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che cosa ho imparato da…

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Il mestiere di scrivere di Raymond Carver è stato il mio secondo manuale di scrittura creativa, o così credevo, perché non è assolutamente un manuale.
Mi è apparso come acquisto consigliato sotto al Manuale di scrittura creativa di Roberto Cotroneo, di cui ho già scritto sempre per la categoria Che cosa ho imparato da…, e così l’ho preso come secondo testo per “fare sul serio”. Come altri, sono stata abbindolata da una quarta di copertina che promette qualcosa che non è:

Esercizi di scrittura creativa, lezioni, istruzioni per la composizione di una short-story, note sull’arte della concisione. Uno dei maestri della narrativa americana racconta “il mestiere di scrivere” in un libro che è il breviario di un artigiano della parola e un atto d’amore verso la letteratura.

Viene da pensare che, come per Roberto Cotroneo appunto, anche Raymond Carver abbia messo insieme i suoi appunti dai corsi di Creative Writing tenuti nell’America degli anni ’70 in un testo che è il concentrato della sua arte di insegnante, oltre che di scrittore.
Quando ho avuto finalmente il volume tra le mani ho realizzato che si tratta di una raccolta: sono per lo più saggi sui suoi racconti e poesie, ne spiega l’origine, il significato, il suo modo di lavorare su quel testo in particolare. Ma come faccio a capire ciò che dice se non ho sottomano proprio quei racconti e quelle poesie? Perché in questo volume non ci sono e io leggevo Carver per la prima volta. Avrebbe avuto più senso pubblicare anche quelle, piuttosto che rimandare ad altri quattro libri differenti.

Galeotto però fu l’incipit del primissimo saggio di Carver, proprio “Il mestiere di scrivere”, letto dall’estratto online, perché uno scrittore che non riesce andare oltre alla lunghezza del racconto sembrava parlare alla sottoscritta:

Verso la metà degli anni Sessanta, mi sono reso conto che avevo qualche difficoltà a concentrare l’attenzione su opere narrative di una certa lunghezza. Per un po’ di tempo ho avuto difficoltà a leggerle, oltre che a cercare di scriverne. La mia capacità di attenzione si era come esaurita; non avevo più la pazienza necessaria a tentare di scrivere dei romanzi. È una storia complicata e troppo noiosa per raccontarla ora. Però so che ha molto a che fare con la ragione per cui scrivo poesie e racconti brevi. Presto dentro, presto fuori. Niente indugi. Avanti. Può darsi che sia successo perché a quell’epoca, mentre mi avviavo verso la trentina, avevo perso qualsiasi ambizione di grandezza. Se questo è vero, be’, tutto sommato credo sia stato meglio che mi sia andata così.

Per questo la ritengo comunque una lettura importante, anche se zoppicante per chi è a digiuno di questo autore. Ora questo libro lo trovate in un’altra versione, rispetto alla mia in foto, con una nuova introduzione di Marcello Fois.
Come al solito, condivido con voi i miei appunti, le sottolineature nel testo (solo i manuali di scrittura mi azzardo a “sporcare” in maniera così sacrilega!) e i ragionamenti. Prima ho voluto leggermi l’antologia più famosa di Carver, per capire se, a fronte dei suoi consigli, mi piacevano poi i racconti che scriveva. Ho letto quindi Cattedrale, nella versione rivista dal famoso editor Gordon Lish. Ma non è stato proprio amore…

Per chi ancora non conoscesse l’autrice di Harry Potter (davvero?!), J.K. Rowling ha attraversato parecchie tempeste, prima di vendere 450 milioni di copie di libri, tradotti in ottanta lingue e otto film di successo, più gli altri romanzi scritti successivamente con lo pseudonimo di Robert Galbraith.
Dopo una brillante carriera universitaria, inizialmente lavorò ad Amnesty International a Londra poi si trasferì in Portogallo, dove si sposò ed ebbe una figlia. Nello stesso anno però si separò e si trasferì con la bambina dalla sorella, iniziando un periodo di depressione, che la costrinse a vivere di sussidi statali. Come lei stessa scrive, fu un periodo alquanto buio della sua vita, ma continuò fermamente a scrivere la storia del maghetto, delineando i personaggi e i fatti salienti di tutta la saga. Con difficoltà trovò un agente letterario e le prime dodici case editrici bocciarono il primo romanzo, Harry Potter e la pietra filosofale, come “troppo lungo”. La tredicesima fu quella giusta, la svolta.
Aveva toccato con mano la povertà, e il fallimento, prima di poter risalire dal fondo, grazie all’immaginazione.

Quando a novembre fu annunciata l’uscita di questo libro, probabilmente molti si aspettavano un manuale di scrittura complesso o un saggio motivazionale articolato, anziché un volumetto di 74 pagine, metà delle quali solo illustrate. Per alcuni una delusione, per altri una truffa editoriale. Soprattutto perché questo testo è già conosciuto in rete dal 2008, ovvero quando J.K.Rowling pronunciò questo stesso discorso per la cerimonia di laurea di Harvard.

E se vi dicessi che è comunque un ottimo affare? Soprattutto per milioni di bambini?

