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Vecchio viaggiatore di panchine

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Non sono un assiduo frequentatore dei siti sociali, non quanto io sia in confidenza con le panchine all’ombra. Le preferisco e mi sembra di imparare di più, o dal libro che mi porto appresso o da una conversazione casuale con chi siede accanto a me. Ammetto che qualche volta mi sorprendo ad origliare i passanti perché ci trovo storie più interessanti di quelle su carta tra le mie mani.
Purtroppo però osservo con rammarico che i social stanno cambiando le modalità di interazione delle persone, che si comportano come se il fuoco dell’attenzione del mondo fosse continuamente rivolto ad esse. Da una parte si registra una tendenza a scrivere a vuoto, lamentele anonime, citazioni ammiccanti a tutti e a nessuno, sfoghi quotidiani che dicono qualcosa eppure niente. Come se chi scrivesse volesse essere al contempo considerato dall’individuo che gli ha recato danno e ignorato da tutti gli altri. Tristemente però una missiva senza mittente di questo tipo finisce per essere letta dagli innocenti e ignorata proprio dai colpevoli.
Quel che poteva essere risolto con una dialettica onesta tra due persone civili genera un potenziale infinito di incomprensioni e malumori. Il messaggio è talmente confuso che ognuno crede sia rivolto a sé stesso.
La rete, nata per unire i popoli, diventa un nuovo strumento di divisione.
Basterebbe tralasciare tale follia, ma proprio per come sono congeniati questi social si rischia di credere di essere il destinatario di qualsiasi falsa conversazione.
Succede anche con i racconti.
Anche con i miei racconti.
Pare che anche quel ch’io scrivo proprio qui, che vogliono essere solo riflessioni d’un vecchio canuto sulle questioni della vita di cui sta ancora cercando le risposte, desti parecchi malumori. In lettori però che non conosco nemmeno per sentito dire. Mi sono chiesto come sia possibile.
Forse siamo talmente focalizzati su noi stessi da non comprendere che in fondo condividiamo gli stessi problemi, gli stessi comportamenti e le stesse reazioni. Siamo innanzi tutto esseri umani e anche quando giuriamo a noi stessi che non ci comporteremo mai come nostro padre, fratello, amico, figlio, nipote, l’educazione impartita ci porta spesso fuori strada ed è difficile accorgersene.
O forse, e questa è l’ipotesi più triste, siamo talmente assuefatti dalle autobiografie e dai reality da non riconoscere più la meraviglia di una storia inventata.
Che è verosimile, ma mai vera. E non vuole offendere proprio nessuno.

 

 

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Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.

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Tempo fa un politico disse che gli italiani sono “mammoni”, poi un altro aggiunge la parola “choosy”, schizzinosi. Non ho mai creduto a queste definizioni semplicistiche, soprattutto perché puntare il dito verso altri evita di cercare soluzioni di propria competenza.
L’altro giorno mi chiama un amico, anni or sono anche collega, per aggiornarmi sul suo attuale lavoro, le sue ricerche, i suoi successi. In particolare ha appena ricevuto un’eccezionale offerta di trasferimento temporaneo all’estero per un progetto internazionale di prestigio.
Ma non sa come dirlo alla madre.
Non vive più nella casa materna da un decennio ormai, è completamente autonomo e indipendente, ma in qualche modo costretto a fare i conti con lei. La telefonata quotidiana quale compromesso alla visita quotidiana, comunque reclamata, che è riuscito a diradare a due volte a settimana, più il pranzo domenicale.
Sia detto che anche la signora è ancora in salute e autosufficiente, regolarmente patentata e automunita. Anzi, telefonate e visite devono avvenire ad orari prestabiliti, perché la madre ha i suoi impegni con le amiche.
La libertà materna stride con gli obblighi filiali.
Ricordo al mio amico che già ora la sua carriera comporta la partecipazione a convegni di una settimana fuori città. “E tu non sai cosa subisco al ritorno!” mi risponde.
Mi stupisce come un uomo adulto della sua levatura, abituato a intrattenere platee multilingue, sia succube della propria genitrice.
Me nemmeno poi tanto.
Un’altra vecchia amica, un’ottima psicologa e psicoterapeuta, mi spiega di ricevere sempre più spesso giovani pazienti trentenni, alle prese con attacchi di panico e crisi d’ansia, l’anticamera della depressione. Dopo varie sedute, la causa che emerge è la richiesta disperata di crescere, vivere la propria vita indipendente, richiesta soffocata dai sensi di colpa instillati dai genitori.
Questi ragazzi si sentono inadeguati di fronte al futuro. Finché vivono nel ristretto ambiente casalingo, la vita scorre tranquilla senza attriti. Il problema si presenta non appena i figli hanno l’occasione di uscire dall’ambito famigliare, prendere la propria strada anche in contrasto con le indicazioni paterne e materne.
E’ lì che i genitori stessi diventano i loro peggiori nemici, senza esclusione di colpi, da rappresaglie fisiche al marketing più spietato, fino a sconfinare nel controllo mentale.
All’estero questo comportamento si riscontra in casi sporadici, mentre è consuetudine che alla maggiore età ogni figlio esca di casa, sia per lavoro che per studio, lontano miglia e miglia dal nido. Spiccano il volo presto e cercano da soli la corrente ascendente che possa portarli in alto.
Come mai queste differenze?
Non ho gli strumenti per trovare una risposta, che sia economica, culturale, sociologica, storica.
Mi sembra però di osservare tanti italiani mammoni quante sono le italiane chiocce, che rischiano di soffocarli sotto le proprie ali.

