Taglia, taglia, taglia. Tutte le volte che scriviamo, qualcuno ci dice di tagliare. Non solo parole, frasi e paragrafi, ma intere scene, centinaia di caratteri eliminati in un sol colpo. Non sono necessarie alla storia, questo è vero, a volte rivelano troppo e troppo presto al lettore, eppure hanno un gusto particolare, unico. Perché non farne un contenuto speciale come nei cofanetti dvd dei migliori film? Io adoro guardare le cutted scenes o il director’s cut, con il commento del regista, e ancora di più i making of, le riprese dietro le quinte o direttamente sul set proprio mentre stanno girando. E spesso penso che quella scena tagliata era migliore di quella effettiva!
Mi è capitato anche con il racconto di San Valentino pubblicato la settimana scorsa. Mentre ero lì che scrivevo, ecco spuntare una scena, un dialogo, perché i personaggi si muovono, hanno vita propria e spesso sono solo lì ad osservarli come una formica di passaggio. Li ho visti, li ho sentiti, ma nella revisione quelle parole erano in più. Tocca prendere la forbice e tagliare via. Scene tagliate, ma non dimenticate.
Ecco quindi le “cutted scenes” del racconto. E se non l’avete letto, potete rimediare subito qui: Speed date. L’amore in 3 minuti.
La prima volta che era entrata in quel bar, così luminoso nei suoi colori pastello, Suzi era appena arrivata nel nuovo appartamento, con i mobili della cucina che dovevano ancora essere consegnati, a farle compagnia solo un tavolo, una sedia e un frigorifero vecchio. Nulla per una colazione calda ai primi freddi di Ottobre. Quella mattina Andreas era impegnato con dei compratori, avrebbe dovuto vendere il suo bilocale arredato prima di trasferirsi da lei, dove c’era più spazio per una vita di coppia. Così da sola era scesa giù in strada e aveva cominciato a vagare per il quartiere, finché il profumo delle brioche calde l’aveva portata fin lì, in quel piccolo angolo accogliente. Poi divenne il suo appuntamento fisso di ogni mattina, il cappuccino del risveglio davanti al giornale, anche se il più delle volte erano chiacchiere con Simon e Niko. Quello era il loro café e patisserie, e il suo personale buongiorno al mondo.
Niko era quello più eccentrico, un vero artista pasticciere che non ascoltava niente e nessuno quando era intento a guarnire i suoi cupcake o a disporre le sue torte scolpite in esposizione nel banco frigo. Si occupava anche delle decorazioni dell’ambiente e dei tavoli, ma non era capace di battere un solo scontrino alla cassa. Per questo serviva Simon, molto più pratico. A lui spettavano tutte le incombenze poco fantasiose, dai rifornimenti della dispensa alle pulizie dei pasticci che Niko lasciava in giro.
Sembravano una bellissima coppia, due cuori che si conoscono da molto tempo ed hanno accettato tutto dell’uno e dell’altro.
L’avevano accolta da subito, come in famiglia, e all’inizio non capiva perché ci si trovava così bene, ma poi scoprì che tutti e due non erano di quella città, ci abitavano solamente da un anno, stranieri e con pochi amici proprio come lei.
Si precipitò da loro anche quella sera, due giorni alla vigilia di Natale, con il trucco tutto colato dal pianto. Stavano per chiudere il locale, Simon aveva già il giubbotto addosso, Niko stava raccogliendo borsa e sciarpa, quando lei s’infilò sotto la serranda e s’accasciò sul pavimento scossa dai singulti.
La sollevarono di peso ognuno per un braccio e la fecero sedere sul divanetto. Simon riaccese la macchina del caffè per prepararle una tazza di cioccolata calda, mentre Niko l’abbracciava e la cullava, sussurrandole di calmarsi. Con fatica riuscirono a farsi dire cos’era accaduto.
Andreas l’aveva lasciata. Erano passati tre mesi dal trasloco di Suzi in città, per lui aveva lasciato casa, amici e un lavoro che adorava. Le aveva detto di non trovare gli acquirenti giusti per il suo piccolo bilocale e nemmeno qualcuno a cui affittarlo, invece stava solo prendendo tempo, perché non sapeva come dirle di aver trovato un’altra, dopo cinque anni di fidanzamento e di promesse con lei. E aveva atteso la vigilia per questa rivelazione.
“Gli uomini sono proprio dei porci, cara” la consolava Niko. Simon, seduto di fronte, lo guardò sbieco. “Scusa, senza offesa per i presenti”, continuò Niko. “Però alle volte avete una prontezza micidiale nel causare disastri.”
Sarebbe dovuta tornare indietro, alla vecchia vita, ma Suzi decise di rimanere. Se c’è un motivo per tutto, ci doveva essere un motivo anche per questo, si disse. Questa città poteva ancora nascondere qualcosa per lei.
Un lunedì mattina Suzi si presentò in bar con un’espressione affranta. Sospirando attraversò il locale e raggiunse il bancone. Si sedette ad uno sgabello in attesa del suo cappuccino, gli occhi trasognati che scrutavano il soffitto in chissà quale visione malinconica.
Simon consegnò il resto ad un cliente e si spostò verso di lei. “Perché quell’aria? Postumi di un brutto weekend?”
“No, anche troppo bello in realtà” rispose lei. “Tipo quelle cose che non ti sembrano vere”.
“Sei uscita con qualcuno e ti piace parecchio.” Lui preparò piattino e cucchiaino mentre il caffè colava lento e profumato sulla tazza.
“Eh si, ha un fisico perfetto che è difficile non piaccia. Sembra anche intelligente…”
“Anche!” Simon sorrise divertito, mentre gonfiava il latte per produrre la schiuma.
“Già, dove sarà la fregatura? E’ un po’ troppo da film.”
“Quando lo rivedi?” le chiese mentre spolverava il cappuccino di cacao.
“Non lo so, ho la sensazione che sia parecchio conteso.”
Simon le mise la tazza fumante davanti, mentre Niko comparve dal retrobottega reggendo una deliziosa Sacher.
“Chi è conteso cara?”
“E’ uscita con un uomo” gli spiegò Simon appoggiato al bancone.
“Uhhhh, bene! Hai fatto presto tesoro!” Poggiò la torta sopra un’alzatina dorata. “Così si fa, risalire in sella subito dopo la caduta!”
“Così alla seconda fa ancora più male…” concluse per lui Simon.
“Sei sempre così ottimista tu!” Niko gli schioccò un bacio da lontano.
“Mi sa che ha ragione Simon invece. Ma dove vado io a trent’anni suonati?!” Suzi raccoglieva la schiuma dal fondo col cucchiaino.
“Cara, là fuori c’è un mondo di opportunità, credimi.”
“Là fuori Niko o sono già impegnati, o se sono single è perché vogliono esserlo.” Suzi agitò il cucchiaino per aria nella direzione dell’amico. “O sono gay!”
“Ahhhhh, non vi posso sentire quando siete così ottimisti! E’ meglio che mi rimetto a cucinare!” Si avviò verso il laboratorio del retro, quando nuovamente si girò verso di loro: “Simon, tesoro, ho finito la panna.”
“C’è la scorta nel frigorifero, anta destra, vicino alla crema.”
“Ma io ho finito anche la scorta…”
Simon sbuffò e Suzi si mise a ridere.
“Beati voi, si vede che c’è affiatamento…”
“Come no! Solo perché gli lascio fare quello che vuole, tanto alla fine i cocci sono sempre miei” rispose Simon irritato. “E adesso prepariamogli altra panna…”
“Dammi una fetta di torta al cioccolato, bella grande!” disse Suzi sedendosi al suo solito sgabello.
“No proprio. Devi pensare alla linea, bambina mia” le rispose Niko che le stava già preparando il cappuccino al cacao.
“Devo pensare anche allo spirito però” ribatté lei sfogliando veloce il giornale alla ricerca dell’oroscopo.
“Ma non dovevi uscire con qualcuno ieri sera?” Niko le sistemò la tazza fumante davanti, accompagnata stavolta da un piccolo cioccolatino. “Ecco, questo è il massimo che ti concedo.”
“Grazie. Sì, sono uscita con un ragazzo, carino ma niente di che. All’inizio sembrava difficile fare conversazione.”
“E poi?” Niko si era appoggiato al bancone e teneva la testa tra le mani, in attesa del racconto.
“E poi ha iniziato a parlare della sua ex…”
“Uhhhh” esclamò lui con una finta smorfia di dolore.
“Mi ha detto che lei gli ha chiesto una pausa, perché dice che lui non la capisce più, non è più in sintonia con le sue esigenze. Lui pensava si trattasse di una cosa veloce, un paio di settimane e invece sono due mesi. Io ero la sua prima uscita, pensava di potercela fare, di distrarsi un po’, ma ha ammesso di essere innamorato perso e di aspettare lei.”
Niko annuì in silenzio con la testa.
“Lì per lì ero furente, mi aveva invitato come ruota di scorta ecco, poi però mi sono ricordata di come sono stata io all’inizio. Se non c’eravate tu e Simon a consigliarmi, sarebbe stato uguale. Così gli ho spiegato anche la mia storia, per non farlo sentire solo.”
“E alla fine come vi siete lasciati?”
Suzi sospirò. “Alla fine gli ho dato una mano a scrivere una lettera di scuse per la sua -si spera ancora- fidanzata, gli ho dato un paio di consigli, cosa dire se la rivedrà, come vestirsi soprattutto… Niko dovevi vederlo! Pantaloni di velluto a coste, calzini di spugna e mocassini! Per non parlare del gilet smanicato con una camicia a quadretti…”
“Ommiodddio, ti prego basta!” esclamò inorridito Niko.
“…in flanella!”
“L’anticristo!”
