Non sono un assiduo frequentatore dei siti sociali, non quanto io sia in confidenza con le panchine all’ombra. Le preferisco e mi sembra di imparare di più, o dal libro che mi porto appresso o da una conversazione casuale con chi siede accanto a me. Ammetto che qualche volta mi sorprendo ad origliare i passanti perché ci trovo storie più interessanti di quelle su carta tra le mie mani.
Purtroppo però osservo con rammarico che i social stanno cambiando le modalità di interazione delle persone, che si comportano come se il fuoco dell’attenzione del mondo fosse continuamente rivolto ad esse. Da una parte si registra una tendenza a scrivere a vuoto, lamentele anonime, citazioni ammiccanti a tutti e a nessuno, sfoghi quotidiani che dicono qualcosa eppure niente. Come se chi scrivesse volesse essere al contempo considerato dall’individuo che gli ha recato danno e ignorato da tutti gli altri. Tristemente però una missiva senza mittente di questo tipo finisce per essere letta dagli innocenti e ignorata proprio dai colpevoli.
Quel che poteva essere risolto con una dialettica onesta tra due persone civili genera un potenziale infinito di incomprensioni e malumori. Il messaggio è talmente confuso che ognuno crede sia rivolto a sé stesso.
La rete, nata per unire i popoli, diventa un nuovo strumento di divisione.
Basterebbe tralasciare tale follia, ma proprio per come sono congeniati questi social si rischia di credere di essere il destinatario di qualsiasi falsa conversazione.
Succede anche con i racconti.
Anche con i miei racconti.
Pare che anche quel ch’io scrivo proprio qui, che vogliono essere solo riflessioni d’un vecchio canuto sulle questioni della vita di cui sta ancora cercando le risposte, desti parecchi malumori. In lettori però che non conosco nemmeno per sentito dire. Mi sono chiesto come sia possibile.
Forse siamo talmente focalizzati su noi stessi da non comprendere che in fondo condividiamo gli stessi problemi, gli stessi comportamenti e le stesse reazioni. Siamo innanzi tutto esseri umani e anche quando giuriamo a noi stessi che non ci comporteremo mai come nostro padre, fratello, amico, figlio, nipote, l’educazione impartita ci porta spesso fuori strada ed è difficile accorgersene.
O forse, e questa è l’ipotesi più triste, siamo talmente assuefatti dalle autobiografie e dai reality da non riconoscere più la meraviglia di una storia inventata.
Che è verosimile, ma mai vera. E non vuole offendere proprio nessuno.
Guest blogger: Vecchio viaggiatore di panchine
Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.
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Che fine avrà fatto il frullatore dell’ultimo Salone del Libro di Torino, quello sequestrato all’ingresso in fiera? Così bizzarro e fuoriposto, ci siamo chiesti in tanti quale era il suo destino. E quale sarà stata la sua fine. Qualcuno, si diceva, dovrebbe proprio scriverci un racconto… (E mi perdonerà Carlo Rovelli se nonostante le Sette brevi lezioni di Fisica ho scritto un po’ di stronzate quantistiche!)
Sapevo che qualcosa sarebbe andato storto, anche se sulla carta sembrava un piano perfetto. L’avevo detto al capo che era rischioso con così poche informazioni, ma non ha voluto sentire ragioni. “Le tue sono paranoie Mick, lo sappiamo che detesti viaggiare, ma per questo tipo di lavoro ho bisogno del tuo ingegno.” E il frullatore mi sembrava la soluzione giusta. Piccolo e apparentemente innocuo, motore depotenziato e lame un po’ spuntate. Avevo anche ottenuto da un collega l’accesso come personale autorizzato ad uno stand di un piccolo editore dove si sarebbero tenute delle dimostrazioni culinarie. E un frullatore poteva sempre servire, no?
Ma non avevo tenuto conto dei controlli di sicurezza. Ci doveva essere Luciano quel giorno a verificare la mia borsa, avevo fatto in modo di guadagnare la sua fiducia, mi avrebbe fatto entrare ad occhi chiusi. Qualcuno ha cambiato i turni all’ultimo momento, non ce siamo accorti in tempo e il frullatore non è passato.
Ho provato a spiegare la verità alla guardia sconosciuta, ma è stata inflessibile. “Non occorre inventare una storia di fantascienza, questo rimane qui, signore.”
Il fatto è che quello che voi vedete come un frullatore è in realtà un convertitore di materia. Trasforma le parole in pulviscolo sottile, un insieme di quanti assorbibili più velocemente dal cervello umano una volta in circolo nel proprio corpo. L’ho trasformato in un antico frullatore per non destare sospetti.
Viene dal futuro, dove leggere è diventato facile come bere un bicchiere d’acqua. E gustoso come un frullato.
Beh, alcuni contengono anche una parte alcolica, occorre andarci cauti per la gradazione, altri invece vanno presi a piccole dosi per gli effetti collaterali. Guerra e pace ad esempio per l’alto contenuto ferroso, con tutte quelle armi antiquate! Anche se alcuni lettori lo usano proprio per curare l’anemia.
Ah si: noi nel futuro ci curiamo leggendo. Per la sonnolenza bastano un paio di bicchieri di Stephen King, per l’ansia invece consigliano la magia di Harry Potter, contro gli attacchi di panico la tranquillità degli intrecci amorosi di Jane Austen, per sconfiggere la paura le avventure più famose di Rudyard Kipling.
Non ci affanniamo nemmeno più a riconoscere un buon libro ancora prima di pubblicarlo: basta il primo sorso per capire se c’è bontà nel testo e la storia è succosa per i lettori. Non si può mentire alle papille gustative.
Perché l’ho portato qui nel passato?
L’abbiamo inventato troppo tardi, quando l’umanità aveva smesso completamente di leggere e occorreva una soluzione drastica, per recuperare in fretta il nostro stesso sapere. Ma ahimè alcuni libri sono comunque andati perduti. Diciamo che in extremis il Governo Universale ha autorizzato dei viaggi nel passato per salvarli e ce ne stiamo occupando. Per sicurezza però è stato concesso di portare il convertitore di libri nel punto cronologico ottimale perché tutti possano acquisire il gusto della lettura, senza rischiare anacronismi con i rimedi temporali dell’ultimo momento.
Purtroppo mi hanno sequestrato anche un frullato di Jane Eyre, che doveva servire per la mia presentazione: con tutta quella campagna inglese è stato scambiato per un vasetto di pesto genovese! Ma come si fa, dico io!
Che poi nel futuro, tra un mix e l’altro, anche noi siamo tornati a leggere sulla carta, molto più di prima. Strano no? Una cosa ti deve sempre mancare per apprezzarla appieno.
Adesso però sono nei guai. Devo rintracciare il convertitore prima che qualcuno ci infili sul serio frutta e verdura. Oltre a un pessimo risultato a causa dell’elemento glationico, lo danneggerebbero per sempre. E questa volta davvero il capo mi mette a dirigere il traffico sugli anelli di Saturno!
Tempo fa un politico disse che gli italiani sono “mammoni”, poi un altro aggiunge la parola “choosy”, schizzinosi. Non ho mai creduto a queste definizioni semplicistiche, soprattutto perché puntare il dito verso altri evita di cercare soluzioni di propria competenza.
L’altro giorno mi chiama un amico, anni or sono anche collega, per aggiornarmi sul suo attuale lavoro, le sue ricerche, i suoi successi. In particolare ha appena ricevuto un’eccezionale offerta di trasferimento temporaneo all’estero per un progetto internazionale di prestigio.
