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A svegliarmi questa mattina è il dolce aroma del caffè che invade il pianterreno. Sento Cristiano muoversi in cucina come se fosse casa sua. Ieri sera ci siamo addormentati sul divano, parlando fitto fitto delle zie e delle nostre vite fino a tarda ora. Abbiamo condiviso i nostri ricordi e sono molto contenta di sapere che le zie non erano proprio da sole nel periodo in cui mi ero trasferita a Londra. Avevano certamente il loro bel daffare con questo giovanotto.
Cristiano entra proprio ora in salotto con un vassoio carico e tintinnante.
“Buon Natale! Mi sono permesso di preparare la colazione, ho assoluto bisogno di caffeina. A te lascio tutti i biscotti se necessario.”
Sto per ringraziarlo quando vengo interrotta dal campanello.
Vado ad aprire e lui mi segue incuriosito. Un distinto signore di mezz’età, con un cappotto nero elegante e una sciarpa rosso tartan ci attende sulla soglia.
“Alice e Cristiano? Sono Amilcare, il postino. Scusate, potevo portarvele domani…ma una promessa è una promessa! E Carmela sarebbe capace di tornare indietro a tirarmi i piedi ogni notte se non la mantengo!” Ci porge due buste, una ciascuno, col nostro nome in bella vista.  Altre lettere delle zie.
Apro la mia col cuore gonfio di gioia.
“Cara Alice, non abbiamo commesso nessuno sbaglio: a te abbiamo lasciato la proprietà dell’edificio, al nostro Cristiano abbiamo lasciato il terreno. L’uno senza l’altro non valgono un granché, ma insieme sono una combinazione vincente. Devi avere qualcuno che ti sta intorno e siamo sicure della nostra scelta.
In quanto a noi, abbiamo lasciato in soffitta un vecchio baule verde, vicino al lucernario, pieno delle nostre agende. Lì ci sono le nostre vite. Saprai cosa farne. Ti è sempre piaciuto scrivere, no? Il nostro cuore guiderà la tua penna.
Buon Natale e buona vita. Carmela e Genoveffa”
Sopraffatta dall’emozione, guardo Cristiano di fronte a me: lui legge la sua lettera e ridacchia.
“Cosa c’è scritto?” Cerco di sbirciare sopra il suo foglio, ma lui è molto più alto di me.
“Un paio di consigli…” continua a sogghignare.
“Fammela vedere!”
“No, non posso.” Mentre la ripiega, mi guarda intensamente, come se cercasse nel mio viso le conferme a quei consigli.
“Perché no?”
“Zia Carmela mi ordina di lasciartela leggere solo il giorno del nostro matrimonio. E solo dopo che saremo usciti dalla chiesa.”
Sento il fuoco salirmi alle guance.
“E zia Genoveffa invece mi chiede di fare questo, senza aspettare troppo.”
Mi prende tra le braccia e mi sposta sotto il vischio, dove i baci vengono meglio…

(Fine)

A zia Emma
a zia Manuelita
a zia Lella
a zia Agnese
a zia Mafalda
tutte le donne splendide
della mia infanzia

 

