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Le incursioni

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Questo guest post nasce dalla mia recensione alla lettura di questo romanzo, che era stato inizialmente presentato come thriller esoterico. Sono un lettore onnivoro e non mi lascio spaventare dalle definizioni, ma dopo averlo letto mi sono ritrovata a chiedere all’autrice: ma sei sicura che sia la definizione giusta?
Caso voleva che in quel periodo un lettore si fosse cancellato dalla sua newsletter dopo aver scoperto con orrore che lei aveva scritto un romanzo “esoterico”, associandolo a qualche pratica occulta, satanista o comunque anti cattolica, senza averne però letto nemmeno una riga.
Dopo averlo terminato, io invece ho fatto fatica a considerarlo esoterico (nella stessa concezione di quel lettore). Mi spiego: se Come un Dio immortale è esoterico, allora anche il telefilm X-Files lo è? O forse c’è differenza tra esoterico e paranormal? Ma anche Biancaneve e i sette nani, con la strega cattiva che confeziona mele velenose magiche, è dunque esoterico? Eppure la raccontiamo a tutti i bambini!
Sul tema di questo libro nello specifico, gli incorporei, mi è poi tornato in mente un film carino, Se solo fosse vero con Reese Witherspoon e Mark Ruffalo. Come si può vedere questo film, così divertente, e poi non leggere il romanzo di Maria Teresa Steri con la stessa frivolezza? Tra l’altro nel film c’è proprio una libreria esoterica, e uno stranissimo finale.
Quella della scelta del genere letterario del resto è una difficoltà che appartiene anche ai bestseller. Ne avevo già scritto in merito all’eterna discussione se la saga Outlander di Diana Gabaldon sia un romanzo storico, romance o fantasy in questo articolo: Quando si definisce “romanzo storico”? 

Questo post appartiene al bellissimo blog tour organizzato da Maria Teresa per promuovere il suo libro. Qui trovate le tappe precedenti: Come un dio immortale blog tour

Non sono un assiduo frequentatore dei siti sociali, non quanto io sia in confidenza con le panchine all’ombra. Le preferisco e mi sembra di imparare di più, o dal libro che mi porto appresso o da una conversazione casuale con chi siede accanto a me. Ammetto che qualche volta mi sorprendo ad origliare i passanti perché ci trovo storie più interessanti di quelle su carta tra le mie mani.
Purtroppo però osservo con rammarico che i social stanno cambiando le modalità di interazione delle persone, che si comportano come se il fuoco dell’attenzione del mondo fosse continuamente rivolto ad esse. Da una parte si registra una tendenza a scrivere a vuoto, lamentele anonime, citazioni ammiccanti a tutti e a nessuno, sfoghi quotidiani che dicono qualcosa eppure niente. Come se chi scrivesse volesse essere al contempo considerato dall’individuo che gli ha recato danno e ignorato da tutti gli altri. Tristemente però una missiva senza mittente di questo tipo finisce per essere letta dagli innocenti e ignorata proprio dai colpevoli.
Quel che poteva essere risolto con una dialettica onesta tra due persone civili genera un potenziale infinito di incomprensioni e malumori. Il messaggio è talmente confuso che ognuno crede sia rivolto a sé stesso.
La rete, nata per unire i popoli, diventa un nuovo strumento di divisione.
Basterebbe tralasciare tale follia, ma proprio per come sono congeniati questi social si rischia di credere di essere il destinatario di qualsiasi falsa conversazione.
Succede anche con i racconti.
Anche con i miei racconti.
Pare che anche quel ch’io scrivo proprio qui, che vogliono essere solo riflessioni d’un vecchio canuto sulle questioni della vita di cui sta ancora cercando le risposte, desti parecchi malumori. In lettori però che non conosco nemmeno per sentito dire. Mi sono chiesto come sia possibile.
Forse siamo talmente focalizzati su noi stessi da non comprendere che in fondo condividiamo gli stessi problemi, gli stessi comportamenti e le stesse reazioni. Siamo innanzi tutto esseri umani e anche quando giuriamo a noi stessi che non ci comporteremo mai come nostro padre, fratello, amico, figlio, nipote, l’educazione impartita ci porta spesso fuori strada ed è difficile accorgersene.
O forse, e questa è l’ipotesi più triste, siamo talmente assuefatti dalle autobiografie e dai reality da non riconoscere più la meraviglia di una storia inventata.
Che è verosimile, ma mai vera. E non vuole offendere proprio nessuno.

