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La burrasca di stanotte ha lasciato mare grosso e vento gelido sul lungomare, oltre a qualche nuvola ritardataria che ogni tanto scarica ancora la sua tristezza. Hai visto figliolo che ho fatto bene a portarmi dietro l’ombrello? Non sono poi così rincitrullito del tutto.
Mi vesto un poco di più e vado a passeggiare nel parco in pineta, decisamente più riparato dalle sferzate sulla costa. Con me porto un sacchetto con qualcuna di quelle confezioni no grassi, no zuccheri, no glutine, no lattosio, no uova -rimane qualcosa?- di cui mia nuora ha affollato la dispensa, sperando di incontrare Ishmael lungo il tragitto. Di sicuro oggi in spiaggia non c’è lavoro per lui e rischia di saltare il pasto. Lo trovo infatti all’angolo della piazza centrale a vendere ombrelli di tutte le fogge ai passanti. Anche lui mi aspettava: mi porge una raccolta di racconti di un autore della sua terra, tradotta in inglese, così mentre lui migliorerà il suo italiano, potrò anch’io allenare l’unica lingua straniera che conosco. Mi chiedo quanto gli sia costato recuperare quel libro, ma un regalo non si rifiuta mai e lo ringrazio di cuore. Poi gli offro un cappuccino e un cornetto caldi, sotto gli occhi esterrefatti di una cameriera bigotta, troppo giovane per sapere quanti italiani sono emigrati in america nel primo dopoguerra, qualcuno morto anche di stenti nell’illusione di un sogno concesso a pochi. Là in mezzo, tra le lapidi, c’è anche mio zio.
Una cosa che m’incuriosisce di Ishmael è come, nonostante la vita assolutamente precaria che posso solo immaginare, lui si presenti così ben pulito, curato e profumato, molto più di me che a queste cose pure ci tengo. Non senza imbarazzo glielo chiedo. Mi sorride divertito, lasciando che i suoi denti di madreperla purissima risaltino sull’ebano intenso della sua pelle. Mi spiega che in spiaggia la sera si trova di tutto, confezioni con ancora qualche goccia di bagnoschiuma abbandonate alle docce e creme solari dimenticate nei tavolini, che seppure non gli servono, sono molto odorose. Beato consumismo.

(continua…)

 

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Il terzo giorno è quando i vicini iniziano a prendersi troppa confidenza. Ti hanno studiato il giorno precedente, cosa fai, come ti comporti, i tuoi orari e movimenti, e decidono se considerarti o ignorarti. A quanto pare io ispiro troppa fiducia e sebbene il mio libro aperto sotto il naso dovrebbe indicare che prediligo quiete e riservatezza, cercano sempre d’attaccar bottone col sottoscritto. Io mi limito a rispondere con educazione, senza però dare troppa corda. Sono qui per leggere, mica per conversare. O spettegolare.
Gli ambulanti, più furbi, sanno che gli anziani non sono consumatori capricciosi, di solito mi girano al largo. Oggi invece no. All’ora di pranzo, quando le famigliole felici rientrano con tutto il carrozzone per il desinare, mi sono attardato in spiaggia, l’ora più tranquilla e silenziosa. In un lettino vicino si ferma un uomo di colore, di quelli scuri come la notte. “Bel libro, io letto” mi dice indicando sul mio tavolino la copia de Il Profeta di Gibran. Mi faccio dire il suo nome, qualcosa di impronunciabile, ma qui lo chiamano Ishmael. Nel suo paese, che preferisce non dichiarare, e del resto ci mancherebbe che proprio io fossi così curioso, Ishmael è professore universitario di letteratura. Alla fine, parlando di romanzi, che lui ne ha letti molti di più di quanto io potrò in almeno due vite, ci dividiamo il panino che mi ero portato e lui mi offre metà della sua gazzosa. Decido anche di regalargli il libro: dato che l’ha già letto, seppure nella sua lingua, conosce la trama e potrà usarlo per imparare un po’ di italiano. Promette di ripassare nei prossimi giorni.

(continua…)

 

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Alla mia età si torna come bambini, compresa la crema solare fattore 50 di colore azzurro dove la spalmi, che se ci fosse mio nipote più piccolo direbbe che sembro Grande puffo. Cappellino rosso, barba bianca e costume pure rosso, mi toccherebbe anche dargli ragione. Ma col primo sole della stagione, almeno per me, non si scherza.
Stanotte non ho dormito affatto: materasso troppo soffice e rete a molle consumata, quando io ho bisogno di qualcosa di più rigido della mia schiena. Nonostante sia un lungomare tranquillo, qualche giovane si è attardato alla chiacchiera, forse anche alla copula, sotto la mia finestra. Così mi sono messo a leggere, quasi metà libro, uno di quei classici barbosi dei secoli scorsi sul senso della vita e dell’amore. Forse sono troppo vecchio, ma questo Werther non mi ha convinto. Speravo mi conciliasse il sonno con la noia, invece sono riuscito a seguire tutti i suoi panegirici lamentosi. Oggi in spiaggia mi sono portato però un bel thriller contemporaneo, un’autrice inglese esordiente, e il mio preferito, Camilleri. Con lui non si sbaglia mai.
Anche se è la solita storia: nonostante i miei ombrellone e sdraio siano in ben quinta fila dal bagnasciuga, riparati dal vento e lontani altre due file dal chiosco, ho già intravisto passeggini, secchielli e palette. E pure radioline. C’è già il fastidio della crema da sopportare, che tocca lavarsi le mani accuratamente prima della lettura -detesto la carta scritta unta quanto quella della macelleria- e occorre ripetere unzione e abluzione sovente, speriamo non se ne aggiungano altri. Quelle volte che i miei nipoti vengono in spiaggia con me, rare, passiamo sempre in edicola a fare incetta di Topolino, Doremon o come si chiama, Geronimo Stilton e classici d’avventura per ragazzi.
Io leggo, loro leggono, tutti felici.

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Quello del turista è un lavoro stancante. Arriva mia nuora e come una furia mi riempie la valigia, comprese un paio di camicie nuove che mi ha comperato per l’occasione, a gusto suo, pessimo. Poi mio figlio mi carica in auto come fossi un pacchetto postale e, nipoti inclusi, viaggiamo verso la destinazione della mia villeggiatura solitaria, nella settimana che loro hanno deciso, tanto io sono pensionato e mi va sempre bene qualsiasi cosa, no?
Alla partenza, la solita questione. “Ma papà, devi proprio portarti dietro così tanti libri?”
E cosa dovrei fare io tutto il giorno in spiaggia? Camminare mi fa male all’articolazione dell’anca, a bagno resisto solo una mezz’ora a guardare l’orizzonte poi mi annoio, non vorrà mica che mi metta a giocare a bocce come i vecchi! No, ho il mio programma estivo, condiviso con il circolo di lettura, più qualche titolo extra per mio divertimento, e intendo attenermici.
Dopo che brontolando riesco a spuntarla, mi aspetta un estenuante traversata autostradale verso la costa, dalle cinque alle sette ore causa traffico, durante le quali mio figlio dimentica i miei problemi di prostata e devo elemosinare le fermate in autogrill. Nemmeno i bambini mi sono d’aiuto, ipnotizzati da quello schermo, uno ciascuno, dove si guardano almeno un paio di film animati di cui conoscono a memoria le battute.
Giunti al mio bilocale completamente arredato e attrezzato -devo dare atto che mi trovano sempre ottime sistemazioni- mio figlio si sincera di presentarmi a tutti nella zona -panetteria, farmacia, edicola, supermercato- così che possano farmi da balia durante la settimana, e mia nuora mi rimpinza il frigorifero di cibi salutari e biologici. Che finiranno ai gabbiani. In fondo alla strada ho visto una rosticceria niente male e lì ancora non mi conoscono.