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La vigilia. Pensavo avrei trascorso la giornata tra malinconia e solitudine, invece qui in paese si stanno tutti prodigando per me.
Clotilde mi ha portato una piccola teglia di lasagne pronte da scaldare, perché cenerà a casa dei suoceri. Per domani invece sono già invitata a pranzo da lei, giusto la porta qui accanto. Marisa, l’organizzatrice dei cori natalizi, è passata per regalarmi una focaccia dolce e biscotti alla cannella, fatti con le sue mani. Nonno Erminio, non vedendomi arrivare in negozio, a mezzogiorno ha inforcato il suo bastone e percorso tutta la strada dal centro per essere sicuro non rimanessi senza pane caldo. Mi ha chiesto se sono proprio sicura di non essere un dottore, almeno un pochino.
Mentre sto sorseggiando il caffè, arriva un messaggio da David: “Non torni a casa per Natale? Credo che dovremmo parlare.”
Non dubito nemmeno un secondo della mia risposta: “Sono già a casa. Parleremo quando verrò a prendere le mie cose, tra quindici giorni.”
L’amore è una questione di tempi e i nostri sono decisamente sbagliati.
All’imbrunire, sto cercando di capire come accendere il forno a gas, anche zia Effa ci litigava sovente, quando sento qualcuno armeggiare con la serratura del portoncino principale. Probabilmente un ladro che crede la casa vuota, visto che stupidamente mi sono dimenticata di accendere le luci dell’albero di Natale!
Spaventata a morte, afferro il grande mattarello e spengo subito la luce della cucina, nascondendomi dietro al frigorifero.
Sento l’anta dell’ingresso aprirsi con il solito cigolio e dei passi avanzare furtivi nella mia direzione. Qualcuno avanza dinnanzi a me al buio, cerco di colpirlo con tutta la mia forza ma prendo la parete, lui si abbassa per scampare al secondo attacco, mi afferra alle spalle e mi cinge stretta, toccandomi per errore un seno.
“Una donna? Ma che…” Mi lascia andare e indietreggia. Riesco ad accendere la luce ma tengo ben saldo il mattarello.
Decisamente non è un ladro, è vestito fin troppo bene, con un giaccone di firma. Con i capelli così arruffati e la barba incolta, è troppo carino per essere un ladro. “Chi cavolo sei tu? Cosa ci fai in casa mia?”
Mi guarda stranito. “A dire il vero questa è casa mia! Era delle mie zie e me l’hanno lasciata.”
“Zia Carmela e zia Genoveffa? Ma l’hanno lasciata a me!” Corro a prendere le lettere dentro la mia borsa e gliele mostro.
Dalla tasca della giacca lui tira fuori un’altra busta e me la porge. “Per Cristiano” c’è scritto.
Tra le altre cose le zie gli chiedevano di passare a controllare la casa la sera della vigilia. “Troverai una persona che ha bisogno d’aiuto.”
“Così tu sei Alice, la ragazza di Londra. Parlavano spesso di te, e in effetti sono rimasto sorpreso che mi abbiamo lasciato la casa.”
“Qui però leggo che ti hanno lasciato la proprietà del giardino…” correggo io.
“Si, il giardinaggio è il mio hobby, ma non ha molto senso lasciarmi solo il giardino. Ci sarà qualche errore.”
Gli restituisco la busta. “Le conoscevi da molto? Non mi ricordo di te, non ne hanno mai fatto parola.”
“Solo da un paio d’anni, quando i miei hanno acquistato la villetta di fronte. Adesso è chiusa perché sono ospiti di mia sorella per queste feste. Io invece vivo in un monolocale in città, ma torno qui nel weekend.”
Ad un tratto il suo stomaco brontola stizzito per la fame.
“Scusa, è da stamattina che non tocco cibo, al lavoro non ho avuto tregua oggi. Torno indietro e mi cerco una pizzeria. Se non hai bisogno di aiuto…” Mi sorride e io sono costretta a distogliere lo sguardo per non arrossire.
“Beh, se mi aiuti ad accendere quel malefico forno, posso offrirti una bella porzione di lasagne fatte in casa.”
Se è qui un motivo ci dev’essere. Voglio fidarmi di zia Mela e zia Effa, finora non hanno mai sbagliato.
Mentre la nostra cena si scalda, prepariamo insieme la tavola. “Allora Cristiano, tu che lavoro fai?”
“Sono un medico, chirurgia d’urgenza.”
Non ci posso credere. Le zie non possono aver pensato anche a questo!

(continua…)

 