 

I vostri figli non sono figli vostri…
sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.

da Il Profeta, Kahlil Gibran

 

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Chi trova un amico trova un tesoro, sostiene un antico adagio.
Per alcuni succede davvero, per altri è una condizione solo iniziale. Poi riceviamo una stilettata dritta dritta al cuore proprio da quell’amico prezioso e ci chiediamo come sia stato possibile, cosa abbiamo frainteso nel suo comportamento. Più avevamo ricoperto l’amicizia dell’aura dorata della perfezione, maggiore sarà lo sgomento per l’accaduto. La lucentezza immacolata dell’amicizia lascerà il posto ad un misero ottone già intaccato dall’ossido.
Mi è capitato più volte e chissà quante capiterà ancora. Non è solo una questione di comportamenti, ma di eventi e di momenti precisi.
All’università sono stato deluso da quella che credevo la mia migliore amicizia. Non era più l’età dei giochi confinati al piccolo quartiere, con le sue precarie gerarchie. Avevamo un mondo davanti e potevamo scegliere con chi condividere le proprie affinità. Pensavo non ci fossero segreti tra noi, nemmeno sulle nostre beghe amorose (e fortunatamente avevamo preferenze diverse sull’estetica femminile). Un giorno il mio amico ricevette un premio, poca cosa in denaro ma una bella soddisfazione personale, l’attestazione dall’ateneo di aver svolto un ottimo lavoro, le congratulazioni da parte del rettore e qualche punto da aggiungere al curriculum.
Così scoprii che per mesi aveva lavorato ad un progetto di ricerca, senza di me, senza il mio aiuto. In realtà me ne aveva chiesto un parere prima di cominciare. Mi mostrò una cartella di appunti confusi e un’idea ancora più nebbiosa. Dissi che era troppo arduo e ci avrebbe tolto risorse indispensabili per altro. Gli esami si susseguivano e rischiavamo di perdere un semestre per seguire quella ricerca.
Ma se avessi saputo che ci voleva lavorare davvero, che per lui era seriamente importante, gli avrei dato tutto me stesso, saremmo stati squadra, con o senza premio sarei stato orgoglioso di farne parte. Colpa mia? Avevo espresso un parere, non una sentenza. Colpa sua? Poteva dirmi sinceramente cosa ne pensava, io non l’avevo visto convinto. Soprattutto poteva dirmi che ci avrebbe provato lo stesso. Forse aveva paura, temeva la mia reazione, magari che ritenessi la sua decisione un affronto alla mia opinione. O forse la sua determinazione avrebbe fatto capitolare me. Forse.
Fu questo segreto a cancellare l’amicizia per sempre.
Il peggio fu che lo scoprii per caso. Pulendo le nostre stanze con l’altro coinquilino, cadde la sua borsa e si sparsero i libri a terra, gli appunti su quel progetto, il dattiloscritto, l’iscrizione al concorso, documenti incontrovertibili. Lui era a lezione quel pomeriggio, c’era questa terza persona presente e dovetti fingere di sapere, perché ero il suo migliore amico e questo da me ci si aspettava. Che io ne fossi a conoscenza. Invece ero all’oscuro di tutto. Per mesi lui si era impegnato duramente in quello studio nascondendosi proprio a me, probabilmente aspettando che le mie lezioni corrispondessero al suo tempo libero o che tornassi a casa dai miei genitori per qualche giorno.
Rimasi deluso, molto deluso e del resto al ricevimento del premio vidi che il mio migliore amico non trovava parole per spiegarmi. Distoglieva lo sguardo dal mio ed evitava l’argomento. Sapeva in qualche modo di avermi messo da parte.
Capita ancora oggi di incrociarlo in rare occasioni, ma il distacco negli anni successivi è aumentato, tanto che dimentico di aver vissuto quegli anni dorati, sono altri a ricordare la nostra fratellanza.
Da allora non credo più in una migliore amicizia, in una superiorità del singolo rispetto alle altre conoscenze. Non esiste un eletto, esistono tanti amici, tutti a modo loro, più o meno presenti, sebbene non sia la presenza costante a determinare la qualità. E tutti sono soggetti a sbagliare, io stesso lo sono.
Proprio perché non metto più un amico nel piedistallo della migliore amicizia, riesco a comprenderlo meglio e perdonarlo quando qualcosa va un po’ storto. E perdonare anche me stesso, quando mi accorgo tardi che potevo fare di più.

