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Le origini

Mario Pàtton è nato in un bar.
Non nel senso che sua madre ha partorito davanti al bancone chiedendo un espresso.
Ma l’idea è scaturita da un paio di menti perverse durante la pausa pranzo.
Gennaio 2015. Stavo leggendo “Cinquanta sfumature di grigio”, dopo che avevo avuto l’ardire di regalarlo a mia madre.
Speravo che un bestseller, che aveva fatto letteralmente impazzire le donne di mezzo globo, con un’impennata nelle vendite pure di ereader da parte di insospettabili pensionate, la inducesse a riprendere in mano la lettura. So per certo che era un’accanita lettrice quand’ero piccola io, perché ho trovato di tutto in casa, tra scatoloni di Harmony, Classici Oscar e Gialli Mondadori.
Non è andata bene. Arrivata a pagina 21, alla lettura del contratto tra dominatore e sottomessa, ha chiamato l’avvocato di famiglia per vedere se poteva diseredarmi…
La trilogia è stata abbandonata in un angolo. Passava di lì per caso mio padre, l’ha aperta nel mezzo come si fa quando si spulciano i nuovi titoli in libreria…Dio solo sa cosa c’ha trovato in quel mezzo…per tre settimane non lo si poteva disturbare, incollato al divano col libro in mano. “Beh, adesso andate via che devo leggere!”
Un cataclisma di portata inaudita.
Mio padre legge al massimo la Gazzetta Sportiva.
Non legge nemmeno i libretti d’istruzioni, nemmeno il Quickstart, con indicibili sofferenze per il prodotto in questione.
Quindi? Cosa contiene quel libro?
Dovevo indagare.

La copia che stavo leggendo io era di un amico, maschio. Dice che l’aveva preso per la moglie, che lui stesso aveva iniziato a leggerlo con curiosità, ma si era fermato a metà, perché troppo monotono.
Ed in effetti il primo libro è un po’ ostico. Se vi piacciono le parti erotiche, va bene, ce n’è abbastanza per tutti i gusti.
Io devo essere l’unica che l’ha letto ridendo alle lacrime, primo perché pensavo a mia madre schifata del regalo della figlia primogenita, secondo a mio padre che non legge mai perché ha problemi di vista e stavolta deve aver rischiato la cecità.

Le uniche cose che mi ronzavano in testa erano numeri:

  • 100 milioni di copie vendute, digitali e cartacee…forse anche 150
  • 93 milioni di dollari stimati in introiti per E.L.James solamente nel 2013
  • 5 milioni di dollari di diritti cinematografici pagati all’autrice
  • 569 milioni di dollari di incasso mondiale per il primo film, costato “solo” 40 milioni

…avete presente zio Paperone con gli occhi a dollaro?!

Disquisivamo davanti al caffè di quale formula vincente potesse aver usato questo libro.
I personaggi? La non caratterizzazione fisica della protagonista? Che sommato al racconto in prima persona permette l’immedesimazione istantanea del 90% del pubblico femminile?
Uhm, sì, ma dai, la scena del “Vieni, voglio mostrarti la mia stanza dei giochi” e lei che risponde “Vuoi giocare con la Xbox?” non regge.
Avrei voluto essere lì a darle due schiaffi, ma per svegliarla fuori!
Eh, al signor Grey gli avrei risposto “Il primo che si sveglia la mattina si prende il frustino…e le chiavi dell’Audi R8!”
Mah, la scena della stanza rossa è inverosimile, io me la immagino diversamente…se fossi lì…davvero se fossi lì…
Tempo un paio di giorni, venne alla luce Mario ed il primo racconto “Cinquanta sfumature di panico”.

Decisi di rispettare la scena temporale ed i dialoghi, non completamente tutto il testo, ovvero i pensieri della protagonista in prima persona.
L’ambientazione è ovviamente la medesima, rispecchia quanto già descritto dall’autrice, semmai approfittando dei buchi narrativi che si scovano nella storia.
Il personaggio è del tutto nuovo, ha una sua personalità e non fa riferimento a nessun’altro già presente nell’opera originale.
E di volta in volta viene scaraventato dentro un libro diverso, pur rimanendo se stesso.
Nonostante questo, ho scoperto ahimè che la si deve comunque considerare “FanFiction”.

 

Cos’è una FanFiction?

Per definizione una FanFiction (abbreviato in fanfic, fic o FF) è una storia scritta da fan di una particolare opera, non solo testo scritto, ma anche film, telefilm, fumetti, cartoni animati e videogiochi.

Inoltre ci sono anche narrazioni i cui protagonisti sono attori, cantanti o gruppi musicali. Il fanwriting non conosce molti limiti.
Quasi sempre un racconto breve, a volte diventano veri e propri capitoli pubblicati a cadenza temporale definita.
Mentre anni fa la loro diffusione era limitata alla ristretta cerchia degli stessi fan, con l’avvento della grande rete sono nate piattaforme specializzate alla loro pubblicazione.
La più conosciuta (e ben organizzata) è sicuramente EFP (www.efpfanfic.net), ad oggi 451.455 iscritti, di cui 173.446 autori.
Nel tempo le FanFiction sono state anche categorizzate, a seconda delle tematiche trattate, delle modifiche rispetto all’originale, della lunghezza complessiva dell’elaborato, della categoria dei lettori a cui si rivolge (hanno introdotto il sistema a semaforo della televisione per tutelare i minori).

In base a questo, la serie I dolori del giovane Pàtton risulta essere una FanFiction:
categoria Canon o canonica: l’autore si attiene strettamente al materiale ufficiale, senza mai alterare la continuità dell’opera principale;
– con OC (original character): viene introdotto un nuovo personaggio rispetto al testo originale;
E voglio aggiungere io un nuovo termine, Multiplatform: il personaggio OC si sposta in più romanzi, in diverse piattaforme narrative.

La domanda spontanea è: perché?
Perché mi diverte, ovvio. E perchè a Pàtton devo riconoscere di avermi aiutato ad imbracciare nuovamente la penna dopo un lungo silenzio.
Senza troppe pretese.

 

Facile scrivere FanFiction? Assolutamente no.

Prima di tutto chiariamo che le FanFiction non sono nuove nella storia letteraria.
Ci sono racconti dedicati a Sherlock Holmes dai suoi innumerevoli ammiratori. Lo stesso per Harry Potter, Il Signore degli Anelli. Anche se la produzione più estesa vale probabilmente per Star Trek (…per arrivare dove nessuno è mai giunto prima).
Rossella di Alexandra Ripley è il seguito di Via col Vento di Margaret Mitchell, ben 55 anni dopo. Lo stesso 007 di Ian Fleming ad oggi conta altri 13 tra scrittori e sceneggiatori che portano avanti, con successo o meno, la vita avventurosa della spia britannica.
Non ultime le fanfiction di Cinquanta sfumature di E.L.James, come Alternative Universe di Twilight (anche se personalmente non ci trovo alcuna affinità) e After di Anna Todd, dedicata ad Harry Styles del gruppo musicale One Direction.

