Perché non mi hai svegliato prima?”
“Perché quando sei arrivato ieri sera avevi un’aria stravolta, pallido come un fantasma.”
Alla parola fantasma, Liam sentì un brivido rizzargli i capelli sulla nuca.
Coperse i pancake del liquido ambrato e iniziò a mangiare con foga.
“E quella barba? Che novità è?”
Liam si strinse nelle spalle. Non aveva fatto in tempo a radersi per un paio di lezioni del mattino presto, e poi non gliene era più importato nulla. L’aveva lasciata crescere.
“Non ti starebbe nemmeno male, ma dovresti tenerla più curata.” Sua madre sospirò.
Girò un’altra pagina della rivista, osservandolo di sottecchi.
“Quanto ti fermi questa volta?”
“Il professore ha detto che posso rimanere anche un mese, due se salto la prima sessione e vado direttamente alla seconda, ma non lo so. Vedremo.”
“Sei in anticipo sugli esami, non possiamo pretendere di più. Vogliamo solo che tu stia bene.”
Liam afferrò il giornale sul tavolo per troncare la conversazione.
In prima pagina si analizzavano le strane circostanze delle morti di giovani adolescenti dell’ultimo trimestre. Riconobbe un nome tra quelli citati. “Ma Lee Shrugg, il figlio del proprietario del negozio di scarpe vicino al municipio?”
“Proprio lui.”
“Beh, non aveva tutte le rotelle a posto…”
“Liam!”
“Si, lo so, detto da me fa proprio ridere.” Lo doveva riconoscere: visto da fuori era un caso patologico pure lui. “No mamma, quello se ne andava in giro con l’accendino e minacciava di dare fuoco alla gente, anche con i clienti alla cassa. Certo, finire così però, bruciato dentro l’auto. Strano scherzo del destino.”
“Uhm, pare siano tutti suicidi, incidenti volutamente provocati. Nessun indizio però su cosa li abbia spinti a tanto. Nessun motivo apparente.”
“Per quanto stupido me lo ricordi, Lee non si sarebbe tolto la vita.” Liam scosse la testa scettico.
“L’ultimo era il nipote di una mia buona cliente. Mi sto occupando della sua attività, fatturazione, assistenza fiscale, perché la famiglia è distrutta… Non aveva dato alcun segno. La polizia brancola nel buio.”
Sua madre gli posò la mano sull’avambraccio, fissandolo negli occhi.
“Non farmi scherzi Liam, davvero. Se ci sono problemi, parliamone.”
“Nessun problema, tranquilla mamma.” Cercò il suo miglior sorriso, anche se era parecchio fuori allenamento. Da un paio di mesi almeno.
Se solo avesse saputo.

 

La tranquillità durò ben poco. Aveva cercato di non uscire di casa, di rilassarsi nella quiete casalinga tra televisione e fumetti, per evitare le strane apparizioni diurne, finché anche quelle notturne gli concedevano tregua.
Ma doveva passare al supermercato per conto di sua madre, e perché buona parte del frigorifero l’aveva svuotata lui, e poi al magazzino di elettronica del suo amico Joen per un saluto. Lo trovò che stava spostando le nuove lavatrici da mettere in vendita.
“Ehi fratello, come stai?” Si abbracciarono con una pacca sulla spalla.
“Bene, tu?”
“Insomma. Sono inchiodato qui da quando mio padre si è fratturato il piede. Sono indietro di due esami, ma poteva andare peggio. La sera quando rientro a casa, mia madre e mia sorella sono isteriche. Non le invidio. Il vecchio è già insopportabile quando si muove e lavora, figurati adesso inchiodato alla poltrona a lamentarsi tutto il giorno.”
“Eh già, vedo che te la passi proprio male…” gli rispose Liam spostando lo sguardo verso una giovane commessa che stava mostrando l’ultimo modello di iphone ad un signore di mezza età, molto più interessato alla sua procace scollatura.
“Nah, è mia cugina.”
“Che peccato!” esclamò Liam ridendo.
“Lo so” rispose Joen a denti stretti. “Ma la mandano qui perché così la tengo d’occhio dopo scuola. Mio zio è preoccupato per tutti quegli strani incidenti tra i ragazzi in questo ultimo periodo. E’ convinto sia un nuovo tipo di droga che stanno provando qui in zona.”
“Ah si, ne ho letto sui giornali. Sembrano tutti suicidi voluti però.”
“Non lo sanno. E finché non trovano qualcosa di concreto, tutti hanno paura di tutto. Diavolo e fantasmi compresi.”
I fantasmi non sono cattivi, avrebbe voluto ribattere Liam, ne conosco uno molto carino.
“Comunque se vuoi venire anche tu qui, ad aiutarmi come baby sitter… Credo di potermi fidare” aggiunse Joen ammiccando.
Liam spostò nuovamente la vista sulla ragazza, china su un basso ripiano alla ricerca di qualcosa per il cliente, che intanto osservava attento il suo posteriore. “Uhm, non dovresti. Ma no, grazie. Sono pure un pessimo venditore!”
Mezz’ora più tardi, fermo in auto al semaforo rosso, stava scorrendo le ultime notifiche sul cellulare, quando qualcosa sullo sfondo del suo campo visivo attrasse la sua attenzione. Una chioma bionda splendente tra i passanti sulle strisce pedonali.
Si bloccò, tornò a cercarla, era sull’altro marciapiede. La ragazza si voltò per salutare un’amica e Liam la riconobbe, la sua Caitlyn.
Allo scattare del verde, cambiò bruscamente direzione svoltando a sinistra e innervosendo l’automobilista dietro di lui. Cercò velocemente un posto dove parcheggiare, adocchiando in continuazione gli spostamenti della capigliatura dorata lungo la via.
Questa volta non doveva farsela scappare, era deciso ad andare fino in fondo.
Lasciò l’auto nel primo varco disponibile e si lanciò all’inseguimento della sua preda, cercando di confondersi tra le altre persone. Non voleva raggiungerla, ma solo sapere dove andava, scoprire chi, o cosa, fosse.
Quasi si sentisse osservata, si girò di colpo e Liam non fece in tempo a voltarsi o nascondersi dietro uno dei lampioni.
Si guardarono per un secondo, poi lei iniziò a correre stringendo con forza la borsa a tracolla. Alla fine del viale con un balzo salì sull’autobus poco prima che le porte si chiudessero.
L’aveva persa, di nuovo.
Sconsolato, tornò indietro alla sua auto. Un foglietto sventolava sul parabrezza, fermato dal tergicristalli.
Una multa, perfetto! Non vengono mai da queste parti, oggi invece si. Grande!
Alla fine decise di recarsi in quel luogo che stava evitando da un po’. Si fermò dal fiorista per prendere un mazzo di rose bianche fresche, candide e immacolate. Varcò il cancello e percorse il viottolo per arrivare da lei, davanti alla sua lapide.
“Non mi sto divertendo Caitlyn. Davvero, se almeno mi vuoi un po’ di bene, aiutami a capire.”
Sistemò i fiori sul vaso, togliendo delle vecchie margherite. Chissà cosa pensavano i famigliari di quelle rose bianche lasciate da uno sconosciuto sulla tomba della figlia.
A volte veniva qui e il primo pensiero era di riservarsi un posto qui accanto a lei, invece che nella cripta di famiglia dall’altra parte del cimitero. C’era spazio lì sulla collina e c’era anche una bella vista. Non l’avrebbe lasciata sola. E il nonno non si sarebbe dispiaciuto della sua assenza.
Quella stessa notte tornò ad avere strani incubi. Erano insieme, distesi sull’erba all’imbrunire e si stavano baciando. Baci ardenti, le mani che non smettevano di toccarsi, accarezzarsi. I corpi che ansimanti chiedevano di più. Lei che gli tirava i capelli con passione, lui che esplorava il profumo dei suoi seni, per poi scendere giù verso il basso. Ma qualcosa di caldo e umido gli si appiccicava al viso. Scostandosi si vedeva le mani sporche di sangue e Caitlyn svaniva in una larga pozza rossa.
Si svegliò di soprassalto, mettendosi seduto nel letto. Respirò a fondo, gli sembrava di non avere abbastanza ossigeno in corpo.
Vide Caitlyn in un angolo della sua camera, con la testa china al pavimento. La sentì solo sussurrare.
“Liam, smettila di torturarti. Lasciati andare.”
Ma lasciarsi andare a che cosa?

 

Un trillo lontano lo fece riemergere da un sonno finalmente quieto che l’aveva accolto alle prime luci dell’alba. Liam estrasse la testa da sotto il cuscino per capire da dove provenisse il suono. Era il campanello di casa, ma sua madre e John erano già al lavoro da un pezzo. Sbuffò, non aveva proprio voglia di alzarsi dopo l’ennesima notte agitata. E’ importante, gli disse una vocina nella testa.
S’infilò i pantaloni della tuta e la felpa recuperata dalla valigia ancora disfatta sul pavimento e scese al pian terreno incespicando sui propri piedi. Agli ultimi scalini si ritrovò con un tonfo con il sedere per terra, adesso ben sveglio.
“Accidenti…” Il campanello trillava senza tregua. “Arrivo! Per la miseria!”
Anche se fosse stato del tutto vigile, non sarebbe mai stato preparato a ciò che vide aprendo la porta: Caitlyn, nella sua allucinazione diurna, jeans sdruciti al ginocchio, un paio di converse rosse, una maglietta scura e un giubbottino di finta pelle.
Lo stupore e il panico colsero entrambi. Il timido sorriso che Liam aveva scorto per un attimo si gelò sul viso della ragazza.
Osservandola attentamente così da vicino poté notare piccole differenze: i suoi capelli erano leggermente più scuri, con una lieve sfumatura di rame. Anche gli occhi non erano dell’intenso azzurro cobalto di quelli di Caitlyn, ma grigi con qualche striatura cerulea. E non ne era sicuro, ma sembrava anche un paio di centimetri più bassa.
“Tu non sei Caitlyn…” Per la prima volta si sentì solo.
Lei indietreggiò di un passo intimorita.
“Scusa, non volevo spaventarti, davvero.” Se non era Caitlyn, le assomigliava però moltissimo.
“No… è tutto a posto. Ehm… tu sei Liam?”
“Si, sono io. Chi sei?” Era davvero curioso adesso.
“Mi chiamo Lize. Lize Adair, sono la sorella minore di Caitlyn.”
Che stupido! Aveva due sorelle più piccole, lei glielo aveva detto. Perché non ci aveva mai pensato?
“Io ho trovato questo a casa pochi giorni fa.” Gli porse un giornale spiegazzato, con al centro una scritta con un pennarello rosso: “Cerca Liam Runnels”.
La guardò aspettando ulteriori dettagli. Chi poteva mai averla messa sulla sua strada?
“Io… lo so che mi darai della pazza, ma questa è la scrittura di mia sorella. Non c’è una spiegazione logica, lo so bene, continuo a ripetermelo da giorni. Eppure questa”, e indicò il foglio tra le mani di Liam, “è proprio lei!”
Ah, ecco. Se sei un fantasma e hai bisogno di comunicare qualcosa di urgente, senza farlo apparire vecchio, l’unica maniera è scriverlo su un quotidiano, con data e ora stampate.
“Non ne capivo il senso, fino a quando non hai aperto la porta. E sei proprio tu… scusa se sono scappata tutte le volte che mi trovati in città, ma mi facevi paura. Sai com’è morta mia sorella?”
Solo in quel momento comprese l’assurdità del proprio comportamento. Era proprio uno stupido! Sua sorella era morta dopo essere stata rapita e violentata da un perfetto sconosciuto. Per forza quando la chiamava, Lize era scappata ogni volta. Che idiota.
“Mi spiace, non volevo spaventarti. Da lontano sembravi proprio lei. Credevo di vedere… un fantasma.”
“Conoscevi bene Caitlyn?” Lize si riavvicinò di pochi centimetri, segno che era tranquilla ora.
Conosco Caitlyn, avrebbe voluto rispondere. Per lui era più viva che mai. Si limitò invece ad un cenno del capo silenzioso.
“Eri… il suo ragazzo?”
Preso alla sprovvista, Liam si sentì avvampare fino alla radice dei capelli. “No, no.”
“Però ti piaceva” concluse Lize con un largo sorriso.
Caspita, quanto le assomiglia. La maniera in cui muove le labbra è la stessa, pensò lui con una fitta al cuore.
Guardò nuovamente il quotidiano che teneva tra le mani. “Forse voleva che tu mi cercassi per scoprire che non sono un pericolo per te.”
“Allora tu mi credi? Che quella è la scrittura di Caitlyn?”
“Oh si, su questo ti credo.”
Lei era ancora qui, cercava di comunicare con loro. Le allucinazioni diurne avevano trovato un senso, forse anche quelle notturne non erano uno scherzo della sua mente. Voleva davvero crederci. Doveva sempre attendere Halloween per poterla incontrare di nuovo? Sperava proprio di no.

 

Erano le due di notte, c’era un silenzio assoluto sia fuori che dentro casa e Liam disteso a letto stava ancora leggendo alla pallida luce della lampada sopra la mensola. Aveva fatto scorta di fumetti e riviste nell’edicola del signor Jones ed era intenzionato a rimanere sveglio. Per la verità, la stava aspettando. Non aveva nessuna certezza che sarebbe comparsa, eppure una vocina nella testa gli diceva che sarebbe arrivata. Quella scritta sul giornale era una prova importante per lui.
Sorrise quando chino sul bordo del letto per prendere un altro fumetto dal pavimento si ritrovò a fissare l’orlo del suo vestito bianco.
Non dubitò nemmeno per un istante che lei fosse davvero lì. Profumava di Iris, come la prima volta che si erano visti.
E quando allungò il braccio per toccarla, sotto la sua mano lei era solida più che mai.
Si abbracciarono a lungo, senza proferire nessuna parola. Per un po’ comunicarono solo con lievi carezze, le dita che scorrevano sopra il tessuto fine dell’abito candido o giocavano con i bottoni della sua camicia blu, sospiri soffocati tra i suoi capelli biondi o nascosti nell’incavo del suo collo.
La sentì ridacchiare mentre strofinava delicata il suo naso sulla sua barba ispida.
“E questa cos’è?” gli chiese all’orecchio.
“E’ colpa tua…”
Si scostò da lui e lo guardò divertita. “Colpa mia?”
“Certo, non mi fai dormire per tutta la notte da un bel po’ di tempo, e al mattino sono sempre stanco e di fretta!”
“Mi spiace…” lo accarezzò di nuovo sulla guancia. “Non sono io a portarti gli incubi. Ma sono sempre stata qui, cercando di calmarti. E’ che tu non mi stavi ad ascoltare. E mi sembrava di fare peggio.”
“Non credevo che tu fossi davvero qui, non in una notte qualunque. Senza che fosse Halloween intendo.”
“Oh, ad Halloween è più semplice perché le persone sono ben disposte ad entrare in contatto con noi. Ma gli spiriti sono sempre presenti intorno agli umani.”
Per un attimo Liam ripensò a suo nonno, che diceva di vedere la sua defunta moglie tutte le sere. L’avevano chiamato pazzo, a quanto pare non lo era affatto. Solo molto innamorato, questo lo ricordava bene.
“Era stata Lize a mettermi fuori strada. Ero convinto di avere allucinazioni anche di giorno.”
“Non puoi vedermi di giorno.”
“E perché mai?”
“La morte è una lunga notte per me. Così io sono visibile solo nel buio. Però ti sono sempre vicina Liam, in ogni momento. Sei tu che non riesci a vedermi.”
“Come mai questa sera la tua gonna è completamente pulita, senza macchie, senza sangue?” le chiese curioso.
Sebbene pallida come al solito, vide un lieve accenno di rossore salirle sulle guance.
“Immagino che sia così che tu voglia guardarmi…”
“Quindi, ricapitolando, se io voglio, e dovrei essere un cretino a non volerlo, posso vederti tutte le notti, e averti qui accanto con me, fino all’alba?”
“Finché sarò uno spirito si, anche se non posso sempre essere… materiale.”
“Ho vinto la lotteria!” La strinse forte al petto. Quanto sarebbe potuta durare? Improvvisamente gli vennero in mente le questioni in sospeso.
“Lize, perché l’hai mandata da me? Cosa succede? L’ultima volta in ospedale, quando mi hai detto “noi abbiamo bisogno di te”, ti stavi riferendo a lei, vero?”
“Si, sono molto preoccupata per mia sorella. Di tutta la famiglia, è quella che ha accettato di meno la mia morte. Eravamo molto legate, anche se litigavamo spesso. E ora nella mia stessa scuola molti la scambiano per me, lei ne soffre. Ha anche paura che le succeda qualcosa di simile, a come sono morta io.”
“Capisco. Devo dirglielo, Caitlyn? Che io ti vedo, intendo.”
“Non lo so. Forse la spaventerebbe troppo, e lei ha bisogno di un amico, una persona di cui fidarsi. Per questo l’ho mandata da te.”
“Ok, resterà ancora il nostro segreto dunque.” Sbadigliò, improvvisamente molto stanco.
“Devi dormire. Tanto io resterò qui.” Si distesero, continuando a rimanere abbracciati.
Lui finalmente sereno chiuse gli occhi, certo che l’avrebbe ritrovata la sera seguente.
“Liam? Mi fai un altro favore?”
“Si?”
“Tagliati quella barba…”
Si addormentò con un sorriso, beato tra le braccia del suo fantasma preferito.

