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Se vi siete sintonizzati solo ora su questo blog, nel mese di Novembre ho fatto una pazzia: mi sono iscritta al NaNoWriMo.
Durante il NAtional NOvel WRIting MOnth, per gli amici Nano, più di 400 mila partecipanti in tutto il globo sfidano sé stessi a scrivere almeno 1.667 parole al giorno per arrivare a fine mese al fantasmagorico totale di 50.000 parole, la lunghezza del romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald.
C’è scrive un romanzo, chi un’antologia di racconti, chi una raccolta di poesie. L’importante è scrivere ogni giorno.
Questa mia avventura è iniziata con Mork e Mindi che cantavano imperterriti Nano, nano, la tua mano… Nano, nano, apri piano… Mentre la seconda settimana di NaNoWriMo è la più difficile e ti prende un’incredibile stanchezza perché non sei abituato al ritmo folle. La terza settimana di NaNoWriMo con Bookcity di mezzo mi sono presa una meritata pausa per le vie di Milano, ma quest’ultima settimana finale ho dovuto recuperare tutte le parole rimaste indietro. Giocarmi il tutto per tutto.

Ce l’ho fatta e ancora non ci credo. Non solo ho raggiunto le tanto agognate 50.000 parole, ma le ho superate senza nemmeno accorgermene un giorno prima! Perché il sito ufficiale nanowrimo.org attende che il partecipante inserisca tutto il testo scritto per validare l’effettiva vincita. Solo allora ti arriva una mail piena di congratulazioni, badge, gadget e incredibili offerte (come l’acquisto del software Scrivener a metà prezzo).
La soddisfazione del traguardo raggiunto copre tutte le fatiche.
C’è solo un piccolo problema. Una quisquilia. Il romanzo mica è finito! Tutte quelle parole e nemmeno mi bastano! 😀

Se vi siete persi le puntate precedenti, questo novembre mi sono iscritta al NaNoWriMo, il NAtional NOvel WRIting MOnth, per gli amici Nano, durante il quale più di 400 mila partecipanti in tutto il globo sfidano sé stessi a scrivere almeno 1.667 parole al giorno per arrivare alla fine del mese alla summa aurea di 50.000 parole, la lunghezza del romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald.
La mia avventura è iniziata con la canzoncina di Mork e Mindi Nano, nano, la tua mano… Nano, nano, apri piano… per poi sentire un’incredibile stanchezza perché la seconda settimana di NaNoWriMo è la più difficile 

Ma puoi mollare la regata quando sei già al giro di boa? Giammai!
Alla terza settimana ho dovuto anticipare e recuperare le parole “perse” per un viaggio a Milano il sabato, in occasione di Bookcity e della presentazione della nuova antologia solidale Quella notte, nel bosco degli amici di Buck e il terremoto (se non sapete di cosa si tratta, ne potete leggere qui: Storie di gatti). Un’occasione per tirare il fiato, abbracciare vecchie amicizie virtuali, regalarsi l’un l’altro sorrisi e spronarsi a continuare ognuno con le proprie sfide scrittorie o editoriali. Un’occasione anche per vedere Milano con il sole a novembre che no, così proprio non l’avevo mai vista! E un’occasione pure per imparare a girare un video live in diretta streaming su Facebook.
Giuro però che per la prossima volta mi attrezzo col cavalletto professionale… così voi vi evitate il mal di mare e io il torcicollo! 🙂

Per chi si fosse perso il post precedente, mi sono iscritta al NaNoWriMo, il NAtional NOvel WRIting MOnth, per gli amici Nano, durante il quale più di 400 mila partecipanti da tutto il globo sfidano sé stessi a scrivere almeno 1.667 parole al giorno per arrivare a fine mese alla fatidica cifra di 50.000 parole, la lunghezza del romanzo Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald.
Potete leggere l’inizio della mia avventura qui, quando la canzoncina di Mork e Mindi ha cominciato ad assillare la mia mente:
Nano, nano, la tua mano… Nano, nano, apri piano… 

Questa è stata la seconda settimana di questo imponente tour de force ed è quella in cui stanchezza mentale e fisica, preoccupazione per la trama e disperazione per la qualità di quanto scritto, incertezze sul proseguimento o l’abbandono si fanno sentire a gran voce.
Siamo esattamente al giro di boa, quindici giorni se ne sono andati e solamente altri quindici ne rimangono del mese di novembre.
E’ in questa seconda settimana dunque che ti chiedi: ma chi me l’ha fatto fare?!
E soprattutto lascio o raddoppio?