Ma non sa come dirlo alla madre.
Non vive più nella casa materna da un decennio ormai, è completamente autonomo e indipendente, ma in qualche modo costretto a fare i conti con lei. La telefonata quotidiana quale compromesso alla visita quotidiana, comunque reclamata, che è riuscito a diradare a due volte a settimana, più il pranzo domenicale.
Sia detto che anche la signora è ancora in salute e autosufficiente, regolarmente patentata e automunita. Anzi, telefonate e visite devono avvenire ad orari prestabiliti, perché la madre ha i suoi impegni con le amiche.
La libertà materna stride con gli obblighi filiali.
Ricordo al mio amico che già ora la sua carriera comporta la partecipazione a convegni di una settimana fuori città. “E tu non sai cosa subisco al ritorno!” mi risponde.
Mi stupisce come un uomo adulto della sua levatura, abituato a intrattenere platee multilingue, sia succube della propria genitrice.
Me nemmeno poi tanto.
Un’altra vecchia amica, un’ottima psicologa e psicoterapeuta, mi spiega di ricevere sempre più spesso giovani pazienti trentenni, alle prese con attacchi di panico e crisi d’ansia, l’anticamera della depressione. Dopo varie sedute, la causa che emerge è la richiesta disperata di crescere, vivere la propria vita indipendente, richiesta soffocata dai sensi di colpa instillati dai genitori.
Questi ragazzi si sentono inadeguati di fronte al futuro. Finché vivono nel ristretto ambiente casalingo, la vita scorre tranquilla senza attriti. Il problema si presenta non appena i figli hanno l’occasione di uscire dall’ambito famigliare, prendere la propria strada anche in contrasto con le indicazioni paterne e materne.
E’ lì che i genitori stessi diventano i loro peggiori nemici, senza esclusione di colpi, da rappresaglie fisiche al marketing più spietato, fino a sconfinare nel controllo mentale.
All’estero questo comportamento si riscontra in casi sporadici, mentre è consuetudine che alla maggiore età ogni figlio esca di casa, sia per lavoro che per studio, lontano miglia e miglia dal nido. Spiccano il volo presto e cercano da soli la corrente ascendente che possa portarli in alto.
Come mai queste differenze?
Non ho gli strumenti per trovare una risposta, che sia economica, culturale, sociologica, storica.
Mi sembra però di osservare tanti italiani mammoni quante sono le italiane chiocce, che rischiano di soffocarli sotto le proprie ali.
I vostri figli non sono figli vostri…
sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
da Il Profeta, Kahlil Gibran
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Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.
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Questo è un “racconto in divenire”, nel senso che non sono del tutto convinta su come l’ho scritto e su come lo dovrei revisionare. Si tratta di uno degli esercizi di scrittura libera dati durante il corso che ho seguito lo scorso novembre: ci venivano date delle immagini, tra cui sceglierne una per nostra ispirazione, e un tema o un incipit su cui lasciar correre la penna per quindici minuti. L’immagine che avevo scelto è questo particolare sguardo malinconico preso dal dipinto “Girl with the red hat” di Vermeer e l’argomento della libera scrittura era “l’oggetto del desiderio”, muovere un personaggio ossessionato da un desiderio incessante. Mi chiesi dove erano rivolti gli occhi di questa fanciulla e quale potesse essere questa ossessione velata di tristezza. Ne uscì il primo paragrafo di questo testo, qualcosa ma non molto. E sono sempre critica con le libere scritture: se come dice Stephen King, scrivere è disseppellire il fossile e pulirlo dalla polvere, avendo i minuti contati mi sembra di scambiare per fossile una vecchia ciabatta! Successivamente, come compito a casa, fu chiesto di completarlo in forma di racconto, costruendo un primo atto con una svolta netta, un secondo atto dove il personaggio affronta la nuova situazione e possibilmente un finale adeguato. Non ricordo quanto tempo ci ho messo, non era libera scrittura a minuti. Del primo paragrafo ho corretto solo la frase in corsivo, luoghi e cognomi per l’atmosfera parigina, non molto altro. E poi sono andata a completare la storia, anche se non ne sono soddisfatta. Perché quando comincio da una libera scrittura, quel che ne viene dopo mi sembra zoppo, non lo sento nemmeno totalmente mio. Dunque chiedo a voi lettori: cosa c’è qui da rimaneggiare? Cosa salvereste di questo racconto?
Taglia, taglia, taglia. Tutte le volte che scriviamo, qualcuno ci dice di tagliare. Non solo parole, frasi e paragrafi, ma intere scene, centinaia di caratteri eliminati in un sol colpo. Non sono necessarie alla storia, questo è vero, a volte rivelano troppo e troppo presto al lettore, eppure hanno un gusto particolare, unico. Perché non farne un contenuto speciale come nei cofanetti dvd dei migliori film? Io adoro guardare le cutted scenes o il director’s cut, con il commento del regista, e ancora di più i making of, le riprese dietro le quinte o direttamente sul set proprio mentre stanno girando. E spesso penso che quella scena tagliata era migliore di quella effettiva! Mi è capitato anche con il racconto di San Valentino pubblicato la settimana scorsa. Mentre ero lì che scrivevo, ecco spuntare una scena, un dialogo, perché i personaggi si muovono, hanno vita propria e spesso sono solo lì ad osservarli come una formica di passaggio. Li ho visti, li ho sentiti, ma nella revisione quelle parole erano in più. Tocca prendere la forbice e tagliare via. Scene tagliate, ma non dimenticate. Ecco quindi le “cutted scenes” del racconto. E se non l’avete letto, potete rimediare subito qui: Speed date. L’amore in 3 minuti.
La prima volta che era entrata in quel bar, così luminoso nei suoi colori pastello, Suzi era appena arrivata nel nuovo appartamento, con i mobili della cucina che dovevano ancora essere consegnati, a farle compagnia solo un tavolo, una sedia e un frigorifero vecchio. Nulla per una colazione calda ai primi freddi di Ottobre. Quella mattina Andreas era impegnato con dei compratori, avrebbe dovuto vendere il suo bilocale arredato prima di trasferirsi da lei, dove c’era più spazio per una vita di coppia. Così da sola era scesa giù in strada e aveva cominciato a vagare per il quartiere, finché il profumo delle brioche calde l’aveva portata fin lì, in quel piccolo angolo accogliente. Poi divenne il suo appuntamento fisso di ogni mattina, il cappuccino del risveglio davanti al giornale, anche se il più delle volte erano chiacchiere con Simon e Niko. Quello era il loro café e patisserie, e il suo personale buongiorno al mondo.
Niko era quello più eccentrico, un vero artista pasticciere che non ascoltava niente e nessuno quando era intento a guarnire i suoi cupcake o a disporre le sue torte scolpite in esposizione nel banco frigo. Si occupava anche delle decorazioni dell’ambiente e dei tavoli, ma non era capace di battere un solo scontrino alla cassa. Per questo serviva Simon, molto più pratico. A lui spettavano tutte le incombenze poco fantasiose, dai rifornimenti della dispensa alle pulizie dei pasticci che Niko lasciava in giro.
Sembravano una bellissima coppia, due cuori che si conoscono da molto tempo ed hanno accettato tutto dell’uno e dell’altro.
L’avevano accolta da subito, come in famiglia, e all’inizio non capiva perché ci si trovava così bene, ma poi scoprì che tutti e due non erano di quella città, ci abitavano solamente da un anno, stranieri e con pochi amici proprio come lei.
