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Un altro Halloween, un altro racconto della storia di Liam e Caitlyn, il terzo di quella che sta diventando oramai una serie, contro ogni mia previsione. Se avete perso le puntate precedenti, le potere leggere qui: La storia di Liam e Caitlyn

 

Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.

 

Decisamente Liam si era perso, ma non capiva più in quale dei due mondi. Dall’ultima notte di Halloween, quella in cui aveva seriamente rischiato la vita e solo l’intervento di Caitlyn l’aveva salvato, aveva iniziato a vederla ovunque, anche di giorno.
All’inizio pensava di sognare ad occhi aperti, di immaginarla come doveva essere stata da viva, mentre passeggiava in centro, quando usciva da un negozio o saliva sull’autobus, vestita come le altre ragazze della sua età, un jeans e una maglietta, sorridente e leggiadra, i suoi capelli splendenti di luce dorata ai raggi del sole.
In fondo quando sei innamorato non fai che vedere l’oggetto del tuo sentimento ad ogni angolo di strada, cercandolo in ogni sconosciuta che stai osservando da lontano con il filtro dell’amore. Poi ti avvicini e l’incanto si scioglie miseramente alla vista recuperata, solo poche volte di fronte a te compare proprio colei che desideri.
Un briciolo di razionalità ricordava invece a Liam che no, non era possibile che quella fosse davvero Caitlyn tornata dal regno dei morti. Anche se la vedeva toccare gli altri passanti, ringraziare la commessa quando le dava la busta con gli acquisti o indispettirsi con il conducente per il ritardo mentre gli porgeva il biglietto.
Le allucinazioni si susseguivano anche la notte, quando il sonno inquieto lo svegliava sudato e ansimante nella penombra della sua camera da letto. Caitlyn lo attendeva lì vicino, vestita del suo abito bianco macchiato, uscita dagli stessi incubi di morte e sangue che l’avevano disturbato. Seduta sulla poltrona o in piedi davanti alla finestra, pallidamente illuminata dal lontano lampione della strada, lo osservava con aria mesta. Cercava di consolarlo con un sussurro. “Dormi Liam, va tutto bene, stai tranquillo.”
Altre volte si avvicinava preoccupata a lui senza dire nulla, per poi svanire in un battito di ciglia quando Liam allungava una mano per toccarla. Difficilmente riusciva a riaddormentarsi, attendeva l’alba fissando il vuoto.
Gli studi al college stavano rallentando a causa di questa sua ossessione, concentrarsi sui libri e sugli esami diventava difficile con la mente stanca e provata dalla situazione. Aveva anche provato a stordirsi di alcool e canne insieme al suo compagno di stanza al campus, peggiorando il risultato con visioni notturne ancora più evanescenti.
Quando poteva, si prendeva una pausa dalle lezioni, riempiva la valigia e tornava in famiglia per il weekend.
Questa volta era stato lo stesso professor Haynes, il suo tutore nonché grande amico del suo defunto nonno, a spedirlo a casa preoccupato per la sua salute. “Stai andando bene ragazzo, non ti rovinare la carriera proprio adesso. Concediti più tempo.”
Rivedere il posto dove si erano incontrati e conosciuti, la città dov’era vissuta, la collina dov’era sepolta, dove il suo spirito forse ancora dimorava lo rendeva terribilmente triste. Lì poi le allucinazioni si susseguivano continue e sembravano molto più reali.
Tuttavia ogni tanto sentiva il bisogno di tornare a casa, un richiamo irresistibile.
Come se solo in quel luogo il suo cuore fosse davvero vicino a quello dei lei.

 

Il gorgoglio arrabbiato dello stomaco lo ridestò da un sonno profondo. Con fatica emerse dalle coperte per guardare il led dell’orologio lì a fianco. Le cifre erano completamente sballate: è vero che non ricordava molto del viaggio in auto, soprattutto dopo quella dormita da oltretomba senza tormenti, ma gli sembrava di essere tornato a casa alla stessa ora. Scostò la tenda leggera e scrutò i colori all’esterno, che stavano scurendo piano piano. O stava scendendo la notte, e lui aveva dormito davvero pochissimo, o nuvole cariche di pioggia stavano ricoprendo il cielo.
Si trascinò fuori dal letto alla ricerca del cellulare, ancora sepolto dentro lo zaino. Lo trovò defunto, nemmeno si accendeva.
Lo collegò al connettore di carica sopra la scrivania. Fece una veloce puntata al bagno: lo specchio per la prima volta gli restituì una faccia abbastanza riposata, le occhiaie erano diminuite. Si cambiò e scese per la colazione. O la cena.
“Buongiorno!” Sua madre stava bevendo il tè davanti ad una rivista femminile. “Hai fame?”
“Uhm” mugugnò Liam, aprendo il frigorifero.
“Se vuoi ci sono dei pancake fatti stamattina.”
Li trovò, e anche lo sciroppo d’acero. Li mise a scaldare e versò anche per sé una tazza di tè bollente.
“Perché non mi hai svegliato prima?”
“Perché quando sei arrivato ieri sera avevi un’aria stravolta, pallido come un fantasma.”
Alla parola fantasma, Liam sentì un brivido rizzargli i capelli sulla nuca.
Coperse i pancake del liquido ambrato e iniziò a mangiare con foga.
“E quella barba? Che novità è?”
Liam si strinse nelle spalle. Non aveva fatto in tempo a radersi per un paio di lezioni del mattino presto, e poi non gliene era più importato nulla. L’aveva lasciata crescere.
“Non ti starebbe nemmeno male, ma dovresti tenerla più curata.” Sua madre sospirò.
Girò un’altra pagina della rivista, osservandolo di sottecchi.
“Quanto ti fermi questa volta?”
“Il professore ha detto che posso rimanere anche un mese, due se salto la prima sessione e vado direttamente alla seconda, ma non lo so. Vedremo.”
“Sei in anticipo sugli esami, non possiamo pretendere di più. Vogliamo solo che tu stia bene.”
Liam afferrò il giornale sul tavolo per troncare la conversazione.
In prima pagina si analizzavano le strane circostanze delle morti di giovani adolescenti dell’ultimo trimestre. Riconobbe un nome tra quelli citati. “Ma Lee Shrugg, il figlio del proprietario del negozio di scarpe vicino al municipio?”
“Proprio lui.”
“Beh, non aveva tutte le rotelle a posto…”
“Liam!”
“Si, lo so, detto da me fa proprio ridere.” Lo doveva riconoscere: visto da fuori era un caso patologico pure lui. “No mamma, quello se ne andava in giro con l’accendino e minacciava di dare fuoco alla gente, anche con i clienti alla cassa. Certo, finire così però, bruciato dentro l’auto. Strano scherzo del destino.”
“Uhm, pare siano tutti suicidi, incidenti volutamente provocati. Nessun indizio però su cosa li abbia spinti a tanto. Nessun motivo apparente.”
“Per quanto stupido me lo ricordi, Lee non si sarebbe tolto la vita.” Liam scosse la testa scettico.
“L’ultimo era il nipote di una mia buona cliente. Mi sto occupando della sua attività, fatturazione, assistenza fiscale, perché la famiglia è distrutta… Non aveva dato alcun segno. La polizia brancola nel buio.”
Sua madre gli posò la mano sull’avambraccio, fissandolo negli occhi.
“Non farmi scherzi Liam, davvero. Se ci sono problemi, parliamone.”
“Nessun problema, tranquilla mamma.” Cercò il suo miglior sorriso, anche se era parecchio fuori allenamento. Da un paio di mesi almeno.
Se solo avesse saputo.

 

La tranquillità durò ben poco. Aveva cercato di non uscire di casa, di rilassarsi nella quiete casalinga tra televisione e fumetti, per evitare le strane apparizioni diurne, finché anche quelle notturne gli concedevano tregua.
Ma doveva passare al supermercato per conto di sua madre, e perché buona parte del frigorifero l’aveva svuotata lui, e poi al magazzino di elettronica del suo amico Joen per un saluto. Lo trovò che stava spostando le nuove lavatrici da mettere in vendita.
“Ehi fratello, come stai?” Si abbracciarono con una pacca sulla spalla.
“Bene, tu?”
“Insomma. Sono inchiodato qui da quando mio padre si è fratturato il piede. Sono indietro di due esami, ma poteva andare peggio. La sera quando rientro a casa, mia madre e mia sorella sono isteriche. Non le invidio. Il vecchio è già insopportabile quando si muove e lavora, figurati adesso inchiodato alla poltrona a lamentarsi tutto il giorno.”
“Eh già, vedo che te la passi proprio male…” gli rispose Liam spostando lo sguardo verso una giovane commessa che stava mostrando l’ultimo modello di iphone ad un signore di mezza età, molto più interessato alla sua procace scollatura.
“Nah, è mia cugina.”
“Che peccato!” esclamò Liam ridendo.
“Lo so” rispose Joen a denti stretti. “Ma la mandano qui perché così la tengo d’occhio dopo scuola. Mio zio è preoccupato per tutti quegli strani incidenti tra i ragazzi in questo ultimo periodo. E’ convinto sia un nuovo tipo di droga che stanno provando qui in zona.”
“Ah si, ne ho letto sui giornali. Sembrano tutti suicidi voluti però.”
“Non lo sanno. E finché non trovano qualcosa di concreto, tutti hanno paura di tutto. Diavolo e fantasmi compresi.”
I fantasmi non sono cattivi, avrebbe voluto ribattere Liam, ne conosco uno molto carino.
“Comunque se vuoi venire anche tu qui, ad aiutarmi come baby sitter… Credo di potermi fidare” aggiunse Joen ammiccando.
Liam spostò nuovamente la vista sulla ragazza, china su un basso ripiano alla ricerca di qualcosa per il cliente, che intanto osservava attento il suo posteriore. “Uhm, non dovresti. Ma no, grazie. Sono pure un pessimo venditore!”
Mezz’ora più tardi, fermo in auto al semaforo rosso, stava scorrendo le ultime notifiche sul cellulare, quando qualcosa sullo sfondo del suo campo visivo attrasse la sua attenzione. Una chioma bionda splendente tra i passanti sulle strisce pedonali.
Si bloccò, tornò a cercarla, era sull’altro marciapiede. La ragazza si voltò per salutare un’amica e Liam la riconobbe, la sua Caitlyn.
Allo scattare del verde, cambiò bruscamente direzione svoltando a sinistra e innervosendo l’automobilista dietro di lui. Cercò velocemente un posto dove parcheggiare, adocchiando in continuazione gli spostamenti della capigliatura dorata lungo la via.
Questa volta non doveva farsela scappare, era deciso ad andare fino in fondo.
Lasciò l’auto nel primo varco disponibile e si lanciò all’inseguimento della sua preda, cercando di confondersi tra le altre persone. Non voleva raggiungerla, ma solo sapere dove andava, scoprire chi, o cosa, fosse.
Quasi si sentisse osservata, si girò di colpo e Liam non fece in tempo a voltarsi o nascondersi dietro uno dei lampioni.
Si guardarono per un secondo, poi lei iniziò a correre stringendo con forza la borsa a tracolla. Alla fine del viale con un balzo salì sull’autobus poco prima che le porte si chiudessero.
L’aveva persa, di nuovo.
Sconsolato, tornò indietro alla sua auto. Un foglietto sventolava sul parabrezza, fermato dal tergicristalli.
Una multa, perfetto! Non vengono mai da queste parti, oggi invece si. Grande!
Alla fine decise di recarsi in quel luogo che stava evitando da un po’. Si fermò dal fiorista per prendere un mazzo di rose bianche fresche, candide e immacolate. Varcò il cancello e percorse il viottolo per arrivare da lei, davanti alla sua lapide.
“Non mi sto divertendo Caitlyn. Davvero, se almeno mi vuoi un po’ di bene, aiutami a capire.”
Sistemò i fiori sul vaso, togliendo delle vecchie margherite. Chissà cosa pensavano i famigliari di quelle rose bianche lasciate da uno sconosciuto sulla tomba della figlia.
A volte veniva qui e il primo pensiero era di riservarsi un posto qui accanto a lei, invece che nella cripta di famiglia dall’altra parte del cimitero. C’era spazio lì sulla collina e c’era anche una bella vista. Non l’avrebbe lasciata sola. E il nonno non si sarebbe dispiaciuto della sua assenza.
Quella stessa notte tornò ad avere strani incubi. Erano insieme, distesi sull’erba all’imbrunire e si stavano baciando. Baci ardenti, le mani che non smettevano di toccarsi, accarezzarsi. I corpi che ansimanti chiedevano di più. Lei che gli tirava i capelli con passione, lui che esplorava il profumo dei suoi seni, per poi scendere giù verso il basso. Ma qualcosa di caldo e umido gli si appiccicava al viso. Scostandosi si vedeva le mani sporche di sangue e Caitlyn svaniva in una larga pozza rossa.
Si svegliò di soprassalto, mettendosi seduto nel letto. Respirò a fondo, gli sembrava di non avere abbastanza ossigeno in corpo.
Vide Caitlyn in un angolo della sua camera, con la testa china al pavimento. La sentì solo sussurrare.
“Liam, smettila di torturarti. Lasciati andare.”
Ma lasciarsi andare a che cosa?

 

Un trillo lontano lo fece riemergere da un sonno finalmente quieto che l’aveva accolto alle prime luci dell’alba. Liam estrasse la testa da sotto il cuscino per capire da dove provenisse il suono. Era il campanello di casa, ma sua madre e John erano già al lavoro da un pezzo. Sbuffò, non aveva proprio voglia di alzarsi dopo l’ennesima notte agitata. E’ importante, gli disse una vocina nella testa.
S’infilò i pantaloni della tuta e la felpa recuperata dalla valigia ancora disfatta sul pavimento e scese al pian terreno incespicando sui propri piedi. Agli ultimi scalini si ritrovò con un tonfo con il sedere per terra, adesso ben sveglio.
“Accidenti…” Il campanello trillava senza tregua. “Arrivo! Per la miseria!”
Anche se fosse stato del tutto vigile, non sarebbe mai stato preparato a ciò che vide aprendo la porta: Caitlyn, nella sua allucinazione diurna, jeans sdruciti al ginocchio, un paio di converse rosse, una maglietta scura e un giubbottino di finta pelle.
Lo stupore e il panico colsero entrambi. Il timido sorriso che Liam aveva scorto per un attimo si gelò sul viso della ragazza.
Osservandola attentamente così da vicino poté notare piccole differenze: i suoi capelli erano leggermente più scuri, con una lieve sfumatura di rame. Anche gli occhi non erano dell’intenso azzurro cobalto di quelli di Caitlyn, ma grigi con qualche striatura cerulea. E non ne era sicuro, ma sembrava anche un paio di centimetri più bassa.
“Tu non sei Caitlyn…” Per la prima volta si sentì solo.
Lei indietreggiò di un passo intimorita.
“Scusa, non volevo spaventarti, davvero.” Se non era Caitlyn, le assomigliava però moltissimo.
“No… è tutto a posto. Ehm… tu sei Liam?”
“Si, sono io. Chi sei?” Era davvero curioso adesso.
“Mi chiamo Lize. Lize Adair, sono la sorella minore di Caitlyn.”
Che stupido! Aveva due sorelle più piccole, lei glielo aveva detto. Perché non ci aveva mai pensato?
“Io ho trovato questo a casa pochi giorni fa.” Gli porse un giornale spiegazzato, con al centro una scritta con un pennarello rosso: “Cerca Liam Runnels”.
La guardò aspettando ulteriori dettagli. Chi poteva mai averla messa sulla sua strada?
“Io… lo so che mi darai della pazza, ma questa è la scrittura di mia sorella. Non c’è una spiegazione logica, lo so bene, continuo a ripetermelo da giorni. Eppure questa”, e indicò il foglio tra le mani di Liam, “è proprio lei!”
Ah, ecco. Se sei un fantasma e hai bisogno di comunicare qualcosa di urgente, senza farlo apparire vecchio, l’unica maniera è scriverlo su un quotidiano, con data e ora stampate.
“Non ne capivo il senso, fino a quando non hai aperto la porta. E sei proprio tu… scusa se sono scappata tutte le volte che mi trovati in città, ma mi facevi paura. Sai com’è morta mia sorella?”
Solo in quel momento comprese l’assurdità del proprio comportamento. Era proprio uno stupido! Sua sorella era morta dopo essere stata rapita e violentata da un perfetto sconosciuto. Per forza quando la chiamava, Lize era scappata ogni volta. Che idiota.
“Mi spiace, non volevo spaventarti. Da lontano sembravi proprio lei. Credevo di vedere… un fantasma.”
“Conoscevi bene Caitlyn?” Lize si riavvicinò di pochi centimetri, segno che era tranquilla ora.
Conosco Caitlyn, avrebbe voluto rispondere. Per lui era più viva che mai. Si limitò invece ad un cenno del capo silenzioso.
“Eri… il suo ragazzo?”
Preso alla sprovvista, Liam si sentì avvampare fino alla radice dei capelli. “No, no.”
“Però ti piaceva” concluse Lize con un largo sorriso.
Caspita, quanto le assomiglia. La maniera in cui muove le labbra è la stessa, pensò lui con una fitta al cuore.
Guardò nuovamente il quotidiano che teneva tra le mani. “Forse voleva che tu mi cercassi per scoprire che non sono un pericolo per te.”
“Allora tu mi credi? Che quella è la scrittura di Caitlyn?”
“Oh si, su questo ti credo.”
Lei era ancora qui, cercava di comunicare con loro. Le allucinazioni diurne avevano trovato un senso, forse anche quelle notturne non erano uno scherzo della sua mente. Voleva davvero crederci. Doveva sempre attendere Halloween per poterla incontrare di nuovo? Sperava proprio di no.

 

Erano le due di notte, c’era un silenzio assoluto sia fuori che dentro casa e Liam disteso a letto stava ancora leggendo alla pallida luce della lampada sopra la mensola. Aveva fatto scorta di fumetti e riviste nell’edicola del signor Jones ed era intenzionato a rimanere sveglio. Per la verità, la stava aspettando. Non aveva nessuna certezza che sarebbe comparsa, eppure una vocina nella testa gli diceva che sarebbe arrivata. Quella scritta sul giornale era una prova importante per lui.
Sorrise quando chino sul bordo del letto per prendere un altro fumetto dal pavimento si ritrovò a fissare l’orlo del suo vestito bianco.
Non dubitò nemmeno per un istante che lei fosse davvero lì. Profumava di Iris, come la prima volta che si erano visti.
E quando allungò il braccio per toccarla, sotto la sua mano lei era solida più che mai.
Si abbracciarono a lungo, senza proferire nessuna parola. Per un po’ comunicarono solo con lievi carezze, le dita che scorrevano sopra il tessuto fine dell’abito candido o giocavano con i bottoni della sua camicia blu, sospiri soffocati tra i suoi capelli biondi o nascosti nell’incavo del suo collo.
La sentì ridacchiare mentre strofinava delicata il suo naso sulla sua barba ispida.
“E questa cos’è?” gli chiese all’orecchio.
“E’ colpa tua…”
Si scostò da lui e lo guardò divertita. “Colpa mia?”
“Certo, non mi fai dormire per tutta la notte da un bel po’ di tempo, e al mattino sono sempre stanco e di fretta!”
“Mi spiace…” lo accarezzò di nuovo sulla guancia. “Non sono io a portarti gli incubi. Ma sono sempre stata qui, cercando di calmarti. E’ che tu non mi stavi ad ascoltare. E mi sembrava di fare peggio.”
“Non credevo che tu fossi davvero qui, non in una notte qualunque. Senza che fosse Halloween intendo.”
“Oh, ad Halloween è più semplice perché le persone sono ben disposte ad entrare in contatto con noi. Ma gli spiriti sono sempre presenti intorno agli umani.”
Per un attimo Liam ripensò a suo nonno, che diceva di vedere la sua defunta moglie tutte le sere. L’avevano chiamato pazzo, a quanto pare non lo era affatto. Solo molto innamorato, questo lo ricordava bene.
“Era stata Lize a mettermi fuori strada. Ero convinto di avere allucinazioni anche di giorno.”
“Non puoi vedermi di giorno.”
“E perché mai?”
“La morte è una lunga notte per me. Così io sono visibile solo nel buio. Però ti sono sempre vicina Liam, in ogni momento. Sei tu che non riesci a vedermi.”
“Come mai questa sera la tua gonna è completamente pulita, senza macchie, senza sangue?” le chiese curioso.
Sebbene pallida come al solito, vide un lieve accenno di rossore salirle sulle guance.
“Immagino che sia così che tu voglia guardarmi…”
“Quindi, ricapitolando, se io voglio, e dovrei essere un cretino a non volerlo, posso vederti tutte le notti, e averti qui accanto con me, fino all’alba?”
“Finché sarò uno spirito si, anche se non posso sempre essere… materiale.”
“Ho vinto la lotteria!” La strinse forte al petto. Quanto sarebbe potuta durare? Improvvisamente gli vennero in mente le questioni in sospeso.
“Lize, perché l’hai mandata da me? Cosa succede? L’ultima volta in ospedale, quando mi hai detto “noi abbiamo bisogno di te”, ti stavi riferendo a lei, vero?”
“Si, sono molto preoccupata per mia sorella. Di tutta la famiglia, è quella che ha accettato di meno la mia morte. Eravamo molto legate, anche se litigavamo spesso. E ora nella mia stessa scuola molti la scambiano per me, lei ne soffre. Ha anche paura che le succeda qualcosa di simile, a come sono morta io.”
“Capisco. Devo dirglielo, Caitlyn? Che io ti vedo, intendo.”
“Non lo so. Forse la spaventerebbe troppo, e lei ha bisogno di un amico, una persona di cui fidarsi. Per questo l’ho mandata da te.”
“Ok, resterà ancora il nostro segreto dunque.” Sbadigliò, improvvisamente molto stanco.
“Devi dormire. Tanto io resterò qui.” Si distesero, continuando a rimanere abbracciati.
Lui finalmente sereno chiuse gli occhi, certo che l’avrebbe ritrovata la sera seguente.
“Liam? Mi fai un altro favore?”
“Si?”
“Tagliati quella barba…”
Si addormentò con un sorriso, beato tra le braccia del suo fantasma preferito.

 

Si erano dati appuntamento ad un café nella zona pedonale. Avevano scelto un locale in pieno centro, perché stare in mezzo alla gente li avrebbe tranquillizzati rispetto all’argomento inverosimile che li accomunava.
“Perché volevi vedermi? Hai scoperto qualcosa?” gli chiese Lize mentre toglieva parte della schiuma dal suo cappuccino per assaporarla.
“No, nessuna novità. Volevo solo parlare con te. Magari così potrò capire quella scritta sul giornale, come posso aiutarti. Se è di aiuto che hai bisogno.” Stava mentendo, ma a fin di bene. Certo non poteva raccontarle la notte appena trascorsa.
“Aiuto? A meno che tu non riesca a resuscitare i morti, non credo tu possa aiutarmi, no.” Sospirò mesta, continuando a mescolare quello che era oramai un banale caffelatte sulla tazza.
Nemmeno immagini quanto vorrei avere quel potere, pensò Liam. Una vita intera alla luce del giorno, invece che una mezza vita al calar delle tenebre. Rigirò il bicchiere della sua coca cola facendo tintinnare il ghiaccio.
“Io credo… Forse voleva solo che io venissi da te e farti vedere che non sono lei.”
“Può essere, ma è anche vero che prima o poi ti avrei raggiunto. E da vicino mi sarei accorto subito che non le somigli poi molto.”
“Davvero non le somiglio?” Lize lo guardò negli occhi stavolta, sbigottita.
“No, affatto.”
“Oh” Lei tornò a fissare un punto indistinto lungo il viale fuori dalla vetrina.
Diamine Liam, se è una ragazza insicura, le stai proprio facendo un gran bene, complimenti! Cercò di rimediare in qualche modo.
“Non voglio dire che tu non sia carina, ecco… ma ho bene impresso il suo viso, non so nemmeno io come, e siete differenti. La statura, i capelli, il colore degli occhi.”
Lize arrossì imbarazzata.
Calò il silenzio tra di loro, ognuno immerso nei propri ricordi con la persona che più gli mancava.
Fu Liam a spezzare l’incantesimo. “Credo piuttosto che lei ti abbia scritto di cercarmi perché è preoccupata di qualcosa, e lei si fida di me. Si fidava, di me.”
“Non capisco però perché IO dovrei fidarmi di te!” disse in tono acido, alzando un po’ troppo la voce. Alcuni presenti girarono la testa verso il loro tavolo risentiti.
Liam la osservò stupito, non si aspettava una reazione così, un cambio repentino d’umore. Era sempre così quieta.
“Scusa…”
“Non importa.”
“Sono un po’ tesa. I miei genitori mi stanno mandando da uno strizzacervelli. Ho fatto la stupidaggine di dirgli che c’era uno che mi inseguiva per la città chiamandomi Caitlyn, e non ci hanno creduto. Mania di persecuzione, disturbo post-traumatico.”
“Mi spiace.” Altro che aiuto, l’aveva messa nei casini!
“E adesso sono ancora più assillanti con questa storia dei suicidi. Io non voglio ammazzarmi. Io vorrei solo riavere mia sorella…” Una piccola lacrima scivolò via veloce per fermarsi sullo zigomo.
“Sono preoccupati per te. Hanno già perso una figlia, non ne vogliono perdere un’altra.”
“Non capiscono un CAZZO!” La sua voce bassa era impregnata di cattiveria.
La coca cola andò di traverso a Liam. Ma che cavolo? No, la ragazza non sta affatto bene. Purtroppo aveva ragione Caitlyn a preoccuparsi.
“Scusa ancora.” Chinò il capo affranta. “A volte mi lascio prendere dalla rabbia.”
Prese la sua mano, immobile sopra il tavolo, sulla sua per rincuorarla.
“Lize, stai tranquilla. E’ un brutto periodo, ma passerà. So quello che dico, è successo anche a me, con la morte di mio padre. Avevo solo dieci anni.” Non è che sia passata del tutto, per la verità, pensò tra sé. Ma al momento altri pensieri affollavano la sua mente.
Lei trasse un lungo respiro, e con l’altra mano si tolse quella lacrima, prima che altre decidessero di raggiungerla.
“Sappi comunque che i genitori non capiscono un cazzo per tutta la vita” continuò lui. “Mia madre è ancora oggi assillante con me e lo sarà probabilmente fino alla tomba. I genitori sono fatti così.”
Lize sorrise a quella battuta. Uno di quei larghi sorrisi che le illuminavano gli occhi, allo stesso modo di Caitlyn, osservò Liam.
Ma non disse niente.