 

 

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Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.

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Tempo fa un politico disse che gli italiani sono “mammoni”, poi un altro aggiunge la parola “choosy”, schizzinosi. Non ho mai creduto a queste definizioni semplicistiche, soprattutto perché puntare il dito verso altri evita di cercare soluzioni di propria competenza.
L’altro giorno mi chiama un amico, anni or sono anche collega, per aggiornarmi sul suo attuale lavoro, le sue ricerche, i suoi successi. In particolare ha appena ricevuto un’eccezionale offerta di trasferimento temporaneo all’estero per un progetto internazionale di prestigio.
Ma non sa come dirlo alla madre.
Non vive più nella casa materna da un decennio ormai, è completamente autonomo e indipendente, ma in qualche modo costretto a fare i conti con lei. La telefonata quotidiana quale compromesso alla visita quotidiana, comunque reclamata, che è riuscito a diradare a due volte a settimana, più il pranzo domenicale.
Sia detto che anche la signora è ancora in salute e autosufficiente, regolarmente patentata e automunita. Anzi, telefonate e visite devono avvenire ad orari prestabiliti, perché la madre ha i suoi impegni con le amiche.
La libertà materna stride con gli obblighi filiali.
Ricordo al mio amico che già ora la sua carriera comporta la partecipazione a convegni di una settimana fuori città. “E tu non sai cosa subisco al ritorno!” mi risponde.
Mi stupisce come un uomo adulto della sua levatura, abituato a intrattenere platee multilingue, sia succube della propria genitrice.
Me nemmeno poi tanto.
Un’altra vecchia amica, un’ottima psicologa e psicoterapeuta, mi spiega di ricevere sempre più spesso giovani pazienti trentenni, alle prese con attacchi di panico e crisi d’ansia, l’anticamera della depressione. Dopo varie sedute, la causa che emerge è la richiesta disperata di crescere, vivere la propria vita indipendente, richiesta soffocata dai sensi di colpa instillati dai genitori.
Questi ragazzi si sentono inadeguati di fronte al futuro. Finché vivono nel ristretto ambiente casalingo, la vita scorre tranquilla senza attriti. Il problema si presenta non appena i figli hanno l’occasione di uscire dall’ambito famigliare, prendere la propria strada anche in contrasto con le indicazioni paterne e materne.
E’ lì che i genitori stessi diventano i loro peggiori nemici, senza esclusione di colpi, da rappresaglie fisiche al marketing più spietato, fino a sconfinare nel controllo mentale.
All’estero questo comportamento si riscontra in casi sporadici, mentre è consuetudine che alla maggiore età ogni figlio esca di casa, sia per lavoro che per studio, lontano miglia e miglia dal nido. Spiccano il volo presto e cercano da soli la corrente ascendente che possa portarli in alto.
Come mai queste differenze?
Non ho gli strumenti per trovare una risposta, che sia economica, culturale, sociologica, storica.
Mi sembra però di osservare tanti italiani mammoni quante sono le italiane chiocce, che rischiano di soffocarli sotto le proprie ali.

 

I vostri figli non sono figli vostri…
sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.

da Il Profeta, Kahlil Gibran

 