(continua…)

 

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Il marito entrò in cucina con lo sguardo ancora concentrato sullo schermo del telefonino. “Tesoro, mi è appena arrivato un messaggio da Luca.” Intenta a preparare uno dei suoi celeberrimi stufati, la moglie sollevò appena un sopracciglio. “E che dice?”
“E’ per una cena sabato prossimo” rispose lui, “festeggia il suo compleanno. Ci saranno i soliti, qualche suo collega. Forse anche il fratello e la fidanzata. Che facciamo, accettiamo?”

Uhm, una cena dai Brichetti, pensò la moglie. Ci sarà da lavorare. Mi telefonerà Vanessa per un consiglio su che pietanze servire, e alla fine mi troverò a cucinare tutto io, che lei è brava solo ad aprire scatolette e ordinare piatti pronti in rosticceria. E poi mi ringrazierà regalandomi il solito profumatore d’ambiente di design. Ma dico, ho la casa che puzza io?! Si fosse mai impegnata una volta, dico una, a provare qualche ricetta dei libri di cucina che le ho passato. Macché! Non ha tempo. Tra la donna che le stira e quella delle pulizie, più la baby sitter, lei non ha tempo. Però ce li dobbiamo tenere buoni i Brichetti, che lui è direttore in banca e non si può mai sapere, si può sempre aver bisogno. Quando è morta nonna Adalgisa, se non era per loro, ci toccava pagare il funerale coi nostri risparmi.
Se è una festa di compleanno ci saranno anche Elisa e Giacomo, lei una così brava ragazza, lui così terribilmente intransigente. Vegano, e lei costretta perché se l’è sposato poverina. Dovremo preparare un menù alternativo quindi. Che poi: vegani che non mangiano carne e derivati di origine animale, ma si abbuffano di pesce? L’ultima volta che ci siamo trovati, lui mostrava tronfio le foto del loro viaggio alle Maldive, compreso un primo piano davanti a un succulento piatto di crostacei! I pesci non sono animali? E i crostacei poi li cucinano vivi! Li immergono in acqua bollente e questi stridulano da fare paura, l’ho visto in un documentario, sembrano anime sofferenti sul fuoco dell’inferno. Aspetta: cosa mi aveva detto Luciana alla riunione delle mamme? Che pare che lui abbia avuto una scappatella, ma non può permettersi di lasciarla, perché è tutto intestato a lei, azienda, casa, auto. Chissà se l’altra era vegana…
Ah, poi è facile che sia stata invitata anche quell’insopportabile zitella acida so-tutto-io di Maddalena, che Dio ce ne scampi. Bastano cinque minuti di conversazione su qualsiasi argomento per comprendere perché non riesce a tenersi un uomo per più di mezz’ora, giusto il tempo delle presentazioni. Nonostante sia di famiglia nobile, baroni mi pare, e ricca, tanto che può permettersi di lavorare solo per diletto. No, nessun maschio ci ha mai fatto un pensierino. I soldi non sono davvero tutto nella vita. Magari chiederò a Vanessa di assegnare i posti a tavola e ci metterò un occhio che mi sieda abbastanza lontana. Ma se comincia con una delle sue filippiche filosofiche sul senso della vita, la serata diventerà davvero pesante… e non so se ho davvero voglia di stare zitta, in questo periodo la pazienza mi manca.
Ha anche detto colleghi? Oh cavolo, no. Vuol dire che ci saranno quella Elena e suo marito Valter, che alla comunione del più grandicello dei Brichetti hanno pontificato tutto il tempo del pranzo sull’eccellenza della scuola americana, privata, dove portano i loro bambini. Tutto insegnano, anche chimica in seconda elementare, ma l’educazione no, quella è sempre un optional, pure per i genitori. Vogliamo parlare di quanto erano scalmanati i loro due pargoli? Hanno spintonato il mio Johnny addosso al cameriere, li ho visti! No, se ci sono quei due non ci vado! Mi rifiuto, assolutamente! M’invento una scusa per i bambini, che hanno delle attività extra scolastiche…ma, aspetta, sabato i bambini sono davvero da mia madre! Abbiamo detto che li lasciamo dormire là, perché c’è la festa del primo raccolto, e noi possiamo stare da soli una sera. Beh, è perfetto! Così alla cena ci saranno solo i due scalmanati e gli altri commensali si renderanno conto delle loro buone maniere. Vedremo chi riderà per ultimo.
Altro? Forse i signori Ronga, due persone amabilissime, lei pasticcera e lui fotografo. Poi i due fratelli Larossa, scapoli impenitenti. Proveremo per l’ennesima volta a sistemarli con Maddalena? Ci odieranno a morte, eheh! E poi il fratello di Luca e…oh no, la fidanzata, quella nuova, quella che veste tutto Dior, ed è pure secca come una modella. E io non ho niente da mettermi!! Non ho comperato niente di decente agli ultimi saldi, che cavolo indosso quella sera? Questa se ne arriverà fasciata in chissà quale vestitino, alla faccia della mia pancia plurigravidanza. No, niente da fare. Lasciamo perdere tutto guarda. Non ho uno straccetto minimamente decente per non fare la figura di quella che veste ai mercatini dei cinesi, nemmeno una blusa nuova. E questa settimana non ho proprio tempo di andare per negozi, anche facendomi saltare fuori magicamente dal portafoglio un duecento euro. Ah che peccato…
Aspetta! Ma c’è quel completino che mi ha regalato Rossella, Ralph Lauren, niente male. A lei stava stretto, moooolto stretto, è stata costretta a passarmelo, ora che lei dimagrisce così tanto non va nemmeno più di moda. Ah, sì, sì, sì! Perfetto! Che problemi ci sono?!

Sollevò lo sguardo interrogativo verso la moglie, ma riuscì appena a cogliere un guizzo dubbioso nell’espressione di lei che lasciò subito spazio ad un sorriso raggiante. “Sì, sarà una serata meravigliosa!” gli rispose lei in un istante.
Che donna sua moglie! Mai un problema, una discussione, una noia! Sempre pronta e disponibile. E quelle poche volte che diceva no aveva sempre le sue valide ragioni, non occorreva nemmeno chiedergliele. Era proprio un uomo fortunato!

 

(c) 2017 Barbara Businaro

 

Con questo brano vi invito a partecipare al contest Leggere non è peccato: le contraddizioni femminili, organizzato in collaborazione tra tre autrici pubblicate da Bookabook, Roberta DieciNadia Banaudi e Silvia Algerino, con tre romanzi dedicati proprio alle donne. Io mi sono esclusa dalla partecipazione perché questo racconto conta ben 940 parole contro le 600 massime richieste, pazienza! Difficile usare la forbice sui pensieri femminili che viaggiano a velocità luce!
Qui trovate il regolamento del contest: Leggere non è peccato – contraddizioni femminili

