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Barbara Businaro

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Per chi si fosse aggiunto a questo blog da poco tempo, per consuetudine il primo post di gennaio è dedicato alla scelta delle tre parole che guideranno la nostra rotta durante tutto l’arco dell’anno appena cominciato. L’idea è di Chris Brogan, consulente di marketing e blogger, importata poi in Italia dal nostro Daniele Imperi sul suo blog PennaBlu, e fatta mia fin dal primo anno di webnauta perché mi è piaciuta subito.

Invece di stilare una sfilza di buoni propositi, rischiando di dimenticarli già a febbraio o che diventino obsoleti per nuove esigenze sopraggiunte, si tratta di scegliere tre parole che ci aiuteranno a guidare le nostre scelte, personali, famigliari o lavorative, giorno per giorno. Sembrerà incredibile, ma al prossimo dicembre vi accorgerete che questo metodo vi consente di raggiungere gli obiettivi meglio di qualsiasi lista di risoluzioni.
Come scegliere queste parole? Dato che utilizza questa tecnica dal 2006, Chris Brogan ci suggerisce qualche trucchetto:

  • non usare una frase, sprecando parole;
  • cercare parole d’azione, come i verbi;
  • considera parole che abbiano più utilizzi, le rende più potenti;
  • mantieni le stesse tre parole per tutto l’anno, se le cambi dopo pochi mesi rischi di rovinare tutti i risultati finali;
  • parole fantasiose ti portano fuori strada, meglio se sono semplici;
  • non devono avere significato per gli altri, ma solo per te.

I suoi sono solo consigli. Ad esempio, suggerisce di appuntarsele sulla scrivania e ripetersele spesso, per non dimenticarle. Però a me accade di pensarle bene e intensamente in questo periodo e poi di lasciarle andare. Quando si arriva a dicembre e si comincia con le statistiche e le analisi dell’anno al termine, torno a rileggerle e mi accorgo con stupore e piacere che davvero mi hanno aiutato. Senza ricordarle, sono rimaste fissate nel mio subconscio a muovere le mie scelte.
Non ci sono poi regole fisse: c’è anche chi si trova bene con una sola parola, una grande faro che illumina il cammino di tutti questi dodici mesi. Io non ci riesco, forse perché sono troppo abituata a seguire più progetti in contemporanea, che magari con una parola sola finisco pure per annoiarmi! 😀

Le mie tre parole del 2018 hanno funzionato benissimo fino a metà dicembre.
Ho fatto l’errore, ma solo adesso capisco che è stato un errore madornale, di scegliere le nuove tre parole ai primi di dicembre, sull’onda di altri amici blogger che già avevano nominato le proprie. Una di queste mi ha tratto in inganno e si è messa in movimento prima del tempo, davvero rovinando il finire del 2018! Chris Brogan sa il fatto suo, insomma!

Mi sono ritrovata così a pensare alla nuova parola sostituta solo in questi giorni, e non è stato semplice dopo questo sgambetto!
Quali saranno adesso le tre parole per webnauta e per me nel 2019?

Eccoci qua alla fine di un altro anno. Sembrava ieri che scrivevo l’ultimo post del 2017 ed oggi salutiamo anche il 2018. Ma come è successo?!
Da giorni i siti di vario tipo ripercorrono ognuno le tappe importanti dell’anno: i quotidiani riportano le notizie che hanno segnato la storia, le riviste ricordano le news di gossip più succulente, i canali musicali scorrono tutta la classifica delle canzoni che ci hanno intrattenuto di mese in mese, e i blog danno i numeri!
Già, siamo al temibile post delle statistiche di fine anno, comprese anche quelle di lettura, da cui tra l’altro trovo sempre spunti interessanti per l’anno successivo. Il 2018 poi è il primo in cui anch’io ho la mia lista di libri letti, perché tracciare i titoli volta per volta mi ha aiutato a leggere qualcosina di più.

Sono poi tornata indietro nel tempo, articolo per articolo, e sono rimasta stupefatta di quanto ho realizzato in questo 2018. Non sono stata ferma un attimo, ho fatto e disfatto valigie, ho incontrato parecchi amici blogger e pure un viaggio a Parigi! E’ stato un anno ricco, eccezionale davvero.
Fino a quindici giorni fa. Ora il 2019 si annuncia come un anno di cambiamenti e di confusione.

