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Il marito entrò in cucina con lo sguardo ancora concentrato sullo schermo del telefonino. “Tesoro, mi è appena arrivato un messaggio da Luca.” Intenta a preparare uno dei suoi celeberrimi stufati, la moglie sollevò appena un sopracciglio. “E che dice?”
“E’ per una cena sabato prossimo” rispose lui, “festeggia il suo compleanno. Ci saranno i soliti, qualche suo collega. Forse anche il fratello e la fidanzata. Che facciamo, accettiamo?”

Uhm, una cena dai Brichetti, pensò la moglie. Ci sarà da lavorare. Mi telefonerà Vanessa per un consiglio su che pietanze servire, e alla fine mi troverò a cucinare tutto io, che lei è brava solo ad aprire scatolette e ordinare piatti pronti in rosticceria. E poi mi ringrazierà regalandomi il solito profumatore d’ambiente di design. Ma dico, ho la casa che puzza io?! Si fosse mai impegnata una volta, dico una, a provare qualche ricetta dei libri di cucina che le ho passato. Macché! Non ha tempo. Tra la donna che le stira e quella delle pulizie, più la baby sitter, lei non ha tempo. Però ce li dobbiamo tenere buoni i Brichetti, che lui è direttore in banca e non si può mai sapere, si può sempre aver bisogno. Quando è morta nonna Adalgisa, se non era per loro, ci toccava pagare il funerale coi nostri risparmi.
Se è una festa di compleanno ci saranno anche Elisa e Giacomo, lei una così brava ragazza, lui così terribilmente intransigente. Vegano, e lei costretta perché se l’è sposato poverina. Dovremo preparare un menù alternativo quindi. Che poi: vegani che non mangiano carne e derivati di origine animale, ma si abbuffano di pesce? L’ultima volta che ci siamo trovati, lui mostrava tronfio le foto del loro viaggio alle Maldive, compreso un primo piano davanti a un succulento piatto di crostacei! I pesci non sono animali? E i crostacei poi li cucinano vivi! Li immergono in acqua bollente e questi stridulano da fare paura, l’ho visto in un documentario, sembrano anime sofferenti sul fuoco dell’inferno. Aspetta: cosa mi aveva detto Luciana alla riunione delle mamme? Che pare che lui abbia avuto una scappatella, ma non può permettersi di lasciarla, perché è tutto intestato a lei, azienda, casa, auto. Chissà se l’altra era vegana…
Ah, poi è facile che sia stata invitata anche quell’insopportabile zitella acida so-tutto-io di Maddalena, che Dio ce ne scampi. Bastano cinque minuti di conversazione su qualsiasi argomento per comprendere perché non riesce a tenersi un uomo per più di mezz’ora, giusto il tempo delle presentazioni. Nonostante sia di famiglia nobile, baroni mi pare, e ricca, tanto che può permettersi di lavorare solo per diletto. No, nessun maschio ci ha mai fatto un pensierino. I soldi non sono davvero tutto nella vita. Magari chiederò a Vanessa di assegnare i posti a tavola e ci metterò un occhio che mi sieda abbastanza lontana. Ma se comincia con una delle sue filippiche filosofiche sul senso della vita, la serata diventerà davvero pesante… e non so se ho davvero voglia di stare zitta, in questo periodo la pazienza mi manca.
Ha anche detto colleghi? Oh cavolo, no. Vuol dire che ci saranno quella Elena e suo marito Valter, che alla comunione del più grandicello dei Brichetti hanno pontificato tutto il tempo del pranzo sull’eccellenza della scuola americana, privata, dove portano i loro bambini. Tutto insegnano, anche chimica in seconda elementare, ma l’educazione no, quella è sempre un optional, pure per i genitori. Vogliamo parlare di quanto erano scalmanati i loro due pargoli? Hanno spintonato il mio Johnny addosso al cameriere, li ho visti! No, se ci sono quei due non ci vado! Mi rifiuto, assolutamente! M’invento una scusa per i bambini, che hanno delle attività extra scolastiche…ma, aspetta, sabato i bambini sono davvero da mia madre! Abbiamo detto che li lasciamo dormire là, perché c’è la festa del primo raccolto, e noi possiamo stare da soli una sera. Beh, è perfetto! Così alla cena ci saranno solo i due scalmanati e gli altri commensali si renderanno conto delle loro buone maniere. Vedremo chi riderà per ultimo.
Altro? Forse i signori Ronga, due persone amabilissime, lei pasticcera e lui fotografo. Poi i due fratelli Larossa, scapoli impenitenti. Proveremo per l’ennesima volta a sistemarli con Maddalena? Ci odieranno a morte, eheh! E poi il fratello di Luca e…oh no, la fidanzata, quella nuova, quella che veste tutto Dior, ed è pure secca come una modella. E io non ho niente da mettermi!! Non ho comperato niente di decente agli ultimi saldi, che cavolo indosso quella sera? Questa se ne arriverà fasciata in chissà quale vestitino, alla faccia della mia pancia plurigravidanza. No, niente da fare. Lasciamo perdere tutto guarda. Non ho uno straccetto minimamente decente per non fare la figura di quella che veste ai mercatini dei cinesi, nemmeno una blusa nuova. E questa settimana non ho proprio tempo di andare per negozi, anche facendomi saltare fuori magicamente dal portafoglio un duecento euro. Ah che peccato…
Aspetta! Ma c’è quel completino che mi ha regalato Rossella, Ralph Lauren, niente male. A lei stava stretto, moooolto stretto, è stata costretta a passarmelo, ora che lei dimagrisce così tanto non va nemmeno più di moda. Ah, sì, sì, sì! Perfetto! Che problemi ci sono?!

Sollevò lo sguardo interrogativo verso la moglie, ma riuscì appena a cogliere un guizzo dubbioso nell’espressione di lei che lasciò subito spazio ad un sorriso raggiante. “Sì, sarà una serata meravigliosa!” gli rispose lei in un istante.
Che donna sua moglie! Mai un problema, una discussione, una noia! Sempre pronta e disponibile. E quelle poche volte che diceva no aveva sempre le sue valide ragioni, non occorreva nemmeno chiedergliele. Era proprio un uomo fortunato!

 

(c) 2017 Barbara Businaro

 

Con questo brano vi invito a partecipare al contest Leggere non è peccato: le contraddizioni femminili, organizzato in collaborazione tra tre autrici pubblicate da Bookabook, Roberta DieciNadia Banaudi e Silvia Algerino, con tre romanzi dedicati proprio alle donne. Io mi sono esclusa dalla partecipazione perché questo racconto conta ben 940 parole contro le 600 massime richieste, pazienza! Difficile usare la forbice sui pensieri femminili che viaggiano a velocità luce!
Qui trovate il regolamento del contest: Leggere non è peccato – contraddizioni femminili

Leggere non è peccato - contraddizioni femminili

“Spesso la mancanza di infelicità è scambiata per felicità.”

Mentre aspettava che la fotocopiatrice terminasse il suo lavoro, Josie pensò che quelle scarpe erano state decisamente un acquisto sbagliato. Continuava a spostare il peso da un piede all’altro per cercare sollievo temporaneo. Le portava solo da qualche ora e le sembrava di trascinare due macigni con enorme sofferenza. Forse non aveva più l’età per certi tacchi.
Guardò fuori dalle ampie vetrate dell’ufficio: negli stretti spazi tra i palazzi si scorgeva un cielo terso e quella mattina uscendo di casa non c’era stato bisogno del suo fedele poncho in lana. Le vacanze di primavera, e la Pasqua che la sua famiglia festeggiava, si stavano avvicinando. Doveva chiamare sua sorella per organizzare il rientro: gli impegni l’avevano trattenuta nella capitale per tutto l’inverno e chissà in che condizioni avrebbe trovato la vecchia casa, chiusa da mesi.
All’improvviso la fotocopiatrice s’inceppò, con uno stridore dei rulli che non riuscivano ad afferrare la carta ed uno sbuffo d’aria dal vassoio d’uscita, finché non terminò con il solito avviso acustico.
“Di nuovo, accidenti!” Cliccò sul bottone per confermare l’apertura del blocco ottico superiore e accedere al vano interno.”Ehi Miki, quando passa l’assistenza?” gridò per farsi sentire dal collega in fondo al lungo open space.
“Non prima di martedì…”
Imprecando e tirando il lembo di carta che si intravvedeva, riuscì a disincastrare il foglio intero. Sarebbe stato un danno ben maggiore se si fosse strappato perché avrebbe davvero dovuto far smontare la macchina dal tecnico e non aveva tempo: doveva spedire le copie in giornata ai diversi dipartimenti, rigorosamente in cartaceo. Certe istituzioni vivevano ancora nel secolo scorso.
“Ancora noie con quell’aggeggio?” le chiese il direttore uscendo dalla sala riunioni con i redattori dell’economica.
“Si, ma l’ho tolto.” Sollevò il documento colpevole come prova. “Oh guarda…”
Lo osservò distrattamente per un momento: stava fotocopiando pagine fitte di testo, ma in quel foglio le parole via via distorte e le macchie di colore dei rulli sporchi avevano prodotto un’immagine, un bellissimo volto di donna stilizzato, con un’espressione melanconica.
Richiuse il coperchio della macchina, e ricominciò con le stampe mancanti, rimanendo affascinata a contemplare quello straordinario volto.
“Non è meraviglioso?” chiese al collega quando raggiunse la scrivania al suo fianco.
“Cosa?”
“Non la vedi?”
L’uomo scosse la testa. “Vedo solo un pezzo di carta stropicciato…”
“Non vedi il viso della donna, qui? e qui?”
“Senti Josie, da quant’è che non fai una visita oculistica? Lo sai che ce l’abbiamo gratuita per contratto? Basta che lo dici giù in segreteria e si arrangiano loro a prenotartela.”
“Mah…si, hai ragione, forse sono un po’ stanca” concluse frettolosamente. L’arte non si può spiegare alle menti chiuse, diceva sempre il suo professore.
Tenne da parte quell’insolito disegno, unico e raro, frutto del caso, e si mise ad ordinare le altre fotocopie, tutte uguali, tutte così ben definite, per inviarle con il corriere pomeridiano.
Il cellulare squillò impaziente dall’angolo in cui era in carica e il display mostrava la foto di sua sorella Rebecca in ospedale con in braccio Alyssa, il giorno in cui era nata tre anni prima. Era un orario insolito perché la chiamasse, ma la rassicurò subito.
“Volevo chiederti Josie…non potresti anticipare le tue vacanze? Volevo dare un pranzo la prossima domenica.”
“Beh, è un po’ complicato…” Fece un riassunto mentale di tutti gli appuntamenti della settimana. Avrebbe potuto anche spostarli, ma avrebbe ritardato alcuni progetti.
“Non te lo chiederei, se non fosse importante.” Cogliendo il silenzio come un diniego, continuò: “Abbiamo bisogno del tuo aiuto, si tratta della…felicità, di David e Alyssa. E abbiamo solo un mese per decidere.”
“Di cosa..? E’ successo qualcosa?”
“No, no, non ti preoccupare. Stanno bene. Adesso. Ma dobbiamo pensare al loro futuro. Tu vuoi che siano felici, vero?”

 

“Aspetti qui, il rettore Powell la riceverà subito.”
Accogliendo l’invito della segretaria, Josie sprofondò in un’enorme poltrona in pelle nera. Era stranamente in anticipo, come non le accadeva da tempo. Controllò nuovamente sul cellulare se per caso fossero giunte mail o chiamate dall’ufficio, ma niente: da quando era entrata nell’edificio l’apparecchio sembrava morto, assoluta assenza di campo.
Osservò il depliant informativo che le aveva preparato sua sorella, con segnata data e orario dell’appuntamento già fissato: sopra l’immagine di persone sorridenti e festanti campeggiava il logo del Waldinger Institute e la scritta “Qui formiamo persone felici”, la stessa grafica dell’insegna all’entrata dell’enorme parco che ospitava il polo di studio.
La porta in legno scuro si aprì e alle sue spalle comparve un uomo sulla trentina, vestito in jeans e camicia bianca con lo stemma ufficiale, dall’aria rilassata.
“Signora Wilson, sono contento che lei sia venuta.” Le strinse la mano con calore.
Giovane, assurdamente giovane per essere un rettore, pensò Josie. Ma del resto questa non era una scuola ordinaria.
L’accompagnò davanti alla sua scrivania e le offrì un vassoio di cioccolatini.
“Prego, non faccia complimenti.”
La luce calda del mattino entrava dalla finestra e si rifrangeva nel prisma pendente della lampada da tavolo, rompendosi in mille colori sulla parete. Una nota completamente stonata con la severità del mobilio e quel lieve profumo di sigaro che doveva aver impregnato le pareti negli anni, ma alquanto in sintonia con l’espressione della persona che si trovava davanti.
“E’ un bene che lei sia qui. Preferiamo che la famiglia ci faccia tutte le domande prima di cominciare il percorso, in modo da essere sostegno assoluto per l’alunno. Non ci devono essere dubbi nel nostro metodo.” Si appoggiò allo schienale alto della sedia.
“Come mai così giovani? Mio nipote David ha compiuto quattro anni e Alyssa ne ha fatti da poco tre. Non è un po’ presto?”
“No, mi creda. Prima cominciamo e meglio è. Stiamo pensando di abbassare la soglia ulteriormente. Già a due anni, nel mondo attuale, i bambini prendono troppe decisioni ogni giorno. Pensi solo alla scelta del cartone animato alla televisione o del pupazzo con cui si addormentano. Un trauma a quest’età può rendere inutile il nostro lavoro. E l’anno scorso abbiamo dovuto escludere dei bambini per questo, totalmente fuori dal nostro standard.”
Josie sentì una fitta ghiacciata alla base della nuca. Cercò di ignorarla e proseguire.
“Ma esattamente…in cosa consiste il vostro metodo? Ho letto le brochure, ma fatico a capire a livello pratico.”
“Insegniamo ai bambini a prendere la scelta giusta, quella che gli darà il successo assicurato in termini di appagamento. Vede, è il fallimento che genera stress e frustrazione, ripercuotendosi poi nelle decisioni future. Noi valutiamo le caratteristiche personali, le capacità individuali, stabiliamo degli obiettivi via via adeguati per l’alunno. Sviluppiamo le sue peculiarità in modo da inserirlo anche nel mondo del lavoro con il massimo rendimento. I nostri studenti imparano a distinguere qual è la loro portata, ciò che li renderà eternamente felici.”
Era la stessa cosa che aveva letto sul sito internet dell’istituto, con molta meno enfasi.
“E quando passano nella pubertà? L’adolescenza è la peggiore delle età, come fate a gestirla? Davvero ci riuscite?”
“Non trascuriamo nessun aspetto, né fisico né psichico. Determiniamo l’orientamento sessuale dell’alunno e tramite un’accurata selezione, incrociando tutti i dati della personalità, ad ognuno troviamo il compagno adatto per la vita. Praticamente da subito. Senza lasciare margini alla minima sofferenza.”
Lo fissò sconcertata e lui lo ritenne un invito a proseguire. “Non ci sono…appuntamenti al buio, rifiuti più o meno velati, derisione, ritorsioni, bisogni insoddisfatti, tradimenti, divorzi violenti. Le nostre sono coppie solide e felici. Potrà conoscerne qualcuna personalmente, negli incontri settimanali organizzati per i nuovi iscritti.”
“I vostri studenti finiscono col lavorare qui dentro?”
“No, se non lo desiderano loro. I nostri alunni non sono mai abbandonati: l’inserimento è richiesto dai tre fino ad almeno i venticinque anni di età, dato che li seguiamo anche nel percorso universitario con le nostre sedi distaccate in tutti gli stati. Alla fine diventano i nostri stessi sostenitori, a volte si mettono anche a disposizione per le attività di orientamento delle nuove reclute.”
Josie storse la bocca involontariamente.
“Ci tengo a precisare che non facciamo distinzione di genere. Nel nostro microcosmo convivono felicemente eterosessuali e omosessuali, perché i problemi legati ad una sessualità oppressa generano ulteriore frustrazione e infelicità. Quindi li formiamo anche per non vedere queste differenze. Ci siamo dovuti adeguare, almeno fino a quando la Scienza non troverà rimedio alle deviazioni sessuali. Nel qual caso abbiamo già pronto il piano di aggiornamento del sistema.”
“…l’aggiornamento del…sistema?” chiese inorridita.
“Nulla di fatale, mi creda. I nuovi alunni utilizzeranno i protocolli aggiornati e dunque ogni deviazione sarà curata sul nascere. Ma potremo anche intervenire sul pregresso, accompagnando le coppie omosessuali al divorzio consensuale ed elaborando successivamente nuovi abbinamenti eterosessuali. Ma temo ci vorrà ancora qualche decennio per il progresso scientifico.”
Lo stomaco di Josie ebbe un sussulto, sentiva l’acido gastrico gorgogliare al pari della sua rabbia. Cercò però di ricordare che era lì per amore dei suoi nipoti, e nient’altro.
“Quale dovrebbe essere il mio ruolo in tutto questo?”
“Chiediamo a tutta la famiglia di partecipare al processo, in maniera più allargata possibile. Per questo sua sorella le ha chiesto di venire alle riunioni di orientamento il prossimo mese. In alternativa, chiediamo di tagliare i rapporti con parenti e amici che non capiscono il valore del nostro metodo. Non ci devono essere voci dissonanti, capisce? Sarebbe un grave danno per l’alunno.”
“Immagino che questo significhi che poi anche i figli dei vostri studenti, a loro volta, vengono cresciuti con lo stesso…sistema.”
“Certamente. E non c’è motivo che non sia così, sono i nostri stessi alunni a capirne l’importanza. A quel punto il processo è naturale.”
Ovvio, pensò Josie, non concepiscono null’altro.
“Ma come fate a controllare tutto? Le amicizie per esempio…com’è possibile che non ci siano contatti con l’esterno?”
“I nostri studenti vengono inseriti già nel luogo di lavoro adatto, la loro compagna di vita è scelta sempre con il nostro metodo ed ovviamente anche le amicizie sono verificate. Non lasciamo nulla al caso, mi creda.” Il rettore Powell sorrise soddisfatto e compiaciuto. “La loro esistenza è contemplata in un ambiente sereno, dove tutti sono appagati e felici, appunto.”
“E internet? I social, dove c’è sempre un confronto compulsivo?” La storia era piena di imperi che erano stati soverchiati da una piccola falla, un’idea rivoluzionaria che avere aperto la breccia.
“Noi sconsigliamo l’uso dei social media ma, qualora venga richiesto dalla posizione lavorativa stessa assegnata, i contenuti visualizzati sono filtrati dal nostro centro operativo. In sostanza, tutti gli accessi alla grande rete sono verificati dai nostri tecnici, dal sito delle previsioni del tempo alle mail confidenziali. Eliminiamo automaticamente tutto il rumore.”
“Anche i vostri tecnici sono inseriti nel vostro percorso? Sono ex alunni, intendo?”
“Si, chiunque lavori qui partecipa al progetto per sé stesso.”
“Quindi anche lei è stato…selezionato per questo lavoro? La rende felice?”
All’uomo scappò una risata cristallina. “Le posso assicurare di si. Magari faticherà a crederci, ma la mia personalità è portata all’insegnamento e all’organizzazione. Inoltre, all’interno del campus, tutti lavorano part-time: il resto della giornata ci serve per i nostri hobby personali e per non sentirci troppo carichi di responsabilità sulle vite altrui. Se fosse venuta nel pomeriggio, avrebbe trovato il rettore Mitch, mio collega.”
La maggioranza dei lavoratori sarebbe stata concorde in una soluzione del genere. E per gli stakanovisti probabilmente avevano già elaborato una cura, pensò amaramente Josie.
“Signora Wilson, sappiamo benissimo che l’impatto con il nostro istituto è forte, soprattutto per chi non ha la stessa motivazione genitoriale, i parenti più prossimi, come lei che suo malgrado si ritrova coinvolta in questa valutazione. Oltretutto, da giornalista, ci aspettiamo sicuramente più resistenze da parte sua. Lei è abituata a mettere in discussione tutto, a indagare le notizie e le apparenze per cercare la verità. La invito a fare altrettanto con noi. Le daremo un pass ospite per potersi muovere all’interno del campus. Le sarà affiancato anche un tutor il quale soddisferà tutte le sue curiosità. Potrà dialogare anche con i nostri studenti dell’high school, con l’intermediazione dello stesso tutor.”
Il rettore si alzò in piedi, aggirò la scrivania e le porse una mano per farla alzare.
“Dia una possibilità ai suoi nipoti. Dia a loro quello che non ha potuto avere lei. Una vita felice, completamente.”