 

Una sera però Caitlyn si presentò con una novità.
“Liam, c’è qualcuno che deve parlarti. E’ qui fuori, in giardino. Dice di sapere cosa succede in città. E’ uno dei morti suicidi.”
“Un altro spirito che vuole il mio aiuto… Non può entrare?”
“Se non lo inviti tu, no.”
“Ma non erano i vampiri quelli?” Liam cercò il giubbino sotto la catasta di vestiti ammonticchiata in un angolo.
Caitlyn alzo le spalle, ridendo divertita. “C’è sempre un po’ di confusione in queste cose. E non conosco vampiri a cui chiederlo.”
“Eccomi, sono pronto. Consulente medianico al vostro servizio.”
“Ti sei tagliato la barba eh?” Gli passò una mano vellutata sulla guancia liscia.
“Già, è un periodo in cui dormo particolarmente bene, anche se dormo di meno.” Le strizzò l’occhio di rimando.
Lui prese le scale, lei attraversò il pavimento. Un brivido gli percorse la schiena scrutandola scendere fluttuante dal soffitto mentre lui arrivava all’ultimo scalino. No, non si sarebbe mai abituato a questo. Per fortuna sua madre e John dormivano, anche se probabilmente non potevano nemmeno vederla. Solo il loro legame era così forte.
Sul prato, appoggiato ad uno dei faggi che proteggevano la casa, c’era un giovane ragazzo in pigiama.
Ma la cosa che colpiva maggiormente era lo squarcio sanguinolento sul suo collo. Doveva essere Ian Green, l’adolescente che avevano trovato morto impiccato nella soffitta di casa. Anche qui non erano stati trovati motivi validi per quel gesto.
“Mi devi aiutare a trovarlo” gli chiese supplicante.
“Il tuo assassino?”
“No, il mio psicologo.”
Liam guardò Caitlyn. “Stiamo scherzando?!” Lei gli lanciò un’occhiataccia, per farlo stare zitto.
“E’ lui che mi ha indotto al suicidio, e non credo di essere l’unico. Credo ci sia lui dietro la scia mortale di questi ultimi mesi.”
“Se lo troviamo, non solo salveremo altri innocenti, ma anche Lize avrà un problema di meno” spiegò Caitlyn. “E a me interessa solo questo.”
Liam annuì, sarebbe stato un bel sollievo per tutti. “Hai detto psicologo, di cosa si occupa? Ha una specializzazione?”
“Adolescenti problematici, ragazzi disagiati, con problemi famigliari o di personalità.”
“E tu perché ci andavi? Se posso chiedere…”
“Ero gay.”
“Non lo sei più?” chiese Liam sconcertato.
“Ora sono morto…” gli rispose piccato il giovane Ian.
“Ah, si, giusto. Scusami. A volte dimentico davvero che… Scusa ancora.” E tu non sai più dove sei, diceva il nonno.
“Quindi… andavi da uno psicologo per problemi in famiglia? Non accettavano la tua condizione?”
“Si, mi ci ha costretto mio padre. Si vergognava. Ha anche nascosto questo particolare alla polizia, per evitare lo scandalo.”
“E secondo te come ha fatto questo medico a indurti al suicidio? Farmaci?”
“No, non prendevo nessuna medicina. Solo sedute di psicoterapia, di cui ricordo anche poco.”
Liam sbuffò. Non c’erano molti elementi su cui basare un’accusa. Nè come risolvere questo rompicapo.
“Ti giuro che non volevo morire. Volevo andarmene il prima possibile da questa città di merda, appena avessi finito l’ultimo anno, il prossimo giugno. Avevo già trovato un lavoro nella ditta di alcuni amici. Era tutto pronto!” Ian nascose il viso tra le mani e si mise a singhiozzare disperato.
Caitlyn si avvicinò per consolarlo. Poi si rivolse a Liam. “I ricordi sono ingarbugliati all’inizio. Ci vuole tempo perché riaffiorino tutti, soprattutto quelli del trapasso. Lui però, come me, può sentire il suo assassino.”
Liam rifletté per qualche istante. “Ok, allora possiamo rintracciarlo? Ian, riusciresti a portarci da lui? Al suo studio magari?”
Il ragazzo ci pensò su, vagando con i pensieri nei frammenti della sua vita passata. “Si, so dov’è. L’indirizzo e come arrivarci. Seguitemi.”
Camminò volando e in un paio di secondi era già due miglia più avanti.
Liam guardò Caitlyn un po’ spaventato. “Bene. E’ meglio se prendo l’auto. Tu tienilo d’occhio.”

 

Il cielo minacciava pioggia da un momento all’altro. Rombi di tuono si chiamavano da un angolo all’altro della vallata. Ogni tanto un lampo squarciava le nubi dense sopra le loro testa. Seguendo le indicazioni di Ian, spesso confuse, giunsero ad un quartiere commerciale della zona ovest. Negozi e uffici erano immersi nel buio della chiusura notturna. Solo qualche luce d’emergenza illuminava il piazzale, qualche vetrina e le entrate degli edifici.
“E’ qui, non so esattamente dove però.” Ian ispezionava i vari ingressi, cercando di ricordare quale avesse percorso solo poche settimane prima.
“Leggiamo le targhette dei citofoni, quanti psicologi ci potranno mai essere qui?” Liam si avvicinò all’androne principale e iniziò a scorrere le etichette ai campanelli.
“Eccolo!” esclamò Caitlyn che esaminava un’altra fila. “Blaine Prescott, psichiatra e neuropsichiatra. Non ce ne sono altri. E’ per forza lui.”
“Come facciamo ad entrare?” chiese Ian esitante.
“Oh, nessun problema. Porto sempre con me il mio grimaldello personale. Caitlyn?” La invitò con un inchino verso la porta blindata.
Ridacchiando, lei l’attraversò senza problemi. Uno scatto dall’interno aprì poi il pesante portone.
Finché salirono le scale, Liam le chiese a bassa voce: “Ma lui non riesce a passare attraverso le cose, come te?”
“Si che può” gli sussurrò lei. “Non ci ha ancora provato perché ancora non ha accettato la sua nuova condizione.”
Beh certo, pensò Liam. Come gli umani, neppure i fantasmi avevano il libretto d’istruzioni per quella vita non-vita.
Ugualmente entrarono nello studio medico al secondo piano.
“Riconosco il luogo. Io sedevo qui.” Ian indicò un divanetto verde, di fronte ad una poltrona di pelle marrone. “Che cosa cerchiamo?”
“Non lo so. I suoi appunti? Ci sarà un fascicolo delle sedute, immagino.” Liam aprì le ante di un enorme armadio in mogano.
All’interno uno schedario ordinato, con tutte le cartelline in ordine alfabetico. Non ci mise molto a trovare quella di Ian.
“Vediamo, ci sarà qualcosa.” La aprì sulla scrivania lì vicino, Caitlyn al suo fianco per leggerla assieme a lui.
“Uhm, qui dice che le tue erano sedute di ipnosi.”
“Può essere, non lo so” ammise Ian con voce stanca.
Caitlyn posò una mano sulla spalla di Liam. “E se l’avesse ipnotizzato anche per costringerlo a suicidarsi?”
“E’ possibile.”
Ian lanciò un urlo improvviso. “Lui era lì, ora lo vedo! Era lì vicino a me il bastardo! L’avevo fatto entrare io in casa, per giunta! I miei erano fuori ad una cena di lavoro. Mi ha preparato lui la corda appesa alla trave della soffitta!”
“Ma perché? E’ questo che non comprendo. Che interesse ne ha?” si domandò Liam.
“Il male non ha sempre bisogno di una spiegazione…” gli rispose Caitlyn riluttante.
Qualcosa sopra quella scrivania attrasse l’attenzione di Liam: un foglietto colorato rimovibile sopra un plico di cartelline simili, con scritta a penna la data di quel giorno e un orario, non più di mezz’ora fa.
Sovrappensiero sollevo il foglietto per leggere il nome dell’assistito sul fascicolo sottostante. Il cuore gli si gelò di colpo.
“Oh cazzo! Lize! Questa è la sua cartella! E’ una sua paziente!”
Caitlyn osservò con orrore quello stesso foglietto. “Stasera? Che succede stasera?!”
“Non lo so.” Aprì il dossier e scorse tutti i fogli con furia. C’erano le relazioni di ogni appuntamento, anche per lei sedute di ipnosi. Gli appunti sulla morte di Caitlyn, sulla mania persecutoria di essere seguita da un uomo, sulla paura di finire vittima di uno stupro come la sorella, sulla sua mancanza di identità personale, il cui sviluppo era fermo a causa del lutto.
E poi una considerazione finale, che suonava alquanto dubbia: “Da terminare”.
“Non mi piace, non mi piace per niente…” Caitlyn lo guardò disperata.
Liam annuì. “Dobbiamo trovare Lize, subito!”

 

Pioveva a dirotto ora e Liam faticava a seguire la strada con l’auto a quella velocità. Ma non voleva assolutamente rallentare, la vita di Lize era in pericolo. Correvano lungo la statale che portava fuori dalla città, il leggera discesa dalla collina.
“Il suo cellulare è spento, al telefono di casa non mi risponde nessuno. Sei sicuro che stiamo andando nella direzione giusta?” chiese ad Ian seduto dietro nell’abitacolo.
“Si, io sento la presenza del dottor Prescott, ci stiamo avvicinando. E non sarà molto distante da lei, vorrà vederla quando…” Lasciò la frase in sospeso, conscio della sofferenza negli occhi di Caitlyn.
All’improvviso le luci anteriori illuminarono un ostacolo al centro della carreggiata. Liam spinse a fondo il pedale del freno, e contemporaneamente suonò il clacson a più riprese. Non sarebbe riuscito a fermarsi in tempo, non col fondale così bagnato e le gomme datate. Iniziò a sbandare proprio per la perdita di aderenza. Man mano che si avvicinavano, l’oggetto prendeva la fisionomia di un essere umano, finché Caitlyn non urlò con terrore. “E’ Lize! Fermati!”
“Oh cazzo…”
Liam non poté far altro che sterzare tutto a destra, per tentare di passarle di fianco, ma perse il controllo dei veicolo.
Da quella parte il pendio digradava veloce verso il greto del torrente. L’auto sfondò il guard rail e si lanciò in una folle corsa giù verso la valle.
“Come mio padre…”
Per la prima volta dopo tanto tempo sentì proprio la voce di suo padre giungere da lontano. “Si Liam, ho dovuto scegliere la cosa giusta. Non volevo lasciarti solo, mi spiace. Però non potevo ammazzare un innocente. Voi non l’avete trovata, ma io quella sera ho evitato di investire una bambina piccola, scappata di casa. Anche tu hai fatto la cosa giusta.”
E’ così che doveva finire dunque? Era arrivata la sua ora? Guardò Caitlyn per l’ultima volta.
Pochi istanti e l’impatto fu devastante. Uno schianto di lamiere e alberi, finiti poi con fragore sulle rocce che costeggiavano le acque rese torbide dalla pioggia scosciante.
Liam avvertì un dolore acuto, buio e poi una luce accecante. Provò una strana sensazione, come se tutte le sue molecole si disgregassero nel nulla, per poi ricompattarsi in un formicolio. Si risvegliò disteso a terra, tra le braccia di Caitlyn.
“Cosa diamine era quello??” Batté più volte le palpebre, faticando a mettere a fuoco.
“Ti ho fatto passare nel regno dei morti e poi di nuovo in quello dei vivi. Era l’unico modo per salvarti.”
Sospirò atterrito. Questo era davvero troppo. “Ok… me lo spiegherai un’altra volta. Non c’è tempo per le questioni filosofiche.”
Si alzò in piedi, le gambe ancora tremanti dallo spavento, ma incredibilmente sollevato di essere ancora vivo.
“Ma dov’è Lize?!”

 

Risalirono il pendio e uscirono dalla vegetazione: la strada era deserta, nessuna traccia della ragazza. Anche Ian si era volatilizzato nel nulla. La pioggia scendeva meno copiosa ora e si potevano distinguere sull’asfalto i segni scuri della durissima frenata dell’auto.
Chiamarono Lize a gran voce, ma nessuna risposta o rumore.
“Se è sotto ipnosi, non ci darà comunque ascolto” disse Caitlyn.
“Dobbiamo trovarla, io vado a nord, era rivolta da quella parte. Tu vai a sud, non si sa mai che abbia cambiato direzione. Il primo che la trova…” Già, come potevano comunicare a distanza?
“Se la trovi, io lo saprò e tornerò indietro. Se invece la trovo io, tornerò comunque indietro a prenderti.”
Liam annuì, cercando di non pensare al viaggio interdimensionale di poco prima.
Si separarono. Liam iniziò a correre, nonostante il fisico affaticato. Svoltato il primo tornante, la vide in lontananza, un miglio più avanti. Continuava a camminare lungo la statale, in centro alla carreggiata, seguendo la linea tratteggiata nel mezzo. Ciondolava stancamente, come se fosse trascinata da un’energia superiore.
Caitlyn comparve al suo fianco.
“Come facciamo Liam?”
“La sollevo di peso, se necessario. Muoviamoci!”
Dal fondo della statale più a valle comparvero i potenti fanali e le luci perimetrali di un autocarro. Il rimorchio doveva essere vuoto, perché correva per oltre il limite di velocità. Non si sarebbe fermato e nemmeno poteva sterzare per evitarla, non ce l’avrebbe fatta.
“Cristo!” Liam correva a perdifiato per raggiungerla, ma non sarebbe mai giunto in tempo. “Caitlyn fa qualcosa!”
“Non posso… è mia sorella. Non ci riesco con lei!” Lo guardò atterrita e poi sparì. La rivide vicino a Lize che cercava in tutte le maniere di ottenere la sua attenzione, di spingerla fuori dalla traiettoria del veicolo in arrivo. La sorella era insensibile sia alla voce che alla forza di Caitlyn. Nulla sembrava spostarla dal proprio intento mortale.
L’articolato aveva suonato le trombe un paio di volte, ma Lize proseguiva incurante per il suo percorso.
All’ultimo secondo, ricomparve il fantasma di Ian che si avvinghiò alla ragazza, trascinandola a terra sul ciglio della strada.
Quando finalmente Liam li raggiunse, c’era solo il corpo di Lize, rannicchiata e bagnata fradicia. Ma tutta intera.
“Lize, tutto bene?” Le toccò una spalla delicatamente.
“Non sono Lize…” La voce baritonale che gli rispose era quella di Ian, decisamente incazzato. Gli occhi di Lize rivolti all’indietro e la bocca contratta in un ghigno diabolico.
Oh cazzo, peggio del film L’esorcista! “Ma che cavolo Ian!”
“Era l’unica maniera per bloccare l’ipnosi.” Si rialzò in piedi.
“Ah si, ti credo. Ora per cortesia, vuoi lasciarla libera?”
“No, mi serve. Devo vendicarmi!”
“Non puoi impossessarti del corpo di mia sorella. Lei è innocente. Vattene!” gridò Caitlyn disperata.
“Lasciala andare Ian!” Liam cercò di strattonarlo, ma non poteva colpirlo.
Non poteva colpire lei.

 

“Prescott! Lo so che sei qui. Non puoi nasconderti. Sento il tuo odore, putrida feccia.”
Ian vagava tra la strada e la vegetazione limitrofa. Sradicava alberi, sollevava massi e li lanciava all’interno del bosco. Aveva una forza sovrumana, ma era il corpo di Lize quello che stava usando. “Esci fuori, canaglia!”
Liam cercava di impedirglielo, ma era inamovibile come un enorme blocco d’acciaio.
Caitlyn gli svolazzava intorno, cercando di scacciare lo spirito invasore e salvare sua sorella. Ian la colpiva forte e la scaraventava lontana. Lei imperterrita tornava all’attacco, ma ogni tentativo era vano.
“Ma perché cavolo Lize non si sveglia?” chiese Liam esasperato.
“E’ ancora sotto ipnosi. Solo chi l’ha provocata, può riportarla al presente…” gli rispose Caitlyn con voce stanca.
Finché Ian sparì nel buio della boscaglia e ne ritornò fuori trascinando a terra un uomo per il bavero della giacca.
“Il dottor Prescott, presumo.” Era un omuncolo basso e grassoccio, piuttosto insignificante nell’aspetto. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo responsabile di quella strage di innocenti, pensò Liam. “Risvegli Lize, se vuole salva la vita.”
“Chi sei tu? E cosa è successo alla ragazza?” Il medico fissò incredulo la sua paziente che lo guardava con gli occhi vuoti e la bocca contratta in una smorfia.
“Io sono Ian, Ian Green, ti ricordi? Il ragazzo che hai fatto impiccare nella sua soffitta di casa.”
“Non è possibile…” L’uomo strisciò all’indietro, impaurito.
“Oh si che lo è. I morti tornano indietro a pareggiare i conti, non lo sapevi?”
“Io non ho fatto niente…”
“Come osi? Mi hai costretto a morire. Io non volevo morire!” Ian urlò con tutta la sua rabbia.
“No, non sono stato io… ” rispose il dottore con convinzione. “Hai fatto tutto da solo. Al mondo sopravvivono solo i più forti, sei tu che hai deciso di toglierti la vita. Perché sei un debole. Perché sapevi che avresti avuto una vita difficile. Non volevi affrontarla. E allora meglio così, il mondo non ha bisogno di te!” concluse con un sibilo.
“E neanche di te!” Ian afferrò l’uomo e iniziò a colpirlo. L’altro cercò di difendersi contro quella furia implacabile.
Liam li seguiva da vicino, incapace di intervenire.
Giunsero terribilmente vicino al guard rail nel punto panoramico, a strapiombo sulla parete ripida della collina. In un urlo, Ian si lanciò giù portandosi dietro il suo assassino.
Liam riuscì ad afferrare Lize per un braccio e a trattenerla aggrappandosi ad un ramo lì vicino, mentre gli altri due, spirito e carne, rotolarono giù. Si sentirono solo le grida di aiuto del medico. Poi un tonfo sordo mise fine a quella battaglia. In un mugolio dolorante, Lize si destò allora dal suo lungo sonno. Si ritrovò abbracciata a Liam, in bilico su quella fronda precaria che spuntava dalla roccia. Sotto di loro il nulla.
Liam fece forza su quell’appiglio per aiutarla a risalire sulla strada.
Stava per muoversi di lì anche lui, quando il ramo cedette all’improvviso.
“Oddio! Liaaaaaaam!” Le grida di Caitlyn si persero nel vuoto.
Lize era svenuta incurante della tragedia.

 

Il pulsare del suo cuore era amplificato dal sonoro dell’elettrocardiogramma vicino al letto. Non sentiva dolore, e nemmeno l’odore di disinfettante che in genere gli dava la nausea. Lontano un rumore di zoccoli degli infermieri in corsia. Aprì gli occhi debolmente. Liam riconobbe la scarna stanza dell’ospedale.
“Accidenti, di nuovo qui…”
“Come ti senti?” Caitlyn era seduta sul letto, allungò una mano verso la sua.
“Sto bene.” Liam chiuse gli occhi sospirando. Come l’avrebbe spiegata stavolta ai suoi?
“Davvero stai bene?” La sua voce sembrava alquanto divertita.
“Si, tutto sommato si, credevo peggio… sono volato giù per una scarpata e non sento nulla. Devono avermi imbottito di farmaci.”
Caitlyn si lasciò andare ad una risata sommessa.
“Che hai da ridere?” Liam riaprì gli occhi alquanto offeso. In fondo al letto però vide quattro piedi, due vicini e due più distanziati. Sbatté più volte le palpebre, temendo un problema alla vista, ma i quattro piedi erano ancora lì. Provò a muoverli, ma solo due agitavano le loro punte.
“Ma? Cosa?” Continuava a muovere le gambe, per lo meno questo era quello che comandava al suo cervello. Ma quelle che si spostavano erano sopra le lenzuola, ancora macchiate del fango e dell’erba della boscaglia. Si guardò le mani: un paio rimasero ancorate al materasso, infilzate dagli aghi della flebo e del sensore del monitor. Quelle che osservava erano un altro paio, leggermente trasparenti. “Sono morto?”
“No, non sei morto. Sei nel limbo, la tua anima è indecisa tra la vita e la morte.”
Ci pensò solo un lunghissimo secondo. “Beh, io so cosa voglio…”
La attirò verso di sé in un lungo bacio, diverso da tutti quelli che si erano concessi finora. Fra spiriti funzionava meglio.
“Ti devo chiedere un favore, Liam.”
“Uhm…” La baciò nuovamente. Erano finalmente della stessa sostanza.
“Non era questo il favore che volevo…” sorrise scostandosi da lui. “Devi rimanere per proteggere Lize.” Questa volta era seria.
Sapeva che doveva farlo, se teneva a Caitlyn. Prima ancora di risponderle, sentì l’anima ancorarsi di nuovo al corpo con uno schianto profondo, una caduta all’indietro della sua anima. E iniziò a sentire un dolore lancinante alle costole e all’anca. Le fasciature strette gli mozzavano il respiro e i movimenti. No, non stava mica tanto bene.
Sbuffò sofferente. “Quasi quasi era meglio morire…”
Caitlyn si sdraiò al suo fianco, leggera come una nuvola. Lui girò la testa per poterla guardare in viso.
“Mi prometti che le starai vicino? Almeno finché non sarà fuori pericolo.”
Liam annuì appena. “Lei è come te. Eppure è diversa da te.”
“Lo so.” Lei abbassò gli occhi e continuò a voce più bassa. “Non te ne vorrò Liam se sceglierai lei, ancora viva.”
Un velo di malinconia attraversava quelle parole, una lotta tra due amori distinti, quello fraterno e quello del cuore.
“Dio Caitlyn, perché non ci siamo conosciuti prima?!”
Lo strinse improvvisamente, così forte che gemette per il dolore.
Piano piano poi lo lasciò, si era dissolta tra le sue braccia. Del suo passaggio rimaneva solo l’intenso profumo di Iris.
Un nuovo giorno era iniziato là fuori.
Questa volta però si sarebbero rivisti al tramonto.

 

Lize gli aveva chiesto di accompagnarla alla tomba di sua sorella, appena si fosse rimesso.
In ospedale Liam ci era rimasto solo una settimana, il tempo di accertarsi di avere solo due costole incrinate e di dover portare un busto ortopedico per almeno un mese.
La polizia gli aveva fatto solo un paio di domande sull’accaduto. Aveva raccontato di essere preoccupato per la ragazza e che la stava cercando in giro per la città, ma di averla incontrata su quella strada per puro caso. Nessuno dubitò di quella versione.
“Avevano già prove sufficienti per chiudere l’indagine” gli stava spiegando Lize. “Mio padre aveva installato delle videocamere di sicurezza, senza dirmi nulla. Sulle registrazioni si vede il signor Prescott arrivare a casa, io che gli apro la porta e poi lo seguo senza oppormi. Però non ricordo proprio nulla di quella notte.”
“Ti aveva ipnotizzato. Faceva così con tutte le sue vittime.”
“Hanno trovato che tutti gli ultimi suicidi erano merito suo. Tutti suoi pazienti, con problemi diversi.” Era ancora visibilmente molto scossa da quella vicenda.
“Avrei potuto morire quella notte…” Iniziò a piangere e singhiozzare.
“Vieni qui.” Liam l’abbracciò, per quanto il busto gli consentisse. “Va tutto bene. E’ finita, davvero. Non devi più avere paura di nulla.”
“Mi hai salvato la vita.”
Lui scosse la testa, negando. “Caitlyn ti ha salvato, lo ha fatto anche con me.” E stava proprio dicendo la verità.
Si asciugò le lacrime, respirando a fondo.
“Tu credi che lei sia qui intorno?” gli chiese.
“Beh, qualcuno l’ha messa quella scritta sul giornale. E io credo… che l’amore, qualsiasi tipo d’amore, non si possa spezzare con la morte.”
“Si, mi piace pensarlo.” Si chinò per mettere nel vaso il nuovo mazzo di rose bianche al posto di quelle oramai appassite.
La foto sorridente di Caitlyn nella lapide sembrava splendere più che mai.
“Dimenticavo! Ho una cosa per te. L’ho trovato a casa.” Rimestò nella sua borsa a tracolla e ci tirò fuori un pesante quaderno rilegato in pelle color pervinca.
“E’ il diario di Caitlyn. Ricordo che cercavo sempre di rubarglielo per leggerlo. Ho rimesso a posto la mia stanza e l’ho trovato. Quella furbacchiona l’aveva nascosto proprio in camera mia!” Sorrise divertita.
Liam la guardò con aria interrogativa mentre glielo consegnava.
“Lei… scriveva di te.”
Guardò stupefatto l’oggetto tra le sue mani, senza osare aprirlo.
“Cosa poteva mai scrivere di me?!”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

Note:

Nemmeno questo racconto è conclusivo della storia, non me ne vogliate. Quando ho scritto il primo pezzo credevo di terminare lì, nonostante qualche lettrice mi avesse chiesto un proseguo. L’anno seguente però, nello stesso periodo ai primi freddi, hanno iniziato a vorticarmi in testa alcune immagini e la sensazione che questi due meritassero una seconda occasione. Eh, io sono una fanatica delle seconde occasioni! Mentre scrivevo il secondo racconto, iniziava a delinearsi un altro personaggio, Lize, la sorella di Caitlyn, e ho lasciato da parte un po’ di appunti per questo terzo racconto e probabilmente pure un quarto. In realtà non so più dire dove mi porteranno questi due, li lascio andare a briglia sciolta e vediamo cosa ne verrà fuori. Un po’ di ispirazione mi arriva dalle canzoni dei Seether, i quali secondo me non sarebbero nemmeno tanto contenti di saperlo! L’assenza di zucchero nella mia dieta ha fatto sì che tutto lo zucchero finisse dentro questa storia! Altro che horror! 😀
Non li ritengo nemmeno i migliori racconti che ho scritto, il linguaggio è semplice, c’è parecchio dialogo, il carattere dei personaggi andrebbe approfondito, sicuramente manca un editing professionale (i poveri beta lettori si lasciano così prendere dalle vicende che i refusi me li devo trovare da sola, a volte anche l’anno successivo!) Ma è questo il punto: io mi diverto a scriverli e loro si divertono a leggerli. Nulla di più.