Indipendentemente dai vostri gusti, una FanFiction non è semplice da elaborare.
Più si attiene all’opera originale, e più richiede uno studio completo di essa, dalla sua cronologia precisa, alla biografia dei singoli personaggi, all’ambientazione che deve essere estesa con qualcosa di nuovo ma coerente.
Se nel romanzo primo il protagonista ha i capelli bruni, non può nel testo della FanFiction diventare biondo platino, al meno di un passaggio dal parrucchiere.
Se viene caratterizzato in origine come un pazzo, lunatico, stakanovista, non può nel nostro capitolo successivo essere descritto come un uomo esemplare, tutto dedito alla famiglia e alla sua coltivazione di rose antiche.
Il livello di preparazione per una FanFiction ben fatta è paragonabile, seppur in minima misura, al lavoro compiuto da chi scrive romanzi storici.
Perché occorre realismo rispetto alla storia principale.

Qualcuno argomenterà con le scarse proprietà delle fanfic scritte da adolescenti in onore delle loro boy band preferite.
Si, ovvio che anche in questo settore va distinta un minimo la qualità degli elaborati.
Ma del resto, mi risulta che un tale guazzabuglio di levatura ce l’abbiamo anche nelle blasonate piattaforme di self publishing. Anche lì, tutti scrivono e tutti pubblicano.

 

Venendo a noi…

Avete mai scritto una FanFiction? Siate onesti, su.
Vi è mai scappato anche solo un volo pindarico sul vostro libro preferito?
Ma io lì l’avrei salvato…No, no, non doveva lasciarsi scappare l’occasione…ma io avrei scelto diversamente!…e se?
Io anche questa settimana vorrei prendere a sberle Shonda Rhimes per aver ammazzato il Dottor Stranamore 🙁

 

Nelle sue diverse attività, Mario ha la straordinaria capacità di trovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Questa notte stiamo per entrare nel museo più rinomato al mondo, il maestoso palazzo del Louvre.

Basato sul romanzo Il codice Da Vinci (The Da Vinci Code) di Dan Brown. Le descrizioni rispecchiano sia il testo del libro che le ambientazioni scelte per l’omonimo film del 2006. Ove discordanti, è stata data prevalenza al libro.


 

“Arretéz Pont Neuf. Arretéz Pont Neuf. Sortie a droite.”[1]
L’altoparlante annuncia la mia fermata della metro. Ripiego la copia del giornale e mi dirigo veloce verso l’uscita. Complice il bel tempo di questi giorni di aprile, la serata si sta animando delle coppiette che si riversano a passeggiare lungo il fiume e nei giardini appena illuminati.
Sono nella città più romantica del mondo, ma io sono da solo e sto andando al lavoro. Dovrei essere orgoglioso di quello che faccio, proteggere tutta quella meraviglia concentrata in un unico edificio, ma questa settimana mi tocca il turno di notte e non sono per niente tranquillo, dopo che l’altra sera mi sono sentito seguito.
Supero il vicolo e saluto con un cenno Armand del cafè all’angolo, impegnato a prendere le ordinazioni al tavolo. Pochi passi ed al negozio di souvenirs c’è Eléonore che dalla vetrina mi rivolge un gran sorriso. Una vera dea. Peccato che col mio francese stentato non riesco a farle un complimento decente, figuriamoci invitarla fuori a cena.
Più avanti incrocio lo sguardo di Lùc, che fa l’occhiolino in direzione di due turiste bionde che stanno osservando tra la sua merce delle borsette con la Tour Eiffél stampata. Gli sorrido complice in risposta.
Conosco tutti in questa via oramai, perché quando esco dall’ufficio mi fermo spesso, o dall’uno o dall’altro, a mangiare qualcosa e rilassarmi al placido gorgogliare della Senna.
Ma il mio preferito è il mini-crepes-panini-pizzas di Gaspard, per gli amici Gas. Lo scorgo indaffarato alla cassa, ma appena mi vede mi grida: “Bon traval, Mariò!”[2]
Tzè! Buon lavoro! E’ colpa sua se adesso mi sento poco sicuro in questa città.
Una sera stavo bevendo una birra nel suo locale all’uscita del turno e stavamo guardando insieme alla tv un documentario sul lato tenebroso della capitale. Un uomo giurava di aver nientemeno un poltergeist in casa, che faceva volare pericolosamente in aria gli oggetti prima di fracassarli sul pavimento, spaventando i presenti. Ero piuttosto scettico su quell’intervista, ma Gas fu molto bravo a convincermi.
“Eh, mon ami, Parigi è una città ricca di misteri. E di fantasmi. Qui hanno inventato la ghigliottina, non so se mi spiego…Non capisco come tu riesca a lavorare là dentro e non avere paura! Ovunque ti giri c’è una storia inspiegabile da raccontare: le serrature indiavolate di Notre Dame, la casa infestata di Pigalle, l’attraversa-muri di Montmatre, l’uomo rosso delle Tuileries…e Belphagor! Proprio tu non hai mai sentito parlare di Belphagor?”
Sapevo che era una serie televisiva degli anni ’60, esportata qualche anno dopo anche in America. Ma Gaspard quasi si offese e alzando il dito in aria minaccioso concluse: “No, no, no! La serie non ha inventato nulla di nuovo. Belphagor esiste! E qualcuno l’ha anche visto, ti dico!”
Il cicaleccio dell’attraversamento pedonale mi riporta al presente. Seguo gli altri pedoni e passo la strada.
Eccomi arrivato. Davanti a me, nella sua enorme maestosità che si staglia sul cielo al tramonto, il mio ufficio. Il Museé du Louvre.