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Nei giorni scorsi ho pulito e sistemato tutte le altre stanze della casa, evitando di entrare in questa: lo spazioso studio con l’ampia vetrata che guarda a sud, dove le zie passavano la maggior parte della propria giornata, zia Mela con i suoi acquerelli e zia Effa con i suoi ricami e i suoi merletti.
Entro con uno strano senso di pesantezza nel cuore, la loro mancanza qui è più tangibile che altrove, il loro spirito in ogni granello di polvere depositato sopra gli oggetti. Ho davvero la sensazione di vedermele spuntare alle mie spalle, salutandomi come se niente fosse accaduto.
“Alice cara, com’è andata a scuola?”
“Chi se ne frega della scuola! Vieni qui a dipingere con me!”
Sopra il tavolo al centro della stanza noto una bella scatola voluminosa, di un rosa sbiadito. Il coperchio riporta il mio nome e sembra chiamarmi.
Lo sollevo curiosa: all’interno ritrovo gli anni trascorsi, i miei disegni, i miei primi, e unici, tentativi con l’ago e filo, i lavoretti di scuola con la pasta modellabile, addirittura tutti i pupazzetti creati con i rotoli della carta igienica, la colla e le veline colorate. Persino la collana di bottoni, tutti così diversi e brillanti.
Sul fondo ci sono persino un’agenda Smemoranda ed una scatola di Serenase.
Scoppio a ridere esattamente come allora! I primi acciacchi dell’età le avevano portate a litigare più del solito, rendendo difficile la convivenza: zia Mela si dimenticava telefonate, messaggi, appuntamenti, scadenze; zia Effa si agitava per qualsiasi contrattempo, arrivando a vere crisi di panico e pericolose tachicardie. Per sdrammatizzare, a zia Mela regalai un’agenda, una Smemoranda per una smemorata, e per zia Effa presi in farmacia le pillole che le aveva prescritto il medico, tingendo però di fucsia la confezione. Quel pomeriggio ridemmo tutte e tre fino alle lacrime. Smemoranda e Serenase diventarono i loro soprannomi, per fare la pace.
Mentre rimetto tutto in ordine dentro la scatola, il mio piede urta sotto il tavolo qualcosa che tintinna. Mi chino a controllare: dentro un enorme scatolone da trasloco ci sono un albero di Natale sintetico smontato e tutto il materiale per decorarlo, comprese le campanelle che hanno appena suonato.
Non posso pensare che anche questo sia finito proprio qui per caso: ogni anno lo preparavamo insieme, proprio di fronte alla vetrata, così la sera si vedeva illuminato dalla strada principale. Sposto lo scatolone vicino alla finestra e mi metto al lavoro.
Passato il tramonto, quando sto cercando di infilare il puntale in cima, sento delle voci intonate avvicinarsi piano piano lungo la via. La Chiarastella!
Da bambina li attendevo sempre trepidante, questo gruppo che cammina di casa in casa, cantando i cori natalizi, qualche volta accompagnati anche da Babbo Natale in persona, a cui io ovviamente ricordavo di avergli spedito la letterina e, semmai se ne fosse dimenticato, cosa c’era scritto.
Scendo dallo sgabello e corro ad aprire.
Mentre gli altri continuano la loro melodia, mi si avvicina una signora rubiconda con il cestino delle caramelle in una mano ed una cassettina per la questua nell’altra. “Tu devi essere Alice. Carmela e Genoveffa ci parlavano sempre di te, con orgoglio. Siamo felici di averti qui.”
Dato che hanno quasi terminato il giro, mi invitano a seguirli per bere vin brulé tutti insieme al centro ricreativo del paese.
Tra loro a sorpresa ritrovo alcuni dei miei vecchi compagni delle elementari, quei pochi che ancora vivono e lavorano in queste zone.
E se rimanessi anch’io, almeno per un po’?

(continua…)

 