“Gli ho dato l’indirizzo di una boutique di abbigliamento maschile in centro, dove lavora una ragazza del mio corso di Pilates. Le ho detto di chiedere proprio di lei, e nel frattempo l’ho avvisata.”
“Una missione impossibile, temo!”
“Forse no. Comunque lui mi richiamerà per farmi sapere come andrà, se torneranno insieme. Era contento a fine serata. Se avranno una figlia, le daranno il mio nome ha detto.” Suzi fissò il fondo vuoto della tazza. “Io però sono ancora qui da sola.”
“Vedila così: hai fatto una buona azione, e prima o poi l’Universo ti restituirà il favore.”
“Per ora l’Universo è in forte debito con la sottoscritta!”
Dal retrobottega, giunse Simon reggendo una cassa di bottiglie di latte che sistemò nell’angolo vicino al frigorifero. “E con queste dovremmo essere a posto per oggi. Buongiorno Suzi! Che novità ci porti?”
“Nessuna Simon, sono ancora single.”
“Suvvia, essere single non è poi così brutto, devi solo divertirti un po’ di più” cercò di consolarla lui.
Il cellulare di Suzi poggiato sopra il bancone emise uno squittio e si spostò leggermente vibrando.
Lo prese e lesse il messaggio appena giunto. La sua espressione cambiò all’istante. “Oh cavoli! Mi ha chiesto di uscire! Di nuovo!!”
“Chiiii?” chiesero in coro Simon e Niko, sebbene con espressioni differenti, uno preoccupato e l’altro elettrizzato.
“Quello bello da paura! Vuole rivedermi! Proprio me!!”
Simon stava spostando le tazzine pulite a riscaldare sopra la griglia della macchina da caffè, quando osservò Suzi entrare in bar borbottando dapprima contro un signore che uscendo non le aveva tenuta aperta la porta e poi contro il cellulare che trillava nella borsa.
“Che razza di stupido deficiente… Ecco, tieni, spegniti!” disse mentre componeva veloce un messaggio di risposta.
“Accidenti, chi ti ha pestato la coda oggi?! Fai paura!” Simon stava già preparando il consueto cappuccino del risveglio. Decise che era meglio abbondare di cacao e zucchero.
“Guarda, lasciami stare. Io io… vorrei proprio capire cos’hanno in testa certi uomini! E perché sono così stupida da finirci a letto!”
“A letto?!” I fondi di caffè gli caddero per errore dentro la tazza pulita. Simon la buttò infastidito nel lavandino e ricominciò di nuovo la preparazione.
“Si…”
“Aspetta, il palestrato?” le chiese.
“Si.” Suzi sibilò la risposta a denti stretti.
“Ma che numero di uscita era questa?” Cercò di ricordarlo da solo, si sentivano per messaggi, ma quante volte si erano già trovati fisicamente con quello? Era difficile star dietro all’agenda di appuntamenti di Suzi.
“Era la seconda…”
“Tut tut tut, troppo presto ragazza mia!” Aveva ancora una buona memoria allora.
“Presto, tardi, è un concetto relativo, no?”
“No, non ti ha insegnato la mamma che devi attendere almeno la terza uscita per farci sesso? Meglio ancora se resisti fino alla quinta. Ma prima della terza rischi di non essere presa seriamente in considerazione.”
“Eh, me ne sono accorta! Ma in quel momento era tutto così perfetto. Lui così romantico, premuroso, e muscoloso… E io ho ceduto” sospirò Suzi fissando il soffitto sconsolata.
“Uhm” Simon le posò il cappuccino di fronte.
“…tre volte” aggiunse lei in un sussurro.
“Ah!”
Il cicaleccio della lavastoviglie avvisò che il ciclo di lavaggio era terminato. Simon aprì lo sportello e lasciò uscire il vapore, prima di iniziare a svuotarla.
“Però gliel’ho detto che io non sono così, che non si faccia strane idee. E invece quello stronzo, idiota, pezzo di merda ieri sera mi ha… mi ha…”
“Scaricata” concluse lui.
“Macché, peggio!”
“Peggio?” chiese confuso. “Qual è il peggio?”
“Mi vuole far conoscere un amico!” sbottò Suzi.
“Non dev’essere andata tanto bene se ti vuole mollare ad un amico…” rispose Simon assorto nella pulizia dei bicchieri.
Suzi scandì lentamente le parole: “Vuole. Una. Cosa. A. Tre.”
La coppa da gelato che stava maneggiando Simon con l’asciugapiatti cadde rovinosamente a terra, con un assordante tonfo di vetri in frantumi. Sbuffò guardando in basso il risultato sparso in mille schegge sul pavimento. Poi si girò verso Suzi: “Devi essere proprio brava. O lui terribilmente stupido. O entrambe…”
Lei arrossì violentemente. Magari in certe cose se la cavava anche bene, ma qualcosa nell’espressione di Simon l’aveva offesa. Aveva detto lui che doveva divertirsi di più adesso che era single, e per una volta che l’aveva fatto sul serio, la faceva sentire sporca.
Dal retro arrivò Niko tutto trafelato, avendo sentito il gran botto. “Ma che è successo qui?!”
“E’ stata colpa mia. Ho distratto Simon, scusa.”
Niko gli rivolse uno sguardo interrogativo. Simon, con un tono alquanto acido, gli fece un rapido riassunto: “La bambina qui ha fatto sesso al secondo appuntamento. Tre volte.”
“Grandeeeeee!!” esclamò Niko tutto contento.
“Ma come grande?! Ma che le insegni?” Simon stava raccogliendo i cocci da terra.
“Che se la gente trombasse di più, ci sarebbe la pace nel mondo!”
“Non la dicono così ai concorsi di bellezza…”
“Perché non ho mai partecipato io!” concluse Niko incrociando le braccia risoluto.
“Buongiorno principessa!” Niko stava sistemando dei profumati muffin al cioccolato appena sfornati, doppio cioccolato visto l’intenso aroma che aveva invaso tutto il locale, quando Suzi arrivò puntuale per la sua colazione. Un venerdì di sole che salutava l’arrivo di febbraio.
“Ciao Suzi, il solito cappuccino?” Simon la salutò allegro, la luce che riverberava dalla strada accendeva i suoi capelli ramati. Per un attimo Suzi provò un moto impetuoso d’invidia verso Niko, e per quel che erano loro due. “Un muffin? Sono davvero eccezionali!”
“Si grazie, ho bisogno di tirarmi su… Non potete capire ragazzi che mi è successo ieri sera, davvero. Adesso ho persino paura di entrare in un supermercato! Un incubo!”
“Il supermercato?” chiese incuriosito Simon mentre ricaricava di chicchi di caffè tostato la macina elettrica.
“Non dirmi che sei andata alla spesa per single…” suppose Niko distrattamente.
Gli altri due volsero insieme la loro attenzione all’amico. Suzi stupefatta sbottò: “E tu come lo sai?!”
“Lo sanno tutti che il giovedì sera ci sono gli incontri dei single tra le corsie del market, mentre il venerdì sera ci sono alcune corsie dedicate agli scambisti. Da non confondere con il martedì del poliamore” continuò Niko sorridendo.
“Tu mi spaventi, dico sul serio!” Simon lo minacciò con il cucchiaino con cui mesceva il latte schiumoso.
“Beh, in ogni caso ognuno ha i suoi segnali di riconoscimento, difficile finirci in mezzo per errore.”
“Come no! Stavo solo facendo la spesa tranquilla, stanca di una pessima giornata di lavoro. Avevo il mio carrellino al traino, ero nel reparto dei panificati, cercavo di tirare giù un pacco di fette biscottate ma era in alto ed era l’ultimo, così non ci arrivavo nemmeno in punta di piedi. Si è avvicinato un uomo, fin troppo sorridente, e mi ha chiesto se mi serviva aiuto. Ho detto di sì…era molto più alto di me e non volevo essere scortese. Ha preso la confezione e nel porgermela mi ha chiesto se mi poteva interessare. Lì per lì ho risposto di sì, certo, anche se la domanda mi sembrava inutile e il suo sguardo troppo ammiccante.”
Niko sghignazzò sornione.
“Ho ringraziato e sono tornata alla mia spesa. Ha iniziato a inseguirmi. Cioè, non me ne sono resa conto, finché me lo sono ritrovato ad ogni scaffale. Alle bibite, ho preso un cartone di succo di frutto della passione e lui si è avvicinato dicendomi che forse correvo un po’, ma la cosa lo stuzzicava. Ha allungato la mano sul mio sedere e stava per baciarmi! Gli ho mollato un ceffone che ancora mi fa male la mano…” Osservò il palmo destro, che sembrava ancora pulsare dal dolore.
Simon mormorò solamente qualcosa.
“Ha cominciato a inveire contro di me, mi ha dato della stronza, l’avevo istigato io, gli avevo chiesto aiuto, avevo il fiocco, avevo confermato, poi il frutto della passione…”
“Ma avevi il fiocco?” le chiese Niko stupefatto.
“Si, no, cioè…avevo un fiocco rosso appena preso nel reparto cartoleria, mi serve per impacchettare un regalo per il compleanno di un’amica. Quindi era lì sul carrello per passare alla cassa.”
Niko esplose in una risata fragorosa e continuò a sbellicarsi fino alle lacrime.
Suzi e Simon non capivano. Dovettero attendere che l’amico riprendesse fiato.
“Il fiocco rosso è il simbolo della spesa dei single. Chi ha il fiocco rosso sul carrello è a caccia. Poi ci sono delle domande tipiche, di rito, ma ovviamente è il fiocco a determinare l’aggancio.”
Suzi divenne paonazza dalla vergogna. “Ma io non lo potevo sapere!”
“Certo che no, ma avere un fiocco, rosso, proprio di giovedì e proprio in quel supermercato… Tu batti ogni probabilità!”
“Non c’è niente da ridere davvero, mi sento un caso disperato oramai. Attiro disgrazie.”