 

 

 

 

Abitato per quasi quattro secoli dai re di Francia, il Louvre è oggi uno dei più grandi musei al mondo. Un palazzo che occupa circa 135 mila metri quadrati di superficie per 700 metri lungo la Senna e che espone solo 35 mila delle 300 mila opere d’arte a catalogo. Anche abitandoci per una settimana non si riuscirebbe a visitarlo tutto. E noi guardie siamo solo in 40 ogni notte a proteggerlo.
Per l’esattezza, a sorvegliare solo le entrate, neanche i ladri si presentassero bussando. Ammesso che riuscissero a toccare qualcosa, gli allarmi bloccherebbero tutti gli accessi all’istante e rimarrebbero chiusi come topi in gabbia.
Mi dirigo a sinistra dell’edificio, verso Jardin de l’Infante. Questa sera infatti sono di servizio nella prestigiosa Ala Denon. Si, si, stasera veglio su di lei, la donna più famosa di Francia, la mia prediletta, il sorriso più enigmatico della storia, La Gioconda di Leonardo.
Passo il mio badge elettronico ed il collega della portineria conferma la mia identità al sistema di riconoscimento. Dalla vetrata mi saluta appena con un cenno del capo e l’espressione mesta. Uhm, sempre allegri qui, cone me poi particolarmente visto che sono americano e la cosa non gli piace affatto.
Entro nella sala operativa per il cambio del turno di sorveglianza.
Nell’angolo intravedo Claude Grouard, una delle poche guardie scelte con porto d’armi, parlare animatamente con i colleghi. Chissà quale impresa titanica gli sta raccontando. Quanto si vanta. Ma vorrei proprio vedere con un ladro armato davanti cosa ha il coraggio di fare. Per fortuna col mio francese capisco solo la metà delle stronzate che dice.
Mentre gli altri si avviano in un giro di ricognizione delle sale assegnate, il collega della portineria mi chiama alla sua postazione.
“Mariò, sostituisci un attimo finché vado toilette?”
“Certamente”. Il suo inglese è migliore del mio francese.
“Ah, le directeur Saùniere est en attend de sa petite-fille”[3]
Lo guardo confuso. “Petite-fille?” chiedo.
“Oh, yes…his nephew”.
Il direttore attende suo nipote. Annuisco con il capo. Non l’ho mai visto, ma non credo ci saranno problemi di sorta. Quante visite può ricevere il dirigente di un museo a quest’ora?
Rimango solo nella stretta saletta vetrata. E nella penombra mi prende di nuovo quella sensazione, come se un paio di occhi mi fissassero alle spalle. Piano piano, senza far rumore, apro il cassetto ed estraggo la torcia che mi porto sempre appresso insieme al walkie-talkie. Attendo un attimo, ascoltando il silenzio della stanza dietro di me a orecchie tese. Trattengo il fiato. Poi all’improvviso, in uno scatto fulmineo, mi giro ed accendo la torcia.
Nulla. Tutto calmo. Sospiro. Mario se non la pianti vai fuori di matto con sta storia.
Rassegnato, mi accomodo meglio sulla sedia e ricomincio la lettura del giornale iniziata in metropolitana. Salto la parte di cronaca nera, che non è proprio il caso, e vado direttamente alle notizie sportive.
Ma questa volta sì un rumore dall’esterno mi fa sobbalzare.

 

 

 

 

Il portone è stato chiuso e qualcuno ha suonato all’entrata.
Guardo nel corridoio interno ma non c’è traccia del mio collega. Che faccio? Lo aspetto ancora qualche minuto?
Nel frattempo il campanello elettronico si fa insistente. Dev’essere una cosa urgente.
Guardo nel monitor della telecamera principale, ma distinguo solo una figura alta, con i capelli chiari. La lampada all’esterno dev’essersi fulminata perché fuori oramai è buio ma le immagini sono terribilmente scure. Posso provare ad accendere l’infrarosso e poi zoomare sulla persona. Mentre cerco alla tastiera la combinazione corretta, apro l’interfono per comunicare con il visitatore.
“Bonsoir, je peux vous aider?” chiedo cortese.
“Oui, je voudrais voir le conservateur.”[4]
Ecco, cerca proprio Saùniere. Riesco ad avvicinare l’immagine della telecamera sull’individuo, ma è troppo offuscata. Questo dev’essere la conversione all’infrarosso. Premo il tasto e…
Accidenti! Ho spento tutti i monitor! Oh merda, merda!
Mi affanno a premere bottoni qua e là, dò un colpetto agli schermi, controllo veloce i cavi, ma niente.
Non vedo più nulla e dalla vetrata non ho visuale all’esterno del portone.
E adesso?
Dall’altra parte giunge la voce dello sconosciuto: “Est-ce que quelqu’un est là?…is anyone there?”[5]
Oh, conosce anche l’inglese, con una buona pronuncia, proprio come il direttore. Probabilmente è proprio suo nipote. Mi affretto a chiedere: “Are you Saùniere’s nephew?”[6]
La risposta arriva con qualche secondo di ritardo.
“Oui, oui…I’m the nephew and he’s waiting me. I know the way.”[7]
Meno male, è lui. E non devo nemmeno accompagnarlo. Sarebbe un problema perché non posso lasciare la portineria vuota. Attivo l’apricancello automatico e lo lascio entrare.
Devo però sbrigarmi a sistemare i video prima che torni l’altra guardia, altrimenti sono cavoli. Ma esattamente cosa avevo premuto? Illumino con la torcia le piccole icone sulla tastiera, quando qualcuno entra nella sala a fianco.
“Mariò, je suis ici. Tu peux y aller.”[8]
Cristo, è qui. Quale sarà il bottone giusto? Ah ecco, forse questo simbolo di rettangolo con un sole all’interno. Pigio con forza e…
Fiuuuuu, i monitor tornano a funzionare all’istante. Appena in tempo. Lascio la sedia al collega, che mi guarda sospettoso, e con un cenno del capo mi avvio veloce verso il mio giro di perlustrazione delle sale.
Beh, meglio se prima vado a prendermi un caffè.
Dietro alle scale, una porta di servizio fa accedere alle macchinette automatiche riservate al personale. Ce ne sono parecchie disseminate per tutto il palazzo, per evitare che anche noi ci accalchiamo ai bar dell’interno aperti al pubblico.
Le lunghe finestre di questo sgabuzzino danno direttamente su Cour Carrèe e la vista dell’edificio quadrato immerso nell’ombra è spettrale. Scorgo delle luci vaganti dall’altra parte, di fronte a me. So benissimo che si tratta della torcia di un’altra guardia, ma mi dà comunque i brividi.
Di notte le sale del museo sono illuminate da luci rosse posizionate a livello pavimento, lasciando le opere d’arte all’oscurità per proteggerle dagli effetti dannosi della luce chiara.
Mi rivolgo al distributore automatico e…oh cavoli, non è possibile! Non ci posso credere!
Perché nessuno mi ha avvisato?