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Questa mattina mi ha nuovamente svegliato il pettirosso, che con il becco batteva irrequieto sul vetro della finestra cercando di uscire. Ho socchiuso appena l’anta ed è saltellato subito fuori sul davanzale, con un balzello ha preso il volo per fermarsi sul cavo telefonico sopra la mia testa. Si è girato a guardarmi con la testolina storta, forse voleva salutarmi, e poi è ripartito con la sua vita, sparendo all’orizzonte.
Le temperature si erano già alzate un pochino ieri, ma oggi un sole tiepido invoglia anche me a scappare all’aperto. Una bella camminata, ecco cosa ci vorrebbe. Purtroppo con me ho solo gli stivali eleganti e un paio di scarpe sportive, poco adatte per la campagna. Però forse…
Apro la porticina del sottoscala e accendo la luce: qui ci sono tutte le calzature delle zie, i tacchi vertiginosi di zia Effa e gli zoccoli in legno di zia Mela. Cerco un po’ e trovo una scatola apparentemente nuova. All’interno un paio di scarponcini invernali con la suola intatta, solo un numero in più del mio piccolo trentasette. Con un paio di calzettoni di lana saranno perfetti. In mezzo alla velina ritrovo anche lo scontrino d’acquisto, dello scorso luglio. Non può essere! D’estate c’è un caldo africano in queste zone! Sorrido, perché questa è di sicuro un’idea di zia Effa, attenta e precisa in tutto.
Dopo essermi ben vestita e imbottita, apro la borsa per prendermi i guanti: i miei occhi cadono sulle due lettere che mi ha consegnato l’avvocato, le ultime parole delle mie zie scritte di loro pugno, ognuna a modo suo. Come al solito, quella che dice di meno è anche quella che mi colpisce di più.
“Sarò breve che Genoveffa si è dilungata oltre. L’ho vista scrivere ben tre fogli, figuriamoci.
Bambina mia, posso dirti solo una cosa: goditela! La vita è davvero troppo breve e va assaporata ogni istante,
anche quello più buio, perché è lì che compaiono al tuo fianco le persone meravigliose che ti riempiono l’esistenza.
Come tu sei stata per noi due. Un bacio. zia Carmela”
Con un sospiro, chiudo a chiave la porta e imbocco il vialetto in direzione del paese. Dall’altra parte della strada scorgo una tendina muoversi in fretta: avevo dimenticato che da queste parti la sorveglianza è molto stretta. Arrivata di buona lena nella piazzetta centrale, con la vecchia fontana ghiacciata, il mio naso rimane incantato dal profumo del pane caldo. Seguo la scia fino al piccolo fornaio nell’angolo.
Entrando, faccio suonare il campanellino appeso all’ingresso e un anziano un po’ arcigno seduto lì davanti mi chiede subito preoccupato: “Lei è un medico?”
“Ehm no, mi spiace.”
“Nonno, lascia stare la signorina!” gli fa eco l’uomo al bancone. “Scusi sa, non abbiamo più il medico condotto da un mese. L’ospedale comunque è ad una ventina di chilometri, ma…”
“Un paese non è un paese senza un medico!” sbotta l’altro, picchiando severo la punta del bastone a terra.

(continua…)

 

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Ieri sera mi sono addormentata tardissimo, ascoltando il gocciolio lento della grondaia e guardando un vecchio album trovato mentre facevo un po’ di ordine in salotto. Zia Mela aveva l’abitudine di scrivere tutte le date e i luoghi dietro le foto, così avevo potuto ripercorrere facilmente un pezzo della loro vita.
Non pensavo mi mancassero così tanto.
I loro sorrisi sono rimasti immutati in tutte quelle immagini, due anime affini che si erano trovate e compensate.  Amiche, non amanti, no: avevano semplicemente deciso che si poteva vivere felici anche senza uomini intorno. Anche se credo abbiano comunque avuto delle relazioni sentimentali in gioventù. Spesso, quando chiedevo loro qualche consiglio in merito, per le mie prime cotte e i miei primi baci, argomenti che evitavo con la mamma, ho scorto degli sguardi complici, parole mute cariche di emozioni che solo loro conoscevano. In fondo, avevano attraversato due guerre mondiali e magari i loro amori erano perduti sul campo di battaglia. Ma non mi sono mai permessa di fare domande curiose.
Ora devo decidere cosa farne di questa casa. Non ho molti motivi per tornare a Londra, pensandoci: in ufficio c’è aria di crisi e il lavoro non mi entusiasma più come un tempo. Con David poi sono tre mesi che non ci parliamo. Viviamo sotto lo stesso tetto, condividiamo la cena e il letto, ma siamo diventati due estranei assoluti. Ci metterà qualche giorno ad accorgersi che sono partita.
Questi invece sono i luoghi della mia infanzia, forse potrei ricominciare da qui. L’edificio è in buone condizioni, necessita solo di qualche piccolo lavoretto e un po’ di pulizia. La cosa buffa è che ho trovato la dispensa ben fornita. Sono trascorsi solo tre mesi da quando ci viveva qualcuno, ma il latte in frigorifero ha una produzione recente. Come se qualcuno mi stesse davvero aspettando.
Immersa nei miei pensieri, sento bussare alla porta principale e curiosa vado ad aprire.
Una giovane donna, con in mano un piccolo fagotto da cui si sprigiona un intenso aroma di mele calde, mi saluta cordiale.
“Salve, io sono Clotilde. Lei dev’essere Alice, vero?”
Di fronte ad una tazza di tè caldo e ad una fetta di torta appena sfornata, scopro che la vicina era stata incaricata dalle zie, sempre nel loro testamento, di preparare la camera da letto e la cucina per la settimana di Natale, ma di non toccare il resto della casa. Aveva anche tenuto acceso il riscaldamento e fatta la spesa.
Sorrido. Dopotutto, come potevano sapere le zie che sarei davvero venuta qui a passare le feste?
Magari erano davvero due fate e in questo momento i loro spiriti stanno ancora gironzolando qui intorno, ridendo di me.

