Tag

scrittura

Browsing

Scrivere è già un’attività di per sé difficile, che richiede impegno, studio, tenacia, pazienza e un pizzico di follia.
Aggiungiamoci anche una buona dose di entusiasmo e coraggio ben miscelati, per passare oltre a certi atteggiamenti furbetti nell’epoca dei blog e dei social: siccome solo “uno su mille ce la fa”, c’è anche chi adotta la strategia di sparare a zero sulla concorrenza col semplice scopo di demotivarla, eliminandola ancor prima della pubblicazione. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

E tutto questo ancora non basta: ci vogliono organizzazione e fantasia, ma in che dosi? Quando l’organizzazione non soffoca l’innocenza della fantasia e l’eccesso di immaginazione non si trasforma in un gomitolo ingarbugliato senza fine?

Poi tempo fa sono inciampata in alcuni blogger americani che discutevano appassionatamente su questa domanda: Are you a plotter or a pantser writer? I’m a plotser! Sei uno scrittore plotter o pantser? Io sono un plotser!

Che cavolo stai dicendo, Willy?! 😀

Siamo di nuovo nella morsa dell’Anticiclone Nordafricano (che è sempre lui, anche se ad ogni ondata di calore lo battezzano con un altro terrificante nome mitologico, di continua discesa agli Inferi infuocati). Ed è difficile per me scrivere, quanto per voi concentrarvi nella lettura.
Abbiamo bisogno di rilassarci e rallentare i ritmi dei collegamenti neuronali (tutti i motori scaldano, cervello compreso) ed è il motivo per cui d’estate si prediligono quelle letture fresche e tranquille da ombrellone, romanzi leggeri e riviste di gossip.
E così oggi ho deciso che il gossip divento io, nel mio piccolo: vi racconterò venti cose di me, mentre scrivo.
Quattro chiacchiere sulla sdraio insomma, ascoltando in sottofondo il tormentone estivo (quel Despacito che ci sta togliendo la vita…) e rimescolando con cura le carte per una nuova partita a Briscola. Carte rigorosamente trevisane Dal Negro. Occhiali scuri perché ogni tanto ci scappa uno sguardo indiscreto ad un costume di passaggio.
E se passa l’omino dei gelati…no, niente, sono in dieta. Solo ghiaccioli, uffa. E senza zucchero!

Ho sempre voluto essere un acchiappafantasmi. Correre velocemente per le strade della città a bordo dell’Ecto-1, scortati dalla polizia. Studiare gli incredibili archivi storici per risalire all’origine del fantasma infestante, scoprendo i misteri più oscuri. Spalmarsi un po’ di melma rosa la mattina per sentirsi più felici.

Ma che ci crediate o meno ai fantasmi, dovrete per forza credere agli scrittori fantasmi perchè ne ho intervistato uno!

Uno vero però, non quelli che si fingono ghostwriter e si presentano poi ai lettori come autori di questo o quel libro che in copertina riporta un altro nome. Se sei un fantasma, devi rimanere nell’ombra.

I always wanted to be a ghostbuster. Run fast on the streets of the city on the Ecto-1, escorted by the police. Studying the incredible historical archives to trace the origin of the weird ghost, discovering the darkest mysteries. Spread some pink slime in the morning to feel happier.

But that you believe it or not in the ghosts, you have to believe in the ghostwriters because I interviewed one!

One true though, not those who pretend ghostwriter and then come to readers as authors of this or that book with another name on the cover. If you’re a ghost, you have to stay in the shadows.

 

Chiariamo infatti ai lettori che cos’è un ghostwriter: è uno scrittore che non usa il proprio nome sull’opera che scrive, ma rimane completamente anonimo, mascherato da collaboratore della casa editrice, mentre il libro viene pubblicato a firma di un altro scrittore o personaggio famoso che non aveva il tempo, o le capacità, di scriverselo da solo.

Non sono andata alla ricerca di ghostwriter di calibro, come Andrew Crofs che chiede mediamente 130 mila euro per un libro, per lo più biografie e saggi per conto di politici, inventori, sportivi, attrici, cantanti, personaggi autorevoli, ma raramente romanzi di fiction. Ed è proprio questo che volevo sapere: esistono davvero ghostwriter di narrativa?