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Una mattina come tante in un parco di passaggio, impegnato nelle mie letture presso una panchina solitaria, ma con un occhio fugace alla vita dei passanti, assisto senza volere ad un’insolita scenetta.
Una decina di metri avanti a me, un paio di anziane signore si fermano a salutare una giovane donna e, ne presumo, suo figlio. Interpellato in merito, il ragazzino mostra orgoglioso ad una di queste il foglio dove stava colorando fino a poco prima. Non potevo sentire chiare tutte le parole con cui il bambino spiegava il suo disegno, ma era trasparente l’entusiasmo che esprimeva nel raccontare la sua idea. Punta il dito verso una pianta fiorita lì vicino e annuisce attento alle domande della signora.
Il sorriso della madre però non riesce a nascondere l’irritazione per l’intraprendenza del figlio. Un ragazzetto in età scolare, fisico magro e lungo che si affaccia all’adolescenza.
Pochi altri convenevoli e le anziane tornano sui loro passi, lasciando lì il giovane artista che continua a rimirare il foglio mostrandolo compiaciuto anche alla madre. Appena le donne escono dalla visuale, questa inizia a sgridarlo per l’intemperanza dimostrata.
Qualche stralcio mi giunge dal tono alterato: smettila, la prossima volta, moderazione, piedi per terra.
Il ragazzino prova evidentemente a ribattere, finché non scorgo la donna afferrarlo per un braccio, guardarlo negli occhi e dirgli:
Ma chi ti credi di essere, eh?
Che se in qualche occasione può essere una valida chiamata alla modestia, in questo caso mi sembrava fuori luogo e fuori tempo.
Non si era trattato di un comportamento maleducato, né saccente da parte del fanciullo, per quel che potessi arguire da lontano. E credo che non abbia nemmeno compreso il carattere offensivo di quella domanda retorica. Il tono delle madre invece, e l’averlo strattonato per ricevere attenzione, ha sortito sì effetto su di lui. Abbassa il capo sottomesso.

Tornai pensieroso alle mie pagine, ma da troppo tempo ero fermo alla medesima riga ormai.
A fianco a me si siede un giovane trentenne, su per giù l’età mi sembra quella. Poggia la borsa da lavoro e ne estrae un taccuino nero e un astuccio arrotolato di stoffa, che rivela diverse matite da disegno e carboncini consumati.
Prende una matita e inizia a tratteggiare velocemente, irrefrenabile.
Terminato lo schizzo, lo guarda un attimo. E devo ammettere che ho allungato il collo il più possibile, con discrezione, ma non sono riuscito a capire di cosa si trattasse.
Gli suona il cellulare nel taschino della giacca, una chiamata alla realtà. Guarda l’oggetto senza rispondere. Sospira e mette via tutto nella borsa. Lasciando la panchina, mi rivolge uno sguardo così triste che mi gela il cuore.

La mia vista incrociò il bambino di fronte e per un attimo mi sembrò di vedere passato e futuro accostati. Sogni negati, sogni assopiti, e sogni traditi.
Il fanciullo se ne stava ora in un angolo, in silenzio, non aveva più avuto il coraggio di prendere i pennarelli dallo zainetto, l’album abbandonato sulle ginocchia.
La madre parlava sguaiatamente al telefonino, impicciandosi delle questioni altrui senza preoccuparsi di chi era costretto ad ascoltare intorno. Soprattutto senza appurare che i presenti non avessero qualche causa con i suoi pettegolezzi.
E la domanda si agitava nelle acque tempestose della mia mente.
Chi ti credi di essere?