(continua…)

 

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Questa mattina non mi sono svegliata alla suoneria del cellulare, che si è spento durante la notte perché ho dimenticato di metterlo in carica. E non mi ha destato nemmeno il sole che penetra dall’imposta male accostata. No, sono stata strappata al sonno dal chioccolare debole di un pettirosso in cerca d’aiuto sul mio davanzale.
E’ una giornata luminosa, ma anche tremendamente fredda. Il ghiaccio brilla sopra ogni cosa fuori in giardino. Quando lo prendo in mano, non so dire se l’uccellino trema più per la temperatura o per la paura.
Scendo giù in cucina e lo poso delicatamente su un asciugapiatti ripiegato. Vicino una coppetta d’acqua e qualche seme di miglio e avena dalla scatola di muesli che ho infilato in valigia per la mia colazione.
I termosifoni sono accesi, ma abbiamo entrambi bisogno del calore di un fuoco vero. Mentre armeggio col camino, sulla mensola scorgo tutte le foto delle zie negli ultimi anni, in molte ci sono anch’io a varie età e altezze.
Ricordo ancora il nostro primo incontro. Eravamo venuti ad abitare qui per il nuovo lavoro di mamma, dopo che papà ci aveva abbandonate per un’altra. Nella nuova scuola già il primo giorno i nuovi compagni di classe mi avevano spaventato dicendomi che vicino a noi vivevano delle streghe cattive, di quelle che mangiano i bambini, come con Hansel e Gretel. Mi dissero di stare attenta, a non farmi acchiappare.
Un pomeriggio stavo giocando con la palla nel nostro giardino sul retro, mentre mamma sistemava gli ultimi scatoloni del trasloco. Fu colpa mia: un movimento sbagliato e la palla attraversò la recinzione, finendo dritta dritta nel loro prato, troppo lontana perché potessi riprenderla sporgendomi dalla cancellata che ci separava. E nemmeno ci provai, non osavo avvicinarmi. Mi sedetti a terra a fissare la palla oramai perduta per sempre.
Mamma mi convinse ad andare insieme a conoscere le nuove vicine, anche lei in fondo era additata in paese come una poco di buono.
Avevo una paura folle, sia per me che per lei. Mi nascondevo dietro la sua sottana, tenendone stretto in pugno un lembo e cercando di strattonarla perché non avanzasse troppo. Temevo davvero il peggio di fronte a quella porta e il cuore mi si fermò quando sentii passi di zoccoli dall’altra parte.
Mi aspettavo due fattucchiere, col viso bitorzoluto e gli abiti stracciati. Ci aprirono due fate, vestite di rosa e azzurro, gli occhi sorridenti come stelle.

(continua…)

 

