Ci sono racconti, o piccole scene, che ti restano nel cuore anche quando sono solo esercizi, un po’ buttati lì, una parola scritta ogni tanto in mezzo ad una giornata caotica. Ma la storia ti piace e ti entra nell’anima.
Questo in particolare è un esercizio della serie Racconti DiVersi sul blog di Michele Scarparo, basato sul testo di una canzone, Yound and Naïve di Heather Rigdon (che potete ascoltare in fondo), una donna matura costretta a separarsi dall’amante perché troppo giovane e ingenuo.
Autobiografico? Eh… magaaaaaaaari!!
Ho sentito dire che i gatti hanno sette vite. Se siano proprio sette non lo so. Ma io sono alla mia seconda vita.
Mi chiamano Mosè, anzi, Moseeeeeeeeè. Con gli umani funziona così: quello che ti urlano dietro ogni momento, sia di gioia che di orrore, allungando paurosamente l’ultima vocale per farsi sentire a distanza quando sei lì a due metri con le orecchie tese, è il tuo nome.
Prima ero Gedeone, e prima ancora Stronzetto. Occasionalmente mi hanno nominato con Bestiaccia, Puzzone, Diavolo pulcioso e Figlio d’un cane (quel cuoco aveva le idee confuse, ma la salsiccia era buona).
Quello del turista è un lavoro stancante. Arriva mia nuora e come una furia mi riempie la valigia, comprese un paio di camicie nuove che mi ha comperato per l’occasione, a gusto suo, pessimo. Poi mio figlio mi carica in auto come fossi un pacchetto postale e, nipoti inclusi, viaggiamo verso la destinazione della mia villeggiatura solitaria, nella settimana che loro hanno deciso, tanto io sono pensionato e mi va sempre bene qualsiasi cosa, no?
Alla partenza, la solita questione. “Ma papà, devi proprio portarti dietro così tanti libri?”
E cosa dovrei fare io tutto il giorno in spiaggia? Camminare mi fa male all’articolazione dell’anca, a bagno resisto solo una mezz’ora a guardare l’orizzonte poi mi annoio, non vorrà mica che mi metta a giocare a bocce come i vecchi! No, ho il mio programma estivo, condiviso con il circolo di lettura, più qualche titolo extra per mio divertimento, e intendo attenermici.
Dopo che brontolando riesco a spuntarla, mi aspetta un estenuante traversata autostradale verso la costa, dalle cinque alle sette ore causa traffico, durante le quali mio figlio dimentica i miei problemi di prostata e devo elemosinare le fermate in autogrill. Nemmeno i bambini mi sono d’aiuto, ipnotizzati da quello schermo, uno ciascuno, dove si guardano almeno un paio di film animati di cui conoscono a memoria le battute.
Giunti al mio bilocale completamente arredato e attrezzato -devo dare atto che mi trovano sempre ottime sistemazioni- mio figlio si sincera di presentarmi a tutti nella zona -panetteria, farmacia, edicola, supermercato- così che possano farmi da balia durante la settimana, e mia nuora mi rimpinza il frigorifero di cibi salutari e biologici. Che finiranno ai gabbiani. In fondo alla strada ho visto una rosticceria niente male e lì ancora non mi conoscono.
(continua…)
Segui tutto il Diario difficile di un lettore sulla spiaggia, un giorno alla volta: calendario del diario.
Il marito entrò in cucina con lo sguardo ancora concentrato sullo schermo del telefonino. “Tesoro, mi è appena arrivato un messaggio da Luca.” Intenta a preparare uno dei suoi celeberrimi stufati, la moglie sollevò appena un sopracciglio. “E che dice?”
“E’ per una cena sabato prossimo” rispose lui, “festeggia il suo compleanno. Ci saranno i soliti, qualche suo collega. Forse anche il fratello e la fidanzata. Che facciamo, accettiamo?”