 

Avevo deciso che avrei ucciso mio marito. Lo amavo troppo.
Oh, non ero gelosa e per la verità non me ne aveva nemmeno mai dato motivo: mai uno sguardo fuori posto verso le altre donne, nessun profumo sui suoi vestiti che non fosse esclusivamente il mio, mai un contrasto o un litigio che offuscasse la nostra vita coniugale.
Ero una moglie davvero fortunata, non avrei potuto trovare un marito migliore e così devoto.
Per questo avevo così paura di perderlo da un momento all’altro. Un incidente d’auto, una rapina finita male, una malattia improvvisa potevano rovinare il nostro dolce idillio e io come avrei potuto gestire tutto quel dolore? Così i miei giorni si consumavano nell’ansia, da quando lo vedevo partire al mattino verso il lavoro in città, a quando mi telefonava durante la pausa pranzo per rassicurarmi che tutto andava bene, a quando rientrava per cena la sera, lungo la tortuosa statale che lo riportava tra le mie braccia.
Vendeva polizze, sulla casa, sulla professione, sulla vita. I suoi clienti erano per lo più imprenditori e negozianti, che dovevano proteggere famiglie e aziende dagli imprevisti del futuro. Era molto bravo e potevamo condurre un’esistenza agiata: una villetta in collina, un’automobile ciascuno, una settimana sulla neve e quindici giorni di villeggiatura sulla costa ogni anno. Nessun lusso ma non ci mancava nulla, davvero.
Avrei anche potuto permettermi di non lavorare, ma avevo accettato di occuparmi della signora Cecilia Thompson, l’anziana vicina che abitava un paio di miglia più a nord sulla nostra stessa strada. Se il tempo lo consentiva la raggiungevo a piedi, tranne quando me ne andavo in paese a far provviste per entrambi. Sorda e ostinata non voleva saperne di vivere con i figli nella capitale. Io invece non riuscivo a immaginare la mia vita da vedova solitaria in questa zona sperduta. Non fosse stato per mio marito Alfred non ci sarei mai venuta.
Ma lo amavo troppo e questo era il nostro piccolo paradiso. E piuttosto che vivere in continua attesa di una catastrofe sul nostro amore, avrei stabilito io dove e quando ci saremmo detti addio. Ora dovevo solo decidere come lo avrei ucciso.

 

La nostra ultima giornata insieme iniziò normalmente con la colazione al primo mattino, anche se avevo preparato di buon ora il ciambellone alle more che gli piaceva tanto. Con tanto amore.
“Martha, è sublime come sempre!” esclamò tagliandosene un’altra fetta.
Sorrisi compiaciuta.
“Quest’oggi devo vedere il signor Pruit. Spero proprio di poter chiudere il contratto con lui. E’ una cifra considerevole in commissioni…” Guardava il soffitto perso nei propri calcoli.
“Sono certa che andrà bene” dissi.
“Se così sarà, verrai a pesca con me domenica?”
“No, ma ti preparerò un altro ciambellone da portarti appresso. Io ti aspetterò qui al ritorno.” Ci provava sempre, ma io proprio non capivo come gli uomini potessero passare ore immobili in attesa di un pesce.
“Non dimenticarti le tue pastiglie caro…”
Gliele porsi. “Ecco, tieni. Mentre queste sono le mie.”
Alfred aveva un lieve scompenso cardiaco, dovuto alla pressione alta, un difetto ereditato dal padre.
Al contrario io avevo bisogno delle vitamine e del ginseng per avere la forza di affrontare le mie paure e non finire immobile in poltrona a fissare il vuoto.
“Grazie tesoro!” Le ingoiò bevendo il succo d’arancia. Si alzò dalla sedia, prese sottobraccio il suo giornale del giorno prima e mi salutò con un bacio.
“Ci vediamo stasera.”
Lo avrei ricordato per sempre così.

 

Non è facile per una donna uccidere un uomo senza lasciare tracce, ancora meno il proprio marito, perché in questi casi il primo sospettato è lo stesso coniuge. Per questo non avevo tralasciato nessun dettaglio.
Recuperai il cellulare di mio marito dal cassetto dove l’avevo nascosto. Alfred non controlla mai la sua valigetta prima di uscire.
Poco dopo le nove, mi chiamò dal suo ufficio.
“Martha, ho di nuovo dimenticato il telefonino a casa, vero?”
“Si caro, l’ho appena trovato. E’ qui sul mobile in ingresso.”
“Scusami. Ti dispiace accenderlo e rispondere se qualcuno mi cerca? Io ti richiamo più tardi, appena ho terminato gli appuntamenti della mattinata.”
“Certo caro, non preoccuparti. Nel caso dico di cercarti in ufficio nel pomeriggio.”
“Ti adoro.”
“Anch’io.” Chiusi la conversazione sulla linea fissa e lascia il suo cellulare lì dove stava, spento. Non era il caso di informare il gestore della rete dei movimenti di mio marito quel giorno.
Presi la mia auto e mi recai giù in paese per qualche commissione. Pagai la bolletta della corrente elettrica per la signora Thompson all’ufficio postale e acquistai il pane fresco per entrambi. Quando passai davanti al negozio caccia e pesca di Jimmy mi venne in mente che stavo dimenticando l’elemento più importante.
Al banco non trovai il solito sorriso sornione di Jimmy, il poveretto stava passando tutto l’inverno a letto con un fastidioso problema all’anca. Ad accogliermi fu una giovane donna, sicuramente la sorella che aveva temporaneamente sospeso gli studi all’università per aiutarlo con gli affari.
Avevo sentito dire dal panettiere che da quando c’era lei le vendite erano addirittura triplicate. Cacciatori e pescatori non s’erano mai dati tanto da fare. Era in effetti molto più appariscente di come me l’aveva descritta Alfred…
“Buongiorno, cosa posso servirle?”
“Veleno” dissi dando sostanza ai miei pensieri. “Veleno per topi.”
“Dunque, di solito funziona bene questo…” Si spostò di due scaffali prendendo un barattolo. “Ecco.”
“No, questo l’abbiamo già provato senza risultato. Sono topi belli grossi” dissi con convinzione. “Ratti che stanno infestando la legnaia della mia vicina.”
“Uhm, non si potrebbe perché questo è davvero pericoloso… ma è il più potente che abbiamo.” Aprì un armadietto e ne estrasse una scatolina di latta. “Ne basta poco, deve usare guanti e mascherina, mi raccomando!”
“Certo, se ne occuperà mio marito nel fine settimana. Metta pure in conto a Alfred Wesson.”
La scatolina le cadde rumorosamente sul pavimento e si chinò per raccoglierla.
Quanto tornò in piedi, era arrossita in volto. “Mi scusi.”
Passò il codice a barre sul lettore per registrare l’acquisto.
“Così lei è la moglie di Alfred? Gli dica che sono arrivate le nuove esche, quelle che aveva ordinato.”
Mi consegnò la busta di carta con la merce.
“Certo, non mancherò.”
Magari dopo che sarà morto, pensai.

 

“Ciao Judy. Sei in ritardo oggi.”
La voce della signora Thompson giunse lamentosa dal salottino.
“Ciao mamma, un po’ di traffico.”
Non era una buona giornata quando mi scambiava per la figlia, ma avevo imparato che era inutile tentare di ricordarle chi ero. Molto più salutare per tutti recitare la parte. Se ne stava seduta sulla sua poltrona di fronte alla finestra, ancora in vestaglia. Passava lì quasi tutte le sue giornate. In rari casi mi chiedeva di accompagnarla a passeggiare nei dintorni. Doveva esserci un bel sole e l’aria tiepida, altrimenti non c’era modo di convincerla ad uscire.
“Sento il profumo del pane caldo.” Mi sorrise infantile.
Presi una pagnotta dal sacchetto e gliela misi in grembo. La aprì e iniziò a mangiarne solo la mollica, come i bambini. La felicità semplice negli occhi.
L’indomani si sarebbe lamentata di aver avuto solo croste per cena e me ne avrebbe data la colpa. Quando c’erano, le compravo solo morbidi panini al latte, i suoi preferiti. Le portavo anche della marmellata di lamponi, quest’anno era stata una stagione ricca per i nostri boschi e ne avevo preparata in gran quantità.
“Ho preso anche il veleno per i topi” dissi mentre le riordinavo la cucina.
“Quali topi?” parlò a bocca piena. “Non ci sono topi qui…”
“Nella legnaia.”
“Quale legnaia? Judy, noi non abbiamo una legnaia! Cosa ce ne faremmo di una legnaia qui in città, in pieno centro poi? Non essere ridicola!”
Ecco come si riduce una donna per amore. Sospirai e uscii per andare al capanno, per organizzare la dolce morte dei topi che prima o poi sarebbero arrivati in dispensa. Non era colpa sua, la signora Thompson non soffriva di demenza senile. Aveva perso la memoria logorandosi in attesa del marito. Era scappato con i soldi e un’altra donna, e lei preferiva non ricordarselo. Io invece volevo conservare intatti e immacolati i miei bei ricordi.
Proprio come la dispensa.

 

Stavo preparando il ripieno del mio celebre polpettone di pollo, con l’aggiunta del mio ingrediente segreto, quando suonò il telefono di casa. Corsi velocemente all’apparecchio all’ingresso per rispondere, sperando fosse Alfred. Era in ritardo di mezz’ora, forse un cliente l’aveva trattenuto più del dovuto.
“Ciao tesoro, com’è andata la tua giornata?”
“Abbastanza bene. La signora Thompson oggi era un po’ smemorata, così ho pranzato con lei, per assicurarmi non si dimenticasse anche di mangiare.”
“Hai fatto bene. C’è stata qualche chiamata al mio telefonino?”
“No caro, è rimasto muto per tutta la mattina. Ma ho l’impressione che ci sia poco segnale oggi. Magari il temporale dell’altra notte ha danneggiato nuovamente l’antenna della zona.” Osservai il cellulare ancora spento davanti a me. L’avrei acceso solo al suo rientro, quando avrei sentito l’auto giungere nel vialetto.
“Com’è andata col signor Pruit? Sei riuscito a convincerlo sull’assicurazione?”
“Purtroppo no.” Sospirò affranto prima di proseguire. “Vuole altro tempo per valutare le mie condizioni. E presumo anche altre polizze della concorrenza.”
“Mi spiace tanto caro. Se ti consola, sto preparando il tuo polpettone preferito per questa sera.”
“Oh, bontà di donna! Grazie, ne ho proprio bisogno. Ho un cerchio alla testa da stamattina. E quel tuo polpettone resuscita i morti.”
Questo non lo farà, pensai amaramente.
“Ti devo solo chiedere un favore: puoi rientrare prima? Oggi la caldaia non funziona bene, non riesco ad avere l’acqua calda. Sono andata a vedere il pannello, mi sembra tutto a posto, ma sai che non capisco nulla di queste cose. E l’ultima volta ho chiamato il tecnico per nulla, gli è bastato girare una manopola.”
“Certo cara, tanto pensavo anch’io di terminare un paio di pratiche e poi partire. Sono davvero stanco oggi.”
Lo salutai e tornai a preparare la cena. Tutto il resto era già pronto.
Quando rientrò dal lavoro, aveva l’aria visibilmente sconvolta, il viso contrito dal dolore fisico, ma non mi negò il solito sorriso e un bacio sulla guancia.
“Possiamo lasciare la caldaia per dopo? Ho una fame tremenda.”
Avevo già apparecchiato per noi due e il polpettone era in caldo nel forno, in attesa.
Lo portai in tavola e glielo affidai. Se ne porzionò una bella fetta dalla teglia e se la mise nel piatto. Si protese verso il mio posto, ma negai con il capo.
“Non mangi nulla tesoro?”
“No caro, ho un po’ di mal di stomaco stasera. Mangia pure tu. Io mi farò una tisana più tardi.”
“Oh, mi dispiace tanto. Ha un profumo così delizioso…”
Non resistette a lungo con la forchetta in aria. Gustò a lungo il primo boccone, ad occhi chiusi.
“Delizioso davvero…”

 

Era stata una faticaccia.
Sollevarlo e caricarlo sul carrello per le piante. Poi sollevarlo nuovamente e sederlo in auto, dal lato del passeggero.
Guidare all’imbrunire a luci spente, perché nessuno da lontano potesse vedere il bagliore attraverso il bosco.
E poi sollevarlo una terza volta, spostarlo sul sedile del guidatore.
Sedermici sopra, accendere l’auto e lasciarla andare lentamente ma senza controllo lungo la discesa, diretta verso il letto del torrente. Proprio come avevo visto fare in quel film del venerdì sera, non ricordo il titolo.
Giunta oramai in velocità sul ponte l’auto non fece fatica a rompere le vecchie barriere arrugginite. Avevamo chiesto più volte all’amministrazione di metterle in sicurezza, adesso se ne sarebbero convinti. Fu un bel tonfo in acqua, il fiume in quel periodo era in piena. L’auto proseguì la sua corsa sobbalzando tra le rocce, diretta a valle. L’ultimo viaggio del mio amore eterno.
Tornai indietro a piedi, senza nemmeno usare la torcia che mi ero portata appresso. Conoscevo così bene oramai la strada e una fioca luna apparve a illuminare il mio cammino.
A casa sistemai la tavola, il suo piatto divenne il mio, dove avevo mangiato quella sera in attesa di mio marito in ritardo.
Mi feci una doccia e mi cambiai completamente, per essere certa di non avere tracce di qualsiasi natura addosso.
Alle undici finalmente chiamai il vicino distretto di polizia. Casualmente mi rispose Walter, uno degli amici di pesca di Alfred.
Non dovetti fingere di essere agitata, perché in fondo lo ero davvero. Non capitava tutti i giorni di ammazzare il proprio marito.
Dissi solo che ero preoccupata, perché non era rientrato, aveva dimenticato il cellulare e non sapevo dove fosse.
“Martha, sono sicura non sia accaduto nulla di grave. Sai che noi dobbiamo attendere almeno ventiquattr’ore prima di far scattare l’allarme e le ricerche. Aspettiamo ancora qualche ora. Poi ti assicuro che esco personalmente a cercarlo.”
Richiamai alle tre e la mancanza di sonno mi fece apparire molto più che spaventata.
“Ok, chiamo un paio di ragazzi e andiamo a controllare la strada, fin giù all’ufficio dove lavora.”
Stavo sonnecchiando sul divano, senza realmente dormire, quando bussarono alla porta alle cinque del mattino.
“L’abbiamo trovato Martha.” Il suo sguardo severo e mortificato non aveva bisogno di spiegazioni.
Mi abbandonai al dolore, finalmente.

 

Tornarono l’indomani nel pomeriggio, per accompagnarmi in centrale per il riconoscimento del corpo.
Mentre stavo salendo gli scalini dell’entrata, mi passò accanto la sorella di Jimmy che stava uscendo e per un attimo mi fissò. Uno sguardo feroce, che non poteva però nascondere due occhi rossi quanto i miei.
Aveva pianto, molto e disperatamente. Mi chiesi per chi. Era forse successo qualcosa di brutto anche al fratello?
Sentii anche che portava il mio stesso profumo, quello speciale che Alfred aveva fatto confezionare per me. Non lo avevo spruzzato quella mattina, presa da mille pensieri per gli ultimi accadimenti. E ora lo distinguevo chiaramente anche se sapevo che era impossibile: quella fragranza era unica. Forse la stanchezza di quei giorni mi stava presentando il conto.
Mi fecero vedere Alfred, disteso in un lettino e coperto da un lenzuolo, solo per qualche secondo: il viso rivelava una serenità che non gli avevo mai visto in vita.
Davanti alla scrivania, l’ispettore mi fece poi qualche domanda.
“L’auto recuperata dal fiume non presenta segni di altra collisione se non con il parapetto del ponte. E sull’asfalto non ci sono segni di frenata. C’erano motivi che ti lasciano pensare ad un suicidio Martha? Aveva problemi col lavoro?”
“No, lo escluderei. Era stressato si, ma stava molto meglio da quando ci siamo trasferiti qui.”
“Problemi finanziari?”
“Non credo, no. So solo che aveva messo via del denaro per il nostro futuro, degli investimenti sicuri diceva. Ma non conosco i particolari. In banca comunque non siamo mai stati scoperti, che io sappia.”
“Problemi di salute? Stiamo cercando il suo medico di riferimento, ma è fuori città per un convegno.”
“Prendeva le pastiglie per la pressione alta, problemi cardiovascolari congeniti. Ma era sotto controllo per questo.”
“Beh, procederemo all’autopsia nei prossimi giorni, per accertare le cause effettive del decesso. Un malore alla guida o magari”, e mi guardò fisso negli occhi, “qualche sostanza letale nel sangue. Di questi tempi, non si può mai sapere.”
Non avrebbero trovato nessuna traccia di veleno. Solo un eccesso di eccitanti che avevano mandato in corto circuito il suo debole cuore. Le sue pastiglie le gettavo nello scarico del gabinetto, da mesi prendeva le mie, stessa dimensione e colore. Quel giorno poi avevo aggiunto qualcosina in più al ciambellone, con tanto amore. La gente ignora la potenza dei rimedi erboristici.

 

Stavo preparando le valigie per trasferirmi da mio fratello nell’assolato sud, quando suonarono alla porta.
Accostai le tendine per guardare di sotto. L’auto della polizia ferma davanti casa.
Aprii sperando di potermela cavare con qualche quisquilia burocratica dell’ultimo minuto.
Ma l’espressione dell’ispettore e del suo collega non promettevano nulla di buono.
Li feci accomodare in salotto, mentre gli preparavo un caffè e qualche pasticcino.
“Martha, verrò subito al punto” iniziò grave dopo aver poggiato la tazzina nuovamente sul tavolino.
“La morte di Alfred, così accidentale e prematura, ha destato qualche sospetto. In questi casi, non viene fatta l’autopsia solo al corpo, ma anche al veicolo. E la prima cosa che hanno notato i nostri è stato un vano contenitore sotto il sedile del guidatore, ben camuffato, a prima vista invisibile.”
Ricordai che l’auto di Alfred era uscita nuova nuova dal concessionario, quindi doveva averlo aggiunto lui, era piuttosto bravo nel bricolage. Ma ignoravo a cosa potesse servirgli e perché non me l’avesse detto. Forse l’aveva solo dimenticato.
“C’era un cellulare dentro, ancora acceso” continuò l’ispettore cercando di valutare la mia espressione. “Un secondo numero a lui intestato, attivo da circa sei mesi. Nessun messaggio, nessuna foto e il registro delle chiamate pulito. Ma la compagnia telefonica ci ha fornito i tabulati completi. E gli spostamenti, di cella in cella.”
Il mio cuore aveva smesso di battere.
“Presupponendo che il cellulare sia rimasto nello stesso luogo, cioè dentro l’auto per tutta la giornata, risultano il tragitto del mattino e vari percorsi in città, proprio nelle zone dei clienti che ha visto Alfred quel giorno. Ma risulta anche che lui è tornato qui, perché da questa cella ha inviato un messaggio a qualcuno, confermando di essere rientrato a casa prima e di non chiamarlo.”
Il mio cuore si stava sgretolando sotto i pesanti colpi della verità.
“Abbiamo sentito anche questa persona, ovviamente. Una storia che andava avanti da un po’. Le aveva promesso di divorziare e trasferirsi.” Si fermò per un istante ad osservarmi. “Hai qualcosa da dire in merito Martha?”
Rimasi in silenzio fissando i disegni del tappeto sotto i miei piedi.
“Capisco. Avrai modo di consultare un avvocato prima della deposizione. C’è un’altra cosa. Abbiamo ricostruito la vostra situazione finanziaria. Alfred aveva sottoscritto una bella polizza sulla vita, di cui tu sei l’unica beneficiaria.”
Si alzò in piedi. “Ma ovviamente non c’è alcun premio se la morte è avvenuta per omicidio.”
Mi aiutò ad alzarmi e ad infilarmi il soprabito.
Uscii accompagnata dal suo collega poliziotto, mentre l’ispettore chiudeva e sigillava la casa.
Mi accomodai poi sul sedile posteriore della volante, niente manette. Almeno per ora.
“Ti teniamo da noi al distretto per qualche giorno, così potrai partecipare al funerale di Alfred. Poi dovremo portarti in città, davanti al giudice per le indagini preliminari.” Mi guardò tramite lo specchietto retrovisore. “Qualche domanda?”
Sospirai rimirando il vuoto. “Chi è Alfred?”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

L’incipit di questa storia è nato circa un mese fa nel bel mezzo della lettura di “È ricca, la sposo e l’ammazzo”, antologia di racconti di Jack Ritchie pubblicata da Marcos y Marcos (dal racconto, che dà il titolo al libro, è stato tratto il famoso film con Elaine May e Walter Matthau, imperdibile!). Poi la trama si è sviluppata piano piano nella mia testa. Il finale è arrivato con la lettura di “La vittima dell’anno”, un’altra raccolta sempre di Jack Ritchie. Una vera scoperta questo autore (di cui ringrazio la scrittrice Sandra Faè 😉 ): i suoi racconti sono effervescenti, arguti, mai scontati, spesso con un piglio comico che te li fa apprezzare maggiormente. Spero che Marcos y Marcos ristampi anche le vecchie pubblicazioni, non le trovo nemmeno nei mercatini dell’usato.
Forse proprio per la sua influenza, mi sono figurata un’ambientazione di periferia americana, un po’ degli anni Sessanta, con le auto di quell’epoca, nonostante ci sia di mezzo un cellulare, innovazione dei nostri giorni. Ho cercato di smussare un po’ questa mia visione, ma non so se ci sono riuscita del tutto. La storia comanda, l’autore risponde.
E poi mi sono lasciata trasportare. L’ho scritto con amore, con tanto amore. 😉

 

Continua la storia di Liam e Caitlyn, iniziata proprio un anno fa ad Halloween, quando tutto è possibile. Se ve la siete persa, potete rileggere la prima parte qui: Allontanati dal sole (Walk away from the sun)

 

Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.

 

Lo sapeva bene Liam. Era passato già un anno dal suo incontro con Caitlyn, e non riusciva a smettere di pensare a lei tutti i giorni. Possibile innamorarsi così in una sola notte? E di un fantasma per giunta. Quella serata a caccia del suo assassino era stata davvero magica, e spesso si chiedeva cosa sarebbe stato per lui ritrovarsi nell’altro mondo, per sempre, con lei.
Non che da questa parte andasse poi così male, anzi, le sue quotazioni di mercato erano in costante ascesa. Non capiva per quale straordinaria congiuntura astrale era diventato popolare tra il pubblico femminile. Più la sua mente si fissava sul ricordo di Caitlyn e più le ragazze in carne ed ossa gli ronzavano attorno. Bigliettini con numeri di cellulare tra i libri, infilati nell’armadietto, addirittura in mezzo ad una relazione corretta dalla giovane assistente del professore. Aveva composto qualcuna di quelle sequenze ed era uscito con coloro che gli avevano risposto. Un paio di storie erano durate qualche mese, e poi il suo interesse svaniva.
Ogni volta tornava a casa, da sua madre per qualche giorno, e passava alla tomba di Caitlyn con un mazzo di rose candide freschissime.
E ci sarebbe andato anche domani. Era sul treno del ritorno per la pausa di Halloween. Il college avrebbe sospeso le attività solo per il ringraziamento a fine novembre, ma poteva permettersi di saltare qualche lezione. E non voleva perdere questa notte, Samhain, la festa dei morti, il passaggio dall’estate al lungo inverno, la supremazia dell’oscurità sul giorno, l’incrocio tra i due mondi.
Sospirò. Il paesaggio fuori dal finestrino cambiava velocemente, mentre lui fissava un punto nell’orizzonte dove i primi raggi dell’alba schiarivano il cielo.
Cercava di prepararsi al peggio. Caitlyn non aveva più questioni in sospeso come ogni fantasma che si rispetti. Non c’era possibilità di rivederla.
Si stiracchiò sulla poltrona, per quanto l’angusto spazio gli consentisse. Non c’erano molti passeggeri a bordo e la calma lasciava troppa strada ai suoi pensieri cupi.
Guardò l’ora sul telefonino: il treno era in orario e zero messaggi. Il giornale lì a fianco l’aveva già sfogliato, niente di nuovo: polizia e stampa locale rincorrevano un serial killer la cui firma era la frase “Ti troverò” tracciata con un rossetto sul petto delle giovani vittime, tutti maschi sotto i trent’anni. Nessun particolare collegamento tra i vari omicidi, nessun indizio sul colpevole, si sospettava solo di un sito di appuntamenti al buio. Un incontro con la morte invece che con l’amore.
Sbadigliando, ripiegò il quotidiano sul tavolino di fronte al suo posto.
In quel momento un paio d’occhi color cioccolato gli sorrisero, mentre percorrevano il corridoio in direzione del distributore di bevande del vagone, proprio alle sue spalle. La ragazza ancheggiava ad ogni sussulto del convoglio e per contrastare gli scossoni si appoggiava ai sedili vuoti. Quando gli fu vicino, finì addosso alla spalla di Liam.
“Scusa…” sussurrò in punta di labbra.
Era chiaro che l’aveva fatto apposta. Si fissarono per un attimo. Lei riprese il suo cammino e lui si girò a osservare le tasche dei suoi jeans. Bei jeans.
Sì, carina. In altri momenti avrei detto stupenda. Ma non è lei.
Nessuno sarà mai lei.