 

Si erano dati appuntamento ad un café nella zona pedonale. Avevano scelto un locale in pieno centro, perché stare in mezzo alla gente li avrebbe tranquillizzati rispetto all’argomento inverosimile che li accomunava.
“Perché volevi vedermi? Hai scoperto qualcosa?” gli chiese Lize mentre toglieva parte della schiuma dal suo cappuccino per assaporarla.
“No, nessuna novità. Volevo solo parlare con te. Magari così potrò capire quella scritta sul giornale, come posso aiutarti. Se è di aiuto che hai bisogno.” Stava mentendo, ma a fin di bene. Certo non poteva raccontarle la notte appena trascorsa.
“Aiuto? A meno che tu non riesca a resuscitare i morti, non credo tu possa aiutarmi, no.” Sospirò mesta, continuando a mescolare quello che era oramai un banale caffelatte sulla tazza.
Nemmeno immagini quanto vorrei avere quel potere, pensò Liam. Una vita intera alla luce del giorno, invece che una mezza vita al calar delle tenebre. Rigirò il bicchiere della sua coca cola facendo tintinnare il ghiaccio.
“Io credo… Forse voleva solo che io venissi da te e farti vedere che non sono lei.”
“Può essere, ma è anche vero che prima o poi ti avrei raggiunto. E da vicino mi sarei accorto subito che non le somigli poi molto.”
“Davvero non le somiglio?” Lize lo guardò negli occhi stavolta, sbigottita.
“No, affatto.”
“Oh” Lei tornò a fissare un punto indistinto lungo il viale fuori dalla vetrina.
Diamine Liam, se è una ragazza insicura, le stai proprio facendo un gran bene, complimenti! Cercò di rimediare in qualche modo.
“Non voglio dire che tu non sia carina, ecco… ma ho bene impresso il suo viso, non so nemmeno io come, e siete differenti. La statura, i capelli, il colore degli occhi.”
Lize arrossì imbarazzata.
Calò il silenzio tra di loro, ognuno immerso nei propri ricordi con la persona che più gli mancava.
Fu Liam a spezzare l’incantesimo. “Credo piuttosto che lei ti abbia scritto di cercarmi perché è preoccupata di qualcosa, e lei si fida di me. Si fidava, di me.”
“Non capisco però perché IO dovrei fidarmi di te!” disse in tono acido, alzando un po’ troppo la voce. Alcuni presenti girarono la testa verso il loro tavolo risentiti.
Liam la osservò stupito, non si aspettava una reazione così, un cambio repentino d’umore. Era sempre così quieta.
“Scusa…”
“Non importa.”
“Sono un po’ tesa. I miei genitori mi stanno mandando da uno strizzacervelli. Ho fatto la stupidaggine di dirgli che c’era uno che mi inseguiva per la città chiamandomi Caitlyn, e non ci hanno creduto. Mania di persecuzione, disturbo post-traumatico.”
“Mi spiace.” Altro che aiuto, l’aveva messa nei casini!
“E adesso sono ancora più assillanti con questa storia dei suicidi. Io non voglio ammazzarmi. Io vorrei solo riavere mia sorella…” Una piccola lacrima scivolò via veloce per fermarsi sullo zigomo.
“Sono preoccupati per te. Hanno già perso una figlia, non ne vogliono perdere un’altra.”
“Non capiscono un CAZZO!” La sua voce bassa era impregnata di cattiveria.
La coca cola andò di traverso a Liam. Ma che cavolo? No, la ragazza non sta affatto bene. Purtroppo aveva ragione Caitlyn a preoccuparsi.
“Scusa ancora.” Chinò il capo affranta. “A volte mi lascio prendere dalla rabbia.”
Prese la sua mano, immobile sopra il tavolo, sulla sua per rincuorarla.
“Lize, stai tranquilla. E’ un brutto periodo, ma passerà. So quello che dico, è successo anche a me, con la morte di mio padre. Avevo solo dieci anni.” Non è che sia passata del tutto, per la verità, pensò tra sé. Ma al momento altri pensieri affollavano la sua mente.
Lei trasse un lungo respiro, e con l’altra mano si tolse quella lacrima, prima che altre decidessero di raggiungerla.
“Sappi comunque che i genitori non capiscono un cazzo per tutta la vita” continuò lui. “Mia madre è ancora oggi assillante con me e lo sarà probabilmente fino alla tomba. I genitori sono fatti così.”
Lize sorrise a quella battuta. Uno di quei larghi sorrisi che le illuminavano gli occhi, allo stesso modo di Caitlyn, osservò Liam.
Ma non disse niente.

 

Una sera però Caitlyn si presentò con una novità.
“Liam, c’è qualcuno che deve parlarti. E’ qui fuori, in giardino. Dice di sapere cosa succede in città. E’ uno dei morti suicidi.”
“Un altro spirito che vuole il mio aiuto… Non può entrare?”
“Se non lo inviti tu, no.”
“Ma non erano i vampiri quelli?” Liam cercò il giubbino sotto la catasta di vestiti ammonticchiata in un angolo.
Caitlyn alzo le spalle, ridendo divertita. “C’è sempre un po’ di confusione in queste cose. E non conosco vampiri a cui chiederlo.”
“Eccomi, sono pronto. Consulente medianico al vostro servizio.”
“Ti sei tagliato la barba eh?” Gli passò una mano vellutata sulla guancia liscia.
“Già, è un periodo in cui dormo particolarmente bene, anche se dormo di meno.” Le strizzò l’occhio di rimando.
Lui prese le scale, lei attraversò il pavimento. Un brivido gli percorse la schiena scrutandola scendere fluttuante dal soffitto mentre lui arrivava all’ultimo scalino. No, non si sarebbe mai abituato a questo. Per fortuna sua madre e John dormivano, anche se probabilmente non potevano nemmeno vederla. Solo il loro legame era così forte.
Sul prato, appoggiato ad uno dei faggi che proteggevano la casa, c’era un giovane ragazzo in pigiama.
Ma la cosa che colpiva maggiormente era lo squarcio sanguinolento sul suo collo. Doveva essere Ian Green, l’adolescente che avevano trovato morto impiccato nella soffitta di casa. Anche qui non erano stati trovati motivi validi per quel gesto.
“Mi devi aiutare a trovarlo” gli chiese supplicante.
“Il tuo assassino?”
“No, il mio psicologo.”
Liam guardò Caitlyn. “Stiamo scherzando?!” Lei gli lanciò un’occhiataccia, per farlo stare zitto.
“E’ lui che mi ha indotto al suicidio, e non credo di essere l’unico. Credo ci sia lui dietro la scia mortale di questi ultimi mesi.”
“Se lo troviamo, non solo salveremo altri innocenti, ma anche Lize avrà un problema di meno” spiegò Caitlyn. “E a me interessa solo questo.”
Liam annuì, sarebbe stato un bel sollievo per tutti. “Hai detto psicologo, di cosa si occupa? Ha una specializzazione?”
“Adolescenti problematici, ragazzi disagiati, con problemi famigliari o di personalità.”
“E tu perché ci andavi? Se posso chiedere…”
“Ero gay.”
“Non lo sei più?” chiese Liam sconcertato.
“Ora sono morto…” gli rispose piccato il giovane Ian.
“Ah, si, giusto. Scusami. A volte dimentico davvero che… Scusa ancora.” E tu non sai più dove sei, diceva il nonno.
“Quindi… andavi da uno psicologo per problemi in famiglia? Non accettavano la tua condizione?”
“Si, mi ci ha costretto mio padre. Si vergognava. Ha anche nascosto questo particolare alla polizia, per evitare lo scandalo.”
“E secondo te come ha fatto questo medico a indurti al suicidio? Farmaci?”
“No, non prendevo nessuna medicina. Solo sedute di psicoterapia, di cui ricordo anche poco.”
Liam sbuffò. Non c’erano molti elementi su cui basare un’accusa. Nè come risolvere questo rompicapo.
“Ti giuro che non volevo morire. Volevo andarmene il prima possibile da questa città di merda, appena avessi finito l’ultimo anno, il prossimo giugno. Avevo già trovato un lavoro nella ditta di alcuni amici. Era tutto pronto!” Ian nascose il viso tra le mani e si mise a singhiozzare disperato.
Caitlyn si avvicinò per consolarlo. Poi si rivolse a Liam. “I ricordi sono ingarbugliati all’inizio. Ci vuole tempo perché riaffiorino tutti, soprattutto quelli del trapasso. Lui però, come me, può sentire il suo assassino.”
Liam rifletté per qualche istante. “Ok, allora possiamo rintracciarlo? Ian, riusciresti a portarci da lui? Al suo studio magari?”
Il ragazzo ci pensò su, vagando con i pensieri nei frammenti della sua vita passata. “Si, so dov’è. L’indirizzo e come arrivarci. Seguitemi.”
Camminò volando e in un paio di secondi era già due miglia più avanti.
Liam guardò Caitlyn un po’ spaventato. “Bene. E’ meglio se prendo l’auto. Tu tienilo d’occhio.”

 

Il cielo minacciava pioggia da un momento all’altro. Rombi di tuono si chiamavano da un angolo all’altro della vallata. Ogni tanto un lampo squarciava le nubi dense sopra le loro testa. Seguendo le indicazioni di Ian, spesso confuse, giunsero ad un quartiere commerciale della zona ovest. Negozi e uffici erano immersi nel buio della chiusura notturna. Solo qualche luce d’emergenza illuminava il piazzale, qualche vetrina e le entrate degli edifici.
“E’ qui, non so esattamente dove però.” Ian ispezionava i vari ingressi, cercando di ricordare quale avesse percorso solo poche settimane prima.
“Leggiamo le targhette dei citofoni, quanti psicologi ci potranno mai essere qui?” Liam si avvicinò all’androne principale e iniziò a scorrere le etichette ai campanelli.
“Eccolo!” esclamò Caitlyn che esaminava un’altra fila. “Blaine Prescott, psichiatra e neuropsichiatra. Non ce ne sono altri. E’ per forza lui.”
“Come facciamo ad entrare?” chiese Ian esitante.
“Oh, nessun problema. Porto sempre con me il mio grimaldello personale. Caitlyn?” La invitò con un inchino verso la porta blindata.
Ridacchiando, lei l’attraversò senza problemi. Uno scatto dall’interno aprì poi il pesante portone.
Finché salirono le scale, Liam le chiese a bassa voce: “Ma lui non riesce a passare attraverso le cose, come te?”
“Si che può” gli sussurrò lei. “Non ci ha ancora provato perché ancora non ha accettato la sua nuova condizione.”
Beh certo, pensò Liam. Come gli umani, neppure i fantasmi avevano il libretto d’istruzioni per quella vita non-vita.
Ugualmente entrarono nello studio medico al secondo piano.
“Riconosco il luogo. Io sedevo qui.” Ian indicò un divanetto verde, di fronte ad una poltrona di pelle marrone. “Che cosa cerchiamo?”
“Non lo so. I suoi appunti? Ci sarà un fascicolo delle sedute, immagino.” Liam aprì le ante di un enorme armadio in mogano.
All’interno uno schedario ordinato, con tutte le cartelline in ordine alfabetico. Non ci mise molto a trovare quella di Ian.
“Vediamo, ci sarà qualcosa.” La aprì sulla scrivania lì vicino, Caitlyn al suo fianco per leggerla assieme a lui.
“Uhm, qui dice che le tue erano sedute di ipnosi.”
“Può essere, non lo so” ammise Ian con voce stanca.
Caitlyn posò una mano sulla spalla di Liam. “E se l’avesse ipnotizzato anche per costringerlo a suicidarsi?”
“E’ possibile.”
Ian lanciò un urlo improvviso. “Lui era lì, ora lo vedo! Era lì vicino a me il bastardo! L’avevo fatto entrare io in casa, per giunta! I miei erano fuori ad una cena di lavoro. Mi ha preparato lui la corda appesa alla trave della soffitta!”
“Ma perché? E’ questo che non comprendo. Che interesse ne ha?” si domandò Liam.
“Il male non ha sempre bisogno di una spiegazione…” gli rispose Caitlyn riluttante.
Qualcosa sopra quella scrivania attrasse l’attenzione di Liam: un foglietto colorato rimovibile sopra un plico di cartelline simili, con scritta a penna la data di quel giorno e un orario, non più di mezz’ora fa.
Sovrappensiero sollevo il foglietto per leggere il nome dell’assistito sul fascicolo sottostante. Il cuore gli si gelò di colpo.
“Oh cazzo! Lize! Questa è la sua cartella! E’ una sua paziente!”
Caitlyn osservò con orrore quello stesso foglietto. “Stasera? Che succede stasera?!”
“Non lo so.” Aprì il dossier e scorse tutti i fogli con furia. C’erano le relazioni di ogni appuntamento, anche per lei sedute di ipnosi. Gli appunti sulla morte di Caitlyn, sulla mania persecutoria di essere seguita da un uomo, sulla paura di finire vittima di uno stupro come la sorella, sulla sua mancanza di identità personale, il cui sviluppo era fermo a causa del lutto.
E poi una considerazione finale, che suonava alquanto dubbia: “Da terminare”.
“Non mi piace, non mi piace per niente…” Caitlyn lo guardò disperata.
Liam annuì. “Dobbiamo trovare Lize, subito!”

 

Pioveva a dirotto ora e Liam faticava a seguire la strada con l’auto a quella velocità. Ma non voleva assolutamente rallentare, la vita di Lize era in pericolo. Correvano lungo la statale che portava fuori dalla città, il leggera discesa dalla collina.
“Il suo cellulare è spento, al telefono di casa non mi risponde nessuno. Sei sicuro che stiamo andando nella direzione giusta?” chiese ad Ian seduto dietro nell’abitacolo.
“Si, io sento la presenza del dottor Prescott, ci stiamo avvicinando. E non sarà molto distante da lei, vorrà vederla quando…” Lasciò la frase in sospeso, conscio della sofferenza negli occhi di Caitlyn.
All’improvviso le luci anteriori illuminarono un ostacolo al centro della carreggiata. Liam spinse a fondo il pedale del freno, e contemporaneamente suonò il clacson a più riprese. Non sarebbe riuscito a fermarsi in tempo, non col fondale così bagnato e le gomme datate. Iniziò a sbandare proprio per la perdita di aderenza. Man mano che si avvicinavano, l’oggetto prendeva la fisionomia di un essere umano, finché Caitlyn non urlò con terrore. “E’ Lize! Fermati!”
“Oh cazzo…”
Liam non poté far altro che sterzare tutto a destra, per tentare di passarle di fianco, ma perse il controllo dei veicolo.
Da quella parte il pendio digradava veloce verso il greto del torrente. L’auto sfondò il guard rail e si lanciò in una folle corsa giù verso la valle.
“Come mio padre…”
Per la prima volta dopo tanto tempo sentì proprio la voce di suo padre giungere da lontano. “Si Liam, ho dovuto scegliere la cosa giusta. Non volevo lasciarti solo, mi spiace. Però non potevo ammazzare un innocente. Voi non l’avete trovata, ma io quella sera ho evitato di investire una bambina piccola, scappata di casa. Anche tu hai fatto la cosa giusta.”
E’ così che doveva finire dunque? Era arrivata la sua ora? Guardò Caitlyn per l’ultima volta.
Pochi istanti e l’impatto fu devastante. Uno schianto di lamiere e alberi, finiti poi con fragore sulle rocce che costeggiavano le acque rese torbide dalla pioggia scosciante.
Liam avvertì un dolore acuto, buio e poi una luce accecante. Provò una strana sensazione, come se tutte le sue molecole si disgregassero nel nulla, per poi ricompattarsi in un formicolio. Si risvegliò disteso a terra, tra le braccia di Caitlyn.
“Cosa diamine era quello??” Batté più volte le palpebre, faticando a mettere a fuoco.
“Ti ho fatto passare nel regno dei morti e poi di nuovo in quello dei vivi. Era l’unico modo per salvarti.”
Sospirò atterrito. Questo era davvero troppo. “Ok… me lo spiegherai un’altra volta. Non c’è tempo per le questioni filosofiche.”
Si alzò in piedi, le gambe ancora tremanti dallo spavento, ma incredibilmente sollevato di essere ancora vivo.
“Ma dov’è Lize?!”

 

Risalirono il pendio e uscirono dalla vegetazione: la strada era deserta, nessuna traccia della ragazza. Anche Ian si era volatilizzato nel nulla. La pioggia scendeva meno copiosa ora e si potevano distinguere sull’asfalto i segni scuri della durissima frenata dell’auto.
Chiamarono Lize a gran voce, ma nessuna risposta o rumore.
“Se è sotto ipnosi, non ci darà comunque ascolto” disse Caitlyn.
“Dobbiamo trovarla, io vado a nord, era rivolta da quella parte. Tu vai a sud, non si sa mai che abbia cambiato direzione. Il primo che la trova…” Già, come potevano comunicare a distanza?
“Se la trovi, io lo saprò e tornerò indietro. Se invece la trovo io, tornerò comunque indietro a prenderti.”
Liam annuì, cercando di non pensare al viaggio interdimensionale di poco prima.
Si separarono. Liam iniziò a correre, nonostante il fisico affaticato. Svoltato il primo tornante, la vide in lontananza, un miglio più avanti. Continuava a camminare lungo la statale, in centro alla carreggiata, seguendo la linea tratteggiata nel mezzo. Ciondolava stancamente, come se fosse trascinata da un’energia superiore.
Caitlyn comparve al suo fianco.
“Come facciamo Liam?”
“La sollevo di peso, se necessario. Muoviamoci!”
Dal fondo della statale più a valle comparvero i potenti fanali e le luci perimetrali di un autocarro. Il rimorchio doveva essere vuoto, perché correva per oltre il limite di velocità. Non si sarebbe fermato e nemmeno poteva sterzare per evitarla, non ce l’avrebbe fatta.
“Cristo!” Liam correva a perdifiato per raggiungerla, ma non sarebbe mai giunto in tempo. “Caitlyn fa qualcosa!”
“Non posso… è mia sorella. Non ci riesco con lei!” Lo guardò atterrita e poi sparì. La rivide vicino a Lize che cercava in tutte le maniere di ottenere la sua attenzione, di spingerla fuori dalla traiettoria del veicolo in arrivo. La sorella era insensibile sia alla voce che alla forza di Caitlyn. Nulla sembrava spostarla dal proprio intento mortale.
L’articolato aveva suonato le trombe un paio di volte, ma Lize proseguiva incurante per il suo percorso.
All’ultimo secondo, ricomparve il fantasma di Ian che si avvinghiò alla ragazza, trascinandola a terra sul ciglio della strada.
Quando finalmente Liam li raggiunse, c’era solo il corpo di Lize, rannicchiata e bagnata fradicia. Ma tutta intera.
“Lize, tutto bene?” Le toccò una spalla delicatamente.
“Non sono Lize…” La voce baritonale che gli rispose era quella di Ian, decisamente incazzato. Gli occhi di Lize rivolti all’indietro e la bocca contratta in un ghigno diabolico.
Oh cazzo, peggio del film L’esorcista! “Ma che cavolo Ian!”
“Era l’unica maniera per bloccare l’ipnosi.” Si rialzò in piedi.
“Ah si, ti credo. Ora per cortesia, vuoi lasciarla libera?”
“No, mi serve. Devo vendicarmi!”
“Non puoi impossessarti del corpo di mia sorella. Lei è innocente. Vattene!” gridò Caitlyn disperata.
“Lasciala andare Ian!” Liam cercò di strattonarlo, ma non poteva colpirlo.
Non poteva colpire lei.

 

“Prescott! Lo so che sei qui. Non puoi nasconderti. Sento il tuo odore, putrida feccia.”
Ian vagava tra la strada e la vegetazione limitrofa. Sradicava alberi, sollevava massi e li lanciava all’interno del bosco. Aveva una forza sovrumana, ma era il corpo di Lize quello che stava usando. “Esci fuori, canaglia!”
Liam cercava di impedirglielo, ma era inamovibile come un enorme blocco d’acciaio.
Caitlyn gli svolazzava intorno, cercando di scacciare lo spirito invasore e salvare sua sorella. Ian la colpiva forte e la scaraventava lontana. Lei imperterrita tornava all’attacco, ma ogni tentativo era vano.
“Ma perché cavolo Lize non si sveglia?” chiese Liam esasperato.
“E’ ancora sotto ipnosi. Solo chi l’ha provocata, può riportarla al presente…” gli rispose Caitlyn con voce stanca.
Finché Ian sparì nel buio della boscaglia e ne ritornò fuori trascinando a terra un uomo per il bavero della giacca.
“Il dottor Prescott, presumo.” Era un omuncolo basso e grassoccio, piuttosto insignificante nell’aspetto. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo responsabile di quella strage di innocenti, pensò Liam. “Risvegli Lize, se vuole salva la vita.”
“Chi sei tu? E cosa è successo alla ragazza?” Il medico fissò incredulo la sua paziente che lo guardava con gli occhi vuoti e la bocca contratta in una smorfia.
“Io sono Ian, Ian Green, ti ricordi? Il ragazzo che hai fatto impiccare nella sua soffitta di casa.”
“Non è possibile…” L’uomo strisciò all’indietro, impaurito.
“Oh si che lo è. I morti tornano indietro a pareggiare i conti, non lo sapevi?”
“Io non ho fatto niente…”
“Come osi? Mi hai costretto a morire. Io non volevo morire!” Ian urlò con tutta la sua rabbia.
“No, non sono stato io… ” rispose il dottore con convinzione. “Hai fatto tutto da solo. Al mondo sopravvivono solo i più forti, sei tu che hai deciso di toglierti la vita. Perché sei un debole. Perché sapevi che avresti avuto una vita difficile. Non volevi affrontarla. E allora meglio così, il mondo non ha bisogno di te!” concluse con un sibilo.
“E neanche di te!” Ian afferrò l’uomo e iniziò a colpirlo. L’altro cercò di difendersi contro quella furia implacabile.
Liam li seguiva da vicino, incapace di intervenire.
Giunsero terribilmente vicino al guard rail nel punto panoramico, a strapiombo sulla parete ripida della collina. In un urlo, Ian si lanciò giù portandosi dietro il suo assassino.
Liam riuscì ad afferrare Lize per un braccio e a trattenerla aggrappandosi ad un ramo lì vicino, mentre gli altri due, spirito e carne, rotolarono giù. Si sentirono solo le grida di aiuto del medico. Poi un tonfo sordo mise fine a quella battaglia. In un mugolio dolorante, Lize si destò allora dal suo lungo sonno. Si ritrovò abbracciata a Liam, in bilico su quella fronda precaria che spuntava dalla roccia. Sotto di loro il nulla.
Liam fece forza su quell’appiglio per aiutarla a risalire sulla strada.
Stava per muoversi di lì anche lui, quando il ramo cedette all’improvviso.
“Oddio! Liaaaaaaam!” Le grida di Caitlyn si persero nel vuoto.
Lize era svenuta incurante della tragedia.