 

“Lei è davvero distratta!” la sgridò simpaticamente il giovanotto che l’accompagnava in visita nell’istituto.
“Mi scusi. E’ che ho mille pensieri per la testa…” Cercò di sfoderare il suo sorriso migliore alla Marylin, sexy e superficiale in parti uguali. In realtà cercava continuamente di restare indietro e cogliere l’occasione per cambiare corridoio e aprire delle porte a caso, alla ricerca di qualche segreto, anche solo qualche ossicino degli scheletri che pensava fossero nascosti dietro a tutta questa storia.
Finora non aveva però trovato nulla di interessante. Aveva anche contattato un amico del Wall Street Journal per avere un profilo economico della fondazione e sapere cosa se ne diceva nell’ambiente finanziario, ma le sue origini erano comuni a quelle di tante altre associazioni: un ricco possidente senza prole, convinto delle proprie teorie, aveva donato tutto alla causa. A questo capitale si aggiungevano le iscrizioni annuali degli allievi e successivamente i contributi degli ex studenti che erano tenuti, volontariamente, a versare una percentuale del proprio stipendio.
“Da questa parte, prego. Questo tunnel vetrato congiunge l’edificio alla biblioteca. Non è ancora molto fornita, ma speriamo di raddoppiare i volumi entro fine anno.”
Seguì il suo tutor fino ad un ampio salone, con il soffitto trasparente che inondava lo spazio di luce naturale. Al centro trovavano posto tavoli e sedie per lo studio, divani e poltrone per la lettura e addirittura il bancone di una piccola caffetteria. Tutt’intorno si aprivano tre piani di scaffalature, molte delle quali ancora vuote. Contrariamente ad altre sedi universitarie che esprimevano rigore e secolarità dell’istituzione, lì dentro si respirava un’aria rilassata, molto più simile ad una mega libreria di catena.
“Questa è la biblioteca per adolescenti e adulti. I bambini sotto i 14 anni hanno un’altra collezione di letture consigliate all’interno dell’Elementary school. L’accesso ai libri è comunque regolamentato secondo il proprio grado di istruzione, anche rispetto al nostro processo interno: vogliamo evitare che un testo particolarmente complesso generi sofferenza nel lettore.”
Quest’ultima frase la lasciò perplessa: Josie non conosceva romanzi che non portassero un minimo di angoscia al pari dell’entusiasmo per un lieto fine. I lettori da sempre cercavano emozioni tra le pagine. E se non c’erano, quello non era degno di essere chiamato libro.
A quel punto si chiese quali titoli e autori fossero effettivamente ospitati lì dentro.
Un sospetto, un terribile sospetto prese spazio nella sua mente.
“Le spiace se faccio un giro e sbircio qualche testo qua e là?”
“Faccia pure. Quando ha terminato, mi trova nell’angolo, all’internet point. La prego solo di non abbandonare l’edificio senza avvisarmi.” All’espressione stupita di Josie, il ragazzo proseguì mesto: “Mi farebbe passare un guaio…”
“No, certo, non si preoccupi. Da sola rischierei di perdermi, di nuovo.”
Si allontanò per cercare la sezione della narrativa contemporanea. Trovò una nutrita dotazione di romanzi rosa con lieto fine assicurato, una serie di thriller di scrittori che però non conosceva, pochissimi titoli di fantascienza, soprattutto la totale assenza di fantasy e horror. Controllò accuratamente ogni corsia, ogni ripiano e ogni dorso, ma non c’era alcuna traccia del re della paura, Stephen King. Non che fosse il suo genere preferito, però era uno scrittore riconosciuto e non ne comprendeva l’esclusione. Forse nell’acquisto dei testi avevano dato precedenza a quelli di studio, lasciando per ultima la cosiddetta letteratura d’evasione.
Passando al piano superiore, si ritrovò davanti ai saggi storici, ordinati per continenti e per epoca. L’organizzazione seguiva lo schema Dewey, ma la disposizione fisica dei volumi nell’edificio le sembrava un po’ disordinata. Oppure seguiva un filo logico che in quel momento le sfuggiva. Nel settore della Storia generale dell’Europa diede una scorsa veloce ai titoli riguardanti la seconda guerra mondiale: rispetto alle altre biblioteche, notò una povertà assoluta di libri riguardanti il nazismo e l’Olocausto. Non si aspettava certo di trovare il “Mein Kampf” di Adolf Hitler in bella vista, e del resto anche i nativi nordamericani sembravano cancellati dai testi. Solo gloriose terre e ricchezze da conquistare. Evidentemente il resoconto di un genocidio non rientrava nelle letture consigliate per una vita felice.
Suo padre, professore di letteratura, l’aveva lasciata libera di leggere qualsiasi cosa la incuriosisse. “Se vuoi controllare le idee di un popolo, devi controllare ciò che legge” diceva sempre. E casa sua era sempre stata piena di libri, di ogni genere e lingua, anche testi censurati o proibiti da governi e religioni che suo padre riusciva comunque a procurarsi. Leggere era prima di tutto un diritto.
Salì un’altra scala e raggiunse gli scaffali dei classici della letteratura francese. In mezzo a tanti nomi, scelse “I miserabili” di Victor Hugo. Estrasse il libro dalla fila e fu subito colpita dalla copertina la cui grafica recava un bollino di certificazione dell’istituto: Edizione Waldinger Autorizzata. Lesse brevemente la prefazione dove si spiegava che il testo originale era stato rimaneggiato dal gruppo editoriale della scuola per rientrare nella linea d’insegnamento. Questo testo poteva essere letto in autonomia e in assoluta sicurezza.
Josie rimase sconcertata a dir poco. Scorse velocemente il romanzo e in effetti la stampa riportava dei corsivi, l’intervento dei curatori, e note a piè di pagina che spiegavano la tipologia e la motivazione della riscrittura. Il libro era stato tagliato.
Con stizza prese un altro volume a caso, “Il rosso e il nero” di Stendhal: uguale bollino, uguale prefazione, corsivi che riempivano le pagine. Avrebbe voluto controllare cosa era stato eliminato, ma il cellulare non aveva campo lì dentro, come in tutto il complesso, e sicuramente dall’internet point era inibito l’accesso ai testi originali in rete. Non ultimo, i libri erano protetti da etichette antitaccheggio e il tutor le aveva già spiegato che gli esterni in visita non potevano ottenere il prestito. Imprecò a bassa voce.
Poi le venne in mente di aver visto una toilette per ogni piano.
Con i libri in mano, tornò sui suoi passi ed entrò in una di queste. Chiuse bene a chiave. Guardò nuovamente i due cartacei.
“Un sacrilegio, ma a fin di bene…”
Strappò le due copertine, le fece in piccoli pezzi e li lanciò nel water. Tirò lo sciacquone finché tutte le prove scomparvero negli scarichi. Infilò i due testi deturpati nella borsa personale. La sua preferenza per i modelli capienti si rivelava particolarmente utile.
Uscì dal bagno sperando di farla franca.
Scendendo nuovamente nell’atrio principale, incrociò una postazione informativa per consultare il catalogo della biblioteca e si fermò per l’ultima prova: cercò l’indice alfabetico di tutti i titoli e a sorpresa ne scorse molti marchiati come “n.a.”. La legenda a lato spiegava che l’abbreviazione stava per “non autorizzato”, precisamente “volume non autorizzato alla lettura senza il supporto del proprio responsabile”. Tra questi, i romanzi di Stephen King.
Un’altra domanda reclamava infine risposta. Raggiunse il suo tutor ancora seduto di fronte al computer dove le aveva indicato.
“E’ possibile avere un elenco degli artisti presenti tra i vostri studenti e sostenitori?”
“Artisti? Cosa intende?”
“Ci saranno pittori, scultori, scrittori…cantanti, musicisti…che sono cresciuti con il vostro sistema, no?”
“Uhm, non ne conosco nessuno personalmente. Cioè, abbiamo persone che si applicano nel tempo libero a queste attività, pittura soprattutto…So per esempio che il rettore Mitch dipinge con acquerelli e l’anno scorso ne aveva messo in mostra qualcuno. Ma nessuno che ne abbia fatto la sua professione, se è questo che intende. Però dovrei controllare in segreteria, nell’anagrafe principale.”
“Oh, non si disturbi, era solo una mia curiosità” rispose garbatamente Josie.
Considerato il piano marketing del Waldinger Institute, qualsiasi personaggio di rilevanza artistica sarebbe stato ben pubblicizzato quale ottimo risultato del loro metodo. Così non era. Un punto a favore per chi sosteneva che l’arte è sofferenza, è il sangue del nostro cuore.
Questo voleva anche dire che difficilmente Alyssa sarebbe diventata una ballerina di danza classica e David non avrebbe viaggiato fin su Marte nella sua astronave dei sogni.

 

“Non capisco ancora esattamente cosa mi si chiede. Io firmo il modulo per accettare e poi? Che succede?”
Josie era nuovamente nello studio del rettore Powell. Dal loro primo colloquio era passato un mese, durante il quale aveva frequentato il campus ogni fine settimana per gli incontri informativi.
“Quello che noi chiediamo è di contribuire allo sviluppo degli alunni, della famiglia stessa. Attorno ai nostri allievi creiamo un cerchio, che noi definiamo cerchio della felicità. Tutte le persone del cerchio partecipano attivamente al processo.”
“Quindi, sarei seguita dai vostri …terapisti? Essere presente a riunioni, eventi? Studiare? Superare dei test? Con quale frequenza?”
“Organizziamo queste attività in base alle famiglie e ai progressi dell’alunno, ma in genere la cadenza è settimanale.”
Josie rimase in silenzio. Quel periodo era stato davvero impegnativo: gestire il lavoro da remoto con problemi di connessione, dover rifiutare appuntamenti e incarichi all’ultimo minuto che le potevano valere una promozione, passare la maggior parte del tempo in viaggio che alla scrivania si era dimostrato sfiancante e la mezza età iniziava a farsi sentire.
Capendo il suo dilemma, il rettore proseguì: “Dovrebbe avvicinarsi ai suoi nipoti. Anche la lontananza è motivo d’infelicità, dato il forte legame che vi unisce. Dovrebbero poterla vedere tutti i giorni. Sempre se decide di rimanere nel cerchio.”
Lo fissò inorridita. “Dovrei lasciare il mio lavoro?”
“O trovarne uno nuovo qui vicino.”
Ricominciare daccapo, proprio adesso, pensò Josie.
“Anzi, noi avremmo bisogno di una figura come la sua nel nostro gruppo editoriale. Come ha visto durante la visita guidata, abbiamo la nostra rivista, il nostro portale internet, la biblioteca e le nostre pubblicazioni.”
L’uomo si spostò e aprì un cassetto dallo schedario, consultando alcune cartelline. Ne scelse una e gliela porse. “Queste sono le skill di cui abbiamo bisogno.”
Lei l’aprì e scorse velocemente il contenuto, senza darsi pena di nascondere il suo scetticismo.
“Se preferisce, può lavorare solo un paio di giorni alla settimana e il resto del tempo dedicarlo alla scrittura. Sua sorella durante i colloqui conoscitivi ci ha detto che un tempo lei voleva scrivere un libro suo. Potrebbe essere l’occasione giusta.”
Non avrebbe mai perdonato sua sorella per quella rivelazione. La scrittura era una sua questione intima, non la doveva riguardare. Eppure per un secondo, il serpente della tentazione trovò spazio nella sua mente.
“In sostanza, mi sta chiedendo di entrare nella comunità con tutte e due le scarpe? Come allieva a mia volta?”
“Perché no?”
“Ma non sarei troppo…adulta? Non preferite i bambini, anzi gli infanti?”
“E’ vero, perché gli adulti si portano dietro i ricordi. Anche il ricordo del dolore. E per quanto noi facciamo, per loro rimarrà la malinconia e il dolore già provato continuerà a ripresentarsi. Possiamo alleviare la sofferenza, ma non toglierla.”
Questo le rammentò quanto era stato detto durante una delle lezioni esplorative: il metodo Waldinger era contro l’accanimento terapeutico e a favore del suicidio assistito, sia per evitare il tormento fisico all’ammalato sia per proteggere il resto della famiglia dallo strazio della perdita, potendo vivere con serenità gli ultimi giorni con il proprio caro. Josie non era per niente sicura che potesse funzionare, ma le statistiche dichiaravano che con questo metodo le persone si ammalavano di meno. La felicità è effettivamente un’ottima medicina.
Ancora più confusa sul da farsi, dopo il colloquio si recò dalla sorella per il pranzo.
Rebecca era intenta a cucinare e John preparava la tavola, dando di tanto in tanto un’occhiata ai bambini che giocano fuori nel prato assolato.
“Dobbiamo parlare di questa scuola…io non sono per niente convinta. Non possiamo attendere ancora un anno?” chiese Josie dando una mano tra le pentole.
“Un altro anno potrebbe essere troppo…ce l’hanno spiegato.”
John entrò nella stanza fissando la moglie, in una silente comunicazione coniugale.
Rebecca sospirò e accarezzò Josie ad un braccio. “Noi…”, e continuò a fissare il marito, “abbiamo già deciso. Vogliamo solo sapere se anche tu parteciperai. Dentro il cerchio.”
Josie sentì qualcosa spezzarsi dentro. Guardò suo cognato in cerca di supporto.
Lui annuì. “I miei genitori sono d’accordo, anche se per loro l’impegno è minore. Non si muovono più, sono seguiti da mio fratello e li vedremo solamente per le festività. Ma abbiamo bisogno di te.”
Josie ancora attonita si rivolse di nuovo alla sorella: “Ti sei chiesta cosa ne avrebbe pensato papà di tutto questo?”
Rebecca arrossì. “Si, ci penso tutte le notti. A volte mi sembra di averlo qui che gironzola per casa, brontolando. Ma quanto abbiamo sofferto io e te a crescere senza una madre? Lei non era felice, e di riflesso non lo siamo state nemmeno noi. E anche papà ne ha sofferto tantissimo, da solo ad allevare due figlie piccole. Forse non è la strada giusta, ma sento che dobbiamo tentare.”
Un silenzio grave cadde fra di loro.
“Sia issi!!!” urlò Alyssa sgambettando allegra per il soggiorno. La seguiva David con in braccio il suo fedele autoarticolato gigante.
“Ciao bellissima” Josie si inginocchiò e la accolse in un largo abbraccio a cui la bimba si abbandonò.
David abbandonò il suo giocattolo e corse sulle spalle della zia.
Josie si cullò del loro sorriso, della loro gioia, della loro spontaneità. Chiedendosi se avrebbe avuto il coraggio di perdere tutto questo.

 

Era l’ultimo giorno. Doveva assolutamente prendere una decisione. Da un’ora stava fissando il modulo di accettazione, senza la sua firma, e continuava a giocherellare con la penna tra le dita.
Sospirò a lungo. Aveva anche provato a stilare le liste dei pro e dei contro di accettare di entrare nel cerchio della felicità, come lo chiamavano loro, ma gli elenchi erano diventati interminabili sia in positivo che in negativo. Non l’avevano aiutata a fare chiarezza.
Pensò alla vita dei suoi genitori: il Waldinger Institute li avrebbe giudicati incompatibili? Eppure erano stati felici, molto felici all’inizio del loro matrimonio. Per questo erano nate lei e Rebecca.
Rifletté anche su loro due. In fondo capiva la scelta di sua sorella e il suo istinto di protezione verso i figli, un istinto naturale che proteggeva la specie. Ma le faceva paura.
D’altro canto, cosa aveva avuto lei? Josie non era certo un bell’esempio di felicità per i suoi nipoti.
Suo marito l’aveva abbandonata nel momento più difficile, quando lei scoprì di avere un cancro all’utero. Si era chiuso in un silenzio funereo, non le aveva più rivolto la parola, quasi che lei fosse già morta. La settimana successiva alla notizia sparì, lui e tutte le sue cose, mentre lei era in ospedale per la prima chemioterapia.
Al suo posto giunse una lettera dell’avvocato per l’istanza di separazione per “incompatibilità caratteriale e psicologica sopraggiunte”.
Lui non aveva avuto il coraggio di affrontare la verità della malattia. Josie avrebbe potuto combattere per il suo matrimonio in tribunale, ma decise che la battaglia più importante era quella per la vita. A sostenerla, giorno dopo giorno, c’erano solo sua sorella, un cognato fantastico e quelle due adorabili pesti sempre pronte a strapparle una risata. A loro doveva tutto.
Ma dopo essere stata abbandonata da una madre e poi dall’amore della sua vita, aveva promesso a sé stessa di non lasciare più in mano d’altri il suo futuro.
Qualsiasi scelta sarebbe stata un comportamento egoistico da parte sua. Se li avesse lasciati entrare nella scuola e fosse rimasta con loro, l’avrebbe fatto solo per sé stessa, per non sottrarsi al loro affetto. Se avesse rinunciato e si fosse distaccata, avrebbero sofferto entrambi, ma lei avrebbe tenuto fede alle sue idee. Se avesse lottato con ogni fibra del suo corpo per non farli partecipare al progetto, avrebbero sofferto comunque tutti, magari anche di più, solo per dimostrare che lei aveva ragione. Ma chi poteva davvero sapere quale fosse la soluzione migliore? La ricerca della felicità era costellata di insidie e rinunce, quasi tutte un salto nel buio.