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Chi trova un amico trova un tesoro, sostiene un antico adagio.
Per alcuni succede davvero, per altri è una condizione solo iniziale. Poi riceviamo una stilettata dritta dritta al cuore proprio da quell’amico prezioso e ci chiediamo come sia stato possibile, cosa abbiamo frainteso nel suo comportamento. Più avevamo ricoperto l’amicizia dell’aura dorata della perfezione, maggiore sarà lo sgomento per l’accaduto. La lucentezza immacolata dell’amicizia lascerà il posto ad un misero ottone già intaccato dall’ossido.
Mi è capitato più volte e chissà quante capiterà ancora. Non è solo una questione di comportamenti, ma di eventi e di momenti precisi.
All’università sono stato deluso da quella che credevo la mia migliore amicizia. Non era più l’età dei giochi confinati al piccolo quartiere, con le sue precarie gerarchie. Avevamo un mondo davanti e potevamo scegliere con chi condividere le proprie affinità. Pensavo non ci fossero segreti tra noi, nemmeno sulle nostre beghe amorose (e fortunatamente avevamo preferenze diverse sull’estetica femminile). Un giorno il mio amico ricevette un premio, poca cosa in denaro ma una bella soddisfazione personale, l’attestazione dall’ateneo di aver svolto un ottimo lavoro, le congratulazioni da parte del rettore e qualche punto da aggiungere al curriculum.
Così scoprii che per mesi aveva lavorato ad un progetto di ricerca, senza di me, senza il mio aiuto. In realtà me ne aveva chiesto un parere prima di cominciare. Mi mostrò una cartella di appunti confusi e un’idea ancora più nebbiosa. Dissi che era troppo arduo e ci avrebbe tolto risorse indispensabili per altro. Gli esami si susseguivano e rischiavamo di perdere un semestre per seguire quella ricerca.
Ma se avessi saputo che ci voleva lavorare davvero, che per lui era seriamente importante, gli avrei dato tutto me stesso, saremmo stati squadra, con o senza premio sarei stato orgoglioso di farne parte. Colpa mia? Avevo espresso un parere, non una sentenza. Colpa sua? Poteva dirmi sinceramente cosa ne pensava, io non l’avevo visto convinto. Soprattutto poteva dirmi che ci avrebbe provato lo stesso. Forse aveva paura, temeva la mia reazione, magari che ritenessi la sua decisione un affronto alla mia opinione. O forse la sua determinazione avrebbe fatto capitolare me. Forse.
Fu questo segreto a cancellare l’amicizia per sempre.
Il peggio fu che lo scoprii per caso. Pulendo le nostre stanze con l’altro coinquilino, cadde la sua borsa e si sparsero i libri a terra, gli appunti su quel progetto, il dattiloscritto, l’iscrizione al concorso, documenti incontrovertibili. Lui era a lezione quel pomeriggio, c’era questa terza persona presente e dovetti fingere di sapere, perché ero il suo migliore amico e questo da me ci si aspettava. Che io ne fossi a conoscenza. Invece ero all’oscuro di tutto. Per mesi lui si era impegnato duramente in quello studio nascondendosi proprio a me, probabilmente aspettando che le mie lezioni corrispondessero al suo tempo libero o che tornassi a casa dai miei genitori per qualche giorno.
Rimasi deluso, molto deluso e del resto al ricevimento del premio vidi che il mio migliore amico non trovava parole per spiegarmi. Distoglieva lo sguardo dal mio ed evitava l’argomento. Sapeva in qualche modo di avermi messo da parte.
Capita ancora oggi di incrociarlo in rare occasioni, ma il distacco negli anni successivi è aumentato, tanto che dimentico di aver vissuto quegli anni dorati, sono altri a ricordare la nostra fratellanza.
Da allora non credo più in una migliore amicizia, in una superiorità del singolo rispetto alle altre conoscenze. Non esiste un eletto, esistono tanti amici, tutti a modo loro, più o meno presenti, sebbene non sia la presenza costante a determinare la qualità. E tutti sono soggetti a sbagliare, io stesso lo sono.
Proprio perché non metto più un amico nel piedistallo della migliore amicizia, riesco a comprenderlo meglio e perdonarlo quando qualcosa va un po’ storto. E perdonare anche me stesso, quando mi accorgo tardi che potevo fare di più.

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Il guest post di oggi è un altro carico da novanta di emozioni per la sottoscritta. In webnauta abbiamo accolto un nuovo collaboratore: da pochi giorni ha iniziato il primo anno di liceo, è diventato un ometto (anche se da almeno due anni mi ha superato di dieci centimetri buoni, forse anche venti?) e quindi è stato ufficialmente nominato mozzo! A lui ramazza e pelapatate! Ma il fatto è, signori miei, che io questo ometto l’ho visto scalpitare nella pancia della mamma, l’ho visto dormire beato al suo battesimo e in un batter d’occhio crescere a dismisura e imparare un sacco di cose. Quest’estate gli ho chiesto, dopo gli esami delle medie, se voleva aiutarmi a scrivere un articolo su quello che leggono i ragazzi di oggi, i suoi amici e gli amici degli amici (se siamo social noi, immaginate loro che sono “nativi digitali”). Figuratevi l’orgoglio di zia quando mi ha presentato l’articolo completo, fatto e finito. Non ho toccato una virgola, non ho avuto il coraggio!