Non sono impazzita. O forse si, visto che questa canzoncina ribatte da un angolo all’altro del mio cervello da una settimana!
Zitta zitta, senza dirvi nulla, quest’anno mi sono iscritta al NaNoWriMo!
Il mese di novembre è infatti il NAtional NOvel WRIting MOnth, per gli amici Nano, durante il quale più di 400 mila partecipanti da tutto il globo sfidano sé stessi a scrivere almeno 1.667 parole al giorno (parole, non caratteri, attenzione!) per arrivare a fine mese alla fatidica cifra di 50.000 parole, la lunghezza de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Pazzi? Tutt’altro, è una sfida da peaker questa!

Il fatto è che la scrittura è come l’attività fisica. A lungo andare in palestra il corpo si abitua allo stesso livello di sforzo e non si ottengono più risultati apprezzabili, si resta fermi al mantenimento. Con la scrittura è così: scrivi un racconto, scrivi per il blog, scrivi un altro racconto, continui a scrivere per il blog, ma non sali di livello. Migliori lo stile e la struttura forse, però a un certo punto arrivi al mantenimento. Invece quando i muscoli sono pronti è ora di rischiare e correre la maratona: scrivere qualcosa di articolato come un romanzo.
Questo discorso non vale per i blogger che prima hanno scritto il romanzo, in tutta tranquillità, e poi hanno aperto il blog. Oppure per quelli che si trovano a loro agio solo con i testi lunghi e non apprezzano l’immediatezza del racconto. Probabilmente siete nati per la maratona! 🙂

Quindi ho deciso di mettermi alla prova. In palestra ho aumentato la pesistica (vi dico solo che esco scricchiolando…) e per la scrittura ho accettato la sfida del NaNoWriMo per riuscire finalmente a terminare il mio primo romanzo, nome in codice IPDP, che giace incompleto in una montagna di cartaceo.
Non è stato semplice iniziare, ma sapete qual è la cosa bella?
Nonostante mi renda conto che c’è parecchio lavoro, che ci potrebbero volere almeno 3 Nani per completare davvero il mio testo, e che non siano addirittura sette (i sette Nani! 😀 ) mi sto innamorando nuovamente della mia storia. Perché c’è stato un momento in cui pensavo di averla persa per sempre.

Così da una una settimana, mi chiamo Mork e su un uovo vengo da Ork…
E sono alquanto sorpresa del risultato! Nano nano!

Questo guest post nasce dalla mia recensione alla lettura di questo romanzo, che era stato inizialmente presentato come thriller esoterico. Sono un lettore onnivoro e non mi lascio spaventare dalle definizioni, ma dopo averlo letto mi sono ritrovata a chiedere all’autrice: ma sei sicura che sia la definizione giusta?
Caso voleva che in quel periodo un lettore si fosse cancellato dalla sua newsletter dopo aver scoperto con orrore che lei aveva scritto un romanzo “esoterico”, associandolo a qualche pratica occulta, satanista o comunque anti cattolica, senza averne però letto nemmeno una riga.
Dopo averlo terminato, io invece ho fatto fatica a considerarlo esoterico (nella stessa concezione di quel lettore). Mi spiego: se Come un Dio immortale è esoterico, allora anche il telefilm X-Files lo è? O forse c’è differenza tra esoterico e paranormal? Ma anche Biancaneve e i sette nani, con la strega cattiva che confeziona mele velenose magiche, è dunque esoterico? Eppure la raccontiamo a tutti i bambini!
Sul tema di questo libro nello specifico, gli incorporei, mi è poi tornato in mente un film carino, Se solo fosse vero con Reese Witherspoon e Mark Ruffalo. Come si può vedere questo film, così divertente, e poi non leggere il romanzo di Maria Teresa Steri con la stessa frivolezza? Tra l’altro nel film c’è proprio una libreria esoterica, e uno stranissimo finale.
Quella della scelta del genere letterario del resto è una difficoltà che appartiene anche ai bestseller. Ne avevo già scritto in merito all’eterna discussione se la saga Outlander di Diana Gabaldon sia un romanzo storico, romance o fantasy in questo articolo: Quando si definisce “romanzo storico”? 