 

(c) 2017 Barbara Businaro

 

Note a piè di pagina

Questo racconto è rimasto nel limbo delle idee per mesi, dopo che ho sentito (non ricordo assolutamente dove e da chi) quella citazione in apertura. Ho iniziato a ragionarci su e chiedermi se non ci fosse una scuola dove imparare a star distanti dall’infelicità. Nel mio girovagare nella rete alla ricerca d’informazioni, mi sono poi imbattuta in questo interessante video TEDx dello psichiatra Robert Waldinger (già, ho preso in prestito il cognome 😉 ) sul più lungo studio sulla felicità: ben 75 anni di ricerca per definire cosa effettivamente renda le persone felici.

Dopo ben 70 puntate e quasi 700 versioni diverse (valore stimato) il Thriller Paratattico se ne va in pensione.
A darne l’annuncio Marina Guarneri nel suo blog Il Taccuino dello Scrittore che ci ha invitato ad un Gran Gala di commiato, scrivendo una nuova versione free-style, in totale libertà di tema, di contenuto, di lunghezza, di ispirazione, o andando a ripescare uno degli esercizi già svolti con una nuova sfavillante interpretazione.

E io non ho avuto dubbi sulla mia scelta…

I pensieri sono come le pietre. Lisce, sfaccettate, brillanti, sporche, appuntite, pesanti.
E le persone senza pensieri sono così leggere da volare via in un attimo.
Ecco perché Joe lavora in una fabbrica di ciottoli. Lo aiutano a rimanere solido, con i piedi ben saldi, radicati a terra, senza fronzoli.
Ma un giorno arriva qualcuno che sovvertirà il suo ordine, qualcuno che di notte toglie i sassi incastonati di tutte le strade e… semina margherite.
Tutta la città si sveglia ogni mattina invasa da buche improvvise e splendidi mucchi di steli fioriti che distraggono i passanti.
Le signore, sconcertate da questa novità, si ritrovano loro malgrado a gambe all’aria.
Perché se camminare sui ciottoli con i tacchi è difficile, in un prato è impossibile.
Per non parlare delle biciclette! Per evitare di rovinare le piccole aiuole, i ciclisti finiscono rovinosamente a terra addosso agli altri squarci dell’acciottolato.
Gli stessi fiori imperituri si affacciano minacciosi all’entrata della fabbrica, direttamente sotto il suo guardingo cancello.
Nessun indizio su chi sia il colpevole.
Se non quell’impronta sull’erba fresca del nuovo giardino che ha invaso il vialetto di casa sua. Riuscirà Joe a salvare la fabbrica e i suoi pensieri?

Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.

 

Sciocchezze. Sciocchezze di un vecchio. Il nonno sembrava ancora lucido quando gli disse quelle parole, ma pochi mesi dopo la demenza senile se l’era preso completamente. Vaneggiava discorsi senza senso. La pazzia lo portò in piedi sull’orlo della finestra aperta del secondo piano. Forse credeva di poter volare. Lo trovarono in giardino, con un sorriso beato, nonostante tutto.
Era la mattina del 1 Novembre, dopo la notte di Samhain, di cui il nonno aveva sempre avuto temuto rispetto.
Vivevano ancora in quella stessa casa, immutata da almeno cent’anni.
Nonna se n’era andata qualche anno prima, durante un’operazione al cuore. Ricordò che nonno l’aveva salutata in maniera strana, solenne, come se in qualche modo sapesse. Il suo “ci rivedremo” aveva assunto tutto un altro significato due ore dopo. E un altro ancora quando nella malattia farneticava di incontrarla ogni notte, più bella che mai.
Sciocchezze. Era solo un bambino allora.
Adesso era alle superiori, a caccia di un college e di un futuro, tutta un’altra storia.
E nello zaino aveva un foglio da far firmare ad almeno uno dei genitori. Stava ancora cercando una buona scusa, quando entrò in cucina.
Sua madre non gli lasciò nemmeno il tempo di salutarla. “Ha chiamato la scuola. Che è questa storia? Cos’hai combinato?”
“Niente mamma. Mi hanno dato fastidio in mensa, ed ho reagito. Mi stavo solo difendendo.”
“Il tuo insegnante non me l’ha raccontata così, però…”
“Il professor Blauern è arrivato dopo, non ha sentito gli insulti che sono volati prima.”
“Liam, quante volte te lo devo dire? Lascia stare. Ci rimetti sempre tu alla fine.”
“Si…lo vedo.”
“Dammi il foglio che te lo firmo. E poi vai di sopra a studiare. Cerca almeno di alzare la tua media, per il prossimo anno.”
Le porse il documento e una penna in silenzio. Del resto lei sapeva che non era colpa sua. Era fin troppo facile prenderlo in giro, nella sua situazione.
Sulla soglia, si voltò indietro. “Questa sera posso uscire fino a mezzanotte? Per Halloween. C’è una festa. Te ne avevo parlato.”
“No, con quella di oggi niente festa. Non se ne parla. Ti voglio fuori dai casini, capito?”
“Ma che c’entra? Ci sono i miei amici, mi aspettano. Niente casini, promesso!”
“No Liam, non insistere. Fila di sopra. Altrimenti avverto tuo padre. E allora sì che sono problemi.”
Sbuffò irritato salendo le scale.
“Vorrei proprio sapere come fai ad avvisarlo…Mio padre è morto.” bofonchiò tra sé. “E quell’altro non è nulla per me.”
“Che hai detto?”
“Niente, niente.” Meglio non intavolare altri discorsi. Era già critica così.

 

Col cavolo che avrebbe saltato la festa! A parte Max, David e Joen, quella sera c’erano ragazze nuove, amiche della cugina di David. Dopo una giornata come quella, con il discorsetto del professore prima e del preside poi, doveva pure rinunciare a divertirsi!
In realtà, le invitate erano le ragazze, loro si sarebbero intrufolati al seguito. Probabilmente non se ne sarebbe accorto nessuno in mezzo alla confusione delle centinaia di persone previste. Erano almeno due mesi che a scuola non si parlava d’altro.
Non aveva però avuto il tempo di organizzarsi il travestimento per l’occasione.
Rovistò nell’armadio in cerca della scatola con i vecchi costumi di Halloween da bambino: quelli non gli sarebbero più andati bene, ma poteva riciclare il sangue finto in silicone e un po’ di colore verde per il viso. Da un sacco di vestiti usati, pronti per la spazzatura, tolse una vecchia camicia e un paio di scarpe da ginnastica consumate. Strappò le maniche e l’orlo. Con la tempera rossa l’imbrattò di macchie. Scollò le suole dalle Adidas e le sporcò di marrone terra, mischiato col carminio già aperto. I jeans sdruciti che usava per il taglio dell’erba completavano il quadro.
Bene, era tutto pronto. Uno zombie del nuovo millennio. Doveva però assicurarsi di avere via libera per l’uscita.
Scese di nuovo in cucina per la cena.
“Mamma, questa sera non hai la riunione del circolo di lettura?”
“No tesoro. Ci sono quattro persone a casa con l’influenza, ed altre fuori per il week end. Questa sera rimango a casa a leggere. Tuo padre invece ha il turno fino a domani a mezzogiorno. Hai bisogno di me?”
“No no, tranquilla, dopo mi rimetto a studiare per il progetto di…scienze.”
“Bravo. Di cosa si tratta?”
“Solite cose….l’influenza della Luna nella natura e nella vita umana.”
Gli sorrise. “A tuo nonno sarebbe piaciuto.”
“Già.” E nemmeno il nonno mi avrebbe lasciato uscire di casa stasera, pensò Liam, ma per ben altri motivi.

 

Accidenti! Lei non si muoveva dal salotto e non c’era modo di sgattaiolare fuori di casa senza essere visto: le scale si fermavano proprio davanti al divano. Erano già le nove e mezza e i ragazzi lo aspettavano per le dieci.
Furioso, si aggirava per la sua stanza, in trappola.
Gli rimaneva la finestra.
No, amico, non se ne parla. Quella è la stessa finestra del nonno. Scosse la testa con orrore.
I secondi ticchettavano al pari del suo piede agitato sul pavimento.
Beh, adesso c’è un albero, un bellissimo faggio che all’epoca era solo un piccolo arbusto. Ora tendeva sicuro i suoi rami protettivi verso la casa. Ce n’erano altri tutti intorno, a sorvegliare tutto il perimetro e sufficientemente alti per raggiungere il secondo piano. Si avvicinò, sbloccò la sicura e sollevò il vetro.
Erano solo tre metri di salto in lungo per afferrare il solido legno. Ci poteva riuscire senza problemi.
Mise cellulare e portafoglio in tasca e salì sul davanzale.
Stava facendo una stupidaggine. No, le condizioni erano diverse. Salti così li faceva di continuo agli allenamenti.
Dall’altra parte della strada una civetta lo canzonò con il suo richiamo porta sfortuna.
Era comunque una stupidaggine. Valeva la pena rischiare?
Oh, basta! Fuori le palle! Respirò a pieni polmoni e via.
Afferrò sicuro il ramo, ma la superficie era resa viscida dal muschio leggero, bagnato dalle recenti piogge.
Senza rendersene conto, in un attimo si ritrovò steso a terra, sull’erba umida del giardino.
La testa gli doleva forte, i muscoli non davano segni di presenza, la vista si annebbiò in un vortice confuso e Liam svanì nell’oblio.
Forse aveva ragione il nonno, dopotutto.

 

Qualcosa di estremamente freddo gli sfiorò la mano.
“Hai bisogno di aiuto?” fu il sussurro che gli arrivò da lontano.
Aprì gli occhi a fatica, la luce del lampione del vialetto di fronte rivelò un’ombra china su di sé.
Due iridi azzurre lo stavano fissando preoccupate. I capelli lunghi, ondulati sulle spalle, ricadevano morbidi sul viso di Liam. Labbra delicate gli sorridevano. Un viso perfetto. Una dea. Bellissima.
Una di quelle ragazze che solo per pietà potevano rivolgere la parola ad uno sfigato come lui. O per copiare i compiti, certo. Peccato che non fosse poi un così gran secchione.
“Tutto a posto?” gli chiese di nuovo.
“Io…eh…si.” Si mise seduto. Controllò la casa dietro di lui. Nessun rumore dall’interno, per fortuna sua madre non doveva essersi accorta di niente. Le ossa del collo scricchiolarono quando inclinò nuovamente il capo, ma riuscì ad alzarsi in piedi senza altri problemi. Niente di rotto almeno.
“Ti ho visto cadere dall’albero…”
“Uhm, sono un po’ sbadato.” Cercò di togliersi fango e erba dai jeans, ma in fondo donavano veridicità al suo personaggio di morto resuscitato.
“Capita. Anch’io lo sono. Con le cose nuove.” Sorrise di nuovo. Il cuore di Liam ebbe un tuffo.
Indossava un vestito lungo del secolo scorso, come quelli che portava sua nonna in alcune vecchie fotografie appena maritata. Un po’ logoro e infangato sul fondo della gonna. Qua e là macchie di rosso scuro rendevano il suo costume perfetto, macabro ed elegante. La sua figura lo riempiva nei punti giusti. La scollatura lasciava intravvedere poco innocenti promesse.
Guardò in fondo, giù nella strada. Non c’era nessuno in giro, nessun gruppetto, nessuna auto in attesa. Da dove arrivava questa fanciulla? Non era di queste parti e a scuola di certo non l’aveva mai vista, non sarebbe mai passata inosservata.
“Stai andando a una festa?”
“No, stavo aspettando delle amiche che vivono da queste parti.” rispose lei titubante. “Perché tu invece si?”
“Si, ce n’è una fichissima a dieci isolati da qui, verso est.” O la va o la spacca, io ci provo. “Vuoi venire con me?”
“Ma non sono stata invitata…” Abbassò gli occhi timidamente, a fissare i suoi scarponcini inzaccherati.
“Nemmeno io! Andiamo!” Le prese la mano. Caspita, era davvero gelida. Beh, in effetti la temperatura si era abbassata di parecchio da quel pomeriggio. Oramai l’inverno incombeva.

 

“Non capisco perché accidenti non prende…Che cavolo gli piglia? Cellulare di merda!” Liam lo sbatteva contro il palmo della mano, nel tentativo di sbloccare la connessione e l’antenna, ma senza risultato.
Lungo il marciapiede si cominciava a incrociare parecchie persone, tutte molto stravaganti, con maschere pazzesche. Avevano passato un uomo che reggeva la sua testa in mano sgocciolando lungo tutto il marciapiede, una bambina che si trascinava su una gamba sola utilizzando l’altra come una stampella, ancora non capiva dov’era l’artificio, e un gruppo di ciclisti falciati da un’automobilista ubriaco, uno dei quali con il volante incastrato nel cranio e il clacson che gli aveva sbudellato l’occhio sinistro.
Tutti così ben truccati, sembravano uscire da un film dell’orrore di prima categoria, ineccepibili.
“Non riesco a chiamare Max…Ma la festa dovrebbe essere qui intorno.”
Attraversato un incrocio, entrarono in un quartiere nuovo della periferia est, una zona che non frequentava mai. L’amico gli aveva indicato quella via come luogo del party, in una casa moderna di fianco a un parrucchiere per signora.
Caitlyn, così si chiamava, era piuttosto misteriosa sulle sue cose, e preferiva rispondere con altre domande sulla vita di Liam, la scuola, gli amici, la famiglia. Anche l’incidente che aveva portato via suo padre, poco dopo la morte del nonno.
Ma da lei il ragazzo non riusciva a farsi dire nulla. C’era qualcosa di inquietante nella sua nuova amica, al di là del candido sorriso che lo travolgeva. Come se quella luce servisse a nascondere una lunga ombra. O era solo paranoia di vederla sparire da un momento all’altro. Troppo bella per essere vera.
Arrivarono di fronte all’insegna dell’acconciatore, piuttosto fuori moda, ma a lato c’era solo un terreno vuoto, abbandonato. Poco più in là un laboratorio malmesso, con carcasse di vecchie Ford e pneumatici accatastati. Il tempo sembrava essersi fermato agli anni 50.
“Non capisco…ero sicuro che fosse qui. L’indirizzo mi sembrava questo.”
Devo aver sbagliato strada senza accorgermene, distratto dai suoi occhi limpidi. E il cellulare non funziona, accidenti!
“Che facciamo? Niente festa?” chiese lei curiosa.
“A quanto pare no, mi spiace.”
“Oh, non preoccuparti per me.”
Liam si riscosse, non sarebbe stato male avere Caitlyn tutta per sé, in quella sera fantastica.
“Beh, pazienza per la festa. Tu che cos’altro avevi in mente di fare? Dolcetto o scherzetto per tutte le case? O andiamo a cercare le tue amiche?”
“No, è ancora troppo presto per loro qui, e non so se riusciremmo a vederci” rispose malinconica.
“Uhm, in effetti non sono ancora le 10.” Si sentì terribilmente ragazzino. Evidentemente lei era più grande se poteva uscire addirittura più tardi.
“E poi loro sono fidanzate adesso. Non vorranno avermi intorno.”
“Ah. E tu…non ce l’hai un ragazzo?” Dì di no, dì di no, ti prego.
“Non l’ho mai avuto.” Abbassò gli occhi timidamente.
Siiiiiiiiiiiiiiii! Liam cercò di trattenere la sua esultanza mentale. Poteva anche non interessarle. Semplicemente le amiche l’avevano abbandonata per quella sera. Magari domani si sarebbe dimenticata di lui.
“Ehm, intanto andiamo a bere qualcosa da Sullivan?”
“Non lo conosco…”
“Ma come? Fanno delle ottime frittelle…è impossibile che non ci sia mai stata! Ma da dove vieni tu?!” disse ridendo.