 

 

 

 

Un foglio bianco attaccato con lo scotch mi avvisa che la macchina è HORS SERVICE, fuori servizio.
Sbuffo. Tanto vale cominciare il giro di controllo dal primo piano, così mi fermo all’altra macchinetta nascosta dietro il Cafè Mollien, che tra l’altro utilizza un espresso arabica migliore.
Attraverso velocemente le sale delle antichità greche, cercando di non notare come le ombre delle statue sembrino seguirmi leste e bramose dietro la mia piccola luce portatile.
Raggiungo l’ascensore C per salire. Paradossalmente i locali elevatori sono le parti più illuminate del museo durante il turno di notte.
Appena le porte automatiche si riaprono davanti a me sono colpito dall’aria secca, quasi tagliente alle mie narici, che invade tutto il piano. Qui più che altrove i deumidificatori dell’impianto di climatizzazione del palazzo sono alla massima potenza, perché devono proteggere dall’azione corrosiva dell’anidride carbonica i grandi dipinti italiani per cui il Louvre è rinomato in tutto il mondo.
All’inizio ho fatto fatica ad abituarmi a questo ambiente, dovevo uscire fuori all’aperto spesso perché avevo la sensazione che mi mancasse l’ossigeno, oltre ad un mal di gola fastidioso. Il trucco sta che dopo il turno, quando torno a casa, uso lo spray nasale di acqua termale per neonati. Me l’ha insegnato proprio Saùniere, in una delle nostre conversazioni in inglese.
Mi piacciono le nostre chiacchierate, mi spiega sempre parecchie cose, soprattutto sull’arte. Mentre di me dice che le mie domande curiose lo divertono. Tipo chi diamine s’è inventato una piramide di vetro in mezzo al giardino e come cavolo fanno a pulire tutte quelle lastre, soprattutto quando nevica.
Mi dirigo a sinistra, passando per una serie di gallerie tutte collegate. Dal fondo del corridoio in marmo distinguo un mormorio di voci concitate. Nascosto sulla sinistra c’è l’ufficio del curatore. E questa sera di dev’essere una rumorosa riunione famigliare. Meglio stare alla larga. Lo saluterò all’uscita se ne avrò occasione.
Attraverso la Galleria d’Apollo, nel mio giro in senso orario dell’intera Ala Denon. I soffitti alti e bui di queste sale mi fanno rabbrividire. I musei sono meravigliosi di giorno, ma di notte sono lugubri, avvolti in una funerea penombra. Assomigliano ad enormi caverne da cui aspettarsi un improvviso volo di pipistrelli, come nei migliori film horror.
Cerco di focalizzare le immagini diurne di questi saloni, oramai impresse nella mia memoria, così da distrarre ed imbrogliare il mio subconscio. Funziona fino all’uscita del Salon Carrè, quando inevitabilmente il mio sguardo si fissa sul pavimento ai miei piedi illuminato dalla torcia.
Deglutisco. Riconosco questo parquet. Ci siamo. Ma stasera è davvero difficile passare di qui.

 

 

 

 

La Grande Galerie non è conosciuta in tutto il mondo solo per la sua straordinaria lunghezza di 450 metri, per l’ampiezza dei suoi soffitti vetrati che si aprono a volta sul cielo di Parigi o per gli inestimabili capolavori italiani che contiene. E’ famosa anche per il suo caratteristico pavimento in legno intarsiato, lunghi listelli di rovere disposti a spina di pesce in più file affiancate. Ai visitatori crea la fantastica illusione di fluttuare sospesi sopra lievi onde in movimento. E infatti io soffro il mal di mare a camminarci sopra.
Sospiro. Ho davvero bisogno di una dose di caffeina, ma devo almeno percorrere metà di questo tunnel prima di svoltare verso la stanza di servizio. Uhm…vado a destra o a sinistra?
Questa è una delle poche gallerie dove, per regolare l’afflusso di turisti, sono stati posizionati nel suo mezzo statue dell’epoca e qualche divanetto in stile, creando due sensi di marcia.
Se prendo la destra passo troppo vicino all’imbocco della sala 6, senza possibilità di reagire se qualcuno mi attacca da lì. A sinistra invece mi ritrovo ad attraversare in larghezza tutto il fondo per raggiungere la zona bar al lato opposto, esponendomi maggiormente come bersaglio.
…ma cosa sto dicendo?! Non c’è nessuno che mi aspetta e nessuno che mi segue. Piantala Pàtton! L’oscurità ti sta giocando brutti scherzi davvero!
In un moto d’orgoglio, mi avvio risoluto a percorrere il lungo cammino, senza troppo pensarci. Mi tengo il più possibile al centro, cercando di mimetizzarmi dietro gli ostacoli che trovo nel corridoio.
A metà strada scorgo l’entrata della Salle des Etats. Dovrei andare a verificare che sia tutto a posto, ma non ci tengo a vedere la Monna Lisa di notte. L’aura rossa che s’innalza dalle luci a terra le conferisce un aspetto sepolcrale, il suo delicato sorriso si trasforma in ghigno, tanto che mi aspetto salti fuori dalla cornice e mi insegua svolazzando.
No, dritto alla meta, verso il mio caffè.
Sono quasi arrivato in fondo quando all’improvviso sento qualcosa che mi blocca il passo, trattenendo il mio piede. Incespico rumorosamente e quasi mi trovo lungo disteso. Che cavolo è stato?
Nella concitazione mi cade la torcia. L’afferro veloce e comincio a correre, senza voltarmi indietro per vedere cosa, o chi, mi avesse bloccato. Col cuore sempre più martellante e la vista annebbiata piego a destra in direzione del bar. Gli ultimi metri li faccio scivolando con le scarpe sul marmo lucido. Supero le toilette e gli ascensori. Mi precipito alla maniglia del locale di servizio e mi ci fiondo dentro. Chiudo la porta e mi ci appoggio di peso, ascoltando ogni minimo rumore all’esterno.
Niente. Silenzio. L’unico a disturbare è il mio respiro affannoso.
Attendo che il mio battito cardiaco si calmi. Qui la stanza è illuminata dai neon dei distributori e mi sento più tranquillo. Cerco la chiavetta elettronica per avere il mio agognato espresso, quando non posso fare a meno di notare le mie scarpe.
Il nodo di una è sciolto ed il laccio è stato strappato.
Ecco cos’era!!
Ridendo di me stesso, infilo il token magnetico nel distributore, digito il mio codice di sblocco e sto per selezionare la bevanda, quando un bip sonoro mi interrompe.
Che vuol dire PIN errato?
Il display continua a lampeggiare la scritta imperterrito.
Ma cosa ho digitato? Oddio, è un po’ che non la uso, sono sere che offrono gli altri, ma non ricordo di aver cambiato il codice.
Riprovo: 0000, il più semplice, quello delle connessioni bluetooth. Niente, pin errato.
Forse è 1111, il default della mia sim telefonica? Macché, ancora non ci siamo.
Oh insomma! 1234? 4321? No, niente da fare.
Sbuffo. Ma è mai possibile che anche per un caffè ci vuole una password? Appoggio torcia e walkie-talkie sopra la macchina.
Concentriamoci. Non posso aver usato un codice complicato. Si, Saunière mi ha parlato per esempio della sequenza di Fibonacci, ma i primi quattro numeri non mi dicevano granché.
Magari ho messo il 7777, lo stesso del televisore? Digito speranzoso e…PIN ERROR nuovamente.
Aspetta, forse il codice del bancomat? 6106? Sei…uno…zero…sei…trattengo il fiato…luce verde!
Ah ecco, lo avevo messo per ricordarmelo meglio. Ottimo.
In un istante il profumo inebriante della miscela arabica invade lo stanzino. Mi appoggio al tavolino lì a fianco e finalmente sorseggio in pace il mio espresso. Adesso il turno sarà in discesa fino all’alba. Cos’altro può succedere ancora?