A svegliarmi questa mattina è il dolce aroma del caffè che invade il pianterreno. Sento Cristiano muoversi in cucina come se fosse casa sua. Ieri sera ci siamo addormentati sul divano, parlando fitto fitto delle zie e delle nostre vite fino a tarda ora. Abbiamo condiviso i nostri ricordi e sono molto contenta di sapere che le zie non erano proprio da sole nel periodo in cui mi ero trasferita a Londra. Avevano certamente il loro bel daffare con questo giovanotto.
Cristiano entra proprio ora in salotto con un vassoio carico e tintinnante.
“Buon Natale! Mi sono permesso di preparare la colazione, ho assoluto bisogno di caffeina. A te lascio tutti i biscotti se necessario.”
Sto per ringraziarlo quando vengo interrotta dal campanello.
Vado ad aprire e lui mi segue incuriosito. Un distinto signore di mezz’età, con un cappotto nero elegante e una sciarpa rosso tartan ci attende sulla soglia.
“Alice e Cristiano? Sono Amilcare, il postino. Scusate, potevo portarvele domani…ma una promessa è una promessa! E Carmela sarebbe capace di tornare indietro a tirarmi i piedi ogni notte se non la mantengo!” Ci porge due buste, una ciascuno, col nostro nome in bella vista.  Altre lettere delle zie.
Apro la mia col cuore gonfio di gioia.
“Cara Alice, non abbiamo commesso nessuno sbaglio: a te abbiamo lasciato la proprietà dell’edificio, al nostro Cristiano abbiamo lasciato il terreno. L’uno senza l’altro non valgono un granché, ma insieme sono una combinazione vincente. Devi avere qualcuno che ti sta intorno e siamo sicure della nostra scelta.
In quanto a noi, abbiamo lasciato in soffitta un vecchio baule verde, vicino al lucernario, pieno delle nostre agende. Lì ci sono le nostre vite. Saprai cosa farne. Ti è sempre piaciuto scrivere, no? Il nostro cuore guiderà la tua penna.
Buon Natale e buona vita. Carmela e Genoveffa”
Sopraffatta dall’emozione, guardo Cristiano di fronte a me: lui legge la sua lettera e ridacchia.
“Cosa c’è scritto?” Cerco di sbirciare sopra il suo foglio, ma lui è molto più alto di me.
“Un paio di consigli…” continua a sogghignare.
“Fammela vedere!”
“No, non posso.” Mentre la ripiega, mi guarda intensamente, come se cercasse nel mio viso le conferme a quei consigli.
“Perché no?”
“Zia Carmela mi ordina di lasciartela leggere solo il giorno del nostro matrimonio. E solo dopo che saremo usciti dalla chiesa.”
Sento il fuoco salirmi alle guance.
“E zia Genoveffa invece mi chiede di fare questo, senza aspettare troppo.”
Mi prende tra le braccia e mi sposta sotto il vischio, dove i baci vengono meglio…

(Fine)

A zia Emma
a zia Manuelita
a zia Lella
a zia Agnese
a zia Mafalda
tutte le donne splendide
della mia infanzia

 