Leggere non è peccato - contraddizioni femminili

Una mattina come tante in un parco di passaggio, impegnato nelle mie letture presso una panchina solitaria, ma con un occhio fugace alla vita dei passanti, assisto senza volere ad un’insolita scenetta.
Una decina di metri avanti a me, un paio di anziane signore si fermano a salutare una giovane donna e, ne presumo, suo figlio. Interpellato in merito, il ragazzino mostra orgoglioso ad una di queste il foglio dove stava colorando fino a poco prima. Non potevo sentire chiare tutte le parole con cui il bambino spiegava il suo disegno, ma era trasparente l’entusiasmo che esprimeva nel raccontare la sua idea. Punta il dito verso una pianta fiorita lì vicino e annuisce attento alle domande della signora.
Il sorriso della madre però non riesce a nascondere l’irritazione per l’intraprendenza del figlio. Un ragazzetto in età scolare, fisico magro e lungo che si affaccia all’adolescenza.
Pochi altri convenevoli e le anziane tornano sui loro passi, lasciando lì il giovane artista che continua a rimirare il foglio mostrandolo compiaciuto anche alla madre. Appena le donne escono dalla visuale, questa inizia a sgridarlo per l’intemperanza dimostrata.
Qualche stralcio mi giunge dal tono alterato: smettila, la prossima volta, moderazione, piedi per terra.
Il ragazzino prova evidentemente a ribattere, finché non scorgo la donna afferrarlo per un braccio, guardarlo negli occhi e dirgli:
Ma chi ti credi di essere, eh?
Che se in qualche occasione può essere una valida chiamata alla modestia, in questo caso mi sembrava fuori luogo e fuori tempo.
Non si era trattato di un comportamento maleducato, né saccente da parte del fanciullo, per quel che potessi arguire da lontano. E credo che non abbia nemmeno compreso il carattere offensivo di quella domanda retorica. Il tono delle madre invece, e l’averlo strattonato per ricevere attenzione, ha sortito sì effetto su di lui. Abbassa il capo sottomesso.

Tornai pensieroso alle mie pagine, ma da troppo tempo ero fermo alla medesima riga ormai.
A fianco a me si siede un giovane trentenne, su per giù l’età mi sembra quella. Poggia la borsa da lavoro e ne estrae un taccuino nero e un astuccio arrotolato di stoffa, che rivela diverse matite da disegno e carboncini consumati.
Prende una matita e inizia a tratteggiare velocemente, irrefrenabile.
Terminato lo schizzo, lo guarda un attimo. E devo ammettere che ho allungato il collo il più possibile, con discrezione, ma non sono riuscito a capire di cosa si trattasse.
Gli suona il cellulare nel taschino della giacca, una chiamata alla realtà. Guarda l’oggetto senza rispondere. Sospira e mette via tutto nella borsa. Lasciando la panchina, mi rivolge uno sguardo così triste che mi gela il cuore.

La mia vista incrociò il bambino di fronte e per un attimo mi sembrò di vedere passato e futuro accostati. Sogni negati, sogni assopiti, e sogni traditi.
Il fanciullo se ne stava ora in un angolo, in silenzio, non aveva più avuto il coraggio di prendere i pennarelli dallo zainetto, l’album abbandonato sulle ginocchia.
La madre parlava sguaiatamente al telefonino, impicciandosi delle questioni altrui senza preoccuparsi di chi era costretto ad ascoltare intorno. Soprattutto senza appurare che i presenti non avessero qualche causa con i suoi pettegolezzi.
E la domanda si agitava nelle acque tempestose della mia mente.
Chi ti credi di essere?

Non so quale sia la risposta corretta, ammesso che ce ne sia una.
Ma so cosa avrei risposto io.
Sono tuo figlio, ma sono anche una persona con sogni e desideri, e una vita da percorrere.
E non è giusto che io chiuda i miei sogni in un cassetto perché tu non hai potuto, o voluto, realizzare i tuoi.
E’ la mia occasione adesso e le tue paure non devono diventare le mie.
Ho bisogno di credere nei miei sogni fino in fondo.
Fino all’ultimo respiro.
Ma io mi credo d’essere un bambino e invece risponderei come un uomo.
Perché la difficoltà è che questa domanda viene compresa solo quando è troppo tardi, quando il danno è già fatto e magari non c’è nemmeno più nessuno ad ascoltare la replica.
Sarebbe meglio dunque non formularla mai, nemmeno per egoismo, sapendo quanto dolore può arrecare.
E se proprio prude sulla lingua, rivolgersela prima davanti a uno specchio.
Ma tu, chi ti credi di essere?

 

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Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.

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Il cellulare le scivolava continuamente dalla mano sudata e convulsamente tornava a stringerlo per non farlo cadere ai suoi piedi che si destreggiavano tra acceleratore e freno, mentre teneva d’occhio la strada per timore di sbandare. Continuava a tremare per l’emozione che, malsana, era piombata nella sua mente facendola sussultare ancora al ricordo di uno sguardo verde smeraldo: l’uomo che l’aveva urtata all’entrata del pub l’aveva stravolta, impossibile che fosse proprio lui, quello che lei aveva ucciso tre mesi prima e la cui morte era balzata alla cronaca come delitto perfetto, nessuna prova, solo un numero scritto male su un foglietto, un appunto frettoloso, tipico di chi, per un eccesso di zelo, non vuole portarsi via l’originale, quasi un codice d’emergenza. Il detective Falaquaglia aveva avuto una folgorante intuizione: otto cifre, un codice puk, ma certo, scritto sbrigativamente, sbiadito perché il foglio era bagnato da gocce di pioggia e sangue, quello della vittima… Peccato, Falaquaglia, bella intuizione, “genial!”, ma no DNA no colpevole! Perizia calligrafica inutile, foglietto anonimo dei miei stivali!

Amber si era incontrata e scontrata con un’ombra del passato: lo aveva ucciso, quell’uomo di merda, vero, ma aveva dovuto, non aveva scelta, era un bastardo, fedifrago, che viveva scopando come un riccio non appena una cretina gli sorrideva, che mentiva e andava tolto di mezzo, ‘sto figlio di buona donna, una botta e via. Era corsa all’auto e, mentre tentava di afferrare le chiavi per aprire e tuffarsi a tutta velocità al sicuro dell’abitacolo, le capitò il cellulare in mano. “Devo chiamare! Non posso farne a meno: Dora sa!” sussurrava tra sé e sé, mentre trafficava ancora nella borsa, pensando all’amica, medico forense, che era intervenuta subito, non appena era stata chiamata da Amber, tuttora eccitata al ricordo di come, dopo aver tagliato la gola al bastardo, aveva goduto, sovrastando su di lui come la Madonna che calpesta il serpente. Dora era stata grande: aveva sistemato la scena primaria del crimine eliminando qualsiasi traccia di Amber, alterando diversi particolari, mentre il corpo del bastardo si scioglieva nella soda caustica dentro alla vasca da bagno: peccato, una bella vasca, insozzarla così! Ma non si poteva farne a meno, Dora era stata pragmatica in merito: il cadavere andava sciolto,  insieme a tutti i suoi peccati!

Ora, mentre correva verso l’auto, trafficava nella borsa mentre, folle di terrore, scrutava la notte. Infine aveva riesumato il portachiavi firmato “Celine” ed era saltata letteralmente a bordo, aveva messo in moto e, sgommando, era partita a tutta velocità, nella sinistra teneva ancora il cellulare. Iniziato a comporre il numero, lo smartphone iniziò a scivolare e ogni volta lo stringeva sempre più forte. Inavvertitamente, premette il pulsante di spegnimento, per annullare scorse veloce il pollice e… buio. Ciao, suonatori! Cellulare spento! Oddio… “Riaccenditi, maledetto…” Inserito il pin, sbandata lieve a destra, pin errato una, due e tre volte… maledetto… recupero del puk impossibile, ovvio, mai trovato il tempo di cambiare il cellulare, “da quale meandro della memoria lo ripesco mai”… slittamento contro il guardrail… l’auto ruota su sé stessa e vola fuori strada…Il cellulare testimone di un incidente mortale… la mano sudata ringrazia… Fantasma del c…!!! Tutta colpa tua!