 

Tornarono nei loro passi, chiacchierando fittamente. Questa volta Liam riuscì a farsi raccontare parte della vita di lei. Le sue materie preferite, Storia dell’Arte e Letteratura, i suoi voti, che seppellivano di gran lunga i suoi, i litigi con le due sorelle.
“Oh guarda, lì c’è una festa! Forse è la tua?” esclama Caitlyn.
Da una casa poco più avanti uscivano luci colorate e musica ad alto volume, il vialetto era pieno di zucche illuminate e c’era un gran via vai di gente mascherata. Liam si guardò intorno: c’era un nuovissimo “Fabio’s Hair stylist ” con la vetrina addobbata per Halloween e poco oltre un autoricambi. Le case di fronte avevano però un’aria famigliare.
“Non capisco…questa sera davvero il mio orientamento fa cilecca. Queste strade si assomigliano tutte! O forse è la caduta. Aver sbattuto la testa certo non m’ha fatto bene” osservò mesto.
Il cellulare suonò per una chiamata, riprendendo improvvisamente vita.
“Allora Liam, dove cavolo sei?” gli sbraitò l’amico dall’altra parte.
Il ragazzo non fece in tempo a rispondere che se lo ritrovò davanti, sullo stesso marciapiede, vestito da moderno vampiro, un James Dean con le pupille rosse ed i canini aguzzi.
“Eccoti accidenti!” Guardò Caitlyn al suo fianco e strizzò l’occhio a Liam. “Ah, capisco, eri impegnato, eh? Buonasera madame!”
Lei sorrise divertita dall’inchino improvvisato.
“Dai venite, vi stavamo aspettando!”
All’interno la confusione era ancora maggiore, ma riuscirono comunque a raggiungere il resto del gruppo.
“Liam, ma qual è il tuo travestimento? Sembri tale e quale a quando sei uscito da scuola oggi!” Scoppiarono tutti a ridere.
“Ah-ah, bella questa, davvero. Vaffanculo Joen.”
Caitlyn se ne stava un po’ in disparte, osservando guardinga tutte le persone che le passavano vicino, squadrandone il viso da lontano e volgendo lo sguardo altrove solo all’ultimo momento.
“Vuoi qualcosa da bere?” le chiese Liam.
“Si grazie.”
“Vieni con me, da questa parte.”
Stavano attraversando il patio, quando Liam fu bloccato da quell’armadio a due ante di nome Fred, lo stesso energumeno che gli aveva dato noie in mensa quel giorno. Non era molto intelligente, ma purtroppo era parecchio grosso. Stupidità e massa sono due fattori pericolosi.
“Oh oh oh, guarda che bella bambolina. E tu da dove spunti eh? Cosa ci fai con un fesso come lui?”
“Lasciala in pace.” Liam cercò di frapporsi tra loro. La puzza alcolica di Fred non prometteva niente di buono. Stupidità, massa e alcool sono tre fattori ancora più pericolosi.
“Zitto. Non mi parlare. Non ti ho dato il permesso di aprire bocca.” Gli urlò in faccia. Liam fu investito da una zaffata di zolfo.
Con una sola spallata Fred lo mandò a terra e avanzò verso la ragazza.
“Sei troppo carina per lui. Vieni a fare un giretto con me, non te ne pentirai!”
Caitlyn si lasciò trascinare da Fred, senza fare storie. Lasciò che lui le cingesse la vita e allungasse la mano sul suo sedere.
Inorridito, Liam riuscì solo a leggerle il labiale quando si volse verso di lui: “Non ti preoccupare”. Gli sorrise tranquilla mentre lei e Fred salivano le scale verso il piano di sopra. Le camere.
Ma come? Erano quelli i tipi che le piacevano? Aveva detto di non aver mai avuto un fidanzato!! Non riusciva a crederci.
“Che ci vuoi fare fratello. Era troppo per te, ammettilo” Joen gli batté una mano sulla spalla.
“Tieni, bevici su.” David gli cacciò una lattina di birra in mano.
Qualche minuto dopo, ancora concentrato nei suoi tristi pensieri, vide Fred scendere spaventato a morte, saltando impazzito a due a due i gradini, urlando parole sconnesse e fuggendo veloce verso la porta. Pochi secondi dopo il suo fuoristrada rombò nella via disperdendosi nella notte.
Liam corse nella direzione opposta, salendo in soccorso dell’amica, preoccupato di trovare chissà cosa.
Aprì tutte le stanze, disturbando altri convenevoli piuttosto consenzienti, ma non la trovò. Un letto era vuoto, intonso. Di Caitlyn non c’era traccia. Controllò anche giù dalla finestra, per sicurezza. Niente.
Tornò sui suoi passi e uscì in giardino, per verificare.
La sua testolina bionda era seduta su una panchina sotto un salice piangente, in un angolo più tranquillo.
“Tutto a posto?” le chiese ansioso.
“Si”
“Ti ha fatto del male?”
Caitlyn gli sorrise sarcastica. “Oh, non era proprio in grado”
“Ma l’ho visto scappare. Adesso non dirmi che l’hai picchiato tu!”
“Non l’ho nemmeno sfiorato. E’ bastato metterlo di fronte alla verità.” Le sue labbra presero uno strano ghigno, ma Liam non fece in tempo a chiederle altro.
“Ti prego, andiamocene, questa festa è troppo rumorosa. E non c’è nulla qui per me…”
“Ok, per me va bene.” Della festa oramai non gli importava nulla.
S’incamminarono di nuovo per la strada un po’ più buia.
“Allora…che facciamo? Qualche idea?” Proporle un cinema sarebbe stato troppo avventato?
“Puoi darmi una mano con la mia ricerca, magari.”
La guardò incuriosito. “Certo. Cosa cerchiamo?”
“Il mio assassino”

 

Pensò che stesse scherzando. Si recita tutti una parte melodrammatica nella notte di Halloween. Aiuta a esorcizzare le nostre paure.
“Tu sei in pace. Sai già perché sei qui?” gli chiese seria.
“Io…eh? Cosa?”
“Ti ricordi come sei morto?” Caitlyn lo guardava fisso negli occhi. Lei non stava scherzando per niente. Si bloccò all’istante.
Sconcertato, cercò di capire che diamine stesse dicendo. Le parole di suo nonno gli tornarono alla mente. Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia… Loro sono in mezzo a noi. E tu non sai più dove sei.
Si toccò un braccio: lui era reale, gli sembrava di esserlo. Diede una violenta spallata all’albero dietro di loro. Sentì la clavicola scricchiolare, faceva un male cane. Tirò un pugno allo stesso albero. Si guardò le nocche della mano destra sanguinare. Lui era vivo.
Osservò mestamente la sua amica da lontano: una veste bianca, un incarnato piuttosto pallido che risaltava i suoi meravigliosi occhi azzurri, una sottile catenina d’argento al collo e macchie di sangue un po’ ovunque, un’enorme chiazza all’altezza dell’anca destra. Quel colore era tremendamente reale, per essere uno scherzo ben confezionato. No dai, non era possibile. Eppure…la sua mano era così fredda.
“Tu…sei morta?” L’ultima sillaba gli rimase strozzata in gola. Il cuore ebbe un tonfo pesante di spavento.
“E tu no…pensavo lo avessi capito.”
Pietrificato, non poteva che osservare la bellezza eterea del suo sguardo. Doveva essere stata molto popolare a scuola.
Si chiese se fosse l’unica nei dintorni quella notte. O quante di quelle maschere così vere incrociate quella sera appartenessero al suo mondo, e non a questo. E cosa mai poteva aver ridotto questa splendida ragazza in un cadavere. I capelli alla base della nuca gli si rizzarono in un brivido. Fantasma, meglio fantasma, come parola, si.
“Ma come…è successo?” si sforzò di chiederle. Non aveva paura, quello no. Ma non riuscì ad avvicinarsi.

 

“Stavo andando ad una festa…come quella dove siamo stati stasera, nella stessa notte di Halloween. Non ci arrivai mai. Le mie amiche erano in ritardo e mi incamminai da sola. Qualcuno mi afferrò, mi coprì gli occhi e mi legò le mani…” Sollevò i polsi per mostrargli i segni rimasti vividi sulla pelle.
“Mi rinchiuse nel bagagliaio di un’auto. Mi portò fuori città, in un capanno, mi…violentò…e poi iniziò a tagliarmi, nello stesso punto. Voleva togliere tutto quello che mi aveva lasciato dentro, di suo…e voleva punirmi per essere una tentazione, per averlo costretto ad un’azione così grave pur di soddisfare il suo bisogno.” La sua voce tradiva una profonda tristezza.
“Credo di essere morta dissanguata, più che altro. L’ultima sensazione è delle sue mani viscide che mi scavavano dentro.”
Liam fissò l’enorme macchia di sangue sul suo vestito, sopra l’anca destra. E capì cosa doveva aver visto Fred quella sera.
“Dove successe?” Gli mancava il fiato.
“In questa città. Vivevo un poco più a nord.”
“E…quanto tempo fa?”
“Un paio d’anni…almeno credo. Il mio tempo non scorre come il tuo.”
Il silenzio scese cupo tra di loro. Liam ancora non riusciva a credere. Ma le parole del nonno prendevano sempre più forza nella sua testa. E tutto il resto che aveva detto, e fatto, cominciava a combaciare.
“Mi ricordo di te, ora, mi ricordo!” esclamò ad un tratto. “Eri su tutti i giornali! E in tv! Vennero anche a scuola a fare domande. E poi ritrovarono il tuo corpo nel fiume, una settimana dopo dalla scomparsa.”
La polizia fece ricerche accurate, venne istituita anche una ricompensa per chi avesse potuto fornire qualche dettaglio utile. La sua famiglia era andata in onda in parecchie trasmissioni televisive, piangendo e supplicando per riavere la loro primogenita. Finché le acque non restituirono la salma alla superficie.
Lo sguardo di Caitlyn divenne tetro.
Liam frenò l’entusiamo per la scoperta. “Scusa…io non…”
“Non preoccuparti. Ero presente anche al mio funerale.” Sollevò le spalle e gli sorrise.
“E non hanno mai trovato il colpevole” aggiunse mesto.
“Lo so. E’ qui. Non so chi sia, ma io lo sento…ha ancora voglia di uccidere. E’ questo che mi trattiene. Dev’essere preso, capisci? Non deve farlo a nessun’altra. Glielo devo impedire.”
Liam annuì. Le questioni in sospeso. I fantasmi ne hanno sempre e restano per questo.
“Quindi, non l’hai visto e non sai chi sia?”
Caitlyn scosse la testa malinconica.
“Beh, io le ricerche le comincio sempre su internet. Ehm…ti andrebbe di venire a casa mia?”

 

Mentre camminavano per tornare indietro, Liam non riuscì a trattenere oltre la curiosità.
“Ma prima cos’hai fatto a Fred, davvero?”
“Beh, esattamente quello che mi ha chiesto. Ho sollevato la gonna. Certo, quello che ha visto era ben diverso da ciò che si aspettava…” Sollevò le spalle appena, ammiccando divertita.
Dal canto suo, Liam sbiancò all’idea. A Fred doveva essere passata la voglia a vita. Doveva essersi reso conto che non era un misero travestimento. L’aria terrorizzata che gli aveva visto addosso ora aveva un senso. Fred, il bullo della scuola, spaventato a morte. Ben ti sta, cazzone!
“Mi ci vorrebbe un trucco simile. Perché sopporto le sue angherie tutti i giorni. Ho rimediato solo un paio di pugni a ribellarmi ai suoi insulti.” Sospirò.
“E’ solo un povero idiota. Se sapessi cosa lo aspetta dall’altra parte, gli rideresti in faccia. Credimi. Non ne vale la pena.”
“Sarà…ma intanto qui se la passa bene.”
“La prossima volta digli che se non ti lascia in pace, gli mandi la tua amica Caitlyn a trovarlo tutte le notti!” Alzò appena la gonna, simulando un balletto in punta di piedi. Scoppiarono a ridere.
Giunti sotto alla finestra dove si erano incontrati poche ore prima, Liam spidocchiò dal portico dentro casa: luci spente, quiete in ogni direzione, sua madre doveva essere andata a dormire.
“Ok, entriamo dalla porta principale. Segui me, saliamo le scale e ci infiliamo in camera mia, dove c’è il mio computer. Cerca di non fare rumore, mamma in genere ha il sonno pesante, ma non voglio correre rischi.”
Avanzò verso l’ingresso, riuscì ad aprire senza far scattare rumorosamente la serratura. Fece cenno a Caitlyn di stargli dietro, silenziosa.
I gradini ricoperti di moquette attutivano il suo passo. Arrivato al pianerottolo, dalla camera frontale arrivava il debole russare della donna. Prese la porta a destra, la schiuse lentamente e si voltò per lasciar passare l’amica. Ma dietro di lui il vuoto.
Ma dove…?
“Così è questa la tua stanza?” La sua voce proveniva dall’interno. Era seduta nel suo letto.
“Già.” Sperava non avesse notato la copertina di quel porno che spuntava da sotto il comodino. Meglio far finta di niente, comunque non poteva leggere nel pensiero. Altrimenti sì sarebbe stato nei guai, con tutto quello che gli passava per la mente quella sera.
“No, non posso leggere nel pensiero, non sempre.” Gli sorrise amabilmente e con il piede cacciò più a fondo la rivista.

 

“Ecco, è qui che ti hanno ritrovata, vedi?” Indicò il punto nella mappa a video.
“E l’ultima volta ti hanno invece vista in questa strada, alla periferia ovest della città…” Spostò la schermata verso il basso.
“Ma anche cercando il capanno, ammesso che ci sia ancora, sono passati cinque anni oramai, come potremmo trovare l’assassino?!”
Caitlyn fissò lo schermo e poi guardò lui, sospirando. “Proprio non lo so.”
“Non ricordi niente di quella notte? Qualsiasi particolare…qualsiasi cosa.”
Scosse la testa, pensierosa. “Non ho visto la targa dell’auto. Potremmo aver viaggiato per cinque minuti, o anche venti, ero troppo spaventata, il tempo sembrava comunque infinito. Avevo il cuore impazzito dall’angoscia e mi mancava l’aria, c’era una puzza terribile nel bagagliaio. C’era odore di paura e sangue. Non ero la prima, ora lo so.”
“Di lui, cosa hai visto?”
“Molto poco, mi ha assalita da dietro. Il capanno poi era al buio, filtrava solo una debole luce, credo di un lampione a distanza. Mi ha caricato su una spalla per portarmi dentro. Lì mi ha scaraventata a terra e mi ha tolto la benda. Voleva vedere il terrore nei miei occhi, godeva nel vedermi implorare pietà. Tutti i miei sforzi erano concentrati per liberarmi dalla sua morsa. Poi terminai di lottare. Pensai che se lo lasciavo fare, se gli regalavo quel momento, se cercavo pure di partecipare e renderlo…felice, mi avrebbe lasciata libera.”
Scosse la testa con rammarico. Liam si accorse di aver trattenuto il respiro.
“Però ricordo…la sua giacca. La manica. Era una di quelle giacche delle squadre di football, sai quelle con le righe dei colori della scuola. Forse gliel’ho anche strappata, mentre tentavo di difendermi.”
“Uhm. Guardiamo gli annuari delle squadre di quell’anno, sperando che non fosse uno studente già diplomato. Vediamo, dovrebbero esserci le foto negli archivi online nei vari siti.” Passò in rassegna vari documenti, con le immagini in primo piano di tutti i giocatori, ma fatalmente nessuna divisa corrispondeva.
“Questa scuola ha anche la squadra di baseball, diamo un occhio. Ecco, questi sono i suoi colori. Questa la giacca, che te ne pare?”
“Potrebbe essere…” disse lei poco convinta.
Cercò la lista dei giocatori che erano in rosa in quell’anno, e iniziò a scorrere i loro visi sul monitor, fermandosi per ognuno, ma Caitlyn non dava alcun segno di riconoscimento. Forse avrebbero dovuto verificare anche l’anno precedente, così per sicurezza.
“Fermo! E’ lui!” esclamò lei, in una foto che aveva già passato.
“Sei sicura?”
“Si, quella cicatrice sulla guancia…sono sicura che gliel’ho fatta io!” Tornò a fissare l’immagine. “Bastardo!” gridò forte, indietreggiò verso il centro della stanza, la sua bocca si spalancò quasi quanto l’armadio e poi si dissolse all’improvviso nell’aria.
Liam rimase impietrito. Quando gli sorrideva, con quei suoi occhi incredibilmente limpidi, dimenticava quel che era in realtà. Puro spirito.
“Caitlyn?” Sperò che lo potesse ancora sentire.
“Scusa…” Era dietro di lui, accovacciata sotto il davanzale della finestra, con la testa china tra le ginocchia.
“Tutto bene?”
Si avvicinò all’amica. Titubante, le posò una mano sulla spalla. Era solida, e morbida. Proprio come un essere umano.
“Avevo una vita davanti e lui me l’ha tolta” rispose sommessamente.
“Lo so.”
“La vendetta è il minimo che mi spetta.” Lo sguardo feroce che gli rivolse rivelò tutta la sua rabbia. L’azzurro chiaro delle sue iridi aveva lasciato lo spazio al profondo nero della furia. Davvero niente di umano.

 

“Questo è l’indirizzo, la sua attuale residenza. Non sembra esserci nessuno dentro.” Erano acquattati dietro la siepe, ma quando Liam si girò non trovò più Caitlyn al suo fianco.
“Cait? Dove diavolo…?”
“C’è un uomo che sta dormendo su una poltrona, con una bottiglia vuota di whisky in mano” gli sussurrò l’amica, comparsa dall’altra parte. “Il resto della casa è vuota. Ti faccio entrare?”
Il ragazzo confermò con la testa. Sparì di nuovo in un fruscio di foglie e la vide attraversare leggera il muro dell’edificio. Strana compagnia quella di uno spettro. Contro ogni legge della fisica.
Lo fece accedere dal cucinino e salire al primo piano, in quella che doveva essere la camera dell’assassino. Spoglia di mobili ma densa di confusione: scatole di cartone vecchio piene di cianfrusaglie, vestiti sporchi buttati qua e là, una branda in un angolo sorvegliata dal poster di Joe DiMaggio appeso al muro, fango e residui di pizza tappezzavano il pavimento. Ecco mamma, prova a dire qualcosa del mio disordine adesso, pensò Liam.
“Che cosa cerchiamo?”
Caitlyn alzò le spalle delusa. Poi si avvicinò al comodino per verificarne il contenuto.
“Non nascondo mai niente nei cassetti. E’ la prima cosa dove le madri guardano… No, se c’è qualcosa di interessante, sarà in un posto stupido, ma non direttamente alla vista.” Si guardò in giro. Rimaneva un armadio a muro, da dove s’intravedevano vestiti ed altre scatole chiuse, una piccola libreria con alcuni modellini pieni di polvere, qualche mensola con fotografie e trofei.
Come ipnotizzata, la ragazza avanzò verso una delle coppe più grandi, alzò il coperchio e frugò al suo interno. Ne estrasse qualcosa che luccicava al raggio lunare che filtrava dalla vicina finestra. Liam si avvicinò.
“E’ il mio ciondolo…” Nella sua mano brillava una piccola stella marina incastonata ad una conchiglia.
“Questa è una prova! Magari ci sono ancora le sue impronte!” esclamò Liam entusiasta.
“Probabile, ma inutile. Ora chiamiamo la polizia? Dici che mi ascolteranno?” gli rispose contrariata. “Accorrete, ho trovato il mio assassino!”
“No, certo. E non posso nemmeno farlo io. Mi chiederebbero come lo so, e non saprei spiegare…tutto questo” le rispose avvilito.
La porta dell’ingresso sbatté all’improvviso e si sentirono alcuni passi muoversi giù nel pianerottolo.
“E’ lui!” Caitlyn lo guardò scioccata.
“Oh cazzo!” Liam sbiancò all’istante. Impacciato, cercò un posto dove nascondersi, ma dovette cedere all’ovvio: sotto il letto era l’unico rifugio possibile, quello dove si sperava non avrebbe mai guardato.
“Sbrigati!” gli intimò la ragazza. “A lui ci penso io! Qualsiasi cosa faccio, non fiatare!” E in un attimo si dissolse nuovamente.