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La vigilia. Pensavo avrei trascorso la giornata tra malinconia e solitudine, invece qui in paese si stanno tutti prodigando per me.
Clotilde mi ha portato una piccola teglia di lasagne pronte da scaldare, perché cenerà a casa dei suoceri. Per domani invece sono già invitata a pranzo da lei, giusto la porta qui accanto. Marisa, l’organizzatrice dei cori natalizi, è passata per regalarmi una focaccia dolce e biscotti alla cannella, fatti con le sue mani. Nonno Erminio, non vedendomi arrivare in negozio, a mezzogiorno ha inforcato il suo bastone e percorso tutta la strada dal centro per essere sicuro non rimanessi senza pane caldo. Mi ha chiesto se sono proprio sicura di non essere un dottore, almeno un pochino.
Mentre sto sorseggiando il caffè, arriva un messaggio da David: “Non torni a casa per Natale? Credo che dovremmo parlare.”
Non dubito nemmeno un secondo della mia risposta: “Sono già a casa. Parleremo quando verrò a prendere le mie cose, tra quindici giorni.”
L’amore è una questione di tempi e i nostri sono decisamente sbagliati.
All’imbrunire, sto cercando di capire come accendere il forno a gas, anche zia Effa ci litigava sovente, quando sento qualcuno armeggiare con la serratura del portoncino principale. Probabilmente un ladro che crede la casa vuota, visto che stupidamente mi sono dimenticata di accendere le luci dell’albero di Natale!
Spaventata a morte, afferro il grande mattarello e spengo subito la luce della cucina, nascondendomi dietro al frigorifero.
Sento l’anta dell’ingresso aprirsi con il solito cigolio e dei passi avanzare furtivi nella mia direzione. Qualcuno avanza dinnanzi a me al buio, cerco di colpirlo con tutta la mia forza ma prendo la parete, lui si abbassa per scampare al secondo attacco, mi afferra alle spalle e mi cinge stretta, toccandomi per errore un seno.
“Una donna? Ma che…” Mi lascia andare e indietreggia. Riesco ad accendere la luce ma tengo ben saldo il mattarello.
Decisamente non è un ladro, è vestito fin troppo bene, con un giaccone di firma. Con i capelli così arruffati e la barba incolta, è troppo carino per essere un ladro. “Chi cavolo sei tu? Cosa ci fai in casa mia?”
Mi guarda stranito. “A dire il vero questa è casa mia! Era delle mie zie e me l’hanno lasciata.”
“Zia Carmela e zia Genoveffa? Ma l’hanno lasciata a me!” Corro a prendere le lettere dentro la mia borsa e gliele mostro.
Dalla tasca della giacca lui tira fuori un’altra busta e me la porge. “Per Cristiano” c’è scritto.
Tra le altre cose le zie gli chiedevano di passare a controllare la casa la sera della vigilia. “Troverai una persona che ha bisogno d’aiuto.”
“Così tu sei Alice, la ragazza di Londra. Parlavano spesso di te, e in effetti sono rimasto sorpreso che mi abbiamo lasciato la casa.”
“Qui però leggo che ti hanno lasciato la proprietà del giardino…” correggo io.
“Si, il giardinaggio è il mio hobby, ma non ha molto senso lasciarmi solo il giardino. Ci sarà qualche errore.”
Gli restituisco la busta. “Le conoscevi da molto? Non mi ricordo di te, non ne hanno mai fatto parola.”
“Solo da un paio d’anni, quando i miei hanno acquistato la villetta di fronte. Adesso è chiusa perché sono ospiti di mia sorella per queste feste. Io invece vivo in un monolocale in città, ma torno qui nel weekend.”
Ad un tratto il suo stomaco brontola stizzito per la fame.
“Scusa, è da stamattina che non tocco cibo, al lavoro non ho avuto tregua oggi. Torno indietro e mi cerco una pizzeria. Se non hai bisogno di aiuto…” Mi sorride e io sono costretta a distogliere lo sguardo per non arrossire.
“Beh, se mi aiuti ad accendere quel malefico forno, posso offrirti una bella porzione di lasagne fatte in casa.”
Se è qui un motivo ci dev’essere. Voglio fidarmi di zia Mela e zia Effa, finora non hanno mai sbagliato.
Mentre la nostra cena si scalda, prepariamo insieme la tavola. “Allora Cristiano, tu che lavoro fai?”
“Sono un medico, chirurgia d’urgenza.”
Non ci posso credere. Le zie non possono aver pensato anche a questo!