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La mia sveglia stamattina è un bussare leggero, seguito da un sussurro dietro la porta: “Nonno, nonno, i regali!”
Odio il Natale dei grandi quanto adoro il Natale dei piccoli. Ma pare non si possa avere l’uno senza l’altro.
Questo è anche il giorno in cui la mia Bettina mi manca di più, e allo stesso tempo la sento più vicina, in mezzo alle nostre chiacchiere e ai nostri sorrisi felici.
Ci vestiamo in fretta, i bambini ancora in pigiama, e scendiamo per la colazione, servita nella sala grande, vicino all’albero addobbato che custodisce i regali giunti nella notte. Antonio dice di aver fatto entrare personalmente Babbo Natale!
I gridolini dei bambini all’apertura di ogni pacchetto sono la misura perfetta del gradimento del dono ricevuto e Carletto e Mariolino sono entusiasti dei loro libri antichi. Mio figlio anche mi ringrazia, mia nuora un po’ meno, dovrò attendere la lettura credo. Al turno di Ishmael, guarda preoccupato l’enorme plico riconoscendo il logo della Repubblica Italiana. Sorrido per dargli coraggio. Apre la busta, estrae i documenti e si blocca. Vedo le sue pupille scorrere veloci sui fogli, incredule. Poi mi fissa, ammutolito, incapace di dare voce all’emozione che gli si è serrata in gola. Inizia a piangere sommesso e gli altri mi chiedono preoccupati. “Papà, ma che succede?” Ishmael è un immigrato regolare e il signor Gino gli ha anche già preparato il contratto di lavoro, me ne sono occupato io in gran segreto. Ecco, che succede.
Il mio amico non riesce ancora a parlare, però mi abbraccia fin quasi a stritolarmi.
Giunge anche la signora Rita. “Questo è per te, Pietro” e mi consegna un pacchetto con lo stesso adesivo della Libreria Antiquaria. Un libro. Di più, un libro di fantascienza: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.
“Si comincia da questo intanto. Sono certa che ti piacerà!”
Ma la sorpresa gliela faccio anch’io, con un altro pacchetto confezionato uguale, visto che su mia istruzione Ishmael è tornato da Alejandro ieri pomeriggio. Un altro libro, Il profeta di Gibran, che se pure l’ha già letto è bene rileggere ogni tanto. Arrossisce come una giovinetta e mi ringrazia con un abbraccio.
La colazione ce la siamo dimenticata tutti e passiamo direttamente al pranzo, insieme allo stesso tavolo. Complice il vino rosso e le bollicine dello spumante, al termine mi lascio trascinare in un breve giro di tango con Rita, mentre i bambini ci scimmiottano ridendo. E se restassi qui fino a Capodanno?
Mentre torniamo a sederci accaldati, scorgo Valentina rispondere al cellulare e scappare via dalla sala. Dopo qualche minuto accompagna un panciuto Babbo Natale in carne e ossa. “Oh oh oh, chi c’è qui? Buon Natale!”
Carletto gli corre incontro e gli salta in braccio, mentre Mariolino mi guarda confuso in cerca di spiegazioni.
Dal suo sacco, Babbo Natale prende un enorme pacco e dall’occhio strizzato di Valentina arguisco che è il mio pacco perduto!
“Allora bambini, questa è una consegna speciale! Perché il nonno in realtà si era dimenticato parte dei regali a casa e quindi io sono tornato per portarveli, eccoli qua!”
E chi lo batte più un nonno che conosce pure Babbo Natale di persona?

(Fine)

 

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Ciao Pietro, quest’anno sarebbero stati 90 anni, tondi tondi al 22 dicembre, e niente torta che tra tre giorni è Natale. Ci hai fatto un bello scherzo eh! Tutta una vita a dire che la zingara ti ha letto la mano e saresti vissuto fino ai 99 anni “e sei mesi, non uno di più”. E noi a crederci, fino all’ultima settimana, nonostante l’evidenza scientifica, che per energia e spirito eri inesauribile. Ti immagino lassù a lamentarti con gli angeli che ti hanno fregato tredici anni nel conto e sistemare gli ingranaggi del paradiso, ogni tanto anche quelli si bloccano. Non pensavo a te quanto ho iniziato questo racconto quest’estate, poi però mi hanno chiesto il nome di questo personaggio e c’è solo un lettore così accanito e così fintamente burbero che io abbia conosciuto. Fai il bravo e salutami Oriana. Chissà che discussioni interminabili vi farete! Buon Natale Pietro!

 