 

I passi salivano la scala e si avvicinavano alla stanza. Due scarponi lerci comparsero sulla soglia. Acquattato sotto la branda, in fondo verso il muro, Liam seguiva tutti i movimenti dell’uomo. Sembrava andare alquanto di fretta.
Si accostò all’armadio e scaraventò a terra un borsone. Iniziò a buttarci dentro di tutto, per lo più indumenti.
Liam avrebbe voluto sporgersi più in là per vedere meglio, ma stava lottando col desiderio di starnutire. Lì sotto la sporcizia era accumulata da decenni e la polvere che aveva smosso rifugiandosi in quell’angolo lo stava mettendo in difficoltà. Si premette il naso per trattenere l’istinto.
L’uomo si spostò verso la mensola dei trofei e sollevò la mano proprio sulla coppa dove Caitlyn aveva ritrovato il ciondolo. Non trovò nulla. La tirò giù e guardò l’interno. Infuriato, controllò una ad una tutte le altre, ma ancora nulla.
Di fronte alla finestra, apparse la gonna di Caitlyn, leggermente staccata da terra.
“Cercavi questo, bastardo?” Liam sussultò. Il suono gutturale gli diede la pelle d’oca. Non era la voce che le aveva sentito per tutta la serata. Arrivava direttamente dall’oltretomba.
Ma l’uomo non ebbe alcuna reazione. Sbuffando, si accovacciò e iniziò a rovistare nelle scatole di cartone ammassate, scagliando lontano tutto quello che non l’interessava.
La ragazza si librò ancora più vicina. “Mi senti, schifoso? Sono qui per te!” gli urlò direttamente alle spalle.
Lui si alzò in piedi e si girò. Erano l’uno di fronte all’altra.
Liam trattenne il fiato in attesa.
Caitlyn lanciò un urlo spaventoso che gli fece esplodere il cuore dal terrore. Ma l’uomo la attraversò. Letteralmente.
Lei iniziò a volteggiare rabbiosa lungo tutta la stanza, ma solo le tende sembravano avvertire la sua presenza.
L’assassino si muoveva indisturbato, completamente ignaro di quanto avveniva intorno a lui.
Fu in quel momento che a Liam scappò uno starnuto, lieve ma percettibile.
L’uomo si fermò e si girò verso il letto.
“Oddio…” mormorò la ragazza.
Incerto, percorse tutta la stanza, fermandosi di fronte alla branda.
Stava per chinarsi e controllare proprio sotto il letto.
“No, no, noooo!” urlò lei. Liam chiuse gli occhi e iniziò a pregare, non sapeva nemmeno chi.
Caitlyn si lanciò con forza verso la finestra e la spalancò. L’aria fredda della notte invase il locale con prepotenza.
Imprecando, l’assassino si rialzò e chiuse la vetrata.
Qualcosa si mosse al pian terreno.
Inveendo contro l’altro inquilino, l’uomo prese il borsone e corse giù. Arrivò qualche voce concitata e poi la porta dell’ingresso sbatté di nuovo.
“Se n’è andato, vieni!” Gli occhi azzurri che lo guardavano tranquilli lo riportarono alla realtà.

 

“Avrei voluto conoscerti prima. Saremmo stati buoni amici…credo.” Guardò altrove, mentre glielo confessava.
Erano seduti in una panchina del vicino parco comunale. Dalla terra fredda s’innalzava un velo di foschia che sfumava i contorni intorno a loro.
“Sai Liam, io mi ricordo di te” Caitlyn abbassò gli occhi, quasi intimidita. Continuava a rigirare tra le dita il ciondolo ritrovato.
“Di me?” Rimase alquanto sorpreso. Non l’aveva mai incontrata, ne era sicuro. Non poteva essere stato così stupido!
“Si, ero anch’io al primo anno, ma non avevamo lezioni in comune. Ti ho visto quel giorno che Fred ti ha mandato a terra per la prima volta. Stava cercando un nuovo bersaglio. Eri al posto sbagliato nel momento sbagliato.”
Liam aveva ben impressa nella memoria quella scena. “Già, bella figura eh?!”
Lei scosse la testa. “Ricordo quello che dicesti a bassa voce: Fred, perché non ti trovi un Barney da spupazzare?! Non lo so nemmeno io, ma continuai a riderci su per tutta la giornata!”
“E non era una gran battuta!”
“No davvero!” Scoppiarono a ridere.
“Me lo puoi mettere, per favore?” gli chiese porgendogli il ciondolo.
“Non lo vuoi portare alla polizia?”
Alzò le spalle. “Io non posso, e tu ti metteresti nei guai. Lui oramai è scappato. Qualcosa però mi dice che lo prenderanno comunque.”
Si scostò i capelli e lasciò che Liam aprisse la catenina. Il suo collo vellutato era una dolce tentazione, nonostante tutto.
“Ecco..” bisbigliò al suo orecchio.
Gli restituì un sorriso radioso. “Grazie.”
“Che succede alla tua mano?”
“E’ l’alba ormai. La notte di Halloween è quasi finita.” Sollevò la mano che stava sbiadendo piano piano nel nulla.
Allontanati dal sole del loro mondo e assicurati di essere nel tuo quando sorgerà. Quelle del nonno non erano parole senza senso, come credeva allora.
“Devi tornare nel tuo mondo…e io nel mio.” Il suo sguardo liquido esprimeva tutta l’amarezza di quella separazione.
Si avvicinò a baciarlo. Liam chiuse gli occhi, assaporando le sue labbra piene e il suo profumo, un’intensa nota di Iris.
“Addio Liam…”
Quando riaprì gli occhi, non c’era più alcuna traccia di lei. Era seduto di nuovo sotto la sua finestra, nel medesimo punto in cui era caduto qualche ora prima. Come se nulla fosse successo. Controllò l’orologio, erano quasi le sette. La casa di fronte nascondeva i primi raggi dell’alba.
Entrò, per assicurarsi di essere nel mondo giusto.

 

Il sole irradiava tutta la collina, riscaldando gli ultimi fiori dell’autunno. Erano passati dieci giorni da quella notte e Liam era tornato a trovare la sua amica, portandole una mazzo di rose bianche.
“Sai, le rose rosse non mi sembravano proprio il caso, credo che il rosso non sia proprio il tuo colore…” ammise mesto.
“E comunque quella foto proprio non ti rende giustizia!” Osservò l’immagine sbiadita nella cornice d’ottone.
Alla fine l’avevano preso, l’assassino. Aveva tentato di violentare un’altra ragazza, poco prima della loro intrusione in casa sua, ma era stato maldestro, lei era riuscita a divincolarsi e a scattare una foto alla targa. La polizia allertata aveva iniziato subito la caccia, dopo che il caso Adair giaceva sulle loro scrivanie ancora irrisolto da anni.
“L’hanno fermato al confine. Nel borsone gli hanno trovato le tue mutandine. C’era ancora il tuo sangue.” Sospirò. A volte gli pareva di aver sognato tutto, eppure gli mancava così tanto.
I poliziotti hanno poi perquisito tutto l’edificio e in camera dell’uomo hanno trovato altri souvenirs, altri trofei di violenza che l’avevano ricondotto ad altrettante morti. Ora rischiava la pena di morte sulla sedia elettrica.
“E sono sicuro che tu sarai lì a vedere” aggiunse Liam, sistemando i fiori freschi davanti alla lapide, sotto all’iscrizione.
Caitlyn Adair, il tuo sorriso è la stella più bella
“Ti cercherò ogni notte tra le stelle allora”.
Una folata di vento gli portò all’orecchio una parola appena sussurrata da molto lontano, un altro mondo.
“Grazie.”

 

(c) 2016 Barbara Businaro

Note:

Non c’è una storia che non abbia una sua colonna sonora (per lo meno, è così per me). E anche questa ce l’ha. Continuava a ronzarmi in testa quella frase che apre l’inizio: “Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween.” Me l’ero appuntata ancora un anno fa, dopo averla ascoltata alla radio. Ci dovrei scrivere qualcosa. Poi arriva l’autunno e sento che sta arrivando Samhain, Halloween, che non è solo una data sulla carta e nemmeno solo una festa mascherata. E mi ritrovo a sentire i Seether, che non avevo mai ascoltato prima (come a dire che tutto arriva sempre al tempo giusto, ne prima ne dopo di quando serve). Questa canzone era nascosta in mezzo alla loro discografia e quando l’ho scoperta… Liam e Caitlyn hanno iniziato a vivere nella mia testa. Dargli voce stavolta è stata un’emozione fortissima.

Vuoi sapere come continua? Trovi il seguito qui: Cuore malato (Weak heart)

 

Stirare le camicie di lui, in pieno agosto, con 38 gradi e un’afa irrespirabile non era certo il suo passatempo preferito.
Accampata nello stanzino del disbrigo, l’angolo più a nord della casa, si era puntata il ventilatore addosso per togliersi immediatamente di torno il vapore che fuoriusciva dalla piastra. Ma non andava molto lontano, rimaneva sospeso e se lo ritrovava comunque appiccicato alla pelle. Aprire la finestra era inutile e il vecchio climatizzatore non ne voleva sapere: o lui o il ferro da stiro, altrimenti saltava il contatore. Un’agonia.
Tutta la sua vita ultimamente era un’agonia.
Stava pensando di lasciarlo, di andarsene, nascondersi in qualche luogo remoto per respirare un po’ d’aria sana, fresca, nuova.
Era stanca. Sempre arrabbiata. Niente sembrava andare per il verso giusto.
Sbagliando movimento, la punta del ferro s’incastrò in una cucitura bloccando il resto del passo e accartocciando la stoffa. Eccola lì, una brutta piega proprio sopra il taschino. Accidenti!
Il cellulare vibrò sopra la cassettiera vicino alla porta. Non si scompose di andare a vedere, era l’ennesima notifica di qualche foto inviata dalle amiche, qualcuna in vacanza nell’assolata riviera, qualcun’altra a refrigerarsi in montagna.
E loro invece ancora lì, incastrati in città, tra i conti che non tornano, i pagamenti che arrancano, il lavoro che opprime.
Sbuffando, tentò di salvare la camicia: uno spruzzo d’acqua, un po’ d’appretto e questa volta un colpo attento ma sicuro.
Fosse così semplice sistemare anche tutto il resto. Un colpo di spugna e via.
Beh, forse lo era. Nascosto nel suo portafoglio aveva un biglietto da visita di un avvocato divorzista.
Ma certamente quello non sarebbe stato un colpo di spugna indolore.
Si spostò per poggiare la camicia piegata nella poltrona assieme alle altre, ma nel breve spazio angusto urtò la gamba di legno del bancone a lato. Un lieve rumore metallico indicò che qualcosa di piccolo era caduto, ma non avrebbe saputo dire cosa.
In quello stanzino non c’era proprio posto per lei.
Il tavolo di lui, pieno di modellini da rifinire e dell’ultimo appena cominciato, sotto la grande lampada e la lente d’ingrandimento.
E scatole, scatole ovunque. Piene dei suoi lavori conclusi. Non si potevano vendere e ricavarne qualcosa almeno?
Assolutamente no. Erano parte della sua straordinaria collezione che cresceva a vista d’occhio, occupando ogni centimetro possibile della stanza.
Gli intrusi erano lei e il ferro da stiro.
Lui si salvava così. Ogni sera rincasava tardi, mangiavano quasi in silenzio e poi lui si ritirava qui, tra figurini, pennelli minuscoli e colori puzzolenti.
Ma a lei, a lei cosa restava, eh?
Un lavoro sempre più striminzito e mal retribuito, sacrificato in onore della famiglia, della casa, del focolare che stavano tentando di costruire. Non ricordava nemmeno più quand’era l’ultima volta che si era concessa un sabato di shopping con le amiche, fresca di parrucchiere. O un aperitivo con le colleghe dopo il lavoro. Non c’era mai tempo per lei.
E non c’era nemmeno mai tempo per loro due. L’ultima cena romantica insieme? L’aveva cucinata lei, con poco entusiasmo.
Non si meritava questo.
Altro che croce da portare. Perché mai un matrimonio che nasce dall’amore deve diventare una croce?
Sperava che fosse il caldo, questo opprimente forno d’agosto in città, a metterle in circolo solo pensieri negativi.
Pensava e ripensava a questo, quando sentì una musica lontana, come un bambino che si esercita col flauto di scuola.
Insisteva sempre sullo stesso pezzo, gli stessi giri di note, scandendole una ad una lentamente. La conosceva, era anche famosa quella canzone…ma certo! Era la colonna sonora del film Love story.
Perché mai la facevano suonare a scuola? Così triste poi.
Il ripetersi infinito della stessa strofa iniziò a disturbare la sua concentrazione e chiuse la finestra, pensando di smorzare quelle note continue.
Ma la musica era lì, nella stanza, più vivida che mai.
Stranita, controllò il suo cellulare: volume al minimo. E poi non era una delle sue suonerie.
Si girò intorno: il lettore mp3 giaceva sopra la scrivania portacomputer, spento, senza nemmeno la batteria carica.
Lì a fianco, il computer portatile su cui aveva letto le mail poco prima aveva il sonoro impostato su muto. Gli si avvicinò con l’orecchio alle casse minuscole vicino alla tastiera, ma si sentiva solo la ventolina girare arrabbiata.
Eppure sentiva quella lirica struggente continuare ad arrovellarle la testa, con la sua scala di note che continuava a discendere verso la tristezza di un amore sconsolato.
Da dove arrivava quel tormento?
Che fosse solo dentro la sua testa? Stava così male da sentire le voci?
Cambiò stanza. In cucina non si sentiva più.
Tornò indietro. E’ qui, nello stanzino, ma dove?
Così flebile, la musica sembrava rimbalzare tra gli oggetti e non riusciva a capirne la provenienza. Non c’era nulla che potesse suonare, non certo i modellini, erano solo statuine dipinte.
Girava nella cameretta annusando l’aria. Che stupida! Le note non si annusano!
Stava forse impazzendo? Era davvero di fronte ad una crisi depressiva?
Chiuse gli occhi, respirò a fondo e cercò con calma di capire la fonte della melodia. Si mosse lentamente, si avvicinava, sempre più, la sentiva, quasi la toccava. Ora era davanti a lei.
Li riaprì. Veniva dai cassetti della sua scrivania da ragazza, dove condivideva il computer con lui.
Aprì il primo. Niente. Non sembrava provenire da lì.
Lo richiuse e spalancò il secondo. Le note esplosero impetuose.
Lì c’erano solo ricordi, vecchie cose. Imbambolata, sollevò le buste, spostò i fogli, scorse le scritte, finchè non trovò una cartellina rosa. Era lei che cantava, ora più che mai, imperterrita e ostinata nel diffondere quel motivo struggente.
Riconobbe all’istante il suo contenuto. Erano le loro lettere d’amore, i biglietti di San Valentino, le promesse sdolcinate, i compleanni condivisi, i loro Natali, i loro segreti. Era tutto lì. E da tempo non veniva aggiunto nulla.
Perché non si scrivevano più?
In mezzo, un cartoncino musicale aveva deciso di spargere la sua poesia senza nemmeno essere aperto. Così, all’improvviso. Nel giorno e nell’ora in cui lei stava per buttare via tutto. Un caso?
Lo estrasse dalla sua busta rossa. L’immagine in bianco e nero di due bambini che si baciavano su un balcone, incorniciata da tanti cuori colorati. Era chiuso, la sua batteria vecchia e scarica, eppure cantava a squarciagola, contro ogni legge della fisica.
Perché proprio ora? Che cosa le voleva dire?
Lo aprì. La grafia di lui le aveva scritto parole che non si potevano leggere ad alta voce, perché perdevano forza e sostanza.
Ma erano lì, impresse nel cartoncino. Per sempre. Impossibile dimenticarle.
La lacrime finora trattenute presero il largo nel suo viso, indipendenti e copiose.

 

Se ne stava lì, accovacciata a terra col biglietto ormai muto in mano, quando qualcuno entrò dall’ingresso.
Dimenticando tutta la rabbia e ricordando ciò che li aveva invece portati sino a quel momento, corse incontro ad abbracciarlo.
Sorpreso, lui la cinse con un solo braccio. Nell’altro reggeva un mazzo di rose rosse e profumate. Erano troppi anni che non gliele regalava più. Era passato davanti al fioraio e non sapeva nemmeno lui perché, ma aveva sentito il bisogno di entrare.
Una piccola busta fucsia cadde a terra.
Dentro c’erano promesse nuove.

 

Quando vi mancano le parole, lasciate parlare la carta.
Un biglietto diventa una potente ancora di salvataggio.