Questo post appartiene al bellissimo blog tour organizzato da Maria Teresa per promuovere il suo libro. Qui trovate le tappe precedenti: Come un dio immortale blog tour

Questo possiamo definirlo un post “su richiesta”, perché io ai miei lettori ci tengo e se posso essere d’aiuto non mi tiro indietro.
Stavamo infatti verificando come anche un semplice programma di videoscrittura da ufficio, con qualche accortezza, possa essere utilizzato per scrivere un libro, lasciando da parte la complessità dei software per la scrittura creativa, come yWriter o Scrivener.
Ci eravamo quindi addentrati nell’analisi dei più conosciuti, con uno sguardo anche alle utility in cloud:

Non sono gli unici programmi con cui scrivere un testo lungo, soprattutto oggi con internet abbiamo davvero l’imbarazzo della scelta sia di programmi gratuiti da installare sul proprio computer sia app consultabili dal proprio smartphone o tablet in viaggio.
Qualcuno tra i commenti si è messo in lista per Dropbox Paper, che avevo citato io perché proprio in quei giorni mi era giunta notifica di aggiornamento (utilizzo Dropbox, ma finora non avevo mai provato Paper nemmeno io).

Rimane però il fatto che ognuno deve trovare lo strumento adatto per sé stesso, quello che gli consente di scrivere con velocità e destrezza un testo che sia il più accurato possibile (onde limitari i danni in fase di revisione, che rischia di divenire infinita). Probabilmente la scelta dipende anche da che tipo di scrittori siete: Plotter, pantser …o plotser? 

Tornando al nostro Dropbox Paper, se devo essere sincera, un pochino mi ha deluso.
E’ vero che si tratta di un servizio recente rispetto al suo concorrente Google Docs (rilasciato ad ottobre 2015) e che è stato sviluppato ponendo maggior attenzione al lavoro in gruppo e alla collaborazione, più che come editor di testo individuale.
Però per conto mio, mancano i fondamentali: se devo scrivere un testo, da condividere o presentare ad un pubblico, il minimo indispensabile è il correttore ortografico, non credete?

Il mestiere di scrivere di Raymond Carver è stato il mio secondo manuale di scrittura creativa, o così credevo, perché non è assolutamente un manuale.
Mi è apparso come acquisto consigliato sotto al Manuale di scrittura creativa di Roberto Cotroneo, di cui ho già scritto sempre per la categoria Che cosa ho imparato da…, e così l’ho preso come secondo testo per “fare sul serio”. Come altri, sono stata abbindolata da una quarta di copertina che promette qualcosa che non è:

Esercizi di scrittura creativa, lezioni, istruzioni per la composizione di una short-story, note sull’arte della concisione. Uno dei maestri della narrativa americana racconta “il mestiere di scrivere” in un libro che è il breviario di un artigiano della parola e un atto d’amore verso la letteratura.