 

Il pulsare del suo cuore era amplificato dal sonoro dell’elettrocardiogramma vicino al letto. Non sentiva dolore, e nemmeno l’odore di disinfettante che in genere gli dava la nausea. Lontano un rumore di zoccoli degli infermieri in corsia. Aprì gli occhi debolmente. Liam riconobbe la scarna stanza dell’ospedale.
“Accidenti, di nuovo qui…”
“Come ti senti?” Caitlyn era seduta sul letto, allungò una mano verso la sua.
“Sto bene.” Liam chiuse gli occhi sospirando. Come l’avrebbe spiegata stavolta ai suoi?
“Davvero stai bene?” La sua voce sembrava alquanto divertita.
“Si, tutto sommato si, credevo peggio… sono volato giù per una scarpata e non sento nulla. Devono avermi imbottito di farmaci.”
Caitlyn si lasciò andare ad una risata sommessa.
“Che hai da ridere?” Liam riaprì gli occhi alquanto offeso. In fondo al letto però vide quattro piedi, due vicini e due più distanziati. Sbatté più volte le palpebre, temendo un problema alla vista, ma i quattro piedi erano ancora lì. Provò a muoverli, ma solo due agitavano le loro punte.
“Ma? Cosa?” Continuava a muovere le gambe, per lo meno questo era quello che comandava al suo cervello. Ma quelle che si spostavano erano sopra le lenzuola, ancora macchiate del fango e dell’erba della boscaglia. Si guardò le mani: un paio rimasero ancorate al materasso, infilzate dagli aghi della flebo e del sensore del monitor. Quelle che osservava erano un altro paio, leggermente trasparenti. “Sono morto?”
“No, non sei morto. Sei nel limbo, la tua anima è indecisa tra la vita e la morte.”
Ci pensò solo un lunghissimo secondo. “Beh, io so cosa voglio…”
La attirò verso di sé in un lungo bacio, diverso da tutti quelli che si erano concessi finora. Fra spiriti funzionava meglio.
“Ti devo chiedere un favore, Liam.”
“Uhm…” La baciò nuovamente. Erano finalmente della stessa sostanza.
“Non era questo il favore che volevo…” sorrise scostandosi da lui. “Devi rimanere per proteggere Lize.” Questa volta era seria.
Sapeva che doveva farlo, se teneva a Caitlyn. Prima ancora di risponderle, sentì l’anima ancorarsi di nuovo al corpo con uno schianto profondo, una caduta all’indietro della sua anima. E iniziò a sentire un dolore lancinante alle costole e all’anca. Le fasciature strette gli mozzavano il respiro e i movimenti. No, non stava mica tanto bene.
Sbuffò sofferente. “Quasi quasi era meglio morire…”
Caitlyn si sdraiò al suo fianco, leggera come una nuvola. Lui girò la testa per poterla guardare in viso.
“Mi prometti che le starai vicino? Almeno finché non sarà fuori pericolo.”
Liam annuì appena. “Lei è come te. Eppure è diversa da te.”
“Lo so.” Lei abbassò gli occhi e continuò a voce più bassa. “Non te ne vorrò Liam se sceglierai lei, ancora viva.”
Un velo di malinconia attraversava quelle parole, una lotta tra due amori distinti, quello fraterno e quello del cuore.
“Dio Caitlyn, perché non ci siamo conosciuti prima?!”
Lo strinse improvvisamente, così forte che gemette per il dolore.
Piano piano poi lo lasciò, si era dissolta tra le sue braccia. Del suo passaggio rimaneva solo l’intenso profumo di Iris.
Un nuovo giorno era iniziato là fuori.
Questa volta però si sarebbero rivisti al tramonto.

 

Lize gli aveva chiesto di accompagnarla alla tomba di sua sorella, appena si fosse rimesso.
In ospedale Liam ci era rimasto solo una settimana, il tempo di accertarsi di avere solo due costole incrinate e di dover portare un busto ortopedico per almeno un mese.
La polizia gli aveva fatto solo un paio di domande sull’accaduto. Aveva raccontato di essere preoccupato per la ragazza e che la stava cercando in giro per la città, ma di averla incontrata su quella strada per puro caso. Nessuno dubitò di quella versione.
“Avevano già prove sufficienti per chiudere l’indagine” gli stava spiegando Lize. “Mio padre aveva installato delle videocamere di sicurezza, senza dirmi nulla. Sulle registrazioni si vede il signor Prescott arrivare a casa, io che gli apro la porta e poi lo seguo senza oppormi. Però non ricordo proprio nulla di quella notte.”
“Ti aveva ipnotizzato. Faceva così con tutte le sue vittime.”
“Hanno trovato che tutti gli ultimi suicidi erano merito suo. Tutti suoi pazienti, con problemi diversi.” Era ancora visibilmente molto scossa da quella vicenda.
“Avrei potuto morire quella notte…” Iniziò a piangere e singhiozzare.
“Vieni qui.” Liam l’abbracciò, per quanto il busto gli consentisse. “Va tutto bene. E’ finita, davvero. Non devi più avere paura di nulla.”
“Mi hai salvato la vita.”
Lui scosse la testa, negando. “Caitlyn ti ha salvato, lo ha fatto anche con me.” E stava proprio dicendo la verità.
Si asciugò le lacrime, respirando a fondo.
“Tu credi che lei sia qui intorno?” gli chiese.
“Beh, qualcuno l’ha messa quella scritta sul giornale. E io credo… che l’amore, qualsiasi tipo d’amore, non si possa spezzare con la morte.”
“Si, mi piace pensarlo.” Si chinò per mettere nel vaso il nuovo mazzo di rose bianche al posto di quelle oramai appassite.
La foto sorridente di Caitlyn nella lapide sembrava splendere più che mai.
“Dimenticavo! Ho una cosa per te. L’ho trovato a casa.” Rimestò nella sua borsa a tracolla e ci tirò fuori un pesante quaderno rilegato in pelle color pervinca.
“E’ il diario di Caitlyn. Ricordo che cercavo sempre di rubarglielo per leggerlo. Ho rimesso a posto la mia stanza e l’ho trovato. Quella furbacchiona l’aveva nascosto proprio in camera mia!” Sorrise divertita.
Liam la guardò con aria interrogativa mentre glielo consegnava.
“Lei… scriveva di te.”
Guardò stupefatto l’oggetto tra le sue mani, senza osare aprirlo.
“Cosa poteva mai scrivere di me?!”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

Note:

Nemmeno questo racconto è conclusivo della storia, non me ne vogliate. Quando ho scritto il primo pezzo credevo di terminare lì, nonostante qualche lettrice mi avesse chiesto un proseguo. L’anno seguente però, nello stesso periodo ai primi freddi, hanno iniziato a vorticarmi in testa alcune immagini e la sensazione che questi due meritassero una seconda occasione. Eh, io sono una fanatica delle seconde occasioni! Mentre scrivevo il secondo racconto, iniziava a delinearsi un altro personaggio, Lize, la sorella di Caitlyn, e ho lasciato da parte un po’ di appunti per questo terzo racconto e probabilmente pure un quarto. In realtà non so più dire dove mi porteranno questi due, li lascio andare a briglia sciolta e vediamo cosa ne verrà fuori. Un po’ di ispirazione mi arriva dalle canzoni dei Seether, i quali secondo me non sarebbero nemmeno tanto contenti di saperlo! L’assenza di zucchero nella mia dieta ha fatto sì che tutto lo zucchero finisse dentro questa storia! Altro che horror! 😀
Non li ritengo nemmeno i migliori racconti che ho scritto, il linguaggio è semplice, c’è parecchio dialogo, il carattere dei personaggi andrebbe approfondito, sicuramente manca un editing professionale (i poveri beta lettori si lasciano così prendere dalle vicende che i refusi me li devo trovare da sola, a volte anche l’anno successivo!) Ma è questo il punto: io mi diverto a scriverli e loro si divertono a leggerli. Nulla di più.

 

Avevo deciso che avrei ucciso mio marito. Lo amavo troppo.
Oh, non ero gelosa e per la verità non me ne aveva nemmeno mai dato motivo: mai uno sguardo fuori posto verso le altre donne, nessun profumo sui suoi vestiti che non fosse esclusivamente il mio, mai un contrasto o un litigio che offuscasse la nostra vita coniugale.
Ero una moglie davvero fortunata, non avrei potuto trovare un marito migliore e così devoto.
Per questo avevo così paura di perderlo da un momento all’altro. Un incidente d’auto, una rapina finita male, una malattia improvvisa potevano rovinare il nostro dolce idillio e io come avrei potuto gestire tutto quel dolore? Così i miei giorni si consumavano nell’ansia, da quando lo vedevo partire al mattino verso il lavoro in città, a quando mi telefonava durante la pausa pranzo per rassicurarmi che tutto andava bene, a quando rientrava per cena la sera, lungo la tortuosa statale che lo riportava tra le mie braccia.
Vendeva polizze, sulla casa, sulla professione, sulla vita. I suoi clienti erano per lo più imprenditori e negozianti, che dovevano proteggere famiglie e aziende dagli imprevisti del futuro. Era molto bravo e potevamo condurre un’esistenza agiata: una villetta in collina, un’automobile ciascuno, una settimana sulla neve e quindici giorni di villeggiatura sulla costa ogni anno. Nessun lusso ma non ci mancava nulla, davvero.
Avrei anche potuto permettermi di non lavorare, ma avevo accettato di occuparmi della signora Cecilia Thompson, l’anziana vicina che abitava un paio di miglia più a nord sulla nostra stessa strada. Se il tempo lo consentiva la raggiungevo a piedi, tranne quando me ne andavo in paese a far provviste per entrambi. Sorda e ostinata non voleva saperne di vivere con i figli nella capitale. Io invece non riuscivo a immaginare la mia vita da vedova solitaria in questa zona sperduta. Non fosse stato per mio marito Alfred non ci sarei mai venuta.
Ma lo amavo troppo e questo era il nostro piccolo paradiso. E piuttosto che vivere in continua attesa di una catastrofe sul nostro amore, avrei stabilito io dove e quando ci saremmo detti addio. Ora dovevo solo decidere come lo avrei ucciso.

 

La nostra ultima giornata insieme iniziò normalmente con la colazione al primo mattino, anche se avevo preparato di buon ora il ciambellone alle more che gli piaceva tanto. Con tanto amore.
“Martha, è sublime come sempre!” esclamò tagliandosene un’altra fetta.
Sorrisi compiaciuta.
“Quest’oggi devo vedere il signor Pruit. Spero proprio di poter chiudere il contratto con lui. E’ una cifra considerevole in commissioni…” Guardava il soffitto perso nei propri calcoli.
“Sono certa che andrà bene” dissi.
“Se così sarà, verrai a pesca con me domenica?”
“No, ma ti preparerò un altro ciambellone da portarti appresso. Io ti aspetterò qui al ritorno.” Ci provava sempre, ma io proprio non capivo come gli uomini potessero passare ore immobili in attesa di un pesce.
“Non dimenticarti le tue pastiglie caro…”
Gliele porsi. “Ecco, tieni. Mentre queste sono le mie.”
Alfred aveva un lieve scompenso cardiaco, dovuto alla pressione alta, un difetto ereditato dal padre.
Al contrario io avevo bisogno delle vitamine e del ginseng per avere la forza di affrontare le mie paure e non finire immobile in poltrona a fissare il vuoto.
“Grazie tesoro!” Le ingoiò bevendo il succo d’arancia. Si alzò dalla sedia, prese sottobraccio il suo giornale del giorno prima e mi salutò con un bacio.
“Ci vediamo stasera.”
Lo avrei ricordato per sempre così.

 

Non è facile per una donna uccidere un uomo senza lasciare tracce, ancora meno il proprio marito, perché in questi casi il primo sospettato è lo stesso coniuge. Per questo non avevo tralasciato nessun dettaglio.
Recuperai il cellulare di mio marito dal cassetto dove l’avevo nascosto. Alfred non controlla mai la sua valigetta prima di uscire.
Poco dopo le nove, mi chiamò dal suo ufficio.
“Martha, ho di nuovo dimenticato il telefonino a casa, vero?”
“Si caro, l’ho appena trovato. E’ qui sul mobile in ingresso.”
“Scusami. Ti dispiace accenderlo e rispondere se qualcuno mi cerca? Io ti richiamo più tardi, appena ho terminato gli appuntamenti della mattinata.”
“Certo caro, non preoccuparti. Nel caso dico di cercarti in ufficio nel pomeriggio.”
“Ti adoro.”
“Anch’io.” Chiusi la conversazione sulla linea fissa e lascia il suo cellulare lì dove stava, spento. Non era il caso di informare il gestore della rete dei movimenti di mio marito quel giorno.
Presi la mia auto e mi recai giù in paese per qualche commissione. Pagai la bolletta della corrente elettrica per la signora Thompson all’ufficio postale e acquistai il pane fresco per entrambi. Quando passai davanti al negozio caccia e pesca di Jimmy mi venne in mente che stavo dimenticando l’elemento più importante.
Al banco non trovai il solito sorriso sornione di Jimmy, il poveretto stava passando tutto l’inverno a letto con un fastidioso problema all’anca. Ad accogliermi fu una giovane donna, sicuramente la sorella che aveva temporaneamente sospeso gli studi all’università per aiutarlo con gli affari.
Avevo sentito dire dal panettiere che da quando c’era lei le vendite erano addirittura triplicate. Cacciatori e pescatori non s’erano mai dati tanto da fare. Era in effetti molto più appariscente di come me l’aveva descritta Alfred…
“Buongiorno, cosa posso servirle?”
“Veleno” dissi dando sostanza ai miei pensieri. “Veleno per topi.”
“Dunque, di solito funziona bene questo…” Si spostò di due scaffali prendendo un barattolo. “Ecco.”
“No, questo l’abbiamo già provato senza risultato. Sono topi belli grossi” dissi con convinzione. “Ratti che stanno infestando la legnaia della mia vicina.”
“Uhm, non si potrebbe perché questo è davvero pericoloso… ma è il più potente che abbiamo.” Aprì un armadietto e ne estrasse una scatolina di latta. “Ne basta poco, deve usare guanti e mascherina, mi raccomando!”
“Certo, se ne occuperà mio marito nel fine settimana. Metta pure in conto a Alfred Wesson.”
La scatolina le cadde rumorosamente sul pavimento e si chinò per raccoglierla.
Quanto tornò in piedi, era arrossita in volto. “Mi scusi.”
Passò il codice a barre sul lettore per registrare l’acquisto.
“Così lei è la moglie di Alfred? Gli dica che sono arrivate le nuove esche, quelle che aveva ordinato.”
Mi consegnò la busta di carta con la merce.
“Certo, non mancherò.”
Magari dopo che sarà morto, pensai.

 

“Ciao Judy. Sei in ritardo oggi.”
La voce della signora Thompson giunse lamentosa dal salottino.
“Ciao mamma, un po’ di traffico.”
Non era una buona giornata quando mi scambiava per la figlia, ma avevo imparato che era inutile tentare di ricordarle chi ero. Molto più salutare per tutti recitare la parte. Se ne stava seduta sulla sua poltrona di fronte alla finestra, ancora in vestaglia. Passava lì quasi tutte le sue giornate. In rari casi mi chiedeva di accompagnarla a passeggiare nei dintorni. Doveva esserci un bel sole e l’aria tiepida, altrimenti non c’era modo di convincerla ad uscire.
“Sento il profumo del pane caldo.” Mi sorrise infantile.
Presi una pagnotta dal sacchetto e gliela misi in grembo. La aprì e iniziò a mangiarne solo la mollica, come i bambini. La felicità semplice negli occhi.
L’indomani si sarebbe lamentata di aver avuto solo croste per cena e me ne avrebbe data la colpa. Quando c’erano, le compravo solo morbidi panini al latte, i suoi preferiti. Le portavo anche della marmellata di lamponi, quest’anno era stata una stagione ricca per i nostri boschi e ne avevo preparata in gran quantità.
“Ho preso anche il veleno per i topi” dissi mentre le riordinavo la cucina.
“Quali topi?” parlò a bocca piena. “Non ci sono topi qui…”
“Nella legnaia.”
“Quale legnaia? Judy, noi non abbiamo una legnaia! Cosa ce ne faremmo di una legnaia qui in città, in pieno centro poi? Non essere ridicola!”
Ecco come si riduce una donna per amore. Sospirai e uscii per andare al capanno, per organizzare la dolce morte dei topi che prima o poi sarebbero arrivati in dispensa. Non era colpa sua, la signora Thompson non soffriva di demenza senile. Aveva perso la memoria logorandosi in attesa del marito. Era scappato con i soldi e un’altra donna, e lei preferiva non ricordarselo. Io invece volevo conservare intatti e immacolati i miei bei ricordi.
Proprio come la dispensa.