(c) 2016 Barbara Businaro

 

 

Il sole spargeva il suo primo tepore primaverile mentre una leggera brezza faceva risuonare le foglioline appena nate. Nessun altro rumore disturbava la placida calma di quel pomeriggio. Sarebbe stato un incantevole parco dove fermarsi a leggere una lunga storia, se non per la muta inquietudine del lieve tremolio di tutte quelle lucine ben ordinate in fila. Il cimitero non è un buon posto, per i vivi.
Angelo si aggirava sconsolato per i vialetti sassosi, seguendo la processione che stava portando il suo amico Gino all’ultimo viaggio. Settantacinque anni erano comunque gran parte di vita, ma andarsene scivolando sui tre gradini dell’ingresso di casa sembrava una terribile beffa del destino. E pensare che l’aveva salutato solo qualche minuto prima, all’edicola all’angolo, la scorsa domenica. Da sempre appassionato di calcio, Gino era stato il suo allenatore quando Angelo giocava nella squadra pulcini del quartiere. Da pensionato, lo si trovava puntualmente al bar Jolly a commentare le partite. Tranne le ultime. Sospirò.
“Lo mettono nell’ala nuova. Ha solo un mese, ma si sta riempiendo velocemente. C’è chi dice che non sia una cosa tanto normale…” Accanto a lui, Enzo indicava una parete risplendente del candore del marmo appena tagliato ed occupata solo per un quarto della sua capienza. Gli ultimi arrivati venivano alloggiati lì.
La tumulazione fu breve e silenziosa. Qualcuno si attardò a salutare i famigliari, ma Angelo decise di rimandare ad altra sede. Enzo vagava curiosando i nomi incastonati nelle lapidi recenti. Da quando si era sposato e diventato padre di due gemelli si incontravano solo per matrimoni e funerali. Angelo no, figli non ne aveva avuti, e un po’ lo invidiava.
“Questo te lo ricordi?” gli chiese l’amico.
“Il cognome non mi dice nulla, ma la foto…l’ho già visto…è una foto sfocata però.”
“E’ il custode del campo di calcetto.”
“No! Davvero? Appo?”
“Si, non so da dove gli arrivasse quel soprannome.”
“Ma lo avevo visto…credo un mesetto fa. Sembrava in gamba!”
L’occhio di Angelo si spostò alla scritta più in alto.
“Facchetti Armando. Ma non è mica il calzolaio, quello vicino alla vecchia fermata del bus?”
“Eh si, proprio lui” commentò Enzo.
Alzò la testa verso l’ultima lapide in cima.
“Ferrarese Virginia. Si, la conosco. E’ una delle signore del coro dove va anche mia madre…”
Proseguì alla colonna successiva, dal basso.
“Benetazzi Stefano. Pensa te, Stefano…pure lui…” Marmo lucido, fiori freschi, candela nuova. Infatti la data era recente, nemmeno venti giorni.
“Zanetto Anna. Me la ricordo…la conoscevo si, l’immagine incorniciata non è proprio attuale, ma è lei…”
Sembrava strano trovare in quella macabra lista così tanti volti noti. Di solito in una cittadina così sviluppata, con due grosse fabbriche che attiravano lavoratori dalla provincia, c’era sempre qualche cognome forestiero, intere famiglie che non si aveva modo di frequentare. Gli ultimi tre anni poi Angelo li aveva passati in viaggio per lavoro, precludendo qualsiasi attività sociale in loco.
Eppure li conosceva. Tutti.
Proseguì lungo la navata, leggendo via via nomi e cognomi, sbirciando le foto e confrontando le date dei decessi, tutte così incredibilmente ravvicinate. Persone di età e occupazioni diverse, qualcuno anche più giovane di lui, che a 44 anni a certe cose preferiva non pensare proprio.
Lo conosco…anche lei la conosco…si, me lo ricordo…anche lui…lo conosco…lo conosco…
Qualcosa di pesante gli opprimeva il respiro.
Angelo era sconcertato. “Ma davvero se ne sono andati tutti nell’ultimo periodo! Ma le cause? Sono morti di malattia? O qualche contaminazione ambientale?” chiese all’amico a fianco.
“No, no. Oddio, qualcuno sì è finito all’ospedale, ma alcuni sono stati proprio incidenti sfortunati. Pensa Appo! Fino alla sera prima mi dicono che faceva qualche tiro in porta a fine serata, prima di chiudere. E il giorno dopo mi va a cadere sulle scale?” Scosse la testa. “Non ci si crede…”
Il corteo si stava disperdendo. Anche loro imboccarono l’uscita attraverso il pesante cancello in ferro battuto.
“Che poi” continuò Enzo “le vecchie in chiesa ci stiano ricamando sopra mi pare ovvio. Da una settimana si trovano tutte le sere prima dei vespri a dire il rosario disperate. Perchè c’è il diavolo in città, dicono.”
Angelo sorrise. Credere a queste assurdità nel nuovo millennio. Di sicuro c’era qualche altra spiegazione plausibile. Qualcosa di nocivo scappato nelle falde acquifere, un virus mortale che veniva tenuto nascosto ai media e alla popolazione per evitare il panico, che procurava magari un eccessivo calo d’attenzione e problemi motori. Non c’era bisogno di scomodare il diavolo.
“Ti serve un passaggio fino in centro?” gli chiese l’amico.
“No, ti ringrazio. Visto che il tempo me lo consente, vado a piedi e ne approfitto per fare qualche telefonata di lavoro. Salutami Laura e i gemelli.”
Enzo si congedò con un cenno del capo e partì al volante della sua vecchia Alfa, seguito da una nuvola fumosa e puzzante odore di diesel. Dovrebbe far controllare quel rottame, pensò Angelo.

 

 

“Com’è andata giù a Roma?” gli chiese il padre.
“Tutto bene” rispose Angelo togliendosi la giacca. “Trasferta tutto sommato tranquilla, riunioni di routine.”
Sua madre comparve veloce dal cucinino. “Scusami caro, stasera sono un po’ in ritardo con la cena. Ho finito tardi in chiesa. Mi ci vogliono ancora dieci minuti.”
“Non preoccuparti mamma.” Dopo il divorzio, Angelo approfittava spesso della compagnia dei genitori, che mangiare da solo era una desolazione.
“Come mai in chiesa?” domandò a suo padre, che stava leggendo il giornale in poltrona.
“E’ andata al rosario…a pregare con le altre vecchie, prima che il diavolo ci porti via tutti!” sbuffò, ripiegando il quotidiano sul tavolino.
“Ti ho sentito!” gridò la moglie dall’altra stanza. “Dopo quel che è successo anche settimana scorsa, c’è poco da ridere.”
“Che è successo?” chiese Angelo prendendo il giornale per sè.
“C’è stato un brutto incidente, un auto è finita in canale, è morto un commercialista del centro…”
Angelo fissava inorridito la foto ingrandita della vecchia Alfa che una gru stava sollevando dall’acqua. “Morto annegato in pochi minuti, l’autopsia esclude un malore, si ipotizza un guasto meccanico” diceva il titolo a piena pagina.
“Porca miseria…” La voce gli si spezzò in gola.
“Lo conoscevi?”
“Si…Enzo…giocavamo a calcetto insieme anni fa…” Stentava a crederci. Ma se si erano visti…quando? Proprio la scorsa settimana! Lesse veloce il trafiletto. “L’incidente di giovedì.” Cavoli, si erano appena lasciati al parcheggio del cimitero e lui stava tornando a casa! Aveva preso l’argine, strada un po’ stretta, ma consentiva di saltare tutto il centro città. Deglutì. Avrebbe potuto esserci anche lui a bordo. E forse si sarebbero salvati. O forse no.
“Voi pensate quel che volete, ma c’è qualcosa di malvagio in tutte queste morti improvvise!” La madre posò la pentola della pasta sul tavolo ed iniziò a riempire i piatti.
“Oh donna, non dire sciocchezze!” rispose il marito versandosi un po’ di vino.
“In effetti fa impressione vedere tutte quelle nuove tombe, in così poco tempo. Però Enzo guidava un catorcio e glielo dicevamo tutti di stare attento…ma non pensavamo certo che potesse finire così male, mio Dio!”
“Beh, nemmeno noi pensavamo che Virginia potesse fare un infarto in quel modo! L’avevamo vista quel giorno che mi hai accompagnato dal medico, ridordi? Le aveva appena consegnato le analisi, perfette! Nemmeno un valore fuori norma! L’han trovata distesa a terra il giorno dopo, i vicini richiamati dai continui lamenti del suo cane. Han detto che aveva gli occhi sbarrati, un’espressione orribile…proprio come se avesse visto il diavolo!” Terminò la frase facendosi il segno della croce.
“Santa pazienza…avrà capito che stava avendo un infarto, che comunque era una persona a rischio, lo sai!” sbuffò il padre.
Angelo era scettico. “Ma a parte questi casi, che possono rientrare nella normalità, non è che forse ci stanno nascondendo qualche epidemia?”
“Beh, la maggior parte in realtà sono incidenti, stando a quel che scrivono sui giornali. Se poi ci sia qualcosa che prende, che sò, i nervi, questo non ce lo diranno mai.”
“Ma quale epidemia! Sono tutte persone sanissime” disse la madre portando il cestino del pane in tavola. “Fino al giorno prima. Vedi Renato. L’han visto uscire dal supermercato con le buste della spesa e mentre stava attraversando la strada, deserta a quell’ora, un’auto grossa l’ha preso sotto e lasciato lì. E’ scappata e non l’hanno più rintracciata. Non sanno nemmeno che macchina fosse. Ma lui stava benissimo prima!”
“Ma chi mamma?” chiese Angelo servendosi del contorno.
“Draghin, il figlio. Quello della ferramenta. Il figlio però faceva l’assicuratore.”
La forchetta di Angelo cadde con un tonfo sul piatto. “Renato Draghin? Ma no!” esclamò.
“Un altro tuo amico?” domandò il padre.
“Si… L’ufficio e le auto aziendali sono assicurate con lui. Il suo studio non è molto distante e ci portava le quietanze di persona…Ma cavoli! L’avrò visto neanche…due settimane fa credo.”
“E’ successo di lunedì. Me lo ricordo perchè sono andata dal panettiere di pomeriggio, che il lunedì mattina è chiuso. E ho trovato la Giuseppina, che era appena successo l’incidente.”
“E io quando l’ho visto…stavo tornando da un pranzo di lavoro veloce. L’ho incrociato sul marciapiede e ci siamo salutati…ero con il delegato della EcoPlus…” Angelo cercava di ricordare che giorno fosse, avrebbe dovuto controllare l’agenda per dirlo con sicurezza.
“In giro dicono che fosse uno dal piede pesante, quando guidava lui. Ironia della sorte” commentò il padre.
“Un motivo in più per pregare per la sua anima. E per pensare che ci sia qualcosa di diabolico in tutte queste morti assurde” concluse la moglie. “Non ti farebbe male venire in chiesa, sai?”
Il padre sbuffò. Dal canto suo, Angelo aveva perso l’appetito. Due amici scomparsi così, in modo paradossale. Appena il tempo di salutarli! L’ansia gli chiuse la bocca dello stomaco ed uno strano tormento gli affollava i pensieri. Lo stesso giorno. Pochi attimi prima. Che triste coincidenza. Avrebbe potuto fare qualcosa?

 

 

“Francesca, faccio un salto giù in tabaccheria. Torno subito.” Angelo passò davanti alla ragazza della segreteria, la quale annuì solamente con la testa continuando la conversazione al telefono.
Il tempo ballerino di marzo e quel continuo passare dal riscaldamento del proprio ufficio all’aria condizionata delle sale riunioni dei clienti gli stava mettendo a tappeto la gola. Aveva bisogno delle sue Fisherman’s.
Entrò nel negozietto angusto, salutò il commesso e afferrò il pacchetto dall’espositore sul bancone. “Queste, grazie.” Pagò e si voltò per uscire quando una voce lo fermò all’istante.
“Angelo, ciao! Come stai? Che piacere! E’ un po’ che non ci vediamo!”
Dietro di lui, in completo Armani nuovo di zecca e con al polso l’ultimo smartwatch uscito nemmeno da una settimana, Giulio, suo vecchio compagno di liceo. Sul viso la solita aria ruffiana a cui doveva la carriera. Fuori dalla vetrina intravvide, parcheggiata in seconda fila, davanti ad un posteggio giallo per disabili, una BMW i8 grigia perfettamente lucidata.
“Tutto bene, grazie. E tu?” rispose apparentemente tranquillo.
“Splendidamente! Oggi sistemo le ultime cose e domani parto per una settimana di ferie ai Caraibi. Ho raggiunto tutti gli obiettivi fissati per l’anno dal consiglio di amministrazione e vado a godermi il premio produzione al caldo.”
“Si, ho letto tra la rassegna stampa che avete chiuso con un buon fatturato. Complimenti.”
“Ah, ma non era quello il mio obiettivo! A me avevano assegnato il compito di fare piazza pulita dei vecchi dipendenti del servizio assistenza. Contratti di lavoro troppo costosi, con almeno un decennio di anzianità e poco portati ai trasferimenti. Non potevamo licenziarli noi, quindi ci siamo impegnati per farli uscire volontariamente. In un solo anno abbiamo rinnovato tutto il reparto, quaranta persone!”
Un tagliatore di teste. Un rovina famiglie. Il sorriso di soddisfazione di quell’uomo era un ghigno malefico. Era un pezzo di merda già quando studiavano nella stessa classe, dove utilizzava il suo fascino per conquistare le studentesse e ingraziarsi le insegnanti o i suoi ricatti per zittire i compagni maschi che si ribellavano ai suoi scherni. Il mondo è dei furbi. E degli stronzi.
Angelo cercò di mascherare l’espressione di schifo che quell’incontro gli stava provocando. E di tornare in velocità tra la quiete sicura dell’ufficio.
“Bene, un ottimo risultato davvero… Sono stato contento di rivederti, ma devo scappare, che tra mezz’ora ho una conference call con un cliente estero…”
“Certo, certo. Sempre di corsa voi eh? Magari ci troviamo a pranzo quando rientro. E magari posso trovarti una posizione migliore da me!” Gli strizzò l’occhio mentre gli stringeva la mano con troppo calore.
Con sollievo Angelo percorse il marciapiede che lo riportava al lavoro. Pensieri funesti e assassini gli invadevano il cervello. L’onestà davvero non paga. Quaranta famiglie ridotte sul lastrico, con mutuo e figli. E non per mancanza di lavoro, ma solo per opportunità economica. Lavorare alle dipendenze di un tale essere? Non sarebbe più riuscito a guardarsi allo specchio. Che quell’uomo non meritava nemmeno l’aria che respirava.
Il front office appariva deserto, le ragazze dovevano essere andate fuori a pranzo. Dalla sala riunioni sentiva le voci concitate dei colleghi, ancora impegnati ad analizzare il misterioso ritardo di un progetto. Sarebbe uscito anche lui più tardi, non voleva rivedere Giulio ancora in zona nemmeno per sbaglio.
Si rintanò dietro la sua scrivania, a lavorare alla stesura di un documento che doveva inviare entro sera al suo capo area. Aveva mandato in stampa la bozza prima di recarsi in tabaccheria, ma la stampante ora gli mostrava solo il led rosso di errore. Cartuccia del nero terminata.
Raggiunto lo sgabuzzino della cancelleria, mentre stava rovistando tra le scatole dei vari tipi di ricambi e colori, una voce lo cercò a squarciagola dal corridoio.
Francesca comparve sulla porta spaventata, trattenendo a stento le lacrime. “Oddio, sei qui…pensavamo fossi tu…quando siamo tornate i ragazzi hanno detto di non averti visto…ossignore, meno male…sei qui…”
Si avvicinarono anche le altre, visibilmente scosse.
“Si, sono qui. Ma che è successo?”
Rispose la nuova stagista. “Siamo passate davanti alla tabaccheria, di ritorno dal bar all’angolo. Ci sono i carabinieri…hanno delimitato la zona, stanno facendo dei rilievi…e hanno portato via una persona con l’ambulanza, a sirene spente. Abbiamo chiesto a Roberta, della cartoleria. Ha detto che c’è stata una rapina, ed hanno sparato in testa ad un cliente…”
“Hanno detto che era un signore distinto, in giacca e cravatta…e tu sei uscito poco prima di noi…e nessuno ti ha visto rientrare…” concluse Francesca affannata.
“Buon dio…no, sono rientrato subito, sono qui da mezz’ora!” Cercò di apparire tranquillo, ma davvero avrebbe potuto essere lui, questione di minuti, di attimi. E poi un pensiero attraversò fulmineo la sua mente. “C’era una BMW sportiva davanti al negozio? In doppia fila?”
“Eh si, si si, l’ho vista! In effetti ha anche intralciato l’arrivo dell’ambulanza…era proprio in mezzo!”
Un brivido freddo gli percorse tutta la schiena.
Rassicurò le ragazze che tornarono rincuorate alle loro postazioni. Mentre lui davanti al monitor continuava ad aggiornare il browser sulla pagina del quotidiano locale, quella dedicata alle notizie dell’ultim’ora. Finchè il trafiletto comparve.
“Rapina a mano armata in tabaccheria del centro, finita tragicamente. La vittima, Giulio Gabetti, 44 anni, era entrato per acquistare un pacchetto di sigarette.”

 

 