 

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Scrive per rabbia. Scrive per non ammazzare tutti quelli che gli stanno intorno e perchè scrivere in galera al buio non sarebbe la stessa cosa. Solo su carta può lasciare libere le fantasie più cattive.

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Madre Natura è spietata. E’ un concetto che l’uomo ha compreso già da tempo e che ha tradotto nella teoria della selezione naturale di Darwin. Nonostante ciò mi è capitato di rimanere scioccato di fronte ad un evento che mi ha dato, e tuttora mi dà, parecchio su cui riflettere.
Una chioccia aveva prodotto dieci uova, in un casale di cui sono stato ospite per qualche giorno. Otto uova si sono dischiuse nel giro di poco, mentre due tardavano. La chioccia ad un certo punto ha abbandonato le uova ed ha seguito gli altri piccoli, che reclamavano la sua attenzione. Quello era il suo istinto, ciò che Madre Natura aveva impresso nel suo codice genetico.
Dopo qualche giorno la contadina ha preso le due uova non schiuse e le ha buttate nel letamaio del campo, non sarebbero state buone nemmeno da mangiare oramai. Il giorno successivo la stessa donna ripassò vicino al letamaio e sentì uno squittio stridulo, un flebile cinguettio. Per caso notò un pulcino pigolare disperato dal guscio, vicino ad un altro uovo rotto e marcio. Delicatamente ha preso il pulcino e lo ha riportato alla madre, la quale non fa nemmeno caso al numero dei suoi figli e non si è scomposta al suo arrivo. Il piccoletto, a parte qualche secondo di smarrimento, ha seguito la chioccia come se nulla fosse accaduto, ignaro della tragedia scampata.
La fortuna ha salvato quell’animale indifeso. La fortuna che l’uovo non si sia accidentalmente rotto quando gettato tra i rifiuti. La fortuna di essere sopravvissuto alla notte senza la cova. La fortuna che la contadina, udito fine, l’abbia sentito chiamare debolmente aiuto.
E a volte penso che la vita è proprio così. Una brutale e feroce questione di fortuna.

 

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“Spesso la mancanza di infelicità è scambiata per felicità.”

Mentre aspettava che la fotocopiatrice terminasse il suo lavoro, Josie pensò che quelle scarpe erano state decisamente un acquisto sbagliato. Continuava a spostare il peso da un piede all’altro per cercare sollievo temporaneo. Le portava solo da qualche ora e le sembrava di trascinare due macigni con enorme sofferenza. Forse non aveva più l’età per certi tacchi.
Guardò fuori dalle ampie vetrate dell’ufficio: negli stretti spazi tra i palazzi si scorgeva un cielo terso e quella mattina uscendo di casa non c’era stato bisogno del suo fedele poncho in lana. Le vacanze di primavera, e la Pasqua che la sua famiglia festeggiava, si stavano avvicinando. Doveva chiamare sua sorella per organizzare il rientro: gli impegni l’avevano trattenuta nella capitale per tutto l’inverno e chissà in che condizioni avrebbe trovato la vecchia casa, chiusa da mesi.
All’improvviso la fotocopiatrice s’inceppò, con uno stridore dei rulli che non riuscivano ad afferrare la carta ed uno sbuffo d’aria dal vassoio d’uscita, finché non terminò con il solito avviso acustico.
“Di nuovo, accidenti!” Cliccò sul bottone per confermare l’apertura del blocco ottico superiore e accedere al vano interno.”Ehi Miki, quando passa l’assistenza?” gridò per farsi sentire dal collega in fondo al lungo open space.
“Non prima di martedì…”
Imprecando e tirando il lembo di carta che si intravvedeva, riuscì a disincastrare il foglio intero. Sarebbe stato un danno ben maggiore se si fosse strappato perché avrebbe davvero dovuto far smontare la macchina dal tecnico e non aveva tempo: doveva spedire le copie in giornata ai diversi dipartimenti, rigorosamente in cartaceo. Certe istituzioni vivevano ancora nel secolo scorso.
“Ancora noie con quell’aggeggio?” le chiese il direttore uscendo dalla sala riunioni con i redattori dell’economica.
“Si, ma l’ho tolto.” Sollevò il documento colpevole come prova. “Oh guarda…”
Lo osservò distrattamente per un momento: stava fotocopiando pagine fitte di testo, ma in quel foglio le parole via via distorte e le macchie di colore dei rulli sporchi avevano prodotto un’immagine, un bellissimo volto di donna stilizzato, con un’espressione melanconica.
Richiuse il coperchio della macchina, e ricominciò con le stampe mancanti, rimanendo affascinata a contemplare quello straordinario volto.
“Non è meraviglioso?” chiese al collega quando raggiunse la scrivania al suo fianco.
“Cosa?”
“Non la vedi?”
L’uomo scosse la testa. “Vedo solo un pezzo di carta stropicciato…”
“Non vedi il viso della donna, qui? e qui?”
“Senti Josie, da quant’è che non fai una visita oculistica? Lo sai che ce l’abbiamo gratuita per contratto? Basta che lo dici giù in segreteria e si arrangiano loro a prenotartela.”
“Mah…si, hai ragione, forse sono un po’ stanca” concluse frettolosamente. L’arte non si può spiegare alle menti chiuse, diceva sempre il suo professore.
Tenne da parte quell’insolito disegno, unico e raro, frutto del caso, e si mise ad ordinare le altre fotocopie, tutte uguali, tutte così ben definite, per inviarle con il corriere pomeridiano.
Il cellulare squillò impaziente dall’angolo in cui era in carica e il display mostrava la foto di sua sorella Rebecca in ospedale con in braccio Alyssa, il giorno in cui era nata tre anni prima. Era un orario insolito perché la chiamasse, ma la rassicurò subito.
“Volevo chiederti Josie…non potresti anticipare le tue vacanze? Volevo dare un pranzo la prossima domenica.”
“Beh, è un po’ complicato…” Fece un riassunto mentale di tutti gli appuntamenti della settimana. Avrebbe potuto anche spostarli, ma avrebbe ritardato alcuni progetti.
“Non te lo chiederei, se non fosse importante.” Cogliendo il silenzio come un diniego, continuò: “Abbiamo bisogno del tuo aiuto, si tratta della…felicità, di David e Alyssa. E abbiamo solo un mese per decidere.”
“Di cosa..? E’ successo qualcosa?”
“No, no, non ti preoccupare. Stanno bene. Adesso. Ma dobbiamo pensare al loro futuro. Tu vuoi che siano felici, vero?”

 