“Dai su, è in arrivo San Valentino, magari Cupido si smuoverà a compassione!” la canzonò Niko. Lanciò anche un’occhiata trasversale a Simon, il quale s’irrigidì e gli restituì uno sguardo feroce, qualcosa che solo loro due sapevano.
“San Valentino, già…” mormorò Suzi. “La mia amica Elise mi ha invitato a partecipare ad uno speed date per quella sera. Penso andrò, tanto non ho niente di meglio da fare.”
“Speed date? Ma è roba vecchia stellina… Oggi è tutto sui social, dai!”
“Ah bella esperienza i social, si si, te li raccomando! Non ho avuto un appuntamento decente che sia uno tramite chat. Almeno così ci parlerò per tre minuti dal vivo, senza trucchi o inganni. Mi risparmio un po’ di noie!”
“Oppure ne avrai venticinque, tutte in fila, tutte la stessa sera! Da brivido!” Niko guardò la teglia che aveva in mano come contenesse una serie di piccoli mostriciattoli velenosi invece di deliziosi dolcetti alla vaniglia Bourbon. “La verità è che San Valentino è buono solo per vendere torte, bambina mia!”
Per tutta la settimana successiva Suzi non riuscì a passare al suo café preferito per la colazione: il suo capo era in viaggio all’estero e lei doveva arrivare presto in ufficio per poterlo contattare in orario utile all’altra parte del mondo. Dovette accontentarsi del liofilizzato del distributore self-service fino al venerdì mattina.
Trovò Simon impegnato tra la cassa, dove c’era addirittura la fila, e la macchina del caffè con i clienti che attendevano al banco il loro vassoio da portare al tavolo. Di solito era Niko che serviva gli avventori seduti.
Nell’andirivieni Simon la salutò corrucciato: “Arrivo subito!”
“Non preoccuparti, sono in anticipo io stamattina.”
Dopo cinque minuti l’ambiente tornò alla consueta calma.
“Eccomi, pronti per il cappuccino!” Aveva un sorriso terribilmente stanco.
“Ma sei da solo oggi? Che è successo a Niko?” chiese Suzi preoccupata.
“Lui è dalla madre per tre giorni. Ogni tanto va a trovarla, questo non è proprio il periodo giusto, ma lei ha tanto insistito e Niko non riesce a dirle di no…”
In tempo da record le mise davanti la tazza fumante, per poi scappare all’altro lato del locale: di fronte al registratore di cassa si era ammonticchiata un’altra fila di clienti pronti a pagare.
Suzi sorseggiò piano il suo cappuccino espresso intenso-molta schiuma-più cacao-niente zucchero, mentre il cellulare emise un piccolo trillo per l’arrivo di un messaggio sulla chat. Con la sinistra sbloccò il display, scorse veloce il testo e il liquido le andò di traverso. Tossendo forte per evitare di soffocare, si sporcò tutta la camicetta bianca.
“Ma che combini? Tutto a posto?” Simon corse dalla sua parte.
“Oh che disastro!”
“Tieni, passa subito questo.” Le porse lo spray dello smacchiatore e una spazzola da sotto il bancone. “Lascia che si asciughi fino a diventare polvere e poi basta spazzolare. Ma che ti è preso? Ho fatto male il cappuccino?”
“Guarda qui!” Gli porse il cellulare, con lo schermo ancora fisso sulla chat.
Simon si avvicinò per leggere il testo. “Però, è andato dritto al punto, sa proprio quello che vuole!”
“Sembra proprio di si.”
“Ma quando sei uscita con questo?”
“Sabato scorso.”
“E che cosa hai fatto stavolta per lasciargli intendere che sei disponibile a tale intimità? Ti sei ricordata la regola del tre?”
“Giuro che non ho fatto niente! Era la prima uscita e ci siamo salutati con una stretta di mano!” La macchia marrone sul tessuto diventò una sottile polvere bianca. Suzi iniziò a spazzolarla con vigore.
“Uhm…”
“Davvero!”
“Beh, se non altro è stato onesto, l’ha detto subito. Gli piacciono le entrate di servizio e la sottomissione femminile. Meglio saperlo ora che avere sorprese in futuro.”
“Cioè dovrei premiare la sua onestà, adesso?” Suzi sbarrò gli occhi incredula verso Simon.
“Sempre meglio di quelli che ti fanno perdere tempo, ti fanno traslocare per cinquecento chilometri e poi ti mollano sotto Natale” rispose lui acido, notando che un nuovo drappello di clienti stava entrando in quell’istante.
“Touché.”
“Scusa Suzi…non volevo. Oggi sono un po’ stanco anch’io. Niko non c’è da tre giorni e sto impazzendo qui al locale.”
“No, no, hai fatto bene. Altrimenti non me ne rendo conto.”
“Comunque non dovevo trattarti così.”
“No, hai ragione. Io vengo qui a stressarti con i miei incontri impossibili e a te manca Niko. Quando torna dovrà darsi parecchio da fare per farsi perdonare.” Quell’ultima frase stranamente sembrò angustiarlo di più. Suzi poggiò la mano sopra quella di Simon per rincuorarlo.
Lui tolse la sua mano da sotto quella stretta con una strana espressione negli occhi. “Vai a lavorare và, sennò arrivi tardi.”
Lei se ne andò delusa. Non solo la colazione le era andata di traverso, pure le parole di Simon. Forse non si rendeva conto di quant’era fortunato.
Quando spense le luci del locale quella sera, Simon vide una figura famigliare seduta scomposta sul ciglio del marciapiede, appoggiata al palo del lampione. Chiuse la porta dietro di sé e si avvicinò preoccupato. A terra una bottiglia di vodka non ancora del tutto vuota e la borsa da lavoro che vedeva ogni mattino. Dentro questa, il cellulare continuava a trillare messaggi.
“Suzi…” sussurrò piano. Stava con lo sguardo perso a fissare qualcosa d’immobile sulla strada ai suoi piedi.
“Lasssciammi sssstare” biascicò lei. “Non ho speran…zze.”
“Che dici? Dai, tirati su. Ti do una mano.” Cercò di sollevarla, ma si divincolava dalla presa agitando le braccia.
“Lassscia…mmi!!”
“Ma che è successo? Hai deciso di festeggiare da sola, eh? Invitare gli amici no?” Riuscì a farla alzare in piedi.
Aggrappata al suo petto per non cadere, lo guardò dritto negli occhi e iniziò a piangere in silenzio.
“Ehi…non fare così. Nessuno merita le tue lacrime.”
“Io l’ho vissto. Oggi. Passeggia…vano mano nella manno…”
Andreas e la sua nuova ragazza, ovviamente. Simon capì al volo il motivo di quella sbornia improvvisata.
“Cos’ho che non va in mmmme? Di… mmmelo…” Affondò il viso nel giubbotto aperto di Simon.
“Non c’è niente che non va in te, proprio niente. Vieni.”
La sollevò quasi di peso, accompagnandola per quattro isolati fino a casa. Lei borbottava frasi sconnesse, senza un senso apparente, forse ricordi d’infanzia. Giunti di fronte all’ingresso, Simon riuscì a trovare le chiavi nella borsa piena di cianfrusaglie femminili e finalmente entrarono nell’appartamento. Suzi stava ormai sonnecchiando appoggiata al suo collo. La prese in braccio e la trasportò fino in camera. La depositò delicatamente sul letto, le tolse il cappotto e le scarpe, e la coprì con un plaid che stava sulla poltrona lì vicino. L’alcool se l’era portata via in un sonno leggero che sembrava sereno. In un gesto istintivo le accarezzò i capelli. Quand’era stata l’ultima volta che si era concesso di… Scrollò la testa per scrollare le idee. Donne e guai. O donne nei guai? E’ la stessa cosa, pensò.
Nel piccolo cestino sotto il comodino spuntava una fotografia strappata, da una parte Suzi, dall’altra probabilmente Andreas.
Così era questo. Avrebbe dovuto chiedere a Niko per esserne certo, ma non gli sembrava poi così affascinante, dopo tutto. Qualcosa di buono doveva averlo, se si era preso cinque anni di vita di questa bella e intelligente ragazza. E ancora la faceva soffrire.
La lasciò che dormiva oramai pesantemente. Mentre i suoi dubbi l’avrebbero tenuto sveglio per parecchio, quella notte.
Il giorno seguente, il giorno di San Valentino, Suzi ricordò poco di quanto era successo, la memoria le restituiva frammenti confusi: Andreas che sorrideva a quella biondina, la biondina che baciava le loro mani intrecciate, la rabbia e le lacrime che l’avevano colta a vederli insieme, e una bottiglia presa al supermercato che aveva iniziato a bere nel parco, imprecando. Poi il buio. Non si capacitava di come fosse arrivata sana e salva a casa.
Prese un’aspirina per il forte mal di testa, conseguenza della dose di alcool a cui non era abituata, e decise di saltare la colazione. Se Niko era tornato, Simon di certo non la voleva tra i piedi.
La giornata al lavoro passò veloce e arrivò il momento di prepararsi per la serata, lo speed date in centro in compagnia della sua amica Elise. Raggiunsero il pub in taxi insieme, mentre Elise le spiegava il funzionamento: le donne sedute ai tavoli, ben distanziati, un po’ di penombra a dare la giusta intimità, alla campanella gli uomini slittavano di un posto, al tavolo successivo. Così via per tutta la sera. Al termine tutti consegnavano una scheda con le proprie preferenze e se il gradimento era reciproco ricevevano il contatto dell’altra persona, per un incontro privato.
Suzi ordinò una diet coke e si sedette in attesa. I primi due uomini la inondarono di domande, tanto da sentirsi ad un colloquio di lavoro non ad un appuntamento. Il terzo si mise a parlare del tempo e fu impossibile ravvivare la conversazione.