 

Dai, cambia disco Liam, passa oltre! Anzi, vai alla macchinetta anche tu a prenderti un caffè. Muovi il culo!
Si alzò e la raggiunse in due passi. Lei stava borbottando contro la pulsantiera: le monete entrate si erano bloccate a metà corsa.
“Posso? Di solito basta chiedere con cortesia…” e assestò un colpo laterale al distributore, forte e secco. Un cicalino confermò il credito disponibile.
“Oh grazie!” Non smetteva di sbattere le ciglia, mentre gli mostrava denti bianchissimi su labbra rosse e invitanti.
Gli posò una mano sulla spalla. “Il minimo che posso fare è offrirti qualcosa…mi fai compagnia? Io mi chiamo Maeve.”
“Certo…Io sono Liam. Per me un caffè con latte grazie.”
La ragazza azionò l’apparecchio e attese che la bevanda si preparasse.
“Allora Liam anche tu torni a casa per Halloween? Dove scendi?”
“La prossima stazione è la mia fermata.”
“Ma dai, che coincidenza! Scendo anch’io lì!” Lo guardò radiosa. “Vado a trovare mia nonna che abita poco fuori città.”
L’erogatore aveva terminato. Maeve prese il bicchiere di plastica e glielo porse. “Ecco il tuo caffè.”
Liam l’afferrò, ma qualcosa gli fece volare letteralmente il bicchiere a terra. Un sobbalzo del convoglio o la sua sbadataggine?
Non avrebbe saputo dirlo. Certo è che a volte gli accadevano cose strane, gli oggetti gli sfuggivano di mano, le porte gli si chiudevano in faccia, inciampava e scivolava nei momenti meno opportuni.
“Accidenti!” Il liquido era sparso sul pavimento, qualche goccia sui suoi jeans sdruciti, ma per fortuna non aveva macchiato anche lei. Prese dalla toilette vicina le salviettine di carta e iniziò a pulire quel macello. “Mi spiace, scusa.”
“Fa niente. Te ne prendo un altro…”
“No, no, grazie, va bene così. Si vede che per oggi i caffè sono già troppi.”
Non convinta, prese un’altra bevanda per sé e iniziò a sorseggiarla avvicinandosi lentamente a Liam.
“E quanto rimani in zona?” le chiese lui impacciato.
“Un paio di giorni credo.” Gli puntò addosso i suoi occhi seducenti. “Potremmo vederci per una birra…”
Il cellulare iniziò a suonare nella tasca di Liam.
“Oh scusa.” Guardò il display: mamma. “Devo rispondere, grazie del caffè. Ehm, della chiacchierata.”
Tornò al suo posto. “Si, ciao, si, sto arrivando…”
Maeve ripercorse il corridoio per andare a sedersi. Sorrise e strizzò l’occhio a Liam quando gli ripassò davanti.
“No mamma, vengo io a piedi, ho bisogno di camminare…”
E di svegliarmi soprattutto.

 

“Sono tornato” gridò Liam entrando dalla veranda. In mano stringeva ancora il foglietto rosa su cui Maeve aveva annotato il suo numero e il suo indirizzo.
Potevano vedersi per una birra in serata, no? Se sei furbo Liam non ti fai scappare anche questa, pensò. E’ stata carina e gentile.
“Eccoti qui. Come stai?” Sua madre Sophie gli corse incontro.
Si lasciò abbracciare. Lui diventava sempre più alto, o era sua madre che stava rimpicciolendo con l’età. “Dov’è John?” le chiese poi.
“Tuo padre…” Liam socchiuse gli occhi. Non era suo padre, ma si trattenne dal precisarlo. “…è ancora al magazzino. Un carico di lavoro urgente.”
“Sei un po’ pallido…” Gli ricompose i capelli sulla fronte.
“Non ho dormito bene in treno.”
“Non sei solo stanco. Hai un’aria sempre più triste. Perché non ti vedo felice?”
Cercò il suo sorriso migliore, quello da premio Oscar. “Ma io sono felice mamma, davvero.”
“Non m’incanti Liam. E’ come se ti mancasse qualcosa… Ti sento distante, e non sto parlando del fatto che l’università è lontana.”
Rimase in silenzio ad osservarlo.
“Non stai studiando troppo? Va bene il futuro, ma ricorda che devi anche vivere. Divertirti.”
“Si mamma, non preoccuparti, sto bene.” Sempre la stessa storia tutte le volte che rientrava a casa.
Sua madre annuì poco convinta. Aprì il forno e tolse una teglia piena di frittelle ancora calde. “Queste ti piacciono ancora?”
“Senza dubbio.” Ne prese una e l’addentò. “Fantastica!”
“Stasera esci? Ho sentito dalla signora Graham che anche gli altri ragazzi, Max, David e Joen, sono tornati. Li hai sentiti?”
“Si mamma, ci scriviamo sui social, ma stasera vorrei starmene tranquillo.”
E sapeva di mentire. Sarebbe uscito per cercarla in ogni angolo? Non aveva motivo di essere qui, stanotte, niente la legava più al mondo terreno.
“Hai i prossimi giorni per annoiarti qui a casa. Esci con gli amici, ok?” insistè lei.
“Uhm…” Aveva la bocca troppo piena per controbattere.
Genitori. Quando vuoi uscire ti dicono di no, quando vuoi restare a casa ti forzano ad uscire. Mai contenti.

 

Sua madre Sophie comparve sulla soglia della camera dopo pranzo, quando lui stava disfacendo la valigia.
“Scusa Liam, potresti farmi un favore? Ho terminato un paio di cose in dispensa, ma ho del lavoro da terminare. Puoi fare un salto giù al market?”
“Nessun problema, stavo proprio andando in centro per un paio di commissioni.”
“Vai da lei?”
“Anche si, passerò a salutarla.” Evitò di incrociare il suo sguardo. Sapeva che non era d’accordo su questo punto, e probabilmente aveva ragione.
Sua madre non aggiunse altro, il suo silenzio diceva già molto.
Prese la lista degli acquisti attaccata al frigorifero e uscì a piedi in direzione del centro. Pur essendo fine ottobre, la giornata era tiepida e c’era parecchia gente per i marciapiedi e dentro i negozi, per gli ultimi preparativi per la serata, i bambini per il gioco di Dolcetto o scherzetto, gli adulti per esorcizzare le loro paure ancestrali.
Il sacchetto della spesa sulla destra e il mazzo di fiori sulla sinistra, Liam faticava a vedere davanti a sé, in attesa del verde del semaforo pedonale.
Attraversando poi la strada finì addosso ad un altro pedone. Si girò per chiedere scusa, quando anche lei fece lo stesso. E il suo cuore cessò d’esistere.
Inondata dalla luce solare che rifletteva nel palazzo a vetri di fronte, riconobbe lei, i suoi lunghi capelli dorati, ondulati sulle spalle, i suoi meravigliosi occhi azzurri, cangianti in pieno giorno, le sue labbra appena rosate su un sorriso innocente, disarmante.
Niente vestito bianco macchiato di sangue, il colorito pallido sostituito da una tenue abbronzatura.
Riuscì solo a dire una parola. “Caitlyn?”
A quel nome la ragazza sgranò gli occhi, si voltò di nuovo e iniziò a correre lontano da lui. Un clacson riportò Liam , ancora fermo in mezzo alla strada, alla realtà e cambiò direzione per inseguirla senza nemmeno pensarci troppo su.
“Caitlyn!” Era vera o l’ennesimo abbaglio? Forse solo la stanchezza che si faceva davvero sentire.
Se così fosse, perché lei era scappata? Proprio quando ha sentito il suo nome. Doveva sapere, doveva assolutamente sapere.
Corse all’impazzata, rischiando di rompere la busta di carta da una parte e sciupare le rose dall’altra, mentre lei libera da zavorra era decisamente più veloce e agile. Cercò di non perderla di vista, ma svoltato l’angolo pochi minuti dopo la chioma bionda era scomparsa. Sbirciò tutte le vetrine dei negozi, ma nessun indizio. Volatilizzata nel nulla. Come un fantasma.
Si fermò a riprendere fiato.
Non era ancora sceso il tramonto, eppure l’aveva toccata. Le loro spalle si erano respinte, massa contro massa. E aveva visto il suo corpo cozzare contro altri passanti, esattamente come lui.
Ma che… diamine… era successo?!

 

“Eri tu?”
Ancora frastornato per quanto accaduto, aveva girovagato alla ricerca della ragazza per un po’, finché non aveva imboccato il viottolo del cimitero e raggiunto quel luogo in cima alla collina che conosceva così bene.
“Allora eri tu Caitlyn?”
Si girò intorno in cerca di risposte, sussurrate dal vento, indicate dagli alberi, dalle rose candide che aveva appena sistemato, o chissà cosa.
Silenzio assoluto.
“Se eri tu, non era divertente. Sto rischiando di uscire pazzo con questa storia…”
Ancora silenzio. Solo in lontananza si vedevano altri visitatori venuti a salutare i loro cari. Ma nessun segno di lei.
Si sedette a terra, sull’erba, accanto alla busta della spesa di sua madre, la testa tra le mani. Si chiese se era una visione quella che aveva avuto. Se era arrivato a soffrire di allucinazioni. Forse era così che il nonno si era buttato dalla finestra: aveva creduto di vedere nonna che lo salutava. Oppure lei c’era davvero ed era venuto a prenderlo per accompagnarlo nel regno dei morti?
La ragione, o quel poco che gli rimaneva di essa, gli suggeriva di smetterla. Due casi di pazzia in famiglia erano più che sufficienti. Perché anche se nessuno voleva ammetterlo, pure sulla morte di suo padre, il suo vero padre, aleggiava l’ombra della follia. Non erano state trovate tracce di frenata sulla strada, quasi che volesse finire con l’auto nella scarpata. Liam era ancora un bambino, e per un certo tempo, fu seguito da uno psicologo. Alla fine disse che il trauma era superato. Liam aveva solo imparato a mentire bene.
“E tu mi vuoi fare questo Caitlyn?”
Avrebbe atteso l’imbrunire. Al tramonto il velo tra i vivi e i morti sarebbe caduto. Se lei voleva comparire, questo era il luogo dove l’avrebbe trovato facilmente. Non mancava poi molto ormai. Si distese completamente sull’erba a osservare la natura circostante, così quieta, mentre la sua mente era in subbuglio.
Il sole fu inghiottito dall’orizzonte e poco a poco il cielo calava le sue tenebre, finchè non comparve la prima stella nel blu scuro e le lampade del cimitero si accesero per illuminare le uscite.
Samhain era iniziato. Ma le pietre continuavano a rimanere inesorabilmente mute. Lei non c’era.
“Addio Caitlyn, questa è l’ultima volta.”

 

Un ragazzo poco più alto di Liam, e forse pure di qualche anno più grande, lo fissava fermo sul vialetto davanti casa. Indossava un completo chiaro, giacca e pantaloni, strappati e bruciacchiati in più punti. Il viso completamente annerito dal fumo e una parte della testa con pochi capelli incollati al cranio dal sangue coagulato.
“Ciao Liam. Ti stavo aspettando.”
“Ci conosciamo?” Non trovava nulla di famigliare in quella faccia, nascosta dal trucco nero che dava veridicità alla maschera.
“Non proprio. Lei mi ha detto che mi avresti aiutato.”
“Lei chi, scusa?”
Il giovane si avvicinò di qualche passo. Le bruciature a pelle viva che lasciavano intravvedere le piccole ossa delle mani erano impressionanti. Una pittura con effetto tridimensionale davvero notevole. “Caitlyn…” sussurrò.
Il cuore di Liam perse un colpo a sentire quel nome da un estraneo. Nessun’anima viva sapeva quello che era successo esattamente un anno fa. Nemmeno sua madre conosceva il nome dell’amica che giaceva sepolta al cimitero. Non c’era alcuna prova tangibile del suo legame con Caitlyn.
Ma era di nuovo Halloween, il confine dei due regni era di nuovo evanescente. E se non era di questo mondo…
“L’hai vista?” chiese speranzoso, col battito che gli pulsava frenetico alle tempie.
“Vedere non è proprio il verbo giusto. Però sì, mi ha detto di cercarti. Che tu puoi aiutarmi, come hai fatto con lei.”
“Lei sta bene? E’ viva?”
L’altro lo guardò un attimo interdetto, soffocando una smorfia divertita.
“Che stupido! Viva, no di certo. Intendo: è ancora un fantasma?”
“Si, credo di poter dire che è nella mia stessa condizione.”
Quindi ha ancora delle questioni da sistemare tra i vivi, ma quali? Non gli importava poi molto, se c’era la possibilità di rivederla.
“Ti ha parlato di me, dunque? Come posso mettermi in contatto con lei?”
“Non lo so, però mi ha detto di darti questo messaggio, che tu avresti capito: lascia perdere.”
“Lascia perdere? Lascia perdere cosa?” gridò rabbioso Liam.
L’altro alzò timidamente le spalle. “Non lo so, non ha aggiunto altro. Mi spiace.”
“Lascia perdere, mi dice. Lascia perdere…” Liam sbuffò. Lasciar perdere lei, ovviamente. Oppure, e osservò il nuovo fantasma al suo cospetto, lasciar perdere proprio il latore del messaggio? Così assumeva un altro significato.
“In cosa dovrei aiutarti? Questioni in sospeso immagino” azzardò Liam.
Il ragazzo annuì con un cenno del capo. “Mi chiamo Malcolm. E devo trovare…”
“Il tuo assassino, ovvio.”
“No. La mia fidanzata.”
Ah ecco, adesso divento pure un consulente matrimoniale per coppie di fantasmi in crisi. Ottimo.

 

Entrò a consegnare la spesa a sua madre e dirle che sarebbe uscito quella sera con amici, lasciandola contenta e sollevata. Se davvero avesse saputo che cosa lo aspettava, avrebbe di sicuro cambiato idea. Quando si richiuse la porta di casa alle spalle, Malcom era ancora lì ad attenderlo.
“Bene, spiegami di che si tratta. E intanto incamminiamoci, mia madre mi sta spiando dalla finestra.”
Malcolm gettò uno sguardo dietro le spalle di Liam. “Si, è vero.”
Si avviarono lungo il marciapiede, dove comitive di bambini e genitori avevano iniziato la processione per il recupero dei dolcetti nel quartiere.
“Lei si chiama Nicole. Vivevamo insieme da un anno e pensavamo di sposarci. Ero in trasferta per lavoro e di ritorno dalla cena sono stato aggredito per strada, mi hanno rubato il portafoglio. Ero riuscito a trovare un tassista che mi riaccompagnasse in albergo, dove l’avrei fatto pagare, ma il taxi ha avuto un incidente. Un camion guidato da un ubriaco è passato col rosso e ci ha preso in pieno. L’auto ha preso fuoco, non ero riconoscibile al volto e non avevo documenti. Sono stato scambiato per un’altra persona, non so perché. E Nicole non trova pace perché ufficialmente sono scomparso nel nulla, senza dirle niente. Qualcuno le ha raccontato che forse avevo una doppia vita e me ne sono semplicemente andato.”
“E tu invece vuoi farle sapere la verità. Tramite me.”
“Esatto.”
“Come pensi di trovarla dunque?”
“So che è qui, da queste parti. Sento la sua presenza.”
Liam rimase un secondo a riflettere. “E cosa farai tu in cambio per me? Non è scritto da nessuna parte che io debba aiutarti…”
“Io…” si avvicinò ancora di qualche passo. “Posso portarti da lei. Da Caitlyn.”
“Mi ha detto di lasciar perdere, ricordi?”
“Amico, sta a te la scelta. Io però so come farla venire da te.”
Liam cercava di capire se poteva fidarsi di lui. Ma tutto sommato, non avrebbe corso pericoli. Stavolta non c’erano di mezzo assassini stupratori violenti. Al massimo un’ex fidanzata indispettita. Poteva gestirla come tutte le sue ex fidanzate dell’ultimo anno. E se c’era anche una sola possibilità di rivedere Caitlyn, avrebbe preferito rischiare. Lasciar perdere era l’ultimo dei suoi intenti, ora che sapeva che Caitlyn era ancora in quel mondo.
Soprattutto doveva capire chi aveva visto quel pomeriggio. A tutti i costi.
“Ancora una cosa.” Malcom frugò nella tasca interna della sua giacca spelacchiata. Estrasse una scatolina di velluto rosso mezza carbonizzata.
“Devi darle questo.” Aprì la scatola e gli mostrò un anello con brillante, un piccolo rubino a forma di cuore.
“Avevo preparato tutto per chiederle di sposarmi, appena fossi tornato a casa. Lei deve saperlo. Tieni.”
Liam lo estrasse dalla confezione. L’anello era solido, forse anche il suo amico. Si guardò in giro. La casa della signora Johnson era sparita, sostituita da un parcheggio in terra battuta, e quella del vecchio Wesson aveva una siepe di bosso mai vista, nemmeno da bambino.
Bene, è cominciata la serata, pensò Liam, stiamo attraversando i due mondi.
Si girò indietro per guardare il giardino di casa in fondo alla via. Nessuna biondina vestita di bianco sotto l’albero da dove era caduto l’anno scorso.
Sospirò. Dove sei Caitlyn? Dove ti nascondi?

 

Intorno a mezzanotte, avevano già attraversato due volte la città, secondo quanto Malcolm gli indicava in merito alla direzione presa da Nicole.
“Sento che sta girando qui intorno… Ho come la sensazione che ci insegua. E appena dovremmo vederla di fronte a noi, sparisca di nuovo. Ma non sono bravo in queste cose.”
Spazientito dalla ricerca piuttosto inutile, che riduceva sempre più il tempo a disposizione per trovare anche la sua donna fantasma, Liam gli chiese a bruciapelo: “Piuttosto, come pensi di rintracciare Caitlyn?”
Malcolm cercò di rassicurarlo. “Sono sicuro che al momento propizio si presenterà. Credo che lei ti senta, proprio come io sento Nicole.”
“Lei mi sente?” Liam rimase perplesso alla rivelazione, ammesso che fosse vera. Soprattutto non lo convinceva lo strano ghigno che per un attimo aveva scorto in viso all’amico. C’era da chiedersi cosa intendesse con “momento propizio”, però cercò di zittire la sua inquietudine. Doveva solo consegnare un anello e poi avrebbe rivisto Caitlyn.
La temperatura era scesa, soprattutto l’aria si era riempita d’umidità. Attraversarono un piccolo banco di nebbia e quando ne uscirono, Malcolm si accigliò.
“Che è successo? Sbaglio, o qui avevo appena visto un edificio che costeggiava tutta la strada fino al parco alberato laggiù?”
“Tranquillo, la direzione è quella giusta, anche se il paesaggio stanotte cambia. Non farci caso, sono solo pochi attimi. Poi tutto si rimescola.”
“Ah, i due mondi…”
“Già.” E se ti trovo Caitlyn questa volta non so in quale mondo mi fermo, pensò Liam.
Superata anche l’entrata del piccolo parco e svoltato nella strada adiacente, Malcolm si fermò di botto. “Questo posto me lo ricordo!”
Liam si guardò attorno. “Il tuo incidente è stato qui? Non mi ricordo di averne letto…”
“No, no, io ero a Phoenix. Quello di fronte è invece il ristorante dove avevo prenotato per il sabato successivo, quando fossi tornato a casa. Le avevo detto che saremmo usciti a cena proprio qui, ma ovviamente lei non sapeva nulla della proposta e dell’anello.”
“Forse sta cercando proprio questo ristorante, no? Fermiamoci qui un attimo.”
Poco distante dallo stesso lato della strada c’era il pub di Simon, meta preferita degli studenti dell’ultimo anno e spesso aveva trascorso le nottate lì con Max, David e Joen. Prima che qualche ragazza li sequestrasse. Fuori c’erano un paio di tavolini, occupati dai fumatori che entravano e uscivano dal locale.
“Anzi, prendiamoci una birra lì. Così se Nicole arriva al ristorante, posso osservarla, prima di capire come avvicinarla.”
Liam entrò per prendersi una bottiglia e tornò fuori da Malcolm che si era già accomodato ad un tavolo vuoto.
“Allora, dimmi qualcosa di Nicole che possa aiutarmi. Il messaggio che le devo dare non è proprio indolore.”
“Beh, lei ha trentacinque anni ora, ma ai tuoi occhi è molto più giovane.”
“Uhm…” Non lo stava realmente ascoltando, osservava distratto il ristorante e tutta la via. In realtà sperava che fosse un’altra donna a comparire.
“Dimostra la tua età, intendo.”
“Però! E qual è il suo segreto di bellezza?”
“Il male non invecchia…”
“Non ti seguo. Perché il male??” Prese un’altra sorsata dalla bottiglia.
“Lei beve il sangue delle sue vittime.”
A Liam andò di traverso la birra, sputò tutto inondando il marciapiede. Gli altri avventori lo guardarono ridendo. “Ahi amico, vacci piano!”
Tossì freneticamente finché l’aria non tornò ad inondare i polmoni.
E poi si rivolse atterrito al suo accompagnatore. “Quali vittime?!”

 

“Beh…lei è cambiata da quando me ne sono andato. E’ arrabbiata con me, capisci.”
“Quali vittime Malcolm?” gli gridò furente Liam a denti stretti.
“Uomini. Si sta vendicando di me, ammazzando quelli che escono con lei.”
“Merda!” Doveva essere una serata tranquilla, eh?
E poi ripensò a quello che aveva letto sul giornale. “Il serial killer! Sai se lascia una firma sul corpo dopo averli uccisi?” gli chiese.
Malcolm alzò le spalle. “Non lo so. Non sono mai riuscito a rimanere lì, a farmi vedere, sentire, bloccarla. Non ho queste capacità.”
“Ma voi fantasmi non avete un insegnante, un tutor, un senior per imparare queste cose?!”
Alla faccia smarrita dell’altro, Liam sospirò. “Lascia stare… Per le cose che servono davvero, la scuola non c’è mai.”
“Quindi riepilogando: devo parlare con un’assassina, che uccide solo maschi e ne beve il sangue, e spiegarle che non ha motivo di essere incazzata come una bestia, perché in realtà il suo fidanzato, che è morto in un incidente, la voleva sposare?”
“Si”
“Sicuro che la prossima vittima sarò io… Non me lo potevi dire prima?! E’ tutta la sera che giriamo alla sua ricerca e ti scordi un elemento così importante?” Se non fosse stato già morto, l’avrebbe ucciso lui stesso, quel fantasma da quattro soldi che si trovava di fronte.
“Ciao Liam! Ma che fai qui tutto solo?”
Liam si bloccò. “Eh…ciao, Josh…” Guardò avanti, dove stava seduto Malcolm cercando di capire.
Il fantasma gli disse placido: “Non può vedermi.”
Un’altra cosa che si era dimenticato di puntualizzare. Strano che non se ne fosse accorto. Quindi era tutta la sera che la gente lo vedeva girare parlando da solo? Sempre meglio davvero!
“Niente Josh, sto aspettando qualcuno…” rispose Liam imbarazzato.
“Ah, una ragazza eh? E bravo Liam! Beh, se poi avete voglia, c’è una festa a casa di Nathan Malhon, te lo ricordi?”
“Si certo, figurarsi se Nathan non faceva una festa!”
“Ok, a dopo allora! Ci conto!” E l’amico se ne ritornò sui suoi passi.
“Senti Malcolm, quali altre cose ti sei dimenticato di spiegarmi stasera?” Cercò di parlare a bassa voce, ma era davvero adirato.
“Sta arrivando, la sento, è qui!” gli rispose Malcolm preoccupato al suo fianco.
“Chi? Nicole? Dove?” Scrutò il capannello di persone che si era assiepato davanti al locale.
“Liam, che sorpresa! E’ proprio destino che ci incontriamo noi due!”
Accidenti, Maeve! Fasciata in un paio di pantaloni aderenti e un corpetto troppo in vista.
“E’ lei.”
Liam guardò Malcolm cercando di comprendere.
“Lei è la mia fidanzata! Ti avevo detto che sembra più giovane!” esclamò l’altro.
“E non può vederti nemmeno lei?” sussurrò atterrito Liam, senza farsi capire da Maeve che stava raggiungendo il tavolo, sotto gli sguardi ammirati, e lussuriosi, dei maschi lì intorno.
“No, non so come funzioni, solo tu mi vedi.”
Liam era solo, con una vampira assassina sexy di fronte a sé.