 

 

 

 

Dopo una mezz’ora di tranquillità, con un caffè lungo ed un altro rinforzato al ginseng, decido di terminare il mio giro. Apro la porta sicuro e mi dirigo sereno oltre il Cafè Mollien e le grandi scalinate ben illuminate dal traffico di Place du Carrousel e dalla luce della Pyramide che si intravede dalle alte finestre.
Attraverso le sontuose Red Rooms create da Napoleone III che ospitano i dipinti francesi del 18esimo secolo, con le pareti di vivido porpora contrastate dalle cornici dorate.
Lo so che mi stanno guardando. Gli eroici protagonisti della storia, immortalati in queste tele, mi fissano con aria indignata. Loro hanno guidato armate invincibili, governato su imponenti imperi, rovesciato ingiuste monarchie a suon di rivoluzioni, sacrificando sé stessi sull’altare della gloria. Ai loro occhi, io sono un miserabile che vive la sua semplice esistenza cullandosi nel benessere che ha solamente ereditato.
La mia autostima ne risente alquanto. Devo solo ricordarmi che in caso d’incendio anche un poveraccio come me può far la differenza.
All’uscita dell’ultima sala rossa, mi ritrovo di fronte un’assoluta meraviglia: in cima allo scalone di Lefuel si erge maestosa la Vittoria alata o Nike di Samotracia. Nike si, come quelli delle scarpe sportive che si sono ispirati a lei, dea della vittoria, come simbolo di forza, velocità e trionfo.
E sotto quelle vesti scosse dal vento, è terribilmente sexy. Un corpo perfetto.
Oltrepasso la gradinata per tornare nuovamente all’ascensore, quando nel lungo corridoio davanti a me scorgo il direttore correre affannosamente verso il Salon Carrè. Non l’ho mai visto così. Dev’essere successo qualcosa e forse mi sta cercando.
Preoccupato per lui, accelero il passo per raggiungerlo. Sono quasi arrivato all’entrata del salone, quando sento dei movimenti concitati anche dietro di me. Mi giro e nella penombra rossastra intravvedo una figura pallida, molto alta, avvolta in una veste chiara che mi sta inseguendo rapidamente, quasi librandosi in aria.
Cazzo, un fantasma! Allora esistono davvero! E pure Saunière stava scappando. Se è riuscito a spaventare lui!
Mentre mi precipito spedito all’interno della sala, sento lo spettro urlare in lontananza.
“Si fermi, tanto non ha scampo.” Riconosco all’istante l’accento. Sveglia Mario! E’ il tono dello sconosciuto che ho fatto entrare e che a quanto pare non è affatto il nipote del curatore. Che stupido sono stato. Devo avvisare subito gli altri!
Cerco alla mia cintura il walkie-talkie, ma non c’è. Ma che cavolo?! Dov’è finito?
Ricontrollo, ma non lo trovo.
Il distributore! L’ho lasciato là sopra. Ho preso la torcia ma mi sono dimenticato del walkie-talkie, merda!
Saunière nel frattempo deve aver raggiunto la Grande Galleria. Dietro di me sento avvicinarsi nitidi i passi dell’intruso. Afferro il cellulare in tasca, ma com’è ovvio non c’è campo. Solo scariche sulla linea. I sistemi di sicurezza del Louvre bloccano le onde GSM e UMTS, per quello ci dotano di una ricetrasmittente a breve raggio.
Cazzo, sta arrivando! Da solo non posso farcela. Devo trovare un nascondiglio subito e chiamare rinforzi.
A pochi metri, a fianco della piattaforma disabili, visualizzo una delle uscite d’emergenza. La apro facendo forza sul maniglione antipanico. Purtroppo non suona alcun allarme perché le porte interne non sono collegate all’impianto, solo quelle esterne.
La richiudo alle mie spalle.
Riprovo col telefonino, ma proprio non funziona. Porca puttana, cosa posso fare per chiedere aiuto?
Da qui potrei scendere a piedi al piano terra, ma ci metterei comunque troppo tempo a raggiungere la portineria e poi con i colleghi a tornare su.
Mi guardo affranto attorno in cerca di una soluzione istantanea. Pensa Pàtton, pensa…
Una porta esterna! Devo aprire una di quelle e far scattare io l’allarme in tutto il palazzo. E’ l’unico modo!
Qui dietro c’è una scala di servizio, anche se non illuminata. Scendo svelto i gradini quando la torcia prima lampeggia debole e poi si spegne. Cazzo, le batterie…
Mi fermo, la scuoto, provo ad accenderla nuovamente un paio di volte, ma non dà alcun segnale. Non è possibile! Proprio adesso!
Non ho tempo, devo comunque allertare le altre guardie. Avanzo a tentoni nel buio, un piede dopo l’altro, mantenendo lo stesso ritmo e le distanze degli scalini precedenti. Sono a metà della discesa quando improvvisamente si attivano tutte le sirene dell’edificio. Ma come…? Forse le ha attivate Saunière?
Distratto, incespico al buio e mi ritrovo a rotolare fino al pianterreno, dove sbatto la testa rovinosamente.
Provo a rialzarmi, ma avverto un forte giramento, un bagliore accecante e poi di nuovo è oscurità.