Al quarto incontro pensò ad uno scherzo: davanti a lei comparve Simon, con un sorriso smagliante.
“Che ci fai tu qui?!”
“Lo stesso che ci fai tu: sono alla ricerca dell’anima gemella.”
“Ma questo è uno speed date per etero!” Si sporse sopra il tavolo per non farsi sentire dai camerieri che passavano con le ordinazioni.
“Si, lo so. Io non sono gay.”
“Tu non sei…cosa??”
“Sei tu che sei saltata a conclusioni sbagliate. Le tue parole mi hanno fatto malissimo quel giorno… però mi sono reso conto che avevi ragione. Probabilmente è colpa mia, mi sono… assopito, avrei dovuto invitarti ad uscire la seconda volta che eri entrata al bar. Poi non ne ho più avuto il coraggio.”
“Ma ma ma… tu sei gay!” La voce stridula le si smorzò in gola.
“No, non lo sono.” Sorrise divertito dalla sua espressione incredula. “E vorrei dimostrartelo qui adesso, sopra questo tavolino, ma vedi preferisco rispettare la regola delle tre uscite.”
Suzi arrossì all’istante, il cuore prese a battere all’impazzata. Il cambio di prospettiva le dava le vertigini. Simon era, o meglio non era, e quindi era… interessante. Carino. Eh si, molto carino, come etero. E quei bicipiti da dove spuntavano? Non glieli aveva mai visti! O forse si? All’improvviso ebbe un flash di due braccia muscolose che la sollevavano da terra e il profumo di un colletto di camicia che era stato inamidato. C’era anche una nota di vaniglia in quel tessuto. L’aveva portata a casa lui ieri sera?
“Non mi sono reso conto che la nostra amicizia da fuori viene fraintesa. Io e Niko siamo come fratelli, siamo cresciuti insieme. Sono stato il primo a cui ha confessato di essere omosessuale, lui era al mio matrimonio e io ero al capezzale di suo padre quand’è morto. E ha chiamato me quando un gruppo di balordi l’ha pestato fuori da un locale.”
“Io… io non… capisco.”
“Sono single da un anno, da quando ho avuto la sentenza definitiva di divorzio. Ci siamo innamorati troppo presto e sposati subito, e poi è andato tutto a rotoli alla prima occasione. Si è trasferita per lavoro dall’altra parte del mondo senza nemmeno darmi il tempo di dire la mia. Ho aperto il bar in società con Niko e ho deciso che è meglio stare soli, che stare male.”
“Uhm…” Nella mente di Suzi martellavano solo queste tre parole: Simon, bello, single. No: Simon, stupendo, single.
“Perciò comprendo perché sei arrabbiata per il tuo ex, che dopo cinque anni ha sfumato tutti i vostri progetti. Le cose vanno fatte in due ed è bene dire subito quali sono le reali intenzioni.”
“E… quali sono le tue?”
In quel momento suonò la campanella del cambio.
“Oddio, e adesso?” esclamò inorridita. Non aveva voglia di parlare con altri uomini, doveva chiarire la questione Simon quanto prima!
“Adesso usciamo fuori di qui e andiamo a prenderci un gelato.” Si alzò in piedi e le porse la mano.
Lei l’afferrò, era calda, pronta e sicura.
“Pistacchio! E’ il mio gusto preferito, e se non c’è il pistacchio si cambia gelateria ok?”
“Sissignora! Però, ecco, ti pregherei di non saltarmi addosso già questa sera…” Simon strinse l’occhio divertito.
Lei scoppiò a ridere. “Scemo!”
Fuori dal pub, Suzi respirò a pieni polmoni l’aria fresca. Le luci della città non le erano mai sembrate così belle.
“Grazie Universo!” sussurrò verso le stelle.
(c) 2018 Barbara Businaro
Ringrazio tutte le mie amiche single per scelta, o per sopravvenuti disastri, e anche le mie amiche impegnate, ma troppo avventurose per limitarsi, che mi fanno partecipe dei loro incontri strampalati e grotteschi, delle rocambolesche peripezie amorose sempre sul filo del… silkepil.
Che a scriverne un racconto non ci crederebbe proprio nessuno.
Vi auguro con tutto il cuore di trovare il vostro Simon!
Barbara
Ci sono racconti, o piccole scene, che ti restano nel cuore anche quando sono solo esercizi, un po’ buttati lì, una parola scritta ogni tanto in mezzo ad una giornata caotica. Ma la storia ti piace e ti entra nell’anima.
Questo in particolare è un esercizio della serie Racconti DiVersi sul blog di Michele Scarparo, basato sul testo di una canzone, Yound and Naïve di Heather Rigdon (che potete ascoltare in fondo), una donna matura costretta a separarsi dall’amante perché troppo giovane e ingenuo.
Autobiografico? Eh… magaaaaaaaari!!
Un anno fa
Il silenzio ovattato della stanza era scandito dall’incessante pianto del rubinetto in cucina. Una goccia dietro l’altra che continuavano a suicidarsi nelle tazze della colazione dimenticate nel lavello. Non aveva fatto in tempo a sistemarle nella lavastoviglie. Il rumore le riempiva la testa e le ricordava di respirare, ora che il cuore se lo sentiva pesante come un macigno, troppo pesante per gestire da solo l’ossigeno di cui aveva bisogno.
O forse quello che martellava era l’orologio sopra la mensola, non riusciva a distinguere i due suoni. Fuori oramai era buio pesto e solo la luce del lampione lontano rompeva a malapena l’oscurità in cui era sprofondata Michela.
Il tempo passava, lo fa sempre, ma la sua mente era ferma a quell’ultima scena. E si chiedeva se era successo davvero.
Aveva corso tutto il pomeriggio, dato che non le era stato accordato il permesso di uscire prima dal lavoro. Aveva saltato la pausa pranzo per andare finalmente a prendersi quel paio di scarpe che aveva adocchiato due settimane prima. Non c’erano più e non aveva trovato altro che potesse combinare col vestito che aveva scelto per quella sera. Al pomeriggio in ufficio c’era stato un problema con un cliente e le arpie lo avevano scaricato tutto addosso a lei, quasi fosse una colpa essere l’unica fidanzata con un lui che ti aspetta per festeggiare.
Appena corsa a casa, dopo una fuga veloce al supermercato, aveva poi trovato l’appartamento il solito disastro. Per quanto cercasse di tenere pulito e in ordine il loro nido d’amore, sembrava sempre un campo di battaglia dalla parte degli sconfitti. Non c’erano abbastanza mobili per le cose di loro due, l’arredamento era stato studiato per un single, ma Edoardo non ci sentiva a cambiarlo. Ci avrebbero pensato per una nuova casa tutta loro, diceva.
Tra un disbrigo e l’altro, era inevitabilmente in ritardo nella tabella di marcia. Lui sarebbe rientrato di lì a mezz’ora e lei stava ancora in vestaglia con i bigodini in testa, una calza smagliata in punta che forse non si sarebbe vista dentro le décolleté, il vestito sgualcito dall’armadio ancora da stirare, lo smalto delle mani da terminare. Ma ce la poteva ancora fare. Non sapeva dove avrebbero cenato quella sera, Edoardo non le aveva detto nulla sicuramente per farle una sorpresa, ma non uscivano mai tanto presto.
Quasi a smentirla, la chiave girò nel portone d’ingresso e lui la trovò ancora senza trucco.
“Ciao, come mai così presto?”
“Ciao…avevo una questione da sistemare.” Non sembrava particolarmente entusiasta. Brutta giornata al lavoro anche per lui.
Trascinava dietro di sé un trolley enorme, di quelli che mai e poi mai passerebbero come bagaglio a mano, nemmeno sotto mancia extra.
“Una valigia? Ti mandano in trasferta di nuovo? Ma non è un po’ troppo grande per un paio di giorni?”
“Non è per me. E’ per te.”
Lo guardò un po’ confusa. “Ma io non viaggio mai per lavoro… Oh, hai prenotato un viaggio per noi due? Davvero?!”
No, la sua espressione diceva altro. Evitava di guardarla negli occhi. Tutto nell’ambiente circostante era diventato improvvisamente interessante, da distogliere il suo sguardo sull’amata. Ma era talmente assurda l’idea, che il cervello di Michela continuava a scartarla.
“Non capisco…”
“Non funziona, tra noi” le disse in un mormorio. Così flebile che le sembrava frutto dell’immaginazione.
“Cosa…ma cosa stai dicendo?” Non riconobbe nemmeno il suo tono di voce, le era uscito così alto di due ottave e stridulo che non poteva essere lei.
“Guardati: non ti curi più di te stessa. Giri sempre per casa con quelle tue tute enormi, sei diventata grassa, e goffa. Se non organizzo io qualcosa, siamo sempre chiusi tra queste quattro mura. Uscire con gli amici è diventato quasi impossibile. Che poi sono più le volte che mi vergogno di te, di averti al fianco, conciata così. Quel vestito ti sta di merda, ti stava bene quand’eri più magra, non lo vedi? E poi qual è stata l’ultima volta che sei andata da un parrucchiere? Per non parlare dell’estetista! Dove sono finiti tutti quei bene completini intimi che indossavi quando ti ho conosciuta? Adesso vedo solo pigiami. Raffredderesti anche un diavolo. O tutto l’Inferno intero…” Si fermò a riprendere fiato.
Michela cercava di capire il senso di ogni parola, ma il colpo era troppo potente per essere assorbito su due piedi. Ogni singola frase le esplodeva dentro come quelle bombe riempite di schegge metalliche: oltre al dolore della deflagrazione, doveva resistere alle ferite mortali di ogni singolo frammento. Tutti diretti al cuore.