Non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte. Continuava a ripensare a Giulio, ma anche agli altri incidenti, quel lungo elenco di persone scomparse in maniera insolita, sconvolgendo la statistica dei decessi del luogo e pure la tranquillità cittadina. Rivide ad uno ad uno i loro volti e l’ultima occasione in cui li aveva incontrati. Non ci poteva giurare ovviamente, ma aveva la sensazione di averli salutati tutti lo stesso giorno del loro ultimo respiro.
Quand’era cominciato tutto? Non avrebbe saputo dire chi fosse il primo in ordine cronologico, ma la ricerca dell’inizio della catena di queste sventure gli portò alla memoria un’altra circostanza bizzarra.
Alla stazione della metro a Milano, un mese prima, una zingara accartocciata in un angolo si era particolarmente inalberata contro la sua mancata questua. “La morte ti segue” gli aveva annunciato funesta, un occhio nero come la pece, ed uno completamente bianco, assente. E si era affrettata al segno della croce cristiana.
Lì per lì l’aveva irrisa. “Come no! Basta che non mi sorpassi!”
Alla luce dei recenti eventi, quella frase suonava in tutt’altro modo. “La morte ti segue.”
Stava vaneggiando. Erano solo sciocchezze, coincidenze. Che senso aveva tutto questo altrimenti? Aveva bisogno di capire, di ragionare, con calma. E la notte, silenziosa e sepolcrale, certo non portava niente di buono, men che meno consiglio. Ingoiò due pastiglie di sonnifero, di quelle che il medico gli aveva prescritto per superare il divorzio. Si mise a letto, a fissare ostinatamente il soffitto e le sue elucubrazioni, finché il sonno farmaceutico non lo travolse.
Il mattino si prese permesso dal lavoro, con una scusa. E si recò in visita al cimitero, in cerca di smentite e rassicurazioni. Il brutto tempo della sera prima aveva lasciato un cielo pieno di nuvole ancora grigie di pioggia, così che questa volta parco e tumuli non dimostravano alcuna accoglienza. Anche trovarsi solo lui e il guardiano in questa distesa di anime a riposo gli restituiva un senso di precarietà e solitudine.
Davanti alle lapidi dell’ala nuova, cominciò a confrontare le date delle iscrizioni con la sua agenda di lavoro. Gino l’aveva visto proprio la stessa domenica. Appo, al secolo Antonio Brancaccio, era morto il mese scorso, al 22. Scorse le pagine e sì, il 22 lui era proprio andato a salutare i ragazzi al campetto, si era segnato l’appuntamento. Armando, il calzolaio, scomparso invece un sabato. Non aveva scritto nulla per quella giornata, ma quello poteva essere il sabato che aveva accompagnato suo padre al mercato rionale e di sicuro erano passati davanti al negozio di Armando. Qualche passo più in là, la foto di Virginia: come aveva detto sua madre, era morta proprio di martedì, quando a calendario aveva il permesso per portarla dal medico. Stefano era un corriere e spesso si trovavano nello stesso bar per il caffè del mattino, difficile dire se l’aveva incrociato anche quel giorno. Chissà cosa gli era successo… E la signora Anna? Abitava alla fine della via del quartiere di Angelo. Boh…s’imbattevano spesso la sera sul marciapiede quando lui metteva fuori i bidoni per la raccolta dei rifiuti e lei portava a passeggio il cane per l’ultima uscita.
Andò avanti così per un’ora, scorrendo date e impegni, ricordi e eventualità. Li conosceva proprio tutti, nemmeno un estraneo. E forse li aveva davvero salutati tutti, il loro ultimo giorno. Solo di cinque o sei non era certo, ma sentiva le probabilità quasi come certezze. La testa cominciò a girargli e la vista si fece sfocata. Si sedette nella panchina all’ombra di un austero cipresso.
“La morte ti segue.”
Forse era portatore sano di una pestilenza. Li aveva incrociati, magari toccati o sfiorati e trasmesso un qualcosa che nel giro di poche ore li aveva ammazzati. O attaccando direttamente il corpo, o minando le loro azioni e causando involontariamente gli infortuni di cui erano rimasti vittime. Appo scivolato sulle scale di casa e deceduto per aver battuto il cranio sullo spigolo dello scalino. Enzo annegato con l’auto nel canale, ma la cui autopsia aveva rivelato di essere prossimo ad un infarto.
Scosse la testa stizzito. Stronzate! E tutti gli altri che sopravvivevano alla sua presenza? Genitori, colleghi, segretarie, clienti, tutti quelli sul vagone del treno lo scorso venerdì, la gente in pizzeria sabato sera, il cameriere che aveva raccolto il suo piatto e il suo tovagliolo. Non poteva essere per semplice contatto.
Forse…inavvertitamente…aveva provato rabbia quando li aveva incrociati? O un sentimento di rancore, anche assopito, nei loro confronti per qualche vecchio screzio?
Oddio! Questo mese aveva visto anche lei! Si erano ritrovati in banca per sistemare la vendita della casa e la chiusura del mutuo. Non l’aveva più sentita da allora. E se le fosse successo qualcosa?
Estrasse dalla tasca interna il cellulare e selezionò in rubrica il suo nome, accompagnato da una delle poche foto che li ritraeva ancora felici. Noemi, sua moglie. Anzi, sua “ex” moglie. Avrebbe dovuto abituarsi a considerarla così, anche se gli costava parecchia fatica.
Dovette attendere otto squilli prima che gli rispondesse. “Che vuoi? Sono al lavoro.”
Nonostante il tono sgarbato, Angelo si sentiva sollevato. “Ciao, scusami…volevo sapere se era tutto a posto.”
“ A posto cosa?”
“…eh, si, i documenti…li hai poi controllati?” Certo non poteva spiegarle quella telefonata.
“Si, sono in regola. L’agenzia li ha già mandati avanti per la vendita. Si faranno sentire loro per il rogito.”
“Benissimo. Ti ringrazio. Buona giornata.” Dall’altra parte arrivò un clic senza calore. Era ancora viva e, nonostante tutti i guai che aveva passato, lui era contento. Il matrimonio gli era sgusciato dalle mani, senza nemmeno rendersene conto, troppo impegnato nel lavoro per condividere il resto di se stesso.
Per fortuna non le era accaduto nulla. Non se lo sarebbe mai perdonato.
…perchè lei no? Qual era dunque la differenza?

 

 

Dopo un pomeriggio poco proficuo al lavoro, con la mente impegnata in deduzioni tutt’altro che logiche, decise di mettersi alla prova. Lui e questa nuova capacità acquisita di regalare il sonno eterno.
Pensò ad una vittima sacrificale adeguata. Qualcuno con cui avesse un conto in sospeso, tale da incitare la sua volontà di giustizia, ma la cui mancanza non fosse un gran danno per la società. E per la sua coscienza già provata.
L’insegna, più che il nome, gli venne in mente subito. Si, non sarebbe stata una gran perdita. Anzi, il genere femminile avrebbe anche potuto essergli riconoscente!
Il Baio doveva la sua nomea di stallone purosangue alla facilità con cui passava da una donna all’altra, quasi sempre devotamente sposate, secondo lui “le migliori: niente impegno, niente stress, solo sesso”. In realtà qualche grattacapo glielo davano eccome. Si vociferava di discese improvvisate con le braghe in mano dai balconi delle amanti, all’arrivo di mariti armati di fucile da caccia. O di temerari inseguimenti di innamorate ferite lungo strade di campagna, dove l’avevano sorpreso in mezzo al grano alto in compagnia di fresche conquiste. E di sceneggiate in pubblica piazza tra queste austere signore, scambiate dai relativi consorti per futili litigi da parrucchiere. Che l’amante del Baio era sempre la moglie di qualcun altro, non certo la loro!
Pur essendo chiaramente conosciuto come un ballerino sciupafemmine fedifrago, ognuna di loro era convinta di essere l’unica che avrebbe potuto redimerlo. E ovviamente lui approfittava della loro sfortunata ingenuità. Altra canzone, altro giro di latino-americano, altro letto. Cambiava donne come cambiava i calzini il giorno dopo, via nel cesto della roba sporca. Una volta lavati, quelli di qualità diventavano resistenti al tempo, utilizzabili in qualunque occasione, comodi in ogni scarpa; altri perdevano in morbidezza ed elasticità e finivano come pezze da grasso in officina.
Perché il Baio era un meccanico, le mani le sapeva usare bene anche sui motori. Ma era parecchio costoso.
Le auto riparate tornavano troppo spesso da lui per qualche altro difetto intercorso. Le sue fatture, quando su richiesta le emetteva brontolando, rischiavano di diventare pressanti quanto le rate di un mutuo.
Il padre di Angelo aveva portato sempre lì la vecchia auto, finchè il figlio si era deciso a farla vedere a sue spese al reparto assistenza del concessionario ufficiale. Sotto i suoi occhi, il tecnico aveva sfilato un filtro olio intasato. “Questo non è mai stato cambiato, vede? Le viti sono ancora originali. E’ stato al massimo aspirato…e pure male. Il collega ha anche verificato che nemmeno il gas del condizionatore è stato ricaricato correttamente.” Lo guardava con aria dispiaciuta, ma ovviamente non era colpa sua. L’auto fu poi messa davvero a puntino e da allora, fatalità, non aveva più dato problemi di sorta.
Angelo passò all’officina prima di rincasare. Si presentò senza giacca e cravatta, con aria rilassata, nonostante l’intento che lo portava lì. Il Baio stava calando sul banco il motore appena tolto da un cofano aperto di una vecchia Golf, alquanto sciancata.
“Toh, guarda, guarda chi si vede…” esclamò sornione.
“Ciao, come va?”
“Bene, bene…è un periodo di vacche grasse!”
“Grandi affari, adesso che non c’è più la rottamazione statale?”
“Ah? Si, ma non parlavo di lavoro…ne ho una tra le mani che mi dà parecchie soddisfazioni…mi sfianca…aveva un sacco di arretrato dal fidanzato, si vede…”
Perchè il Baio non nascondeva mai i suoi traffici. Persino alle donne diceva subito “Non sono l’uomo giusto per te, ti farei solo del male”, innescando l’inevitabile sindrome da crocerossina.
“Sempre indaffarato, eh?” lo canzonò Angelo.
“Ma taci và! Se la Ludovica sapesse che sto lucidando un’altra carrozzeria…quella mi castra e lo butta a mare…Eh, io son comunista, mi piace condividere con tutte!”
Scoppiarono a ridere.
“Che ti serve? Non hai tutte auto aziendali, tu, col service già pagato?”
“Non è per me. E’ la vecchia carretta di mio padre. Che lui non mi dice niente, ma mia madre si è lamentata di strani rumori e che si sentono particolarmente le buche. Secondo me, le sospensioni sono andate.”
“Si, mi ricordo che non erano messe benissimo…e ti parlo di un annetto fa. Aveva anche le pastiglie dei freni delle anteriori da cambiare.”
“Su per giù, di che cifra parliamo?”
“Eh, mettendo su dei ricambi della casa, che non fanno mai grandi sconti…penso che siamo sui 600 euro per le quattro sospensioni. E le pastiglie te le cambio su quel conto, dai. Ti faccio bene.”
Già, pensò Angelo. Mi fa proprio bene. Lo stesso lavoro mi è costato esattamente 532 euro, fatturati e in garanzia del concessionario.
“Ok, e quando te la posso portare?”
“Settimana prossima ho già un cambio di un’Alfa da riparare, facciamo quella dopo.”
“Ok, perfetto! Ti saluto che devo scappare!” Angelo tenta di stringergli la mano, ma l’altro gli mostra di essere completamente sporco di grasso del motore che aveva ormai smontato sul banco.
Si assicurò allora di dargli almeno una pacca sulla spalla, sperando che quel contatto fosse sufficiente ad innescare la reazione mortale.
Ora doveva solo attendere.

 

 

Dormì sonni agitati. E il mattino successivo si precipitò all’edicola in cerca di notizie. Niente. Sfogliò vari quotidiani, ma nessun incidente era occorso.
Provò a chiamarlo in officina, ma non rispose nessuno per tutto il giorno. Il cellulare era staccato. Magari era impegnato in uno dei suoi tour de force sessuali, approfittando di qualche marito lontano da casa.
Dopo il lavoro passò nuovamente davanti la sua abitazione: il laboratorio al piano terra aveva già la serranda abbassata e l’appartamento sembrava chiuso per la notte. Forse era andato a ballare, era venerdì sera dopotutto ed uno come il Baio certo non lo passava sul divano!
Il week end divenne interminabile. Era chiaro che la prova non aveva funzionato. Eppure gli sembrava che gli elementi ci fossero tutti. Cosa mai poteva mancare?
Riconoscendosi al limite della pazzia, arrivò a mettere in una tabella tutte le variabili che gli venivano in mente, delle varie persone decedute nell’ultimo mese e del suo incontro con queste. O per lo meno, quel che ne ricordava. Contatto, distanza, compresenza di altre persone, fascia d’orario, salute della vittima, stato emotivo provato, tempo meteorologico. Ma non era riuscito a cavarne alcunché. Nessuna relazione apparente.
Preoccupato perché non conosceva davvero la fonte di quelle disgrazie, si recò a cena dai genitori la domenica sera.
“Hai una brutta cera. Stai bene?” gli chiese il padre alla porta.
“Si, sono solo un po’ stanco. Avrei bisogno di un po’ di ferie. Mamma?” La casa era stranamente vuota della sua presenza, nessun profumo dalla cucina, tavola ancora sgombra.
“E’ andata in chiesa anche stasera, ed è in ritardo, al solito. Siediti intanto. Toh, leggiti il giornale in pace, finché non arriva.”
Ed eccola lì, la faccia del Baio in prima pagina. La foto doveva essere presa direttamente dalla carta d’identità, perché decisamente ringiovanito rispetto a come l’aveva visto lui. Il titolo a caratteri cubitali era la notizia principale: “Morto schiacciato dal ponte sollevatore”.
L’avevano trovato quella mattina, dopo tre giorni, solo perché un cliente aveva bisogno dell’auto in consegna e si era presentato in officina addirittura con i carabinieri. Nessun’altro lo aveva cercato. Nessun parente, nessun amico, nessuna moglie, nessuna fidanzata, nemmeno una delle tante amanti.
Solo.
“Eh, hai visto? Che brutta fine…” Il padre scosse la testa. “Pare che abbia anche avuto una lunga agonia, prima di spirare, che il peso gli ha schiacciato le costole e mozzato il respiro, ma cuore e cervello han continuato per un po’…”
Cazzo, pensò Angelo, le ha pagate tutte in un sol colpo.
“Io comunque non ci credo a un incidente. Aveva troppi nemici in giro…tutti i cornuti del paese, per non parlare dei conti salati. E poi Sandro stamattina al bar m’ha anche detto che pare fosse un usuraio…”
“Pure!” esclamò il figlio.
In realtà stava pensando ad una cosa sola: aveva funzionato. Alla grande, anche! Dunque era davvero lui il responsabile, il seminatore di morte. A questo punto, non poteva aver dubbi. Le coincidenze non esistevano più. La Morte lo seguiva davvero, e lui la dispensava. Forse poteva aggiungere che la vittima doveva essere “sporca”. Ma chi, dopotutto, non aveva qualche scheletro nell’armadio? Chi poteva permettersi di scagliare la prima pietra senza peccato?

 

 

Il lunedì mattina vide una nuova luce, nonostante il cielo intriso di pioggia. Con una forza rinnovata, si vestì di tutto punto e chiese un appuntamento al gran capo in sede centrale. Dato che non si vedevano spesso ed Angelo era uno dei suoi commerciali di punta, gli era stato confermato subito.
Aveva deciso di puntare davvero in alto stavolta.
No, non stava agendo per mero interesse personale. E’ vero che sarebbe diventato sicuramente lui il nuovo amministratore delegato, ma avrebbe anche sistemato i casini in azienda. Avrebbe riassunto all’istante un paio di colleghi cacciati in malo modo, anche Carla, la segretaria del quinto piano. Gli mancava terribilmente ed era stanco di farsi scrupoli. Ora era divorziato, no?
Avrebbe ristabilito l’ordine delle cose.
Perché lui era partito dal basso, dieci anni di sudata gavetta. Niente tessera politica in tasca e niente matrimonio azionario di convenienza. Nessun patrimonio di famiglia da dilapidare.
Era ora di dare una scossa al sistema.
Pensava ardentemente questo, mentre entrava nel palazzo attraverso la pesante porta vetrata.

 

 

“Sei un’idiota!”
“Ma capo…”
“Ti rendi conto che è più di un mese che segui la persona sbagliata?”
All’angolo della via due loschi figuri litigavano a bassa voce. Il più giovane, nome in codice Morte, fingeva di leggere il giornale. Il suo superiore, detto Comando, ostentava una telefonata al cellulare.
“Capo, a Milano mi hai detto di ammazzare Faccia d’Angelo…e io gli sono stato appresso tutto il tempo. Ho pure rischiato di essere riconosciuto!”
“La Morte ti segue” gli aveva urlato dietro una vecchia megera in metro.
“Quello non è Faccia d’Angelo, cretino!”
“Ma ma ma si chiama Angelo…me l’hai indicato tu! Che che che ne so io…che si assomigliano pure!”
Tra le pagine del giornale, reggeva la foto segnaletica di Faccia d’Angelo. Da lontano sembrava proprio l’uomo che stava cacciando ostinatamente da un mese.
“ORA BASTA! Hai sbagliato troppe volte! Ti mando a Roma a sistemare un politico e mi ritrovo con una ragazzina stecchita per errore all’università. Ti spedisco a Venezia a immobilizzare un mafioso russo e mi fai saltare per aria due poveri turisti che passavano lì per caso. Non ci si può fidare di te! Un mese che bazzichi da queste parti, chissà quanti ti hanno notato. Magari pure lui!”
Osservò l’altro uomo attraversare la strada di fronte a loro e avvicinarsi alla lussuosa entrata alla base delle tre torri specchiate dell’edificio dirigenziale.
“Adesso ci penso io a risolvere la questione.” La voce risoluta di Comando non ammetteva scampo.
Chiuse la finta telefonata e con assoluta calma ripose il cellulare in tasca. Estrasse dal soprabito una pistola col silenziatore e fulmineo la puntò sicuro sull’obiettivo. Nessun rumore. Qualche frazione di secondo dopo il collega al suo fianco cadde riverso in avanti.
“Dovevo cambiare assistente molto tempo fa.”
Guardò nuovamente lo sconosciuto sparire all’interno dell’edificio e se ne andò scuotendo il capo, lasciando dietro di sé l’ultima delle morti inspiegabili.

 

(c) 2016 Barbara Businaro

 

Note:
Mai mettere di mezzo il diavolo in un racconto. Credo se la sia presa male, che non mi lasciava mai terminare…

La colonna sonora di questo testo è “Dangerous” dei Big Data. Qui vi riporto il video nella versione “pulita”, anche se io preferisco quello ufficiale, in versione “splatter” (la trovate sempre su YouTube, non andateci a stomaco pieno però!).

Uno scrittore dovrebbe essere in grado di scrivere qualunque cosa, senza porsi alcuna limitazione. Che poi gli riesca meglio lo sviluppo di alcune storie rispetto ad altre (un romanzo giallo piuttosto che un libro fantasy) dev’essere una questione di preferenza ed opportunità. Ma non di paura o convenienza. La creatività non deve avere freni.

E’ da questo principio che Silvia Algerino di Lettore Creativo, ospitando il “blog tour” di Michele Scarparo di Scrivere per caso, ci ha invitati a scrivere una versione del “Thriller Paratattico” andando oltre i nostri limiti e divieti inconsci. Del Thriller Paratattico ho già parlato in un precedente post, Piccole soddisfazioni in rosa, quando ho vinto la sfida della scrittura in versione romantica. Questa volta però non è stato affatto così semplice.

“I gatti non hanno nome, questo lo sanno tutti. Il problema è che senza un nome i gatti non rispondono, e perché mai dovremmo volere un animale che non viene quando lo si chiama?”
I gatti non hanno nome, di Rita Indiana, NNEditore

Non è vero.
Simba sapeva di essere Simba, eccome se lo sapeva. Sapeva anche di essere il nostro Sfigatto. Se chiamavo anche solo “micio” era lei che si voltava. Anche se il suo nome preferito era lo scuotimento assassino della scatola di croccantini. Lo recepiva per chilometri, ed arrivava a velocità che Usain Bolt risulterebbe una schiappa. Se però aveva già mangiato, potevi chiamarla per minuti e non si spostava di un millimetro, nemmeno da sotto il tuo naso. Ti guardava con l’occhio assonnato e menefreghista di chi ha già la pancia piena.

Otto chili di fusa e pelo morbido. Otto chili che ti graffiavano la schiena quando la tiravi giù da qualche posto impervio. Che a salire è facile, ma scendere è un’altra cosa. Otto chili di paciosa serenità, accoccolata tutte le sere sulle ginocchia del padrone, mirabolante ponte tra il divano e il tavolino del salotto. Il nostro personalissimo scaldotto ronfante.