“È veramente molto tardi”, dissi, alzandomi a mia volta. “Forse dovremmo andare a letto.”
“D’accordo”, fece lui, strofinandosi la nuca. “A letto? O a dormire?” Alzò un sopracciglio interrogativo, con aria malandrina.
La straniera, Diana Gabaldon

I lettori che mi seguono da un po’ sanno che tra le mie letture preferite in corso c’è la saga di Outlander, in contemporanea con la serie tv della Starz americana giunta alla sua terza stagione (stanno filmando in questo momento in Sud Africa).
Per quelli che giungono ora in queste pagine, dirò che Outlander è una serie di 8 romanzi nell’edizione americana (15 nella traduzione italiana, perché i libri successivi al primo sono stati suddivisi in due pubblicazioni), è stata pubblicata in 26 paesi e tradotta in 23 lingue, per un totale di 25 milioni di copie vendute. Ai romanzi principali si aggiungono tre racconti brevi (in Italia solo la novella Virgins è stata pubblicata come Il mio nome è Jamie), la graphic novel The Exile (il fumetto con il punto di vista di Jamie) e due compendi ufficiali, The Outlandish Companion vol. I e vol. II, con tutte le note di scrittura dell’autrice, impostazioni, scenari, ambientazioni, ricerche storiche, schede dei personaggi e tutto il materiale raccolto (purtroppo, e con immenso dolore mio, solo in inglese…!!)
Dalla saga di Outlander è anche stata tratta una serie spin-off su un personaggio secondario, Lord John Grey, un giovane soldato inglese salvato da Jamie Fraser poco prima della battaglia di Prestopans, e poi governatore della prigione di Ardsmuir dove Fraser verrà rinchiuso. I libri si riferiscono a quest’ultimo periodo, narrativamente trascurati nella serie originale per la mancanza della protagonista Claire.

Insomma, Diana Gabaldon è un’autrice di tutto rispetto, soprattutto perché i suoi libri sono difficili da inquadrare strettamente in un’unica categoria, spaziando dal romance, allo storico e al fantasy. Eppure Diana è una scrittrice “per caso”: laureata in zoologia, master in biologia marina e un PhD in ecologia, insegnava all’Arizona State University quando nel 1988 ha iniziato a scrivere un romanzo semplicemente “per imparare come si fa”, colpita da un episodio della serie Doctor Who dove comparve dal passato uno scozzese diciassettenne del 1745 di nome Jamie MacCrimmon, che le ispirò il suo personaggio di Jamie Fraser. Si chiese poi come una donna dei nostri tempi avrebbe reagito a tutti quei kilt scozzesi e così entrò in scena Claire, che racconta in prima persona il suo viaggio, questa volta indietro proprio nel 1745. (ndr: provate ancora a dire che le serie tv sono un’inutile perdita di tempo!)

A Diana è soprattutto riconosciuta la capacità di scrivere scene di sesso memorabili, senza essere morbosamente sessuale o pornografica in ogni dettaglio. E sebbene al lettore sia ben reso cosa stanno facendo e come lo stanno facendo i protagonisti, lasciando poco all’immaginazione, le sue pagine diventano poesia erotica, mai banale, mai scontata.
Così quand’è uscito il manuale E adesso prendimi: Come scrivo le scene di sesso di Outlander non c’ho pensato due minuti ad acquistarlo! E ho fatto un affare!

Il Manuale di scrittura creativa di Roberto Cotroneo, Castelvecchi Editore, è stato il mio primo manuale di scrittura in assoluto, acquistato nel 2012. La prova tangibile, a me stessa più che agli altri, che avevo deciso di “fare sul serio”.

Avevo una storia tra le mani, ma non sapevo come svilupparla, quale forma farle prendere, se stavo imboccando la direzione giusta. E quando non sai, che cosa fai? Apri un libro e studi, come t’insegnano a scuola. Il problema in questo caso è trovare il libro giusto. All’epoca girovagai tra le librerie online e le varie recensioni degli altri lettori e questo era dato come un ottimo manuale per un primo approccio alla scrittura creativa.

La prima parte di questo testo era distribuito dall’autore stesso in formato pdf gratuito, con il titolo Manuale di scrittura creativa per principianti ed utilizzato durante i suoi corsi di scrittura in classe. Ogni singola lezione chiude con un esercizio specifico, ma non è ovviamente prevista alcuna correzione.
A questa prima versione, con la pubblicazione è stato aggiunta una seconda parte con alcune interviste di figure professionale del mondo editoriale e qualche altra indicazione utile.

Me lo sono riletto di volata questa settimana, non soffermandomi su ogni singola frase quasi fosse oro colato come nella prima lettura, ma valutando i concetti a distanza e per molti di questi non sono più d’accordo con l’autore. Non so dire però se questo sia segnale che in questi anni ho imparato qualcosa in più …o non ho imparato affatto!
Condivido quindi con voi i miei appunti e vediamo cosa ne pensate.

Ci sono delle volte in cui ho la precisa sensazione che qualcuno mi ascolti, da lassù, e semini degli indizi come Pollicino. Mi è capitato almeno un anno fa di leggere in altri blog di questo libro di Stephen King, On Writing – Autobiografia di un mestiere, una sorta di manuale di scrittura creativa, ma più autobiografia, più raccontato, invece del solito elenco di regole grammaticali o stilistiche. Mi incuriosiva. E mi ero ripromessa di acquistarlo, che sicuramente un autore di tal calibro aveva qualcosa da insegnarmi, anche se avevo una certa antipatia per lui (di Stephenie Meyer disse “la sua scrittura non vale niente”) e detesto il genere horror.

In seguito ad un trasloco, un’anziana signora mi regalò uno scatolone di libri da buttare (cioè, lei li avrebbe buttati se non glieli avessi chiesti): dentro c’era di tutto, per lo più gialli Mondadori e edizioni del Club del libro, qualcuna intoccata. In mezzo a questo pot-pourri saltò fuori proprio lui! Prima edizione originale rilegata di Sperling & Kupfer del 2001, introvabile.
Rimasi sbalordita. Era come se qualcuno fosse lì a dirmi: lo devi leggere! Di più, studiare!
Vediamo quindi cosa ho imparato da questo libro.