Avrebbe voluto ribattere che sono assurdità le sue, che ogni giorno si spaccava la schiena per lui, per fargli trovare tutto pulito e stirato, la casa profumata e la cena calda pronta tutte le sere. Gli aveva sistemato la scrivania e riorganizzato lo studio, perché era un disordinato cronico tanto da perdersi dei documenti importanti, e per questo aveva pure perso una causa in tribunale. Aveva anche speso tutta la sua tredicesima per regalargli a Natale quel portatile di marca che desiderava da tanto tempo. Come poteva pensare a vestiti, cappelli e manicure? Non era una fabbrica di soldi!
Ma non riuscì a dire nulla. La bocca si rifiutava di aprirsi e parlare. Le corde vocali strette da un enorme groppo in gola.
“Io stanotte dormo fuori. Quando te ne vai, lascia le chiavi sul tavolino.”
Prese la porta e se ne andò senza nemmeno salutare.
Buon San Valentino, Amore.
Oggi
Ferma al semaforo pedonale, Michela si rimirava le unghie appena laccate. Maddalena aveva fatto proprio un bel lavoro, una fantasia marmorizzata con tre diversi tipi di rosa e un tocco di rosso. Un’opera d’arte tra le mani.
Il cellulare iniziò a suonare e vibrare in borsa.
“Cosa fai stasera?” La voce squillante della sua amica Alessia.
“Stasera? Uhm, oggi è martedì…niente. Yoga me l’hanno spostato al mercoledì per questo semestre, quindi stasera serata tranquilla a leggere. Perché?”
“Ma nessun appuntamento per San Valentino?”
“Eheh, no…quand’è?” Il verde era finalmente scattato e Michela attraversò l’incrocio.
“Come quand’è?! E’ oggi Micky!” Uno sbuffo furioso arrivò dall’altra parte.
“Davvero?” Guardò l’orologio con il datario. Già, 14 febbraio. Sorrise. Non era una data granché importante ormai.
“Non li hai visti tutti questi cuori rossi che hanno invaso la città? E tutte le pubblicità di profumi in tv?”
Ecco perché Maddalena le aveva proposto di disegnarle dei cuoricini solo sull’unghia dell’anulare. Per fortuna aveva detto no subito!
“Si, si, ma non è che mi sono fissata la scadenza sul calendario!”
“Vabbé. Quindi nessuno in vista?”
“No. Sarà un felice San Valentino da single.” rispose seccata Michela. Peggio di un’agenzia matrimoniale.
“Bene, allora ho una proposta. C’è un amico di Leo che dovresti proprio conoscere. Fa al caso tuo…”
Eccola là. Perché, perché, perché tutte le amiche sistemate devono per forza sistemare anche te? Mal comune mezzo gaudio?!
“E per quale motivo tu pensi faccia al caso mio?” Sospirò.
“Giovane, carino, appena divorziato…lei è scappata con un altro, povero. Ha un buon lavoro, dirigente di non so quale azienda, simpatico. Appassionato di botanica.”
“Botanica?” esclamò preoccupata Michela.
“Si. Ma senti: ti potrei prestare quel libro con tutte le erbe che ho preso anni fa in erboristeria. Te lo leggi un po’, fai finta che ti interessa.”
“Non se ne parla proprio! Io non cambio più niente per un uomo. Ho già fatto quell’errore in passato, grazie.”
E quanto le era costato caro. Giusto un anno fa aveva chiamato proprio Alessia, non si sentivano da mesi, ma lei aveva mollato tutto ed era corsa ad aiutarla. Aveva portato un paio di valigie in più, così erano riuscite a portare via tutte le sue cose dall’appartamento di Edoardo, e non aveva più avuto contatti con lui. Zero assoluto. Sempre Alessia l’aveva ospitata a casa sua, nel divano letto del salotto, per un mese intero, finché Michela non aveva trovato un mini arredato tutto per sé. Con molta fatica, aveva acceso un mutuo e l’aveva comprato, per avere la certezza che nessuno mai più l’avrebbe sbattuta fuori a quel modo. Aveva deciso di cambiare lavoro e con sua sorpresa la responsabile del vecchio ufficio le aveva scritto delle referenze eccezionali e l’aveva aiutata anche per il nuovo impiego. La voce era circolata velocemente in azienda e tutti le avevano dato una mano negli ultimi giorni. Ed era tornata se stessa. Aveva i suoi corsi di yoga e spinning in palestra e quello di lingua giapponese in biblioteca. Aveva sempre tempo per il suo parrucchiere delle dive, per la sua estetista miracolosa e per gli aperitivi con gli amici.
No, nessun uomo le avrebbe più sconvolto la vita. Avrebbe condiviso, ma non sacrificato.
“Hai ragione, scusa” ammise Alessia. “Però organizziamo lo stesso la cena settimana prossima, e se non va, pazienza, ok? Ne scoveremo un altro.”
“D’accordo. Ora ti devo lasciare. Devo entrare al supermercato che a casa il frigo piange e si dispera.”
Si salutarono velocemente e Michela afferrò un carrello vicino all’entrata.
Stava valutando la qualità della merce tra i banchi delle verdure fresche, quando venne avvicinata da un fusto assurdo, un ragazzo tutto muscoli che da settimane campeggiava in una pubblicità di una nota marca d’abbigliamento. L’aveva adocchiato poco prima passando per la corsia dei formaggi e latticini. Ora stava pesando ed etichettando diversi tipi di frutta.
“Ciao”
La stava fissando. Michela si girò indietro per controllare, ma parlava proprio con lei. Non c’era nessun’altro in quell’area, nella direzione del suo sguardo. Il supermercato era terribilmente vuoto a quell’ora. Tutti a casa a prepararsi per festeggiare la grande serata.
“Non mi riconosci vero?” continuò lui con un sorriso divertito.
“Oh…ehm…si, ti vedo tutte le mattine alla fermata dell’autobus…nel pannello centrale della pensilina.”
Certo che dal vivo è ancora più mozzafiato, pensò. L’avranno ritoccato sul poster oppure davvero sotto agli addominali cesellati c’è quella V di Adone che punta dritta dritta al… Oh, non ti distrarre! E non guardagli lì, per cortesia!
“No, non mi riferivo a quello. Eravamo a scuola insieme.”
“Impossibile!” esclamò lei in un gridolino soffocato.
Riprese il controllo per un attimo. “No, davvero, mi confondi con qualcun’altra.”
“Sono sicuro invece. E ricordo molto bene anche il due di picche che mi hai dato quando ti ho chiesto di uscire.”
“I….iooooo?” Arrossì violentemente.
“Si tu, Michela.”
Sa anche il mio nome?? Oh, questo è un sogno…o un incubo! Io avrei rifiutato tutto questo ben di Dio?!
“Sono Cristian, terza fila, banco a destra l’ultimo anno. Allora, adesso ti ricordi?”
Michela spalancò gli occhi. Questo…Cristian? No, no, è impossibile! Era grosso e gobboso, una centrale di brufoli vivente! E l’unico muscolo allenato era quello del pollice con cui vinceva sempre tutti davanti al flipper del bar.
“Sono un po’ cambiato, lo ammetto” ridacchiò.
“Eh già…Senti…io, non mi ricordo nemmeno com’è andata…eravamo giovani, e il più delle volte stupidi…mi spiace davvero se ti ho rifiutato, non volevo offenderti…” Era una bugia, ovviamente: aveva ben presente la scena, era stata proprio stronza, l’aveva davvero trattato malissimo. Ma del resto lei a quel tempo aveva occhi solo per Nicola, due anni più grande, già studente universitario. E non la calcolava di striscio.
“Tranquilla. Non voglio mica vendicarmi! Anzi, a dire il vero, io dovrei ringraziarti.”
Io invece vorrei suicidarmi, ammise silenziosamente.
“E’ merito del tuo rifiuto se ho deciso di darmi una scossa. In fondo, nemmeno io mi piacevo, come potevo pensare di piacere agli altri?”
Già, è una cosa che ho imparato anch’io, ma non in quel modo.
“Davvero, tu mi hai fatto solo un gran favore” continuò lui. “Ora ho una palestra ben avviata in centro, sono stato personal trainer di qualche vip televisivo, ho fatto anche lo stuntman per qualche film e adesso lavoro come modello. Tutto grazie a te.”
“Beh, sono contenta di sapere che almeno non ho fatto un gran danno.” Le si stampò in faccia un sorriso di circostanza. Certe volte la vita ti prende proprio a calci.
“Ok, ti ho disturbata abbastanza…e avrai sicuramente da fare stasera.”
“Niente affatto.” Arrossì a doverlo ammettere di fronte a lui. Chissà schiere di ammiratrici che affollavano le sue, di serate.
“No? Niente marito, fidanzato…appuntamento?”
“No. Diciamo che anch’io ho incassato un due di picche, proprio un anno fa. Ho avuto anch’io la mia scossa.”
“Mi dispiace. All’inizio fa proprio male.”
“Già.”
“Beh, se non lo trovi troppo…complicato, che ne diresti di farmi compagnia a cena? Un panino e una birra tra vecchi compagni di scuola. E non mi offenderò se mi dirai di no anche stavolta, promesso.”
Le stava chiedendo di uscire? Davvero davvero?
“No…cioè si…oddio!” Le scappò una risatina. “No, non voglio offenderti…E si, mi piacerebbe una chiacchierata tra amici.”
“Perfetto! Mi dai il tuo numero?”
Michela scandì veloce il numero del suo cellulare e lui lo salvò nel proprio. Fece partire una chiamata perché lei salvasse il suo.
“Ti prego, non mettere il mio nome cognome completo, memorizza un nomignolo qualsiasi. E’ la terza volta che cambio numerazione perché qualcuno si perde il telefono e finisco in pasto a giornalisti e fans.”
“Certo.” Lei scrisse sul display “Cristian 2picche”.