 

Stavo preparando il ripieno del mio celebre polpettone di pollo, con l’aggiunta del mio ingrediente segreto, quando suonò il telefono di casa. Corsi velocemente all’apparecchio all’ingresso per rispondere, sperando fosse Alfred. Era in ritardo di mezz’ora, forse un cliente l’aveva trattenuto più del dovuto.
“Ciao tesoro, com’è andata la tua giornata?”
“Abbastanza bene. La signora Thompson oggi era un po’ smemorata, così ho pranzato con lei, per assicurarmi non si dimenticasse anche di mangiare.”
“Hai fatto bene. C’è stata qualche chiamata al mio telefonino?”
“No caro, è rimasto muto per tutta la mattina. Ma ho l’impressione che ci sia poco segnale oggi. Magari il temporale dell’altra notte ha danneggiato nuovamente l’antenna della zona.” Osservai il cellulare ancora spento davanti a me. L’avrei acceso solo al suo rientro, quando avrei sentito l’auto giungere nel vialetto.
“Com’è andata col signor Pruit? Sei riuscito a convincerlo sull’assicurazione?”
“Purtroppo no.” Sospirò affranto prima di proseguire. “Vuole altro tempo per valutare le mie condizioni. E presumo anche altre polizze della concorrenza.”
“Mi spiace tanto caro. Se ti consola, sto preparando il tuo polpettone preferito per questa sera.”
“Oh, bontà di donna! Grazie, ne ho proprio bisogno. Ho un cerchio alla testa da stamattina. E quel tuo polpettone resuscita i morti.”
Questo non lo farà, pensai amaramente.
“Ti devo solo chiedere un favore: puoi rientrare prima? Oggi la caldaia non funziona bene, non riesco ad avere l’acqua calda. Sono andata a vedere il pannello, mi sembra tutto a posto, ma sai che non capisco nulla di queste cose. E l’ultima volta ho chiamato il tecnico per nulla, gli è bastato girare una manopola.”
“Certo cara, tanto pensavo anch’io di terminare un paio di pratiche e poi partire. Sono davvero stanco oggi.”
Lo salutai e tornai a preparare la cena. Tutto il resto era già pronto.
Quando rientrò dal lavoro, aveva l’aria visibilmente sconvolta, il viso contrito dal dolore fisico, ma non mi negò il solito sorriso e un bacio sulla guancia.
“Possiamo lasciare la caldaia per dopo? Ho una fame tremenda.”
Avevo già apparecchiato per noi due e il polpettone era in caldo nel forno, in attesa.
Lo portai in tavola e glielo affidai. Se ne porzionò una bella fetta dalla teglia e se la mise nel piatto. Si protese verso il mio posto, ma negai con il capo.
“Non mangi nulla tesoro?”
“No caro, ho un po’ di mal di stomaco stasera. Mangia pure tu. Io mi farò una tisana più tardi.”
“Oh, mi dispiace tanto. Ha un profumo così delizioso…”
Non resistette a lungo con la forchetta in aria. Gustò a lungo il primo boccone, ad occhi chiusi.
“Delizioso davvero…”

 

Era stata una faticaccia.
Sollevarlo e caricarlo sul carrello per le piante. Poi sollevarlo nuovamente e sederlo in auto, dal lato del passeggero.
Guidare all’imbrunire a luci spente, perché nessuno da lontano potesse vedere il bagliore attraverso il bosco.
E poi sollevarlo una terza volta, spostarlo sul sedile del guidatore.
Sedermici sopra, accendere l’auto e lasciarla andare lentamente ma senza controllo lungo la discesa, diretta verso il letto del torrente. Proprio come avevo visto fare in quel film del venerdì sera, non ricordo il titolo.
Giunta oramai in velocità sul ponte l’auto non fece fatica a rompere le vecchie barriere arrugginite. Avevamo chiesto più volte all’amministrazione di metterle in sicurezza, adesso se ne sarebbero convinti. Fu un bel tonfo in acqua, il fiume in quel periodo era in piena. L’auto proseguì la sua corsa sobbalzando tra le rocce, diretta a valle. L’ultimo viaggio del mio amore eterno.
Tornai indietro a piedi, senza nemmeno usare la torcia che mi ero portata appresso. Conoscevo così bene oramai la strada e una fioca luna apparve a illuminare il mio cammino.
A casa sistemai la tavola, il suo piatto divenne il mio, dove avevo mangiato quella sera in attesa di mio marito in ritardo.
Mi feci una doccia e mi cambiai completamente, per essere certa di non avere tracce di qualsiasi natura addosso.
Alle undici finalmente chiamai il vicino distretto di polizia. Casualmente mi rispose Walter, uno degli amici di pesca di Alfred.
Non dovetti fingere di essere agitata, perché in fondo lo ero davvero. Non capitava tutti i giorni di ammazzare il proprio marito.
Dissi solo che ero preoccupata, perché non era rientrato, aveva dimenticato il cellulare e non sapevo dove fosse.
“Martha, sono sicura non sia accaduto nulla di grave. Sai che noi dobbiamo attendere almeno ventiquattr’ore prima di far scattare l’allarme e le ricerche. Aspettiamo ancora qualche ora. Poi ti assicuro che esco personalmente a cercarlo.”
Richiamai alle tre e la mancanza di sonno mi fece apparire molto più che spaventata.
“Ok, chiamo un paio di ragazzi e andiamo a controllare la strada, fin giù all’ufficio dove lavora.”
Stavo sonnecchiando sul divano, senza realmente dormire, quando bussarono alla porta alle cinque del mattino.
“L’abbiamo trovato Martha.” Il suo sguardo severo e mortificato non aveva bisogno di spiegazioni.
Mi abbandonai al dolore, finalmente.

 

Tornarono l’indomani nel pomeriggio, per accompagnarmi in centrale per il riconoscimento del corpo.
Mentre stavo salendo gli scalini dell’entrata, mi passò accanto la sorella di Jimmy che stava uscendo e per un attimo mi fissò. Uno sguardo feroce, che non poteva però nascondere due occhi rossi quanto i miei.
Aveva pianto, molto e disperatamente. Mi chiesi per chi. Era forse successo qualcosa di brutto anche al fratello?
Sentii anche che portava il mio stesso profumo, quello speciale che Alfred aveva fatto confezionare per me. Non lo avevo spruzzato quella mattina, presa da mille pensieri per gli ultimi accadimenti. E ora lo distinguevo chiaramente anche se sapevo che era impossibile: quella fragranza era unica. Forse la stanchezza di quei giorni mi stava presentando il conto.
Mi fecero vedere Alfred, disteso in un lettino e coperto da un lenzuolo, solo per qualche secondo: il viso rivelava una serenità che non gli avevo mai visto in vita.
Davanti alla scrivania, l’ispettore mi fece poi qualche domanda.
“L’auto recuperata dal fiume non presenta segni di altra collisione se non con il parapetto del ponte. E sull’asfalto non ci sono segni di frenata. C’erano motivi che ti lasciano pensare ad un suicidio Martha? Aveva problemi col lavoro?”
“No, lo escluderei. Era stressato si, ma stava molto meglio da quando ci siamo trasferiti qui.”
“Problemi finanziari?”
“Non credo, no. So solo che aveva messo via del denaro per il nostro futuro, degli investimenti sicuri diceva. Ma non conosco i particolari. In banca comunque non siamo mai stati scoperti, che io sappia.”
“Problemi di salute? Stiamo cercando il suo medico di riferimento, ma è fuori città per un convegno.”
“Prendeva le pastiglie per la pressione alta, problemi cardiovascolari congeniti. Ma era sotto controllo per questo.”
“Beh, procederemo all’autopsia nei prossimi giorni, per accertare le cause effettive del decesso. Un malore alla guida o magari”, e mi guardò fisso negli occhi, “qualche sostanza letale nel sangue. Di questi tempi, non si può mai sapere.”
Non avrebbero trovato nessuna traccia di veleno. Solo un eccesso di eccitanti che avevano mandato in corto circuito il suo debole cuore. Le sue pastiglie le gettavo nello scarico del gabinetto, da mesi prendeva le mie, stessa dimensione e colore. Quel giorno poi avevo aggiunto qualcosina in più al ciambellone, con tanto amore. La gente ignora la potenza dei rimedi erboristici.

 

Stavo preparando le valigie per trasferirmi da mio fratello nell’assolato sud, quando suonarono alla porta.
Accostai le tendine per guardare di sotto. L’auto della polizia ferma davanti casa.
Aprii sperando di potermela cavare con qualche quisquilia burocratica dell’ultimo minuto.
Ma l’espressione dell’ispettore e del suo collega non promettevano nulla di buono.
Li feci accomodare in salotto, mentre gli preparavo un caffè e qualche pasticcino.
“Martha, verrò subito al punto” iniziò grave dopo aver poggiato la tazzina nuovamente sul tavolino.
“La morte di Alfred, così accidentale e prematura, ha destato qualche sospetto. In questi casi, non viene fatta l’autopsia solo al corpo, ma anche al veicolo. E la prima cosa che hanno notato i nostri è stato un vano contenitore sotto il sedile del guidatore, ben camuffato, a prima vista invisibile.”
Ricordai che l’auto di Alfred era uscita nuova nuova dal concessionario, quindi doveva averlo aggiunto lui, era piuttosto bravo nel bricolage. Ma ignoravo a cosa potesse servirgli e perché non me l’avesse detto. Forse l’aveva solo dimenticato.
“C’era un cellulare dentro, ancora acceso” continuò l’ispettore cercando di valutare la mia espressione. “Un secondo numero a lui intestato, attivo da circa sei mesi. Nessun messaggio, nessuna foto e il registro delle chiamate pulito. Ma la compagnia telefonica ci ha fornito i tabulati completi. E gli spostamenti, di cella in cella.”
Il mio cuore aveva smesso di battere.
“Presupponendo che il cellulare sia rimasto nello stesso luogo, cioè dentro l’auto per tutta la giornata, risultano il tragitto del mattino e vari percorsi in città, proprio nelle zone dei clienti che ha visto Alfred quel giorno. Ma risulta anche che lui è tornato qui, perché da questa cella ha inviato un messaggio a qualcuno, confermando di essere rientrato a casa prima e di non chiamarlo.”
Il mio cuore si stava sgretolando sotto i pesanti colpi della verità.
“Abbiamo sentito anche questa persona, ovviamente. Una storia che andava avanti da un po’. Le aveva promesso di divorziare e trasferirsi.” Si fermò per un istante ad osservarmi. “Hai qualcosa da dire in merito Martha?”
Rimasi in silenzio fissando i disegni del tappeto sotto i miei piedi.
“Capisco. Avrai modo di consultare un avvocato prima della deposizione. C’è un’altra cosa. Abbiamo ricostruito la vostra situazione finanziaria. Alfred aveva sottoscritto una bella polizza sulla vita, di cui tu sei l’unica beneficiaria.”
Si alzò in piedi. “Ma ovviamente non c’è alcun premio se la morte è avvenuta per omicidio.”
Mi aiutò ad alzarmi e ad infilarmi il soprabito.
Uscii accompagnata dal suo collega poliziotto, mentre l’ispettore chiudeva e sigillava la casa.
Mi accomodai poi sul sedile posteriore della volante, niente manette. Almeno per ora.
“Ti teniamo da noi al distretto per qualche giorno, così potrai partecipare al funerale di Alfred. Poi dovremo portarti in città, davanti al giudice per le indagini preliminari.” Mi guardò tramite lo specchietto retrovisore. “Qualche domanda?”
Sospirai rimirando il vuoto. “Chi è Alfred?”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

L’incipit di questa storia è nato circa un mese fa nel bel mezzo della lettura di “È ricca, la sposo e l’ammazzo”, antologia di racconti di Jack Ritchie pubblicata da Marcos y Marcos (dal racconto, che dà il titolo al libro, è stato tratto il famoso film con Elaine May e Walter Matthau, imperdibile!). Poi la trama si è sviluppata piano piano nella mia testa. Il finale è arrivato con la lettura di “La vittima dell’anno”, un’altra raccolta sempre di Jack Ritchie. Una vera scoperta questo autore (di cui ringrazio la scrittrice Sandra Faè 😉 ): i suoi racconti sono effervescenti, arguti, mai scontati, spesso con un piglio comico che te li fa apprezzare maggiormente. Spero che Marcos y Marcos ristampi anche le vecchie pubblicazioni, non le trovo nemmeno nei mercatini dell’usato.
Forse proprio per la sua influenza, mi sono figurata un’ambientazione di periferia americana, un po’ degli anni Sessanta, con le auto di quell’epoca, nonostante ci sia di mezzo un cellulare, innovazione dei nostri giorni. Ho cercato di smussare un po’ questa mia visione, ma non so se ci sono riuscita del tutto. La storia comanda, l’autore risponde.
E poi mi sono lasciata trasportare. L’ho scritto con amore, con tanto amore. 😉

 

Non posso stare ferma, devo continuare a camminare anche se l’aria inizia a farsi calda e pesante. Il nemico è sulle mie tracce, potrebbe essere a pochi chilometri dietro di me. Oppure vicinissimo, nascosto tra le fronde di questo bosco impervio, in attesa del momento migliore per afferrarmi.
Aumento il passo, anche se il percorso inizia a salire e la fatica aumenta. I muscoli si tendono nello sforzo, il cuore accelera il suo battito sicuro, il respiro si fa più forte e riesco a tenere il ritmo senza problemi. Procedo spedita sempre più in alto, solitaria nel mio percorso ondivago tra le montagne, nessun aiuto vicino e niente rinforzi in caso di bisogno.
La frescura degli alberi che mi aveva coccolato fino a pochi minuti fa si trasforma in una terribile cappa d’umidità. Un rivolo di sudore scende lungo la mia schiena. I vestiti intrisi aderiscono alla mia pelle in maniera fastidiosa. Devo reintegrare i liquidi, se non voglio svenire per la disidratazione. Proseguo incessante la mia fuga, mentre bevo dalla mia fedele borraccia. Acqua fresca che entra in circolo nel mio corpo come una scarica d’energia supplementare.
Nelle orecchie l’eco di tamburi lontani, immaginari, che mi aiutano a incedere sicura lungo il cammino. Cerco di concentrarmi nell’andatura per non sprecare alcun movimento e resistere alla fatica più a lungo possibile, il tempo di mettermi in salvo.
E poi lo sento, un rumore netto alle mie spalle, qualcosa di metallico che mi avvisa del pericolo imminente. Correre, devo correre a più non posso. Ora, subito. Davanti a me si apre una vallata scoperta, in discesa certo, ma molto più rischiosa perché mi lascia completamente alla vista del mio inseguitore, ovunque si trovi.
Dall’altra parte della conca mi aspettano ancora rocce adamantine da scalare, o forse un rifugio temporaneo per nascondermi e riprendere fiato.
Mi lancio nella corsa come se non ci fosse un domani, perché potrebbe davvero non esserci. Quando lotti per la vita non ci sono scuse: devi chiamare all’appello tutte le energie, fisiche e mentali, mai vacillare nel dubbio, ma sempre avanti con tenacia e fede.
Man mano che la stanchezza aumenta, i pensieri si mescolano veloci in una completa entropia di immagini e suoni, cose che avrei voluto fare, cose che forse farò, cose che potrebbero cessare di esistere all’istante, fino a lasciare il cervello completamente sgombro, nel vuoto necessario alla sopravvivenza.
La vista si annebbia, le sagome intorno a me perdono i loro contorni distinti per assumere forme vaghe. Luci e ombre si intervallano in una sequenza indistinta. Forse sono già nel bardo (*) e la mia coscienza vaga nei ricordi di un’esistenza al limite. Nella mia prossima vita voglio essere un’aquila, per vedere il mondo dall’alto come è concesso a pochi esseri fortunati. Io in fondo non lo sono stata.
I polpacci imprecano pietà, diventando sempre più rigidi ad ogni falcata. Il cuore sembra voler esplodere dentro la cassa toracica, i polmoni sembrano ardere in un incendio che divampa in ogni fibra del mio corpo.
Avverto improvvisamente il terreno cedere sotto i miei piedi, come se la Terra si fermasse di colpo.
STACK.

 

“Di nuovo!! Non è possibile! Ma che diamine ha questo aggeggio?” Mi alzo dal tappeto in plastica morto sotto il mio peso, aggrappandomi alle sponde. Guardo il display muto e tento di rianimarlo pigiando dei tasti a caso. “Ci doveva essere un motivo per un tapis roulant scontato dell’80%… Non è stata proprio un’idea brillante. E’ la terza volta che fa saltare l’impianto elettrico! Venti minuti appena di corsa… Non avrò smaltito nemmeno la fetta di Clafoutis che mi sono concessa a pranzo! Maledizione!!”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

3650 battute spazi inclusi,
tutte le parole del contest Racconti da spiaggia presenti, anche le impreviste,
scritto in due ore
e potete anche dire che l’ho scritto con i piedi, mentre mi allenavo! 😀

 

(*)  Il bardo è lo stato della mente dopo la morte, è lo stadio intermedio, quando la coscienza viene separata dal corpo. Il bardo rappresenta lo stato tra la vita passata e quella futura. Nel bardo, la mente acquisisce un corpo mentale simile a quello del sogno ed ha il potere di raggiungere qualsiasi luogo, in qualsiasi momento senza alcun ostacolo. La durata massima dello stato del bardo è di 49 giorni, ma in qualsiasi momento la coscienza può assumere una nuova vita, in uno dei sei reami descritti nel Buddismo. Questo dipende dal karma delle vite passate e soprattutto da quello della vita precedente. La vita nel bardo è fatta di sofferenze, sia per la non accettazione della propria morte, sia per l’attaccamento a se stessi, alla famiglia, agli amici, ai propri averi, ecc.
Fonte: Tibetan Medicine Education center

 

Foto originale “Rise of the Tomb Raider: The Game I Need” di BagoGames
Creative Commons License Alcuni diritti sono riservati.

Che fine avrà fatto il frullatore dell’ultimo Salone del Libro di Torino, quello sequestrato all’ingresso in fiera?
Così bizzarro e fuoriposto, ci siamo chiesti in tanti quale era il suo destino. E quale sarà stata la sua fine.
Qualcuno, si diceva, dovrebbe proprio scriverci un racconto…
(E mi perdonerà Carlo Rovelli se nonostante le Sette brevi lezioni di Fisica ho scritto un po’ di stronzate quantistiche!)

 

Sapevo che qualcosa sarebbe andato storto, anche se sulla carta sembrava un piano perfetto. L’avevo detto al capo che era rischioso con così poche informazioni, ma non ha voluto sentire ragioni. “Le tue sono paranoie Mick, lo sappiamo che detesti viaggiare, ma per questo tipo di lavoro ho bisogno del tuo ingegno.” E il frullatore mi sembrava la soluzione giusta. Piccolo e apparentemente innocuo, motore depotenziato e lame un po’ spuntate. Avevo anche ottenuto da un collega l’accesso come personale autorizzato ad uno stand di un piccolo editore dove si sarebbero tenute delle dimostrazioni culinarie. E un frullatore poteva sempre servire, no?
Ma non avevo tenuto conto dei controlli di sicurezza. Ci doveva essere Luciano quel giorno a verificare la mia borsa, avevo fatto in modo di guadagnare la sua fiducia, mi avrebbe fatto entrare ad occhi chiusi. Qualcuno ha cambiato i turni all’ultimo momento, non ce siamo accorti in tempo e il frullatore non è passato.
Ho provato a spiegare la verità alla guardia sconosciuta, ma è stata inflessibile. “Non occorre inventare una storia di fantascienza, questo rimane qui, signore.”
Il fatto è che quello che voi vedete come un frullatore è in realtà un convertitore di materia. Trasforma le parole in pulviscolo sottile, un insieme di quanti assorbibili più velocemente dal cervello umano una volta in circolo nel proprio corpo. L’ho trasformato in un antico frullatore per non destare sospetti.
Viene dal futuro, dove leggere è diventato facile come bere un bicchiere d’acqua. E gustoso come un frullato.
Beh, alcuni contengono anche una parte alcolica, occorre andarci cauti per la gradazione, altri invece vanno presi a piccole dosi per gli effetti collaterali. Guerra e pace ad esempio per l’alto contenuto ferroso, con tutte quelle armi antiquate! Anche se alcuni lettori lo usano proprio per curare l’anemia.
Ah si: noi nel futuro ci curiamo leggendo. Per la sonnolenza bastano un paio di bicchieri di Stephen King, per l’ansia invece consigliano la magia di Harry Potter, contro gli attacchi di panico la tranquillità degli intrecci amorosi di Jane Austen, per sconfiggere la paura le avventure più famose di Rudyard Kipling.
Non ci affanniamo nemmeno più a riconoscere un buon libro ancora prima di pubblicarlo: basta il primo sorso per capire se c’è bontà nel testo e la storia è succosa per i lettori. Non si può mentire alle papille gustative.
Perché l’ho portato qui nel passato?
L’abbiamo inventato troppo tardi, quando l’umanità aveva smesso completamente di leggere e occorreva una soluzione drastica, per recuperare in fretta il nostro stesso sapere. Ma ahimè alcuni libri sono comunque andati perduti. Diciamo che in extremis il Governo Universale ha autorizzato dei viaggi nel passato per salvarli e ce ne stiamo occupando. Per sicurezza però è stato concesso di portare il convertitore di libri nel punto cronologico ottimale perché tutti possano acquisire il gusto della lettura, senza rischiare anacronismi con i rimedi temporali dell’ultimo momento.
Purtroppo mi hanno sequestrato anche un frullato di Jane Eyre, che doveva servire per la mia presentazione: con tutta quella campagna inglese è stato scambiato per un vasetto di pesto genovese! Ma come si fa, dico io!
Che poi nel futuro, tra un mix e l’altro, anche noi siamo tornati a leggere sulla carta, molto più di prima. Strano no? Una cosa ti deve sempre mancare per apprezzarla appieno.
Adesso però sono nei guai. Devo rintracciare il convertitore prima che qualcuno ci infili sul serio frutta e verdura. Oltre a un pessimo risultato a causa dell’elemento glationico, lo danneggerebbero per sempre. E questa volta davvero il capo mi mette a dirigere il traffico sugli anelli di Saturno!