(continua…)

 

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Nei giorni scorsi ho pulito e sistemato tutte le altre stanze della casa, evitando di entrare in questa: lo spazioso studio con l’ampia vetrata che guarda a sud, dove le zie passavano la maggior parte della propria giornata, zia Mela con i suoi acquerelli e zia Effa con i suoi ricami e i suoi merletti.
Entro con uno strano senso di pesantezza nel cuore, la loro mancanza qui è più tangibile che altrove, il loro spirito in ogni granello di polvere depositato sopra gli oggetti. Ho davvero la sensazione di vedermele spuntare alle mie spalle, salutandomi come se niente fosse accaduto.
“Alice cara, com’è andata a scuola?”
“Chi se ne frega della scuola! Vieni qui a dipingere con me!”
Sopra il tavolo al centro della stanza noto una bella scatola voluminosa, di un rosa sbiadito. Il coperchio riporta il mio nome e sembra chiamarmi.
Lo sollevo curiosa: all’interno ritrovo gli anni trascorsi, i miei disegni, i miei primi, e unici, tentativi con l’ago e filo, i lavoretti di scuola con la pasta modellabile, addirittura tutti i pupazzetti creati con i rotoli della carta igienica, la colla e le veline colorate. Persino la collana di bottoni, tutti così diversi e brillanti.
Sul fondo ci sono persino un’agenda Smemoranda ed una scatola di Serenase.
Scoppio a ridere esattamente come allora! I primi acciacchi dell’età le avevano portate a litigare più del solito, rendendo difficile la convivenza: zia Mela si dimenticava telefonate, messaggi, appuntamenti, scadenze; zia Effa si agitava per qualsiasi contrattempo, arrivando a vere crisi di panico e pericolose tachicardie. Per sdrammatizzare, a zia Mela regalai un’agenda, una Smemoranda per una smemorata, e per zia Effa presi in farmacia le pillole che le aveva prescritto il medico, tingendo però di fucsia la confezione. Quel pomeriggio ridemmo tutte e tre fino alle lacrime. Smemoranda e Serenase diventarono i loro soprannomi, per fare la pace.
Mentre rimetto tutto in ordine dentro la scatola, il mio piede urta sotto il tavolo qualcosa che tintinna. Mi chino a controllare: dentro un enorme scatolone da trasloco ci sono un albero di Natale sintetico smontato e tutto il materiale per decorarlo, comprese le campanelle che hanno appena suonato.
Non posso pensare che anche questo sia finito proprio qui per caso: ogni anno lo preparavamo insieme, proprio di fronte alla vetrata, così la sera si vedeva illuminato dalla strada principale. Sposto lo scatolone vicino alla finestra e mi metto al lavoro.
Passato il tramonto, quando sto cercando di infilare il puntale in cima, sento delle voci intonate avvicinarsi piano piano lungo la via. La Chiarastella!
Da bambina li attendevo sempre trepidante, questo gruppo che cammina di casa in casa, cantando i cori natalizi, qualche volta accompagnati anche da Babbo Natale in persona, a cui io ovviamente ricordavo di avergli spedito la letterina e, semmai se ne fosse dimenticato, cosa c’era scritto.
Scendo dallo sgabello e corro ad aprire.
Mentre gli altri continuano la loro melodia, mi si avvicina una signora rubiconda con il cestino delle caramelle in una mano ed una cassettina per la questua nell’altra. “Tu devi essere Alice. Carmela e Genoveffa ci parlavano sempre di te, con orgoglio. Siamo felici di averti qui.”
Dato che hanno quasi terminato il giro, mi invitano a seguirli per bere vin brulé tutti insieme al centro ricreativo del paese.
Tra loro a sorpresa ritrovo alcuni dei miei vecchi compagni delle elementari, quei pochi che ancora vivono e lavorano in queste zone.
E se rimanessi anch’io, almeno per un po’?

(continua…)

 