Lui si era avvicinato al suo fianco e aveva spiato dall’alto della sua statura. Soffocò un risolino imbarazzato e scosse la testa. “Spero proprio non diventi un’abitudine…”
“Abbiamo già rotto l’incantesimo. Per questa sera ho detto di sì!”
“Non ci credo finché non succede” si schermì lui. “Devo passare a casa per sistemare la spesa. Ti va bene se ci troviamo per le otto e mezza al BiBiQ Pub? Conosco il proprietario e ci sistemerà in una saletta tranquilla.”
“Perfetto.”
“Se ci sono problemi, mi chiami. Se hai bisogno che ti passi a prendere, mi chiami.” E senza che Michela avesse il tempo di reagire, le lasciò un veloce bacio sulla guancia, indugiando un po’ più del lecito. Un guizzo gli attraversò lo sguardo quando i loro occhi s’incrociarono.
“Ci vediamo dopo” concluse lui.
Rimase imbambolata per qualche minuto prima di salutarlo. Per fortuna che quel giorno Maddalena aveva insistito per la ceretta integrale. Ohhhh, ma che vai a pensare!!
L’anno prossimo?
Nuovo messaggio.
“Buon San Valentino, Amore. Stasera tieniti pronta per le 21, ambiente elegante ma non troppo. Se poi vuoi esagerare solo per me, sentiti libera. Tanto poi io ti tolgo tutto…”
(c) 2017 Barbara Businaro
Voglio dedicare un augurio speciale
a tutte le persone temporaneamente single:
Amatevi.
Amate voi stessi,
vogliate bene alla vostra anima,
siate felici di quello che voi siete.
E tutto il resto arriverà al momento giusto,
non un minuto di più,
non un minuto di meno.
Barbara
Avete idea di cosa significa vivere con una donna che scrive?
Un incubo! Terrificante!
Non so quand’è cominciata, sapevo che scribacchiava qualcosa ogni tanto, ma finora la cosa era sotto controllo, non mi ero nemmeno accorto di nulla. In casa tutto procedeva liscio. Cioè, le solite litigate insomma. Hai lasciato la tavoletta del water alzata. La smetti di fare briciole sul divano. Non mi porti mai da nessuna parte. Il solito mastino che mi aspetta al ritorno la sera.
Poi ha iniziato a girare con un taccuino e una penna sempre in borsa. Capitava che nel bel mezzo di una conversazione con nonchalance prendesse questo taccuino e ci scrivesse una sola parola. Apparentemente una mia parola, anche se non avevo detto nulla di eccezionale. A volte ridacchiava sommessa mentre lo riponeva nella borsa.
In casa sono spuntati come funghi blocchi di appunti e relativa penna ovunque: sul tavolino del salotto al posto dei telecomandi, abbandonati sopra il divano, in bagno in mezzo alle mie riviste d’auto, nel suo comodino in camera da letto, sopra la lavatrice tra i detersivi, in cucina insieme con i libri di ricette. Un’invasione aliena!
Guai a spostarglieli! Le si crea confusione mentale, dice.
E quelle maledette penne! Penne di ogni tipo, fattezza e colore in ogni angolo della casa. Ovunque ti siedi una penna tenta di infilzarti.
Di riflesso han cominciato ad andare storte parecchie altre cose: la cena bruciata nel forno, le camicie rimaste indietro da stirare, la polvere che si accumula tra i soprammobili, l’argenteria che non mi riflette più, il ragno che mi saluta ogni mattino sulla porta.
E silenzio, parecchio silenzio. In cui si sente solo il rimestare di pagine e la tastiera del suo portatile scorrere veloce.
Tant’è che un po’ di paura m’era anche venuta. Ma cosa diamine starà scrivendo?
Ho cercato di leggere qualcosa di tutti quegli appunti, ma la grafia femminile, così piena di tondini e collinette è indecifrabile, tutta ghirigori. Quando riesco a capire qualche parola, mi sembra del tutto sconnessa con le altre. Quindi proprio non lo so, cosa scriva. Temo che lo scoprirò un giorno in libreria.
Però è tranquilla, non litiga più e soprattutto mi lascia guardare la televisione tutto il weekend, pure sbriciolando sul divano.
Anzi, vi consiglierei di regalare un corso di scrittura creativa a vostra moglie.
Così, mentre lei è al corso, vi scappa pure una birretta con gli amici.
(c) 2016 Barbara Businaro
Stirare le camicie di lui, in pieno agosto, con 38 gradi e un’afa irrespirabile non era certo il suo passatempo preferito.
Accampata nello stanzino del disbrigo, l’angolo più a nord della casa, si era puntata il ventilatore addosso per togliersi immediatamente di torno il vapore che fuoriusciva dalla piastra. Ma non andava molto lontano, rimaneva sospeso e se lo ritrovava comunque appiccicato alla pelle. Aprire la finestra era inutile e il vecchio climatizzatore non ne voleva sapere: o lui o il ferro da stiro, altrimenti saltava il contatore. Un’agonia.
Tutta la sua vita ultimamente era un’agonia.
Stava pensando di lasciarlo, di andarsene, nascondersi in qualche luogo remoto per respirare un po’ d’aria sana, fresca, nuova.
Era stanca. Sempre arrabbiata. Niente sembrava andare per il verso giusto.
Sbagliando movimento, la punta del ferro s’incastrò in una cucitura bloccando il resto del passo e accartocciando la stoffa. Eccola lì, una brutta piega proprio sopra il taschino. Accidenti!
Il cellulare vibrò sopra la cassettiera vicino alla porta. Non si scompose di andare a vedere, era l’ennesima notifica di qualche foto inviata dalle amiche, qualcuna in vacanza nell’assolata riviera, qualcun’altra a refrigerarsi in montagna.
E loro invece ancora lì, incastrati in città, tra i conti che non tornano, i pagamenti che arrancano, il lavoro che opprime.
Sbuffando, tentò di salvare la camicia: uno spruzzo d’acqua, un po’ d’appretto e questa volta un colpo attento ma sicuro.
Fosse così semplice sistemare anche tutto il resto. Un colpo di spugna e via.
Beh, forse lo era. Nascosto nel suo portafoglio aveva un biglietto da visita di un avvocato divorzista.
Ma certamente quello non sarebbe stato un colpo di spugna indolore.
Si spostò per poggiare la camicia piegata nella poltrona assieme alle altre, ma nel breve spazio angusto urtò la gamba di legno del bancone a lato. Un lieve rumore metallico indicò che qualcosa di piccolo era caduto, ma non avrebbe saputo dire cosa.
In quello stanzino non c’era proprio posto per lei.
Il tavolo di lui, pieno di modellini da rifinire e dell’ultimo appena cominciato, sotto la grande lampada e la lente d’ingrandimento.
E scatole, scatole ovunque. Piene dei suoi lavori conclusi. Non si potevano vendere e ricavarne qualcosa almeno?
Assolutamente no. Erano parte della sua straordinaria collezione che cresceva a vista d’occhio, occupando ogni centimetro possibile della stanza.
Gli intrusi erano lei e il ferro da stiro.
Lui si salvava così. Ogni sera rincasava tardi, mangiavano quasi in silenzio e poi lui si ritirava qui, tra figurini, pennelli minuscoli e colori puzzolenti.
Ma a lei, a lei cosa restava, eh?
Un lavoro sempre più striminzito e mal retribuito, sacrificato in onore della famiglia, della casa, del focolare che stavano tentando di costruire. Non ricordava nemmeno più quand’era l’ultima volta che si era concessa un sabato di shopping con le amiche, fresca di parrucchiere. O un aperitivo con le colleghe dopo il lavoro. Non c’era mai tempo per lei.
E non c’era nemmeno mai tempo per loro due. L’ultima cena romantica insieme? L’aveva cucinata lei, con poco entusiasmo.
Non si meritava questo.
Altro che croce da portare. Perché mai un matrimonio che nasce dall’amore deve diventare una croce?
Sperava che fosse il caldo, questo opprimente forno d’agosto in città, a metterle in circolo solo pensieri negativi.
Pensava e ripensava a questo, quando sentì una musica lontana, come un bambino che si esercita col flauto di scuola.
Insisteva sempre sullo stesso pezzo, gli stessi giri di note, scandendole una ad una lentamente. La conosceva, era anche famosa quella canzone…ma certo! Era la colonna sonora del film Love story.
Perché mai la facevano suonare a scuola? Così triste poi.
Il ripetersi infinito della stessa strofa iniziò a disturbare la sua concentrazione e chiuse la finestra, pensando di smorzare quelle note continue.
Ma la musica era lì, nella stanza, più vivida che mai.
Stranita, controllò il suo cellulare: volume al minimo. E poi non era una delle sue suonerie.
Si girò intorno: il lettore mp3 giaceva sopra la scrivania portacomputer, spento, senza nemmeno la batteria carica.
Lì a fianco, il computer portatile su cui aveva letto le mail poco prima aveva il sonoro impostato su muto. Gli si avvicinò con l’orecchio alle casse minuscole vicino alla tastiera, ma si sentiva solo la ventolina girare arrabbiata.
Eppure sentiva quella lirica struggente continuare ad arrovellarle la testa, con la sua scala di note che continuava a discendere verso la tristezza di un amore sconsolato.
Da dove arrivava quel tormento?
Che fosse solo dentro la sua testa? Stava così male da sentire le voci?
Cambiò stanza. In cucina non si sentiva più.
Tornò indietro. E’ qui, nello stanzino, ma dove?
Così flebile, la musica sembrava rimbalzare tra gli oggetti e non riusciva a capirne la provenienza. Non c’era nulla che potesse suonare, non certo i modellini, erano solo statuine dipinte.
Girava nella cameretta annusando l’aria. Che stupida! Le note non si annusano!
Stava forse impazzendo? Era davvero di fronte ad una crisi depressiva?