Viene da pensare che, come per Roberto Cotroneo appunto, anche Raymond Carver abbia messo insieme i suoi appunti dai corsi di Creative Writing tenuti nell’America degli anni ’70 in un testo che è il concentrato della sua arte di insegnante, oltre che di scrittore.
Quando ho avuto finalmente il volume tra le mani ho realizzato che si tratta di una raccolta: sono per lo più saggi sui suoi racconti e poesie, ne spiega l’origine, il significato, il suo modo di lavorare su quel testo in particolare. Ma come faccio a capire ciò che dice se non ho sottomano proprio quei racconti e quelle poesie? Perché in questo volume non ci sono e io leggevo Carver per la prima volta. Avrebbe avuto più senso pubblicare anche quelle, piuttosto che rimandare ad altri quattro libri differenti.

Galeotto però fu l’incipit del primissimo saggio di Carver, proprio “Il mestiere di scrivere”, letto dall’estratto online, perché uno scrittore che non riesce andare oltre alla lunghezza del racconto sembrava parlare alla sottoscritta:

Verso la metà degli anni Sessanta, mi sono reso conto che avevo qualche difficoltà a concentrare l’attenzione su opere narrative di una certa lunghezza. Per un po’ di tempo ho avuto difficoltà a leggerle, oltre che a cercare di scriverne. La mia capacità di attenzione si era come esaurita; non avevo più la pazienza necessaria a tentare di scrivere dei romanzi. È una storia complicata e troppo noiosa per raccontarla ora. Però so che ha molto a che fare con la ragione per cui scrivo poesie e racconti brevi. Presto dentro, presto fuori. Niente indugi. Avanti. Può darsi che sia successo perché a quell’epoca, mentre mi avviavo verso la trentina, avevo perso qualsiasi ambizione di grandezza. Se questo è vero, be’, tutto sommato credo sia stato meglio che mi sia andata così.

Per questo la ritengo comunque una lettura importante, anche se zoppicante per chi è a digiuno di questo autore. Ora questo libro lo trovate in un’altra versione, rispetto alla mia in foto, con una nuova introduzione di Marcello Fois.
Come al solito, condivido con voi i miei appunti, le sottolineature nel testo (solo i manuali di scrittura mi azzardo a “sporcare” in maniera così sacrilega!) e i ragionamenti. Prima ho voluto leggermi l’antologia più famosa di Carver, per capire se, a fronte dei suoi consigli, mi piacevano poi i racconti che scriveva. Ho letto quindi Cattedrale, nella versione rivista dal famoso editor Gordon Lish. Ma non è stato proprio amore…

Che ci crediate o meno, questo post è lì che ronza dentro la mia testa da maggio. Uno di quei tarli che scava dubbi e l’unica maniera per fargli smettere questo estenuante lavoro è scriverlo nero su bianco, fissarlo una volta per tutte sulla carta (in una pagina web in questo caso) per guardarlo dritto negli occhi e dirgli: “Adesso basta, parliamoci chiaro!”

Parte tutto da un articolo letto dalla newsletter della rivista americana Writer’s Digest: 5 Ways an Author Blog Could Kill Your Writing (and What to Do Instead) di P.S. Hoffman, un autore di fantascienza che ha un blog di consigli per scrittura (dunque contraddice pure se stesso), che gioca spesso con i titoli che iniziano con un numero come 5 modi, 7 segreti, 21 trucchi, 3 chiavi (che attirano più lettori, perché siamo maggiormente attirati da regole, elenchi, decaloghi e affini) e soprattutto sembra approfittare della sua omonimia con il defunto attore Philip Seymour Hoffman. O magari ne viene penalizzato, visto che da Google non riesco a trovare i suoi libri.

In questo suo post, Hoffman analizza 5 modi in cui il blog può uccidere la scrittura ed un unico motivo per cui si dovrebbe davvero tenere un blog e impegnarcisi assiduamente. In questi mesi l’ho letto e riletto, a volte mi pareva di essere completamente d’accordo con il suo punto di vista, altre ancora ribaltavo i suoi ragionamenti.
Anche perché pochi mesi prima avevo proprio scritto che un blog non è uno spreco di risorse, ma un capitale investito a lunghissimo termine, nel mio articolo Il valore del blog per lo scrittore. Mi stavo forse rimangiando tutte quelle parole?