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Questa mattina mi ha nuovamente svegliato il pettirosso, che con il becco batteva irrequieto sul vetro della finestra cercando di uscire. Ho socchiuso appena l’anta ed è saltellato subito fuori sul davanzale, con un balzello ha preso il volo per fermarsi sul cavo telefonico sopra la mia testa. Si è girato a guardarmi con la testolina storta, forse voleva salutarmi, e poi è ripartito con la sua vita, sparendo all’orizzonte.
Le temperature si erano già alzate un pochino ieri, ma oggi un sole tiepido invoglia anche me a scappare all’aperto. Una bella camminata, ecco cosa ci vorrebbe. Purtroppo con me ho solo gli stivali eleganti e un paio di scarpe sportive, poco adatte per la campagna. Però forse…
Apro la porticina del sottoscala e accendo la luce: qui ci sono tutte le calzature delle zie, i tacchi vertiginosi di zia Effa e gli zoccoli in legno di zia Mela. Cerco un po’ e trovo una scatola apparentemente nuova. All’interno un paio di scarponcini invernali con la suola intatta, solo un numero in più del mio piccolo trentasette. Con un paio di calzettoni di lana saranno perfetti. In mezzo alla velina ritrovo anche lo scontrino d’acquisto, dello scorso luglio. Non può essere! D’estate c’è un caldo africano in queste zone! Sorrido, perché questa è di sicuro un’idea di zia Effa, attenta e precisa in tutto.
Dopo essermi ben vestita e imbottita, apro la borsa per prendermi i guanti: i miei occhi cadono sulle due lettere che mi ha consegnato l’avvocato, le ultime parole delle mie zie scritte di loro pugno, ognuna a modo suo. Come al solito, quella che dice di meno è anche quella che mi colpisce di più.
“Sarò breve che Genoveffa si è dilungata oltre. L’ho vista scrivere ben tre fogli, figuriamoci.
Bambina mia, posso dirti solo una cosa: goditela! La vita è davvero troppo breve e va assaporata ogni istante,
anche quello più buio, perché è lì che compaiono al tuo fianco le persone meravigliose che ti riempiono l’esistenza.
Come tu sei stata per noi due. Un bacio. zia Carmela”
Con un sospiro, chiudo a chiave la porta e imbocco il vialetto in direzione del paese. Dall’altra parte della strada scorgo una tendina muoversi in fretta: avevo dimenticato che da queste parti la sorveglianza è molto stretta. Arrivata di buona lena nella piazzetta centrale, con la vecchia fontana ghiacciata, il mio naso rimane incantato dal profumo del pane caldo. Seguo la scia fino al piccolo fornaio nell’angolo.
Entrando, faccio suonare il campanellino appeso all’ingresso e un anziano un po’ arcigno seduto lì davanti mi chiede subito preoccupato: “Lei è un medico?”
“Ehm no, mi spiace.”
“Nonno, lascia stare la signorina!” gli fa eco l’uomo al bancone. “Scusi sa, non abbiamo più il medico condotto da un mese. L’ospedale comunque è ad una ventina di chilometri, ma…”
“Un paese non è un paese senza un medico!” sbotta l’altro, picchiando severo la punta del bastone a terra.

(continua…)

 

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Ieri sera mi sono addormentata tardissimo, ascoltando il gocciolio lento della grondaia e guardando un vecchio album trovato mentre facevo un po’ di ordine in salotto. Zia Mela aveva l’abitudine di scrivere tutte le date e i luoghi dietro le foto, così avevo potuto ripercorrere facilmente un pezzo della loro vita.
Non pensavo mi mancassero così tanto.
I loro sorrisi sono rimasti immutati in tutte quelle immagini, due anime affini che si erano trovate e compensate.  Amiche, non amanti, no: avevano semplicemente deciso che si poteva vivere felici anche senza uomini intorno. Anche se credo abbiano comunque avuto delle relazioni sentimentali in gioventù. Spesso, quando chiedevo loro qualche consiglio in merito, per le mie prime cotte e i miei primi baci, argomenti che evitavo con la mamma, ho scorto degli sguardi complici, parole mute cariche di emozioni che solo loro conoscevano. In fondo, avevano attraversato due guerre mondiali e magari i loro amori erano perduti sul campo di battaglia. Ma non mi sono mai permessa di fare domande curiose.
Ora devo decidere cosa farne di questa casa. Non ho molti motivi per tornare a Londra, pensandoci: in ufficio c’è aria di crisi e il lavoro non mi entusiasma più come un tempo. Con David poi sono tre mesi che non ci parliamo. Viviamo sotto lo stesso tetto, condividiamo la cena e il letto, ma siamo diventati due estranei assoluti. Ci metterà qualche giorno ad accorgersi che sono partita.
Questi invece sono i luoghi della mia infanzia, forse potrei ricominciare da qui. L’edificio è in buone condizioni, necessita solo di qualche piccolo lavoretto e un po’ di pulizia. La cosa buffa è che ho trovato la dispensa ben fornita. Sono trascorsi solo tre mesi da quando ci viveva qualcuno, ma il latte in frigorifero ha una produzione recente. Come se qualcuno mi stesse davvero aspettando.
Immersa nei miei pensieri, sento bussare alla porta principale e curiosa vado ad aprire.
Una giovane donna, con in mano un piccolo fagotto da cui si sprigiona un intenso aroma di mele calde, mi saluta cordiale.
“Salve, io sono Clotilde. Lei dev’essere Alice, vero?”
Di fronte ad una tazza di tè caldo e ad una fetta di torta appena sfornata, scopro che la vicina era stata incaricata dalle zie, sempre nel loro testamento, di preparare la camera da letto e la cucina per la settimana di Natale, ma di non toccare il resto della casa. Aveva anche tenuto acceso il riscaldamento e fatta la spesa.
Sorrido. Dopotutto, come potevano sapere le zie che sarei davvero venuta qui a passare le feste?
Magari erano davvero due fate e in questo momento i loro spiriti stanno ancora gironzolando qui intorno, ridendo di me.