Si precipitò da loro anche quella sera, due giorni alla vigilia di Natale, con il trucco tutto colato dal pianto. Stavano per chiudere il locale, Simon aveva già il giubbotto addosso, Niko stava raccogliendo borsa e sciarpa, quando lei s’infilò sotto la serranda e s’accasciò sul pavimento scossa dai singulti.
La sollevarono di peso ognuno per un braccio e la fecero sedere sul divanetto. Simon riaccese la macchina del caffè per prepararle una tazza di cioccolata calda, mentre Niko l’abbracciava e la cullava, sussurrandole di calmarsi. Con fatica riuscirono a farsi dire cos’era accaduto.
Andreas l’aveva lasciata. Erano passati tre mesi dal trasloco di Suzi in città, per lui aveva lasciato casa, amici e un lavoro che adorava. Le aveva detto di non trovare gli acquirenti giusti per il suo piccolo bilocale e nemmeno qualcuno a cui affittarlo, invece stava solo prendendo tempo, perché non sapeva come dirle di aver trovato un’altra, dopo cinque anni di fidanzamento e di promesse con lei. E aveva atteso la vigilia per questa rivelazione.
“Gli uomini sono proprio dei porci, cara” la consolava Niko. Simon, seduto di fronte, lo guardò sbieco. “Scusa, senza offesa per i presenti”, continuò Niko. “Però alle volte avete una prontezza micidiale nel causare disastri.”
Sarebbe dovuta tornare indietro, alla vecchia vita, ma Suzi decise di rimanere. Se c’è un motivo per tutto, ci doveva essere un motivo anche per questo, si disse. Questa città poteva ancora nascondere qualcosa per lei.
Un lunedì mattina Suzi si presentò in bar con un’espressione affranta. Sospirando attraversò il locale e raggiunse il bancone. Si sedette ad uno sgabello in attesa del suo cappuccino, gli occhi trasognati che scrutavano il soffitto in chissà quale visione malinconica.
Simon consegnò il resto ad un cliente e si spostò verso di lei. “Perché quell’aria? Postumi di un brutto weekend?”
“No, anche troppo bello in realtà” rispose lei. “Tipo quelle cose che non ti sembrano vere”.
“Sei uscita con qualcuno e ti piace parecchio.” Lui preparò piattino e cucchiaino mentre il caffè colava lento e profumato sulla tazza.
“Eh si, ha un fisico perfetto che è difficile non piaccia. Sembra anche intelligente…”
“Anche!” Simon sorrise divertito, mentre gonfiava il latte per produrre la schiuma.
“Già, dove sarà la fregatura? E’ un po’ troppo da film.”
“Quando lo rivedi?” le chiese mentre spolverava il cappuccino di cacao.
“Non lo so, ho la sensazione che sia parecchio conteso.”
Simon le mise la tazza fumante davanti, mentre Niko comparve dal retrobottega reggendo una deliziosa Sacher.
“Chi è conteso cara?”
“E’ uscita con un uomo” gli spiegò Simon appoggiato al bancone.
“Uhhhh, bene! Hai fatto presto tesoro!” Poggiò la torta sopra un’alzatina dorata. “Così si fa, risalire in sella subito dopo la caduta!”
“Così alla seconda fa ancora più male…” concluse per lui Simon.
“Sei sempre così ottimista tu!” Niko gli schioccò un bacio da lontano.
“Mi sa che ha ragione Simon invece. Ma dove vado io a trent’anni suonati?!” Suzi raccoglieva la schiuma dal fondo col cucchiaino.
“Cara, là fuori c’è un mondo di opportunità, credimi.”
“Là fuori Niko o sono già impegnati, o se sono single è perché vogliono esserlo.” Suzi agitò il cucchiaino per aria nella direzione dell’amico. “O sono gay!”
“Ahhhhh, non vi posso sentire quando siete così ottimisti! E’ meglio che mi rimetto a cucinare!” Si avviò verso il laboratorio del retro, quando nuovamente si girò verso di loro: “Simon, tesoro, ho finito la panna.”
“C’è la scorta nel frigorifero, anta destra, vicino alla crema.”
“Ma io ho finito anche la scorta…”
Simon sbuffò e Suzi si mise a ridere.
“Beati voi, si vede che c’è affiatamento…”
“Come no! Solo perché gli lascio fare quello che vuole, tanto alla fine i cocci sono sempre miei” rispose Simon irritato. “E adesso prepariamogli altra panna…”
“Dammi una fetta di torta al cioccolato, bella grande!” disse Suzi sedendosi al suo solito sgabello.
“No proprio. Devi pensare alla linea, bambina mia” le rispose Niko che le stava già preparando il cappuccino al cacao.
“Devo pensare anche allo spirito però” ribatté lei sfogliando veloce il giornale alla ricerca dell’oroscopo.
“Ma non dovevi uscire con qualcuno ieri sera?” Niko le sistemò la tazza fumante davanti, accompagnata stavolta da un piccolo cioccolatino. “Ecco, questo è il massimo che ti concedo.”
“Grazie. Sì, sono uscita con un ragazzo, carino ma niente di che. All’inizio sembrava difficile fare conversazione.”
“E poi?” Niko si era appoggiato al bancone e teneva la testa tra le mani, in attesa del racconto.
“E poi ha iniziato a parlare della sua ex…”
“Uhhhh” esclamò lui con una finta smorfia di dolore.
“Mi ha detto che lei gli ha chiesto una pausa, perché dice che lui non la capisce più, non è più in sintonia con le sue esigenze. Lui pensava si trattasse di una cosa veloce, un paio di settimane e invece sono due mesi. Io ero la sua prima uscita, pensava di potercela fare, di distrarsi un po’, ma ha ammesso di essere innamorato perso e di aspettare lei.”
Niko annuì in silenzio con la testa.
“Lì per lì ero furente, mi aveva invitato come ruota di scorta ecco, poi però mi sono ricordata di come sono stata io all’inizio. Se non c’eravate tu e Simon a consigliarmi, sarebbe stato uguale. Così gli ho spiegato anche la mia storia, per non farlo sentire solo.”
“E alla fine come vi siete lasciati?”
Suzi sospirò. “Alla fine gli ho dato una mano a scrivere una lettera di scuse per la sua -si spera ancora- fidanzata, gli ho dato un paio di consigli, cosa dire se la rivedrà, come vestirsi soprattutto… Niko dovevi vederlo! Pantaloni di velluto a coste, calzini di spugna e mocassini! Per non parlare del gilet smanicato con una camicia a quadretti…”
“Ommiodddio, ti prego basta!” esclamò inorridito Niko.
“…in flanella!”
“L’anticristo!”
“Gli ho dato l’indirizzo di una boutique di abbigliamento maschile in centro, dove lavora una ragazza del mio corso di Pilates. Le ho detto di chiedere proprio di lei, e nel frattempo l’ho avvisata.”
“Una missione impossibile, temo!”
“Forse no. Comunque lui mi richiamerà per farmi sapere come andrà, se torneranno insieme. Era contento a fine serata. Se avranno una figlia, le daranno il mio nome ha detto.” Suzi fissò il fondo vuoto della tazza. “Io però sono ancora qui da sola.”
“Vedila così: hai fatto una buona azione, e prima o poi l’Universo ti restituirà il favore.”
“Per ora l’Universo è in forte debito con la sottoscritta!”