“Aspetti qui, il rettore Powell la riceverà subito.”
Accogliendo l’invito della segretaria, Josie sprofondò in un’enorme poltrona in pelle nera. Era stranamente in anticipo, come non le accadeva da tempo. Controllò nuovamente sul cellulare se per caso fossero giunte mail o chiamate dall’ufficio, ma niente: da quando era entrata nell’edificio l’apparecchio sembrava morto, assoluta assenza di campo.
Osservò il depliant informativo che le aveva preparato sua sorella, con segnata data e orario dell’appuntamento già fissato: sopra l’immagine di persone sorridenti e festanti campeggiava il logo del Waldinger Institute e la scritta “Qui formiamo persone felici”, la stessa grafica dell’insegna all’entrata dell’enorme parco che ospitava il polo di studio.
La porta in legno scuro si aprì e alle sue spalle comparve un uomo sulla trentina, vestito in jeans e camicia bianca con lo stemma ufficiale, dall’aria rilassata.
“Signora Wilson, sono contento che lei sia venuta.” Le strinse la mano con calore.
Giovane, assurdamente giovane per essere un rettore, pensò Josie. Ma del resto questa non era una scuola ordinaria.
L’accompagnò davanti alla sua scrivania e le offrì un vassoio di cioccolatini.
“Prego, non faccia complimenti.”
La luce calda del mattino entrava dalla finestra e si rifrangeva nel prisma pendente della lampada da tavolo, rompendosi in mille colori sulla parete. Una nota completamente stonata con la severità del mobilio e quel lieve profumo di sigaro che doveva aver impregnato le pareti negli anni, ma alquanto in sintonia con l’espressione della persona che si trovava davanti.
“E’ un bene che lei sia qui. Preferiamo che la famiglia ci faccia tutte le domande prima di cominciare il percorso, in modo da essere sostegno assoluto per l’alunno. Non ci devono essere dubbi nel nostro metodo.” Si appoggiò allo schienale alto della sedia.
“Come mai così giovani? Mio nipote David ha compiuto quattro anni e Alyssa ne ha fatti da poco tre. Non è un po’ presto?”
“No, mi creda. Prima cominciamo e meglio è. Stiamo pensando di abbassare la soglia ulteriormente. Già a due anni, nel mondo attuale, i bambini prendono troppe decisioni ogni giorno. Pensi solo alla scelta del cartone animato alla televisione o del pupazzo con cui si addormentano. Un trauma a quest’età può rendere inutile il nostro lavoro. E l’anno scorso abbiamo dovuto escludere dei bambini per questo, totalmente fuori dal nostro standard.”
Josie sentì una fitta ghiacciata alla base della nuca. Cercò di ignorarla e proseguire.
“Ma esattamente…in cosa consiste il vostro metodo? Ho letto le brochure, ma fatico a capire a livello pratico.”
“Insegniamo ai bambini a prendere la scelta giusta, quella che gli darà il successo assicurato in termini di appagamento. Vede, è il fallimento che genera stress e frustrazione, ripercuotendosi poi nelle decisioni future. Noi valutiamo le caratteristiche personali, le capacità individuali, stabiliamo degli obiettivi via via adeguati per l’alunno. Sviluppiamo le sue peculiarità in modo da inserirlo anche nel mondo del lavoro con il massimo rendimento. I nostri studenti imparano a distinguere qual è la loro portata, ciò che li renderà eternamente felici.”
Era la stessa cosa che aveva letto sul sito internet dell’istituto, con molta meno enfasi.
“E quando passano nella pubertà? L’adolescenza è la peggiore delle età, come fate a gestirla? Davvero ci riuscite?”
“Non trascuriamo nessun aspetto, né fisico né psichico. Determiniamo l’orientamento sessuale dell’alunno e tramite un’accurata selezione, incrociando tutti i dati della personalità, ad ognuno troviamo il compagno adatto per la vita. Praticamente da subito. Senza lasciare margini alla minima sofferenza.”
Lo fissò sconcertata e lui lo ritenne un invito a proseguire. “Non ci sono…appuntamenti al buio, rifiuti più o meno velati, derisione, ritorsioni, bisogni insoddisfatti, tradimenti, divorzi violenti. Le nostre sono coppie solide e felici. Potrà conoscerne qualcuna personalmente, negli incontri settimanali organizzati per i nuovi iscritti.”
“I vostri studenti finiscono col lavorare qui dentro?”
“No, se non lo desiderano loro. I nostri alunni non sono mai abbandonati: l’inserimento è richiesto dai tre fino ad almeno i venticinque anni di età, dato che li seguiamo anche nel percorso universitario con le nostre sedi distaccate in tutti gli stati. Alla fine diventano i nostri stessi sostenitori, a volte si mettono anche a disposizione per le attività di orientamento delle nuove reclute.”
Josie storse la bocca involontariamente.
“Ci tengo a precisare che non facciamo distinzione di genere. Nel nostro microcosmo convivono felicemente eterosessuali e omosessuali, perché i problemi legati ad una sessualità oppressa generano ulteriore frustrazione e infelicità. Quindi li formiamo anche per non vedere queste differenze. Ci siamo dovuti adeguare, almeno fino a quando la Scienza non troverà rimedio alle deviazioni sessuali. Nel qual caso abbiamo già pronto il piano di aggiornamento del sistema.”
“…l’aggiornamento del…sistema?” chiese inorridita.
“Nulla di fatale, mi creda. I nuovi alunni utilizzeranno i protocolli aggiornati e dunque ogni deviazione sarà curata sul nascere. Ma potremo anche intervenire sul pregresso, accompagnando le coppie omosessuali al divorzio consensuale ed elaborando successivamente nuovi abbinamenti eterosessuali. Ma temo ci vorrà ancora qualche decennio per il progresso scientifico.”
Lo stomaco di Josie ebbe un sussulto, sentiva l’acido gastrico gorgogliare al pari della sua rabbia. Cercò però di ricordare che era lì per amore dei suoi nipoti, e nient’altro.
“Quale dovrebbe essere il mio ruolo in tutto questo?”
“Chiediamo a tutta la famiglia di partecipare al processo, in maniera più allargata possibile. Per questo sua sorella le ha chiesto di venire alle riunioni di orientamento il prossimo mese. In alternativa, chiediamo di tagliare i rapporti con parenti e amici che non capiscono il valore del nostro metodo. Non ci devono essere voci dissonanti, capisce? Sarebbe un grave danno per l’alunno.”
“Immagino che questo significhi che poi anche i figli dei vostri studenti, a loro volta, vengono cresciuti con lo stesso…sistema.”
“Certamente. E non c’è motivo che non sia così, sono i nostri stessi alunni a capirne l’importanza. A quel punto il processo è naturale.”
Ovvio, pensò Josie, non concepiscono null’altro.
“Ma come fate a controllare tutto? Le amicizie per esempio…com’è possibile che non ci siano contatti con l’esterno?”
“I nostri studenti vengono inseriti già nel luogo di lavoro adatto, la loro compagna di vita è scelta sempre con il nostro metodo ed ovviamente anche le amicizie sono verificate. Non lasciamo nulla al caso, mi creda.” Il rettore Powell sorrise soddisfatto e compiaciuto. “La loro esistenza è contemplata in un ambiente sereno, dove tutti sono appagati e felici, appunto.”
“E internet? I social, dove c’è sempre un confronto compulsivo?” La storia era piena di imperi che erano stati soverchiati da una piccola falla, un’idea rivoluzionaria che avere aperto la breccia.
“Noi sconsigliamo l’uso dei social media ma, qualora venga richiesto dalla posizione lavorativa stessa assegnata, i contenuti visualizzati sono filtrati dal nostro centro operativo. In sostanza, tutti gli accessi alla grande rete sono verificati dai nostri tecnici, dal sito delle previsioni del tempo alle mail confidenziali. Eliminiamo automaticamente tutto il rumore.”
“Anche i vostri tecnici sono inseriti nel vostro percorso? Sono ex alunni, intendo?”
“Si, chiunque lavori qui partecipa al progetto per sé stesso.”
“Quindi anche lei è stato…selezionato per questo lavoro? La rende felice?”
All’uomo scappò una risata cristallina. “Le posso assicurare di si. Magari faticherà a crederci, ma la mia personalità è portata all’insegnamento e all’organizzazione. Inoltre, all’interno del campus, tutti lavorano part-time: il resto della giornata ci serve per i nostri hobby personali e per non sentirci troppo carichi di responsabilità sulle vite altrui. Se fosse venuta nel pomeriggio, avrebbe trovato il rettore Mitch, mio collega.”
La maggioranza dei lavoratori sarebbe stata concorde in una soluzione del genere. E per gli stakanovisti probabilmente avevano già elaborato una cura, pensò amaramente Josie.
“Signora Wilson, sappiamo benissimo che l’impatto con il nostro istituto è forte, soprattutto per chi non ha la stessa motivazione genitoriale, i parenti più prossimi, come lei che suo malgrado si ritrova coinvolta in questa valutazione. Oltretutto, da giornalista, ci aspettiamo sicuramente più resistenze da parte sua. Lei è abituata a mettere in discussione tutto, a indagare le notizie e le apparenze per cercare la verità. La invito a fare altrettanto con noi. Le daremo un pass ospite per potersi muovere all’interno del campus. Le sarà affiancato anche un tutor il quale soddisferà tutte le sue curiosità. Potrà dialogare anche con i nostri studenti dell’high school, con l’intermediazione dello stesso tutor.”
Il rettore si alzò in piedi, aggirò la scrivania e le porse una mano per farla alzare.
“Dia una possibilità ai suoi nipoti. Dia a loro quello che non ha potuto avere lei. Una vita felice, completamente.”