 

(c) 2018 Barbara Businaro

 

Salone del Libro di Torino 2018 - sequestri all'entrata

Questo è un “racconto in divenire”, nel senso che non sono del tutto convinta su come l’ho scritto e su come lo dovrei revisionare. Si tratta di uno degli esercizi di scrittura libera dati durante il corso che ho seguito lo scorso novembre: ci venivano date delle immagini, tra cui sceglierne una per nostra ispirazione, e un tema o un incipit su cui lasciar correre la penna per quindici minuti. L’immagine che avevo scelto è questo particolare sguardo malinconico preso dal dipinto “Girl with the red hat” di Vermeer e l’argomento della libera scrittura era “l’oggetto del desiderio”, muovere un personaggio ossessionato da un desiderio incessante. Mi chiesi dove erano rivolti gli occhi di questa fanciulla e quale potesse essere questa ossessione velata di tristezza.
Ne uscì il primo paragrafo di questo testo, qualcosa ma non molto. E sono sempre critica con le libere scritture: se come dice Stephen King, scrivere è disseppellire il fossile e pulirlo dalla polvere, avendo i minuti contati mi sembra di scambiare per fossile una vecchia ciabatta! 
Successivamente, come compito a casa, fu chiesto di completarlo in forma di racconto, costruendo un primo atto con una svolta netta, un secondo atto dove il personaggio affronta la nuova situazione e possibilmente un finale adeguato. Non ricordo quanto tempo ci ho messo, non era libera scrittura a minuti. Del primo paragrafo ho corretto solo la frase in corsivo, luoghi e cognomi per l’atmosfera parigina, non molto altro. E poi sono andata a completare la storia, anche se non ne sono soddisfatta. Perché quando comincio da una libera scrittura, quel che ne viene dopo mi sembra zoppo, non lo sento nemmeno totalmente mio. Dunque chiedo a voi lettori: cosa c’è qui da rimaneggiare? Cosa salvereste di questo racconto?

Taglia, taglia, taglia. Tutte le volte che scriviamo, qualcuno ci dice di tagliare. Non solo parole, frasi e paragrafi, ma intere scene, centinaia di caratteri eliminati in un sol colpo. Non sono necessarie alla storia, questo è vero, a volte rivelano troppo e troppo presto al lettore, eppure hanno un gusto particolare, unico. Perché non farne un contenuto speciale come nei cofanetti dvd dei migliori film? Io adoro guardare le cutted scenes o il director’s cut, con il commento del regista, e ancora di più i making of, le riprese dietro le quinte o direttamente sul set proprio mentre stanno girando. E spesso penso che quella scena tagliata era migliore di quella effettiva!
Mi è capitato anche con il racconto di San Valentino pubblicato la settimana scorsa. Mentre ero lì che scrivevo, ecco spuntare una scena, un dialogo, perché i personaggi si muovono, hanno vita propria e spesso sono solo lì ad osservarli come una formica di passaggio. Li ho visti, li ho sentiti, ma nella revisione quelle parole erano in più. Tocca prendere la forbice e tagliare via. Scene tagliate, ma non dimenticate.
Ecco quindi le “cutted scenes” del racconto. E se non l’avete letto, potete rimediare subito qui: Speed date. L’amore in 3 minuti.

La prima volta che era entrata in quel bar, così luminoso nei suoi colori pastello, Suzi era appena arrivata nel nuovo appartamento, con i mobili della cucina che dovevano ancora essere consegnati, a farle compagnia solo un tavolo, una sedia e un frigorifero vecchio. Nulla per una colazione calda ai primi freddi di Ottobre. Quella mattina Andreas era impegnato con dei compratori, avrebbe dovuto vendere il suo bilocale arredato prima di trasferirsi da lei, dove c’era più spazio per una vita di coppia. Così da sola era scesa giù in strada e aveva cominciato a vagare per il quartiere, finché il profumo delle brioche calde l’aveva portata fin lì, in quel piccolo angolo accogliente. Poi divenne il suo appuntamento fisso di ogni mattina, il cappuccino del risveglio davanti al giornale, anche se il più delle volte erano chiacchiere con Simon e Niko. Quello era il loro café e patisserie, e il suo personale buongiorno al mondo.
Niko era quello più eccentrico, un vero artista pasticciere che non ascoltava niente e nessuno quando era intento a guarnire i suoi cupcake o a disporre le sue torte scolpite in esposizione nel banco frigo. Si occupava anche delle decorazioni dell’ambiente e dei tavoli, ma non era capace di battere un solo scontrino alla cassa. Per questo serviva Simon, molto più pratico. A lui spettavano tutte le incombenze poco fantasiose, dai rifornimenti della dispensa alle pulizie dei pasticci che Niko lasciava in giro.
Sembravano una bellissima coppia, due cuori che si conoscono da molto tempo ed hanno accettato tutto dell’uno e dell’altro.
L’avevano accolta da subito, come in famiglia, e all’inizio non capiva perché ci si trovava così bene, ma poi scoprì che tutti e due non erano di quella città, ci abitavano solamente da un anno, stranieri e con pochi amici proprio come lei.
Si precipitò da loro anche quella sera, due giorni alla vigilia di Natale, con il trucco tutto colato dal pianto. Stavano per chiudere il locale, Simon aveva già il giubbotto addosso, Niko stava raccogliendo borsa e sciarpa, quando lei s’infilò sotto la serranda e s’accasciò sul pavimento scossa dai singulti.
La sollevarono di peso ognuno per un braccio e la fecero sedere sul divanetto. Simon riaccese la macchina del caffè per prepararle una tazza di cioccolata calda, mentre Niko l’abbracciava e la cullava, sussurrandole di calmarsi. Con fatica riuscirono a farsi dire cos’era accaduto.
Andreas l’aveva lasciata. Erano passati tre mesi dal trasloco di Suzi in città, per lui aveva lasciato casa, amici e un lavoro che adorava. Le aveva detto di non trovare gli acquirenti giusti per il suo piccolo bilocale e nemmeno qualcuno a cui affittarlo, invece stava solo prendendo tempo, perché non sapeva come dirle di aver trovato un’altra, dopo cinque anni di fidanzamento e di promesse con lei. E aveva atteso la vigilia per questa rivelazione.
“Gli uomini sono proprio dei porci, cara” la consolava Niko. Simon, seduto di fronte, lo guardò sbieco. “Scusa, senza offesa per i presenti”, continuò Niko. “Però alle volte avete una prontezza micidiale nel causare disastri.”
Sarebbe dovuta tornare indietro, alla vecchia vita, ma Suzi decise di rimanere. Se c’è un motivo per tutto, ci doveva essere un motivo anche per questo, si disse. Questa città poteva ancora nascondere qualcosa per lei.

 

Un lunedì mattina Suzi si presentò in bar con un’espressione affranta. Sospirando attraversò il locale e raggiunse il bancone. Si sedette ad uno sgabello in attesa del suo cappuccino, gli occhi trasognati che scrutavano il soffitto in chissà quale visione malinconica.
Simon consegnò il resto ad un cliente e si spostò verso di lei. “Perché quell’aria? Postumi di un brutto weekend?”
“No, anche troppo bello in realtà” rispose lei. “Tipo quelle cose che non ti sembrano vere”.
“Sei uscita con qualcuno e ti piace parecchio.” Lui preparò piattino e cucchiaino mentre il caffè colava lento e profumato sulla tazza.
“Eh si, ha un fisico perfetto che è difficile non piaccia. Sembra anche intelligente…”
“Anche!” Simon sorrise divertito, mentre gonfiava il latte per produrre la schiuma.
“Già, dove sarà la fregatura? E’ un po’ troppo da film.”
“Quando lo rivedi?” le chiese mentre spolverava il cappuccino di cacao.
“Non lo so, ho la sensazione che sia parecchio conteso.”
Simon le mise la tazza fumante davanti, mentre Niko comparve dal retrobottega reggendo una deliziosa Sacher.
“Chi è conteso cara?”
“E’ uscita con un uomo” gli spiegò Simon appoggiato al bancone.
“Uhhhh, bene! Hai fatto presto tesoro!” Poggiò la torta sopra un’alzatina dorata. “Così si fa, risalire in sella subito dopo la caduta!”
“Così alla seconda fa ancora più male…” concluse per lui Simon.
“Sei sempre così ottimista tu!” Niko gli schioccò un bacio da lontano.
“Mi sa che ha ragione Simon invece. Ma dove vado io a trent’anni suonati?!” Suzi raccoglieva la schiuma dal fondo col cucchiaino.
“Cara, là fuori c’è un mondo di opportunità, credimi.”
“Là fuori Niko o sono già impegnati, o se sono single è perché vogliono esserlo.” Suzi agitò il cucchiaino per aria nella direzione dell’amico. “O sono gay!”
“Ahhhhh, non vi posso sentire quando siete così ottimisti! E’ meglio che mi rimetto a cucinare!” Si avviò verso il laboratorio del retro, quando nuovamente si girò verso di loro: “Simon, tesoro, ho finito la panna.”
“C’è la scorta nel frigorifero, anta destra, vicino alla crema.”
“Ma io ho finito anche la scorta…”
Simon sbuffò e Suzi si mise a ridere.
“Beati voi, si vede che c’è affiatamento…”
“Come no! Solo perché gli lascio fare quello che vuole, tanto alla fine i cocci sono sempre miei” rispose Simon irritato. “E adesso prepariamogli altra panna…”

 

“Dammi una fetta di torta al cioccolato, bella grande!” disse Suzi sedendosi al suo solito sgabello.
“No proprio. Devi pensare alla linea, bambina mia” le rispose Niko che le stava già preparando il cappuccino al cacao.
“Devo pensare anche allo spirito però” ribatté lei sfogliando veloce il giornale alla ricerca dell’oroscopo.
“Ma non dovevi uscire con qualcuno ieri sera?” Niko le sistemò la tazza fumante davanti, accompagnata stavolta da un piccolo cioccolatino. “Ecco, questo è il massimo che ti concedo.”
“Grazie. Sì, sono uscita con un ragazzo, carino ma niente di che. All’inizio sembrava difficile fare conversazione.”
“E poi?” Niko si era appoggiato al bancone e teneva la testa tra le mani, in attesa del racconto.
“E poi ha iniziato a parlare della sua ex…”
“Uhhhh” esclamò lui con una finta smorfia di dolore.
“Mi ha detto che lei gli ha chiesto una pausa, perché dice che lui non la capisce più, non è più in sintonia con le sue esigenze. Lui pensava si trattasse di una cosa veloce, un paio di settimane e invece sono due mesi. Io ero la sua prima uscita, pensava di potercela fare, di distrarsi un po’, ma ha ammesso di essere innamorato perso e di aspettare lei.”
Niko annuì in silenzio con la testa.
“Lì per lì ero furente, mi aveva invitato come ruota di scorta ecco, poi però mi sono ricordata di come sono stata io all’inizio. Se non c’eravate tu e Simon a consigliarmi, sarebbe stato uguale. Così gli ho spiegato anche la mia storia, per non farlo sentire solo.”
“E alla fine come vi siete lasciati?”
Suzi sospirò. “Alla fine gli ho dato una mano a scrivere una lettera di scuse per la sua -si spera ancora- fidanzata, gli ho dato un paio di consigli, cosa dire se la rivedrà, come vestirsi soprattutto… Niko dovevi vederlo! Pantaloni di velluto a coste, calzini di spugna e mocassini! Per non parlare del gilet smanicato con una camicia a quadretti…”
“Ommiodddio, ti prego basta!” esclamò inorridito Niko.
“…in flanella!”
“L’anticristo!”
“Gli ho dato l’indirizzo di una boutique di abbigliamento maschile in centro, dove lavora una ragazza del mio corso di Pilates. Le ho detto di chiedere proprio di lei, e nel frattempo l’ho avvisata.”
“Una missione impossibile, temo!”
“Forse no. Comunque lui mi richiamerà per farmi sapere come andrà, se torneranno insieme. Era contento a fine serata. Se avranno una figlia, le daranno il mio nome ha detto.” Suzi fissò il fondo vuoto della tazza. “Io però sono ancora qui da sola.”
“Vedila così: hai fatto una buona azione, e prima o poi l’Universo ti restituirà il favore.”
“Per ora l’Universo è in forte debito con la sottoscritta!”
Dal retrobottega, giunse Simon reggendo una cassa di bottiglie di latte che sistemò nell’angolo vicino al frigorifero. “E con queste dovremmo essere a posto per oggi. Buongiorno Suzi! Che novità ci porti?”
“Nessuna Simon, sono ancora single.”
“Suvvia, essere single non è poi così brutto, devi solo divertirti un po’ di più” cercò di consolarla lui.
Il cellulare di Suzi poggiato sopra il bancone emise uno squittio e si spostò leggermente vibrando.
Lo prese e lesse il messaggio appena giunto. La sua espressione cambiò all’istante. “Oh cavoli! Mi ha chiesto di uscire! Di nuovo!!”
“Chiiii?” chiesero in coro Simon e Niko, sebbene con espressioni differenti, uno preoccupato e l’altro elettrizzato.
“Quello bello da paura! Vuole rivedermi! Proprio me!!”

 

Simon stava spostando le tazzine pulite a riscaldare sopra la griglia della macchina da caffè, quando osservò Suzi entrare in bar borbottando dapprima contro un signore che uscendo non le aveva tenuta aperta la porta e poi contro il cellulare che trillava nella borsa.
“Che razza di stupido deficiente… Ecco, tieni, spegniti!” disse mentre componeva veloce un messaggio di risposta.
“Accidenti, chi ti ha pestato la coda oggi?! Fai paura!” Simon stava già preparando il consueto cappuccino del risveglio. Decise che era meglio abbondare di cacao e zucchero.
“Guarda, lasciami stare. Io io… vorrei proprio capire cos’hanno in testa certi uomini! E perché sono così stupida da finirci a letto!”
“A letto?!” I fondi di caffè gli caddero per errore dentro la tazza pulita. Simon la buttò infastidito nel lavandino e ricominciò di nuovo la preparazione.
“Si…”
“Aspetta, il palestrato?” le chiese.
“Si.” Suzi sibilò la risposta a denti stretti.
“Ma che numero di uscita era questa?” Cercò di ricordarlo da solo, si sentivano per messaggi, ma quante volte si erano già trovati fisicamente con quello? Era difficile star dietro all’agenda di appuntamenti di Suzi.
“Era la seconda…”
“Tut tut tut, troppo presto ragazza mia!” Aveva ancora una buona memoria allora.
“Presto, tardi, è un concetto relativo, no?”
“No, non ti ha insegnato la mamma che devi attendere almeno la terza uscita per farci sesso? Meglio ancora se resisti fino alla quinta. Ma prima della terza rischi di non essere presa seriamente in considerazione.”
“Eh, me ne sono accorta! Ma in quel momento era tutto così perfetto. Lui così romantico, premuroso, e muscoloso… E io ho ceduto” sospirò Suzi fissando il soffitto sconsolata.
“Uhm” Simon le posò il cappuccino di fronte.
“…tre volte” aggiunse lei in un sussurro.
“Ah!”
Il cicaleccio della lavastoviglie avvisò che il ciclo di lavaggio era terminato. Simon aprì lo sportello e lasciò uscire il vapore, prima di iniziare a svuotarla.
“Però gliel’ho detto che io non sono così, che non si faccia strane idee. E invece quello stronzo, idiota, pezzo di merda ieri sera mi ha… mi ha…”
“Scaricata” concluse lui.
“Macché, peggio!”
“Peggio?” chiese confuso. “Qual è il peggio?”
“Mi vuole far conoscere un amico!” sbottò Suzi.
“Non dev’essere andata tanto bene se ti vuole mollare ad un amico…” rispose Simon assorto nella pulizia dei bicchieri.
Suzi scandì lentamente le parole: “Vuole. Una. Cosa. A. Tre.”
La coppa da gelato che stava maneggiando Simon con l’asciugapiatti cadde rovinosamente a terra, con un assordante tonfo di vetri in frantumi. Sbuffò guardando in basso il risultato sparso in mille schegge sul pavimento. Poi si girò verso Suzi: “Devi essere proprio brava. O lui terribilmente stupido. O entrambe…”
Lei arrossì violentemente. Magari in certe cose se la cavava anche bene, ma qualcosa nell’espressione di Simon l’aveva offesa. Aveva detto lui che doveva divertirsi di più adesso che era single, e per una volta che l’aveva fatto sul serio, la faceva sentire sporca.
Dal retro arrivò Niko tutto trafelato, avendo sentito il gran botto. “Ma che è successo qui?!”
“E’ stata colpa mia. Ho distratto Simon, scusa.”
Niko gli rivolse uno sguardo interrogativo. Simon, con un tono alquanto acido, gli fece un rapido riassunto: “La bambina qui ha fatto sesso al secondo appuntamento. Tre volte.”
“Grandeeeeee!!” esclamò Niko tutto contento.
“Ma come grande?! Ma che le insegni?” Simon stava raccogliendo i cocci da terra.
“Che se la gente trombasse di più, ci sarebbe la pace nel mondo!”
“Non la dicono così ai concorsi di bellezza…”
“Perché non ho mai partecipato io!” concluse Niko incrociando le braccia risoluto.