Uhm, una cena dai Brichetti, pensò la moglie. Ci sarà da lavorare. Mi telefonerà Vanessa per un consiglio su che pietanze servire, e alla fine mi troverò a cucinare tutto io, che lei è brava solo ad aprire scatolette e ordinare piatti pronti in rosticceria. E poi mi ringrazierà regalandomi il solito profumatore d’ambiente di design. Ma dico, ho la casa che puzza io?! Si fosse mai impegnata una volta, dico una, a provare qualche ricetta dei libri di cucina che le ho passato. Macché! Non ha tempo. Tra la donna che le stira e quella delle pulizie, più la baby sitter, lei non ha tempo. Però ce li dobbiamo tenere buoni i Brichetti, che lui è direttore in banca e non si può mai sapere, si può sempre aver bisogno. Quando è morta nonna Adalgisa, se non era per loro, ci toccava pagare il funerale coi nostri risparmi.
Se è una festa di compleanno ci saranno anche Elisa e Giacomo, lei una così brava ragazza, lui così terribilmente intransigente. Vegano, e lei costretta perché se l’è sposato poverina. Dovremo preparare un menù alternativo quindi. Che poi: vegani che non mangiano carne e derivati di origine animale, ma si abbuffano di pesce? L’ultima volta che ci siamo trovati, lui mostrava tronfio le foto del loro viaggio alle Maldive, compreso un primo piano davanti a un succulento piatto di crostacei! I pesci non sono animali? E i crostacei poi li cucinano vivi! Li immergono in acqua bollente e questi stridulano da fare paura, l’ho visto in un documentario, sembrano anime sofferenti sul fuoco dell’inferno. Aspetta: cosa mi aveva detto Luciana alla riunione delle mamme? Che pare che lui abbia avuto una scappatella, ma non può permettersi di lasciarla, perché è tutto intestato a lei, azienda, casa, auto. Chissà se l’altra era vegana…
Ah, poi è facile che sia stata invitata anche quell’insopportabile zitella acida so-tutto-io di Maddalena, che Dio ce ne scampi. Bastano cinque minuti di conversazione su qualsiasi argomento per comprendere perché non riesce a tenersi un uomo per più di mezz’ora, giusto il tempo delle presentazioni. Nonostante sia di famiglia nobile, baroni mi pare, e ricca, tanto che può permettersi di lavorare solo per diletto. No, nessun maschio ci ha mai fatto un pensierino. I soldi non sono davvero tutto nella vita. Magari chiederò a Vanessa di assegnare i posti a tavola e ci metterò un occhio che mi sieda abbastanza lontana. Ma se comincia con una delle sue filippiche filosofiche sul senso della vita, la serata diventerà davvero pesante… e non so se ho davvero voglia di stare zitta, in questo periodo la pazienza mi manca.
Ha anche detto colleghi? Oh cavolo, no. Vuol dire che ci saranno quella Elena e suo marito Valter, che alla comunione del più grandicello dei Brichetti hanno pontificato tutto il tempo del pranzo sull’eccellenza della scuola americana, privata, dove portano i loro bambini. Tutto insegnano, anche chimica in seconda elementare, ma l’educazione no, quella è sempre un optional, pure per i genitori. Vogliamo parlare di quanto erano scalmanati i loro due pargoli? Hanno spintonato il mio Johnny addosso al cameriere, li ho visti! No, se ci sono quei due non ci vado! Mi rifiuto, assolutamente! M’invento una scusa per i bambini, che hanno delle attività extra scolastiche…ma, aspetta, sabato i bambini sono davvero da mia madre! Abbiamo detto che li lasciamo dormire là, perché c’è la festa del primo raccolto, e noi possiamo stare da soli una sera. Beh, è perfetto! Così alla cena ci saranno solo i due scalmanati e gli altri commensali si renderanno conto delle loro buone maniere. Vedremo chi riderà per ultimo.
Altro? Forse i signori Ronga, due persone amabilissime, lei pasticcera e lui fotografo. Poi i due fratelli Larossa, scapoli impenitenti. Proveremo per l’ennesima volta a sistemarli con Maddalena? Ci odieranno a morte, eheh! E poi il fratello di Luca e…oh no, la fidanzata, quella nuova, quella che veste tutto Dior, ed è pure secca come una modella. E io non ho niente da mettermi!! Non ho comperato niente di decente agli ultimi saldi, che cavolo indosso quella sera? Questa se ne arriverà fasciata in chissà quale vestitino, alla faccia della mia pancia plurigravidanza. No, niente da fare. Lasciamo perdere tutto guarda. Non ho uno straccetto minimamente decente per non fare la figura di quella che veste ai mercatini dei cinesi, nemmeno una blusa nuova. E questa settimana non ho proprio tempo di andare per negozi, anche facendomi saltare fuori magicamente dal portafoglio un duecento euro. Ah che peccato…
Aspetta! Ma c’è quel completino che mi ha regalato Rossella, Ralph Lauren, niente male. A lei stava stretto, moooolto stretto, è stata costretta a passarmelo, ora che lei dimagrisce così tanto non va nemmeno più di moda. Ah, sì, sì, sì! Perfetto! Che problemi ci sono?!