 

 

 

 

Dopo un tempo infinito, mi sveglio al suono di voci alterate e odore di disinfettante. Non riesco a muovermi e sento tutti i muscoli pesanti, inerti. A malapena riesco a riaprire gli occhi, la vista leggermente offuscata.
Sono adagiato su una barella a terra. Riconosco il soffitto dipinto a fresco di un ufficio a fianco della sala riunioni vicino alla portineria.
Dall’altra parte un uomo sta sbraitando furioso. “Allora, che cavolo è successo qui? Da dove è entrato?”
Nessuna risposta.
La stessa persona avanza verso di me, visibilmente arrabbiato. “Sono il capitano Bezu Fache della polizia giudiziaria. Mi sente? Cosa ha visto, figliolo, se lo ricorda?”
Un infermiere interviene a mia difesa. “Capitano, ha una commozione cerebrale, lo dobbiamo trasportare subito in ospedale. Dubito però che ricorderà qualcosa. Era molto agitato quando l’abbiamo trovato, delirava, ed ho dovuto somministrargli benzodiazepine…che purtroppo hanno l’effetto collaterale di cancellare la memoria breve”.
Il capitano impreca e se ne va.
In realtà ricordo tutto, ma proprio tutto.
Ho visto Belphagor! Il fantasma mi ha inseguito per tutta la sera nascosto nell’ombra, finché al momento opportuno mi ha buttato giù per le scale. Voleva sicuramente uccidermi!
Ma chi mi crederebbe?

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Note:
[1] Trad. Fermata Pont Neuf. Uscita a destra.
[2] Trad. Buon lavoro, Mario.
[3] Trad. Il direttore Saùniere sta aspettando sua nipote (al femminile).
[4] Trad. Buonasera, posso aiutarla? Si, vorrei vedere il curatore.
[5] Trad. C’è qualcuno là?
[6] Trad. E’ il nipote di Saùniere?
[7] Trad. Si, si, sono il nipote e mi sta aspettando. Conosco la strada.
[8] Trad. Mario, sono qui. Tu puoi andare.

 

Per concentrarmi e portarmi nell’atmosfera surreale del museo, durante la stesura ascoltavo sempre quest’opera:

 

Mappa del Louvre:

Il Louvre è uno dei pochi musei al mondo a non concedere un virtual tour nel proprio sito istituzionale. Non ci sono mai stata (nemmeno a Parigi se è per quello) ed è difficile trovare indicazioni sulla sua disposizione interna, probabilmente anche per questioni di sicurezza. Mi sono dovuta affidare a Google Street View ed alle foto dei turisti e ripercorrere quanto descritto da Dan Brown per decidere il percorso di Pàtton. Ecco il risultato.

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 1

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 2

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 3

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 4

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 5

Mario, nei suoi innumerevoli lavori, ha la straordinaria capacità di trovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Questa volta è nella stanza sbagliata, decisamente particolare.

Basato sul romanzo Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey) di E.L.James. Le descrizioni rispecchiano sia il testo del libro che le ambientazioni scelte per l’omonimo film appena uscito. Ove discordanti, è stata data prevalenza al libro.


 

Questo è il terzo lavoro che cambio in due mesi.
“Vieni a far fortuna a Seattle!” mi ha esortato mio cugino al telefono. “Qui ci sono un sacco di opportunità!”
Davvero: pizzaiolo, fattorino ed ora elettricista. Ma del resto l’azienda per cui ho lavorato come impiegato gli ultimi cinque anni è fallita all’improvviso e la mia fidanzata mi ha lasciato subito dopo. E dato che vivevo a casa sua, sono pure rimasto senza un tetto. Non è che mi restava molta scelta.
Stasera avevo in progetto di guardarmi in tranquillità la partita di basket, avevo appena tirato fuori un paio di birrette fresche, quando il nuovo capo mi ha chiamato disperato. Un impianto sta dando problemi all’ESCALA, quel grosso residence per ricconi in centro città, ma il tizio che di solito se ne occupa è ammalato. Il proprietario dell’appartamento non è certo uno da far aspettare fino a lunedì, il capo è in trasferta sull’altra costa con metà squadra… Insomma, pare che l’unico imbecille libero fossi proprio io stasera.
E non era nemmeno contento di mandare me su questo posto. “Mi raccomando Mario! E’ un cliente importante ed esigente. Se il guasto è troppo complesso, isola la singola linea e poi ci va James settimana prossima. Però mi raccomando: non fare cazzate! E tappati gli occhi e la bocca su quello che vedi. Massima discrezione! La privacy è molto importante per questa gente!”
Si, si, ho capito… Non vogliono far sapere al fisco quanto se la spassano alle nostre spalle.
Parcheggio nel seminterrato dell’edificio, tra i posti auto dedicati ai fornitori, prendo dal furgone il trolley con gli attrezzi e mi dirigo verso l’entrata, alla reception.
“Attenda per cortesia. Il personale della sicurezza sta scendendo per accompagnarla.”
Inutile dire che qui ogni cosa trasuda lusso da far schifo. Cerco di non pensare alle ingiustizie della dea fortuna, ma probabilmente quei quadri alle pareti costano quanto il mio stipendio di una vita, tutta la mia misera vita.
Un energumeno vestito da becchino esce dall’ascensore e mi si para davanti.
“Il signor Pàtton? Salve, sono Sawyer. Prego, mi segua da questa parte”.
Mi accompagna verso un montacarichi di servizio vicino alle scale antincendio. Non so quanti piani sono, ma l’aria comincia a diventare pesante sotto lo sguardo vitreo di questo qui. Le porte automatiche si aprono d’improvviso e mi scorta lungo un corridoio stretto e angusto, poco illuminato.
Apre una porta anonima e mi fa cenno di passare per primo. Il locale è piccolo. Una scrivania sgombra, un paio di sedie e sulla parete retrostante un computer ed una decina di monitor con le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Dev’essere il suo regno.
“Mi serve un suo documento d’identità”.
Glielo porgo velocemente. Lo prende, osserva la foto senza battere ciglio e poi lo poggia sulla scrivania. Apre un cassetto e ne tira fuori dei fogli ed una penna.
“Questo è un accordo di riservatezza, signor Pàtton. Lo legga e lo firmi. Senza questo, non la posso far accedere al resto dell’appartamento.”
Il mio sguardo dev’essere parecchio sconcertato, perché l’amico prosegue il discorso.
“Le si chiede solamente di non rivelare niente di ciò che vedrà, altrimenti la nostra reazione sarà piuttosto spiacevole. Una copia è per lei.”
Firmo senza leggere, tanto non avrei comunque scelta. Ad un povero cristo come me conviene sempre tener la bocca chiusa.
Si riprende i fogli firmati e li rinchiude nel cassetto, col mio documento.
“Ora le mostro il problema. Una delle telecamere del terrazzo di sopra è andata in corto. L’abbiamo sostituita, ma a quanto pare non c’è più corrente in tutta la camera da letto adiacente. Abbiamo bisogno di ripristinare quanto prima perché attendiamo ospiti in serata.”
Annuisco, pur non riuscendo a spiaccicare parola. Temo che se sbaglio un congiuntivo questo mi faccia secco qui seduta stante. E senza lasciare tracce.
Torniamo nel corridoio e giù in fondo apre un’altra porta. Lo scenario cambia completamente: uno spazioso atrio bianco e di fronte a noi gli specchi dell’ascensore principale. Al centro un antico tavolo rotondo in legno scuro ed un vaso di porcellana pieno di fiori candidi, che spandono nell’aria il loro profumo. Quadri costosi alle pareti anche qui, con una leggera spruzzata d’oro nei soggetti.
L’uomo apre una porta a doppio battente e ci troviamo in un enorme ingresso illuminato da un scintillante lampadario moderno, dal quale si intravede un immenso salone, con una parete tutta vetrata ed una veduta mozzafiato sulla città al tramonto.
Rimango a bocca aperta. Questo è niente meno che l’attico, una casa in cima alla torre dell’ESCALA. Nemmeno nei miei sogni ho immaginato tanto. Scorgo in un angolo un divano grande quanto una curva allo stadio e nell’altro angolo un pianoforte lungo a coda, così lucido da riflettere gli ultimi raggi del sole per tutto il soffitto.
Più in là vedo un imponente tavolo da pranzo con ben sedici sedie. Le riconto velocemente, proprio sedici. Ammazza! Questo posto odora di soldi e ostentazione. E sesso. Non so perché mi viene in mente la parola sesso, ma del resto dove ci sono soldi, di sicuro non manca neanche quello.
Mi sento terribilmente fuori luogo pensando al mio attuale monolocale, così misero e solitario.
“Da questa parte, al piano superiore” mi fa cenno il becchino. E lo seguo su per un’ampia scala panoramica.
“Questa è la camera che le dicevo” e mi indica la stanza dalla porta appena aperta.
Nella parete a lato apre un pannello mimetizzato. “Qui invece trova tutti gli interruttori del piano. E questi sono gli schemi.” Tira fuori una cartellina a fianco del quadro elettrico e me la consegna.
Estraggo la strumentazione dal trolley e comincio ad esaminare le prese della camera da letto, sotto l’occhio vigile e attento del becchino.
Dopo un’ora devo capitolare. “Il guasto non è qui dentro” affermo risoluto.
Guardo gli schemi nuovamente, torno nel pianerottolo ed indico la porta accanto. “La linea passa da qua. Dentro questa stanza ci dev’essere una derivazione.” Vado per aprire ma è chiusa a chiave.
Sawyer si irrigidisce. “Ne è sicuro?”
“Così dicono gli schemi” rispondo sulla difensiva.
Ci pensa su un attimo, poi estrae un mazzo di chiavi dalla giacca. “La faccio entrare, ma le do al massimo dieci minuti. Se non risolve, se ne va di volata e ci vediamo lunedì.”
Si ferma un istante con la maniglia a mezz’aria. “Si ricordi l’accordo di riservatezza. Non si faccia troppe domande. E soprattutto non cerchi le risposte” mi avvisa in tono gelido.
Entra e accende la luce.
Entro a mia volta.
Oh porco cazzo….che è sta roba?!