 

“Chi non legge, a settant’anni avrà vissuto una sola vita: la propria”. Umberto Eco

Questa è stata un’estate davvero particolare: ho finito la scuola secondaria di primo grado, mi sono preparato ad affrontare un caldo africano che non favoriva le gite in bicicletta, i miei genitori erano occupati, insomma mi sarei ritrovato spesso da solo.
Mia madre un giorno di tanto tempo fa, mentre stringeva un libro tra le mani, se lo appoggiò al petto e sospirò con lo sguardo felice di chi aveva capito tutto. Quando le chiesi spiegazioni, lei mi rispose: “Caro Federico, con un libro non sei mai solo. Un libro è il tuo migliore amico: non ti tradisce mai!”
Allora non avevo compreso bene quello che mi stava raccontando, ma quest’estate ho avuto modo di meditare a lungo. Ho letto tantissimo: cinque libri. Da Agatha Christie a Murakami, per finire con Carlos Ruiz Zafon. E posso affermare compiaciuto che non sono rimasto deluso.

Una mattina come tante in un parco di passaggio, impegnato nelle mie letture presso una panchina solitaria, ma con un occhio fugace alla vita dei passanti, assisto senza volere ad un’insolita scenetta.
Una decina di metri avanti a me, un paio di anziane signore si fermano a salutare una giovane donna e, ne presumo, suo figlio. Interpellato in merito, il ragazzino mostra orgoglioso ad una di queste il foglio dove stava colorando fino a poco prima. Non potevo sentire chiare tutte le parole con cui il bambino spiegava il suo disegno, ma era trasparente l’entusiasmo che esprimeva nel raccontare la sua idea. Punta il dito verso una pianta fiorita lì vicino e annuisce attento alle domande della signora.
Il sorriso della madre però non riesce a nascondere l’irritazione per l’intraprendenza del figlio. Un ragazzetto in età scolare, fisico magro e lungo che si affaccia all’adolescenza.
Pochi altri convenevoli e le anziane tornano sui loro passi, lasciando lì il giovane artista che continua a rimirare il foglio mostrandolo compiaciuto anche alla madre. Appena le donne escono dalla visuale, questa inizia a sgridarlo per l’intemperanza dimostrata.
Qualche stralcio mi giunge dal tono alterato: smettila, la prossima volta, moderazione, piedi per terra.
Il ragazzino prova evidentemente a ribattere, finché non scorgo la donna afferrarlo per un braccio, guardarlo negli occhi e dirgli:
Ma chi ti credi di essere, eh?
Che se in qualche occasione può essere una valida chiamata alla modestia, in questo caso mi sembrava fuori luogo e fuori tempo.
Non si era trattato di un comportamento maleducato, né saccente da parte del fanciullo, per quel che potessi arguire da lontano. E credo che non abbia nemmeno compreso il carattere offensivo di quella domanda retorica. Il tono delle madre invece, e l’averlo strattonato per ricevere attenzione, ha sortito sì effetto su di lui. Abbassa il capo sottomesso.

Tornai pensieroso alle mie pagine, ma da troppo tempo ero fermo alla medesima riga ormai.
A fianco a me si siede un giovane trentenne, su per giù l’età mi sembra quella. Poggia la borsa da lavoro e ne estrae un taccuino nero e un astuccio arrotolato di stoffa, che rivela diverse matite da disegno e carboncini consumati.
Prende una matita e inizia a tratteggiare velocemente, irrefrenabile.
Terminato lo schizzo, lo guarda un attimo. E devo ammettere che ho allungato il collo il più possibile, con discrezione, ma non sono riuscito a capire di cosa si trattasse.
Gli suona il cellulare nel taschino della giacca, una chiamata alla realtà. Guarda l’oggetto senza rispondere. Sospira e mette via tutto nella borsa. Lasciando la panchina, mi rivolge uno sguardo così triste che mi gela il cuore.