Sollevò lo sguardo interrogativo verso la moglie, ma riuscì appena a cogliere un guizzo dubbioso nell’espressione di lei che lasciò subito spazio ad un sorriso raggiante. “Sì, sarà una serata meravigliosa!” gli rispose lei in un istante.
Che donna sua moglie! Mai un problema, una discussione, una noia! Sempre pronta e disponibile. E quelle poche volte che diceva no aveva sempre le sue valide ragioni, non occorreva nemmeno chiedergliele. Era proprio un uomo fortunato!
(c) 2017 Barbara Businaro
Con questo brano vi invito a partecipare al contest Leggere non è peccato: le contraddizioni femminili, organizzato in collaborazione tra tre autrici pubblicate da Bookabook, Roberta Dieci, Nadia Banaudi e Silvia Algerino, con tre romanzi dedicati proprio alle donne. Io mi sono esclusa dalla partecipazione perché questo racconto conta ben 940 parole contro le 600 massime richieste, pazienza! Difficile usare la forbice sui pensieri femminili che viaggiano a velocità luce!
Qui trovate il regolamento del contest: Leggere non è peccato – contraddizioni femminili
“Spesso la mancanza di infelicità è scambiata per felicità.”
Mentre aspettava che la fotocopiatrice terminasse il suo lavoro, Josie pensò che quelle scarpe erano state decisamente un acquisto sbagliato. Continuava a spostare il peso da un piede all’altro per cercare sollievo temporaneo. Le portava solo da qualche ora e le sembrava di trascinare due macigni con enorme sofferenza. Forse non aveva più l’età per certi tacchi.
Guardò fuori dalle ampie vetrate dell’ufficio: negli stretti spazi tra i palazzi si scorgeva un cielo terso e quella mattina uscendo di casa non c’era stato bisogno del suo fedele poncho in lana. Le vacanze di primavera, e la Pasqua che la sua famiglia festeggiava, si stavano avvicinando. Doveva chiamare sua sorella per organizzare il rientro: gli impegni l’avevano trattenuta nella capitale per tutto l’inverno e chissà in che condizioni avrebbe trovato la vecchia casa, chiusa da mesi.
All’improvviso la fotocopiatrice s’inceppò, con uno stridore dei rulli che non riuscivano ad afferrare la carta ed uno sbuffo d’aria dal vassoio d’uscita, finché non terminò con il solito avviso acustico.
“Di nuovo, accidenti!” Cliccò sul bottone per confermare l’apertura del blocco ottico superiore e accedere al vano interno.”Ehi Miki, quando passa l’assistenza?” gridò per farsi sentire dal collega in fondo al lungo open space.
“Non prima di martedì…”
Imprecando e tirando il lembo di carta che si intravvedeva, riuscì a disincastrare il foglio intero. Sarebbe stato un danno ben maggiore se si fosse strappato perché avrebbe davvero dovuto far smontare la macchina dal tecnico e non aveva tempo: doveva spedire le copie in giornata ai diversi dipartimenti, rigorosamente in cartaceo. Certe istituzioni vivevano ancora nel secolo scorso.
“Ancora noie con quell’aggeggio?” le chiese il direttore uscendo dalla sala riunioni con i redattori dell’economica.
“Si, ma l’ho tolto.” Sollevò il documento colpevole come prova. “Oh guarda…”
Lo osservò distrattamente per un momento: stava fotocopiando pagine fitte di testo, ma in quel foglio le parole via via distorte e le macchie di colore dei rulli sporchi avevano prodotto un’immagine, un bellissimo volto di donna stilizzato, con un’espressione melanconica.
Richiuse il coperchio della macchina, e ricominciò con le stampe mancanti, rimanendo affascinata a contemplare quello straordinario volto.
“Non è meraviglioso?” chiese al collega quando raggiunse la scrivania al suo fianco.
“Cosa?”