 

“Buongiorno principessa!” Niko stava sistemando dei profumati muffin al cioccolato appena sfornati, doppio cioccolato visto l’intenso aroma che aveva invaso tutto il locale, quando Suzi arrivò puntuale per la sua colazione. Un venerdì di sole che salutava l’arrivo di febbraio.
“Ciao Suzi, il solito cappuccino?” Simon la salutò allegro, la luce che riverberava dalla strada accendeva i suoi capelli ramati. Per un attimo Suzi provò un moto impetuoso d’invidia verso Niko, e per quel che erano loro due. “Un muffin? Sono davvero eccezionali!”
“Si grazie, ho bisogno di tirarmi su… Non potete capire ragazzi che mi è successo ieri sera, davvero. Adesso ho persino paura di entrare in un supermercato! Un incubo!”
“Il supermercato?” chiese incuriosito Simon mentre ricaricava di chicchi di caffè tostato la macina elettrica.
“Non dirmi che sei andata alla spesa per single…” suppose Niko distrattamente.
Gli altri due volsero insieme la loro attenzione all’amico. Suzi stupefatta sbottò: “E tu come lo sai?!”
“Lo sanno tutti che il giovedì sera ci sono gli incontri dei single tra le corsie del market, mentre il venerdì sera ci sono alcune corsie dedicate agli scambisti. Da non confondere con il martedì del poliamore” continuò Niko sorridendo.
“Tu mi spaventi, dico sul serio!” Simon lo minacciò con il cucchiaino con cui mesceva il latte schiumoso.
“Beh, in ogni caso ognuno ha i suoi segnali di riconoscimento, difficile finirci in mezzo per errore.”
“Come no! Stavo solo facendo la spesa tranquilla, stanca di una pessima giornata di lavoro. Avevo il mio carrellino al traino, ero nel reparto dei panificati, cercavo di tirare giù un pacco di fette biscottate ma era in alto ed era l’ultimo, così non ci arrivavo nemmeno in punta di piedi. Si è avvicinato un uomo, fin troppo sorridente, e mi ha chiesto se mi serviva aiuto. Ho detto di sì…era molto più alto di me e non volevo essere scortese. Ha preso la confezione e nel porgermela mi ha chiesto se mi poteva interessare. Lì per lì ho risposto di sì, certo, anche se la domanda mi sembrava inutile e il suo sguardo troppo ammiccante.”
Niko sghignazzò sornione.
“Ho ringraziato e sono tornata alla mia spesa. Ha iniziato a inseguirmi. Cioè, non me ne sono resa conto, finché me lo sono ritrovato ad ogni scaffale. Alle bibite, ho preso un cartone di succo di frutto della passione e lui si è avvicinato dicendomi che forse correvo un po’, ma la cosa lo stuzzicava. Ha allungato la mano sul mio sedere e stava per baciarmi! Gli ho mollato un ceffone che ancora mi fa male la mano…” Osservò il palmo destro, che sembrava ancora pulsare dal dolore.
Simon mormorò solamente qualcosa.
“Ha cominciato a inveire contro di me, mi ha dato della stronza, l’avevo istigato io, gli avevo chiesto aiuto, avevo il fiocco, avevo confermato, poi il frutto della passione…”
“Ma avevi il fiocco?” le chiese Niko stupefatto.
“Si, no, cioè…avevo un fiocco rosso appena preso nel reparto cartoleria, mi serve per impacchettare un regalo per il compleanno di un’amica. Quindi era lì sul carrello per passare alla cassa.”
Niko esplose in una risata fragorosa e continuò a sbellicarsi fino alle lacrime.
Suzi e Simon non capivano. Dovettero attendere che l’amico riprendesse fiato.
“Il fiocco rosso è il simbolo della spesa dei single. Chi ha il fiocco rosso sul carrello è a caccia. Poi ci sono delle domande tipiche, di rito, ma ovviamente è il fiocco a determinare l’aggancio.”
Suzi divenne paonazza dalla vergogna. “Ma io non lo potevo sapere!”
“Certo che no, ma avere un fiocco, rosso, proprio di giovedì e proprio in quel supermercato… Tu batti ogni probabilità!”
“Non c’è niente da ridere davvero, mi sento un caso disperato oramai. Attiro disgrazie.”
“Dai su, è in arrivo San Valentino, magari Cupido si smuoverà a compassione!” la canzonò Niko. Lanciò anche un’occhiata trasversale a Simon, il quale s’irrigidì e gli restituì uno sguardo feroce, qualcosa che solo loro due sapevano.
“San Valentino, già…” mormorò Suzi. “La mia amica Elise mi ha invitato a partecipare ad uno speed date per quella sera. Penso andrò, tanto non ho niente di meglio da fare.”
“Speed date? Ma è roba vecchia stellina… Oggi è tutto sui social, dai!”
“Ah bella esperienza i social, si si, te li raccomando! Non ho avuto un appuntamento decente che sia uno tramite chat. Almeno così ci parlerò per tre minuti dal vivo, senza trucchi o inganni. Mi risparmio un po’ di noie!”
“Oppure ne avrai venticinque, tutte in fila, tutte la stessa sera! Da brivido!” Niko guardò la teglia che aveva in mano come contenesse una serie di piccoli mostriciattoli velenosi invece di deliziosi dolcetti alla vaniglia Bourbon. “La verità è che San Valentino è buono solo per vendere torte, bambina mia!”

 

Per tutta la settimana successiva Suzi non riuscì a passare al suo café preferito per la colazione: il suo capo era in viaggio all’estero e lei doveva arrivare presto in ufficio per poterlo contattare in orario utile all’altra parte del mondo. Dovette accontentarsi del liofilizzato del distributore self-service fino al venerdì mattina.
Trovò Simon impegnato tra la cassa, dove c’era addirittura la fila, e la macchina del caffè con i clienti che attendevano al banco il loro vassoio da portare al tavolo. Di solito era Niko che serviva gli avventori seduti.
Nell’andirivieni Simon la salutò corrucciato: “Arrivo subito!”
“Non preoccuparti, sono in anticipo io stamattina.”
Dopo cinque minuti l’ambiente tornò alla consueta calma.
“Eccomi, pronti per il cappuccino!” Aveva un sorriso terribilmente stanco.
“Ma sei da solo oggi? Che è successo a Niko?” chiese Suzi preoccupata.
“Lui è dalla madre per tre giorni. Ogni tanto va a trovarla, questo non è proprio il periodo giusto, ma lei ha tanto insistito e Niko non riesce a dirle di no…”
In tempo da record le mise davanti la tazza fumante, per poi scappare all’altro lato del locale: di fronte al registratore di cassa si era ammonticchiata un’altra fila di clienti pronti a pagare.
Suzi sorseggiò piano il suo cappuccino espresso intenso-molta schiuma-più cacao-niente zucchero, mentre il cellulare emise un piccolo trillo per l’arrivo di un messaggio sulla chat. Con la sinistra sbloccò il display, scorse veloce il testo e il liquido le andò di traverso. Tossendo forte per evitare di soffocare, si sporcò tutta la camicetta bianca.
“Ma che combini? Tutto a posto?” Simon corse dalla sua parte.
“Oh che disastro!”
“Tieni, passa subito questo.” Le porse lo spray dello smacchiatore e una spazzola da sotto il bancone. “Lascia che si asciughi fino a diventare polvere e poi basta spazzolare. Ma che ti è preso? Ho fatto male il cappuccino?”
“Guarda qui!” Gli porse il cellulare, con lo schermo ancora fisso sulla chat.
Simon si avvicinò per leggere il testo. “Però, è andato dritto al punto, sa proprio quello che vuole!”
“Sembra proprio di si.”
“Ma quando sei uscita con questo?”
“Sabato scorso.”
“E che cosa hai fatto stavolta per lasciargli intendere che sei disponibile a tale intimità? Ti sei ricordata la regola del tre?”
“Giuro che non ho fatto niente! Era la prima uscita e ci siamo salutati con una stretta di mano!” La macchia marrone sul tessuto diventò una sottile polvere bianca. Suzi iniziò a spazzolarla con vigore.
“Uhm…”
“Davvero!”
“Beh, se non altro è stato onesto, l’ha detto subito. Gli piacciono le entrate di servizio e la sottomissione femminile. Meglio saperlo ora che avere sorprese in futuro.”
“Cioè dovrei premiare la sua onestà, adesso?” Suzi sbarrò gli occhi incredula verso Simon.
“Sempre meglio di quelli che ti fanno perdere tempo, ti fanno traslocare per cinquecento chilometri e poi ti mollano sotto Natale” rispose lui acido, notando che un nuovo drappello di clienti stava entrando in quell’istante.
“Touché.”
“Scusa Suzi…non volevo. Oggi sono un po’ stanco anch’io. Niko non c’è da tre giorni e sto impazzendo qui al locale.”
“No, no, hai fatto bene. Altrimenti non me ne rendo conto.”
“Comunque non dovevo trattarti così.”
“No, hai ragione. Io vengo qui a stressarti con i miei incontri impossibili e a te manca Niko. Quando torna dovrà darsi parecchio da fare per farsi perdonare.” Quell’ultima frase stranamente sembrò angustiarlo di più. Suzi poggiò la mano sopra quella di Simon per rincuorarlo.
Lui tolse la sua mano da sotto quella stretta con una strana espressione negli occhi. “Vai a lavorare và, sennò arrivi tardi.”
Lei se ne andò delusa. Non solo la colazione le era andata di traverso, pure le parole di Simon. Forse non si rendeva conto di quant’era fortunato.

 

Quando spense le luci del locale quella sera, Simon vide una figura famigliare seduta scomposta sul ciglio del marciapiede, appoggiata al palo del lampione. Chiuse la porta dietro di sé e si avvicinò preoccupato. A terra una bottiglia di vodka non ancora del tutto vuota e la borsa da lavoro che vedeva ogni mattino. Dentro questa, il cellulare continuava a trillare messaggi.
“Suzi…” sussurrò piano. Stava con lo sguardo perso a fissare qualcosa d’immobile sulla strada ai suoi piedi.
“Lasssciammi sssstare” biascicò lei. “Non ho speran…zze.”
“Che dici? Dai, tirati su. Ti do una mano.” Cercò di sollevarla, ma si divincolava dalla presa agitando le braccia.
“Lassscia…mmi!!”
“Ma che è successo? Hai deciso di festeggiare da sola, eh? Invitare gli amici no?” Riuscì a farla alzare in piedi.
Aggrappata al suo petto per non cadere, lo guardò dritto negli occhi e iniziò a piangere in silenzio.
“Ehi…non fare così. Nessuno merita le tue lacrime.”
“Io l’ho vissto. Oggi. Passeggia…vano mano nella manno…”
Andreas e la sua nuova ragazza, ovviamente. Simon capì al volo il motivo di quella sbornia improvvisata.
“Cos’ho che non va in mmmme? Di… mmmelo…” Affondò il viso nel giubbotto aperto di Simon.
“Non c’è niente che non va in te, proprio niente. Vieni.”
La sollevò quasi di peso, accompagnandola per quattro isolati fino a casa. Lei borbottava frasi sconnesse, senza un senso apparente, forse ricordi d’infanzia. Giunti di fronte all’ingresso, Simon riuscì a trovare le chiavi nella borsa piena di cianfrusaglie femminili e finalmente entrarono nell’appartamento. Suzi stava ormai sonnecchiando appoggiata al suo collo. La prese in braccio e la trasportò fino in camera. La depositò delicatamente sul letto, le tolse il cappotto e le scarpe, e la coprì con un plaid che stava sulla poltrona lì vicino. L’alcool se l’era portata via in un sonno leggero che sembrava sereno. In un gesto istintivo le accarezzò i capelli. Quand’era stata l’ultima volta che si era concesso di… Scrollò la testa per scrollare le idee. Donne e guai. O donne nei guai? E’ la stessa cosa, pensò.
Nel piccolo cestino sotto il comodino spuntava una fotografia strappata, da una parte Suzi, dall’altra probabilmente Andreas.
Così era questo. Avrebbe dovuto chiedere a Niko per esserne certo, ma non gli sembrava poi così affascinante, dopo tutto. Qualcosa di buono doveva averlo, se si era preso cinque anni di vita di questa bella e intelligente ragazza. E ancora la faceva soffrire.
La lasciò che dormiva oramai pesantemente. Mentre i suoi dubbi l’avrebbero tenuto sveglio per parecchio, quella notte.

 

Il giorno seguente, il giorno di San Valentino, Suzi ricordò poco di quanto era successo, la memoria le restituiva frammenti confusi: Andreas che sorrideva a quella biondina, la biondina che baciava le loro mani intrecciate, la rabbia e le lacrime che l’avevano colta a vederli insieme, e una bottiglia presa al supermercato che aveva iniziato a bere nel parco, imprecando. Poi il buio. Non si capacitava di come fosse arrivata sana e salva a casa.
Prese un’aspirina per il forte mal di testa, conseguenza della dose di alcool a cui non era abituata, e decise di saltare la colazione. Se Niko era tornato, Simon di certo non la voleva tra i piedi.
La giornata al lavoro passò veloce e arrivò il momento di prepararsi per la serata, lo speed date in centro in compagnia della sua amica Elise. Raggiunsero il pub in taxi insieme, mentre Elise le spiegava il funzionamento: le donne sedute ai tavoli, ben distanziati, un po’ di penombra a dare la giusta intimità, alla campanella gli uomini slittavano di un posto, al tavolo successivo. Così via per tutta la sera. Al termine tutti consegnavano una scheda con le proprie preferenze e se il gradimento era reciproco ricevevano il contatto dell’altra persona, per un incontro privato.
Suzi ordinò una diet coke e si sedette in attesa. I primi due uomini la inondarono di domande, tanto da sentirsi ad un colloquio di lavoro non ad un appuntamento. Il terzo si mise a parlare del tempo e fu impossibile ravvivare la conversazione.
Al quarto incontro pensò ad uno scherzo: davanti a lei comparve Simon, con un sorriso smagliante.
“Che ci fai tu qui?!”
“Lo stesso che ci fai tu: sono alla ricerca dell’anima gemella.”
“Ma questo è uno speed date per etero!” Si sporse sopra il tavolo per non farsi sentire dai camerieri che passavano con le ordinazioni.
“Si, lo so. Io non sono gay.”
“Tu non sei…cosa??”
“Sei tu che sei saltata a conclusioni sbagliate. Le tue parole mi hanno fatto malissimo quel giorno… però mi sono reso conto che avevi ragione. Probabilmente è colpa mia, mi sono… assopito, avrei dovuto invitarti ad uscire la seconda volta che eri entrata al bar. Poi non ne ho più avuto il coraggio.”
“Ma ma ma… tu sei gay!” La voce stridula le si smorzò in gola.
“No, non lo sono.” Sorrise divertito dalla sua espressione incredula. “E vorrei dimostrartelo qui adesso, sopra questo tavolino, ma vedi preferisco rispettare la regola delle tre uscite.”
Suzi arrossì all’istante, il cuore prese a battere all’impazzata. Il cambio di prospettiva le dava le vertigini. Simon era, o meglio non era, e quindi era… interessante. Carino. Eh si, molto carino, come etero. E quei bicipiti da dove spuntavano? Non glieli aveva mai visti! O forse si? All’improvviso ebbe un flash di due braccia muscolose che la sollevavano da terra e il profumo di un colletto di camicia che era stato inamidato. C’era anche una nota di vaniglia in quel tessuto. L’aveva portata a casa lui ieri sera?
“Non mi sono reso conto che la nostra amicizia da fuori viene fraintesa. Io e Niko siamo come fratelli, siamo cresciuti insieme. Sono stato il primo a cui ha confessato di essere omosessuale, lui era al mio matrimonio e io ero al capezzale di suo padre quand’è morto. E ha chiamato me quando un gruppo di balordi l’ha pestato fuori da un locale.”
“Io… io non… capisco.”
“Sono single da un anno, da quando ho avuto la sentenza definitiva di divorzio. Ci siamo innamorati troppo presto e sposati subito, e poi è andato tutto a rotoli alla prima occasione. Si è trasferita per lavoro dall’altra parte del mondo senza nemmeno darmi il tempo di dire la mia. Ho aperto il bar in società con Niko e ho deciso che è meglio stare soli, che stare male.”
“Uhm…” Nella mente di Suzi martellavano solo queste tre parole: Simon, bello, single. No: Simon, stupendo, single.
“Perciò comprendo perché sei arrabbiata per il tuo ex, che dopo cinque anni ha sfumato tutti i vostri progetti. Le cose vanno fatte in due ed è bene dire subito quali sono le reali intenzioni.”
“E… quali sono le tue?”
In quel momento suonò la campanella del cambio.
“Oddio, e adesso?” esclamò inorridita. Non aveva voglia di parlare con altri uomini, doveva chiarire la questione Simon quanto prima!
“Adesso usciamo fuori di qui e andiamo a prenderci un gelato.” Si alzò in piedi e le porse la mano.
Lei l’afferrò, era calda, pronta e sicura.
“Pistacchio! E’ il mio gusto preferito, e se non c’è il pistacchio si cambia gelateria ok?”
“Sissignora! Però, ecco, ti pregherei di non saltarmi addosso già questa sera…” Simon strinse l’occhio divertito.
Lei scoppiò a ridere. “Scemo!”
Fuori dal pub, Suzi respirò a pieni polmoni l’aria fresca. Le luci della città non le erano mai sembrate così belle.
“Grazie Universo!” sussurrò verso le stelle.

 

(c) 2018 Barbara Businaro

 

Ringrazio tutte le mie amiche single per scelta, o per sopravvenuti disastri, e anche le mie amiche impegnate, ma troppo avventurose per limitarsi, che mi fanno partecipe dei loro incontri strampalati e grotteschi, delle rocambolesche peripezie amorose sempre sul filo del… silkepil.
Che a scriverne un racconto non ci crederebbe proprio nessuno.
Vi auguro con tutto il cuore di trovare il vostro Simon!
Barbara

E’ arrivata la prima spolverata di neve in città, strade e tetti imbiancati come in una vecchia cartolina natalizia. E’ la terza volta che ci prova e di solito in meno di due ore si dissolve sotto la pioggia. Oggi no, ha proprio deciso di ancorarsi al suolo, con mio sommo disappunto. Non mi piace la neve, alla mia età è pericolosa e la meraviglia del paesaggio lascia spazio alla preoccupazione che nasconda una lastra di ghiaccio e io mi ritrovi in un attimo lungo disteso sul marciapiede. Telegiornali e pronto soccorso si riempiono di anziani azzoppati. Quindi io con la neve mi blocco in casa. Che va bene per leggere, ma non per recarsi all’edicola, in libreria, in biblioteca e al circolo di lettura. Questioni non facilmente delegabili ad altri.
La neve ha anche portato altro scompiglio: mio figlio si è messo in testa di passare il Natale in montagna tutti insieme. Entra in casa tutto contento a darmi il lieto annuncio, mentre mia nuora mi mostra compiaciuta giacca e pantaloni imbottiti presi apposta per me, non proprio dai colori sobri, e i miei nipoti, che sono in vacanza dalla scuola, tolgono dalla scatola un paio di scarponi doposci.
Odio la neve, ma i bambini sono così entusiasti che non posso essere io il nonno rompiscatole che gli rovina le feste.
Mentre indosso a fatica l’abbigliamento, e mia nuora ricomincia a riempirmi la valigia, mio figlio nota l’ordine nella cameretta di servizio. “Bravo papà, l’hai sistemata finalmente. Potresti anche ospitare qualcuno dei tuoi amici qui adesso.” Sorrido. Non ha notato le pantofole sotto il letto. Del resto non si è dato pena di chiedermi se avevo altri programmi per la settimana.
Dicono che vengono a prendermi domattina, e per allora gli preparo io una bella sorpresa.

(continua…)

 

Segui tutto il Diario difficile di un lettore sulla neve, un giorno alla volta: calendario del diario.

Continua la storia di Liam e Caitlyn, iniziata proprio un anno fa ad Halloween, quando tutto è possibile. Se ve la siete persa, potete rileggere la prima parte qui: Allontanati dal sole (Walk away from the sun)

 

Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.