La mia vista incrociò il bambino di fronte e per un attimo mi sembrò di vedere passato e futuro accostati. Sogni negati, sogni assopiti, e sogni traditi.
Il fanciullo se ne stava ora in un angolo, in silenzio, non aveva più avuto il coraggio di prendere i pennarelli dallo zainetto, l’album abbandonato sulle ginocchia.
La madre parlava sguaiatamente al telefonino, impicciandosi delle questioni altrui senza preoccuparsi di chi era costretto ad ascoltare intorno. Soprattutto senza appurare che i presenti non avessero qualche causa con i suoi pettegolezzi.
E la domanda si agitava nelle acque tempestose della mia mente.
Chi ti credi di essere?

Non so quale sia la risposta corretta, ammesso che ce ne sia una.
Ma so cosa avrei risposto io.
Sono tuo figlio, ma sono anche una persona con sogni e desideri, e una vita da percorrere.
E non è giusto che io chiuda i miei sogni in un cassetto perché tu non hai potuto, o voluto, realizzare i tuoi.
E’ la mia occasione adesso e le tue paure non devono diventare le mie.
Ho bisogno di credere nei miei sogni fino in fondo.
Fino all’ultimo respiro.
Ma io mi credo d’essere un bambino e invece risponderei come un uomo.
Perché la difficoltà è che questa domanda viene compresa solo quando è troppo tardi, quando il danno è già fatto e magari non c’è nemmeno più nessuno ad ascoltare la replica.
Sarebbe meglio dunque non formularla mai, nemmeno per egoismo, sapendo quanto dolore può arrecare.
E se proprio prude sulla lingua, rivolgersela prima davanti a uno specchio.
Ma tu, chi ti credi di essere?

 

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Il cellulare le scivolava continuamente dalla mano sudata e convulsamente tornava a stringerlo per non farlo cadere ai suoi piedi che si destreggiavano tra acceleratore e freno, mentre teneva d’occhio la strada per timore di sbandare. Continuava a tremare per l’emozione che, malsana, era piombata nella sua mente facendola sussultare ancora al ricordo di uno sguardo verde smeraldo: l’uomo che l’aveva urtata all’entrata del pub l’aveva stravolta, impossibile che fosse proprio lui, quello che lei aveva ucciso tre mesi prima e la cui morte era balzata alla cronaca come delitto perfetto, nessuna prova, solo un numero scritto male su un foglietto, un appunto frettoloso, tipico di chi, per un eccesso di zelo, non vuole portarsi via l’originale, quasi un codice d’emergenza. Il detective Falaquaglia aveva avuto una folgorante intuizione: otto cifre, un codice puk, ma certo, scritto sbrigativamente, sbiadito perché il foglio era bagnato da gocce di pioggia e sangue, quello della vittima… Peccato, Falaquaglia, bella intuizione, “genial!”, ma no DNA no colpevole! Perizia calligrafica inutile, foglietto anonimo dei miei stivali!

Amber si era incontrata e scontrata con un’ombra del passato: lo aveva ucciso, quell’uomo di merda, vero, ma aveva dovuto, non aveva scelta, era un bastardo, fedifrago, che viveva scopando come un riccio non appena una cretina gli sorrideva, che mentiva e andava tolto di mezzo, ‘sto figlio di buona donna, una botta e via. Era corsa all’auto e, mentre tentava di afferrare le chiavi per aprire e tuffarsi a tutta velocità al sicuro dell’abitacolo, le capitò il cellulare in mano. “Devo chiamare! Non posso farne a meno: Dora sa!” sussurrava tra sé e sé, mentre trafficava ancora nella borsa, pensando all’amica, medico forense, che era intervenuta subito, non appena era stata chiamata da Amber, tuttora eccitata al ricordo di come, dopo aver tagliato la gola al bastardo, aveva goduto, sovrastando su di lui come la Madonna che calpesta il serpente. Dora era stata grande: aveva sistemato la scena primaria del crimine eliminando qualsiasi traccia di Amber, alterando diversi particolari, mentre il corpo del bastardo si scioglieva nella soda caustica dentro alla vasca da bagno: peccato, una bella vasca, insozzarla così! Ma non si poteva farne a meno, Dora era stata pragmatica in merito: il cadavere andava sciolto,  insieme a tutti i suoi peccati!