Che tenere un blog di tipo autore richieda un certo impegno, soprattutto se si vogliono produrre contenuti di qualità e avviare un dialogo aperto con i lettori, piuttosto che dare spazio ai soliti argomenti triti e ritriti di scrittura creativa, questo è fuor di dubbio. Uno sforzo fisico che si sente sulle spalle, sulle cervicali e qualche mattina anche sulle occhiaie. 😀
Senza contare che se si vuole essere letti, un minimo di lavoro tra motori di ricerca e social media dev’essere fatto. Ed è sempre tempo che viene sottratto allo scrivere storie.
Ma possiamo davvero affermare che il blog uccida la scrittura stessa?

Molti autori trovano troppo complessi i software sviluppati appositamente per la scrittura creativa, come yWriter o Scrivener, che oltre all’editor forniscono una gestione evoluta di tutte le altre informazioni inerenti alla progettazione della trama. Preferiscono invece utilizzare i classici programmi di videoscrittura da ufficio, perché ne hanno già confidenza dal mondo del lavoro, lamentando però difficoltà nel muoversi all’interno di testi lunghi ed elaborati. C’è da rischiare il polso a furia di scorrere la rotellina del mouse o dover cercare di volta in volta delle parole chiave per spostarsi nel documento.

Per evitare di impazzire, abbiamo visto Come scrivere un libro con Microsoft Word e, per chi voglia risparmiare sulle licenze, Come scrivere un libro con LibreOffice, senza perdersi nulla dell’organizzazione dei programmi creati ad hoc.
C’è però un altro strumento, utile perché non richiede installazione ma è sempre disponibile online, comodo se siete in un computer in prestito: Google Docs, ovvero l’elaboratore di testi della suite Google con archiviazione in cloud sul suo Drive.

Ne avevamo già parlato analizzando un’altra importante funzione, il Voice typing, ovvero il riconoscimento vocale gratuito di Google Docs con i browser Chrome.
Ma come gli altri programmi di videoscrittura, in Google Docs trovate anche il correttore ortografico, le sostituzioni automatiche e la struttura navigabile del documento. Senza contare che è accessibile anche dal vostro smartphone, tramite la sua app ufficiale.

Insomma, non ci sono più scuse per non scrivere, everytime and everywhere! 😉

Poi guardai l’anello al mio dito. Il Serpente Che Si Morde la Coda, Ora e Per Sempre e Senza Fine… Io lo so, da dove vengo… Ma tutti voi, zombie, da dove venite?
Robert A. Heinlein

Non sono una gran lettrice di fantascienza. Non perché non mi piaccia, ma mi sembra di saperne davvero poco di fisica, ingegneria, meccanica, matematica, astronomia e compagnia, per poter apprezzare questo genere di narrazione.
Anche se poi ho seguito tutte le serie televisive di Star Trek, e tutti i film, dalle vecchie produzioni con William Shatner al nuovo Capitano Kirk Chris Pine. Per non parlare dell’altro grande colosso Star Wars, del grande maestro Yoda, della Forza che invoco ogni lunedì mattina e del mio droide preferito BB-8 (per cosa credete stia quel BB? 😉 )
Soprattutto ho una cotta intergalattica per Capitan Harlock, il pirata dello spazio.
Del resto, i viaggi interstellari sono solo un oceano molto più allargato dei nostri mari. E i viaggi nel tempo?

No, i viaggi nel tempo non li sopporto, non riesco a digerirli, li trovo di un’ingiustizia sociale unica: che uno possa tornare indietro nella Storia e cambiare gli avvenimenti a suo piacere, a discapito di tutti gli altri non viaggiatori, non mi pare democratico. Per riparare ad un incidente si potrebbero creare danni ben maggiori, oltre ad una serie di paradossi che difficilmente trovano spiegazione logica. Ma è qui che interviene, proprio nel genere della fantascienza, la sospensione dell’incredulità del lettore, disposto a mettere da parte proprio la logica, pur di godersi un buon intreccio narrativo.
Ma ci riusciamo sempre?