 

“Diglielo! Subito!” gli intimava Malcolm, che tentava in tutte le maniere di farsi vedere da Nicole, o Maeve, girando ossessivamente intorno al tavolo.
“Smettila, dammi un attimo di tregua!” gli borbottò Liam di rimando.
“Scusa Liam, che ho detto?!” chiese Maeve sorpresa.
“No, non tu, scusa, è il cellulare che continua a suonarmi in tasca…Mia madre…” e finse di rovistare nei jeans per spegnerlo.
Però non poteva perdere altro tempo, meglio dirglielo ora con tutta questa gente qui intorno.
“Senti Maeve…o dovrei chiamarti Nicole?”
L’aveva visto. Quel movimento impercettibile dei suoi occhi che per un nanosecondo si erano fermati impauriti. E poi aveva ripreso con lo sguardo da gatta morta, fingendo di non capire. “Nicole? Chi è Nicole?”
Malcolm cercava di sussurrarle qualcosa all’orecchio, e di accarezzarle la mano. Ma era inutile.
Liam andò avanti. “Una donna arrabbiata, perchè il suo fidanzato è scomparso senza dirle nulla. Quello che lei non sa è che lui non è scappato, ha avuto un incidente e la polizia ha sbagliato a identificare il corpo. Ma lui l’amava e le avrebbe chiesto di sposarlo.”
Maeve finse di giocare con la bottiglia della sua birra.
“Uh, poverina. E tu come sai tutte queste cose?”
“Me l’ha detto lui.”
Lei gli puntò gli occhi sorpresi in faccia. La maschera era caduta.
“Quando?”
“Questa sera.”
Si mise a ridere. “Ma se hai appena detto che è morto?!”
“Appunto. Il suo fantasma me l’ha detto.”
Malcolm si era rassegnato e la fissava in attesa, silenzioso in un angolo.
“E tu ci credi? Ai fantasmi e a quello che dicono?”
“Certo. I fantasmi non mentono. Non hanno più niente da perdere, quindi non hanno bisogno di mentire.” Non era mai stato così serio.
Lei rimase impassibile. Stava probabilmente cercando di capire quale sarebbe stata la prossima mossa.
“Mi ha anche detto di darti questo. Era l’anello con cui stava tornando a casa quella sera, quando è morto.”
Mise la scatolina bruciacchiata sopra il tavolo.
Maeve la prese con mani tremanti, la aprì delicatamente e rimase di sasso quando vide il cuore di rubino rosso.
Una lacrima fece capolino nella sua guancia destra.
“Sapeva che mi piaceva, l’avevamo visto per sbaglio in una gioielleria. Degli amici erano in ritardo, lui guardava gli orologi, e io i gioielli.”
“Se lo ricorda…” disse Malcolm mesto.
Chiuse di botto la scatola, fissò Liam terrorizzata e poi scappò via correndo lungo la strada.
Malcolm le corse dietro “Nicole!!!”
Si girò verso Liam, in cerca d’aiuto. “Ti prego!”
Si però questo cose dovreste sbrigarvele da soli, accidenti. Liam si affrettò a raggiungere Malcolm e inseguire Maeve, Nicole, o chiunque lei fosse.
Magari adesso avrebbe smesso di ammazzare inutilmente, si sarebbe messa l’animo in pace.
La ritrovò singhiozzante, nascosta al buio di un piccolo vicolo, la fronte appoggiata al muro.
“Tutto bene?” le chiese posandole una mano sulla spalla.
“No… perché questo non risolve niente! Niente!!” Si girò come una furia e gli sferrò un pugno micidiale allo stomaco.
A Liam mancò il fiato, ma si accorse che nell’altra mano lei reggeva un coltello da caccia. Veloce le afferrò il polso per evitare di essere ferito, mortalmente stavolta. Lottarono faccia a faccia per parecchi minuti, in cui lui cercava di dissuaderla.
“Basta, ora conosci la verità. Non c’è motivo che tu continui questo massacro!”
“Si che c’è, lui non tornerà più, capisci?!”
Finché con una forza sovrumana che non sapeva di avere, nel tentativo di disarmarla, la mano che bloccava e reggeva la lama la colpì in pieno petto, dritto al cuore. Resistette qualche secondo e poi si afflosciò a terra.
Oddio, che ho fatto?

 

Nicole giaceva accasciata sull’asfalto di quel vicolo stretto, il sangue che le usciva gorgogliando dalla bocca e dalla ferita al centro del corpetto. Gli occhi spalancati contro la terribile verità della morte.
“Cristo l’ho ammazzata.” Liam in piedi di fronte a lei era nel panico totale. “Cosa ho fatto! Non potevo fare diversamente…è legittima difesa no?. Resta il fatto che l’ho ammazzata…”
Malcolm si avvicinò alla sua amata. “Mi dispiace. Non è andata come volevamo. Ti amo tanto.” Le depose un bacio sulla fronte.
Si girò verso Liam. “Grazie. L’aspetterò dall’altra parte. Non ti angustiare, non c’era altro modo di fermarla…” Si dissolse nel buio.
Liam cercò di reagire all’accaduto. La serata aveva preso una piega decisamente insolita.
“Devo andarmene da qui. Guarda che macello ho combinato!” Prese in esame la scena ai suoi piedi: le sue scarpe preferite immerse in un lago di sangue. Osservò spaventato le sue mani sporche dello stesso rosso carminio e una fitta gli tolse il respiro al fianco, proprio dove Nicole l’aveva colpito. Gli aveva sferrato proprio un bel pugno quella pazza scatenata.
“Liam…”
Si girò verso la luce che proveniva dai lampioni della strada principale. La vista sbiadita dalla stanchezza gli restituì i contorni sfocati di una giovane fanciulla, un abito bianco macchiato e lunghi capelli biondi. Gli occhi però erano inconfondibili, li avrebbe riconosciuti tra mille.
“Caitlyn…”
All’improvviso il mondo girò vorticosamente e si ritrovò lui stesso disteso a terra, tra le braccia di Caitlyn prontamente accorsa in suo aiuto. Fredda ma solida.
Il dolore lancinante al fianco iniziò a estendersi per tutto il corpo, pulsante. Si toccò con la mano sinistra la camicia: sangue, tanto sangue, ma questo era il suo. Anche quello a terra dunque era il suo! Con orrore capì che Nicole non l’aveva colpito, ma pugnalato, e lui nella concitazione non se n’era nemmeno reso conto. Ferita al basso ventre. Nei polizieschi non finiva mai bene. Si moriva in pochi istanti.
Guardò sgomento la sua infermiera fantasma. Questo era dunque il momento propizio di cui parlava Malcolm.
“Lo sapevo che eri tu oggi, in centro…ma come?” le chiese soffocando il dolore. Ogni respiro gli costava caro.
“Sssssh, non parlare. Risparmia le forze.”
“Non volevo morire così…” La guardò negli occhi intensamente.
“Non morirai Liam, stai calmo.” Continuava ad accarezzargli i capelli. E sarebbe stato il paradiso se non ci fosse stato quel dolore che aveva raggiunto anche la testa, un martello pneumatico incessante che gli bloccava i pensieri e gli intorpidiva le membra.
“Saremo insieme, aspettami…” Cercò di abbracciarla ma non aveva più forza nelle braccia.
“No Liam, non è la tua ora…”
E poi fu buio assoluto.

 

Il suo nome sussurrato in lontananza lo riportò alla coscienza. Mosse appena la testa, tenendo ancora gli occhi chiusi. Nell’aria un forte odore di disinfettante. Doveva essere in ospedale, e chissà da quanto tempo. Non sentiva però nulla del suo corpo. Braccia e gambe, se c’erano ancora, erano inerti ai suoi comandi. Provò a socchiudere le palpebre pesanti. La finestra gli restituì ancora il colore scuro della notte.
Caitlyn era al suo fianco, appoggiata su una seggiola. Che fosse vera o puro sogno i suoi occhi non lo capivano.
“Sono morto?” le chiese a fil di voce.
Le scappò un risolino. “No, sei più vivo che mai. Un po’ acciaccato ma vivo.”
Liam sospirò. “Accidenti.”
Sbatté forte le palpebre per tornare a vedere bene, togliere quella patina che avvolgeva le immagini.
“Sei ancora più bella di quel che ricordavo.”
Lei si avvicinò al letto, vi si appoggiò e gli prese la mano. Se la portò alla guancia. “Riesco a sentire il tuo calore…”
Liam radunò le forze e le prese il viso tra entrambe le mani. L’attirò a sé. Le sue labbra morbide profumavano ancora di Iris, coma la prima volta, un anno prima. Era vera più che mai in quel momento. Avrebbe voluto fermare tutti gli orologi del mondo, di questo mondo. E anche di quell’altro.
E poi un pensiero fugace. “Perché sei qui?”
“Sono qui per te” rispose Caitlyn, la fronte appoggiata alla sua.
“Mi hai salvato tu, vero?”
“Sono stata io a scagliare la tua mano sul suo petto, si. Stavi perdendo molto sangue e dovevo accelerare le cose.”
“E adesso?”
Caitlyn sorrise debolmente.
“Non posso aspettare un altro anno per rivederti… Dovevi lasciarmi morire.”
Lei si scostò. Lo sguardo terribilmente severo. “No Liam, non devi cercare la morte. Io ho bisogno che tu viva.”
“Perché?”
Lo baciò ancora, di iniziativa sua stavolta.
“Perché devo rimanere qui?”
“Io ho bisogno di te. Noi abbiamo bisogno di te.”
Si sciolse dall’abbraccio e lo fissò per un’altra ultima volta.
“Noi chi?”
Il cielo fuori iniziava a screziarsi d’azzurro, con qualche scia rosata all’orizzonte.
“Devo andare… il sole sta sorgendo… ritorno nel mio mondo.” Si avvicinò alla finestra.
“Aspetta Caitlyn, non andare.. Noi chi??”
Era sparita, di nuovo.

 

Ancora zoppicante su una stampella, risalì la collinetta dove riposava il vero corpo della sua amica.
Quindici giorni gli erano toccati in quel letto d’ospedale. Il suo nome finì anche sui giornali nazionali, come l’eroe che si era miracolosamente salvato dal serial killer del “Ti troverò”. Era proprio Nicole. Nel suo appartamento furono trovati oggetti che appartenevano alle altre nove vittime.
Ma lui era stato salvato da Caitlyn, altro che eroe.
“Lo sai che mi manchi, vero?” Poggiò un nuovo mazzo di roselline bianche sotto al suo nome scolpito.
“Vorrei tanto capire quello che mi hai detto. Chi ha bisogno di me.”
Il frusciare delle foglie alle sue spalle lo fece istintivamente voltare.
Lei era di nuovo lì. In carne ed ossa, vestita in jeans, giubbotto e scarpe da ginnastica come quel giorno che si erano scontrati al passaggio pedonale. Camminava verso di lui, osservando i suoi piedi che scostavano le foglie al passaggio.
Rimase ammutolito.
Per caso lei sollevò lo sguardo e si bloccò. Doveva averlo riconosciuto, ma rimase ferma in attesa.
“Caitlyn…” invocò Liam.
Cercò di muoversi velocemente per raggiungerla, ma non poteva senza l’uso della stampella.
Lei si girò spaventata e iniziò a correre verso l’uscita del cimitero.
“Caitlyn!! Aspetta!!”
Ma la ragazza si dileguò in un attimo. L’aveva persa.
Liam tornò allora alla tomba muta con l’inscrizione a Caitlyn Adair e una foto sbiadita che non la rappresentava proprio.
“Ma che razza di scherzo è mai questo?”

 

(c) 2017 Barbara Businaro

Note:

Lo so, ora voi vorreste sapere come finisce. Temo però che dovremo aspettare anche noi il prossimo Halloween. 😉
Non era previsto che io continuassi questa storia, però a ottobre, alle prime nebbie, finisco sempre per ascoltare lo stesso tipo di musica. E così sono ricomparsi Liam e Caitlyn, a raccontarmi loro stessi come andava avanti. In attesa del prossimo capitolo -conclusivo?-  potete ascoltare la colonna sonora che ha accompagnato le mie immagini mentali per questa volta. E sono sempre loro, i Seether.

 

Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.

 

Sciocchezze. Sciocchezze di un vecchio. Il nonno sembrava ancora lucido quando gli disse quelle parole, ma pochi mesi dopo la demenza senile se l’era preso completamente. Vaneggiava discorsi senza senso. La pazzia lo portò in piedi sull’orlo della finestra aperta del secondo piano. Forse credeva di poter volare. Lo trovarono in giardino, con un sorriso beato, nonostante tutto.
Era la mattina del 1 Novembre, dopo la notte di Samhain, di cui il nonno aveva sempre avuto temuto rispetto.
Vivevano ancora in quella stessa casa, immutata da almeno cent’anni.
Nonna se n’era andata qualche anno prima, durante un’operazione al cuore. Ricordò che nonno l’aveva salutata in maniera strana, solenne, come se in qualche modo sapesse. Il suo “ci rivedremo” aveva assunto tutto un altro significato due ore dopo. E un altro ancora quando nella malattia farneticava di incontrarla ogni notte, più bella che mai.
Sciocchezze. Era solo un bambino allora.
Adesso era alle superiori, a caccia di un college e di un futuro, tutta un’altra storia.
E nello zaino aveva un foglio da far firmare ad almeno uno dei genitori. Stava ancora cercando una buona scusa, quando entrò in cucina.
Sua madre non gli lasciò nemmeno il tempo di salutarla. “Ha chiamato la scuola. Che è questa storia? Cos’hai combinato?”
“Niente mamma. Mi hanno dato fastidio in mensa, ed ho reagito. Mi stavo solo difendendo.”
“Il tuo insegnante non me l’ha raccontata così, però…”
“Il professor Blauern è arrivato dopo, non ha sentito gli insulti che sono volati prima.”
“Liam, quante volte te lo devo dire? Lascia stare. Ci rimetti sempre tu alla fine.”
“Si…lo vedo.”
“Dammi il foglio che te lo firmo. E poi vai di sopra a studiare. Cerca almeno di alzare la tua media, per il prossimo anno.”
Le porse il documento e una penna in silenzio. Del resto lei sapeva che non era colpa sua. Era fin troppo facile prenderlo in giro, nella sua situazione.
Sulla soglia, si voltò indietro. “Questa sera posso uscire fino a mezzanotte? Per Halloween. C’è una festa. Te ne avevo parlato.”
“No, con quella di oggi niente festa. Non se ne parla. Ti voglio fuori dai casini, capito?”
“Ma che c’entra? Ci sono i miei amici, mi aspettano. Niente casini, promesso!”
“No Liam, non insistere. Fila di sopra. Altrimenti avverto tuo padre. E allora sì che sono problemi.”
Sbuffò irritato salendo le scale.
“Vorrei proprio sapere come fai ad avvisarlo…Mio padre è morto.” bofonchiò tra sé. “E quell’altro non è nulla per me.”
“Che hai detto?”
“Niente, niente.” Meglio non intavolare altri discorsi. Era già critica così.

 

Col cavolo che avrebbe saltato la festa! A parte Max, David e Joen, quella sera c’erano ragazze nuove, amiche della cugina di David. Dopo una giornata come quella, con il discorsetto del professore prima e del preside poi, doveva pure rinunciare a divertirsi!
In realtà, le invitate erano le ragazze, loro si sarebbero intrufolati al seguito. Probabilmente non se ne sarebbe accorto nessuno in mezzo alla confusione delle centinaia di persone previste. Erano almeno due mesi che a scuola non si parlava d’altro.
Non aveva però avuto il tempo di organizzarsi il travestimento per l’occasione.
Rovistò nell’armadio in cerca della scatola con i vecchi costumi di Halloween da bambino: quelli non gli sarebbero più andati bene, ma poteva riciclare il sangue finto in silicone e un po’ di colore verde per il viso. Da un sacco di vestiti usati, pronti per la spazzatura, tolse una vecchia camicia e un paio di scarpe da ginnastica consumate. Strappò le maniche e l’orlo. Con la tempera rossa l’imbrattò di macchie. Scollò le suole dalle Adidas e le sporcò di marrone terra, mischiato col carminio già aperto. I jeans sdruciti che usava per il taglio dell’erba completavano il quadro.
Bene, era tutto pronto. Uno zombie del nuovo millennio. Doveva però assicurarsi di avere via libera per l’uscita.
Scese di nuovo in cucina per la cena.
“Mamma, questa sera non hai la riunione del circolo di lettura?”
“No tesoro. Ci sono quattro persone a casa con l’influenza, ed altre fuori per il week end. Questa sera rimango a casa a leggere. Tuo padre invece ha il turno fino a domani a mezzogiorno. Hai bisogno di me?”
“No no, tranquilla, dopo mi rimetto a studiare per il progetto di…scienze.”
“Bravo. Di cosa si tratta?”
“Solite cose….l’influenza della Luna nella natura e nella vita umana.”
Gli sorrise. “A tuo nonno sarebbe piaciuto.”
“Già.” E nemmeno il nonno mi avrebbe lasciato uscire di casa stasera, pensò Liam, ma per ben altri motivi.

 

Accidenti! Lei non si muoveva dal salotto e non c’era modo di sgattaiolare fuori di casa senza essere visto: le scale si fermavano proprio davanti al divano. Erano già le nove e mezza e i ragazzi lo aspettavano per le dieci.
Furioso, si aggirava per la sua stanza, in trappola.
Gli rimaneva la finestra.
No, amico, non se ne parla. Quella è la stessa finestra del nonno. Scosse la testa con orrore.
I secondi ticchettavano al pari del suo piede agitato sul pavimento.
Beh, adesso c’è un albero, un bellissimo faggio che all’epoca era solo un piccolo arbusto. Ora tendeva sicuro i suoi rami protettivi verso la casa. Ce n’erano altri tutti intorno, a sorvegliare tutto il perimetro e sufficientemente alti per raggiungere il secondo piano. Si avvicinò, sbloccò la sicura e sollevò il vetro.
Erano solo tre metri di salto in lungo per afferrare il solido legno. Ci poteva riuscire senza problemi.
Mise cellulare e portafoglio in tasca e salì sul davanzale.
Stava facendo una stupidaggine. No, le condizioni erano diverse. Salti così li faceva di continuo agli allenamenti.
Dall’altra parte della strada una civetta lo canzonò con il suo richiamo porta sfortuna.
Era comunque una stupidaggine. Valeva la pena rischiare?
Oh, basta! Fuori le palle! Respirò a pieni polmoni e via.
Afferrò sicuro il ramo, ma la superficie era resa viscida dal muschio leggero, bagnato dalle recenti piogge.
Senza rendersene conto, in un attimo si ritrovò steso a terra, sull’erba umida del giardino.
La testa gli doleva forte, i muscoli non davano segni di presenza, la vista si annebbiò in un vortice confuso e Liam svanì nell’oblio.
Forse aveva ragione il nonno, dopotutto.

 

Qualcosa di estremamente freddo gli sfiorò la mano.
“Hai bisogno di aiuto?” fu il sussurro che gli arrivò da lontano.
Aprì gli occhi a fatica, la luce del lampione del vialetto di fronte rivelò un’ombra china su di sé.
Due iridi azzurre lo stavano fissando preoccupate. I capelli lunghi, ondulati sulle spalle, ricadevano morbidi sul viso di Liam. Labbra delicate gli sorridevano. Un viso perfetto. Una dea. Bellissima.
Una di quelle ragazze che solo per pietà potevano rivolgere la parola ad uno sfigato come lui. O per copiare i compiti, certo. Peccato che non fosse poi un così gran secchione.
“Tutto a posto?” gli chiese di nuovo.
“Io…eh…si.” Si mise seduto. Controllò la casa dietro di lui. Nessun rumore dall’interno, per fortuna sua madre non doveva essersi accorta di niente. Le ossa del collo scricchiolarono quando inclinò nuovamente il capo, ma riuscì ad alzarsi in piedi senza altri problemi. Niente di rotto almeno.
“Ti ho visto cadere dall’albero…”
“Uhm, sono un po’ sbadato.” Cercò di togliersi fango e erba dai jeans, ma in fondo donavano veridicità al suo personaggio di morto resuscitato.
“Capita. Anch’io lo sono. Con le cose nuove.” Sorrise di nuovo. Il cuore di Liam ebbe un tuffo.
Indossava un vestito lungo del secolo scorso, come quelli che portava sua nonna in alcune vecchie fotografie appena maritata. Un po’ logoro e infangato sul fondo della gonna. Qua e là macchie di rosso scuro rendevano il suo costume perfetto, macabro ed elegante. La sua figura lo riempiva nei punti giusti. La scollatura lasciava intravvedere poco innocenti promesse.
Guardò in fondo, giù nella strada. Non c’era nessuno in giro, nessun gruppetto, nessuna auto in attesa. Da dove arrivava questa fanciulla? Non era di queste parti e a scuola di certo non l’aveva mai vista, non sarebbe mai passata inosservata.
“Stai andando a una festa?”
“No, stavo aspettando delle amiche che vivono da queste parti.” rispose lei titubante. “Perché tu invece si?”
“Si, ce n’è una fichissima a dieci isolati da qui, verso est.” O la va o la spacca, io ci provo. “Vuoi venire con me?”
“Ma non sono stata invitata…” Abbassò gli occhi timidamente, a fissare i suoi scarponcini inzaccherati.
“Nemmeno io! Andiamo!” Le prese la mano. Caspita, era davvero gelida. Beh, in effetti la temperatura si era abbassata di parecchio da quel pomeriggio. Oramai l’inverno incombeva.

 

“Non capisco perché accidenti non prende…Che cavolo gli piglia? Cellulare di merda!” Liam lo sbatteva contro il palmo della mano, nel tentativo di sbloccare la connessione e l’antenna, ma senza risultato.
Lungo il marciapiede si cominciava a incrociare parecchie persone, tutte molto stravaganti, con maschere pazzesche. Avevano passato un uomo che reggeva la sua testa in mano sgocciolando lungo tutto il marciapiede, una bambina che si trascinava su una gamba sola utilizzando l’altra come una stampella, ancora non capiva dov’era l’artificio, e un gruppo di ciclisti falciati da un’automobilista ubriaco, uno dei quali con il volante incastrato nel cranio e il clacson che gli aveva sbudellato l’occhio sinistro.
Tutti così ben truccati, sembravano uscire da un film dell’orrore di prima categoria, ineccepibili.
“Non riesco a chiamare Max…Ma la festa dovrebbe essere qui intorno.”
Attraversato un incrocio, entrarono in un quartiere nuovo della periferia est, una zona che non frequentava mai. L’amico gli aveva indicato quella via come luogo del party, in una casa moderna di fianco a un parrucchiere per signora.
Caitlyn, così si chiamava, era piuttosto misteriosa sulle sue cose, e preferiva rispondere con altre domande sulla vita di Liam, la scuola, gli amici, la famiglia. Anche l’incidente che aveva portato via suo padre, poco dopo la morte del nonno.
Ma da lei il ragazzo non riusciva a farsi dire nulla. C’era qualcosa di inquietante nella sua nuova amica, al di là del candido sorriso che lo travolgeva. Come se quella luce servisse a nascondere una lunga ombra. O era solo paranoia di vederla sparire da un momento all’altro. Troppo bella per essere vera.
Arrivarono di fronte all’insegna dell’acconciatore, piuttosto fuori moda, ma a lato c’era solo un terreno vuoto, abbandonato. Poco più in là un laboratorio malmesso, con carcasse di vecchie Ford e pneumatici accatastati. Il tempo sembrava essersi fermato agli anni 50.
“Non capisco…ero sicuro che fosse qui. L’indirizzo mi sembrava questo.”
Devo aver sbagliato strada senza accorgermene, distratto dai suoi occhi limpidi. E il cellulare non funziona, accidenti!
“Che facciamo? Niente festa?” chiese lei curiosa.
“A quanto pare no, mi spiace.”
“Oh, non preoccuparti per me.”
Liam si riscosse, non sarebbe stato male avere Caitlyn tutta per sé, in quella sera fantastica.
“Beh, pazienza per la festa. Tu che cos’altro avevi in mente di fare? Dolcetto o scherzetto per tutte le case? O andiamo a cercare le tue amiche?”
“No, è ancora troppo presto per loro qui, e non so se riusciremmo a vederci” rispose malinconica.
“Uhm, in effetti non sono ancora le 10.” Si sentì terribilmente ragazzino. Evidentemente lei era più grande se poteva uscire addirittura più tardi.
“E poi loro sono fidanzate adesso. Non vorranno avermi intorno.”
“Ah. E tu…non ce l’hai un ragazzo?” Dì di no, dì di no, ti prego.
“Non l’ho mai avuto.” Abbassò gli occhi timidamente.
Siiiiiiiiiiiiiiii! Liam cercò di trattenere la sua esultanza mentale. Poteva anche non interessarle. Semplicemente le amiche l’avevano abbandonata per quella sera. Magari domani si sarebbe dimenticata di lui.
“Ehm, intanto andiamo a bere qualcosa da Sullivan?”
“Non lo conosco…”
“Ma come? Fanno delle ottime frittelle…è impossibile che non ci sia mai stata! Ma da dove vieni tu?!” disse ridendo.