Valentina ha passato la serata al telefono ma a meno di recarsi personalmente nei magazzini a ricercare il pacco pare non vi sia modo di sbloccarlo. Alla fine accetto l’invito di Rita per uno shopping last minute d’emergenza. Non che mi dispiaccia, ma la fretta negli acquisti è cattiva consigliera, soprattutto per i libri.
Ishmael tenta pure di lasciarci andare soli con una scusa, un po’ torvo gli faccio notare che strade e marciapiedi sono particolarmente ghiacciati stamane e potremmo aver bisogno d’aiuto con pacchetti e pacchettini. Non è il momento per uscite galanti.
Rita ci attende nella hall sprizzante di gioia come una bimbetta. Appena fuori dall’albergo mi prende a braccetto con disinvoltura e mi trascina sul marciapiede in direzione del paese. “Sai Pietro, i libri non devono essere necessariamente nuovi. Ci sono libri antichi che hanno ancora molte emozioni da offrire!” Mi guarda così intensamente che non capisco se stiamo proprio parlando di libri. Dietro di noi Ishmael tossisce.
Svoltiamo per una vietta piuttosto buia, in fondo una vecchia insegna poco illuminata, Libreria Antiquaria. Apriamo la porta e un campanellino rivela il passaggio. Volumi accatastati ovunque e un odore di polvere secca. “Señora Rita buongiorno! Cosa posso fare per voi?” Ci accoglie un damerino piuttosto abbronzato, abbraccia la donna e simula un casquet. Alla mia espressione interdetta, mi rivelano che il señor Alejandro è anche insegnante di tango in un corso serale presso il nostro albergo.
Spieghiamo l’accaduto e recupero l’elenco dei libri perduti dall’agenda. Qui non ci sono nuove edizioni, ma almeno comprende i generi su cui mi ero orientato. “Bueno bueno…” Poi infila un corridoio lungo contornato di scaffali, gridando: “Prima i niños!” Dopo aver vagliato varie soluzioni, concordiamo per un volume originale delle fiabe dei fratelli Grimm, con illustrazioni ad acquerello, per Carletto. Notevole, dall’indice scopro che alcune mi sono ignote. Per Mariolino invece le grandi storie della mitologia greca, anche questo corredato di immagini di mostri e valorosi guerrieri, come piace a lui.
Per mia nuora la scelta si fa complicata. Alla fine Alejandro recupera i primi sei volumi della serie La Primula Rossa della baronessa Emma Orczy, romanticismo e spionaggio nella Rivoluzione Francese. Mi dice che è molto conosciuta all’estero, mentre in Italia la pubblicazione è ferma agli anni Sessanta, una chicca per intenditrici. Che se trovo il romanzo giusto, mia nuora si distrarrà dalla mia dieta.
Per mio figlio vado sul sicuro: tutti i romanzi di Agatha Christie con il sovrintendente Battle, sono certo abbia letto solo qualcuno con Hercule Poirot, questi gli mancano. Per Ishmael, beh, il regalo è ben custodito in un plico dentro la mia valigia, arrivato da Roma con raccomandata espressa ancora a metà dicembre, un piccolo miracolo che cambierà la sua vita.
Sistemati e infiocchettati tutti i pacchetti, riprendiamo la strada per l’hotel, alleggeriti dalla preoccupazione ma carichi di borse. Scendendo dal marciapiede per attraversare, Rita scivola col piede destro e cade letteralmente tra le mie braccia, con Ishmael che sogghigna alle mie spalle.

(continua…)

 

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Lo confesso: non ho molta voglia di leggere. Capita raramente di avere la costante presenza dei propri nipoti che quando succede ogni momento dovrebbe essere dedicato a loro, anche leggere insieme ma non solo. E nonostante qualche scricchiolio della mia schiena, ieri mi sono proprio divertito su quel slittino.
Alla reception dell’albergo ho trovato un depliant interessante, un parco giochi sulla neve per famiglie, nonni compresi. Abbiamo chiesto ad Antonio delucidazioni su come raggiungerlo ed eccoci tutti quanti sulla cabina della funivia diretti ancora più in alto, in un nuovo impianto sciistico dove è stata allestita quest’area attrezzata. Mentre io mi godo il paesaggio innevato che si apre ai nostri piedi, Ishmael fissa con terrore i cavi che ci trasportano e si aggrappa con fermezza al sedile. Il mare agitato della traversata da clandestino gli faceva meno paura.
Le urla dei miei nipoti dicono che siamo arrivati. E in men che non si dica, mi ritrovo seduto con Carletto su un gommoncino gonfiabile che scivola velocissimo lungo il pendio ruotando imprevedibile su sé stesso. I più coraggiosi mio figlio e Mariolino che le discese le fanno sdraiati a pancia in giù, sfidandosi in velocità. Per fortuna la risalita è su piccoli nastri trasportatori, altrimenti per me il diletto sarebbe breve. Pure mia nuora e Ishmael si lanciano nell’avventura della corsa. Che qui i grandi si divertono più dei piccoli.
Di ritorno per il pranzo, mi suona in tasca il grammofono, così Mariolino chiama il mio vetusto cellulare. Dalla libreria vicino casa, la signora Lisa tutta agitata mi spiega, scusandosi mille e mille volte, che il corriere a cui aveva affidato i miei regali due giorni fa per spedirli qui in montagna ha avuto un problema non ben chiaro, il pacco è stato confuso o addirittura smarrito, e di sicuro non arriverà in tempo per il giorno di Natale. Cerco di non farmi capire dai bambini, ma la situazione è grave, già è dura competere con le letterine a Babbo Natale, ma non ho visto librerie qui in zona per rimediare.
Il pomeriggio, spediti i ragazzi con la loro mamma a vedere la slitta con le renne – vere! – di passaggio in paese, nella sala di lettura con mio figlio utilizziamo il suo computer per verificare la tracciabilità del pacco e contattiamo il corriere, ricevendo solo risposte vane. Si avvicina la signora Rita, che avevo salutato entrando, distogliendola da intensa lettura. Forse un romanzo d’amore. “Scusatemi, non ho potuto fare a meno di ascoltare. E forse mia figlia vi può essere d’aiuto”. Scopriamo così che Valentina lavora in un’azienda di logistica dello stesso gruppo e, senza assicurare risultato, inizia a telefonare in vari uffici. Nel frattempo però occorre predisporre un piano alternativo. Il nonno non può mancare i regali.
Interviene sempre Rita, il volto radioso di un’idea emozionante: “Viene a fare spese con me domani, Pietro? Conosco un posto che le piacerà, ne sono certa.”
Ishmael se la ride sotto i baffi, che non ha.