Ora, mentre correva verso l’auto, trafficava nella borsa mentre, folle di terrore, scrutava la notte. Infine aveva riesumato il portachiavi firmato “Celine” ed era saltata letteralmente a bordo, aveva messo in moto e, sgommando, era partita a tutta velocità, nella sinistra teneva ancora il cellulare. Iniziato a comporre il numero, lo smartphone iniziò a scivolare e ogni volta lo stringeva sempre più forte. Inavvertitamente, premette il pulsante di spegnimento, per annullare scorse veloce il pollice e… buio. Ciao, suonatori! Cellulare spento! Oddio… “Riaccenditi, maledetto…” Inserito il pin, sbandata lieve a destra, pin errato una, due e tre volte… maledetto… recupero del puk impossibile, ovvio, mai trovato il tempo di cambiare il cellulare, “da quale meandro della memoria lo ripesco mai”… slittamento contro il guardrail… l’auto ruota su sé stessa e vola fuori strada…Il cellulare testimone di un incidente mortale… la mano sudata ringrazia… Fantasma del c…!!! Tutta colpa tua!

 

Daniel Cutroth avatar Guest blogger: Daniel Cutroth
Scrive per rabbia. Scrive per non ammazzare tutti quelli che gli stanno intorno e perchè scrivere in galera al buio non sarebbe la stessa cosa. Solo su carta può lasciare libere le fantasie più cattive.

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Madre Natura è spietata. E’ un concetto che l’uomo ha compreso già da tempo e che ha tradotto nella teoria della selezione naturale di Darwin. Nonostante ciò mi è capitato di rimanere scioccato di fronte ad un evento che mi ha dato, e tuttora mi dà, parecchio su cui riflettere.
Una chioccia aveva prodotto dieci uova, in un casale di cui sono stato ospite per qualche giorno. Otto uova si sono dischiuse nel giro di poco, mentre due tardavano. La chioccia ad un certo punto ha abbandonato le uova ed ha seguito gli altri piccoli, che reclamavano la sua attenzione. Quello era il suo istinto, ciò che Madre Natura aveva impresso nel suo codice genetico.
Dopo qualche giorno la contadina ha preso le due uova non schiuse e le ha buttate nel letamaio del campo, non sarebbero state buone nemmeno da mangiare oramai. Il giorno successivo la stessa donna ripassò vicino al letamaio e sentì uno squittio stridulo, un flebile cinguettio. Per caso notò un pulcino pigolare disperato dal guscio, vicino ad un altro uovo rotto e marcio. Delicatamente ha preso il pulcino e lo ha riportato alla madre, la quale non fa nemmeno caso al numero dei suoi figli e non si è scomposta al suo arrivo. Il piccoletto, a parte qualche secondo di smarrimento, ha seguito la chioccia come se nulla fosse accaduto, ignaro della tragedia scampata.
La fortuna ha salvato quell’animale indifeso. La fortuna che l’uovo non si sia accidentalmente rotto quando gettato tra i rifiuti. La fortuna di essere sopravvissuto alla notte senza la cova. La fortuna che la contadina, udito fine, l’abbia sentito chiamare debolmente aiuto.
E a volte penso che la vita è proprio così. Una brutale e feroce questione di fortuna.

 

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Quand’ero bambino, poco più di un soldo di cacio, e mia madre mi imponeva delle regole che non mi piacevano o non comprendevo, la sua spiegazione era “tu non puoi capire perché sei piccolo.”
Quand’ero adolescente e come tutti gli adolescenti furiosamente critico verso il sistema che mi veniva imposto, sia per studio, famiglia, religione o politica, la risposta che veniva data a turno dall’adulto del caso era “tu non puoi capire perché sei giovane, non hai responsabilità.”
Quando vivevo ancora nella casa paterna, ma viaggiavo di città in città per lavoro e cominciavo a vedere i primi amici sequestrati dalle fidanzate, poi reclusi nei loro matrimoni, persi tra fornelli, giardini, bricolage e parenti, senza mai un minuto per se stessi e un decaffeinato al bar, la frase acida utilizzata era “tu non puoi capire perché non sei autosufficiente, non hai una casa sulle spalle.” Figurarsi quando sopraggiungevano pannolini e biberon.