 

“Lei è davvero distratta!” la sgridò simpaticamente il giovanotto che l’accompagnava in visita nell’istituto.
“Mi scusi. E’ che ho mille pensieri per la testa…” Cercò di sfoderare il suo sorriso migliore alla Marylin, sexy e superficiale in parti uguali. In realtà cercava continuamente di restare indietro e cogliere l’occasione per cambiare corridoio e aprire delle porte a caso, alla ricerca di qualche segreto, anche solo qualche ossicino degli scheletri che pensava fossero nascosti dietro a tutta questa storia.
Finora non aveva però trovato nulla di interessante. Aveva anche contattato un amico del Wall Street Journal per avere un profilo economico della fondazione e sapere cosa se ne diceva nell’ambiente finanziario, ma le sue origini erano comuni a quelle di tante altre associazioni: un ricco possidente senza prole, convinto delle proprie teorie, aveva donato tutto alla causa. A questo capitale si aggiungevano le iscrizioni annuali degli allievi e successivamente i contributi degli ex studenti che erano tenuti, volontariamente, a versare una percentuale del proprio stipendio.
“Da questa parte, prego. Questo tunnel vetrato congiunge l’edificio alla biblioteca. Non è ancora molto fornita, ma speriamo di raddoppiare i volumi entro fine anno.”
Seguì il suo tutor fino ad un ampio salone, con il soffitto trasparente che inondava lo spazio di luce naturale. Al centro trovavano posto tavoli e sedie per lo studio, divani e poltrone per la lettura e addirittura il bancone di una piccola caffetteria. Tutt’intorno si aprivano tre piani di scaffalature, molte delle quali ancora vuote. Contrariamente ad altre sedi universitarie che esprimevano rigore e secolarità dell’istituzione, lì dentro si respirava un’aria rilassata, molto più simile ad una mega libreria di catena.
“Questa è la biblioteca per adolescenti e adulti. I bambini sotto i 14 anni hanno un’altra collezione di letture consigliate all’interno dell’Elementary school. L’accesso ai libri è comunque regolamentato secondo il proprio grado di istruzione, anche rispetto al nostro processo interno: vogliamo evitare che un testo particolarmente complesso generi sofferenza nel lettore.”
Quest’ultima frase la lasciò perplessa: Josie non conosceva romanzi che non portassero un minimo di angoscia al pari dell’entusiasmo per un lieto fine. I lettori da sempre cercavano emozioni tra le pagine. E se non c’erano, quello non era degno di essere chiamato libro.
A quel punto si chiese quali titoli e autori fossero effettivamente ospitati lì dentro.
Un sospetto, un terribile sospetto prese spazio nella sua mente.
“Le spiace se faccio un giro e sbircio qualche testo qua e là?”
“Faccia pure. Quando ha terminato, mi trova nell’angolo, all’internet point. La prego solo di non abbandonare l’edificio senza avvisarmi.” All’espressione stupita di Josie, il ragazzo proseguì mesto: “Mi farebbe passare un guaio…”
“No, certo, non si preoccupi. Da sola rischierei di perdermi, di nuovo.”
Si allontanò per cercare la sezione della narrativa contemporanea. Trovò una nutrita dotazione di romanzi rosa con lieto fine assicurato, una serie di thriller di scrittori che però non conosceva, pochissimi titoli di fantascienza, soprattutto la totale assenza di fantasy e horror. Controllò accuratamente ogni corsia, ogni ripiano e ogni dorso, ma non c’era alcuna traccia del re della paura, Stephen King. Non che fosse il suo genere preferito, però era uno scrittore riconosciuto e non ne comprendeva l’esclusione. Forse nell’acquisto dei testi avevano dato precedenza a quelli di studio, lasciando per ultima la cosiddetta letteratura d’evasione.
Passando al piano superiore, si ritrovò davanti ai saggi storici, ordinati per continenti e per epoca. L’organizzazione seguiva lo schema Dewey, ma la disposizione fisica dei volumi nell’edificio le sembrava un po’ disordinata. Oppure seguiva un filo logico che in quel momento le sfuggiva. Nel settore della Storia generale dell’Europa diede una scorsa veloce ai titoli riguardanti la seconda guerra mondiale: rispetto alle altre biblioteche, notò una povertà assoluta di libri riguardanti il nazismo e l’Olocausto. Non si aspettava certo di trovare il “Mein Kampf” di Adolf Hitler in bella vista, e del resto anche i nativi nordamericani sembravano cancellati dai testi. Solo gloriose terre e ricchezze da conquistare. Evidentemente il resoconto di un genocidio non rientrava nelle letture consigliate per una vita felice.
Suo padre, professore di letteratura, l’aveva lasciata libera di leggere qualsiasi cosa la incuriosisse. “Se vuoi controllare le idee di un popolo, devi controllare ciò che legge” diceva sempre. E casa sua era sempre stata piena di libri, di ogni genere e lingua, anche testi censurati o proibiti da governi e religioni che suo padre riusciva comunque a procurarsi. Leggere era prima di tutto un diritto.
Salì un’altra scala e raggiunse gli scaffali dei classici della letteratura francese. In mezzo a tanti nomi, scelse “I miserabili” di Victor Hugo. Estrasse il libro dalla fila e fu subito colpita dalla copertina la cui grafica recava un bollino di certificazione dell’istituto: Edizione Waldinger Autorizzata. Lesse brevemente la prefazione dove si spiegava che il testo originale era stato rimaneggiato dal gruppo editoriale della scuola per rientrare nella linea d’insegnamento. Questo testo poteva essere letto in autonomia e in assoluta sicurezza.
Josie rimase sconcertata a dir poco. Scorse velocemente il romanzo e in effetti la stampa riportava dei corsivi, l’intervento dei curatori, e note a piè di pagina che spiegavano la tipologia e la motivazione della riscrittura. Il libro era stato tagliato.
Con stizza prese un altro volume a caso, “Il rosso e il nero” di Stendhal: uguale bollino, uguale prefazione, corsivi che riempivano le pagine. Avrebbe voluto controllare cosa era stato eliminato, ma il cellulare non aveva campo lì dentro, come in tutto il complesso, e sicuramente dall’internet point era inibito l’accesso ai testi originali in rete. Non ultimo, i libri erano protetti da etichette antitaccheggio e il tutor le aveva già spiegato che gli esterni in visita non potevano ottenere il prestito. Imprecò a bassa voce.
Poi le venne in mente di aver visto una toilette per ogni piano.
Con i libri in mano, tornò sui suoi passi ed entrò in una di queste. Chiuse bene a chiave. Guardò nuovamente i due cartacei.
“Un sacrilegio, ma a fin di bene…”
Strappò le due copertine, le fece in piccoli pezzi e li lanciò nel water. Tirò lo sciacquone finché tutte le prove scomparvero negli scarichi. Infilò i due testi deturpati nella borsa personale. La sua preferenza per i modelli capienti si rivelava particolarmente utile.
Uscì dal bagno sperando di farla franca.
Scendendo nuovamente nell’atrio principale, incrociò una postazione informativa per consultare il catalogo della biblioteca e si fermò per l’ultima prova: cercò l’indice alfabetico di tutti i titoli e a sorpresa ne scorse molti marchiati come “n.a.”. La legenda a lato spiegava che l’abbreviazione stava per “non autorizzato”, precisamente “volume non autorizzato alla lettura senza il supporto del proprio responsabile”. Tra questi, i romanzi di Stephen King.
Un’altra domanda reclamava infine risposta. Raggiunse il suo tutor ancora seduto di fronte al computer dove le aveva indicato.
“E’ possibile avere un elenco degli artisti presenti tra i vostri studenti e sostenitori?”
“Artisti? Cosa intende?”
“Ci saranno pittori, scultori, scrittori…cantanti, musicisti…che sono cresciuti con il vostro sistema, no?”
“Uhm, non ne conosco nessuno personalmente. Cioè, abbiamo persone che si applicano nel tempo libero a queste attività, pittura soprattutto…So per esempio che il rettore Mitch dipinge con acquerelli e l’anno scorso ne aveva messo in mostra qualcuno. Ma nessuno che ne abbia fatto la sua professione, se è questo che intende. Però dovrei controllare in segreteria, nell’anagrafe principale.”
“Oh, non si disturbi, era solo una mia curiosità” rispose garbatamente Josie.
Considerato il piano marketing del Waldinger Institute, qualsiasi personaggio di rilevanza artistica sarebbe stato ben pubblicizzato quale ottimo risultato del loro metodo. Così non era. Un punto a favore per chi sosteneva che l’arte è sofferenza, è il sangue del nostro cuore.
Questo voleva anche dire che difficilmente Alyssa sarebbe diventata una ballerina di danza classica e David non avrebbe viaggiato fin su Marte nella sua astronave dei sogni.