Dal retrobottega, giunse Simon reggendo una cassa di bottiglie di latte che sistemò nell’angolo vicino al frigorifero. “E con queste dovremmo essere a posto per oggi. Buongiorno Suzi! Che novità ci porti?”
“Nessuna Simon, sono ancora single.”
“Suvvia, essere single non è poi così brutto, devi solo divertirti un po’ di più” cercò di consolarla lui.
Il cellulare di Suzi poggiato sopra il bancone emise uno squittio e si spostò leggermente vibrando.
Lo prese e lesse il messaggio appena giunto. La sua espressione cambiò all’istante. “Oh cavoli! Mi ha chiesto di uscire! Di nuovo!!”
“Chiiii?” chiesero in coro Simon e Niko, sebbene con espressioni differenti, uno preoccupato e l’altro elettrizzato.
“Quello bello da paura! Vuole rivedermi! Proprio me!!”
Simon stava spostando le tazzine pulite a riscaldare sopra la griglia della macchina da caffè, quando osservò Suzi entrare in bar borbottando dapprima contro un signore che uscendo non le aveva tenuta aperta la porta e poi contro il cellulare che trillava nella borsa.
“Che razza di stupido deficiente… Ecco, tieni, spegniti!” disse mentre componeva veloce un messaggio di risposta.
“Accidenti, chi ti ha pestato la coda oggi?! Fai paura!” Simon stava già preparando il consueto cappuccino del risveglio. Decise che era meglio abbondare di cacao e zucchero.
“Guarda, lasciami stare. Io io… vorrei proprio capire cos’hanno in testa certi uomini! E perché sono così stupida da finirci a letto!”
“A letto?!” I fondi di caffè gli caddero per errore dentro la tazza pulita. Simon la buttò infastidito nel lavandino e ricominciò di nuovo la preparazione.
“Si…”
“Aspetta, il palestrato?” le chiese.
“Si.” Suzi sibilò la risposta a denti stretti.
“Ma che numero di uscita era questa?” Cercò di ricordarlo da solo, si sentivano per messaggi, ma quante volte si erano già trovati fisicamente con quello? Era difficile star dietro all’agenda di appuntamenti di Suzi.
“Era la seconda…”
“Tut tut tut, troppo presto ragazza mia!” Aveva ancora una buona memoria allora.
“Presto, tardi, è un concetto relativo, no?”
“No, non ti ha insegnato la mamma che devi attendere almeno la terza uscita per farci sesso? Meglio ancora se resisti fino alla quinta. Ma prima della terza rischi di non essere presa seriamente in considerazione.”
“Eh, me ne sono accorta! Ma in quel momento era tutto così perfetto. Lui così romantico, premuroso, e muscoloso… E io ho ceduto” sospirò Suzi fissando il soffitto sconsolata.
“Uhm” Simon le posò il cappuccino di fronte.
“…tre volte” aggiunse lei in un sussurro.
“Ah!”
Il cicaleccio della lavastoviglie avvisò che il ciclo di lavaggio era terminato. Simon aprì lo sportello e lasciò uscire il vapore, prima di iniziare a svuotarla.
“Però gliel’ho detto che io non sono così, che non si faccia strane idee. E invece quello stronzo, idiota, pezzo di merda ieri sera mi ha… mi ha…”
“Scaricata” concluse lui.
“Macché, peggio!”
“Peggio?” chiese confuso. “Qual è il peggio?”
“Mi vuole far conoscere un amico!” sbottò Suzi.
“Non dev’essere andata tanto bene se ti vuole mollare ad un amico…” rispose Simon assorto nella pulizia dei bicchieri.
Suzi scandì lentamente le parole: “Vuole. Una. Cosa. A. Tre.”
La coppa da gelato che stava maneggiando Simon con l’asciugapiatti cadde rovinosamente a terra, con un assordante tonfo di vetri in frantumi. Sbuffò guardando in basso il risultato sparso in mille schegge sul pavimento. Poi si girò verso Suzi: “Devi essere proprio brava. O lui terribilmente stupido. O entrambe…”
Lei arrossì violentemente. Magari in certe cose se la cavava anche bene, ma qualcosa nell’espressione di Simon l’aveva offesa. Aveva detto lui che doveva divertirsi di più adesso che era single, e per una volta che l’aveva fatto sul serio, la faceva sentire sporca.
Dal retro arrivò Niko tutto trafelato, avendo sentito il gran botto. “Ma che è successo qui?!”
“E’ stata colpa mia. Ho distratto Simon, scusa.”
Niko gli rivolse uno sguardo interrogativo. Simon, con un tono alquanto acido, gli fece un rapido riassunto: “La bambina qui ha fatto sesso al secondo appuntamento. Tre volte.”
“Grandeeeeee!!” esclamò Niko tutto contento.
“Ma come grande?! Ma che le insegni?” Simon stava raccogliendo i cocci da terra.
“Che se la gente trombasse di più, ci sarebbe la pace nel mondo!”
“Non la dicono così ai concorsi di bellezza…”
“Perché non ho mai partecipato io!” concluse Niko incrociando le braccia risoluto.
“Buongiorno principessa!” Niko stava sistemando dei profumati muffin al cioccolato appena sfornati, doppio cioccolato visto l’intenso aroma che aveva invaso tutto il locale, quando Suzi arrivò puntuale per la sua colazione. Un venerdì di sole che salutava l’arrivo di febbraio.
“Ciao Suzi, il solito cappuccino?” Simon la salutò allegro, la luce che riverberava dalla strada accendeva i suoi capelli ramati. Per un attimo Suzi provò un moto impetuoso d’invidia verso Niko, e per quel che erano loro due. “Un muffin? Sono davvero eccezionali!”
“Si grazie, ho bisogno di tirarmi su… Non potete capire ragazzi che mi è successo ieri sera, davvero. Adesso ho persino paura di entrare in un supermercato! Un incubo!”
“Il supermercato?” chiese incuriosito Simon mentre ricaricava di chicchi di caffè tostato la macina elettrica.
“Non dirmi che sei andata alla spesa per single…” suppose Niko distrattamente.
Gli altri due volsero insieme la loro attenzione all’amico. Suzi stupefatta sbottò: “E tu come lo sai?!”
“Lo sanno tutti che il giovedì sera ci sono gli incontri dei single tra le corsie del market, mentre il venerdì sera ci sono alcune corsie dedicate agli scambisti. Da non confondere con il martedì del poliamore” continuò Niko sorridendo.
“Tu mi spaventi, dico sul serio!” Simon lo minacciò con il cucchiaino con cui mesceva il latte schiumoso.
“Beh, in ogni caso ognuno ha i suoi segnali di riconoscimento, difficile finirci in mezzo per errore.”
“Come no! Stavo solo facendo la spesa tranquilla, stanca di una pessima giornata di lavoro. Avevo il mio carrellino al traino, ero nel reparto dei panificati, cercavo di tirare giù un pacco di fette biscottate ma era in alto ed era l’ultimo, così non ci arrivavo nemmeno in punta di piedi. Si è avvicinato un uomo, fin troppo sorridente, e mi ha chiesto se mi serviva aiuto. Ho detto di sì…era molto più alto di me e non volevo essere scortese. Ha preso la confezione e nel porgermela mi ha chiesto se mi poteva interessare. Lì per lì ho risposto di sì, certo, anche se la domanda mi sembrava inutile e il suo sguardo troppo ammiccante.”