 

Lo sapeva bene Liam. Era passato già un anno dal suo incontro con Caitlyn, e non riusciva a smettere di pensare a lei tutti i giorni. Possibile innamorarsi così in una sola notte? E di un fantasma per giunta. Quella serata a caccia del suo assassino era stata davvero magica, e spesso si chiedeva cosa sarebbe stato per lui ritrovarsi nell’altro mondo, per sempre, con lei.
Non che da questa parte andasse poi così male, anzi, le sue quotazioni di mercato erano in costante ascesa. Non capiva per quale straordinaria congiuntura astrale era diventato popolare tra il pubblico femminile. Più la sua mente si fissava sul ricordo di Caitlyn e più le ragazze in carne ed ossa gli ronzavano attorno. Bigliettini con numeri di cellulare tra i libri, infilati nell’armadietto, addirittura in mezzo ad una relazione corretta dalla giovane assistente del professore. Aveva composto qualcuna di quelle sequenze ed era uscito con coloro che gli avevano risposto. Un paio di storie erano durate qualche mese, e poi il suo interesse svaniva.
Ogni volta tornava a casa, da sua madre per qualche giorno, e passava alla tomba di Caitlyn con un mazzo di rose candide freschissime.
E ci sarebbe andato anche domani. Era sul treno del ritorno per la pausa di Halloween. Il college avrebbe sospeso le attività solo per il ringraziamento a fine novembre, ma poteva permettersi di saltare qualche lezione. E non voleva perdere questa notte, Samhain, la festa dei morti, il passaggio dall’estate al lungo inverno, la supremazia dell’oscurità sul giorno, l’incrocio tra i due mondi.
Sospirò. Il paesaggio fuori dal finestrino cambiava velocemente, mentre lui fissava un punto nell’orizzonte dove i primi raggi dell’alba schiarivano il cielo.
Cercava di prepararsi al peggio. Caitlyn non aveva più questioni in sospeso come ogni fantasma che si rispetti. Non c’era possibilità di rivederla.
Si stiracchiò sulla poltrona, per quanto l’angusto spazio gli consentisse. Non c’erano molti passeggeri a bordo e la calma lasciava troppa strada ai suoi pensieri cupi.
Guardò l’ora sul telefonino: il treno era in orario e zero messaggi. Il giornale lì a fianco l’aveva già sfogliato, niente di nuovo: polizia e stampa locale rincorrevano un serial killer la cui firma era la frase “Ti troverò” tracciata con un rossetto sul petto delle giovani vittime, tutti maschi sotto i trent’anni. Nessun particolare collegamento tra i vari omicidi, nessun indizio sul colpevole, si sospettava solo di un sito di appuntamenti al buio. Un incontro con la morte invece che con l’amore.
Sbadigliando, ripiegò il quotidiano sul tavolino di fronte al suo posto.
In quel momento un paio d’occhi color cioccolato gli sorrisero, mentre percorrevano il corridoio in direzione del distributore di bevande del vagone, proprio alle sue spalle. La ragazza ancheggiava ad ogni sussulto del convoglio e per contrastare gli scossoni si appoggiava ai sedili vuoti. Quando gli fu vicino, finì addosso alla spalla di Liam.
“Scusa…” sussurrò in punta di labbra.
Era chiaro che l’aveva fatto apposta. Si fissarono per un attimo. Lei riprese il suo cammino e lui si girò a osservare le tasche dei suoi jeans. Bei jeans.
Sì, carina. In altri momenti avrei detto stupenda. Ma non è lei.
Nessuno sarà mai lei.

 

Dai, cambia disco Liam, passa oltre! Anzi, vai alla macchinetta anche tu a prenderti un caffè. Muovi il culo!
Si alzò e la raggiunse in due passi. Lei stava borbottando contro la pulsantiera: le monete entrate si erano bloccate a metà corsa.
“Posso? Di solito basta chiedere con cortesia…” e assestò un colpo laterale al distributore, forte e secco. Un cicalino confermò il credito disponibile.
“Oh grazie!” Non smetteva di sbattere le ciglia, mentre gli mostrava denti bianchissimi su labbra rosse e invitanti.
Gli posò una mano sulla spalla. “Il minimo che posso fare è offrirti qualcosa…mi fai compagnia? Io mi chiamo Maeve.”
“Certo…Io sono Liam. Per me un caffè con latte grazie.”
La ragazza azionò l’apparecchio e attese che la bevanda si preparasse.
“Allora Liam anche tu torni a casa per Halloween? Dove scendi?”
“La prossima stazione è la mia fermata.”
“Ma dai, che coincidenza! Scendo anch’io lì!” Lo guardò radiosa. “Vado a trovare mia nonna che abita poco fuori città.”
L’erogatore aveva terminato. Maeve prese il bicchiere di plastica e glielo porse. “Ecco il tuo caffè.”
Liam l’afferrò, ma qualcosa gli fece volare letteralmente il bicchiere a terra. Un sobbalzo del convoglio o la sua sbadataggine?
Non avrebbe saputo dirlo. Certo è che a volte gli accadevano cose strane, gli oggetti gli sfuggivano di mano, le porte gli si chiudevano in faccia, inciampava e scivolava nei momenti meno opportuni.
“Accidenti!” Il liquido era sparso sul pavimento, qualche goccia sui suoi jeans sdruciti, ma per fortuna non aveva macchiato anche lei. Prese dalla toilette vicina le salviettine di carta e iniziò a pulire quel macello. “Mi spiace, scusa.”
“Fa niente. Te ne prendo un altro…”
“No, no, grazie, va bene così. Si vede che per oggi i caffè sono già troppi.”
Non convinta, prese un’altra bevanda per sé e iniziò a sorseggiarla avvicinandosi lentamente a Liam.
“E quanto rimani in zona?” le chiese lui impacciato.
“Un paio di giorni credo.” Gli puntò addosso i suoi occhi seducenti. “Potremmo vederci per una birra…”
Il cellulare iniziò a suonare nella tasca di Liam.
“Oh scusa.” Guardò il display: mamma. “Devo rispondere, grazie del caffè. Ehm, della chiacchierata.”
Tornò al suo posto. “Si, ciao, si, sto arrivando…”
Maeve ripercorse il corridoio per andare a sedersi. Sorrise e strizzò l’occhio a Liam quando gli ripassò davanti.
“No mamma, vengo io a piedi, ho bisogno di camminare…”
E di svegliarmi soprattutto.

 

“Sono tornato” gridò Liam entrando dalla veranda. In mano stringeva ancora il foglietto rosa su cui Maeve aveva annotato il suo numero e il suo indirizzo.
Potevano vedersi per una birra in serata, no? Se sei furbo Liam non ti fai scappare anche questa, pensò. E’ stata carina e gentile.
“Eccoti qui. Come stai?” Sua madre Sophie gli corse incontro.
Si lasciò abbracciare. Lui diventava sempre più alto, o era sua madre che stava rimpicciolendo con l’età. “Dov’è John?” le chiese poi.
“Tuo padre…” Liam socchiuse gli occhi. Non era suo padre, ma si trattenne dal precisarlo. “…è ancora al magazzino. Un carico di lavoro urgente.”
“Sei un po’ pallido…” Gli ricompose i capelli sulla fronte.
“Non ho dormito bene in treno.”
“Non sei solo stanco. Hai un’aria sempre più triste. Perché non ti vedo felice?”
Cercò il suo sorriso migliore, quello da premio Oscar. “Ma io sono felice mamma, davvero.”
“Non m’incanti Liam. E’ come se ti mancasse qualcosa… Ti sento distante, e non sto parlando del fatto che l’università è lontana.”
Rimase in silenzio ad osservarlo.
“Non stai studiando troppo? Va bene il futuro, ma ricorda che devi anche vivere. Divertirti.”
“Si mamma, non preoccuparti, sto bene.” Sempre la stessa storia tutte le volte che rientrava a casa.
Sua madre annuì poco convinta. Aprì il forno e tolse una teglia piena di frittelle ancora calde. “Queste ti piacciono ancora?”
“Senza dubbio.” Ne prese una e l’addentò. “Fantastica!”
“Stasera esci? Ho sentito dalla signora Graham che anche gli altri ragazzi, Max, David e Joen, sono tornati. Li hai sentiti?”
“Si mamma, ci scriviamo sui social, ma stasera vorrei starmene tranquillo.”
E sapeva di mentire. Sarebbe uscito per cercarla in ogni angolo? Non aveva motivo di essere qui, stanotte, niente la legava più al mondo terreno.
“Hai i prossimi giorni per annoiarti qui a casa. Esci con gli amici, ok?” insistè lei.
“Uhm…” Aveva la bocca troppo piena per controbattere.
Genitori. Quando vuoi uscire ti dicono di no, quando vuoi restare a casa ti forzano ad uscire. Mai contenti.

 

Sua madre Sophie comparve sulla soglia della camera dopo pranzo, quando lui stava disfacendo la valigia.
“Scusa Liam, potresti farmi un favore? Ho terminato un paio di cose in dispensa, ma ho del lavoro da terminare. Puoi fare un salto giù al market?”
“Nessun problema, stavo proprio andando in centro per un paio di commissioni.”
“Vai da lei?”
“Anche si, passerò a salutarla.” Evitò di incrociare il suo sguardo. Sapeva che non era d’accordo su questo punto, e probabilmente aveva ragione.
Sua madre non aggiunse altro, il suo silenzio diceva già molto.
Prese la lista degli acquisti attaccata al frigorifero e uscì a piedi in direzione del centro. Pur essendo fine ottobre, la giornata era tiepida e c’era parecchia gente per i marciapiedi e dentro i negozi, per gli ultimi preparativi per la serata, i bambini per il gioco di Dolcetto o scherzetto, gli adulti per esorcizzare le loro paure ancestrali.
Il sacchetto della spesa sulla destra e il mazzo di fiori sulla sinistra, Liam faticava a vedere davanti a sé, in attesa del verde del semaforo pedonale.
Attraversando poi la strada finì addosso ad un altro pedone. Si girò per chiedere scusa, quando anche lei fece lo stesso. E il suo cuore cessò d’esistere.
Inondata dalla luce solare che rifletteva nel palazzo a vetri di fronte, riconobbe lei, i suoi lunghi capelli dorati, ondulati sulle spalle, i suoi meravigliosi occhi azzurri, cangianti in pieno giorno, le sue labbra appena rosate su un sorriso innocente, disarmante.
Niente vestito bianco macchiato di sangue, il colorito pallido sostituito da una tenue abbronzatura.
Riuscì solo a dire una parola. “Caitlyn?”
A quel nome la ragazza sgranò gli occhi, si voltò di nuovo e iniziò a correre lontano da lui. Un clacson riportò Liam , ancora fermo in mezzo alla strada, alla realtà e cambiò direzione per inseguirla senza nemmeno pensarci troppo su.
“Caitlyn!” Era vera o l’ennesimo abbaglio? Forse solo la stanchezza che si faceva davvero sentire.
Se così fosse, perché lei era scappata? Proprio quando ha sentito il suo nome. Doveva sapere, doveva assolutamente sapere.
Corse all’impazzata, rischiando di rompere la busta di carta da una parte e sciupare le rose dall’altra, mentre lei libera da zavorra era decisamente più veloce e agile. Cercò di non perderla di vista, ma svoltato l’angolo pochi minuti dopo la chioma bionda era scomparsa. Sbirciò tutte le vetrine dei negozi, ma nessun indizio. Volatilizzata nel nulla. Come un fantasma.
Si fermò a riprendere fiato.
Non era ancora sceso il tramonto, eppure l’aveva toccata. Le loro spalle si erano respinte, massa contro massa. E aveva visto il suo corpo cozzare contro altri passanti, esattamente come lui.
Ma che… diamine… era successo?!

 

“Eri tu?”
Ancora frastornato per quanto accaduto, aveva girovagato alla ricerca della ragazza per un po’, finché non aveva imboccato il viottolo del cimitero e raggiunto quel luogo in cima alla collina che conosceva così bene.
“Allora eri tu Caitlyn?”
Si girò intorno in cerca di risposte, sussurrate dal vento, indicate dagli alberi, dalle rose candide che aveva appena sistemato, o chissà cosa.
Silenzio assoluto.
“Se eri tu, non era divertente. Sto rischiando di uscire pazzo con questa storia…”
Ancora silenzio. Solo in lontananza si vedevano altri visitatori venuti a salutare i loro cari. Ma nessun segno di lei.
Si sedette a terra, sull’erba, accanto alla busta della spesa di sua madre, la testa tra le mani. Si chiese se era una visione quella che aveva avuto. Se era arrivato a soffrire di allucinazioni. Forse era così che il nonno si era buttato dalla finestra: aveva creduto di vedere nonna che lo salutava. Oppure lei c’era davvero ed era venuto a prenderlo per accompagnarlo nel regno dei morti?
La ragione, o quel poco che gli rimaneva di essa, gli suggeriva di smetterla. Due casi di pazzia in famiglia erano più che sufficienti. Perché anche se nessuno voleva ammetterlo, pure sulla morte di suo padre, il suo vero padre, aleggiava l’ombra della follia. Non erano state trovate tracce di frenata sulla strada, quasi che volesse finire con l’auto nella scarpata. Liam era ancora un bambino, e per un certo tempo, fu seguito da uno psicologo. Alla fine disse che il trauma era superato. Liam aveva solo imparato a mentire bene.
“E tu mi vuoi fare questo Caitlyn?”
Avrebbe atteso l’imbrunire. Al tramonto il velo tra i vivi e i morti sarebbe caduto. Se lei voleva comparire, questo era il luogo dove l’avrebbe trovato facilmente. Non mancava poi molto ormai. Si distese completamente sull’erba a osservare la natura circostante, così quieta, mentre la sua mente era in subbuglio.
Il sole fu inghiottito dall’orizzonte e poco a poco il cielo calava le sue tenebre, finchè non comparve la prima stella nel blu scuro e le lampade del cimitero si accesero per illuminare le uscite.
Samhain era iniziato. Ma le pietre continuavano a rimanere inesorabilmente mute. Lei non c’era.
“Addio Caitlyn, questa è l’ultima volta.”

 

Un ragazzo poco più alto di Liam, e forse pure di qualche anno più grande, lo fissava fermo sul vialetto davanti casa. Indossava un completo chiaro, giacca e pantaloni, strappati e bruciacchiati in più punti. Il viso completamente annerito dal fumo e una parte della testa con pochi capelli incollati al cranio dal sangue coagulato.
“Ciao Liam. Ti stavo aspettando.”
“Ci conosciamo?” Non trovava nulla di famigliare in quella faccia, nascosta dal trucco nero che dava veridicità alla maschera.
“Non proprio. Lei mi ha detto che mi avresti aiutato.”
“Lei chi, scusa?”
Il giovane si avvicinò di qualche passo. Le bruciature a pelle viva che lasciavano intravvedere le piccole ossa delle mani erano impressionanti. Una pittura con effetto tridimensionale davvero notevole. “Caitlyn…” sussurrò.
Il cuore di Liam perse un colpo a sentire quel nome da un estraneo. Nessun’anima viva sapeva quello che era successo esattamente un anno fa. Nemmeno sua madre conosceva il nome dell’amica che giaceva sepolta al cimitero. Non c’era alcuna prova tangibile del suo legame con Caitlyn.
Ma era di nuovo Halloween, il confine dei due regni era di nuovo evanescente. E se non era di questo mondo…
“L’hai vista?” chiese speranzoso, col battito che gli pulsava frenetico alle tempie.
“Vedere non è proprio il verbo giusto. Però sì, mi ha detto di cercarti. Che tu puoi aiutarmi, come hai fatto con lei.”
“Lei sta bene? E’ viva?”
L’altro lo guardò un attimo interdetto, soffocando una smorfia divertita.
“Che stupido! Viva, no di certo. Intendo: è ancora un fantasma?”
“Si, credo di poter dire che è nella mia stessa condizione.”
Quindi ha ancora delle questioni da sistemare tra i vivi, ma quali? Non gli importava poi molto, se c’era la possibilità di rivederla.
“Ti ha parlato di me, dunque? Come posso mettermi in contatto con lei?”
“Non lo so, però mi ha detto di darti questo messaggio, che tu avresti capito: lascia perdere.”
“Lascia perdere? Lascia perdere cosa?” gridò rabbioso Liam.
L’altro alzò timidamente le spalle. “Non lo so, non ha aggiunto altro. Mi spiace.”
“Lascia perdere, mi dice. Lascia perdere…” Liam sbuffò. Lasciar perdere lei, ovviamente. Oppure, e osservò il nuovo fantasma al suo cospetto, lasciar perdere proprio il latore del messaggio? Così assumeva un altro significato.
“In cosa dovrei aiutarti? Questioni in sospeso immagino” azzardò Liam.
Il ragazzo annuì con un cenno del capo. “Mi chiamo Malcolm. E devo trovare…”
“Il tuo assassino, ovvio.”
“No. La mia fidanzata.”
Ah ecco, adesso divento pure un consulente matrimoniale per coppie di fantasmi in crisi. Ottimo.

 

Entrò a consegnare la spesa a sua madre e dirle che sarebbe uscito quella sera con amici, lasciandola contenta e sollevata. Se davvero avesse saputo che cosa lo aspettava, avrebbe di sicuro cambiato idea. Quando si richiuse la porta di casa alle spalle, Malcom era ancora lì ad attenderlo.
“Bene, spiegami di che si tratta. E intanto incamminiamoci, mia madre mi sta spiando dalla finestra.”
Malcolm gettò uno sguardo dietro le spalle di Liam. “Si, è vero.”
Si avviarono lungo il marciapiede, dove comitive di bambini e genitori avevano iniziato la processione per il recupero dei dolcetti nel quartiere.
“Lei si chiama Nicole. Vivevamo insieme da un anno e pensavamo di sposarci. Ero in trasferta per lavoro e di ritorno dalla cena sono stato aggredito per strada, mi hanno rubato il portafoglio. Ero riuscito a trovare un tassista che mi riaccompagnasse in albergo, dove l’avrei fatto pagare, ma il taxi ha avuto un incidente. Un camion guidato da un ubriaco è passato col rosso e ci ha preso in pieno. L’auto ha preso fuoco, non ero riconoscibile al volto e non avevo documenti. Sono stato scambiato per un’altra persona, non so perché. E Nicole non trova pace perché ufficialmente sono scomparso nel nulla, senza dirle niente. Qualcuno le ha raccontato che forse avevo una doppia vita e me ne sono semplicemente andato.”
“E tu invece vuoi farle sapere la verità. Tramite me.”
“Esatto.”
“Come pensi di trovarla dunque?”
“So che è qui, da queste parti. Sento la sua presenza.”
Liam rimase un secondo a riflettere. “E cosa farai tu in cambio per me? Non è scritto da nessuna parte che io debba aiutarti…”
“Io…” si avvicinò ancora di qualche passo. “Posso portarti da lei. Da Caitlyn.”
“Mi ha detto di lasciar perdere, ricordi?”
“Amico, sta a te la scelta. Io però so come farla venire da te.”
Liam cercava di capire se poteva fidarsi di lui. Ma tutto sommato, non avrebbe corso pericoli. Stavolta non c’erano di mezzo assassini stupratori violenti. Al massimo un’ex fidanzata indispettita. Poteva gestirla come tutte le sue ex fidanzate dell’ultimo anno. E se c’era anche una sola possibilità di rivedere Caitlyn, avrebbe preferito rischiare. Lasciar perdere era l’ultimo dei suoi intenti, ora che sapeva che Caitlyn era ancora in quel mondo.
Soprattutto doveva capire chi aveva visto quel pomeriggio. A tutti i costi.
“Ancora una cosa.” Malcom frugò nella tasca interna della sua giacca spelacchiata. Estrasse una scatolina di velluto rosso mezza carbonizzata.
“Devi darle questo.” Aprì la scatola e gli mostrò un anello con brillante, un piccolo rubino a forma di cuore.
“Avevo preparato tutto per chiederle di sposarmi, appena fossi tornato a casa. Lei deve saperlo. Tieni.”
Liam lo estrasse dalla confezione. L’anello era solido, forse anche il suo amico. Si guardò in giro. La casa della signora Johnson era sparita, sostituita da un parcheggio in terra battuta, e quella del vecchio Wesson aveva una siepe di bosso mai vista, nemmeno da bambino.
Bene, è cominciata la serata, pensò Liam, stiamo attraversando i due mondi.
Si girò indietro per guardare il giardino di casa in fondo alla via. Nessuna biondina vestita di bianco sotto l’albero da dove era caduto l’anno scorso.
Sospirò. Dove sei Caitlyn? Dove ti nascondi?