 

“Non capisco ancora esattamente cosa mi si chiede. Io firmo il modulo per accettare e poi? Che succede?”
Josie era nuovamente nello studio del rettore Powell. Dal loro primo colloquio era passato un mese, durante il quale aveva frequentato il campus ogni fine settimana per gli incontri informativi.
“Quello che noi chiediamo è di contribuire allo sviluppo degli alunni, della famiglia stessa. Attorno ai nostri allievi creiamo un cerchio, che noi definiamo cerchio della felicità. Tutte le persone del cerchio partecipano attivamente al processo.”
“Quindi, sarei seguita dai vostri …terapisti? Essere presente a riunioni, eventi? Studiare? Superare dei test? Con quale frequenza?”
“Organizziamo queste attività in base alle famiglie e ai progressi dell’alunno, ma in genere la cadenza è settimanale.”
Josie rimase in silenzio. Quel periodo era stato davvero impegnativo: gestire il lavoro da remoto con problemi di connessione, dover rifiutare appuntamenti e incarichi all’ultimo minuto che le potevano valere una promozione, passare la maggior parte del tempo in viaggio che alla scrivania si era dimostrato sfiancante e la mezza età iniziava a farsi sentire.
Capendo il suo dilemma, il rettore proseguì: “Dovrebbe avvicinarsi ai suoi nipoti. Anche la lontananza è motivo d’infelicità, dato il forte legame che vi unisce. Dovrebbero poterla vedere tutti i giorni. Sempre se decide di rimanere nel cerchio.”
Lo fissò inorridita. “Dovrei lasciare il mio lavoro?”
“O trovarne uno nuovo qui vicino.”
Ricominciare daccapo, proprio adesso, pensò Josie.
“Anzi, noi avremmo bisogno di una figura come la sua nel nostro gruppo editoriale. Come ha visto durante la visita guidata, abbiamo la nostra rivista, il nostro portale internet, la biblioteca e le nostre pubblicazioni.”
L’uomo si spostò e aprì un cassetto dallo schedario, consultando alcune cartelline. Ne scelse una e gliela porse. “Queste sono le skill di cui abbiamo bisogno.”
Lei l’aprì e scorse velocemente il contenuto, senza darsi pena di nascondere il suo scetticismo.
“Se preferisce, può lavorare solo un paio di giorni alla settimana e il resto del tempo dedicarlo alla scrittura. Sua sorella durante i colloqui conoscitivi ci ha detto che un tempo lei voleva scrivere un libro suo. Potrebbe essere l’occasione giusta.”
Non avrebbe mai perdonato sua sorella per quella rivelazione. La scrittura era una sua questione intima, non la doveva riguardare. Eppure per un secondo, il serpente della tentazione trovò spazio nella sua mente.
“In sostanza, mi sta chiedendo di entrare nella comunità con tutte e due le scarpe? Come allieva a mia volta?”
“Perché no?”
“Ma non sarei troppo…adulta? Non preferite i bambini, anzi gli infanti?”
“E’ vero, perché gli adulti si portano dietro i ricordi. Anche il ricordo del dolore. E per quanto noi facciamo, per loro rimarrà la malinconia e il dolore già provato continuerà a ripresentarsi. Possiamo alleviare la sofferenza, ma non toglierla.”
Questo le rammentò quanto era stato detto durante una delle lezioni esplorative: il metodo Waldinger era contro l’accanimento terapeutico e a favore del suicidio assistito, sia per evitare il tormento fisico all’ammalato sia per proteggere il resto della famiglia dallo strazio della perdita, potendo vivere con serenità gli ultimi giorni con il proprio caro. Josie non era per niente sicura che potesse funzionare, ma le statistiche dichiaravano che con questo metodo le persone si ammalavano di meno. La felicità è effettivamente un’ottima medicina.
Ancora più confusa sul da farsi, dopo il colloquio si recò dalla sorella per il pranzo.
Rebecca era intenta a cucinare e John preparava la tavola, dando di tanto in tanto un’occhiata ai bambini che giocano fuori nel prato assolato.
“Dobbiamo parlare di questa scuola…io non sono per niente convinta. Non possiamo attendere ancora un anno?” chiese Josie dando una mano tra le pentole.
“Un altro anno potrebbe essere troppo…ce l’hanno spiegato.”
John entrò nella stanza fissando la moglie, in una silente comunicazione coniugale.
Rebecca sospirò e accarezzò Josie ad un braccio. “Noi…”, e continuò a fissare il marito, “abbiamo già deciso. Vogliamo solo sapere se anche tu parteciperai. Dentro il cerchio.”
Josie sentì qualcosa spezzarsi dentro. Guardò suo cognato in cerca di supporto.
Lui annuì. “I miei genitori sono d’accordo, anche se per loro l’impegno è minore. Non si muovono più, sono seguiti da mio fratello e li vedremo solamente per le festività. Ma abbiamo bisogno di te.”
Josie ancora attonita si rivolse di nuovo alla sorella: “Ti sei chiesta cosa ne avrebbe pensato papà di tutto questo?”
Rebecca arrossì. “Si, ci penso tutte le notti. A volte mi sembra di averlo qui che gironzola per casa, brontolando. Ma quanto abbiamo sofferto io e te a crescere senza una madre? Lei non era felice, e di riflesso non lo siamo state nemmeno noi. E anche papà ne ha sofferto tantissimo, da solo ad allevare due figlie piccole. Forse non è la strada giusta, ma sento che dobbiamo tentare.”
Un silenzio grave cadde fra di loro.
“Sia issi!!!” urlò Alyssa sgambettando allegra per il soggiorno. La seguiva David con in braccio il suo fedele autoarticolato gigante.
“Ciao bellissima” Josie si inginocchiò e la accolse in un largo abbraccio a cui la bimba si abbandonò.
David abbandonò il suo giocattolo e corse sulle spalle della zia.
Josie si cullò del loro sorriso, della loro gioia, della loro spontaneità. Chiedendosi se avrebbe avuto il coraggio di perdere tutto questo.