Niko sghignazzò sornione.
“Ho ringraziato e sono tornata alla mia spesa. Ha iniziato a inseguirmi. Cioè, non me ne sono resa conto, finché me lo sono ritrovato ad ogni scaffale. Alle bibite, ho preso un cartone di succo di frutto della passione e lui si è avvicinato dicendomi che forse correvo un po’, ma la cosa lo stuzzicava. Ha allungato la mano sul mio sedere e stava per baciarmi! Gli ho mollato un ceffone che ancora mi fa male la mano…” Osservò il palmo destro, che sembrava ancora pulsare dal dolore.
Simon mormorò solamente qualcosa.
“Ha cominciato a inveire contro di me, mi ha dato della stronza, l’avevo istigato io, gli avevo chiesto aiuto, avevo il fiocco, avevo confermato, poi il frutto della passione…”
“Ma avevi il fiocco?” le chiese Niko stupefatto.
“Si, no, cioè…avevo un fiocco rosso appena preso nel reparto cartoleria, mi serve per impacchettare un regalo per il compleanno di un’amica. Quindi era lì sul carrello per passare alla cassa.”
Niko esplose in una risata fragorosa e continuò a sbellicarsi fino alle lacrime.
Suzi e Simon non capivano. Dovettero attendere che l’amico riprendesse fiato.
“Il fiocco rosso è il simbolo della spesa dei single. Chi ha il fiocco rosso sul carrello è a caccia. Poi ci sono delle domande tipiche, di rito, ma ovviamente è il fiocco a determinare l’aggancio.”
Suzi divenne paonazza dalla vergogna. “Ma io non lo potevo sapere!”
“Certo che no, ma avere un fiocco, rosso, proprio di giovedì e proprio in quel supermercato… Tu batti ogni probabilità!”
“Non c’è niente da ridere davvero, mi sento un caso disperato oramai. Attiro disgrazie.”
“Dai su, è in arrivo San Valentino, magari Cupido si smuoverà a compassione!” la canzonò Niko. Lanciò anche un’occhiata trasversale a Simon, il quale s’irrigidì e gli restituì uno sguardo feroce, qualcosa che solo loro due sapevano.
“San Valentino, già…” mormorò Suzi. “La mia amica Elise mi ha invitato a partecipare ad uno speed date per quella sera. Penso andrò, tanto non ho niente di meglio da fare.”
“Speed date? Ma è roba vecchia stellina… Oggi è tutto sui social, dai!”
“Ah bella esperienza i social, si si, te li raccomando! Non ho avuto un appuntamento decente che sia uno tramite chat. Almeno così ci parlerò per tre minuti dal vivo, senza trucchi o inganni. Mi risparmio un po’ di noie!”
“Oppure ne avrai venticinque, tutte in fila, tutte la stessa sera! Da brivido!” Niko guardò la teglia che aveva in mano come contenesse una serie di piccoli mostriciattoli velenosi invece di deliziosi dolcetti alla vaniglia Bourbon. “La verità è che San Valentino è buono solo per vendere torte, bambina mia!”
Per tutta la settimana successiva Suzi non riuscì a passare al suo café preferito per la colazione: il suo capo era in viaggio all’estero e lei doveva arrivare presto in ufficio per poterlo contattare in orario utile all’altra parte del mondo. Dovette accontentarsi del liofilizzato del distributore self-service fino al venerdì mattina.
Trovò Simon impegnato tra la cassa, dove c’era addirittura la fila, e la macchina del caffè con i clienti che attendevano al banco il loro vassoio da portare al tavolo. Di solito era Niko che serviva gli avventori seduti.
Nell’andirivieni Simon la salutò corrucciato: “Arrivo subito!”
“Non preoccuparti, sono in anticipo io stamattina.”
Dopo cinque minuti l’ambiente tornò alla consueta calma.
“Eccomi, pronti per il cappuccino!” Aveva un sorriso terribilmente stanco.
“Ma sei da solo oggi? Che è successo a Niko?” chiese Suzi preoccupata.
“Lui è dalla madre per tre giorni. Ogni tanto va a trovarla, questo non è proprio il periodo giusto, ma lei ha tanto insistito e Niko non riesce a dirle di no…”
In tempo da record le mise davanti la tazza fumante, per poi scappare all’altro lato del locale: di fronte al registratore di cassa si era ammonticchiata un’altra fila di clienti pronti a pagare.
Suzi sorseggiò piano il suo cappuccino espresso intenso-molta schiuma-più cacao-niente zucchero, mentre il cellulare emise un piccolo trillo per l’arrivo di un messaggio sulla chat. Con la sinistra sbloccò il display, scorse veloce il testo e il liquido le andò di traverso. Tossendo forte per evitare di soffocare, si sporcò tutta la camicetta bianca.
“Ma che combini? Tutto a posto?” Simon corse dalla sua parte.
“Oh che disastro!”
“Tieni, passa subito questo.” Le porse lo spray dello smacchiatore e una spazzola da sotto il bancone. “Lascia che si asciughi fino a diventare polvere e poi basta spazzolare. Ma che ti è preso? Ho fatto male il cappuccino?”
“Guarda qui!” Gli porse il cellulare, con lo schermo ancora fisso sulla chat.
Simon si avvicinò per leggere il testo. “Però, è andato dritto al punto, sa proprio quello che vuole!”
“Sembra proprio di si.”
“Ma quando sei uscita con questo?”
“Sabato scorso.”
“E che cosa hai fatto stavolta per lasciargli intendere che sei disponibile a tale intimità? Ti sei ricordata la regola del tre?”
“Giuro che non ho fatto niente! Era la prima uscita e ci siamo salutati con una stretta di mano!” La macchia marrone sul tessuto diventò una sottile polvere bianca. Suzi iniziò a spazzolarla con vigore.
“Uhm…”
“Davvero!”
“Beh, se non altro è stato onesto, l’ha detto subito. Gli piacciono le entrate di servizio e la sottomissione femminile. Meglio saperlo ora che avere sorprese in futuro.”
“Cioè dovrei premiare la sua onestà, adesso?” Suzi sbarrò gli occhi incredula verso Simon.
“Sempre meglio di quelli che ti fanno perdere tempo, ti fanno traslocare per cinquecento chilometri e poi ti mollano sotto Natale” rispose lui acido, notando che un nuovo drappello di clienti stava entrando in quell’istante.
“Touché.”
“Scusa Suzi…non volevo. Oggi sono un po’ stanco anch’io. Niko non c’è da tre giorni e sto impazzendo qui al locale.”
“No, no, hai fatto bene. Altrimenti non me ne rendo conto.”
“Comunque non dovevo trattarti così.”
“No, hai ragione. Io vengo qui a stressarti con i miei incontri impossibili e a te manca Niko. Quando torna dovrà darsi parecchio da fare per farsi perdonare.” Quell’ultima frase stranamente sembrò angustiarlo di più. Suzi poggiò la mano sopra quella di Simon per rincuorarlo.
Lui tolse la sua mano da sotto quella stretta con una strana espressione negli occhi. “Vai a lavorare và, sennò arrivi tardi.”
Lei se ne andò delusa. Non solo la colazione le era andata di traverso, pure le parole di Simon. Forse non si rendeva conto di quant’era fortunato.
Quando spense le luci del locale quella sera, Simon vide una figura famigliare seduta scomposta sul ciglio del marciapiede, appoggiata al palo del lampione. Chiuse la porta dietro di sé e si avvicinò preoccupato. A terra una bottiglia di vodka non ancora del tutto vuota e la borsa da lavoro che vedeva ogni mattino. Dentro questa, il cellulare continuava a trillare messaggi.