Non so quale sia la risposta corretta, ammesso che ce ne sia una.
Ma so cosa avrei risposto io.
Sono tuo figlio, ma sono anche una persona con sogni e desideri, e una vita da percorrere.
E non è giusto che io chiuda i miei sogni in un cassetto perché tu non hai potuto, o voluto, realizzare i tuoi.
E’ la mia occasione adesso e le tue paure non devono diventare le mie.
Ho bisogno di credere nei miei sogni fino in fondo.
Fino all’ultimo respiro.
Ma io mi credo d’essere un bambino e invece risponderei come un uomo.
Perché la difficoltà è che questa domanda viene compresa solo quando è troppo tardi, quando il danno è già fatto e magari non c’è nemmeno più nessuno ad ascoltare la replica.
Sarebbe meglio dunque non formularla mai, nemmeno per egoismo, sapendo quanto dolore può arrecare.
E se proprio prude sulla lingua, rivolgersela prima davanti a uno specchio.
Ma tu, chi ti credi di essere?

 

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Madre Natura è spietata. E’ un concetto che l’uomo ha compreso già da tempo e che ha tradotto nella teoria della selezione naturale di Darwin. Nonostante ciò mi è capitato di rimanere scioccato di fronte ad un evento che mi ha dato, e tuttora mi dà, parecchio su cui riflettere.
Una chioccia aveva prodotto dieci uova, in un casale di cui sono stato ospite per qualche giorno. Otto uova si sono dischiuse nel giro di poco, mentre due tardavano. La chioccia ad un certo punto ha abbandonato le uova ed ha seguito gli altri piccoli, che reclamavano la sua attenzione. Quello era il suo istinto, ciò che Madre Natura aveva impresso nel suo codice genetico.
Dopo qualche giorno la contadina ha preso le due uova non schiuse e le ha buttate nel letamaio del campo, non sarebbero state buone nemmeno da mangiare oramai. Il giorno successivo la stessa donna ripassò vicino al letamaio e sentì uno squittio stridulo, un flebile cinguettio. Per caso notò un pulcino pigolare disperato dal guscio, vicino ad un altro uovo rotto e marcio. Delicatamente ha preso il pulcino e lo ha riportato alla madre, la quale non fa nemmeno caso al numero dei suoi figli e non si è scomposta al suo arrivo. Il piccoletto, a parte qualche secondo di smarrimento, ha seguito la chioccia come se nulla fosse accaduto, ignaro della tragedia scampata.
La fortuna ha salvato quell’animale indifeso. La fortuna che l’uovo non si sia accidentalmente rotto quando gettato tra i rifiuti. La fortuna di essere sopravvissuto alla notte senza la cova. La fortuna che la contadina, udito fine, l’abbia sentito chiamare debolmente aiuto.
E a volte penso che la vita è proprio così. Una brutale e feroce questione di fortuna.

 

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Quand’ero bambino, poco più di un soldo di cacio, e mia madre mi imponeva delle regole che non mi piacevano o non comprendevo, la sua spiegazione era “tu non puoi capire perché sei piccolo.”
Quand’ero adolescente e come tutti gli adolescenti furiosamente critico verso il sistema che mi veniva imposto, sia per studio, famiglia, religione o politica, la risposta che veniva data a turno dall’adulto del caso era “tu non puoi capire perché sei giovane, non hai responsabilità.”
Quando vivevo ancora nella casa paterna, ma viaggiavo di città in città per lavoro e cominciavo a vedere i primi amici sequestrati dalle fidanzate, poi reclusi nei loro matrimoni, persi tra fornelli, giardini, bricolage e parenti, senza mai un minuto per se stessi e un decaffeinato al bar, la frase acida utilizzata era “tu non puoi capire perché non sei autosufficiente, non hai una casa sulle spalle.” Figurarsi quando sopraggiungevano pannolini e biberon.

Ora sono grande, ormai invecchiato, da qualche lustro ho una casa di mia proprietà, un’auto e una motocicletta in garage, lavoro ancora dodici ore al giorno e mi reco anche all’estero per affari, se riesce a cucinare Benedetta Parodi ci può riuscire chiunque, hanno inventato sia il robot aspirapolvere che pulisce da solo e pure suo cugino tosaerba, programmabili dal telefonino. Sono passato quasi indenne a una convivenza, un po’ meno al sacro vincolo matrimoniale. I figli poi sono di chi li vuol sentire veramente tali e non sempre l’assidua presenza garantisce un buon risultato.
Se mi guardo indietro ora, c’è molto, sia vita che esperienza. Il mio futuro si accorcia, il mio passato si allunga.
Allora dov’è l’illuminazione che doveva sopraggiungere magicamente? Perché dopo tutto questo, le mie domande sono rimaste le stesse.