“Non la vedi?”
L’uomo scosse la testa. “Vedo solo un pezzo di carta stropicciato…”
“Non vedi il viso della donna, qui? e qui?”
“Senti Josie, da quant’è che non fai una visita oculistica? Lo sai che ce l’abbiamo gratuita per contratto? Basta che lo dici giù in segreteria e si arrangiano loro a prenotartela.”
“Mah…si, hai ragione, forse sono un po’ stanca” concluse frettolosamente. L’arte non si può spiegare alle menti chiuse, diceva sempre il suo professore.
Tenne da parte quell’insolito disegno, unico e raro, frutto del caso, e si mise ad ordinare le altre fotocopie, tutte uguali, tutte così ben definite, per inviarle con il corriere pomeridiano.
Il cellulare squillò impaziente dall’angolo in cui era in carica e il display mostrava la foto di sua sorella Rebecca in ospedale con in braccio Alyssa, il giorno in cui era nata tre anni prima. Era un orario insolito perché la chiamasse, ma la rassicurò subito.
“Volevo chiederti Josie…non potresti anticipare le tue vacanze? Volevo dare un pranzo la prossima domenica.”
“Beh, è un po’ complicato…” Fece un riassunto mentale di tutti gli appuntamenti della settimana. Avrebbe potuto anche spostarli, ma avrebbe ritardato alcuni progetti.
“Non te lo chiederei, se non fosse importante.” Cogliendo il silenzio come un diniego, continuò: “Abbiamo bisogno del tuo aiuto, si tratta della…felicità, di David e Alyssa. E abbiamo solo un mese per decidere.”
“Di cosa..? E’ successo qualcosa?”
“No, no, non ti preoccupare. Stanno bene. Adesso. Ma dobbiamo pensare al loro futuro. Tu vuoi che siano felici, vero?”
“Aspetti qui, il rettore Powell la riceverà subito.”
Accogliendo l’invito della segretaria, Josie sprofondò in un’enorme poltrona in pelle nera. Era stranamente in anticipo, come non le accadeva da tempo. Controllò nuovamente sul cellulare se per caso fossero giunte mail o chiamate dall’ufficio, ma niente: da quando era entrata nell’edificio l’apparecchio sembrava morto, assoluta assenza di campo.
Osservò il depliant informativo che le aveva preparato sua sorella, con segnata data e orario dell’appuntamento già fissato: sopra l’immagine di persone sorridenti e festanti campeggiava il logo del Waldinger Institute e la scritta “Qui formiamo persone felici”, la stessa grafica dell’insegna all’entrata dell’enorme parco che ospitava il polo di studio.
La porta in legno scuro si aprì e alle sue spalle comparve un uomo sulla trentina, vestito in jeans e camicia bianca con lo stemma ufficiale, dall’aria rilassata.
“Signora Wilson, sono contento che lei sia venuta.” Le strinse la mano con calore.
Giovane, assurdamente giovane per essere un rettore, pensò Josie. Ma del resto questa non era una scuola ordinaria.
L’accompagnò davanti alla sua scrivania e le offrì un vassoio di cioccolatini.
“Prego, non faccia complimenti.”
La luce calda del mattino entrava dalla finestra e si rifrangeva nel prisma pendente della lampada da tavolo, rompendosi in mille colori sulla parete. Una nota completamente stonata con la severità del mobilio e quel lieve profumo di sigaro che doveva aver impregnato le pareti negli anni, ma alquanto in sintonia con l’espressione della persona che si trovava davanti.
“E’ un bene che lei sia qui. Preferiamo che la famiglia ci faccia tutte le domande prima di cominciare il percorso, in modo da essere sostegno assoluto per l’alunno. Non ci devono essere dubbi nel nostro metodo.” Si appoggiò allo schienale alto della sedia.
“Come mai così giovani? Mio nipote David ha compiuto quattro anni e Alyssa ne ha fatti da poco tre. Non è un po’ presto?”
“No, mi creda. Prima cominciamo e meglio è. Stiamo pensando di abbassare la soglia ulteriormente. Già a due anni, nel mondo attuale, i bambini prendono troppe decisioni ogni giorno. Pensi solo alla scelta del cartone animato alla televisione o del pupazzo con cui si addormentano. Un trauma a quest’età può rendere inutile il nostro lavoro. E l’anno scorso abbiamo dovuto escludere dei bambini per questo, totalmente fuori dal nostro standard.”