“Suzi…” sussurrò piano. Stava con lo sguardo perso a fissare qualcosa d’immobile sulla strada ai suoi piedi.
“Lasssciammi sssstare” biascicò lei. “Non ho speran…zze.”
“Che dici? Dai, tirati su. Ti do una mano.” Cercò di sollevarla, ma si divincolava dalla presa agitando le braccia.
“Lassscia…mmi!!”
“Ma che è successo? Hai deciso di festeggiare da sola, eh? Invitare gli amici no?” Riuscì a farla alzare in piedi.
Aggrappata al suo petto per non cadere, lo guardò dritto negli occhi e iniziò a piangere in silenzio.
“Ehi…non fare così. Nessuno merita le tue lacrime.”
“Io l’ho vissto. Oggi. Passeggia…vano mano nella manno…”
Andreas e la sua nuova ragazza, ovviamente. Simon capì al volo il motivo di quella sbornia improvvisata.
“Cos’ho che non va in mmmme? Di… mmmelo…” Affondò il viso nel giubbotto aperto di Simon.
“Non c’è niente che non va in te, proprio niente. Vieni.”
La sollevò quasi di peso, accompagnandola per quattro isolati fino a casa. Lei borbottava frasi sconnesse, senza un senso apparente, forse ricordi d’infanzia. Giunti di fronte all’ingresso, Simon riuscì a trovare le chiavi nella borsa piena di cianfrusaglie femminili e finalmente entrarono nell’appartamento. Suzi stava ormai sonnecchiando appoggiata al suo collo. La prese in braccio e la trasportò fino in camera. La depositò delicatamente sul letto, le tolse il cappotto e le scarpe, e la coprì con un plaid che stava sulla poltrona lì vicino. L’alcool se l’era portata via in un sonno leggero che sembrava sereno. In un gesto istintivo le accarezzò i capelli. Quand’era stata l’ultima volta che si era concesso di… Scrollò la testa per scrollare le idee. Donne e guai. O donne nei guai? E’ la stessa cosa, pensò.
Nel piccolo cestino sotto il comodino spuntava una fotografia strappata, da una parte Suzi, dall’altra probabilmente Andreas.
Così era questo. Avrebbe dovuto chiedere a Niko per esserne certo, ma non gli sembrava poi così affascinante, dopo tutto. Qualcosa di buono doveva averlo, se si era preso cinque anni di vita di questa bella e intelligente ragazza. E ancora la faceva soffrire.
La lasciò che dormiva oramai pesantemente. Mentre i suoi dubbi l’avrebbero tenuto sveglio per parecchio, quella notte.
Il giorno seguente, il giorno di San Valentino, Suzi ricordò poco di quanto era successo, la memoria le restituiva frammenti confusi: Andreas che sorrideva a quella biondina, la biondina che baciava le loro mani intrecciate, la rabbia e le lacrime che l’avevano colta a vederli insieme, e una bottiglia presa al supermercato che aveva iniziato a bere nel parco, imprecando. Poi il buio. Non si capacitava di come fosse arrivata sana e salva a casa.
Prese un’aspirina per il forte mal di testa, conseguenza della dose di alcool a cui non era abituata, e decise di saltare la colazione. Se Niko era tornato, Simon di certo non la voleva tra i piedi.
La giornata al lavoro passò veloce e arrivò il momento di prepararsi per la serata, lo speed date in centro in compagnia della sua amica Elise. Raggiunsero il pub in taxi insieme, mentre Elise le spiegava il funzionamento: le donne sedute ai tavoli, ben distanziati, un po’ di penombra a dare la giusta intimità, alla campanella gli uomini slittavano di un posto, al tavolo successivo. Così via per tutta la sera. Al termine tutti consegnavano una scheda con le proprie preferenze e se il gradimento era reciproco ricevevano il contatto dell’altra persona, per un incontro privato.
Suzi ordinò una diet coke e si sedette in attesa. I primi due uomini la inondarono di domande, tanto da sentirsi ad un colloquio di lavoro non ad un appuntamento. Il terzo si mise a parlare del tempo e fu impossibile ravvivare la conversazione.
Al quarto incontro pensò ad uno scherzo: davanti a lei comparve Simon, con un sorriso smagliante.
“Che ci fai tu qui?!”
“Lo stesso che ci fai tu: sono alla ricerca dell’anima gemella.”
“Ma questo è uno speed date per etero!” Si sporse sopra il tavolo per non farsi sentire dai camerieri che passavano con le ordinazioni.
“Si, lo so. Io non sono gay.”
“Tu non sei…cosa??”
“Sei tu che sei saltata a conclusioni sbagliate. Le tue parole mi hanno fatto malissimo quel giorno… però mi sono reso conto che avevi ragione. Probabilmente è colpa mia, mi sono… assopito, avrei dovuto invitarti ad uscire la seconda volta che eri entrata al bar. Poi non ne ho più avuto il coraggio.”
“Ma ma ma… tu sei gay!” La voce stridula le si smorzò in gola.
“No, non lo sono.” Sorrise divertito dalla sua espressione incredula. “E vorrei dimostrartelo qui adesso, sopra questo tavolino, ma vedi preferisco rispettare la regola delle tre uscite.”
Suzi arrossì all’istante, il cuore prese a battere all’impazzata. Il cambio di prospettiva le dava le vertigini. Simon era, o meglio non era, e quindi era… interessante. Carino. Eh si, molto carino, come etero. E quei bicipiti da dove spuntavano? Non glieli aveva mai visti! O forse si? All’improvviso ebbe un flash di due braccia muscolose che la sollevavano da terra e il profumo di un colletto di camicia che era stato inamidato. C’era anche una nota di vaniglia in quel tessuto. L’aveva portata a casa lui ieri sera?
“Non mi sono reso conto che la nostra amicizia da fuori viene fraintesa. Io e Niko siamo come fratelli, siamo cresciuti insieme. Sono stato il primo a cui ha confessato di essere omosessuale, lui era al mio matrimonio e io ero al capezzale di suo padre quand’è morto. E ha chiamato me quando un gruppo di balordi l’ha pestato fuori da un locale.”
“Io… io non… capisco.”
“Sono single da un anno, da quando ho avuto la sentenza definitiva di divorzio. Ci siamo innamorati troppo presto e sposati subito, e poi è andato tutto a rotoli alla prima occasione. Si è trasferita per lavoro dall’altra parte del mondo senza nemmeno darmi il tempo di dire la mia. Ho aperto il bar in società con Niko e ho deciso che è meglio stare soli, che stare male.”
“Uhm…” Nella mente di Suzi martellavano solo queste tre parole: Simon, bello, single. No: Simon, stupendo, single.
“Perciò comprendo perché sei arrabbiata per il tuo ex, che dopo cinque anni ha sfumato tutti i vostri progetti. Le cose vanno fatte in due ed è bene dire subito quali sono le reali intenzioni.”
“E… quali sono le tue?”
In quel momento suonò la campanella del cambio.
“Oddio, e adesso?” esclamò inorridita. Non aveva voglia di parlare con altri uomini, doveva chiarire la questione Simon quanto prima!
“Adesso usciamo fuori di qui e andiamo a prenderci un gelato.” Si alzò in piedi e le porse la mano.