La realtà è che questo appello all’inadeguatezza altrui (tu non puoi capire perché non sei “qualcosa”, qualsiasi cosa) non ha nemmeno senso logico. Il Dottor House diagnostica malattie rare pur senza averne, solo sulla base di sintomi ed esami clinici, e Sherlock Holmes chiarisce gli omicidi e ne illustra i moventi senza essere un assassino egli stesso. Personaggi di fantasia, esageratamente arguti? Nella vita reale, Madre Teresa di Calcutta è stata definita “madre” anche se non ha mai partorito né allevato un figlio tutto suo. Eppure è stata una vera madre per molti, soprattutto degli ultimi, gli emarginati, di cui non si curava nessuno. Lei non poteva capirli?
La sensibilità non è un patentino che spetta solo a chi è qualcosa, lasciando esclusi tutti gli altri. E tipicamente chi usa questo ragionamento fallace, la sensibilità è abituato a pretenderla, ma mai ad usarla in egual misura. L’empatia è una capacità che va coltivata e sviluppata, sempre e verso chiunque, che sia o non sia quel “qualcosa”.

Tu non puoi capire perché non sei.
Anziché esordire con questa frase infelice e poco intelligente, dal sapore amaramente razzista, provate a spiegare quello che pensate non possiamo comprendere. Non occorre essere scrittori da Nobel o premi Pulitzer del giornalismo, bastano poche parole semplici su quello che sentite. E forse vi accorgerete voi stessi che, proprio perché abbiamo ben inteso, vi stiamo dicendo che state semplicemente esagerando la questione oppure vi stiamo offrendo un altro punto di vista e soprattutto un aiuto per uscire dalle difficoltà. Che quelle, per quanto variegate, toccano a tutti.

 

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Spesso focalizziamo la nostra attenzione nell’ovvio e nel futile, mentre basterebbe solo variare di un grado il nostro punto di osservazione per vedere tutto sotto un’altra luce. Imparate a cambiare prospettiva.

Funziona in natura quando la si osserva e si studiano i suoi esseri viventi, lo si applica nell’arte e nella fotografia alla ricerca di un particolare lato della bellezza, ma non siamo abituati ad esercitare lo stesso principio ovunque.

I problemi ci sembrano insormontabili quando ci ostiniamo a scrutarli sempre con lo stesso sguardo, dalla stessa angolazione. Girate completamente il quadro del puzzle, capovolgete l’immagine a testa in giù anche se vi sembra assurda e continuate a cercare quel pezzetto che da ore non trovate.

E’ sempre stato lì, a un passo da voi.

 

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Quando mi fermo per il pranzo lungo il mio cammino, colgo l’occasione per scrutare le vite altrui, come un documentarista osserva gli animali per ore nei loro piccoli atteggiamenti quotidiani.
Oggi mi ha colpito una signora, in un bar di periferia.
Seduta in un angolo a leggere il giornale, mi ha attirato per la familiarità con il luogo e le persone. Era chiaro che lei lì era di casa, perchè conosceva i nomi di tutti i camerieri ed anche perchè stranamente nessuno ha osato chiederle il posto a fine consumazione, quel tipico e insistente “Vuole qualcos’altro?” che ti fa sentire indesiderato.
Ma la signora era talmente parte dell’ambiente che gli altri clienti abituali la salutavano cordialmente alla pari del proprietario dell’esercizio, pur ignorandosi invece tra di essi. Questo mi ha forse impressionato perchè nel mio peregrinare non ho più trovato il vecchio ristoro di paese, quell’unico luogo dove tutti gli abitanti locali erano soliti ritrovarsi nelle pause, dove tutti conoscevano tutti e sapevano tutto di tutti. Le nostre città di oggi sono poveramente anonime. Possono passare mesi prima che tu incroci nuovamente l’inquilino del quarto piano o conosca il nuovo proprietario dell’interno 12.
No, non credo fosse questo che mi ha turbato.
Non mi ha nemmeno toccato la sua voce melliflua, troppo accondiscendente, quasi bambinesca, dovuta forse peraltro alla sua età molto avanzata, più della mia, quando il tempo scorre lento e noioso e non c’è più fretta alcuna, nemmeno di lesinare parole.
Anzi, la sua voce poteva addirittura risultare fastidiosa, irritante quanto il pesante trucco a colori contrastati, virtù di epoche passate, se non fosse per l’incredibile dose di gentilezza che colpiva, questa si, come un pugno allo stomaco.
Nessuno avrebbe potuto dirle di no o ignorarla, perchè lei era troppo gentile e affabile, perchè aveva un saluto davvero per tutti quelli che entravano, fosse anche un “Buongiorno!” ma detto con vera convinzione. Pure per me, avventore per errore, assoluto sconosciuto.
Non siamo più talmente abituati alla gentilezza, non fa nemmeno più parte di noi che il riscontrarla in un’altra persona ci ferisce, il metterla noi stessi in pratica in questo mondo frenetico ed egoista ci fa sentire solo dei cretini romantici, invece che persone migliori.
Abbiamo tutto da imparare da quella signora. Il suo saluto mi ha seguito per tutta la giornata e mi sono ritrovato a dispensarlo con il medesimo
entusiasmo.
Elargiamo istanti di gentilezza. In fondo, ci costano così poco!