Josie sentì una fitta ghiacciata alla base della nuca. Cercò di ignorarla e proseguire.
“Ma esattamente…in cosa consiste il vostro metodo? Ho letto le brochure, ma fatico a capire a livello pratico.”
“Insegniamo ai bambini a prendere la scelta giusta, quella che gli darà il successo assicurato in termini di appagamento. Vede, è il fallimento che genera stress e frustrazione, ripercuotendosi poi nelle decisioni future. Noi valutiamo le caratteristiche personali, le capacità individuali, stabiliamo degli obiettivi via via adeguati per l’alunno. Sviluppiamo le sue peculiarità in modo da inserirlo anche nel mondo del lavoro con il massimo rendimento. I nostri studenti imparano a distinguere qual è la loro portata, ciò che li renderà eternamente felici.”
Era la stessa cosa che aveva letto sul sito internet dell’istituto, con molta meno enfasi.
“E quando passano nella pubertà? L’adolescenza è la peggiore delle età, come fate a gestirla? Davvero ci riuscite?”
“Non trascuriamo nessun aspetto, né fisico né psichico. Determiniamo l’orientamento sessuale dell’alunno e tramite un’accurata selezione, incrociando tutti i dati della personalità, ad ognuno troviamo il compagno adatto per la vita. Praticamente da subito. Senza lasciare margini alla minima sofferenza.”
Lo fissò sconcertata e lui lo ritenne un invito a proseguire. “Non ci sono…appuntamenti al buio, rifiuti più o meno velati, derisione, ritorsioni, bisogni insoddisfatti, tradimenti, divorzi violenti. Le nostre sono coppie solide e felici. Potrà conoscerne qualcuna personalmente, negli incontri settimanali organizzati per i nuovi iscritti.”
“I vostri studenti finiscono col lavorare qui dentro?”
“No, se non lo desiderano loro. I nostri alunni non sono mai abbandonati: l’inserimento è richiesto dai tre fino ad almeno i venticinque anni di età, dato che li seguiamo anche nel percorso universitario con le nostre sedi distaccate in tutti gli stati. Alla fine diventano i nostri stessi sostenitori, a volte si mettono anche a disposizione per le attività di orientamento delle nuove reclute.”
Josie storse la bocca involontariamente.
“Ci tengo a precisare che non facciamo distinzione di genere. Nel nostro microcosmo convivono felicemente eterosessuali e omosessuali, perché i problemi legati ad una sessualità oppressa generano ulteriore frustrazione e infelicità. Quindi li formiamo anche per non vedere queste differenze. Ci siamo dovuti adeguare, almeno fino a quando la Scienza non troverà rimedio alle deviazioni sessuali. Nel qual caso abbiamo già pronto il piano di aggiornamento del sistema.”
“…l’aggiornamento del…sistema?” chiese inorridita.
“Nulla di fatale, mi creda. I nuovi alunni utilizzeranno i protocolli aggiornati e dunque ogni deviazione sarà curata sul nascere. Ma potremo anche intervenire sul pregresso, accompagnando le coppie omosessuali al divorzio consensuale ed elaborando successivamente nuovi abbinamenti eterosessuali. Ma temo ci vorrà ancora qualche decennio per il progresso scientifico.”
Lo stomaco di Josie ebbe un sussulto, sentiva l’acido gastrico gorgogliare al pari della sua rabbia. Cercò però di ricordare che era lì per amore dei suoi nipoti, e nient’altro.
“Quale dovrebbe essere il mio ruolo in tutto questo?”
“Chiediamo a tutta la famiglia di partecipare al processo, in maniera più allargata possibile. Per questo sua sorella le ha chiesto di venire alle riunioni di orientamento il prossimo mese. In alternativa, chiediamo di tagliare i rapporti con parenti e amici che non capiscono il valore del nostro metodo. Non ci devono essere voci dissonanti, capisce? Sarebbe un grave danno per l’alunno.”
“Immagino che questo significhi che poi anche i figli dei vostri studenti, a loro volta, vengono cresciuti con lo stesso…sistema.”
“Certamente. E non c’è motivo che non sia così, sono i nostri stessi alunni a capirne l’importanza. A quel punto il processo è naturale.”
