Dieci giorni fa, per puro caso, scopro che il sito d’opinioni Ciao.it, dove ho scritto per un decennio, ha chiuso. Lo scorso dicembre, senza preavviso, senza motivazioni, senza possibilità per gli utenti di eseguire un backup. Erano per lo più opinioni su beni di consumo, tranne una sezione considerata “libera”, piena di brani e poesie, dove si trovava anche questa mia breve riflessione, che continuava a riscuotere molte letture e commenti, qualcuno anche inviperito. L’ho ritrovata nel cloud e mi sono chiesta se meritava di essere conservata online.
Se Diana Gabaldon può permettersi di tenere nel suo blog una lunga disquisizione sull’esistenza dei pidocchi del sedere (non scherzo, leggete qui: A Brief Disquisition on the Existence of Butt-cooties), direi che io posso anche salvare questo mio breve Elogio della Tavoletta del Bagno dal dimenticatoio. Magari potremmo aprire una nuova frontiera della narrazione, la bathroom-lit!
Ah no, anche qui arriviamo tardi: i racconti da bagno, brevi e lunghi a seconda del bisogno, vengono pubblicati in piccole antologie già da dodici anni e si chiamano per l’appunto Toilet.
Devo anche ammettere che da quando ho scritto questo testo, che risale al lontano 2003, mi è capitato di frequentare molti più bagni pubblici esclusivamente femminili e di vedere tali e tante cose bizzarre che bisognerebbe scriverci anche un Cerimoniale per Signore ai Servizi. Una delle spiegazioni plausibili è che qualcuna utilizzi il water occidentale come fosse uno squat water giapponese. Il risultato di tale fraintendimento, date anche le diverse misure dei due oggetti, è inenarrabile. Forse solo a Stephen King riuscirebbe tale impresa, spacciandola per l’ultimo besteseller horror da piazzare in classifica.