 

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L’altro giorno ci siamo ritrovati con un amico di lungo corso nella stessa panchina e inevitabilmente i nostri convenevoli riguardavano nell’ordine: lo stato di salute, le burrasche lavorative, quelle famigliari e gli aggiornamenti delle amicizie comuni che l’uno o l’altro aveva intravvisto.
E disquisendo proprio delle qualità di un buon rapporto amichevole, ci siamo accorti di annoverare entrambi qualche elemento in una strana categoria. Gli arrabbiati per motivi sconosciuti.
Confidando in una tregua dal continuo piovasco, abbiamo indugiato a chiacchierare, anche di persone esterne alle nostre confidenze, per vedere se almeno l’altro, con un piglio obiettivo, poteva magari scorgere il motivo dell’arrabbiatura di un soggetto a lui estraneo.
No, l’esperimento non ha funzionato. Le ragioni ci rimangono ignote.
Ma ad un certo punto, una frase sfuggita al mio compagno quasi per caso, rimembranza di chissà quale trattato di spicciola filosofia, ci ha colpiti entrambi.
La gente si arrabbia quando le dici la verità.
In effetti questo poteva spiegare il comportamento di alcune persone che senza alcun preavviso sono scomparse dalla portata dei miei saluti. Ho forse detto qualche scomoda constatazione che sia suonata più simile ad una cattiveria?
E che soluzione ve n’è a sparire senza dialogo? Non c’è modo né di conoscere le motivazioni di tal collera né di fornire le dovute scuse!
Perché un conto è dichiarare di essere pressati dagli impegni quotidiani e ripromettersi una conversazione quanto prima, tutt’altra maniera è non dare risposta ai messaggi, lasciar suonare a vuoto telefono e campanello o cambiare vicolo all’occorrenza.
La cosa curiosa, continuò il mio interlocutore, è che ci chiedono loro stessi di essere schietti. Perché solo un amico sincero è un vero amico.
Ma sincerità e comodità non vanno al passo. E alla fine inciampiamo col proferire parole che non vogliono sentire. Essere un amico sincero è un mestiere difficile e per nulla riconosciuto.
Sarà stato l’influsso del giardino giapponese dove ci attardavamo, la quiete zampillante dell’acqua della fontanella o il buddha che ci guardava estatico, ma ci siamo risposti all’unisono. Lasciamoli andare.
C’è un punto in cui l’ostinazione deve cedere spazio alla rassegnazione, altrimenti si rovinano anche i ricordi.
Antiche strade si dividono, nuove strade incroceremo.

 

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Se c’è una cosa che non sopporto questa è la febbre, la peggior tragedia che mi possa capitare. Perchè la febbre mi ferma, mi costringe a letto immobile e mi svuota al contempo i pensieri. E un viaggiatore fermo e senza pensieri è perduto!

Non sopporto la sensazione di calore che mi ottenebra il cervello, la fatica non fatica che mi appesantisce gli occhi, i tremolii ed i brividi che mi costringono all’inerzia, i neuroni che stancamente rincorrono le parole semplici. Tra i mali di stagione è sicuramente il peggiore. Almeno il raffreddore esaurisce in uno starnuto. La febbre no, è subdola, è lenta, è tiranna. Anche se il tempo lo è di più.

 

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