 

Intorno a mezzanotte, avevano già attraversato due volte la città, secondo quanto Malcolm gli indicava in merito alla direzione presa da Nicole.
“Sento che sta girando qui intorno… Ho come la sensazione che ci insegua. E appena dovremmo vederla di fronte a noi, sparisca di nuovo. Ma non sono bravo in queste cose.”
Spazientito dalla ricerca piuttosto inutile, che riduceva sempre più il tempo a disposizione per trovare anche la sua donna fantasma, Liam gli chiese a bruciapelo: “Piuttosto, come pensi di rintracciare Caitlyn?”
Malcolm cercò di rassicurarlo. “Sono sicuro che al momento propizio si presenterà. Credo che lei ti senta, proprio come io sento Nicole.”
“Lei mi sente?” Liam rimase perplesso alla rivelazione, ammesso che fosse vera. Soprattutto non lo convinceva lo strano ghigno che per un attimo aveva scorto in viso all’amico. C’era da chiedersi cosa intendesse con “momento propizio”, però cercò di zittire la sua inquietudine. Doveva solo consegnare un anello e poi avrebbe rivisto Caitlyn.
La temperatura era scesa, soprattutto l’aria si era riempita d’umidità. Attraversarono un piccolo banco di nebbia e quando ne uscirono, Malcolm si accigliò.
“Che è successo? Sbaglio, o qui avevo appena visto un edificio che costeggiava tutta la strada fino al parco alberato laggiù?”
“Tranquillo, la direzione è quella giusta, anche se il paesaggio stanotte cambia. Non farci caso, sono solo pochi attimi. Poi tutto si rimescola.”
“Ah, i due mondi…”
“Già.” E se ti trovo Caitlyn questa volta non so in quale mondo mi fermo, pensò Liam.
Superata anche l’entrata del piccolo parco e svoltato nella strada adiacente, Malcolm si fermò di botto. “Questo posto me lo ricordo!”
Liam si guardò attorno. “Il tuo incidente è stato qui? Non mi ricordo di averne letto…”
“No, no, io ero a Phoenix. Quello di fronte è invece il ristorante dove avevo prenotato per il sabato successivo, quando fossi tornato a casa. Le avevo detto che saremmo usciti a cena proprio qui, ma ovviamente lei non sapeva nulla della proposta e dell’anello.”
“Forse sta cercando proprio questo ristorante, no? Fermiamoci qui un attimo.”
Poco distante dallo stesso lato della strada c’era il pub di Simon, meta preferita degli studenti dell’ultimo anno e spesso aveva trascorso le nottate lì con Max, David e Joen. Prima che qualche ragazza li sequestrasse. Fuori c’erano un paio di tavolini, occupati dai fumatori che entravano e uscivano dal locale.
“Anzi, prendiamoci una birra lì. Così se Nicole arriva al ristorante, posso osservarla, prima di capire come avvicinarla.”
Liam entrò per prendersi una bottiglia e tornò fuori da Malcolm che si era già accomodato ad un tavolo vuoto.
“Allora, dimmi qualcosa di Nicole che possa aiutarmi. Il messaggio che le devo dare non è proprio indolore.”
“Beh, lei ha trentacinque anni ora, ma ai tuoi occhi è molto più giovane.”
“Uhm…” Non lo stava realmente ascoltando, osservava distratto il ristorante e tutta la via. In realtà sperava che fosse un’altra donna a comparire.
“Dimostra la tua età, intendo.”
“Però! E qual è il suo segreto di bellezza?”
“Il male non invecchia…”
“Non ti seguo. Perché il male??” Prese un’altra sorsata dalla bottiglia.
“Lei beve il sangue delle sue vittime.”
A Liam andò di traverso la birra, sputò tutto inondando il marciapiede. Gli altri avventori lo guardarono ridendo. “Ahi amico, vacci piano!”
Tossì freneticamente finché l’aria non tornò ad inondare i polmoni.
E poi si rivolse atterrito al suo accompagnatore. “Quali vittime?!”

 

“Beh…lei è cambiata da quando me ne sono andato. E’ arrabbiata con me, capisci.”
“Quali vittime Malcolm?” gli gridò furente Liam a denti stretti.
“Uomini. Si sta vendicando di me, ammazzando quelli che escono con lei.”
“Merda!” Doveva essere una serata tranquilla, eh?
E poi ripensò a quello che aveva letto sul giornale. “Il serial killer! Sai se lascia una firma sul corpo dopo averli uccisi?” gli chiese.
Malcolm alzò le spalle. “Non lo so. Non sono mai riuscito a rimanere lì, a farmi vedere, sentire, bloccarla. Non ho queste capacità.”
“Ma voi fantasmi non avete un insegnante, un tutor, un senior per imparare queste cose?!”
Alla faccia smarrita dell’altro, Liam sospirò. “Lascia stare… Per le cose che servono davvero, la scuola non c’è mai.”
“Quindi riepilogando: devo parlare con un’assassina, che uccide solo maschi e ne beve il sangue, e spiegarle che non ha motivo di essere incazzata come una bestia, perché in realtà il suo fidanzato, che è morto in un incidente, la voleva sposare?”
“Si”
“Sicuro che la prossima vittima sarò io… Non me lo potevi dire prima?! E’ tutta la sera che giriamo alla sua ricerca e ti scordi un elemento così importante?” Se non fosse stato già morto, l’avrebbe ucciso lui stesso, quel fantasma da quattro soldi che si trovava di fronte.
“Ciao Liam! Ma che fai qui tutto solo?”
Liam si bloccò. “Eh…ciao, Josh…” Guardò avanti, dove stava seduto Malcolm cercando di capire.
Il fantasma gli disse placido: “Non può vedermi.”
Un’altra cosa che si era dimenticato di puntualizzare. Strano che non se ne fosse accorto. Quindi era tutta la sera che la gente lo vedeva girare parlando da solo? Sempre meglio davvero!
“Niente Josh, sto aspettando qualcuno…” rispose Liam imbarazzato.
“Ah, una ragazza eh? E bravo Liam! Beh, se poi avete voglia, c’è una festa a casa di Nathan Malhon, te lo ricordi?”
“Si certo, figurarsi se Nathan non faceva una festa!”
“Ok, a dopo allora! Ci conto!” E l’amico se ne ritornò sui suoi passi.
“Senti Malcolm, quali altre cose ti sei dimenticato di spiegarmi stasera?” Cercò di parlare a bassa voce, ma era davvero adirato.
“Sta arrivando, la sento, è qui!” gli rispose Malcolm preoccupato al suo fianco.
“Chi? Nicole? Dove?” Scrutò il capannello di persone che si era assiepato davanti al locale.
“Liam, che sorpresa! E’ proprio destino che ci incontriamo noi due!”
Accidenti, Maeve! Fasciata in un paio di pantaloni aderenti e un corpetto troppo in vista.
“E’ lei.”
Liam guardò Malcolm cercando di comprendere.
“Lei è la mia fidanzata! Ti avevo detto che sembra più giovane!” esclamò l’altro.
“E non può vederti nemmeno lei?” sussurrò atterrito Liam, senza farsi capire da Maeve che stava raggiungendo il tavolo, sotto gli sguardi ammirati, e lussuriosi, dei maschi lì intorno.
“No, non so come funzioni, solo tu mi vedi.”
Liam era solo, con una vampira assassina sexy di fronte a sé.

 

“Diglielo! Subito!” gli intimava Malcolm, che tentava in tutte le maniere di farsi vedere da Nicole, o Maeve, girando ossessivamente intorno al tavolo.
“Smettila, dammi un attimo di tregua!” gli borbottò Liam di rimando.
“Scusa Liam, che ho detto?!” chiese Maeve sorpresa.
“No, non tu, scusa, è il cellulare che continua a suonarmi in tasca…Mia madre…” e finse di rovistare nei jeans per spegnerlo.
Però non poteva perdere altro tempo, meglio dirglielo ora con tutta questa gente qui intorno.
“Senti Maeve…o dovrei chiamarti Nicole?”
L’aveva visto. Quel movimento impercettibile dei suoi occhi che per un nanosecondo si erano fermati impauriti. E poi aveva ripreso con lo sguardo da gatta morta, fingendo di non capire. “Nicole? Chi è Nicole?”
Malcolm cercava di sussurrarle qualcosa all’orecchio, e di accarezzarle la mano. Ma era inutile.
Liam andò avanti. “Una donna arrabbiata, perchè il suo fidanzato è scomparso senza dirle nulla. Quello che lei non sa è che lui non è scappato, ha avuto un incidente e la polizia ha sbagliato a identificare il corpo. Ma lui l’amava e le avrebbe chiesto di sposarlo.”
Maeve finse di giocare con la bottiglia della sua birra.
“Uh, poverina. E tu come sai tutte queste cose?”
“Me l’ha detto lui.”
Lei gli puntò gli occhi sorpresi in faccia. La maschera era caduta.
“Quando?”
“Questa sera.”
Si mise a ridere. “Ma se hai appena detto che è morto?!”
“Appunto. Il suo fantasma me l’ha detto.”
Malcolm si era rassegnato e la fissava in attesa, silenzioso in un angolo.
“E tu ci credi? Ai fantasmi e a quello che dicono?”
“Certo. I fantasmi non mentono. Non hanno più niente da perdere, quindi non hanno bisogno di mentire.” Non era mai stato così serio.
Lei rimase impassibile. Stava probabilmente cercando di capire quale sarebbe stata la prossima mossa.
“Mi ha anche detto di darti questo. Era l’anello con cui stava tornando a casa quella sera, quando è morto.”
Mise la scatolina bruciacchiata sopra il tavolo.
Maeve la prese con mani tremanti, la aprì delicatamente e rimase di sasso quando vide il cuore di rubino rosso.
Una lacrima fece capolino nella sua guancia destra.
“Sapeva che mi piaceva, l’avevamo visto per sbaglio in una gioielleria. Degli amici erano in ritardo, lui guardava gli orologi, e io i gioielli.”
“Se lo ricorda…” disse Malcolm mesto.
Chiuse di botto la scatola, fissò Liam terrorizzata e poi scappò via correndo lungo la strada.
Malcolm le corse dietro “Nicole!!!”
Si girò verso Liam, in cerca d’aiuto. “Ti prego!”
Si però questo cose dovreste sbrigarvele da soli, accidenti. Liam si affrettò a raggiungere Malcolm e inseguire Maeve, Nicole, o chiunque lei fosse.
Magari adesso avrebbe smesso di ammazzare inutilmente, si sarebbe messa l’animo in pace.
La ritrovò singhiozzante, nascosta al buio di un piccolo vicolo, la fronte appoggiata al muro.
“Tutto bene?” le chiese posandole una mano sulla spalla.
“No… perché questo non risolve niente! Niente!!” Si girò come una furia e gli sferrò un pugno micidiale allo stomaco.
A Liam mancò il fiato, ma si accorse che nell’altra mano lei reggeva un coltello da caccia. Veloce le afferrò il polso per evitare di essere ferito, mortalmente stavolta. Lottarono faccia a faccia per parecchi minuti, in cui lui cercava di dissuaderla.
“Basta, ora conosci la verità. Non c’è motivo che tu continui questo massacro!”
“Si che c’è, lui non tornerà più, capisci?!”
Finché con una forza sovrumana che non sapeva di avere, nel tentativo di disarmarla, la mano che bloccava e reggeva la lama la colpì in pieno petto, dritto al cuore. Resistette qualche secondo e poi si afflosciò a terra.
Oddio, che ho fatto?

 

Nicole giaceva accasciata sull’asfalto di quel vicolo stretto, il sangue che le usciva gorgogliando dalla bocca e dalla ferita al centro del corpetto. Gli occhi spalancati contro la terribile verità della morte.
“Cristo l’ho ammazzata.” Liam in piedi di fronte a lei era nel panico totale. “Cosa ho fatto! Non potevo fare diversamente…è legittima difesa no?. Resta il fatto che l’ho ammazzata…”
Malcolm si avvicinò alla sua amata. “Mi dispiace. Non è andata come volevamo. Ti amo tanto.” Le depose un bacio sulla fronte.
Si girò verso Liam. “Grazie. L’aspetterò dall’altra parte. Non ti angustiare, non c’era altro modo di fermarla…” Si dissolse nel buio.
Liam cercò di reagire all’accaduto. La serata aveva preso una piega decisamente insolita.
“Devo andarmene da qui. Guarda che macello ho combinato!” Prese in esame la scena ai suoi piedi: le sue scarpe preferite immerse in un lago di sangue. Osservò spaventato le sue mani sporche dello stesso rosso carminio e una fitta gli tolse il respiro al fianco, proprio dove Nicole l’aveva colpito. Gli aveva sferrato proprio un bel pugno quella pazza scatenata.
“Liam…”
Si girò verso la luce che proveniva dai lampioni della strada principale. La vista sbiadita dalla stanchezza gli restituì i contorni sfocati di una giovane fanciulla, un abito bianco macchiato e lunghi capelli biondi. Gli occhi però erano inconfondibili, li avrebbe riconosciuti tra mille.
“Caitlyn…”
All’improvviso il mondo girò vorticosamente e si ritrovò lui stesso disteso a terra, tra le braccia di Caitlyn prontamente accorsa in suo aiuto. Fredda ma solida.
Il dolore lancinante al fianco iniziò a estendersi per tutto il corpo, pulsante. Si toccò con la mano sinistra la camicia: sangue, tanto sangue, ma questo era il suo. Anche quello a terra dunque era il suo! Con orrore capì che Nicole non l’aveva colpito, ma pugnalato, e lui nella concitazione non se n’era nemmeno reso conto. Ferita al basso ventre. Nei polizieschi non finiva mai bene. Si moriva in pochi istanti.
Guardò sgomento la sua infermiera fantasma. Questo era dunque il momento propizio di cui parlava Malcolm.
“Lo sapevo che eri tu oggi, in centro…ma come?” le chiese soffocando il dolore. Ogni respiro gli costava caro.
“Sssssh, non parlare. Risparmia le forze.”
“Non volevo morire così…” La guardò negli occhi intensamente.
“Non morirai Liam, stai calmo.” Continuava ad accarezzargli i capelli. E sarebbe stato il paradiso se non ci fosse stato quel dolore che aveva raggiunto anche la testa, un martello pneumatico incessante che gli bloccava i pensieri e gli intorpidiva le membra.
“Saremo insieme, aspettami…” Cercò di abbracciarla ma non aveva più forza nelle braccia.
“No Liam, non è la tua ora…”
E poi fu buio assoluto.

 

Il suo nome sussurrato in lontananza lo riportò alla coscienza. Mosse appena la testa, tenendo ancora gli occhi chiusi. Nell’aria un forte odore di disinfettante. Doveva essere in ospedale, e chissà da quanto tempo. Non sentiva però nulla del suo corpo. Braccia e gambe, se c’erano ancora, erano inerti ai suoi comandi. Provò a socchiudere le palpebre pesanti. La finestra gli restituì ancora il colore scuro della notte.
Caitlyn era al suo fianco, appoggiata su una seggiola. Che fosse vera o puro sogno i suoi occhi non lo capivano.
“Sono morto?” le chiese a fil di voce.
Le scappò un risolino. “No, sei più vivo che mai. Un po’ acciaccato ma vivo.”
Liam sospirò. “Accidenti.”
Sbatté forte le palpebre per tornare a vedere bene, togliere quella patina che avvolgeva le immagini.
“Sei ancora più bella di quel che ricordavo.”
Lei si avvicinò al letto, vi si appoggiò e gli prese la mano. Se la portò alla guancia. “Riesco a sentire il tuo calore…”
Liam radunò le forze e le prese il viso tra entrambe le mani. L’attirò a sé. Le sue labbra morbide profumavano ancora di Iris, coma la prima volta, un anno prima. Era vera più che mai in quel momento. Avrebbe voluto fermare tutti gli orologi del mondo, di questo mondo. E anche di quell’altro.
E poi un pensiero fugace. “Perché sei qui?”
“Sono qui per te” rispose Caitlyn, la fronte appoggiata alla sua.
“Mi hai salvato tu, vero?”
“Sono stata io a scagliare la tua mano sul suo petto, si. Stavi perdendo molto sangue e dovevo accelerare le cose.”
“E adesso?”
Caitlyn sorrise debolmente.
“Non posso aspettare un altro anno per rivederti… Dovevi lasciarmi morire.”
Lei si scostò. Lo sguardo terribilmente severo. “No Liam, non devi cercare la morte. Io ho bisogno che tu viva.”
“Perché?”
Lo baciò ancora, di iniziativa sua stavolta.
“Perché devo rimanere qui?”
“Io ho bisogno di te. Noi abbiamo bisogno di te.”
Si sciolse dall’abbraccio e lo fissò per un’altra ultima volta.
“Noi chi?”
Il cielo fuori iniziava a screziarsi d’azzurro, con qualche scia rosata all’orizzonte.
“Devo andare… il sole sta sorgendo… ritorno nel mio mondo.” Si avvicinò alla finestra.
“Aspetta Caitlyn, non andare.. Noi chi??”
Era sparita, di nuovo.

 

Ancora zoppicante su una stampella, risalì la collinetta dove riposava il vero corpo della sua amica.
Quindici giorni gli erano toccati in quel letto d’ospedale. Il suo nome finì anche sui giornali nazionali, come l’eroe che si era miracolosamente salvato dal serial killer del “Ti troverò”. Era proprio Nicole. Nel suo appartamento furono trovati oggetti che appartenevano alle altre nove vittime.
Ma lui era stato salvato da Caitlyn, altro che eroe.
“Lo sai che mi manchi, vero?” Poggiò un nuovo mazzo di roselline bianche sotto al suo nome scolpito.
“Vorrei tanto capire quello che mi hai detto. Chi ha bisogno di me.”
Il frusciare delle foglie alle sue spalle lo fece istintivamente voltare.
Lei era di nuovo lì. In carne ed ossa, vestita in jeans, giubbotto e scarpe da ginnastica come quel giorno che si erano scontrati al passaggio pedonale. Camminava verso di lui, osservando i suoi piedi che scostavano le foglie al passaggio.
Rimase ammutolito.
Per caso lei sollevò lo sguardo e si bloccò. Doveva averlo riconosciuto, ma rimase ferma in attesa.
“Caitlyn…” invocò Liam.
Cercò di muoversi velocemente per raggiungerla, ma non poteva senza l’uso della stampella.
Lei si girò spaventata e iniziò a correre verso l’uscita del cimitero.
“Caitlyn!! Aspetta!!”
Ma la ragazza si dileguò in un attimo. L’aveva persa.
Liam tornò allora alla tomba muta con l’inscrizione a Caitlyn Adair e una foto sbiadita che non la rappresentava proprio.
“Ma che razza di scherzo è mai questo?”

 

(c) 2017 Barbara Businaro

Note:

Lo so, ora voi vorreste sapere come finisce. Temo però che dovremo aspettare anche noi il prossimo Halloween. 😉
Non era previsto che io continuassi questa storia, però a ottobre, alle prime nebbie, finisco sempre per ascoltare lo stesso tipo di musica. E così sono ricomparsi Liam e Caitlyn, a raccontarmi loro stessi come andava avanti. In attesa del prossimo capitolo -conclusivo?-  potete ascoltare la colonna sonora che ha accompagnato le mie immagini mentali per questa volta. E sono sempre loro, i Seether.