 

Tornarono nei loro passi, chiacchierando fittamente. Questa volta Liam riuscì a farsi raccontare parte della vita di lei. Le sue materie preferite, Storia dell’Arte e Letteratura, i suoi voti, che seppellivano di gran lunga i suoi, i litigi con le due sorelle.
“Oh guarda, lì c’è una festa! Forse è la tua?” esclama Caitlyn.
Da una casa poco più avanti uscivano luci colorate e musica ad alto volume, il vialetto era pieno di zucche illuminate e c’era un gran via vai di gente mascherata. Liam si guardò intorno: c’era un nuovissimo “Fabio’s Hair stylist ” con la vetrina addobbata per Halloween e poco oltre un autoricambi. Le case di fronte avevano però un’aria famigliare.
“Non capisco…questa sera davvero il mio orientamento fa cilecca. Queste strade si assomigliano tutte! O forse è la caduta. Aver sbattuto la testa certo non m’ha fatto bene” osservò mesto.
Il cellulare suonò per una chiamata, riprendendo improvvisamente vita.
“Allora Liam, dove cavolo sei?” gli sbraitò l’amico dall’altra parte.
Il ragazzo non fece in tempo a rispondere che se lo ritrovò davanti, sullo stesso marciapiede, vestito da moderno vampiro, un James Dean con le pupille rosse ed i canini aguzzi.
“Eccoti accidenti!” Guardò Caitlyn al suo fianco e strizzò l’occhio a Liam. “Ah, capisco, eri impegnato, eh? Buonasera madame!”
Lei sorrise divertita dall’inchino improvvisato.
“Dai venite, vi stavamo aspettando!”
All’interno la confusione era ancora maggiore, ma riuscirono comunque a raggiungere il resto del gruppo.
“Liam, ma qual è il tuo travestimento? Sembri tale e quale a quando sei uscito da scuola oggi!” Scoppiarono tutti a ridere.
“Ah-ah, bella questa, davvero. Vaffanculo Joen.”
Caitlyn se ne stava un po’ in disparte, osservando guardinga tutte le persone che le passavano vicino, squadrandone il viso da lontano e volgendo lo sguardo altrove solo all’ultimo momento.
“Vuoi qualcosa da bere?” le chiese Liam.
“Si grazie.”
“Vieni con me, da questa parte.”
Stavano attraversando il patio, quando Liam fu bloccato da quell’armadio a due ante di nome Fred, lo stesso energumeno che gli aveva dato noie in mensa quel giorno. Non era molto intelligente, ma purtroppo era parecchio grosso. Stupidità e massa sono due fattori pericolosi.
“Oh oh oh, guarda che bella bambolina. E tu da dove spunti eh? Cosa ci fai con un fesso come lui?”
“Lasciala in pace.” Liam cercò di frapporsi tra loro. La puzza alcolica di Fred non prometteva niente di buono. Stupidità, massa e alcool sono tre fattori ancora più pericolosi.
“Zitto. Non mi parlare. Non ti ho dato il permesso di aprire bocca.” Gli urlò in faccia. Liam fu investito da una zaffata di zolfo.
Con una sola spallata Fred lo mandò a terra e avanzò verso la ragazza.
“Sei troppo carina per lui. Vieni a fare un giretto con me, non te ne pentirai!”
Caitlyn si lasciò trascinare da Fred, senza fare storie. Lasciò che lui le cingesse la vita e allungasse la mano sul suo sedere.
Inorridito, Liam riuscì solo a leggerle il labiale quando si volse verso di lui: “Non ti preoccupare”. Gli sorrise tranquilla mentre lei e Fred salivano le scale verso il piano di sopra. Le camere.
Ma come? Erano quelli i tipi che le piacevano? Aveva detto di non aver mai avuto un fidanzato!! Non riusciva a crederci.
“Che ci vuoi fare fratello. Era troppo per te, ammettilo” Joen gli batté una mano sulla spalla.
“Tieni, bevici su.” David gli cacciò una lattina di birra in mano.
Qualche minuto dopo, ancora concentrato nei suoi tristi pensieri, vide Fred scendere spaventato a morte, saltando impazzito a due a due i gradini, urlando parole sconnesse e fuggendo veloce verso la porta. Pochi secondi dopo il suo fuoristrada rombò nella via disperdendosi nella notte.
Liam corse nella direzione opposta, salendo in soccorso dell’amica, preoccupato di trovare chissà cosa.
Aprì tutte le stanze, disturbando altri convenevoli piuttosto consenzienti, ma non la trovò. Un letto era vuoto, intonso. Di Caitlyn non c’era traccia. Controllò anche giù dalla finestra, per sicurezza. Niente.
Tornò sui suoi passi e uscì in giardino, per verificare.
La sua testolina bionda era seduta su una panchina sotto un salice piangente, in un angolo più tranquillo.
“Tutto a posto?” le chiese ansioso.
“Si”
“Ti ha fatto del male?”
Caitlyn gli sorrise sarcastica. “Oh, non era proprio in grado”
“Ma l’ho visto scappare. Adesso non dirmi che l’hai picchiato tu!”
“Non l’ho nemmeno sfiorato. E’ bastato metterlo di fronte alla verità.” Le sue labbra presero uno strano ghigno, ma Liam non fece in tempo a chiederle altro.
“Ti prego, andiamocene, questa festa è troppo rumorosa. E non c’è nulla qui per me…”
“Ok, per me va bene.” Della festa oramai non gli importava nulla.
S’incamminarono di nuovo per la strada un po’ più buia.
“Allora…che facciamo? Qualche idea?” Proporle un cinema sarebbe stato troppo avventato?
“Puoi darmi una mano con la mia ricerca, magari.”
La guardò incuriosito. “Certo. Cosa cerchiamo?”
“Il mio assassino”

 

Pensò che stesse scherzando. Si recita tutti una parte melodrammatica nella notte di Halloween. Aiuta a esorcizzare le nostre paure.
“Tu sei in pace. Sai già perché sei qui?” gli chiese seria.
“Io…eh? Cosa?”
“Ti ricordi come sei morto?” Caitlyn lo guardava fisso negli occhi. Lei non stava scherzando per niente. Si bloccò all’istante.
Sconcertato, cercò di capire che diamine stesse dicendo. Le parole di suo nonno gli tornarono alla mente. Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia… Loro sono in mezzo a noi. E tu non sai più dove sei.
Si toccò un braccio: lui era reale, gli sembrava di esserlo. Diede una violenta spallata all’albero dietro di loro. Sentì la clavicola scricchiolare, faceva un male cane. Tirò un pugno allo stesso albero. Si guardò le nocche della mano destra sanguinare. Lui era vivo.
Osservò mestamente la sua amica da lontano: una veste bianca, un incarnato piuttosto pallido che risaltava i suoi meravigliosi occhi azzurri, una sottile catenina d’argento al collo e macchie di sangue un po’ ovunque, un’enorme chiazza all’altezza dell’anca destra. Quel colore era tremendamente reale, per essere uno scherzo ben confezionato. No dai, non era possibile. Eppure…la sua mano era così fredda.
“Tu…sei morta?” L’ultima sillaba gli rimase strozzata in gola. Il cuore ebbe un tonfo pesante di spavento.
“E tu no…pensavo lo avessi capito.”
Pietrificato, non poteva che osservare la bellezza eterea del suo sguardo. Doveva essere stata molto popolare a scuola.
Si chiese se fosse l’unica nei dintorni quella notte. O quante di quelle maschere così vere incrociate quella sera appartenessero al suo mondo, e non a questo. E cosa mai poteva aver ridotto questa splendida ragazza in un cadavere. I capelli alla base della nuca gli si rizzarono in un brivido. Fantasma, meglio fantasma, come parola, si.
“Ma come…è successo?” si sforzò di chiederle. Non aveva paura, quello no. Ma non riuscì ad avvicinarsi.

 

“Stavo andando ad una festa…come quella dove siamo stati stasera, nella stessa notte di Halloween. Non ci arrivai mai. Le mie amiche erano in ritardo e mi incamminai da sola. Qualcuno mi afferrò, mi coprì gli occhi e mi legò le mani…” Sollevò i polsi per mostrargli i segni rimasti vividi sulla pelle.
“Mi rinchiuse nel bagagliaio di un’auto. Mi portò fuori città, in un capanno, mi…violentò…e poi iniziò a tagliarmi, nello stesso punto. Voleva togliere tutto quello che mi aveva lasciato dentro, di suo…e voleva punirmi per essere una tentazione, per averlo costretto ad un’azione così grave pur di soddisfare il suo bisogno.” La sua voce tradiva una profonda tristezza.
“Credo di essere morta dissanguata, più che altro. L’ultima sensazione è delle sue mani viscide che mi scavavano dentro.”
Liam fissò l’enorme macchia di sangue sul suo vestito, sopra l’anca destra. E capì cosa doveva aver visto Fred quella sera.
“Dove successe?” Gli mancava il fiato.
“In questa città. Vivevo un poco più a nord.”
“E…quanto tempo fa?”
“Un paio d’anni…almeno credo. Il mio tempo non scorre come il tuo.”
Il silenzio scese cupo tra di loro. Liam ancora non riusciva a credere. Ma le parole del nonno prendevano sempre più forza nella sua testa. E tutto il resto che aveva detto, e fatto, cominciava a combaciare.
“Mi ricordo di te, ora, mi ricordo!” esclamò ad un tratto. “Eri su tutti i giornali! E in tv! Vennero anche a scuola a fare domande. E poi ritrovarono il tuo corpo nel fiume, una settimana dopo dalla scomparsa.”
La polizia fece ricerche accurate, venne istituita anche una ricompensa per chi avesse potuto fornire qualche dettaglio utile. La sua famiglia era andata in onda in parecchie trasmissioni televisive, piangendo e supplicando per riavere la loro primogenita. Finché le acque non restituirono la salma alla superficie.
Lo sguardo di Caitlyn divenne tetro.
Liam frenò l’entusiamo per la scoperta. “Scusa…io non…”
“Non preoccuparti. Ero presente anche al mio funerale.” Sollevò le spalle e gli sorrise.
“E non hanno mai trovato il colpevole” aggiunse mesto.
“Lo so. E’ qui. Non so chi sia, ma io lo sento…ha ancora voglia di uccidere. E’ questo che mi trattiene. Dev’essere preso, capisci? Non deve farlo a nessun’altra. Glielo devo impedire.”
Liam annuì. Le questioni in sospeso. I fantasmi ne hanno sempre e restano per questo.
“Quindi, non l’hai visto e non sai chi sia?”
Caitlyn scosse la testa malinconica.
“Beh, io le ricerche le comincio sempre su internet. Ehm…ti andrebbe di venire a casa mia?”

 

Mentre camminavano per tornare indietro, Liam non riuscì a trattenere oltre la curiosità.
“Ma prima cos’hai fatto a Fred, davvero?”
“Beh, esattamente quello che mi ha chiesto. Ho sollevato la gonna. Certo, quello che ha visto era ben diverso da ciò che si aspettava…” Sollevò le spalle appena, ammiccando divertita.
Dal canto suo, Liam sbiancò all’idea. A Fred doveva essere passata la voglia a vita. Doveva essersi reso conto che non era un misero travestimento. L’aria terrorizzata che gli aveva visto addosso ora aveva un senso. Fred, il bullo della scuola, spaventato a morte. Ben ti sta, cazzone!
“Mi ci vorrebbe un trucco simile. Perché sopporto le sue angherie tutti i giorni. Ho rimediato solo un paio di pugni a ribellarmi ai suoi insulti.” Sospirò.
“E’ solo un povero idiota. Se sapessi cosa lo aspetta dall’altra parte, gli rideresti in faccia. Credimi. Non ne vale la pena.”
“Sarà…ma intanto qui se la passa bene.”
“La prossima volta digli che se non ti lascia in pace, gli mandi la tua amica Caitlyn a trovarlo tutte le notti!” Alzò appena la gonna, simulando un balletto in punta di piedi. Scoppiarono a ridere.
Giunti sotto alla finestra dove si erano incontrati poche ore prima, Liam spidocchiò dal portico dentro casa: luci spente, quiete in ogni direzione, sua madre doveva essere andata a dormire.
“Ok, entriamo dalla porta principale. Segui me, saliamo le scale e ci infiliamo in camera mia, dove c’è il mio computer. Cerca di non fare rumore, mamma in genere ha il sonno pesante, ma non voglio correre rischi.”
Avanzò verso l’ingresso, riuscì ad aprire senza far scattare rumorosamente la serratura. Fece cenno a Caitlyn di stargli dietro, silenziosa.
I gradini ricoperti di moquette attutivano il suo passo. Arrivato al pianerottolo, dalla camera frontale arrivava il debole russare della donna. Prese la porta a destra, la schiuse lentamente e si voltò per lasciar passare l’amica. Ma dietro di lui il vuoto.
Ma dove…?
“Così è questa la tua stanza?” La sua voce proveniva dall’interno. Era seduta nel suo letto.
“Già.” Sperava non avesse notato la copertina di quel porno che spuntava da sotto il comodino. Meglio far finta di niente, comunque non poteva leggere nel pensiero. Altrimenti sì sarebbe stato nei guai, con tutto quello che gli passava per la mente quella sera.
“No, non posso leggere nel pensiero, non sempre.” Gli sorrise amabilmente e con il piede cacciò più a fondo la rivista.

 

“Ecco, è qui che ti hanno ritrovata, vedi?” Indicò il punto nella mappa a video.
“E l’ultima volta ti hanno invece vista in questa strada, alla periferia ovest della città…” Spostò la schermata verso il basso.
“Ma anche cercando il capanno, ammesso che ci sia ancora, sono passati cinque anni oramai, come potremmo trovare l’assassino?!”
Caitlyn fissò lo schermo e poi guardò lui, sospirando. “Proprio non lo so.”
“Non ricordi niente di quella notte? Qualsiasi particolare…qualsiasi cosa.”
Scosse la testa, pensierosa. “Non ho visto la targa dell’auto. Potremmo aver viaggiato per cinque minuti, o anche venti, ero troppo spaventata, il tempo sembrava comunque infinito. Avevo il cuore impazzito dall’angoscia e mi mancava l’aria, c’era una puzza terribile nel bagagliaio. C’era odore di paura e sangue. Non ero la prima, ora lo so.”
“Di lui, cosa hai visto?”
“Molto poco, mi ha assalita da dietro. Il capanno poi era al buio, filtrava solo una debole luce, credo di un lampione a distanza. Mi ha caricato su una spalla per portarmi dentro. Lì mi ha scaraventata a terra e mi ha tolto la benda. Voleva vedere il terrore nei miei occhi, godeva nel vedermi implorare pietà. Tutti i miei sforzi erano concentrati per liberarmi dalla sua morsa. Poi terminai di lottare. Pensai che se lo lasciavo fare, se gli regalavo quel momento, se cercavo pure di partecipare e renderlo…felice, mi avrebbe lasciata libera.”
Scosse la testa con rammarico. Liam si accorse di aver trattenuto il respiro.
“Però ricordo…la sua giacca. La manica. Era una di quelle giacche delle squadre di football, sai quelle con le righe dei colori della scuola. Forse gliel’ho anche strappata, mentre tentavo di difendermi.”
“Uhm. Guardiamo gli annuari delle squadre di quell’anno, sperando che non fosse uno studente già diplomato. Vediamo, dovrebbero esserci le foto negli archivi online nei vari siti.” Passò in rassegna vari documenti, con le immagini in primo piano di tutti i giocatori, ma fatalmente nessuna divisa corrispondeva.
“Questa scuola ha anche la squadra di baseball, diamo un occhio. Ecco, questi sono i suoi colori. Questa la giacca, che te ne pare?”
“Potrebbe essere…” disse lei poco convinta.
Cercò la lista dei giocatori che erano in rosa in quell’anno, e iniziò a scorrere i loro visi sul monitor, fermandosi per ognuno, ma Caitlyn non dava alcun segno di riconoscimento. Forse avrebbero dovuto verificare anche l’anno precedente, così per sicurezza.
“Fermo! E’ lui!” esclamò lei, in una foto che aveva già passato.
“Sei sicura?”
“Si, quella cicatrice sulla guancia…sono sicura che gliel’ho fatta io!” Tornò a fissare l’immagine. “Bastardo!” gridò forte, indietreggiò verso il centro della stanza, la sua bocca si spalancò quasi quanto l’armadio e poi si dissolse all’improvviso nell’aria.
Liam rimase impietrito. Quando gli sorrideva, con quei suoi occhi incredibilmente limpidi, dimenticava quel che era in realtà. Puro spirito.
“Caitlyn?” Sperò che lo potesse ancora sentire.
“Scusa…” Era dietro di lui, accovacciata sotto il davanzale della finestra, con la testa china tra le ginocchia.
“Tutto bene?”
Si avvicinò all’amica. Titubante, le posò una mano sulla spalla. Era solida, e morbida. Proprio come un essere umano.
“Avevo una vita davanti e lui me l’ha tolta” rispose sommessamente.
“Lo so.”
“La vendetta è il minimo che mi spetta.” Lo sguardo feroce che gli rivolse rivelò tutta la sua rabbia. L’azzurro chiaro delle sue iridi aveva lasciato lo spazio al profondo nero della furia. Davvero niente di umano.

 

“Questo è l’indirizzo, la sua attuale residenza. Non sembra esserci nessuno dentro.” Erano acquattati dietro la siepe, ma quando Liam si girò non trovò più Caitlyn al suo fianco.
“Cait? Dove diavolo…?”
“C’è un uomo che sta dormendo su una poltrona, con una bottiglia vuota di whisky in mano” gli sussurrò l’amica, comparsa dall’altra parte. “Il resto della casa è vuota. Ti faccio entrare?”
Il ragazzo confermò con la testa. Sparì di nuovo in un fruscio di foglie e la vide attraversare leggera il muro dell’edificio. Strana compagnia quella di uno spettro. Contro ogni legge della fisica.
Lo fece accedere dal cucinino e salire al primo piano, in quella che doveva essere la camera dell’assassino. Spoglia di mobili ma densa di confusione: scatole di cartone vecchio piene di cianfrusaglie, vestiti sporchi buttati qua e là, una branda in un angolo sorvegliata dal poster di Joe DiMaggio appeso al muro, fango e residui di pizza tappezzavano il pavimento. Ecco mamma, prova a dire qualcosa del mio disordine adesso, pensò Liam.
“Che cosa cerchiamo?”
Caitlyn alzò le spalle delusa. Poi si avvicinò al comodino per verificarne il contenuto.
“Non nascondo mai niente nei cassetti. E’ la prima cosa dove le madri guardano… No, se c’è qualcosa di interessante, sarà in un posto stupido, ma non direttamente alla vista.” Si guardò in giro. Rimaneva un armadio a muro, da dove s’intravedevano vestiti ed altre scatole chiuse, una piccola libreria con alcuni modellini pieni di polvere, qualche mensola con fotografie e trofei.
Come ipnotizzata, la ragazza avanzò verso una delle coppe più grandi, alzò il coperchio e frugò al suo interno. Ne estrasse qualcosa che luccicava al raggio lunare che filtrava dalla vicina finestra. Liam si avvicinò.
“E’ il mio ciondolo…” Nella sua mano brillava una piccola stella marina incastonata ad una conchiglia.
“Questa è una prova! Magari ci sono ancora le sue impronte!” esclamò Liam entusiasta.
“Probabile, ma inutile. Ora chiamiamo la polizia? Dici che mi ascolteranno?” gli rispose contrariata. “Accorrete, ho trovato il mio assassino!”
“No, certo. E non posso nemmeno farlo io. Mi chiederebbero come lo so, e non saprei spiegare…tutto questo” le rispose avvilito.
La porta dell’ingresso sbatté all’improvviso e si sentirono alcuni passi muoversi giù nel pianerottolo.
“E’ lui!” Caitlyn lo guardò scioccata.
“Oh cazzo!” Liam sbiancò all’istante. Impacciato, cercò un posto dove nascondersi, ma dovette cedere all’ovvio: sotto il letto era l’unico rifugio possibile, quello dove si sperava non avrebbe mai guardato.
“Sbrigati!” gli intimò la ragazza. “A lui ci penso io! Qualsiasi cosa faccio, non fiatare!” E in un attimo si dissolse nuovamente.

 

I passi salivano la scala e si avvicinavano alla stanza. Due scarponi lerci comparsero sulla soglia. Acquattato sotto la branda, in fondo verso il muro, Liam seguiva tutti i movimenti dell’uomo. Sembrava andare alquanto di fretta.
Si accostò all’armadio e scaraventò a terra un borsone. Iniziò a buttarci dentro di tutto, per lo più indumenti.
Liam avrebbe voluto sporgersi più in là per vedere meglio, ma stava lottando col desiderio di starnutire. Lì sotto la sporcizia era accumulata da decenni e la polvere che aveva smosso rifugiandosi in quell’angolo lo stava mettendo in difficoltà. Si premette il naso per trattenere l’istinto.
L’uomo si spostò verso la mensola dei trofei e sollevò la mano proprio sulla coppa dove Caitlyn aveva ritrovato il ciondolo. Non trovò nulla. La tirò giù e guardò l’interno. Infuriato, controllò una ad una tutte le altre, ma ancora nulla.
Di fronte alla finestra, apparse la gonna di Caitlyn, leggermente staccata da terra.
“Cercavi questo, bastardo?” Liam sussultò. Il suono gutturale gli diede la pelle d’oca. Non era la voce che le aveva sentito per tutta la serata. Arrivava direttamente dall’oltretomba.
Ma l’uomo non ebbe alcuna reazione. Sbuffando, si accovacciò e iniziò a rovistare nelle scatole di cartone ammassate, scagliando lontano tutto quello che non l’interessava.
La ragazza si librò ancora più vicina. “Mi senti, schifoso? Sono qui per te!” gli urlò direttamente alle spalle.
Lui si alzò in piedi e si girò. Erano l’uno di fronte all’altra.
Liam trattenne il fiato in attesa.
Caitlyn lanciò un urlo spaventoso che gli fece esplodere il cuore dal terrore. Ma l’uomo la attraversò. Letteralmente.
Lei iniziò a volteggiare rabbiosa lungo tutta la stanza, ma solo le tende sembravano avvertire la sua presenza.
L’assassino si muoveva indisturbato, completamente ignaro di quanto avveniva intorno a lui.
Fu in quel momento che a Liam scappò uno starnuto, lieve ma percettibile.
L’uomo si fermò e si girò verso il letto.
“Oddio…” mormorò la ragazza.
Incerto, percorse tutta la stanza, fermandosi di fronte alla branda.
Stava per chinarsi e controllare proprio sotto il letto.
“No, no, noooo!” urlò lei. Liam chiuse gli occhi e iniziò a pregare, non sapeva nemmeno chi.
Caitlyn si lanciò con forza verso la finestra e la spalancò. L’aria fredda della notte invase il locale con prepotenza.
Imprecando, l’assassino si rialzò e chiuse la vetrata.
Qualcosa si mosse al pian terreno.
Inveendo contro l’altro inquilino, l’uomo prese il borsone e corse giù. Arrivò qualche voce concitata e poi la porta dell’ingresso sbatté di nuovo.
“Se n’è andato, vieni!” Gli occhi azzurri che lo guardavano tranquilli lo riportarono alla realtà.

 

“Avrei voluto conoscerti prima. Saremmo stati buoni amici…credo.” Guardò altrove, mentre glielo confessava.
Erano seduti in una panchina del vicino parco comunale. Dalla terra fredda s’innalzava un velo di foschia che sfumava i contorni intorno a loro.
“Sai Liam, io mi ricordo di te” Caitlyn abbassò gli occhi, quasi intimidita. Continuava a rigirare tra le dita il ciondolo ritrovato.
“Di me?” Rimase alquanto sorpreso. Non l’aveva mai incontrata, ne era sicuro. Non poteva essere stato così stupido!
“Si, ero anch’io al primo anno, ma non avevamo lezioni in comune. Ti ho visto quel giorno che Fred ti ha mandato a terra per la prima volta. Stava cercando un nuovo bersaglio. Eri al posto sbagliato nel momento sbagliato.”
Liam aveva ben impressa nella memoria quella scena. “Già, bella figura eh?!”
Lei scosse la testa. “Ricordo quello che dicesti a bassa voce: Fred, perché non ti trovi un Barney da spupazzare?! Non lo so nemmeno io, ma continuai a riderci su per tutta la giornata!”
“E non era una gran battuta!”
“No davvero!” Scoppiarono a ridere.
“Me lo puoi mettere, per favore?” gli chiese porgendogli il ciondolo.
“Non lo vuoi portare alla polizia?”
Alzò le spalle. “Io non posso, e tu ti metteresti nei guai. Lui oramai è scappato. Qualcosa però mi dice che lo prenderanno comunque.”
Si scostò i capelli e lasciò che Liam aprisse la catenina. Il suo collo vellutato era una dolce tentazione, nonostante tutto.
“Ecco..” bisbigliò al suo orecchio.
Gli restituì un sorriso radioso. “Grazie.”
“Che succede alla tua mano?”
“E’ l’alba ormai. La notte di Halloween è quasi finita.” Sollevò la mano che stava sbiadendo piano piano nel nulla.
Allontanati dal sole del loro mondo e assicurati di essere nel tuo quando sorgerà. Quelle del nonno non erano parole senza senso, come credeva allora.
“Devi tornare nel tuo mondo…e io nel mio.” Il suo sguardo liquido esprimeva tutta l’amarezza di quella separazione.
Si avvicinò a baciarlo. Liam chiuse gli occhi, assaporando le sue labbra piene e il suo profumo, un’intensa nota di Iris.
“Addio Liam…”
Quando riaprì gli occhi, non c’era più alcuna traccia di lei. Era seduto di nuovo sotto la sua finestra, nel medesimo punto in cui era caduto qualche ora prima. Come se nulla fosse successo. Controllò l’orologio, erano quasi le sette. La casa di fronte nascondeva i primi raggi dell’alba.
Entrò, per assicurarsi di essere nel mondo giusto.