Lei l’afferrò, era calda, pronta e sicura.
“Pistacchio! E’ il mio gusto preferito, e se non c’è il pistacchio si cambia gelateria ok?”
“Sissignora! Però, ecco, ti pregherei di non saltarmi addosso già questa sera…” Simon strinse l’occhio divertito.
Lei scoppiò a ridere. “Scemo!”
Fuori dal pub, Suzi respirò a pieni polmoni l’aria fresca. Le luci della città non le erano mai sembrate così belle.
“Grazie Universo!” sussurrò verso le stelle.
(c) 2018 Barbara Businaro
Ringrazio tutte le mie amiche single per scelta, o per sopravvenuti disastri, e anche le mie amiche impegnate, ma troppo avventurose per limitarsi, che mi fanno partecipe dei loro incontri strampalati e grotteschi, delle rocambolesche peripezie amorose sempre sul filo del… silkepil. Che a scriverne un racconto non ci crederebbe proprio nessuno. Vi auguro con tutto il cuore di trovare il vostro Simon! Barbara
La mia sveglia stamattina è un bussare leggero, seguito da un sussurro dietro la porta: “Nonno, nonno, i regali!”
Odio il Natale dei grandi quanto adoro il Natale dei piccoli. Ma pare non si possa avere l’uno senza l’altro.
Questo è anche il giorno in cui la mia Bettina mi manca di più, e allo stesso tempo la sento più vicina, in mezzo alle nostre chiacchiere e ai nostri sorrisi felici.
Ci vestiamo in fretta, i bambini ancora in pigiama, e scendiamo per la colazione, servita nella sala grande, vicino all’albero addobbato che custodisce i regali giunti nella notte. Antonio dice di aver fatto entrare personalmente Babbo Natale!
I gridolini dei bambini all’apertura di ogni pacchetto sono la misura perfetta del gradimento del dono ricevuto e Carletto e Mariolino sono entusiasti dei loro libri antichi. Mio figlio anche mi ringrazia, mia nuora un po’ meno, dovrò attendere la lettura credo. Al turno di Ishmael, guarda preoccupato l’enorme plico riconoscendo il logo della Repubblica Italiana. Sorrido per dargli coraggio. Apre la busta, estrae i documenti e si blocca. Vedo le sue pupille scorrere veloci sui fogli, incredule. Poi mi fissa, ammutolito, incapace di dare voce all’emozione che gli si è serrata in gola. Inizia a piangere sommesso e gli altri mi chiedono preoccupati. “Papà, ma che succede?” Ishmael è un immigrato regolare e il signor Gino gli ha anche già preparato il contratto di lavoro, me ne sono occupato io in gran segreto. Ecco, che succede.
Il mio amico non riesce ancora a parlare, però mi abbraccia fin quasi a stritolarmi.
Giunge anche la signora Rita. “Questo è per te, Pietro” e mi consegna un pacchetto con lo stesso adesivo della Libreria Antiquaria. Un libro. Di più, un libro di fantascienza: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.
“Si comincia da questo intanto. Sono certa che ti piacerà!”
Ma la sorpresa gliela faccio anch’io, con un altro pacchetto confezionato uguale, visto che su mia istruzione Ishmael è tornato da Alejandro ieri pomeriggio. Un altro libro, Il profeta di Gibran, che se pure l’ha già letto è bene rileggere ogni tanto. Arrossisce come una giovinetta e mi ringrazia con un abbraccio.
La colazione ce la siamo dimenticata tutti e passiamo direttamente al pranzo, insieme allo stesso tavolo. Complice il vino rosso e le bollicine dello spumante, al termine mi lascio trascinare in un breve giro di tango con Rita, mentre i bambini ci scimmiottano ridendo. E se restassi qui fino a Capodanno?
Mentre torniamo a sederci accaldati, scorgo Valentina rispondere al cellulare e scappare via dalla sala. Dopo qualche minuto accompagna un panciuto Babbo Natale in carne e ossa. “Oh oh oh, chi c’è qui? Buon Natale!”
Carletto gli corre incontro e gli salta in braccio, mentre Mariolino mi guarda confuso in cerca di spiegazioni.
Dal suo sacco, Babbo Natale prende un enorme pacco e dall’occhio strizzato di Valentina arguisco che è il mio pacco perduto!
“Allora bambini, questa è una consegna speciale! Perché il nonno in realtà si era dimenticato parte dei regali a casa e quindi io sono tornato per portarveli, eccoli qua!”
E chi lo batte più un nonno che conosce pure Babbo Natale di persona?
(Fine)
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Ciao Pietro, quest’anno sarebbero stati 90 anni, tondi tondi al 22 dicembre, e niente torta che tra tre giorni è Natale. Ci hai fatto un bello scherzo eh! Tutta una vita a dire che la zingara ti ha letto la mano e saresti vissuto fino ai 99 anni “e sei mesi, non uno di più”. E noi a crederci, fino all’ultima settimana, nonostante l’evidenza scientifica, che per energia e spirito eri inesauribile. Ti immagino lassù a lamentarti con gli angeli che ti hanno fregato tredici anni nel conto e sistemare gli ingranaggi del paradiso, ogni tanto anche quelli si bloccano. Non pensavo a te quanto ho iniziato questo racconto quest’estate, poi però mi hanno chiesto il nome di questo personaggio e c’è solo un lettore così accanito e così fintamente burbero che io abbia conosciuto. Fai il bravo e salutami Oriana. Chissà che discussioni interminabili vi farete! Buon Natale Pietro!
Valentina ha passato la serata al telefono ma a meno di recarsi personalmente nei magazzini a ricercare il pacco pare non vi sia modo di sbloccarlo. Alla fine accetto l’invito di Rita per uno shopping last minute d’emergenza. Non che mi dispiaccia, ma la fretta negli acquisti è cattiva consigliera, soprattutto per i libri.
Ishmael tenta pure di lasciarci andare soli con una scusa, un po’ torvo gli faccio notare che strade e marciapiedi sono particolarmente ghiacciati stamane e potremmo aver bisogno d’aiuto con pacchetti e pacchettini. Non è il momento per uscite galanti.
Rita ci attende nella hall sprizzante di gioia come una bimbetta. Appena fuori dall’albergo mi prende a braccetto con disinvoltura e mi trascina sul marciapiede in direzione del paese. “Sai Pietro, i libri non devono essere necessariamente nuovi. Ci sono libri antichi che hanno ancora molte emozioni da offrire!” Mi guarda così intensamente che non capisco se stiamo proprio parlando di libri. Dietro di noi Ishmael tossisce.
Svoltiamo per una vietta piuttosto buia, in fondo una vecchia insegna poco illuminata, Libreria Antiquaria. Apriamo la porta e un campanellino rivela il passaggio. Volumi accatastati ovunque e un odore di polvere secca. “Señora Rita buongiorno! Cosa posso fare per voi?” Ci accoglie un damerino piuttosto abbronzato, abbraccia la donna e simula un casquet. Alla mia espressione interdetta, mi rivelano che il señor Alejandro è anche insegnante di tango in un corso serale presso il nostro albergo.
Spieghiamo l’accaduto e recupero l’elenco dei libri perduti dall’agenda. Qui non ci sono nuove edizioni, ma almeno comprende i generi su cui mi ero orientato. “Bueno bueno…” Poi infila un corridoio lungo contornato di scaffali, gridando: “Prima i niños!” Dopo aver vagliato varie soluzioni, concordiamo per un volume originale delle fiabe dei fratelli Grimm, con illustrazioni ad acquerello, per Carletto. Notevole, dall’indice scopro che alcune mi sono ignote. Per Mariolino invece le grandi storie della mitologia greca, anche questo corredato di immagini di mostri e valorosi guerrieri, come piace a lui.