(continua…)

 

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Questa mattina non mi sono svegliata alla suoneria del cellulare, che si è spento durante la notte perché ho dimenticato di metterlo in carica. E non mi ha destato nemmeno il sole che penetra dall’imposta male accostata. No, sono stata strappata al sonno dal chioccolare debole di un pettirosso in cerca d’aiuto sul mio davanzale.
E’ una giornata luminosa, ma anche tremendamente fredda. Il ghiaccio brilla sopra ogni cosa fuori in giardino. Quando lo prendo in mano, non so dire se l’uccellino trema più per la temperatura o per la paura.
Scendo giù in cucina e lo poso delicatamente su un asciugapiatti ripiegato. Vicino una coppetta d’acqua e qualche seme di miglio e avena dalla scatola di muesli che ho infilato in valigia per la mia colazione.
I termosifoni sono accesi, ma abbiamo entrambi bisogno del calore di un fuoco vero. Mentre armeggio col camino, sulla mensola scorgo tutte le foto delle zie negli ultimi anni, in molte ci sono anch’io a varie età e altezze.
Ricordo ancora il nostro primo incontro. Eravamo venuti ad abitare qui per il nuovo lavoro di mamma, dopo che papà ci aveva abbandonate per un’altra. Nella nuova scuola già il primo giorno i nuovi compagni di classe mi avevano spaventato dicendomi che vicino a noi vivevano delle streghe cattive, di quelle che mangiano i bambini, come con Hansel e Gretel. Mi dissero di stare attenta, a non farmi acchiappare.
Un pomeriggio stavo giocando con la palla nel nostro giardino sul retro, mentre mamma sistemava gli ultimi scatoloni del trasloco. Fu colpa mia: un movimento sbagliato e la palla attraversò la recinzione, finendo dritta dritta nel loro prato, troppo lontana perché potessi riprenderla sporgendomi dalla cancellata che ci separava. E nemmeno ci provai, non osavo avvicinarmi. Mi sedetti a terra a fissare la palla oramai perduta per sempre.
Mamma mi convinse ad andare insieme a conoscere le nuove vicine, anche lei in fondo era additata in paese come una poco di buono.
Avevo una paura folle, sia per me che per lei. Mi nascondevo dietro la sua sottana, tenendone stretto in pugno un lembo e cercando di strattonarla perché non avanzasse troppo. Temevo davvero il peggio di fronte a quella porta e il cuore mi si fermò quando sentii passi di zoccoli dall’altra parte.
Mi aspettavo due fattucchiere, col viso bitorzoluto e gli abiti stracciati. Ci aprirono due fate, vestite di rosa e azzurro, gli occhi sorridenti come stelle.