 

Era l’ultimo giorno. Doveva assolutamente prendere una decisione. Da un’ora stava fissando il modulo di accettazione, senza la sua firma, e continuava a giocherellare con la penna tra le dita.
Sospirò a lungo. Aveva anche provato a stilare le liste dei pro e dei contro di accettare di entrare nel cerchio della felicità, come lo chiamavano loro, ma gli elenchi erano diventati interminabili sia in positivo che in negativo. Non l’avevano aiutata a fare chiarezza.
Pensò alla vita dei suoi genitori: il Waldinger Institute li avrebbe giudicati incompatibili? Eppure erano stati felici, molto felici all’inizio del loro matrimonio. Per questo erano nate lei e Rebecca.
Rifletté anche su loro due. In fondo capiva la scelta di sua sorella e il suo istinto di protezione verso i figli, un istinto naturale che proteggeva la specie. Ma le faceva paura.
D’altro canto, cosa aveva avuto lei? Josie non era certo un bell’esempio di felicità per i suoi nipoti.
Suo marito l’aveva abbandonata nel momento più difficile, quando lei scoprì di avere un cancro all’utero. Si era chiuso in un silenzio funereo, non le aveva più rivolto la parola, quasi che lei fosse già morta. La settimana successiva alla notizia sparì, lui e tutte le sue cose, mentre lei era in ospedale per la prima chemioterapia.
Al suo posto giunse una lettera dell’avvocato per l’istanza di separazione per “incompatibilità caratteriale e psicologica sopraggiunte”.
Lui non aveva avuto il coraggio di affrontare la verità della malattia. Josie avrebbe potuto combattere per il suo matrimonio in tribunale, ma decise che la battaglia più importante era quella per la vita. A sostenerla, giorno dopo giorno, c’erano solo sua sorella, un cognato fantastico e quelle due adorabili pesti sempre pronte a strapparle una risata. A loro doveva tutto.
Ma dopo essere stata abbandonata da una madre e poi dall’amore della sua vita, aveva promesso a sé stessa di non lasciare più in mano d’altri il suo futuro.
Qualsiasi scelta sarebbe stata un comportamento egoistico da parte sua. Se li avesse lasciati entrare nella scuola e fosse rimasta con loro, l’avrebbe fatto solo per sé stessa, per non sottrarsi al loro affetto. Se avesse rinunciato e si fosse distaccata, avrebbero sofferto entrambi, ma lei avrebbe tenuto fede alle sue idee. Se avesse lottato con ogni fibra del suo corpo per non farli partecipare al progetto, avrebbero sofferto comunque tutti, magari anche di più, solo per dimostrare che lei aveva ragione. Ma chi poteva davvero sapere quale fosse la soluzione migliore? La ricerca della felicità era costellata di insidie e rinunce, quasi tutte un salto nel buio.

 

(c) 2017 Barbara Businaro

 

Note a piè di pagina

Questo racconto è rimasto nel limbo delle idee per mesi, dopo che ho sentito (non ricordo assolutamente dove e da chi) quella citazione in apertura. Ho iniziato a ragionarci su e chiedermi se non ci fosse una scuola dove imparare a star distanti dall’infelicità. Nel mio girovagare nella rete alla ricerca d’informazioni, mi sono poi imbattuta in questo interessante video TEDx dello psichiatra Robert Waldinger (già, ho preso in prestito il cognome 😉 ) sul più lungo studio sulla felicità: ben 75 anni di ricerca per definire cosa effettivamente renda le persone felici.

Quand’ero bambino, poco più di un soldo di cacio, e mia madre mi imponeva delle regole che non mi piacevano o non comprendevo, la sua spiegazione era “tu non puoi capire perché sei piccolo.”
Quand’ero adolescente e come tutti gli adolescenti furiosamente critico verso il sistema che mi veniva imposto, sia per studio, famiglia, religione o politica, la risposta che veniva data a turno dall’adulto del caso era “tu non puoi capire perché sei giovane, non hai responsabilità.”
Quando vivevo ancora nella casa paterna, ma viaggiavo di città in città per lavoro e cominciavo a vedere i primi amici sequestrati dalle fidanzate, poi reclusi nei loro matrimoni, persi tra fornelli, giardini, bricolage e parenti, senza mai un minuto per se stessi e un decaffeinato al bar, la frase acida utilizzata era “tu non puoi capire perché non sei autosufficiente, non hai una casa sulle spalle.” Figurarsi quando sopraggiungevano pannolini e biberon.

Ora sono grande, ormai invecchiato, da qualche lustro ho una casa di mia proprietà, un’auto e una motocicletta in garage, lavoro ancora dodici ore al giorno e mi reco anche all’estero per affari, se riesce a cucinare Benedetta Parodi ci può riuscire chiunque, hanno inventato sia il robot aspirapolvere che pulisce da solo e pure suo cugino tosaerba, programmabili dal telefonino. Sono passato quasi indenne a una convivenza, un po’ meno al sacro vincolo matrimoniale. I figli poi sono di chi li vuol sentire veramente tali e non sempre l’assidua presenza garantisce un buon risultato.
Se mi guardo indietro ora, c’è molto, sia vita che esperienza. Il mio futuro si accorcia, il mio passato si allunga.
Allora dov’è l’illuminazione che doveva sopraggiungere magicamente? Perché dopo tutto questo, le mie domande sono rimaste le stesse.

La realtà è che questo appello all’inadeguatezza altrui (tu non puoi capire perché non sei “qualcosa”, qualsiasi cosa) non ha nemmeno senso logico. Il Dottor House diagnostica malattie rare pur senza averne, solo sulla base di sintomi ed esami clinici, e Sherlock Holmes chiarisce gli omicidi e ne illustra i moventi senza essere un assassino egli stesso. Personaggi di fantasia, esageratamente arguti? Nella vita reale, Madre Teresa di Calcutta è stata definita “madre” anche se non ha mai partorito né allevato un figlio tutto suo. Eppure è stata una vera madre per molti, soprattutto degli ultimi, gli emarginati, di cui non si curava nessuno. Lei non poteva capirli?
La sensibilità non è un patentino che spetta solo a chi è qualcosa, lasciando esclusi tutti gli altri. E tipicamente chi usa questo ragionamento fallace, la sensibilità è abituato a pretenderla, ma mai ad usarla in egual misura. L’empatia è una capacità che va coltivata e sviluppata, sempre e verso chiunque, che sia o non sia quel “qualcosa”.

Tu non puoi capire perché non sei.
Anziché esordire con questa frase infelice e poco intelligente, dal sapore amaramente razzista, provate a spiegare quello che pensate non possiamo comprendere. Non occorre essere scrittori da Nobel o premi Pulitzer del giornalismo, bastano poche parole semplici su quello che sentite. E forse vi accorgerete voi stessi che, proprio perché abbiamo ben inteso, vi stiamo dicendo che state semplicemente esagerando la questione oppure vi stiamo offrendo un altro punto di vista e soprattutto un aiuto per uscire dalle difficoltà. Che quelle, per quanto variegate, toccano a tutti.

 

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Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.

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