 

Il sole irradiava tutta la collina, riscaldando gli ultimi fiori dell’autunno. Erano passati dieci giorni da quella notte e Liam era tornato a trovare la sua amica, portandole una mazzo di rose bianche.
“Sai, le rose rosse non mi sembravano proprio il caso, credo che il rosso non sia proprio il tuo colore…” ammise mesto.
“E comunque quella foto proprio non ti rende giustizia!” Osservò l’immagine sbiadita nella cornice d’ottone.
Alla fine l’avevano preso, l’assassino. Aveva tentato di violentare un’altra ragazza, poco prima della loro intrusione in casa sua, ma era stato maldestro, lei era riuscita a divincolarsi e a scattare una foto alla targa. La polizia allertata aveva iniziato subito la caccia, dopo che il caso Adair giaceva sulle loro scrivanie ancora irrisolto da anni.
“L’hanno fermato al confine. Nel borsone gli hanno trovato le tue mutandine. C’era ancora il tuo sangue.” Sospirò. A volte gli pareva di aver sognato tutto, eppure gli mancava così tanto.
I poliziotti hanno poi perquisito tutto l’edificio e in camera dell’uomo hanno trovato altri souvenirs, altri trofei di violenza che l’avevano ricondotto ad altrettante morti. Ora rischiava la pena di morte sulla sedia elettrica.
“E sono sicuro che tu sarai lì a vedere” aggiunse Liam, sistemando i fiori freschi davanti alla lapide, sotto all’iscrizione.
Caitlyn Adair, il tuo sorriso è la stella più bella
“Ti cercherò ogni notte tra le stelle allora”.
Una folata di vento gli portò all’orecchio una parola appena sussurrata da molto lontano, un altro mondo.
“Grazie.”

 

(c) 2016 Barbara Businaro

Note:

Non c’è una storia che non abbia una sua colonna sonora (per lo meno, è così per me). E anche questa ce l’ha. Continuava a ronzarmi in testa quella frase che apre l’inizio: “Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween.” Me l’ero appuntata ancora un anno fa, dopo averla ascoltata alla radio. Ci dovrei scrivere qualcosa. Poi arriva l’autunno e sento che sta arrivando Samhain, Halloween, che non è solo una data sulla carta e nemmeno solo una festa mascherata. E mi ritrovo a sentire i Seether, che non avevo mai ascoltato prima (come a dire che tutto arriva sempre al tempo giusto, ne prima ne dopo di quando serve). Questa canzone era nascosta in mezzo alla loro discografia e quando l’ho scoperta… Liam e Caitlyn hanno iniziato a vivere nella mia testa. Dargli voce stavolta è stata un’emozione fortissima.

Vuoi sapere come continua? Trovi il seguito qui: Cuore malato (Weak heart)

 

Il sole spargeva il suo primo tepore primaverile mentre una leggera brezza faceva risuonare le foglioline appena nate. Nessun altro rumore disturbava la placida calma di quel pomeriggio. Sarebbe stato un incantevole parco dove fermarsi a leggere una lunga storia, se non per la muta inquietudine del lieve tremolio di tutte quelle lucine ben ordinate in fila. Il cimitero non è un buon posto, per i vivi.
Angelo si aggirava sconsolato per i vialetti sassosi, seguendo la processione che stava portando il suo amico Gino all’ultimo viaggio. Settantacinque anni erano comunque gran parte di vita, ma andarsene scivolando sui tre gradini dell’ingresso di casa sembrava una terribile beffa del destino. E pensare che l’aveva salutato solo qualche minuto prima, all’edicola all’angolo, la scorsa domenica. Da sempre appassionato di calcio, Gino era stato il suo allenatore quando Angelo giocava nella squadra pulcini del quartiere. Da pensionato, lo si trovava puntualmente al bar Jolly a commentare le partite. Tranne le ultime. Sospirò.
“Lo mettono nell’ala nuova. Ha solo un mese, ma si sta riempiendo velocemente. C’è chi dice che non sia una cosa tanto normale…” Accanto a lui, Enzo indicava una parete risplendente del candore del marmo appena tagliato ed occupata solo per un quarto della sua capienza. Gli ultimi arrivati venivano alloggiati lì.
La tumulazione fu breve e silenziosa. Qualcuno si attardò a salutare i famigliari, ma Angelo decise di rimandare ad altra sede. Enzo vagava curiosando i nomi incastonati nelle lapidi recenti. Da quando si era sposato e diventato padre di due gemelli si incontravano solo per matrimoni e funerali. Angelo no, figli non ne aveva avuti, e un po’ lo invidiava.
“Questo te lo ricordi?” gli chiese l’amico.
“Il cognome non mi dice nulla, ma la foto…l’ho già visto…è una foto sfocata però.”
“E’ il custode del campo di calcetto.”
“No! Davvero? Appo?”
“Si, non so da dove gli arrivasse quel soprannome.”
“Ma lo avevo visto…credo un mesetto fa. Sembrava in gamba!”
L’occhio di Angelo si spostò alla scritta più in alto.
“Facchetti Armando. Ma non è mica il calzolaio, quello vicino alla vecchia fermata del bus?”
“Eh si, proprio lui” commentò Enzo.
Alzò la testa verso l’ultima lapide in cima.
“Ferrarese Virginia. Si, la conosco. E’ una delle signore del coro dove va anche mia madre…”
Proseguì alla colonna successiva, dal basso.
“Benetazzi Stefano. Pensa te, Stefano…pure lui…” Marmo lucido, fiori freschi, candela nuova. Infatti la data era recente, nemmeno venti giorni.
“Zanetto Anna. Me la ricordo…la conoscevo si, l’immagine incorniciata non è proprio attuale, ma è lei…”
Sembrava strano trovare in quella macabra lista così tanti volti noti. Di solito in una cittadina così sviluppata, con due grosse fabbriche che attiravano lavoratori dalla provincia, c’era sempre qualche cognome forestiero, intere famiglie che non si aveva modo di frequentare. Gli ultimi tre anni poi Angelo li aveva passati in viaggio per lavoro, precludendo qualsiasi attività sociale in loco.
Eppure li conosceva. Tutti.
Proseguì lungo la navata, leggendo via via nomi e cognomi, sbirciando le foto e confrontando le date dei decessi, tutte così incredibilmente ravvicinate. Persone di età e occupazioni diverse, qualcuno anche più giovane di lui, che a 44 anni a certe cose preferiva non pensare proprio.
Lo conosco…anche lei la conosco…si, me lo ricordo…anche lui…lo conosco…lo conosco…
Qualcosa di pesante gli opprimeva il respiro.
Angelo era sconcertato. “Ma davvero se ne sono andati tutti nell’ultimo periodo! Ma le cause? Sono morti di malattia? O qualche contaminazione ambientale?” chiese all’amico a fianco.
“No, no. Oddio, qualcuno sì è finito all’ospedale, ma alcuni sono stati proprio incidenti sfortunati. Pensa Appo! Fino alla sera prima mi dicono che faceva qualche tiro in porta a fine serata, prima di chiudere. E il giorno dopo mi va a cadere sulle scale?” Scosse la testa. “Non ci si crede…”
Il corteo si stava disperdendo. Anche loro imboccarono l’uscita attraverso il pesante cancello in ferro battuto.
“Che poi” continuò Enzo “le vecchie in chiesa ci stiano ricamando sopra mi pare ovvio. Da una settimana si trovano tutte le sere prima dei vespri a dire il rosario disperate. Perchè c’è il diavolo in città, dicono.”
Angelo sorrise. Credere a queste assurdità nel nuovo millennio. Di sicuro c’era qualche altra spiegazione plausibile. Qualcosa di nocivo scappato nelle falde acquifere, un virus mortale che veniva tenuto nascosto ai media e alla popolazione per evitare il panico, che procurava magari un eccessivo calo d’attenzione e problemi motori. Non c’era bisogno di scomodare il diavolo.
“Ti serve un passaggio fino in centro?” gli chiese l’amico.
“No, ti ringrazio. Visto che il tempo me lo consente, vado a piedi e ne approfitto per fare qualche telefonata di lavoro. Salutami Laura e i gemelli.”
Enzo si congedò con un cenno del capo e partì al volante della sua vecchia Alfa, seguito da una nuvola fumosa e puzzante odore di diesel. Dovrebbe far controllare quel rottame, pensò Angelo.

 

 

“Com’è andata giù a Roma?” gli chiese il padre.
“Tutto bene” rispose Angelo togliendosi la giacca. “Trasferta tutto sommato tranquilla, riunioni di routine.”
Sua madre comparve veloce dal cucinino. “Scusami caro, stasera sono un po’ in ritardo con la cena. Ho finito tardi in chiesa. Mi ci vogliono ancora dieci minuti.”
“Non preoccuparti mamma.” Dopo il divorzio, Angelo approfittava spesso della compagnia dei genitori, che mangiare da solo era una desolazione.
“Come mai in chiesa?” domandò a suo padre, che stava leggendo il giornale in poltrona.
“E’ andata al rosario…a pregare con le altre vecchie, prima che il diavolo ci porti via tutti!” sbuffò, ripiegando il quotidiano sul tavolino.
“Ti ho sentito!” gridò la moglie dall’altra stanza. “Dopo quel che è successo anche settimana scorsa, c’è poco da ridere.”
“Che è successo?” chiese Angelo prendendo il giornale per sè.
“C’è stato un brutto incidente, un auto è finita in canale, è morto un commercialista del centro…”
Angelo fissava inorridito la foto ingrandita della vecchia Alfa che una gru stava sollevando dall’acqua. “Morto annegato in pochi minuti, l’autopsia esclude un malore, si ipotizza un guasto meccanico” diceva il titolo a piena pagina.
“Porca miseria…” La voce gli si spezzò in gola.
“Lo conoscevi?”
“Si…Enzo…giocavamo a calcetto insieme anni fa…” Stentava a crederci. Ma se si erano visti…quando? Proprio la scorsa settimana! Lesse veloce il trafiletto. “L’incidente di giovedì.” Cavoli, si erano appena lasciati al parcheggio del cimitero e lui stava tornando a casa! Aveva preso l’argine, strada un po’ stretta, ma consentiva di saltare tutto il centro città. Deglutì. Avrebbe potuto esserci anche lui a bordo. E forse si sarebbero salvati. O forse no.
“Voi pensate quel che volete, ma c’è qualcosa di malvagio in tutte queste morti improvvise!” La madre posò la pentola della pasta sul tavolo ed iniziò a riempire i piatti.
“Oh donna, non dire sciocchezze!” rispose il marito versandosi un po’ di vino.
“In effetti fa impressione vedere tutte quelle nuove tombe, in così poco tempo. Però Enzo guidava un catorcio e glielo dicevamo tutti di stare attento…ma non pensavamo certo che potesse finire così male, mio Dio!”
“Beh, nemmeno noi pensavamo che Virginia potesse fare un infarto in quel modo! L’avevamo vista quel giorno che mi hai accompagnato dal medico, ridordi? Le aveva appena consegnato le analisi, perfette! Nemmeno un valore fuori norma! L’han trovata distesa a terra il giorno dopo, i vicini richiamati dai continui lamenti del suo cane. Han detto che aveva gli occhi sbarrati, un’espressione orribile…proprio come se avesse visto il diavolo!” Terminò la frase facendosi il segno della croce.
“Santa pazienza…avrà capito che stava avendo un infarto, che comunque era una persona a rischio, lo sai!” sbuffò il padre.
Angelo era scettico. “Ma a parte questi casi, che possono rientrare nella normalità, non è che forse ci stanno nascondendo qualche epidemia?”
“Beh, la maggior parte in realtà sono incidenti, stando a quel che scrivono sui giornali. Se poi ci sia qualcosa che prende, che sò, i nervi, questo non ce lo diranno mai.”
“Ma quale epidemia! Sono tutte persone sanissime” disse la madre portando il cestino del pane in tavola. “Fino al giorno prima. Vedi Renato. L’han visto uscire dal supermercato con le buste della spesa e mentre stava attraversando la strada, deserta a quell’ora, un’auto grossa l’ha preso sotto e lasciato lì. E’ scappata e non l’hanno più rintracciata. Non sanno nemmeno che macchina fosse. Ma lui stava benissimo prima!”
“Ma chi mamma?” chiese Angelo servendosi del contorno.
“Draghin, il figlio. Quello della ferramenta. Il figlio però faceva l’assicuratore.”
La forchetta di Angelo cadde con un tonfo sul piatto. “Renato Draghin? Ma no!” esclamò.
“Un altro tuo amico?” domandò il padre.
“Si… L’ufficio e le auto aziendali sono assicurate con lui. Il suo studio non è molto distante e ci portava le quietanze di persona…Ma cavoli! L’avrò visto neanche…due settimane fa credo.”
“E’ successo di lunedì. Me lo ricordo perchè sono andata dal panettiere di pomeriggio, che il lunedì mattina è chiuso. E ho trovato la Giuseppina, che era appena successo l’incidente.”
“E io quando l’ho visto…stavo tornando da un pranzo di lavoro veloce. L’ho incrociato sul marciapiede e ci siamo salutati…ero con il delegato della EcoPlus…” Angelo cercava di ricordare che giorno fosse, avrebbe dovuto controllare l’agenda per dirlo con sicurezza.
“In giro dicono che fosse uno dal piede pesante, quando guidava lui. Ironia della sorte” commentò il padre.
“Un motivo in più per pregare per la sua anima. E per pensare che ci sia qualcosa di diabolico in tutte queste morti assurde” concluse la moglie. “Non ti farebbe male venire in chiesa, sai?”
Il padre sbuffò. Dal canto suo, Angelo aveva perso l’appetito. Due amici scomparsi così, in modo paradossale. Appena il tempo di salutarli! L’ansia gli chiuse la bocca dello stomaco ed uno strano tormento gli affollava i pensieri. Lo stesso giorno. Pochi attimi prima. Che triste coincidenza. Avrebbe potuto fare qualcosa?

 

 

“Francesca, faccio un salto giù in tabaccheria. Torno subito.” Angelo passò davanti alla ragazza della segreteria, la quale annuì solamente con la testa continuando la conversazione al telefono.
Il tempo ballerino di marzo e quel continuo passare dal riscaldamento del proprio ufficio all’aria condizionata delle sale riunioni dei clienti gli stava mettendo a tappeto la gola. Aveva bisogno delle sue Fisherman’s.
Entrò nel negozietto angusto, salutò il commesso e afferrò il pacchetto dall’espositore sul bancone. “Queste, grazie.” Pagò e si voltò per uscire quando una voce lo fermò all’istante.
“Angelo, ciao! Come stai? Che piacere! E’ un po’ che non ci vediamo!”
Dietro di lui, in completo Armani nuovo di zecca e con al polso l’ultimo smartwatch uscito nemmeno da una settimana, Giulio, suo vecchio compagno di liceo. Sul viso la solita aria ruffiana a cui doveva la carriera. Fuori dalla vetrina intravvide, parcheggiata in seconda fila, davanti ad un posteggio giallo per disabili, una BMW i8 grigia perfettamente lucidata.
“Tutto bene, grazie. E tu?” rispose apparentemente tranquillo.
“Splendidamente! Oggi sistemo le ultime cose e domani parto per una settimana di ferie ai Caraibi. Ho raggiunto tutti gli obiettivi fissati per l’anno dal consiglio di amministrazione e vado a godermi il premio produzione al caldo.”
“Si, ho letto tra la rassegna stampa che avete chiuso con un buon fatturato. Complimenti.”
“Ah, ma non era quello il mio obiettivo! A me avevano assegnato il compito di fare piazza pulita dei vecchi dipendenti del servizio assistenza. Contratti di lavoro troppo costosi, con almeno un decennio di anzianità e poco portati ai trasferimenti. Non potevamo licenziarli noi, quindi ci siamo impegnati per farli uscire volontariamente. In un solo anno abbiamo rinnovato tutto il reparto, quaranta persone!”
Un tagliatore di teste. Un rovina famiglie. Il sorriso di soddisfazione di quell’uomo era un ghigno malefico. Era un pezzo di merda già quando studiavano nella stessa classe, dove utilizzava il suo fascino per conquistare le studentesse e ingraziarsi le insegnanti o i suoi ricatti per zittire i compagni maschi che si ribellavano ai suoi scherni. Il mondo è dei furbi. E degli stronzi.
Angelo cercò di mascherare l’espressione di schifo che quell’incontro gli stava provocando. E di tornare in velocità tra la quiete sicura dell’ufficio.
“Bene, un ottimo risultato davvero… Sono stato contento di rivederti, ma devo scappare, che tra mezz’ora ho una conference call con un cliente estero…”
“Certo, certo. Sempre di corsa voi eh? Magari ci troviamo a pranzo quando rientro. E magari posso trovarti una posizione migliore da me!” Gli strizzò l’occhio mentre gli stringeva la mano con troppo calore.
Con sollievo Angelo percorse il marciapiede che lo riportava al lavoro. Pensieri funesti e assassini gli invadevano il cervello. L’onestà davvero non paga. Quaranta famiglie ridotte sul lastrico, con mutuo e figli. E non per mancanza di lavoro, ma solo per opportunità economica. Lavorare alle dipendenze di un tale essere? Non sarebbe più riuscito a guardarsi allo specchio. Che quell’uomo non meritava nemmeno l’aria che respirava.
Il front office appariva deserto, le ragazze dovevano essere andate fuori a pranzo. Dalla sala riunioni sentiva le voci concitate dei colleghi, ancora impegnati ad analizzare il misterioso ritardo di un progetto. Sarebbe uscito anche lui più tardi, non voleva rivedere Giulio ancora in zona nemmeno per sbaglio.
Si rintanò dietro la sua scrivania, a lavorare alla stesura di un documento che doveva inviare entro sera al suo capo area. Aveva mandato in stampa la bozza prima di recarsi in tabaccheria, ma la stampante ora gli mostrava solo il led rosso di errore. Cartuccia del nero terminata.
Raggiunto lo sgabuzzino della cancelleria, mentre stava rovistando tra le scatole dei vari tipi di ricambi e colori, una voce lo cercò a squarciagola dal corridoio.
Francesca comparve sulla porta spaventata, trattenendo a stento le lacrime. “Oddio, sei qui…pensavamo fossi tu…quando siamo tornate i ragazzi hanno detto di non averti visto…ossignore, meno male…sei qui…”
Si avvicinarono anche le altre, visibilmente scosse.
“Si, sono qui. Ma che è successo?”
Rispose la nuova stagista. “Siamo passate davanti alla tabaccheria, di ritorno dal bar all’angolo. Ci sono i carabinieri…hanno delimitato la zona, stanno facendo dei rilievi…e hanno portato via una persona con l’ambulanza, a sirene spente. Abbiamo chiesto a Roberta, della cartoleria. Ha detto che c’è stata una rapina, ed hanno sparato in testa ad un cliente…”
“Hanno detto che era un signore distinto, in giacca e cravatta…e tu sei uscito poco prima di noi…e nessuno ti ha visto rientrare…” concluse Francesca affannata.
“Buon dio…no, sono rientrato subito, sono qui da mezz’ora!” Cercò di apparire tranquillo, ma davvero avrebbe potuto essere lui, questione di minuti, di attimi. E poi un pensiero attraversò fulmineo la sua mente. “C’era una BMW sportiva davanti al negozio? In doppia fila?”
“Eh si, si si, l’ho vista! In effetti ha anche intralciato l’arrivo dell’ambulanza…era proprio in mezzo!”
Un brivido freddo gli percorse tutta la schiena.
Rassicurò le ragazze che tornarono rincuorate alle loro postazioni. Mentre lui davanti al monitor continuava ad aggiornare il browser sulla pagina del quotidiano locale, quella dedicata alle notizie dell’ultim’ora. Finchè il trafiletto comparve.
“Rapina a mano armata in tabaccheria del centro, finita tragicamente. La vittima, Giulio Gabetti, 44 anni, era entrato per acquistare un pacchetto di sigarette.”

 

 

Non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte. Continuava a ripensare a Giulio, ma anche agli altri incidenti, quel lungo elenco di persone scomparse in maniera insolita, sconvolgendo la statistica dei decessi del luogo e pure la tranquillità cittadina. Rivide ad uno ad uno i loro volti e l’ultima occasione in cui li aveva incontrati. Non ci poteva giurare ovviamente, ma aveva la sensazione di averli salutati tutti lo stesso giorno del loro ultimo respiro.
Quand’era cominciato tutto? Non avrebbe saputo dire chi fosse il primo in ordine cronologico, ma la ricerca dell’inizio della catena di queste sventure gli portò alla memoria un’altra circostanza bizzarra.
Alla stazione della metro a Milano, un mese prima, una zingara accartocciata in un angolo si era particolarmente inalberata contro la sua mancata questua. “La morte ti segue” gli aveva annunciato funesta, un occhio nero come la pece, ed uno completamente bianco, assente. E si era affrettata al segno della croce cristiana.
Lì per lì l’aveva irrisa. “Come no! Basta che non mi sorpassi!”
Alla luce dei recenti eventi, quella frase suonava in tutt’altro modo. “La morte ti segue.”
Stava vaneggiando. Erano solo sciocchezze, coincidenze. Che senso aveva tutto questo altrimenti? Aveva bisogno di capire, di ragionare, con calma. E la notte, silenziosa e sepolcrale, certo non portava niente di buono, men che meno consiglio. Ingoiò due pastiglie di sonnifero, di quelle che il medico gli aveva prescritto per superare il divorzio. Si mise a letto, a fissare ostinatamente il soffitto e le sue elucubrazioni, finché il sonno farmaceutico non lo travolse.
Il mattino si prese permesso dal lavoro, con una scusa. E si recò in visita al cimitero, in cerca di smentite e rassicurazioni. Il brutto tempo della sera prima aveva lasciato un cielo pieno di nuvole ancora grigie di pioggia, così che questa volta parco e tumuli non dimostravano alcuna accoglienza. Anche trovarsi solo lui e il guardiano in questa distesa di anime a riposo gli restituiva un senso di precarietà e solitudine.
Davanti alle lapidi dell’ala nuova, cominciò a confrontare le date delle iscrizioni con la sua agenda di lavoro. Gino l’aveva visto proprio la stessa domenica. Appo, al secolo Antonio Brancaccio, era morto il mese scorso, al 22. Scorse le pagine e sì, il 22 lui era proprio andato a salutare i ragazzi al campetto, si era segnato l’appuntamento. Armando, il calzolaio, scomparso invece un sabato. Non aveva scritto nulla per quella giornata, ma quello poteva essere il sabato che aveva accompagnato suo padre al mercato rionale e di sicuro erano passati davanti al negozio di Armando. Qualche passo più in là, la foto di Virginia: come aveva detto sua madre, era morta proprio di martedì, quando a calendario aveva il permesso per portarla dal medico. Stefano era un corriere e spesso si trovavano nello stesso bar per il caffè del mattino, difficile dire se l’aveva incrociato anche quel giorno. Chissà cosa gli era successo… E la signora Anna? Abitava alla fine della via del quartiere di Angelo. Boh…s’imbattevano spesso la sera sul marciapiede quando lui metteva fuori i bidoni per la raccolta dei rifiuti e lei portava a passeggio il cane per l’ultima uscita.
Andò avanti così per un’ora, scorrendo date e impegni, ricordi e eventualità. Li conosceva proprio tutti, nemmeno un estraneo. E forse li aveva davvero salutati tutti, il loro ultimo giorno. Solo di cinque o sei non era certo, ma sentiva le probabilità quasi come certezze. La testa cominciò a girargli e la vista si fece sfocata. Si sedette nella panchina all’ombra di un austero cipresso.
“La morte ti segue.”
Forse era portatore sano di una pestilenza. Li aveva incrociati, magari toccati o sfiorati e trasmesso un qualcosa che nel giro di poche ore li aveva ammazzati. O attaccando direttamente il corpo, o minando le loro azioni e causando involontariamente gli infortuni di cui erano rimasti vittime. Appo scivolato sulle scale di casa e deceduto per aver battuto il cranio sullo spigolo dello scalino. Enzo annegato con l’auto nel canale, ma la cui autopsia aveva rivelato di essere prossimo ad un infarto.
Scosse la testa stizzito. Stronzate! E tutti gli altri che sopravvivevano alla sua presenza? Genitori, colleghi, segretarie, clienti, tutti quelli sul vagone del treno lo scorso venerdì, la gente in pizzeria sabato sera, il cameriere che aveva raccolto il suo piatto e il suo tovagliolo. Non poteva essere per semplice contatto.
Forse…inavvertitamente…aveva provato rabbia quando li aveva incrociati? O un sentimento di rancore, anche assopito, nei loro confronti per qualche vecchio screzio?
Oddio! Questo mese aveva visto anche lei! Si erano ritrovati in banca per sistemare la vendita della casa e la chiusura del mutuo. Non l’aveva più sentita da allora. E se le fosse successo qualcosa?
Estrasse dalla tasca interna il cellulare e selezionò in rubrica il suo nome, accompagnato da una delle poche foto che li ritraeva ancora felici. Noemi, sua moglie. Anzi, sua “ex” moglie. Avrebbe dovuto abituarsi a considerarla così, anche se gli costava parecchia fatica.
Dovette attendere otto squilli prima che gli rispondesse. “Che vuoi? Sono al lavoro.”
Nonostante il tono sgarbato, Angelo si sentiva sollevato. “Ciao, scusami…volevo sapere se era tutto a posto.”
“ A posto cosa?”
“…eh, si, i documenti…li hai poi controllati?” Certo non poteva spiegarle quella telefonata.
“Si, sono in regola. L’agenzia li ha già mandati avanti per la vendita. Si faranno sentire loro per il rogito.”
“Benissimo. Ti ringrazio. Buona giornata.” Dall’altra parte arrivò un clic senza calore. Era ancora viva e, nonostante tutti i guai che aveva passato, lui era contento. Il matrimonio gli era sgusciato dalle mani, senza nemmeno rendersene conto, troppo impegnato nel lavoro per condividere il resto di se stesso.
Per fortuna non le era accaduto nulla. Non se lo sarebbe mai perdonato.
…perchè lei no? Qual era dunque la differenza?