Per mia nuora la scelta si fa complicata. Alla fine Alejandro recupera i primi sei volumi della serie La Primula Rossa della baronessa Emma Orczy, romanticismo e spionaggio nella Rivoluzione Francese. Mi dice che è molto conosciuta all’estero, mentre in Italia la pubblicazione è ferma agli anni Sessanta, una chicca per intenditrici. Che se trovo il romanzo giusto, mia nuora si distrarrà dalla mia dieta.
Per mio figlio vado sul sicuro: tutti i romanzi di Agatha Christie con il sovrintendente Battle, sono certo abbia letto solo qualcuno con Hercule Poirot, questi gli mancano. Per Ishmael, beh, il regalo è ben custodito in un plico dentro la mia valigia, arrivato da Roma con raccomandata espressa ancora a metà dicembre, un piccolo miracolo che cambierà la sua vita.
Sistemati e infiocchettati tutti i pacchetti, riprendiamo la strada per l’hotel, alleggeriti dalla preoccupazione ma carichi di borse. Scendendo dal marciapiede per attraversare, Rita scivola col piede destro e cade letteralmente tra le mie braccia, con Ishmael che sogghigna alle mie spalle.
(continua…)
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Lo confesso: non ho molta voglia di leggere. Capita raramente di avere la costante presenza dei propri nipoti che quando succede ogni momento dovrebbe essere dedicato a loro, anche leggere insieme ma non solo. E nonostante qualche scricchiolio della mia schiena, ieri mi sono proprio divertito su quel slittino.
Alla reception dell’albergo ho trovato un depliant interessante, un parco giochi sulla neve per famiglie, nonni compresi. Abbiamo chiesto ad Antonio delucidazioni su come raggiungerlo ed eccoci tutti quanti sulla cabina della funivia diretti ancora più in alto, in un nuovo impianto sciistico dove è stata allestita quest’area attrezzata. Mentre io mi godo il paesaggio innevato che si apre ai nostri piedi, Ishmael fissa con terrore i cavi che ci trasportano e si aggrappa con fermezza al sedile. Il mare agitato della traversata da clandestino gli faceva meno paura.
Le urla dei miei nipoti dicono che siamo arrivati. E in men che non si dica, mi ritrovo seduto con Carletto su un gommoncino gonfiabile che scivola velocissimo lungo il pendio ruotando imprevedibile su sé stesso. I più coraggiosi mio figlio e Mariolino che le discese le fanno sdraiati a pancia in giù, sfidandosi in velocità. Per fortuna la risalita è su piccoli nastri trasportatori, altrimenti per me il diletto sarebbe breve. Pure mia nuora e Ishmael si lanciano nell’avventura della corsa. Che qui i grandi si divertono più dei piccoli.
Di ritorno per il pranzo, mi suona in tasca il grammofono, così Mariolino chiama il mio vetusto cellulare. Dalla libreria vicino casa, la signora Lisa tutta agitata mi spiega, scusandosi mille e mille volte, che il corriere a cui aveva affidato i miei regali due giorni fa per spedirli qui in montagna ha avuto un problema non ben chiaro, il pacco è stato confuso o addirittura smarrito, e di sicuro non arriverà in tempo per il giorno di Natale. Cerco di non farmi capire dai bambini, ma la situazione è grave, già è dura competere con le letterine a Babbo Natale, ma non ho visto librerie qui in zona per rimediare.
Il pomeriggio, spediti i ragazzi con la loro mamma a vedere la slitta con le renne – vere! – di passaggio in paese, nella sala di lettura con mio figlio utilizziamo il suo computer per verificare la tracciabilità del pacco e contattiamo il corriere, ricevendo solo risposte vane. Si avvicina la signora Rita, che avevo salutato entrando, distogliendola da intensa lettura. Forse un romanzo d’amore. “Scusatemi, non ho potuto fare a meno di ascoltare. E forse mia figlia vi può essere d’aiuto”. Scopriamo così che Valentina lavora in un’azienda di logistica dello stesso gruppo e, senza assicurare risultato, inizia a telefonare in vari uffici. Nel frattempo però occorre predisporre un piano alternativo. Il nonno non può mancare i regali.
Interviene sempre Rita, il volto radioso di un’idea emozionante: “Viene a fare spese con me domani, Pietro? Conosco un posto che le piacerà, ne sono certa.”
Ishmael se la ride sotto i baffi, che non ha.
(continua…)
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Mio figlio e mia nuora sono usciti presto per una lunga ciaspolata tra i boschi con la guida dell’albergo. Così oggi i bambini sono affidati a me e Ishmael, a conferma che il mio amico straniero ha conquistato anche la loro fiducia. E’ bastato lasciare che gli parlasse dei suoi libri preferiti, di quando insegnava, dei colori della sua terra, di sua moglie quand’era viva, dei suoi figli ancora laggiù, dei suoi progetti per il futuro. Per un attimo mi è sembrato di tornare indietro nel tempo e guardarmi allo specchio.
Stamattina la giornata è limpida con un sole spettacolare, nonostante sia molto freddo, ed è impossibile tenere al chiuso i ragazzi. Imbottiti a dovere, decidiamo quindi di andare fuori col slittino a sorvegliare le loro discese spericolate.
E alla fine ci salgo pure io.
Mariolino vuole assolutamente fare un giro col nonno, e con Ishmael che ci corre appresso per darci un soccorso in caso di ribaltamento, filiamo dritti dritti contro il cumulo di neve che avevamo preparato quale arrivo finale. Torniamo in albergo accaldati, stanchi, ma felici.
Il pomeriggio davanti al fuoco acceso, con Carletto addormentato in poltrona e Mariolino intento a sfidare un nuovo livello di non so quale gioco sul cellulare, Ishmael mi fa vedere che in albergo c’è una piccola libreria a libero scambio di libri. C’è un cartello appeso che spiega che chiunque può prendere un libro e portarselo via, o decidere di lasciarne qui uno suo per regalarlo agli altri lettori che arriveranno. Osserviamo i titoli, non proprio educativi, e mi capita tra le mani uno di quei romanzi Urania da edicola.
“Quello l’ho letto, davvero molto intenso. Glielo consiglio.” Dietro di noi compare la signora che giocava a carte ieri.
Fantascienza. Una donna della mia età che legge fantascienza. Perbacco, il mondo riesce ancora a stupirmi!
Non ho mai letto nulla di vagamente futuristico, non sono poi così portato per la tecnologia, lo dice anche Ishmael che ogni tanto deve sistemarmi il lettore elettronico con cui ho pasticciato e non trovo più i libri.
Però, quando ho accompagnato Mariolino a vedere quel film, Star Wars se non sbaglio, non è che mi fosse dispiaciuto poi così tanto.
Senza dimenticare le buone maniere, ci presentiamo alla nostra interlocutrice. Lei si chiama Rita ed è qui in vacanza con la figlia Valentina, reduce dal divorzio. Nei suoi occhi intravedo un velo di preoccupazione.
Cambiano le ambientazioni, cambiano le atmosfere, si evolvono le tecnologie, ma i problemi degli uomini rimangono sempre gli stessi. Anche nel futuro.
(continua…)
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