Ora sono grande, ormai invecchiato, da qualche lustro ho una casa di mia proprietà, un’auto e una motocicletta in garage, lavoro ancora dodici ore al giorno e mi reco anche all’estero per affari, se riesce a cucinare Benedetta Parodi ci può riuscire chiunque, hanno inventato sia il robot aspirapolvere che pulisce da solo e pure suo cugino tosaerba, programmabili dal telefonino. Sono passato quasi indenne a una convivenza, un po’ meno al sacro vincolo matrimoniale. I figli poi sono di chi li vuol sentire veramente tali e non sempre l’assidua presenza garantisce un buon risultato.
Se mi guardo indietro ora, c’è molto, sia vita che esperienza. Il mio futuro si accorcia, il mio passato si allunga.
Allora dov’è l’illuminazione che doveva sopraggiungere magicamente? Perché dopo tutto questo, le mie domande sono rimaste le stesse.

La realtà è che questo appello all’inadeguatezza altrui (tu non puoi capire perché non sei “qualcosa”, qualsiasi cosa) non ha nemmeno senso logico. Il Dottor House diagnostica malattie rare pur senza averne, solo sulla base di sintomi ed esami clinici, e Sherlock Holmes chiarisce gli omicidi e ne illustra i moventi senza essere un assassino egli stesso. Personaggi di fantasia, esageratamente arguti? Nella vita reale, Madre Teresa di Calcutta è stata definita “madre” anche se non ha mai partorito né allevato un figlio tutto suo. Eppure è stata una vera madre per molti, soprattutto degli ultimi, gli emarginati, di cui non si curava nessuno. Lei non poteva capirli?
La sensibilità non è un patentino che spetta solo a chi è qualcosa, lasciando esclusi tutti gli altri. E tipicamente chi usa questo ragionamento fallace, la sensibilità è abituato a pretenderla, ma mai ad usarla in egual misura. L’empatia è una capacità che va coltivata e sviluppata, sempre e verso chiunque, che sia o non sia quel “qualcosa”.

Tu non puoi capire perché non sei.
Anziché esordire con questa frase infelice e poco intelligente, dal sapore amaramente razzista, provate a spiegare quello che pensate non possiamo comprendere. Non occorre essere scrittori da Nobel o premi Pulitzer del giornalismo, bastano poche parole semplici su quello che sentite. E forse vi accorgerete voi stessi che, proprio perché abbiamo ben inteso, vi stiamo dicendo che state semplicemente esagerando la questione oppure vi stiamo offrendo un altro punto di vista e soprattutto un aiuto per uscire dalle difficoltà. Che quelle, per quanto variegate, toccano a tutti.

 

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Al giorno d’oggi non basta “solo” scrivere: un autore deve interfacciarsi con il suo pubblico sia fisicamente che online, soprattutto se la sua scelta è di pubblicare in autonomia con il self-publishing e quindi a lui compete interamente la strategia di marketing per il suo romanzo. Ma come comportarsi nella grande rete, nei social e nel proprio blog per far capire ai lettori chi si trovano di fronte? Ecco a cosa risponde il Personal Branding e il nostro guest blogger di oggi, il nostro ufficiale di bussola Simona.

 

Ti va di fare insieme un viaggio nell’ABC del Personal Branding? Qualche tempo fa ho scritto sul mio Blog un contributo ben strutturato riguardo il Marketing Editoriale (..lo trovi QUI se ti va di dedicarci qualche minuto!) ma lavorando a stretto contatto con diversi scrittori più o meno realizzati nel loro campo, mi sono accorta che è necessario soffermarsi qualche riga in più sull’ABC del Personal Branding, uno step purtroppo sottovalutato dai più.

I mercati sono conversazioni, oggi possiamo e dobbiamo comunicare direttamente con il nostro pubblico. Che abbiate alle spalle una casa editrice, o meno, il lavoro di pubblicizzazione dei vostri scritti, e di voi come autori, spetta a voi stessi tanto quanto a chi sceglie di sostenere la vostra pubblicazione. Ma come è giusto presentarsi sul mercato?