 

 

Dopo un pomeriggio poco proficuo al lavoro, con la mente impegnata in deduzioni tutt’altro che logiche, decise di mettersi alla prova. Lui e questa nuova capacità acquisita di regalare il sonno eterno.
Pensò ad una vittima sacrificale adeguata. Qualcuno con cui avesse un conto in sospeso, tale da incitare la sua volontà di giustizia, ma la cui mancanza non fosse un gran danno per la società. E per la sua coscienza già provata.
L’insegna, più che il nome, gli venne in mente subito. Si, non sarebbe stata una gran perdita. Anzi, il genere femminile avrebbe anche potuto essergli riconoscente!
Il Baio doveva la sua nomea di stallone purosangue alla facilità con cui passava da una donna all’altra, quasi sempre devotamente sposate, secondo lui “le migliori: niente impegno, niente stress, solo sesso”. In realtà qualche grattacapo glielo davano eccome. Si vociferava di discese improvvisate con le braghe in mano dai balconi delle amanti, all’arrivo di mariti armati di fucile da caccia. O di temerari inseguimenti di innamorate ferite lungo strade di campagna, dove l’avevano sorpreso in mezzo al grano alto in compagnia di fresche conquiste. E di sceneggiate in pubblica piazza tra queste austere signore, scambiate dai relativi consorti per futili litigi da parrucchiere. Che l’amante del Baio era sempre la moglie di qualcun altro, non certo la loro!
Pur essendo chiaramente conosciuto come un ballerino sciupafemmine fedifrago, ognuna di loro era convinta di essere l’unica che avrebbe potuto redimerlo. E ovviamente lui approfittava della loro sfortunata ingenuità. Altra canzone, altro giro di latino-americano, altro letto. Cambiava donne come cambiava i calzini il giorno dopo, via nel cesto della roba sporca. Una volta lavati, quelli di qualità diventavano resistenti al tempo, utilizzabili in qualunque occasione, comodi in ogni scarpa; altri perdevano in morbidezza ed elasticità e finivano come pezze da grasso in officina.
Perché il Baio era un meccanico, le mani le sapeva usare bene anche sui motori. Ma era parecchio costoso.
Le auto riparate tornavano troppo spesso da lui per qualche altro difetto intercorso. Le sue fatture, quando su richiesta le emetteva brontolando, rischiavano di diventare pressanti quanto le rate di un mutuo.
Il padre di Angelo aveva portato sempre lì la vecchia auto, finchè il figlio si era deciso a farla vedere a sue spese al reparto assistenza del concessionario ufficiale. Sotto i suoi occhi, il tecnico aveva sfilato un filtro olio intasato. “Questo non è mai stato cambiato, vede? Le viti sono ancora originali. E’ stato al massimo aspirato…e pure male. Il collega ha anche verificato che nemmeno il gas del condizionatore è stato ricaricato correttamente.” Lo guardava con aria dispiaciuta, ma ovviamente non era colpa sua. L’auto fu poi messa davvero a puntino e da allora, fatalità, non aveva più dato problemi di sorta.
Angelo passò all’officina prima di rincasare. Si presentò senza giacca e cravatta, con aria rilassata, nonostante l’intento che lo portava lì. Il Baio stava calando sul banco il motore appena tolto da un cofano aperto di una vecchia Golf, alquanto sciancata.
“Toh, guarda, guarda chi si vede…” esclamò sornione.
“Ciao, come va?”
“Bene, bene…è un periodo di vacche grasse!”
“Grandi affari, adesso che non c’è più la rottamazione statale?”
“Ah? Si, ma non parlavo di lavoro…ne ho una tra le mani che mi dà parecchie soddisfazioni…mi sfianca…aveva un sacco di arretrato dal fidanzato, si vede…”
Perchè il Baio non nascondeva mai i suoi traffici. Persino alle donne diceva subito “Non sono l’uomo giusto per te, ti farei solo del male”, innescando l’inevitabile sindrome da crocerossina.
“Sempre indaffarato, eh?” lo canzonò Angelo.
“Ma taci và! Se la Ludovica sapesse che sto lucidando un’altra carrozzeria…quella mi castra e lo butta a mare…Eh, io son comunista, mi piace condividere con tutte!”
Scoppiarono a ridere.
“Che ti serve? Non hai tutte auto aziendali, tu, col service già pagato?”
“Non è per me. E’ la vecchia carretta di mio padre. Che lui non mi dice niente, ma mia madre si è lamentata di strani rumori e che si sentono particolarmente le buche. Secondo me, le sospensioni sono andate.”
“Si, mi ricordo che non erano messe benissimo…e ti parlo di un annetto fa. Aveva anche le pastiglie dei freni delle anteriori da cambiare.”
“Su per giù, di che cifra parliamo?”
“Eh, mettendo su dei ricambi della casa, che non fanno mai grandi sconti…penso che siamo sui 600 euro per le quattro sospensioni. E le pastiglie te le cambio su quel conto, dai. Ti faccio bene.”
Già, pensò Angelo. Mi fa proprio bene. Lo stesso lavoro mi è costato esattamente 532 euro, fatturati e in garanzia del concessionario.
“Ok, e quando te la posso portare?”
“Settimana prossima ho già un cambio di un’Alfa da riparare, facciamo quella dopo.”
“Ok, perfetto! Ti saluto che devo scappare!” Angelo tenta di stringergli la mano, ma l’altro gli mostra di essere completamente sporco di grasso del motore che aveva ormai smontato sul banco.
Si assicurò allora di dargli almeno una pacca sulla spalla, sperando che quel contatto fosse sufficiente ad innescare la reazione mortale.
Ora doveva solo attendere.

 

 

Dormì sonni agitati. E il mattino successivo si precipitò all’edicola in cerca di notizie. Niente. Sfogliò vari quotidiani, ma nessun incidente era occorso.
Provò a chiamarlo in officina, ma non rispose nessuno per tutto il giorno. Il cellulare era staccato. Magari era impegnato in uno dei suoi tour de force sessuali, approfittando di qualche marito lontano da casa.
Dopo il lavoro passò nuovamente davanti la sua abitazione: il laboratorio al piano terra aveva già la serranda abbassata e l’appartamento sembrava chiuso per la notte. Forse era andato a ballare, era venerdì sera dopotutto ed uno come il Baio certo non lo passava sul divano!
Il week end divenne interminabile. Era chiaro che la prova non aveva funzionato. Eppure gli sembrava che gli elementi ci fossero tutti. Cosa mai poteva mancare?
Riconoscendosi al limite della pazzia, arrivò a mettere in una tabella tutte le variabili che gli venivano in mente, delle varie persone decedute nell’ultimo mese e del suo incontro con queste. O per lo meno, quel che ne ricordava. Contatto, distanza, compresenza di altre persone, fascia d’orario, salute della vittima, stato emotivo provato, tempo meteorologico. Ma non era riuscito a cavarne alcunché. Nessuna relazione apparente.
Preoccupato perché non conosceva davvero la fonte di quelle disgrazie, si recò a cena dai genitori la domenica sera.
“Hai una brutta cera. Stai bene?” gli chiese il padre alla porta.
“Si, sono solo un po’ stanco. Avrei bisogno di un po’ di ferie. Mamma?” La casa era stranamente vuota della sua presenza, nessun profumo dalla cucina, tavola ancora sgombra.
“E’ andata in chiesa anche stasera, ed è in ritardo, al solito. Siediti intanto. Toh, leggiti il giornale in pace, finché non arriva.”
Ed eccola lì, la faccia del Baio in prima pagina. La foto doveva essere presa direttamente dalla carta d’identità, perché decisamente ringiovanito rispetto a come l’aveva visto lui. Il titolo a caratteri cubitali era la notizia principale: “Morto schiacciato dal ponte sollevatore”.
L’avevano trovato quella mattina, dopo tre giorni, solo perché un cliente aveva bisogno dell’auto in consegna e si era presentato in officina addirittura con i carabinieri. Nessun’altro lo aveva cercato. Nessun parente, nessun amico, nessuna moglie, nessuna fidanzata, nemmeno una delle tante amanti.
Solo.
“Eh, hai visto? Che brutta fine…” Il padre scosse la testa. “Pare che abbia anche avuto una lunga agonia, prima di spirare, che il peso gli ha schiacciato le costole e mozzato il respiro, ma cuore e cervello han continuato per un po’…”
Cazzo, pensò Angelo, le ha pagate tutte in un sol colpo.
“Io comunque non ci credo a un incidente. Aveva troppi nemici in giro…tutti i cornuti del paese, per non parlare dei conti salati. E poi Sandro stamattina al bar m’ha anche detto che pare fosse un usuraio…”
“Pure!” esclamò il figlio.
In realtà stava pensando ad una cosa sola: aveva funzionato. Alla grande, anche! Dunque era davvero lui il responsabile, il seminatore di morte. A questo punto, non poteva aver dubbi. Le coincidenze non esistevano più. La Morte lo seguiva davvero, e lui la dispensava. Forse poteva aggiungere che la vittima doveva essere “sporca”. Ma chi, dopotutto, non aveva qualche scheletro nell’armadio? Chi poteva permettersi di scagliare la prima pietra senza peccato?

 

 

Il lunedì mattina vide una nuova luce, nonostante il cielo intriso di pioggia. Con una forza rinnovata, si vestì di tutto punto e chiese un appuntamento al gran capo in sede centrale. Dato che non si vedevano spesso ed Angelo era uno dei suoi commerciali di punta, gli era stato confermato subito.
Aveva deciso di puntare davvero in alto stavolta.
No, non stava agendo per mero interesse personale. E’ vero che sarebbe diventato sicuramente lui il nuovo amministratore delegato, ma avrebbe anche sistemato i casini in azienda. Avrebbe riassunto all’istante un paio di colleghi cacciati in malo modo, anche Carla, la segretaria del quinto piano. Gli mancava terribilmente ed era stanco di farsi scrupoli. Ora era divorziato, no?
Avrebbe ristabilito l’ordine delle cose.
Perché lui era partito dal basso, dieci anni di sudata gavetta. Niente tessera politica in tasca e niente matrimonio azionario di convenienza. Nessun patrimonio di famiglia da dilapidare.
Era ora di dare una scossa al sistema.
Pensava ardentemente questo, mentre entrava nel palazzo attraverso la pesante porta vetrata.

 

 

“Sei un’idiota!”
“Ma capo…”
“Ti rendi conto che è più di un mese che segui la persona sbagliata?”
All’angolo della via due loschi figuri litigavano a bassa voce. Il più giovane, nome in codice Morte, fingeva di leggere il giornale. Il suo superiore, detto Comando, ostentava una telefonata al cellulare.
“Capo, a Milano mi hai detto di ammazzare Faccia d’Angelo…e io gli sono stato appresso tutto il tempo. Ho pure rischiato di essere riconosciuto!”
“La Morte ti segue” gli aveva urlato dietro una vecchia megera in metro.
“Quello non è Faccia d’Angelo, cretino!”
“Ma ma ma si chiama Angelo…me l’hai indicato tu! Che che che ne so io…che si assomigliano pure!”
Tra le pagine del giornale, reggeva la foto segnaletica di Faccia d’Angelo. Da lontano sembrava proprio l’uomo che stava cacciando ostinatamente da un mese.
“ORA BASTA! Hai sbagliato troppe volte! Ti mando a Roma a sistemare un politico e mi ritrovo con una ragazzina stecchita per errore all’università. Ti spedisco a Venezia a immobilizzare un mafioso russo e mi fai saltare per aria due poveri turisti che passavano lì per caso. Non ci si può fidare di te! Un mese che bazzichi da queste parti, chissà quanti ti hanno notato. Magari pure lui!”
Osservò l’altro uomo attraversare la strada di fronte a loro e avvicinarsi alla lussuosa entrata alla base delle tre torri specchiate dell’edificio dirigenziale.
“Adesso ci penso io a risolvere la questione.” La voce risoluta di Comando non ammetteva scampo.
Chiuse la finta telefonata e con assoluta calma ripose il cellulare in tasca. Estrasse dal soprabito una pistola col silenziatore e fulmineo la puntò sicuro sull’obiettivo. Nessun rumore. Qualche frazione di secondo dopo il collega al suo fianco cadde riverso in avanti.
“Dovevo cambiare assistente molto tempo fa.”
Guardò nuovamente lo sconosciuto sparire all’interno dell’edificio e se ne andò scuotendo il capo, lasciando dietro di sé l’ultima delle morti inspiegabili.

 

(c) 2016 Barbara Businaro

 

Note:
Mai mettere di mezzo il diavolo in un racconto. Credo se la sia presa male, che non mi lasciava mai terminare…

La colonna sonora di questo testo è “Dangerous” dei Big Data. Qui vi riporto il video nella versione “pulita”, anche se io preferisco quello ufficiale, in versione “splatter” (la trovate sempre su YouTube, non andateci a stomaco pieno però!).

Uno scrittore dovrebbe essere in grado di scrivere qualunque cosa, senza porsi alcuna limitazione. Che poi gli riesca meglio lo sviluppo di alcune storie rispetto ad altre (un romanzo giallo piuttosto che un libro fantasy) dev’essere una questione di preferenza ed opportunità. Ma non di paura o convenienza. La creatività non deve avere freni.

E’ da questo principio che Silvia Algerino di Lettore Creativo, ospitando il “blog tour” di Michele Scarparo di Scrivere per caso, ci ha invitati a scrivere una versione del “Thriller Paratattico” andando oltre i nostri limiti e divieti inconsci. Del Thriller Paratattico ho già parlato in un precedente post, Piccole soddisfazioni in rosa, quando ho vinto la sfida della scrittura in versione romantica. Questa volta però non è stato affatto così semplice.

La bava mi dà fastidio.
Mi riempie la bocca in continuazione, a conferma del mio appetito irrefrenabile.
Scende ai lati delle mie fauci, e scorre lenta ed appiccicosa sul mio pelo.
Se non la lascio uscire, la sua viscosità rischia di soffocarmi, anche se è solo una sensazione.
Ho provato a mandarla giù, ma a contatto con lo stomaco aumenta a dismisura la mia voracità.
E’ la parte più odiosa di questa seconda vita.
Sono stato un essere umano, ho vaghi ricordi di ciò. So ancora il mio nome per esempio. Sebastian.
Non so cosa sono.
Mi guardo spesso nel riflesso dell’acqua limpida del torrente per capirlo.
Assomiglio ad un lupo, o ad un cane vista la taglia più piccola ed il manto lievemente rossastro.
Ho prestato soccorso a uno di loro nel bosco, sembrava stare male.
In realtà stava fingendo, e quando mi sono avvicinato mi ha morso ferocemente, perché voleva mangiarmi.
Ero molto muscoloso come uomo, ero sempre sul monte a tagliar legna, e mi sono difeso.
L’ho scaraventato lontano con uno strattone.
Mi aveva preso al braccio, in profondità, avevo sentito i denti fino all’osso.
Era un dolore lancinante.
Eppure niente in confronto a ciò che ne seguì.
Il brivido infuocato correva veloce lungo tutti i miei muscoli ed alla fine mi prese anche la testa.
Come se centinaia di bocche mi stessero strappando la vita a brandelli, uno per uno.
E poi arrivò la fame.
Una fame imperante, assoluta, che guidava ogni mio pensiero e movimento.
E la bava, a ricordarmi l’urgenza di questo nuovo istinto.
L’altro era caduto a qualche metro da me. Si era ferito una zampa sbattendo contro i massi appuntiti al limitare della radura.
Sanguinava leggermente.
E questo mi fece impazzire.
Gli vidi il terrore negli occhi, perché ero come lui. Il gioco era cambiato e non ero io quello zoppicante.
E la mia fame si alimentava anche della sua paura.
Il mio stomaco si allargò in uno spasmo per prepararsi ad accogliere la preda.
E fu solo un attimo.
Lo stavo già divorando. Gli avevo strappato il cuore all’ultimo palpito ed il resto giaceva inerme ormai sotto il mio peso. Colsi il suo respiro finale azzannando i suoi polmoni ancora espansi. Ingurgitai le interiora in un solo boccone e poi passai alla massa muscolare. Non lasciavo indietro nemmeno le cartilagini. Il suo sangue mi forniva un’energia oscura, che dai nervi si dipanava lungo il corpo e smorzava la fame come acqua che scorre lenta sul fuoco.
Quando mi sono risvegliato ed ho ripreso il controllo dei miei pensieri, a terra c’erano solo ossa pulite. Null’altro.
E’ stato in quel momento che ho capito di essere condannato.

 

Dopo il primo periodo passato a vagabondare tra una vittima e l’altra, in un’esistenza inutile e assurda, decisi di farla finita.
Tentai di ammazzarmi in vari modi.
Provocando le ire funeste di un orso bruno, che però divenne facilmente il mio pasto, il più saporito e succoso che mi fosse mai capitato.
Gettandomi in corsa nel vuoto di uno strapiombo, per atterrare indenne decine di metri più in basso, ancor più rabbioso e affamato.
Cercando di ardere al fuoco delle sterpaglie accese dai contadini, ma le fiamme non mi bruciano e la fame rimane intatta.
Lasciandomi morire di stenti, rinchiuso in una grotta senza possibilità di cibo, ad ascoltare i crampi dello stomaco dilaniarmi la mente.
Ma c’è un punto oltre il quale la mia ingordigia prende il sopravvento ed in uno stato di incoscienza mi conduce alla preda più vicina.
Così che io non posso morire, anche volendo.
Eppure l’altro è morto, per causa mia.
La differenza è che ho avuto il tempo di diventare come lui.
Come se mi avesse passato il testimone, questa terribile punizione infinita.
Ho provato varie volte anche questo, scegliere un bersaglio sufficientemente robusto da resistermi e così trasformarlo.
Ogni volta spero che sia quella giusta, quella in cui finalmente trovare pace.
Anche se a danno di qualcun’altro, che proseguirà il castigo.
Ma finora non ho avuto fortuna.
Ho sempre concluso velocemente la cena.

 

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultima caccia. Il mio bisogno è diventato estremo.
Sono passato vicino al paese a valle stamattina presto, ed ho intravisto delle zucche sotto i portici, qualcuna già intagliata.
Ho ancora memoria della festa di Halloween, nella mia testa sento ancora l’emozione e lo spavento di quando mio padre mi raccontava storie fantastiche, di mostri e di spiriti, di orrori all’epoca solo immaginati.
Ora l’orrore sono io.
E questa sera mi preparo ad un grosso banchetto.
E’ già successo. So come muovermi.
Mi avvicino al villaggio, simulando di essere una bestia perduta e indifesa.
Mi sono lavato nel fiume gelido stamattina ed asciugato al sole da mezzodì fino all’ultimo raggio.
Così non sembro completamente selvaggio.
Mi confonderanno con un cane da caccia che ha smarrito il suo padrone.
E lasceranno che io li segua.
Quando troverò l’occasione, un vicolo buio in cui trascinarli lontano dall’abitato, mi allontanerò fingendo di vedere qualcosa.
Saranno loro a seguire me.
Nessuno si accorgerà di niente. Le loro urla saranno scambiate per burle.
Le case sono illuminate fiocamente alla luce delle lanterne dei davanzali.
Osservo i gruppetti vestiti in maniera stravagante gironzolare con i cestini per le stradine.
Dolcetto o scherzetto?
Questa sera qualche fortunato riceverà il mio.

 

Si avvicinano un paio di genitori che accompagnano la prole nella passeggiata.
I bambini li lascio stare. Sono protetti da qualcosa che mi tiene lontano.
Fortunatamente non posso fargli del male.
Gli adulti non hanno un buon sapore, il loro corpo sta invecchiando e la carne tende ad essere stopposa, il sangue stantio.
Gli adolescenti sono più succulenti.
I giovani uomini nel pieno dello sviluppo fisico, carichi di adrenalina e testosterone.
Le fanciulle che mi sorridono con gli occhi limpidi dell’innocenza non ancora perduta.
Camminando per la mia ricerca mi ritrovo di fronte alla Chiesa.
Mi chiedo quale Dio possa consentire la mia presenza.
E perché non ho un cacciatore naturale, nell’ordine perfetto delle cose.
Non c’è un senso in ciò che sono diventato.
E mi domando cosa posso aver commesso nella mia vita umana per meritare tanto.
Quale crimine? Quale crimine maggiore di quelli di cui mi sto rendendo artefice ora?

 

Sento gridolini eccitati provenire dalla strada di fronte.
Si fermano e mi guardano incuriositi. Poi mi fanno cenno con la mano di andare da loro.
Abbasso la coda ed il capo, in segno di timore, e mi avvicino a passo lento.
Più lento, non devo far trapelare la mia avidità.
Sono quattro.
Due maschi e due femmine.
Una delle ragazze allunga la mano e mi accarezza la testa.
Profumo di mughetto e zucca arrosta.
Un cuore guizzante pieno di promesse.
Una cena perfetta.
O forse, finalmente, la mia morte.

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Racconto per Halloween 2015.
Non vorrei spaventarvi, ma l’ho davvero scritto che avevo fame…

Cat stava camminando lungo il marciapiede per giungere tranquilla a casa. Lo zaino su una spalla sola, il peso della cultura le ingobbiva la schiena. Era una giornata di quasi primavera, quando il tenue calore del sole prova a riscaldarti, ma solo se hai un piumino addosso. Era poco passata l’ora di pranzo, qualche negozio aveva già chiuso, il panettiere si attardava ad abbassare a metà la saracinesca, nonostante il profumo del pane fresco fosse ancora invitante. Qualcuno camminava lesto verso l’auto parcheggiata. Dall’altra parte della strada, nel parco pubblico, qualche anziano si godeva il sole seduto sulle panchine, leggendo il giornale o chiacchierando col vicino. Le mamme parlavano tra di loro, dando un occhio al passeggino o uno sguardo ai bambini più grandi, che giocavano con un pallone più grosso di loro.
Un lieve profumo di gelsomino caldo nell’aria cercava di rilassare la mente di Cat, stranamente inquieta. Non aveva dormito molto quella notte, qualcosa l’aveva tenuta sveglia. Stanchezza, stress, ansia forse, o l’innalzarsi delle temperature esterne avevano scombussolato il suo ritmo circadiano.
A scuola era andata bene, mattinata indenne per fortuna. Ma le era rimasta quell’aria svampita di chi non vede l’ora di chiudere gli occhi ed abbandonarsi ad un cuscino.
Ciondolava così sul marciapiede, quando dal fondo del viale davanti a sé spuntò un suv a velocità sostenuta.
Nulla di nuovo, ma qualcosa la turbò.
Un odore improvviso, metallico, ferroso. All’istante allargò le narici per respirarlo appieno. Un odore secco e caldo.
Respirò di nuovo a fondo, il suo naso si acquattò nuovamente alla ricerca. Terra e sabbia questa volta colpirono il suo istinto. Era l’odore del panico, della paura, di un pericolo in agguato. Il tempo cominciò a rallentare attorno a lei. Le voci arrivavano indistinte, lontane. Continuò a respirare a fondo, le narici sbuffarono. Lasciò cadere i libri a terra, la sua schiena ebbe un fremito, un tuono la percorse fino all’ultima vertebra e si abbassò a toccare terra con le mani, accovacciata in attesa.
E poi la vide.
Una bambina di due anni si era allontanata dal centro del parco, rincorrendo la palla rossa lungo un vialetto che puntava all’uscita. La mamma la richiamava forte, gridando e inseguendola. Ma la bimba rideva, pensando di giocare. Ed il suv avanzava ignaro lungo la strada.
Fu un attimo, uno scatto. Cat sentì i suoi muscoli tendersi all’unisono, palpitanti d’elettricità, scrollati da un altro fremito. I suoi occhi si estesero per abbracciare tutto quel che potevano vedere. Ancora a rallentatore, si ritrovò a correre verso la bambina. La sua schiena si muoveva flessuosa nell’aria, che si scostava per lasciarla passare più velocemente possibile. L’odore si fece più forte, intenso, le stringeva lo stomaco. E più lo sentiva, più i suoi muscoli reagivano con una nuova scossa, aumentando la corsa. Non sentiva fatica, nessuno sforzo. Le sembrava di fluttuare, sospinta dalla terra che la sollevava in avanti. Non riusciva a pensare, non c’era tempo per pensare, il cervello aveva lasciato il comando ad una forza più potente, senza controllo.
Il suv rallentò, le voci diventarono più lontane. Le sue mani spostavano qualsiasi alito di vento le impedisse di avanzare. Le guardò…erano artigli…erano unghie arcuate…erano ricoperte di un lungo e lucido pelo nero. Le sue narici respiravano nuovamente a fondo e dalla gola uscì un grido, un richiamo della sua natura, un ruggito di avviso per la foresta metropolitana.
Appoggiò le zampe a terra per l’ultimo scatto finale, il suv a soli due metri dalla bambina. Con i denti l’afferrò per la maglietta, la trascinò a sé, la prese poi con le mani, la strinse al petto più forte che poté e rotolò lungo il marciapiede opposto.
Il suv inchiodò con un rumore stridente che la stordì. Nello stesso istante, l’odore scomparve. Il profumo di gelsomino tornò a invadere i suoi polmoni, come una sorsata d’ossigeno d’alta montagna.
La bimba la riportò al presente, aveva cominciato a piangere e singhiozzare tra le sue braccia. Arrivò di corsa la madre e gliela strappò per abbracciarla e controllare che fosse intera. E la baciò e pianse silenziosamente.
Il guidatore scese dal suv e corse verso Cat. Guardò la bambina e poi Cat, la prese per le spalle. “Tutto a posto?” le chiese.
Chiunque nel raggio di qualche metro accorse per vedere cos’era successo. Cat frastornata si mise a sedere.
Le girava un po’ la testa.
“Chiamiamo un’ambulanza?”
“Che è successo?”
“La ragazza ha salvato la bambina”
“E’ stato incredibile…correva come il vento!”
“Dev’essere un’atleta…hai visto che roba?”
“Sembrava un lupo…”
“No, era molto più veloce…sembrava una pantera…”

 

(c) 2012 Barbara Businaro

Curiosità: Un giorno mi sono imbattuta in questa pubblicità di orologi ed è nato il nome di Cat (che sta per Caterina).

Panther is my cat

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