Let’s say to readers what a ghostwriter is: a writer who does not use his name on the work he writes, but remains completely anonymous, disguised as a publisher’s collaborator, while the book is published in the signature of another writer or a famous character who did not have the time, or the ability, to write it alone.

I did not look for ghostwriters of caliber, such as Andrew Crofs who asks for an average of 130,000 euros for a book, mostly biographies and essays on behalf of politicians, inventors, sportsmen, actresses, singers, authoritative characters, but rarely fiction novels. And that’s exactly what I wanted to know: are there really ghostwriters of narrative?

 

Lo so, è da non crederci.
Quando a marzo un gruppo di amici blogger hanno trovato 28 loro diversi articoli copiati da una casa editrice, all’interno di una guida su come pubblicare un manoscritto (trovate un resoconto dettagliato in questo post di Penna Blu: Come creare una guida completa senza scrivere nulla), ho cercato di dare il mio contributo tramite i social per chiedere alla casa editrice la rimozione degli articoli plagiati, convinta che una cosa del genere non potesse succedere a webnauta, semplicemente perché è un blog ancora giovane, i motori sono nuovi e ancora luccicanti, l’archivio non è così fornito.

Però in quello stesso periodo sono arrivate le prime statistiche del nuovo anno: nei primi tre mesi del 2017 webnauta ha totalizzato quasi tutte le visualizzazioni del 2016, perché ci sono più articoli ad attirare il pubblico, c’è più attività e condivisione sui social, le keyword iniziano a dare soddisfazione nelle ricerche su Google.
Con questi risultati, è arrivata anche qualche preoccupazione, compresa quella sul diritto d’autore da difendere.

Ma poi ho pensato: chi vuoi che sia così stupido da andare a copiare un articolo sul sito web di un informatico?
“Stupido è chi lo stupido fa, signore!” dice Forrest Gump, ma non pensavo che annoverasse anche le piattaforme di self-publishing.
E’ cominciato tutto con una mail, un venerdì mattina.

E’ capitato. Di nuovo.
Nella stessa settimana in cui Mister E. se n’è tornato alla carica con la solita domanda (“Sei andata avanti col libro?”) e propinandomi la medesima conclusione (“Qualcosa ti blocca e non è il tempo…”), ecco che un altro segnale incrocia la mia strada, impossibile pensare che sia successo per caso. Ho studiato Statistica, figuratevi se io credo al caso! 😉
Della scrittrice di fiction storica Diana Gabaldon ho già parlato (trovate una buona introduzione nell’articolo E adesso prendimi. Come scrivo le scene di sesso di Outlander). Adoro il suo stile di scrittura e, nonostante capisca poco il suo slang e i suoi post social siano pieni di espressioni idiomatiche e acronimi (per cui i traduttori automatici vanno a farsi friggere), seguo sempre quello che scrive e condivide, dalle sue #dailylines del #booknine in prima bozza agli interessanti spunti sulla scrittura creativa, anche saggi di altri autori. Per esempio, La Tavola Periodica della Narrazione che ho tradotto in italiano l’aveva segnalata proprio lei.

Questa volta però un suo post del 9 marzo, che avevo perso nel mare magnum della mia bacheca Facebook, mi è stato segnalato esattamente la stessa settimana di Mister E. (!) dal gruppo MyPeak Warrior Writers, un gruppo di peakers che partecipano con me al My Peak Challenge e come sfida creativa hanno scelto la scrittura, tra scrittori self-publisher, copywriter per lavoro, blogger e anche poeti. Ma il punto è proprio questo: quel post, che poi è un pezzo preso dal suo saggio The Outlandish Companion, un compendio alla saga di Outlander (solo in versione inglese), parla proprio dei giochi mentali nella scrittura. E mi ci sono ritrovata con tutte e due le scarpe!