Chiuse gli occhi, respirò a fondo e cercò con calma di capire la fonte della melodia. Si mosse lentamente, si avvicinava, sempre più, la sentiva, quasi la toccava. Ora era davanti a lei.
Li riaprì. Veniva dai cassetti della sua scrivania da ragazza, dove condivideva il computer con lui.
Aprì il primo. Niente. Non sembrava provenire da lì.
Lo richiuse e spalancò il secondo. Le note esplosero impetuose.
Lì c’erano solo ricordi, vecchie cose. Imbambolata, sollevò le buste, spostò i fogli, scorse le scritte, finchè non trovò una cartellina rosa. Era lei che cantava, ora più che mai, imperterrita e ostinata nel diffondere quel motivo struggente.
Riconobbe all’istante il suo contenuto. Erano le loro lettere d’amore, i biglietti di San Valentino, le promesse sdolcinate, i compleanni condivisi, i loro Natali, i loro segreti. Era tutto lì. E da tempo non veniva aggiunto nulla.
Perché non si scrivevano più?
In mezzo, un cartoncino musicale aveva deciso di spargere la sua poesia senza nemmeno essere aperto. Così, all’improvviso. Nel giorno e nell’ora in cui lei stava per buttare via tutto. Un caso?
Lo estrasse dalla sua busta rossa. L’immagine in bianco e nero di due bambini che si baciavano su un balcone, incorniciata da tanti cuori colorati. Era chiuso, la sua batteria vecchia e scarica, eppure cantava a squarciagola, contro ogni legge della fisica.
Perché proprio ora? Che cosa le voleva dire?
Lo aprì. La grafia di lui le aveva scritto parole che non si potevano leggere ad alta voce, perché perdevano forza e sostanza.
Ma erano lì, impresse nel cartoncino. Per sempre. Impossibile dimenticarle.
La lacrime finora trattenute presero il largo nel suo viso, indipendenti e copiose.
Se ne stava lì, accovacciata a terra col biglietto ormai muto in mano, quando qualcuno entrò dall’ingresso.
Dimenticando tutta la rabbia e ricordando ciò che li aveva invece portati sino a quel momento, corse incontro ad abbracciarlo.
Sorpreso, lui la cinse con un solo braccio. Nell’altro reggeva un mazzo di rose rosse e profumate. Erano troppi anni che non gliele regalava più. Era passato davanti al fioraio e non sapeva nemmeno lui perché, ma aveva sentito il bisogno di entrare.
Una piccola busta fucsia cadde a terra.
Dentro c’erano promesse nuove.
Quando vi mancano le parole, lasciate parlare la carta.
Un biglietto diventa una potente ancora di salvataggio.
(c) 2016 Barbara Businaro
Premessa: Avevo letto “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Mi aveva incuriosito il fatto che mia sorella l’avesse letteralmente divorato in una settimana. Non toccava un romanzo da un anno. Doveva contenere un filtro magico quel libro! Così me l’ha prestato ed anch’io mi sono lasciata trascinare dalla storia. Ma il finale m’ha fatto incazzare. Non si può, e ribadisco NON SI PUO’ chiamare la protagonista Babi e poi trattarla in quel modo. Mi sono sentita in dovere di rimediare (ancora non c’era il seguito…e nemmeno quello m’è piaciuto, nossignore).
La prima parte la potete leggere qui: IO e TE…e NESSUN’ALTRO
Domenica, tempo di gare. Il team di Step è impegnato in assistenza alla sua squadra rally, terza categoria, che si trova in buona posizione in classifica regionale.
Furgone e tir sono parcheggiati in angolo, ad inizio pista, e con Step ci sono Mirko e Angelo, quello nuovo, che ancora non sa muoversi, nemmeno tra le gomme.
Step sta parlando con Lorenzo, uno dei piloti, quando ad un tratto due mani delicate cercano di chiudergli gli occhi da dietro.
“Indovina?” La voce di Pallina sbuca da sotto le spalle di Step, che si gira divertito.
“Ehi, niente da disegnare oggi?”
Ma in un attimo una fitta al cuore: li dietro, ferma, impacciata, c’è lei, Babi, sguardo incollato a terra.
Ma pork…Step fulmina con lo sguardo Pallina, la quale gli strizza l’occhio.
Sergio lo chiama dal fondo dei box con un cenno.
“Devo andare, ne parliamo dopo la gara”. Il tono è perentorio.
Ma perché diamine l’ha portata qui, proprio oggi che ho bisogno di concentrazione…accidenti!
Terminata la gara, il gruppetto del team, dove Pallina si trova oramai a suo agio, decide di fare una passeggiata sù sulla collina, dove corre la pista della gara.
Sergio apre la fila indiana. “Andiamo, gli organizzatori mi hanno detto che in cima c’è un’ottima vista…e un bar!”
Babi è rimasta tutto il tempo in disparte, a giocare col cellulare, in mancanza di Pallina, come un pesce fuor d’acqua che cerca respiro.
Uffa, lo dicevo io che non era una buona idea…Non mi ha nemmeno salutato…prima sì, mi ha guardata, ma era davvero uno sguardo cattivo, ostile…Eppure sono qui, vorrà pur dire qualcosa, no?
Il gruppo si incammina, Pallina incollata a Mirko si è dimenticata di Babi, che segue la fila per ultima.
Step è davanti, che parla con Sergio della gara, come se lei non esistesse.
Uffa…che situazione penosa.
Arrivano in cima, dove c’è un bar e tutto il pubblico della gara accalcato fuori.
Babi arriva per ultima, dopo aver discusso con la mamma al telefono, sola a casa ed in cerca di una voce.
Finalmente entra nel bar, si appoggia al bancone ed ordina un caffè, ma la confusione è tanta che il cameriere non le dà retta. Passano i minuti, cerca di attirare l’attenzione del cameriere con un cenno, un sorriso. “Scusi, un caffè” ma c’è davvero troppo caos. Arriva anche un’altra comitiva e la costringono a spostarsi più in là, verso la fine del bancone.
Gli altri del gruppo invece stanno già uscendo, proprio non la calcolano…o forse lei oggi è diventata invisibile!
“Mi scusi, posso avere un caffè?” con voce flebile e sconsolata. Niente.
All’improvviso, un pugno forte sopra il tavolo, davanti a lei, fa sobbalzare le tazzine. “EHI, NON HAI SENTITO? UN CAFFE’ ALLA SIGNORINA!” Il tono di Step non lascia repliche.
Il cameriere si gira agitatissimo “Si, subito, mi scusi.”
Il solito violento, ma efficace.
Poi si allontana subito, solo un attimo, per sentire il suo respiro tra i capelli ed il suo profumo come un brivido per la schiena…o era una scossa elettrica?
Con un sospiro, Babi beve il suo caffè, mentre gli altri se ne sono oramai andati. Dallo specchio del bar di fronte a lei però scorge Step aspettarla sulla porta, parlando al cellulare.
Prendono il sentiero insieme per raggiungere gli altri, che se ne sono proprio andati senza aspettarli.
Un’idea di Pallina suppongo. Stasera mi sente davvero. Guai a lei se mi fa un altro tiro del genere, non esco più. Eppoi lui non parla con me…che senso ha? Non ha spiaccicato parola…neanche adesso…
Il sentiero è bellissimo, contornato di alberi spogli che lasciano intravedere l’arrivo della primavera sui loro rami, in questo inverno in realtà così caldo.
Babi si stringe nel giubbetto, attenta a non far rumore. Respira piano per non far sentire l’agitazione che la pervade.
Perché non parla? Dovrei farlo io? E che gli dico?
Sono così vicini, eppure così lontani.
Babi sta proprio pensando a come le cose non tornano più indietro nella vita, quando una mano calda e ruvida prende la sua. Si gira a guardarlo, ma Step è impassibile…o quasi…la piega della bocca mostra un sorriso sornione.
Camminano così per un po’, mano nella mano, per un tempo eterno, attimi che sembrano un’ora e che Babi vorrebbe comunque fermare all’istante.
Continuano a scendere a valle, sempre più lentamente, mentre Step parla piano, sommessamente, quasi un sussurro del vento: “Conti ancora molto per me”. La voce roca.
Babi vorrebbe piangere, correre, ridere, saltare…Lo so, ho sbagliato, scusami…ma continuano a camminare in silenzio.
Ad un certo punto, Step stacca la mano e si ferma, guardandola.
Con gli occhi velati, comincia a sfilarsi la cintura di pelle dai pantaloni, mentre Babi lo guarda scettica. Ma che fa?
Prende la cintura e se la lega al collo e porge a Babi l’altro estremo, con sguardo ferito.
Uno strano gesto, ma carico di significati.
“Io sono ancora legato a te, Babi, non dimenticarlo.”
Dolcemente, slega la cintura, arrotola su se stessa, prende la mano di Babi e gliela porge, richiudendola a pugno e depositando un bacio tra le sue dita.
Ora il suo futuro è suo.
“Non voglio essere il tuo cappio…Step…” guardando il pugno e alzando languidamente gli occhi su di lui.
Poi uno slancio, lui la abbraccia forte, la solleva da terra, lei lo cinge per la vita, il suo naso nell’incavo del suo collo, il suo profumo, il suo calore.
Poi lui si scosta, le prende il viso tra le mani “Io e te…e nessun’altro. Non permettere mai a nessuno di stare in mezzo alla nostra storia. Mai più.”
Nemmeno il tempo di rispondere, ed un morbido bacio suggella la loro promessa.
(c) 2005 Barbara Businaro
Premessa: Avevo letto “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Mi aveva incuriosito il fatto che mia sorella l’avesse letteralmente divorato in una settimana. Non toccava un romanzo da un anno. Doveva contenere un filtro magico quel libro! Così me l’ha prestato ed anch’io mi sono lasciata trascinare dalla storia. Ma il finale m’ha fatto incazzare. Non si può, e ribadisco NON SI PUO’ chiamare la protagonista Babi e poi trattarla in quel modo. Mi sono sentita in dovere di rimediare (ancora non c’era il seguito…e nemmeno quello m’è piaciuto, nossignore).