Ovvio, pensò Josie, non concepiscono null’altro.
“Ma come fate a controllare tutto? Le amicizie per esempio…com’è possibile che non ci siano contatti con l’esterno?”
“I nostri studenti vengono inseriti già nel luogo di lavoro adatto, la loro compagna di vita è scelta sempre con il nostro metodo ed ovviamente anche le amicizie sono verificate. Non lasciamo nulla al caso, mi creda.” Il rettore Powell sorrise soddisfatto e compiaciuto. “La loro esistenza è contemplata in un ambiente sereno, dove tutti sono appagati e felici, appunto.”
“E internet? I social, dove c’è sempre un confronto compulsivo?” La storia era piena di imperi che erano stati soverchiati da una piccola falla, un’idea rivoluzionaria che avere aperto la breccia.
“Noi sconsigliamo l’uso dei social media ma, qualora venga richiesto dalla posizione lavorativa stessa assegnata, i contenuti visualizzati sono filtrati dal nostro centro operativo. In sostanza, tutti gli accessi alla grande rete sono verificati dai nostri tecnici, dal sito delle previsioni del tempo alle mail confidenziali. Eliminiamo automaticamente tutto il rumore.”
“Anche i vostri tecnici sono inseriti nel vostro percorso? Sono ex alunni, intendo?”
“Si, chiunque lavori qui partecipa al progetto per sé stesso.”
“Quindi anche lei è stato…selezionato per questo lavoro? La rende felice?”
All’uomo scappò una risata cristallina. “Le posso assicurare di si. Magari faticherà a crederci, ma la mia personalità è portata all’insegnamento e all’organizzazione. Inoltre, all’interno del campus, tutti lavorano part-time: il resto della giornata ci serve per i nostri hobby personali e per non sentirci troppo carichi di responsabilità sulle vite altrui. Se fosse venuta nel pomeriggio, avrebbe trovato il rettore Mitch, mio collega.”
La maggioranza dei lavoratori sarebbe stata concorde in una soluzione del genere. E per gli stakanovisti probabilmente avevano già elaborato una cura, pensò amaramente Josie.
“Signora Wilson, sappiamo benissimo che l’impatto con il nostro istituto è forte, soprattutto per chi non ha la stessa motivazione genitoriale, i parenti più prossimi, come lei che suo malgrado si ritrova coinvolta in questa valutazione. Oltretutto, da giornalista, ci aspettiamo sicuramente più resistenze da parte sua. Lei è abituata a mettere in discussione tutto, a indagare le notizie e le apparenze per cercare la verità. La invito a fare altrettanto con noi. Le daremo un pass ospite per potersi muovere all’interno del campus. Le sarà affiancato anche un tutor il quale soddisferà tutte le sue curiosità. Potrà dialogare anche con i nostri studenti dell’high school, con l’intermediazione dello stesso tutor.”
Il rettore si alzò in piedi, aggirò la scrivania e le porse una mano per farla alzare.
“Dia una possibilità ai suoi nipoti. Dia a loro quello che non ha potuto avere lei. Una vita felice, completamente.”
“Lei è davvero distratta!” la sgridò simpaticamente il giovanotto che l’accompagnava in visita nell’istituto.
“Mi scusi. E’ che ho mille pensieri per la testa…” Cercò di sfoderare il suo sorriso migliore alla Marylin, sexy e superficiale in parti uguali. In realtà cercava continuamente di restare indietro e cogliere l’occasione per cambiare corridoio e aprire delle porte a caso, alla ricerca di qualche segreto, anche solo qualche ossicino degli scheletri che pensava fossero nascosti dietro a tutta questa storia.
Finora non aveva però trovato nulla di interessante. Aveva anche contattato un amico del Wall Street Journal per avere un profilo economico della fondazione e sapere cosa se ne diceva nell’ambiente finanziario, ma le sue origini erano comuni a quelle di tante altre associazioni: un ricco possidente senza prole, convinto delle proprie teorie, aveva donato tutto alla causa. A questo capitale si aggiungevano le iscrizioni annuali degli allievi e successivamente i contributi degli ex studenti che erano tenuti, volontariamente, a versare una percentuale del proprio stipendio.
“Da questa parte, prego. Questo tunnel vetrato congiunge l’edificio alla biblioteca. Non è ancora molto fornita, ma speriamo di raddoppiare i volumi entro fine anno.”