Vi riporto quindi la mia traduzione di questo articolo di Diana Gabaldon dal suo profilo Facebook: Author Diana Gabaldon – Mind Games
Lo fisso qui nel mio blog per prenderlo sul serio, per evitare che diventi una lettura e via. La mia non è una traduzione raffinata, ma rende molto il senso delle sue parole.
Non spaventatevi per le strane regole ortoeditoriali: non chiedetemi perché ma lei utilizza molto le parentesi, anche incastonate, e l’underscore o trattino basso per evidenziare alcune parole (anche se le virgolette le conosce). Questi americani… 😉

Nuovo appuntamento con il nostro piccolo corso sul software di scrittura creativa yWriter6, sviluppato appositamente per narratori da Simon Haynes, informatico di professione, che come scrittore ha vinto ben 6 volte il NaNoWriMo con la sua serie di fantascienza Hal Spacejock. All’interno del suo sito, potete leggere interessanti articoli dello stesso Haynes sulla scrittura, dall’arte dello scrivere fino al marketing dei propri libri, come questo elenco di punti dalla prima bozza alla pubblicazione: From first draft to publication – a list (è in inglese, ma potete usare il traduttore automatico di Chrome che fornisce una traduzione accettabile).

Una delle principali obiezioni sollevate quando si parla di programmi strutturati per la scrittura creativa, anche tra i commenti a questi articoli, è che si tratta di software troppo complessi e che “in fondo a me basta il Word”. Sicuramente l’impatto con una nuova interfaccia è sempre destabilizzante, dato che è un’altra cosa nuova da imparare, e quindi tempo e pazienza da investire nello studio.
Devono però essere fatte due considerazioni: così come per scrivere un testo state utilizzando Word solo al 20% della sua capacità produttiva (ve lo assicuro, provate a vedere cosa comporta l’installazione personalizzata di Word 😉 ), anche per yWriter potete decidere di usare solo alcune parti, quelle che vi tornano maggiormente comode per il vostro ritmo di scrittura; yWriter non esclude di continuare a scrivere su Word i vostri testi, perché l’integrazione tra i due sistemi è possibile e funziona anche molto bene.

Più che integrazione con Microsoft Word, dovremmo in realtà parlare di integrazione con qualsiasi programma di videoscrittura, compresi quindi OpenOffice e LibreOffice, essendo l’RTF (Rich Text Format) un formato file basilare per ogni software di questa categoria. E lo stesso formato con cui yWriter salva ogni scena del vostro progetto. Semplificando, potremmo dire che yWriter scrive in Word!
Vediamo dunque in quanti modi i due programmi comunicano tra di loro. Sono certa che poi guarderete yWriter con occhio diverso! 🙂

Per facilitarci nell’apprendimento, ho creato il progetto con i primi 6 capitoli di Alice nel Paese delle meraviglie. Potete effettuare il download del file .zip aggiornato alla fine di questo articolo. Rendo inoltre disponibile lo stesso Dizionario Italiano che sto usando personalmente e la cui installazione abbiamo visto nella puntata precedente del corso. Trovate l’elenco completo degli articoli qui: Corso yWriter in italiano.

“E’ la magia dell’arte: spargi gioia, prendi grana!”

Questa è la frase che l’altra sera mi ha fatto capitolare a vedere un film italiano. Sono sempre prevenuta verso certe produzioni nostrane, perché ho paura di trovarmi davanti il solito cine-panettone trito e ritrito. Mentre io ho fame di storie originali.
Loro chi? era nella programmazione serale l’unico film che non avevo visto e di cui non sapevo nulla (altri non li avevo visti, ma so che non mi interessano). Film con i bravissimi Edoardo Leo e Marco Giallini, regia di Francesco Micciché e Fabio Bonifacci, produzione Picomedia e Warner Bros.
La trama di per sé non diceva molto: “David, 36 anni, ha un’unica ambizione: guadagnare la stima e il rispetto del Presidente dell’azienda presso cui lavora, ottenere un aumento di stipendio e la promozione a dirigente. Un giorno il suo desiderio sembra avverarsi: presenterà un brevetto che gli farà meritare l’apprezzamento da sempre sognato. In una sola notte, però, l’incontro con Marcello, un truffatore molto abile, gli cambierà per sempre la vita. David perde la fidanzata, il lavoro e la casa, dovendo così chiedere aiuto allo stesso Marcello, colui che lo ha messo nei guai.” da Wikipedia.