E’ passato un anno…E’ di nuovo in arrivo il Natale. Le luci sono già accese per le strade, si respira già quell’aria di festa e di shopping sfrenato, ed il freddo si fa più intenso. Non c’è ancora la neve.
Step si guarda in giro, sembrano tutti felici, no, lui non lo è. E’ stato un anno duro, di ripresa, di leccarsi le ferite nella propria tana, di raccogliere cocci e pensieri. Si è iscritto all’Università, ma solo per accontentare suo padre, non può diventare un bocconiano come suo fratello Paolo, sarebbe incoerente, come il suo pesciolino, no?
La maggior parte del tempo lo passa da Sergio, il meccanico. Già proprio lui. Sergio non può fidarsi di Mariolino, in questo lavoro ci vuole passione, ma deve lasciare qualcosa a suo figlio. Così lui e Step si sono messi in società ed hanno ingrandito il garage: Sergio ci mette i soldi, e Step il lavoro.
Adesso hanno addirittura un piccolo “racing team”: partecipano alle corse regionali, fornendo assistenza e materiale. Step organizza il tutto, mentre Sergio continua il normale lavoro dell’officina. Ma non corrono.
Step non corre più. Ha ancora la sua moto, non la venderà mai, ma non corre più. Ogni volta che accelera gli si para davanti la faccia di Pollo “Aho, non te scordà de me…”
Pollo, quanto gli manca il vecchio amico. E quanto manca ancora a Pallina, sembra non farsene una ragione. Pallina adesso disegna, è diventata già una fumettista, anche se non ha ancora finito il corso all’istituto di grafica. Ed è riuscita a modo suo a far rivivere Pollo: nelle pagine del suo fumetto, in edicola, si vede un ragazzo col giubbotto in sella ad una moto…ed i tratti del viso sono proprio i suoi. Pallina gli ha anche regalato delle tavole originali, le ha appese in camera.
E l’amore? No, non ha più toccato quei tre metri, le storie si susseguono, banali ed insipide, ma non ha più ritrovato la sua Babi…
Dall’altro capo della città, Babi vive con Daniela, sua sorella. Sono riuscite a convincere i genitori che per studiare meglio Babi aveva bisogno di tranquillità, così hanno un piccolissimo appartamento per conto loro. E Raffaella può invitare ogni sera i suoi amici a casa per il bridge. Tanto va a trovarle ogni giorno, le chiama almeno tre volte al telefono e gli rifornisce sempre il frigorifero. In fondo, sono ancora a casa.
Daniela sta ancora con Palombi, ed è una tragedia per Babi e la bolletta del telefono.
Babi sta ancora con Alfredo, anche se…Forse l’amore maturo e consapevole è proprio così, a volte piatto e noioso, forse è solo il periodo di intenso studio di Babi, o forse il primo lavoro di Alfredo che come laureato deve fare gavetta e mettersi in vista. Lavora in uno studio associato di avvocati, e si sa, la concorrenza è dura all’inizio.
Babi studia talmente tanto che non ha più tempo per le amiche…nemmeno per Pallina, ammesso che si possano dire ancora amiche. Sono talmente cambiate entrambi, che quando si trovano, non riescono nemmeno a conversare del più e del meno.
Un anno di cambiamenti, un anno di domande: ma davvero non tornerò più lassù, sopra il cielo?
7 dicembre. Domani è festa e Babi non vede l’ora di tornare a casa stasera. Speriamo che Dani sia tornata ed abbia preparato qualcosa.
Ha talmente fretta che ha acceso tutto d’un fiato l’auto, senza aspettare tutte le spie del cruscotto…e adesso il motore fa uno strano rumore. Forse è il gelo della serata.
Certo che Cat abita proprio lontano. Si sono trovate per scambiarsi gli appunti di due diversi esami, non pensavano di fare così tardi, e adesso si ritrova in questa parte della periferia che non conosce, sperando di non perdersi.
O di rimanere a piedi. Semaforo rosso e Babi scala le marce e frena, ma la Polo non ci sente, non tiene il “minimo” come ha detto papà, accidenti, si spegne. Calma. Babi riprova, questa volta aspetta tutte quelle spie colorate, dai forza, il motorino d’avviamento ci prova, ma il motore non si accende. O cavoli. Riprova ancora. Niente.
Uffa. Aspettiamo un po’, magari passa. Chiama Dani.
“Ciao, sono in ritardo.”
“Di quanto?”
“Non lo so. L’auto mi si è fermata. Non parte più.
“Come non parte più?? Chiamo papà che ti venga a prendere, dove sei?”
“No lascia stare, che poi mamma si agita e ricomincia con la solita storia…Vivere da sole non vi fa bene eccetera eccetera…Se non parte, chiamo l’aci e ti richiamo, ok?”
“Sei in un posto sicuro almeno?”
“Si, si”, fingendo sincerità.
Suona il telefono in officina. Step è rimasto ancora lì da solo, a preparare la moto di Simone per domenica. Chi cavolo sarà a quest’ora?
“Step? Meno male che ci sei. Ho bisogno di un favore urgente.”
“Dimmi Luca, se posso…”
“Ho un’altra chiamata ACI in corso, ma stasera ho tutti i carri fuori, tutti stasera rimangono bloccati! Mi scoccia perdere la chiamata…non puoi andare tu? Ti passo tutta la riparazione…”
“Non sono autorizzato, poi Sergio mi mena.”
“Dai, me la sbrigo io con Sergio, che poi avanzo un pezzo di ricambio da lui. Eppoi è una ragazza…non puoi rifiutarti!”
“E ti pareva…Vabbè, dammi l’indirizzo, va”.
“Grazie, avanzi una birra”
“Facciamo due”
Step si infila il giubbotto, il cappellino con il marchio del team e sale sul furgoncino col gancio da traino. Speriamo bene.
Segue le indicazioni di Luca, per una Polo grigia…ma dove cavolo si è bloccata questa? Ad un semaforo?
Ferma il furgone proprio davanti all’auto, con gli indicatori di pericolo accesi.
Scende e va dietro al furgone, per prendere il gancio.
Nel frattempo la ragazza scende dalla Polo.
“Buonasera. Per fortuna è arrivato. L’auto non parte più. Non so perché.”
“Buonasera” ancora di spalle.
“Beh, faccio io un tentativo e se non parte l’aggancio”.
Si gira. Oddio. Quello sguardo, quei capelli… E’ lei.
Trattiene il respiro per mezzo secondo, sospeso nel vuoto, un dolore antico riaffiora. Poi il cuore batte all’impazzata, sempre più forte.
Se solo facesse silenzio, sentirebbe un altro cuore lì vicino, battere ancora più forte del suo…
(c) 2005 Barbara Businaro
Ho scritto questo breve testo con il sottofondo di “Incantevole” dei Subsonica.
L’amore non è la quantità, è la qualità.
L’amore non è un contratto, è una scelta.
L’amore non è schiavitù od obbligo, è libertà pura.
L’amore non è una condizione, è uno stato mentale.
L’amore non è costoso o consumistico, tutt’altro, l’amore è a buon mercato.
L’amore non è debolezza, è coraggio e forza.
L’amore non è tempo, è qui ed ora.
L’amore non è costante, è assoluto.
L’amore non è matematica, è magia.
L’amore non esige nulla, se non quello che ti senti di dare.
L’amore non esclude nessuno, cerca anche te.
L’amore non è lontano, bussa ogni mattina alla tua porta.
L’amore non è cieco, usa il cuore e non gli occhi.
L’amore non è un fulmine, è un’intera tempesta.
L’amore non è scontro, è la pace che ne segue.
L’amore non è scienza, è terribilmente ovvio.
L’amore non è casto, la ragione lo è per lui.
(c) 2011 Barbara Businaro
Un giorno come tanti altri, grigio di pioggia che mi inzuppa le scarpe, mi fa sentire freddo in viso, intristisce i miei pensieri.
Una mattinata decisamente storta: il risveglio con il mal di testa, la città immersa nel caos di traffico e pozzanghere, una lezione noiosa cercando di carpire il senso delle parole…Cammino e penso, sotto l’ombrello, diretta verso casa, il silenzio che mi aspetta.
Ad un tratto tu, bagnato fradicio. “Scusa, mi dai un passaggio? Non ci sono portici nel raggio di un chilometro.” Senza coscienza in un mondo così violento, mi fido di te e ti porgo l’ombrello da dividere a metà. Continuo a camminare, dandomi della stupida e pensando a mia madre che mi ripete di non dar retta agli sconosciuti, anche se hanno la faccia pulita.
Il marciapiede stretto, l’ombrello piccolo, le pozzanghere da evitare, altri passanti con altri ombrelli ci costringono a stare vicini, il tuo respiro sul mio collo, lo sento attraverso i capelli umidi. Non so chi sei, da dove vieni, cosa fai eppure non m’importa: un brivido mi passa per la schiena, mi piace questa sensazione di pericolo che mi risveglia i sensi. Un attimo giro lo sguardo sul tuo volto, tu lo sai e mi sorridi, un gran bel sorriso, un raggio di sole in una mattinata senza senso, che vuol dirmi qualcosa, tutto e niente.
“Io sono arrivato, e questo me lo regali?” E riprendendomi l’ombrello: “No!! Mi serve!!”. Ci salutiamo ridendo.
Ed io mi sento come se avessi ricevuto un filtro magico, un sorriso sgargiante sul mio viso, la mia buona azione per oggi…e un po’ di più!
Ci rivedremo, lo so, in un altro giorno di pioggia.
(c) 1997 Barbara Businaro