 

 

 

 

Deglutisco imbarazzato.
La prima cosa che mi colpisce è l’odore intenso, cuoio, legno e cera. Lo stesso odore di un’agenzia di pompe funebri, tanto per restare in tema col becchino che mi accompagna, ma qui lo stile dell’arredamento è decisamente diverso.
La luce delicatamente soffusa proveniente dai led incassati nel controsoffitto non riesce a nascondere le pareti tinteggiate di un acceso porpora. Al centro della stanza un divano in pelle rosso scuro di stile inglese guarda un letto a baldacchino dall’aria piuttosto antica. Sopra un materasso in pelle coordinato col divano e morbidi cuscini sempre nei toni del rosso.
Fin qui non ci sarebbe magari niente di strano. Ma in fondo campeggia un imponente croce di legno disposta ad X, con cinghie alle estremità per appenderci qualcuno. Sul soffitto pende un enorme griglia d’acciaio lucido e da questa scendono corde, catene, manette di ogni fattura e misura. E non assomiglia certo a quella che usava mio nonno per seccare i salami.
Di fianco alla porta, due lunghi corrimano, uno sopra l’altro, offrono in quantità e varietà fruste, frustini, piume colorate, lacci variamente intrecciati ed altri attrezzi strani dall’uso immaginabile, ma inspiegabile.
La mia attenzione si sofferma nell’angolo dove una rastrelliera in legno mette in bella mostra bacchette, bastoni e spranghe disposti in ordine crescente di lunghezza e spessore. Istintivamente mi si stringono le chiappe.
Dietro di me il becchino tossisce. Faccio finta di non scompormi più di tanto e cerco a muro la scatola di derivazione della linea elettrica. La trovo a fianco di un vecchio cassettone di mogano sulla mia sinistra. Per un secondo mi chiedo quali altri arnesi possano nascondere quei cassetti…
Sto ancora verificando la tensione nei diversi cavi, che un cellulare squilla.
“Si?” vedo Sawyer accigliarsi in ascolto. “Arrivo subito” e chiude la telefonata.
“Devo lasciarla qui un paio di minuti”
Oh oh, lo vedo stranamente agitato, che succede adesso?
“Sistemi tutto e si prepari ad andarsene.”
Esce e mi chiude dentro a chiave. A chiave!
Porca puttana, perché?
Perché cazzo mi ha chiuso qui dentro? Mi guardo attorno…oh merda, avranno mica bisogno di una cavia, vero? Ecchecazzo, era strano che uno ti chiama di sabato sera per una riparazione, dai! No, no, calma… Questo è un cliente fidato, il capo sa dove sono… e poi qui ci viene sempre James a far manutenzione! Siamo seri.
Per un attimo però penso all’aria un po’ femminea del viso di James ai suoi modi così ambigui… ed un dubbio terribile mi assale… Cristo santo!
Chiudo la scatola in velocità fissandola al muro con un colpo secco e mi metto ad origliare sulla porta, in attesa di capire dai rumori la mia sorte. Passano minuti che sembrano un’eternità ma sento solo il battito del mio cuore accelerato dall’ansia.
Ad un certo punto distinguo dei passi nel pianerottolo e qualcuno mormorare. Devo nascondermi!
Mi guardo in giro dietro di me, focalizzo un punto, spengo la luce e corro ad infilarmi sotto il letto, un classico in queste situazioni.
La chiave gira nella serratura, ma la porta si apre qualche istante dopo e la luce viene nuovamente accesa.
Trattengo il fiato.