Vado quindi a vedermi il trailer su YouTube solo per capire il significato di quello strano titolo, Loro chi?, ed è lì che sento questa frase curiosa sulla magia dell’arte, mentre l’attore butta al vento banconote di carta da una Maserati in corsa per la campagna. Lo stesso personaggio che poco prima afferma: “Diciamo che sono un compositore della realtà”. Non vi dice niente questa definizione?

 

Il titolo del film viene dal nome di un complesso musicale, i Loro, usato anche come fantomatico cognome, che poi è il nome della banda dei truffatori. E quando qualcuno chiede “Conoscete i Loro?”, i fans sono tenuti a rispondere “Loro chi?” in una burla assurda e irriverente, favorendo il loro anonimato.
Il film non è nemmeno una novità, una pellicola del 2015, ma non l’ho mai visto citare nei lit-blog. Eppure parla di uno scrittore.
E di come riuscire a farsi leggere un manoscritto e pagare ben 50 mila euro di diritti d’autore dopo due ore dalla lettura.
Non siete un po’ curiosi anche voi adesso? 🙂

“È veramente molto tardi”, dissi, alzandomi a mia volta. “Forse dovremmo andare a letto.”
“D’accordo”, fece lui, strofinandosi la nuca. “A letto? O a dormire?” Alzò un sopracciglio interrogativo, con aria malandrina.
La straniera, Diana Gabaldon

I lettori che mi seguono da un po’ sanno che tra le mie letture preferite in corso c’è la saga di Outlander, in contemporanea con la serie tv della Starz americana giunta alla sua terza stagione (stanno filmando in questo momento in Sud Africa).
Per quelli che giungono ora in queste pagine, dirò che Outlander è una serie di 8 romanzi nell’edizione americana (15 nella traduzione italiana, perché i libri successivi al primo sono stati suddivisi in due pubblicazioni), è stata pubblicata in 26 paesi e tradotta in 23 lingue, per un totale di 25 milioni di copie vendute. Ai romanzi principali si aggiungono tre racconti brevi (in Italia solo la novella Virgins è stata pubblicata come Il mio nome è Jamie), la graphic novel The Exile (il fumetto con il punto di vista di Jamie) e due compendi ufficiali, The Outlandish Companion vol. I e vol. II, con tutte le note di scrittura dell’autrice, impostazioni, scenari, ambientazioni, ricerche storiche, schede dei personaggi e tutto il materiale raccolto (purtroppo, e con immenso dolore mio, solo in inglese…!!)
Dalla saga di Outlander è anche stata tratta una serie spin-off su un personaggio secondario, Lord John Grey, un giovane soldato inglese salvato da Jamie Fraser poco prima della battaglia di Prestopans, e poi governatore della prigione di Ardsmuir dove Fraser verrà rinchiuso. I libri si riferiscono a quest’ultimo periodo, narrativamente trascurati nella serie originale per la mancanza della protagonista Claire.

Insomma, Diana Gabaldon è un’autrice di tutto rispetto, soprattutto perché i suoi libri sono difficili da inquadrare strettamente in un’unica categoria, spaziando dal romance, allo storico e al fantasy. Eppure Diana è una scrittrice “per caso”: laureata in zoologia, master in biologia marina e un PhD in ecologia, insegnava all’Arizona State University quando nel 1988 ha iniziato a scrivere un romanzo semplicemente “per imparare come si fa”, colpita da un episodio della serie Doctor Who dove comparve dal passato uno scozzese diciassettenne del 1745 di nome Jamie MacCrimmon, che le ispirò il suo personaggio di Jamie Fraser. Si chiese poi come una donna dei nostri tempi avrebbe reagito a tutti quei kilt scozzesi e così entrò in scena Claire, che racconta in prima persona il suo viaggio, questa volta indietro proprio nel 1745. (ndr: provate ancora a dire che le serie tv sono un’inutile perdita di tempo!)