Perché è lei che ci ha scelti.
Una mattina di primavera è comparsa in un angolo del giardino, timorosa, magrissima, patita, affamata.
Le lasciammo un piattino di latte tiepido fuori dalla porta e la tranquillità di cibarsi indisturbata.
Tornò l’indomani. Rimettemmo il piattino.
Dopo un paio di giorni si lasciò guardare a distanza. Probabilmente dormiva nascosta sotto la siepe.
Dopo una settimana si lasciò accarezzare dalla signora che le portava il latte.
“Non verrà mai in casa, starà solo in cortile. Niente bestie in casa!”
Alle prime piogge entrò dalla porta di servizio in cerca di riparo, “ma solo qui giù in lavanderia!”
Un giorno salì per le scale e arrivò in cucina per pranzo, “ma solo perché ci siamo noi e ci sente parlare!”
Poi venne a salutarmi alla scrivania, raggomitolandosi sulle mie gambe mentre io studiavo, “ma assolutamente non nelle camere!”
E nel giro di nemmeno un anno arrivò a dormire tutte le sere sopra il letto padronale.
Mettendosi in mezzo, come i bambini, e allungandosi, allungandosi, allungandosi da spostare gli astanti all’orlo del materasso.
E guai se mancava, quelli mica dormivano più! Capaci di aspettarla alzati quando tardava nei suoi vagabondaggi notturni.
“Eh, dove sei stata stronza? Ti pare l’ora di tornare a casa questa? Il coprifuoco ti metto!”
Sembravano sgridare i figli, parlavano col gatto.

Perché era il Quinto Elemento, parte integrante della famiglia.
Che sapeva anche come partecipare al sostentamento e all’economia domestica.
Di tanto in tanto compariva sull’uscio di casa con una tortora o un passerotto in bocca, la sua preda. Lasciava il corpo del reato in bella vista sul tappetino fuori, perché potessimo ammirare la sua bravura e la sua indipendenza.
Ed era bene riconoscerle subito il merito della caccia, altrimenti iniziava a dare fervide dimostrazioni di come aveva agguantato il bottino, sballonzolandolo in giro per il garage e seminando penne ovunque.
Con nostra somma disperazione.
“Hai la ciotola piena di croccantini, hai mangiato anche la scatoletta…cosa serviva farlo fuori, quel poveretto?!”
C’è stato un periodo in cui non volava nemmeno più una mosca a tiro di Simba.

Dev’essere stato lì che ha preso il vizio di uscire sul sottotetto in cerca di nidi freschi.
Nelle giornate di bel tempo, lasciavamo il balconcino della mansarda aperto e la porta socchiusa, perché circolasse aria.
Le prime volte dev’essere andata e tornata senza che ce ne accorgessimo. Un sabato si dev’essere addormentata al tepore del sole, mentre noi abbiamo chiuso tutto anzitempo. Stavamo per uscire fuori a cena, quando dalla strada abbiamo intravisto Simba sul tetto che ci miagolava disperata.
Non ci degnò di uno sguardo per due giorni. Era il suo modo di essere arrabbiata.

Sapeva anche come divertirsi e giocare con noi.
Le ore di pulizie erano le sue preferite, con le porte tutte aperte, le sedie sollevate e grandi spazi dove correre.
Era terrorizzata dal manico della scopa. Abbiamo subito capito cosa poteva aver patito prima di arrivare da noi.
Invece rincorreva il filo elettrico dell’aspirapolvere, mordicchiandolo, ignara del pericolo e compiaciuta delle nostre reazioni stizzite. E poi si metteva a giocare a nascondino per le scale ed i pianerottoli. Si acquattava per terra, col culo per aria e ti puntava fisso come per azzannarti. Se ti giravi per inseguirla, partiva a raffica a correre, saltava i gradini e non la trovavi più.
Una volta mi sono dimenticata di togliere il tappeto del mezzanino.
E’ arrivata lanciata, ha derapato col sedere in curva, il tappeto s’è ammucchiato, chiudendola dentro come una salsiccia e sbattendo sulla porta della camera chiusa in angolo.
Offesa, per quel giorno non ha più giocato.

Lavare i pavimenti con lei in circolazione era un’altra impresa. Le piaceva davvero riempire le mattonelle di fiorellini.
Appena finito di passare lo straccio, guardavi indietro ed era pieno di pecchette, una lunga scia tortuosa. Toccava chiuderla altrove e ricominciare.
Per lo stesso motivo, tenevamo un asciugamano pronto per le sue zampette nei giorni di pioggia.
“O dentro o fuori! Che piove!”
Pulite le sue scarpe morbide dal fango, mangiava un paio di croccantini, leccava un po’ d’acqua, si buttava a terra ai tuoi piedi rotolando per chiedere coccole. E tempo dieci minuti era di nuovo sotto la pioggia. Se al ritorno ti rifiutavi di farla entrare, cominciava col suo miagolio lamentoso strappalacrime. E finivi per aprirle e asciugarla daccapo.

Stiamo parlando di una gatta intelligente eh, mica la si fregava. Se il microonde non faceva ding, lei il latte non lo leccava.
Perché lo sapeva bene che senza il ding, il microonde non scaldava e le stavi solo rifilando un piattino di latte da frigo!
Però ci metteva tutto il gusto possibile quand’era tiepido. Sembrava il nonno che aspira il brodo dal cucchiaio, tanto sonoro era il suo impegno. Poi si voltava e ti guardava soddisfatta mentre si leccava le vibrisse una ad una.

Una gatta che sapeva anche come aprire le porte interne chiuse a maniglia.
Si alzava nelle zampe posteriori (l’abbiamo misurata in lunghezza: arrivava a un metro e dieci precisa), puntava le anteriori sull’impugnatura, abbassandola col suo peso, e tornava giù. Poi con una zampina la scostava per passare. Et voilà. Gatto fuggitivo.

Sapeva tutto! Orari, partenze e arrivi. E finché l’ultimo pischello non era entrato in casa, lei stava sull’uscio a far la guardia, con un occhio alla strada e le orecchie che distinguevano i rumori delle auto in lontananza.
Ho anche rischiato di portarmela in trasferta a Milano una volta. Stavo preparando il bagaglio, componendo il necessario ordinatamente sul letto. Il terrore che m’è preso quando ho visto la valigia ancora vuota trascinarsi da sola per la stanza…
Poi due occhi rosso laser tentarono di immobilizzarmi.

Perché aveva una curiosità morbosa per gli spazi angusti e chiusi. Scatoloni in primis.
Di tutte le forme e colori, lei ci si doveva intrufolare dentro, alla ricerca di un fantomatico tesoro.
Poteva passarci anche le giornate, sotto un cartone, spidocchiando la vita della casa dalle fessure.
Credo fosse il suo modo di ricercare l’improbabile cuccia dov’era nata, l’odore della sua mamma.

E sapeva sognare, Simba.
Nel silenzio dello studio, lei chiusa a riccio sul divano, si lamentava nel sonno. Oppure cominciava a leccare l’aria assaporando chissà quale prelibatezza. Se provavi a svegliarla, sembrava emergere da uno stato di ipnosi, si guardava attorno confusa. Poi ritornava a ronfare beata.

Non vederla girovagare per casa per tutto il giorno, era un chiaro segnale di marachella in atto.
Mentre facevamo il cambio stagione, gli armadi erano aperti in tutte le stanze e scambiavamo l’inverno con l’estate.
“Ma è tuo quel maglione lì in fondo, marrone chiaro-scuro sfumato?”
“Io non ho nessun maglione marrone…”
“Deve avere il collo col pelo…”
“Col pelo?…Simbaaaaaaa! Esci di lì subito!”
…ingrate! Ve li stavo scaldando tutti per indossarli questa sera!

A volte la curiosità la metteva in pericolo. Per non dire che ne combinava davvero di grosse.
Quando si ruppe la lavatrice, il tecnico arrivò e parcheggiò il Doblò con le ante aperte sul vialetto.
Simba non sembrava particolarmente interessata alla cosa. Di solito, con gli estranei in agguato, si rifugiava in qualche anfratto del giardino e ricompariva solo a territorio sgombro.
Perciò non ci preoccupammo della sua assenza.
A riparazione ultimata, chiuso il furgone, il tecnico saluta e riparte. Per inchiodare nemmeno dopo pochi metri.
“Signora, il gatto però glielo lascio…ne ho altri due a casa!”
Uscì sdegnata dalla portiera. Che non aveva trovato proprio niente di intrigante, lì dentro.

Sapeva sicuramente di far parte del nostro branco. Ed una volta ci ha presentato il suo fidanzato ufficiale.
Ha cominciato a miagolare forte dal giardino per chiamarci, come quando prendeva una biscia ma non si azzardava ad ammazzarla.
Siamo corse spaventate, ma nel bel mezzo del cortile c’era lei in compagnia di un gattone rosso striato, tale e quale a Romeo Aristogatti. Fecero un paio di passi, si scambiarono due annusate al muso e poi scapparono correndo.
Più chiaro di così!

Che di gatti ne ho visti e conosciuti tanti. Non so se sono lo specchio dei loro padroni, ma mica tutti sono intelligenti, dinamici, avventurieri e coccolosi come lo era lei. Dicono che è sbagliato umanizzare gli animali, che le bestie sono solo istinto di sopravvivenza.
Ma lei era molto più civile di tutti noi. Le mancava solo la parola.
E se avesse potuto parlare, avremmo anche scoperto perché è arrivata a casa con un grosso taglio sulla schiena, come se qualcuno l’avesse presa a badilate. E che cosa tempo dopo le aveva spaccato uno degli incisivi, che il veterinario dovette estrarre per evitare infezioni.
Ferite che difficilmente una gatta femmina si procura da sola.

E’ così che suo malgrado deve aver imparato a distinguere le persone. E gli atteggiamenti.
Sapeva quando uno di noi stava male, fisicamente. Per febbre, influenza o anche una semplice gastrite. Passava più tempo in casa a sorvegliare il malato. A distanza per evitare complicanze, ma c’era. Se invece si trattava di un po’ di sconforto, depressione o solo luna storta, si autoproclamava medicina. I suoi otto chili di pelo ti raggiungevano in qualsiasi spazio del tuo corpo le lasciassi libero di acciambellarsi. E poi attaccava il suo Landini al massimo.

Sapeva anche di essere in ritardo quella sera, per la cena. Chissà dove diamine aveva perso tempo.
Papà preoccupato chiedeva di te. E poi ti abbiamo vista per caso, lunga distesa in mezzo alla strada.
Uno stronzo ti è passato sopra, a ben più dei cinquanta all’ora del centro cittadino.
Solo Mamma ha avuto il coraggio di venirti a prendere, lei molto più stoica di tutti noi.
Ti ha seppellito in un angolo del giardino, sotto la cucina. Poi ci ha piantato un rododendro bellissimo, che fiorisce maestoso ad ogni primavera. Da lì puoi ascoltare tutte le nostre chiacchiere di pranzo e cena, come sempre.
Solo noi non possiamo più coccolarti.
Non ci sarà più un gatto con un nome come il tuo.
Meo

 

(c) 2016 Barbara Businaro

Note: 
Per chi non ne avesse confidenza, queste sono le “pecchette”

Impronte di gatto

 

E questa è Simba, un gatto da valigia.

Simba, un gatto in valigia

 

Un gatto che le somiglia molto in quanto a carattere è Simon’s Cat (trad. il gatto di Simon). Trovate le sue rocambolesche avventure nel suo canale YouTube.

La bava mi dà fastidio.
Mi riempie la bocca in continuazione, a conferma del mio appetito irrefrenabile.
Scende ai lati delle mie fauci, e scorre lenta ed appiccicosa sul mio pelo.
Se non la lascio uscire, la sua viscosità rischia di soffocarmi, anche se è solo una sensazione.
Ho provato a mandarla giù, ma a contatto con lo stomaco aumenta a dismisura la mia voracità.
E’ la parte più odiosa di questa seconda vita.
Sono stato un essere umano, ho vaghi ricordi di ciò. So ancora il mio nome per esempio. Sebastian.
Non so cosa sono.
Mi guardo spesso nel riflesso dell’acqua limpida del torrente per capirlo.
Assomiglio ad un lupo, o ad un cane vista la taglia più piccola ed il manto lievemente rossastro.
Ho prestato soccorso a uno di loro nel bosco, sembrava stare male.
In realtà stava fingendo, e quando mi sono avvicinato mi ha morso ferocemente, perché voleva mangiarmi.
Ero molto muscoloso come uomo, ero sempre sul monte a tagliar legna, e mi sono difeso.
L’ho scaraventato lontano con uno strattone.
Mi aveva preso al braccio, in profondità, avevo sentito i denti fino all’osso.
Era un dolore lancinante.
Eppure niente in confronto a ciò che ne seguì.
Il brivido infuocato correva veloce lungo tutti i miei muscoli ed alla fine mi prese anche la testa.
Come se centinaia di bocche mi stessero strappando la vita a brandelli, uno per uno.
E poi arrivò la fame.
Una fame imperante, assoluta, che guidava ogni mio pensiero e movimento.
E la bava, a ricordarmi l’urgenza di questo nuovo istinto.
L’altro era caduto a qualche metro da me. Si era ferito una zampa sbattendo contro i massi appuntiti al limitare della radura.
Sanguinava leggermente.
E questo mi fece impazzire.
Gli vidi il terrore negli occhi, perché ero come lui. Il gioco era cambiato e non ero io quello zoppicante.
E la mia fame si alimentava anche della sua paura.
Il mio stomaco si allargò in uno spasmo per prepararsi ad accogliere la preda.
E fu solo un attimo.
Lo stavo già divorando. Gli avevo strappato il cuore all’ultimo palpito ed il resto giaceva inerme ormai sotto il mio peso. Colsi il suo respiro finale azzannando i suoi polmoni ancora espansi. Ingurgitai le interiora in un solo boccone e poi passai alla massa muscolare. Non lasciavo indietro nemmeno le cartilagini. Il suo sangue mi forniva un’energia oscura, che dai nervi si dipanava lungo il corpo e smorzava la fame come acqua che scorre lenta sul fuoco.
Quando mi sono risvegliato ed ho ripreso il controllo dei miei pensieri, a terra c’erano solo ossa pulite. Null’altro.
E’ stato in quel momento che ho capito di essere condannato.

 

Dopo il primo periodo passato a vagabondare tra una vittima e l’altra, in un’esistenza inutile e assurda, decisi di farla finita.
Tentai di ammazzarmi in vari modi.
Provocando le ire funeste di un orso bruno, che però divenne facilmente il mio pasto, il più saporito e succoso che mi fosse mai capitato.
Gettandomi in corsa nel vuoto di uno strapiombo, per atterrare indenne decine di metri più in basso, ancor più rabbioso e affamato.
Cercando di ardere al fuoco delle sterpaglie accese dai contadini, ma le fiamme non mi bruciano e la fame rimane intatta.
Lasciandomi morire di stenti, rinchiuso in una grotta senza possibilità di cibo, ad ascoltare i crampi dello stomaco dilaniarmi la mente.
Ma c’è un punto oltre il quale la mia ingordigia prende il sopravvento ed in uno stato di incoscienza mi conduce alla preda più vicina.
Così che io non posso morire, anche volendo.
Eppure l’altro è morto, per causa mia.
La differenza è che ho avuto il tempo di diventare come lui.
Come se mi avesse passato il testimone, questa terribile punizione infinita.
Ho provato varie volte anche questo, scegliere un bersaglio sufficientemente robusto da resistermi e così trasformarlo.
Ogni volta spero che sia quella giusta, quella in cui finalmente trovare pace.
Anche se a danno di qualcun’altro, che proseguirà il castigo.
Ma finora non ho avuto fortuna.
Ho sempre concluso velocemente la cena.

 

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultima caccia. Il mio bisogno è diventato estremo.
Sono passato vicino al paese a valle stamattina presto, ed ho intravisto delle zucche sotto i portici, qualcuna già intagliata.
Ho ancora memoria della festa di Halloween, nella mia testa sento ancora l’emozione e lo spavento di quando mio padre mi raccontava storie fantastiche, di mostri e di spiriti, di orrori all’epoca solo immaginati.
Ora l’orrore sono io.
E questa sera mi preparo ad un grosso banchetto.
E’ già successo. So come muovermi.
Mi avvicino al villaggio, simulando di essere una bestia perduta e indifesa.
Mi sono lavato nel fiume gelido stamattina ed asciugato al sole da mezzodì fino all’ultimo raggio.
Così non sembro completamente selvaggio.
Mi confonderanno con un cane da caccia che ha smarrito il suo padrone.
E lasceranno che io li segua.
Quando troverò l’occasione, un vicolo buio in cui trascinarli lontano dall’abitato, mi allontanerò fingendo di vedere qualcosa.
Saranno loro a seguire me.
Nessuno si accorgerà di niente. Le loro urla saranno scambiate per burle.
Le case sono illuminate fiocamente alla luce delle lanterne dei davanzali.
Osservo i gruppetti vestiti in maniera stravagante gironzolare con i cestini per le stradine.
Dolcetto o scherzetto?
Questa sera qualche fortunato riceverà il mio.

 

Si avvicinano un paio di genitori che accompagnano la prole nella passeggiata.
I bambini li lascio stare. Sono protetti da qualcosa che mi tiene lontano.
Fortunatamente non posso fargli del male.
Gli adulti non hanno un buon sapore, il loro corpo sta invecchiando e la carne tende ad essere stopposa, il sangue stantio.
Gli adolescenti sono più succulenti.
I giovani uomini nel pieno dello sviluppo fisico, carichi di adrenalina e testosterone.
Le fanciulle che mi sorridono con gli occhi limpidi dell’innocenza non ancora perduta.
Camminando per la mia ricerca mi ritrovo di fronte alla Chiesa.
Mi chiedo quale Dio possa consentire la mia presenza.
E perché non ho un cacciatore naturale, nell’ordine perfetto delle cose.
Non c’è un senso in ciò che sono diventato.
E mi domando cosa posso aver commesso nella mia vita umana per meritare tanto.
Quale crimine? Quale crimine maggiore di quelli di cui mi sto rendendo artefice ora?

 

Sento gridolini eccitati provenire dalla strada di fronte.
Si fermano e mi guardano incuriositi. Poi mi fanno cenno con la mano di andare da loro.
Abbasso la coda ed il capo, in segno di timore, e mi avvicino a passo lento.
Più lento, non devo far trapelare la mia avidità.
Sono quattro.
Due maschi e due femmine.
Una delle ragazze allunga la mano e mi accarezza la testa.
Profumo di mughetto e zucca arrosta.
Un cuore guizzante pieno di promesse.
Una cena perfetta.
O forse, finalmente, la mia morte.

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Racconto per Halloween 2015.
Non vorrei spaventarvi, ma l’ho davvero scritto che avevo fame…