(continua…)

 

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“Siamo arrivati signorina. Le prendo i bagagli.”
Scendo dal taxi un po’ frastornata. Sono partita col primo volo disponibile dopo essere uscita dall’ufficio, tutte le mie cose stipate in un minuscolo trolley.
Sono tornata a casa, anche se questa non è proprio casa mia, io sono cresciuta nell’edificio a fianco. Da quando mamma non c’è più, ci abita una giovane famiglia con due bambini piccoli.
Guardo la mia destinazione, illuminata appena dal lampione stradale: in fondo ad un giardino tristemente incolto, scorgo la grande finestra da dove mi osservavano tutte le mattine quando mi recavo a scuola. Non pensavo che zia Mela e zia Effa mi facessero questo scherzo.
Se ne sono andate insieme, a poche ore di distanza una dall’altra, come se avessero pianificato anche quell’ultimo viaggio. Nemmeno il tempo di salutarle davvero.
E poi la sorpresa di essere convocata dal loro legale, nonché esecutore testamentario. Tutto, mi hanno lasciato tutto: queste mura, tutto quel che contengono, i ricordi di due vite meravigliose, magicamente intrecciate con la mia. Pure una discreta somma in banca, con la quale potrei vivere di rendita fino alla pensione. Mi hanno dato la libertà.
“Ma sui tempi e i modi ho disposizioni precise” mi aveva detto serio l’avvocato. Così eccomi qui, a pochi giorni dal Natale, di nuovo di fronte a questa porta massiccia. Infilo la vecchia chiave nella toppa arrugginita e riesco a farle fare due scatti con molto sforzo. Con un cigolio l’anta si apre. Mi volto indietro: è parecchio tardi e sono tutti al caldo nei propri sogni.
Cerco l’interruttore alla mia destra: la luce è ancora allacciata. Lentamente salgo in cima alle scale e mi dirigo verso la camera dove tante notti ho dormito anch’io con zia Mela, perché zia Effa russava troppo. Sembrava il motore di un vecchio frigorifero a causa delle pastiglie che prendeva per l’ansia. “Lei si rilassa, a noi ci manda matti!” diceva zia Mela arrabbiata.
Il letto è già pronto per la notte: la mia coperta preferita, le lenzuola pulite, il mio cuscino ricamato. Nemmeno l’avessero lasciato qui ad attendermi. Mi abbandono stanca in questa mia culla, sentendo ancora il profumo di lavanda del bucato fresco. Uno spiffero d’aria mi accarezza i capelli.

(continua…)

 

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Questo pupetto oggi fa tre anni. Mi sembra ieri che il mio primo articolo sgambettava incerto tra un computer e l’altro della grande rete.
E poi senza che te ne accorgi, un post tira l’altro, il blog prende il largo quasi da solo, con una bella dose di soddisfazione. Ma pure un gran carico d’ansia, che i pericoli sono sempre in agguato, dagli aggiornamenti di WordPress al provider che spegne il web server per sbaglio.
Chi l’avrebbe detto che sarei riuscita a tenerlo in piedi per tutto questo tempo?
Io no di sicuro. Anzi, ogni tanto pure me lo ripeto: magari questo è l’ultimo anno, che la vita non sai mai quale scherzo ha in serbo.
Magari l’anno prossimo compro pure casa in un’altra nazione, fuori dall’Europa, su un’isola (quasi) deserta. Chi lo sa!
Se c’è una cosa che mi hanno insegnato questi tre anni da blogger, e da peaker, non bisogna porsi dei limiti. Siamo molto più forti di quel che crediamo!

Three Is A Magic Number! (no, non è la pubblicità di quel marchio di telefonia, ma è una canzoncina simpatica di Schoolhouse Rock!)
Tre è un numero importante e va festeggiato con qualcosa di eclatante. Avevamo in ballo un paio di idee: aprire un altro social media, ufficializzare webnauta con una sua pagina Facebook (mentre per ora sto usando ancora il mio profilo), pensare a tutti quei lettori che si trovano in difficoltà a leggere i miei racconti, soprattutto quelli lunghi, dallo schermo del computer, del tablet, del cellulare. La retroilluminazione è fastidiosa dopo tante ore e si fatica a tenere il segno andando su e giù con la rotellina del mouse o il pollice sul touchscreen.
E poi… vuoi mettere il profumo della carta?! 😉
Ho pensato ai miei lettori, senza i quali questo blog sarebbe un inutile puntino nell’Universo…