A Diana è soprattutto riconosciuta la capacità di scrivere scene di sesso memorabili, senza essere morbosamente sessuale o pornografica in ogni dettaglio. E sebbene al lettore sia ben reso cosa stanno facendo e come lo stanno facendo i protagonisti, lasciando poco all’immaginazione, le sue pagine diventano poesia erotica, mai banale, mai scontata.
Così quand’è uscito il manuale E adesso prendimi: Come scrivo le scene di sesso di Outlander non c’ho pensato due minuti ad acquistarlo! E ho fatto un affare!

Come ho raccontato nelle mie tre parole per il 2017, quest’anno sono iscritta al My Peak Challenge, una community mondiale il cui scopo è aiutare le persone a raggiungere uno stile di vita più sano, attraverso un programma di nutrizione e allenamento mensile, personalizzabile a seconda del proprio livello di partenza, e il supporto del gruppo stesso che condivide giornalmente i propri piccoli o grandi risultati. Contemporaneamente, le iscrizioni di MPC servono per sostenere Bloodwise per la ricerca su leucemia, linfoma e mieloma (e alcuni iscritti sono proprio nel periodo di recupero dopo interventi per rimozione di varie tipologie di cancro, il sostegno è soprattutto per loro). Ad oggi con 7.989 peakers partecipanti sono stati versati già più di 500.000 dollari a Bloodwise. E questo ci rende tutti molto orgogliosi.

All’interno di questo challenge, ognuno fissa uno o più obiettivi (i peaks appunto) sia di preparazione fisica, come partecipare ad una maratona, effettuare escursioni avventurose, scalare alte montagne per la prima volta, che sfide creative, come finire di scrivere quel libro (!!), ricominciare a dipingere, diventare vegetariano, imparare a cucire o studiare una nuova lingua. Soprattutto per la parte dell’esercizio fisico, il programma è adattabile alle proprie esigenze e integrabile con altre attività sportive. Così ci sono molti peakers walker o runner che macinano miglia e miglia ogni giorno.

Ed è qui che mi sono inserita io: seguendo già due corsi in palestra, e non potendo gestire un allenamento quotidiano, ho però aggiunto il fitwalking del weekend, una camminata intensiva a velocità sostenuta, dai 7 ai 9 km/h, manca solo lo stacco del piede e il salto del jogging (per cui i miei piedi ancora si rifiutano categoricamente).
Dato che questa nuova attività mi prende un’altra ora del mio scarso tempo libero (facciamo anche due, tra preparazione e defaticamento) mi sono chiesta se almeno camminare faccia bene anche alla mia scrittura, che finisce ancora più ai margini.
La sensazione è che sì, i miei neuroni siano più allenati anche dopo la corsa. Beh, subito subito no, la faccia stravolta per le tre orette successive lo testimonia. Ma a lungo andare, l’energia rilasciata durante l’esercizio sembra ritornare indietro raddoppiata.
Mentre ero ancora scettica su questo punto, proprio gli amici scrittori di MPC (abbiamo un gruppo apposito, i MyPeak Warrior Writers) hanno condiviso un vecchio articolo del New Yorker…

Avevo già toccato l’argomento del free writing, la scrittura libera dalle distrazioni dei nostri computer, sempre connessi in rete e eccessivamente ricchi di notifiche. Potremmo pensare di disabilitare il wi-fi, ma in realtà quando scriviamo anche la sola barra degli strumenti diventa una tentazione micidiale per le nostre sinapsi. Dopo avervi mostrato il sito Noisli e il pacchetto OmmWriter, su suggerimento di un lettore (un altro capitano, forse un po’ più pirata, ma non ci scommetterei 😉 ), ho voluto provare quest’altro software che isola completamente l’area di lavoro, senza rinunciare alla potenza dell’organizzazione.
WriteMonkey è infatti un’altra applicazione “zenware”, che aiuta a rimanere focalizzati sui propri pensieri e parole, con un’interfaccia utente estremamente ridotta. E’ leggera, portabile, veloce e soprattutto gratuita. Con una serie di strumenti innovativi concepiti come singoli plugin opzionali e il supporto completo al linguaggio Markdown (che non conoscevo, ma già stavo utilizzando nei miei appunti). E’ pensato espressamente per coloro che amano la semplicità di una macchina da scrivere, ma vivono ormai rassegnati nell’era digitale.