Non sono un assiduo frequentatore dei siti sociali, non quanto io sia in confidenza con le panchine all’ombra. Le preferisco e mi sembra di imparare di più, o dal libro che mi porto appresso o da una conversazione casuale con chi siede accanto a me. Ammetto che qualche volta mi sorprendo ad origliare i passanti perché ci trovo storie più interessanti di quelle su carta tra le mie mani.
Purtroppo però osservo con rammarico che i social stanno cambiando le modalità di interazione delle persone, che si comportano come se il fuoco dell’attenzione del mondo fosse continuamente rivolto ad esse. Da una parte si registra una tendenza a scrivere a vuoto, lamentele anonime, citazioni ammiccanti a tutti e a nessuno, sfoghi quotidiani che dicono qualcosa eppure niente. Come se chi scrivesse volesse essere al contempo considerato dall’individuo che gli ha recato danno e ignorato da tutti gli altri. Tristemente però una missiva senza mittente di questo tipo finisce per essere letta dagli innocenti e ignorata proprio dai colpevoli.
Quel che poteva essere risolto con una dialettica onesta tra due persone civili genera un potenziale infinito di incomprensioni e malumori. Il messaggio è talmente confuso che ognuno crede sia rivolto a sé stesso.
La rete, nata per unire i popoli, diventa un nuovo strumento di divisione.
Basterebbe tralasciare tale follia, ma proprio per come sono congeniati questi social si rischia di credere di essere il destinatario di qualsiasi falsa conversazione.
Succede anche con i racconti.
Anche con i miei racconti.
Pare che anche quel ch’io scrivo proprio qui, che vogliono essere solo riflessioni d’un vecchio canuto sulle questioni della vita di cui sta ancora cercando le risposte, desti parecchi malumori. In lettori però che non conosco nemmeno per sentito dire. Mi sono chiesto come sia possibile.
Forse siamo talmente focalizzati su noi stessi da non comprendere che in fondo condividiamo gli stessi problemi, gli stessi comportamenti e le stesse reazioni. Siamo innanzi tutto esseri umani e anche quando giuriamo a noi stessi che non ci comporteremo mai come nostro padre, fratello, amico, figlio, nipote, l’educazione impartita ci porta spesso fuori strada ed è difficile accorgersene.
O forse, e questa è l’ipotesi più triste, siamo talmente assuefatti dalle autobiografie e dai reality da non riconoscere più la meraviglia di una storia inventata.
Che è verosimile, ma mai vera. E non vuole offendere proprio nessuno.
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