 

 

 

 

Una donna entra nella stanza, lo sento dal suo passo leggero.
Trovo un’apertura attraverso il drappo che orla il letto e guardo con attenzione. Un uomo rimane in attesa sulla soglia. Alto e ben piazzato, va alla pari col mio amico becchino. I miei muscoli si appiattiscono saldamente a terra dalla paura.
Lei indossa un paio di jeans che evidenziano le sue curve sexy. Si ferma davanti alle pertiche e accarezza incantata uno degli attrezzi appesi.
“Si chiama flagellatore” risponde pacato l’uomo dietro di lei.
Oh madonna, penso, un flagellatore… torture del Medioevo! Scappa da sto posto ragazza, dattela a gambe!
E invece rimane lì, ammutolita, probabilmente talmente sotto shock da non riuscire a reagire.
Lentamente si avvicina al letto, credo stia rimirando la lavorazione intagliata delle colonne. O le catene pronte ad imprigionarla su di esse.
L’uomo mormora qualcosa, ma non distinguo le parole.
“Sei tu a fare questo agli altri o sono gli altri a farlo a te?” chiede lei con calma.
Rimango interdetto dalla domanda. Ma non sarà mica interessata??
“Agli altri? Lo faccio alle donne che lo desiderano.”
Tiro un sospiro di sollievo, almeno qui la cavia non sono io. Certo mi sfugge perché una donna dovrebbe desiderare di entrare qui dentro. E soprattutto non credo che l’uomo sarebbe contento di beccarmi qui sotto… Dio santo, fammi tornare a casa sano e salvo!
“Se hai già delle volontarie, cosa ci faccio io qui?”
“Perché vorrei farlo con te, lo vorrei tanto.”
“Ah” risponde lei sussultando.
Mi sembra abbastanza ovvio perché uno ti inviti a casa sua a vedere la collezione di frustini. Sulle farfalle potrei anche avere qualche dubbio, ma con i frustini… Deglutisco. Comincia anche a mancarmi l’aria qui sotto.
La vedo spostarsi verso il fondo, verso una panca imbottita rivestita in cuoio rosso cupo.
“Sei un sadico?”
Eh, hai vinto l’Oscar bambina mia!! Che non s’era capito?
“Sono un dominatore” risponde lui grave.
Nel senso che gli piace giocare a domino? Sogghigno. Non si starà prendendo troppo sul serio?
“Cosa significa?”
“Significa che voglio che accetti di abbandonarti spontaneamente a me, in tutto.”
“Perché dovrei fare una cosa del genere?”
“Per compiacermi.” Poi lui continua “In parole povere, voglio che tu desideri compiacermi”
Questi sono strani forti, penso. Non basta una sana e vigorosa scopata? C’è bisogno di mettere in scena tutto questo? Oppure da qualche parte c’è nascosta una bella videocamera e ci girano filmini porno?!
“E come dovrei fare?”
“Ho delle regole e voglio che tu le rispetti. Sono per il tuo bene, e per il mio piacere. Se le segui in modo soddisfacente, ti ricompenso. Se non lo fai, ti punisco, così imparerai” risponde lui piano.
“E tutto questo armamentario quando entra in gioco?”
“Rientra tutto nel pacchetto degli incentivi. Premi e punizioni.”
Amico, a guardare qui dentro vedo solo punizioni, ma magari mi sbaglio eh! Signore, facciamola finita… vorrei andare a casa dalla mie birrette, integro possibilmente!
“Quindi tu ti ecciti esercitando la tua volontà su di me.” Ed il tono di lei sembra alquanto deluso.
“Si tratta di conquistare la tua fiducia e il tuo rispetto, in modo che tu mi consenta di esercitare la mia volontà su di te. Io traggo un grande piacere, addirittura gioia, direi, dalla tua sottomissione. Più tu ti sottometti, più la mia gioia aumenta: è un’equazione molto semplice.”
Fatemi capire: punire una donna per conquistare la sua fiducia? Ma i vecchi mazzi di fiori e scatola di cioccolatini no? Ma questo qui è sciroccato forte! E se mi trova sotto il suo letto dio solo sa come mi combina… Il mio cuore sobbalza nuovamente. Cazzo, voglio andare a casa!!
“D’accordo, e io cosa ci guadagno?” chiede lei, risoluta nella sua voce.
L’uomo ci pensa qualche secondo. “Me” dice infine.
Eh certo, un prezzo equo per guadagnarci un miliardario al tuo servizio.
Scende il silenzio sulla stanza, non deve poi averla convinta così facilmente. O forse lei sta semplicemente facendo un paio di conti.
“Non rivelerai niente, Anastasia. Torniamo al piano di sotto, dove riesco a concentrarmi meglio. Mi distrae molto averti qui dentro.”
Vedo che lui le tende una mano, ma lei non reagisce.
“Non ti farò male, Anastasia”
No, te meno solo. E col tuo consenso pure! Penso amareggiato.
Lei gli prende la mano e si lascia trascinare fuori. Lui spegne la luce e richiude nuovamente a chiave la porta.
Cerco di recuperare il mio battito cardiaco, ma ancora non mi azzardo ad uscire dal mio nascondiglio. E se ritornano? E se decidono di iniziare i giochetti giusto stasera? Ma dove cazzo è finito Sawyer?

 

 

 

 

Passa all’incirca un’altra mezz’ora. I miei muscoli sono al limite per quella posizione costretta.
Sento nuovamente girare la chiave nella serratura e mi irrigidisco. La porta si apre piano ed entra solo una testa nel buio. E adesso che è?
“Signor Pàtton?” dice piano.
“Signor Pàtton? Deve uscire immediatamente…” riconosco la voce del becchino.
Esco da sotto il letto e rispondo sottovoce “Eccomi.”
“Venga, presto”. Richiude la stanza. Con un cenno del capo mi indica di riprendere il mio trolley nella camera da letto a fianco.
“Da questa parte, veloce!” mi intima.
Scendiamo le scale e ci fiondiamo nuovamente nel suo ufficio.
Apre il cassetto e mi restituisce il mio documento. “Lei è uscito da qui almeno un’ora fa, ci siamo intesi? Credo convenga ad entrambi.”
Annuisco con un cenno del capo. Di sicuro non vuole spiegare al suo padrone cosa ci facevo là dentro.
Mi riaccompagna giù alla reception e mi saluta con un gelido “Buona serata.”
Esco boccheggiando fino al parcheggio ed una volta fuori prendo un grosso respiro. E’ andata. Non so se lunedì avrò ancora un lavoro, ma intanto penso solo ad una cosa: le mie birrette fresche.

 

(c) 2015 Barbara Businaro