(continua…)

 

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Mio figlio e mia nuora sono usciti presto per una lunga ciaspolata tra i boschi con la guida dell’albergo. Così oggi i bambini sono affidati a me e Ishmael, a conferma che il mio amico straniero ha conquistato anche la loro fiducia. E’ bastato lasciare che gli parlasse dei suoi libri preferiti, di quando insegnava, dei colori della sua terra, di sua moglie quand’era viva, dei suoi figli ancora laggiù, dei suoi progetti per il futuro. Per un attimo mi è sembrato di tornare indietro nel tempo e guardarmi allo specchio.
Stamattina la giornata è limpida con un sole spettacolare, nonostante sia molto freddo, ed è impossibile tenere al chiuso i ragazzi. Imbottiti a dovere, decidiamo quindi di andare fuori col slittino a sorvegliare le loro discese spericolate.
E alla fine ci salgo pure io.
Mariolino vuole assolutamente fare un giro col nonno, e con Ishmael che ci corre appresso per darci un soccorso in caso di ribaltamento, filiamo dritti dritti contro il cumulo di neve che avevamo preparato quale arrivo finale. Torniamo in albergo accaldati, stanchi, ma felici.
Il pomeriggio davanti al fuoco acceso, con Carletto addormentato in poltrona e Mariolino intento a sfidare un nuovo livello di non so quale gioco sul cellulare, Ishmael mi fa vedere che in albergo c’è una piccola libreria a libero scambio di libri. C’è un cartello appeso che spiega che chiunque può prendere un libro e portarselo via, o decidere di lasciarne qui uno suo per regalarlo agli altri lettori che arriveranno. Osserviamo i titoli, non proprio educativi, e mi capita tra le mani uno di quei romanzi Urania da edicola.
“Quello l’ho letto, davvero molto intenso. Glielo consiglio.” Dietro di noi compare la signora che giocava a carte ieri.
Fantascienza. Una donna della mia età che legge fantascienza. Perbacco, il mondo riesce ancora a stupirmi!
Non ho mai letto nulla di vagamente futuristico, non sono poi così portato per la tecnologia, lo dice anche Ishmael che ogni tanto deve sistemarmi il lettore elettronico con cui ho pasticciato e non trovo più i libri.
Però, quando ho accompagnato Mariolino a vedere quel film, Star Wars se non sbaglio, non è che mi fosse dispiaciuto poi così tanto.
Senza dimenticare le buone maniere, ci presentiamo alla nostra interlocutrice. Lei si chiama Rita ed è qui in vacanza con la figlia Valentina, reduce dal divorzio. Nei suoi occhi intravedo un velo di preoccupazione.
Cambiano le ambientazioni, cambiano le atmosfere, si evolvono le tecnologie, ma i problemi degli uomini rimangono sempre gli stessi. Anche nel futuro.

(continua…)

 

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