Seguì il suo tutor fino ad un ampio salone, con il soffitto trasparente che inondava lo spazio di luce naturale. Al centro trovavano posto tavoli e sedie per lo studio, divani e poltrone per la lettura e addirittura il bancone di una piccola caffetteria. Tutt’intorno si aprivano tre piani di scaffalature, molte delle quali ancora vuote. Contrariamente ad altre sedi universitarie che esprimevano rigore e secolarità dell’istituzione, lì dentro si respirava un’aria rilassata, molto più simile ad una mega libreria di catena.
“Questa è la biblioteca per adolescenti e adulti. I bambini sotto i 14 anni hanno un’altra collezione di letture consigliate all’interno dell’Elementary school. L’accesso ai libri è comunque regolamentato secondo il proprio grado di istruzione, anche rispetto al nostro processo interno: vogliamo evitare che un testo particolarmente complesso generi sofferenza nel lettore.”
Quest’ultima frase la lasciò perplessa: Josie non conosceva romanzi che non portassero un minimo di angoscia al pari dell’entusiasmo per un lieto fine. I lettori da sempre cercavano emozioni tra le pagine. E se non c’erano, quello non era degno di essere chiamato libro.
A quel punto si chiese quali titoli e autori fossero effettivamente ospitati lì dentro.
Un sospetto, un terribile sospetto prese spazio nella sua mente.
“Le spiace se faccio un giro e sbircio qualche testo qua e là?”
“Faccia pure. Quando ha terminato, mi trova nell’angolo, all’internet point. La prego solo di non abbandonare l’edificio senza avvisarmi.” All’espressione stupita di Josie, il ragazzo proseguì mesto: “Mi farebbe passare un guaio…”
“No, certo, non si preoccupi. Da sola rischierei di perdermi, di nuovo.”
Si allontanò per cercare la sezione della narrativa contemporanea. Trovò una nutrita dotazione di romanzi rosa con lieto fine assicurato, una serie di thriller di scrittori che però non conosceva, pochissimi titoli di fantascienza, soprattutto la totale assenza di fantasy e horror. Controllò accuratamente ogni corsia, ogni ripiano e ogni dorso, ma non c’era alcuna traccia del re della paura, Stephen King. Non che fosse il suo genere preferito, però era uno scrittore riconosciuto e non ne comprendeva l’esclusione. Forse nell’acquisto dei testi avevano dato precedenza a quelli di studio, lasciando per ultima la cosiddetta letteratura d’evasione.
Passando al piano superiore, si ritrovò davanti ai saggi storici, ordinati per continenti e per epoca. L’organizzazione seguiva lo schema Dewey, ma la disposizione fisica dei volumi nell’edificio le sembrava un po’ disordinata. Oppure seguiva un filo logico che in quel momento le sfuggiva. Nel settore della Storia generale dell’Europa diede una scorsa veloce ai titoli riguardanti la seconda guerra mondiale: rispetto alle altre biblioteche, notò una povertà assoluta di libri riguardanti il nazismo e l’Olocausto. Non si aspettava certo di trovare il “Mein Kampf” di Adolf Hitler in bella vista, e del resto anche i nativi nordamericani sembravano cancellati dai testi. Solo gloriose terre e ricchezze da conquistare. Evidentemente il resoconto di un genocidio non rientrava nelle letture consigliate per una vita felice.
Suo padre, professore di letteratura, l’aveva lasciata libera di leggere qualsiasi cosa la incuriosisse. “Se vuoi controllare le idee di un popolo, devi controllare ciò che legge” diceva sempre. E casa sua era sempre stata piena di libri, di ogni genere e lingua, anche testi censurati o proibiti da governi e religioni che suo padre riusciva comunque a procurarsi. Leggere era prima di tutto un diritto.
Salì un’altra scala e raggiunse gli scaffali dei classici della letteratura francese. In mezzo a tanti nomi, scelse “I miserabili” di Victor Hugo. Estrasse il libro dalla fila e fu subito colpita dalla copertina la cui grafica recava un bollino di certificazione dell’istituto: Edizione Waldinger Autorizzata. Lesse brevemente la prefazione dove si spiegava che il testo originale era stato rimaneggiato dal gruppo editoriale della scuola per rientrare nella linea d’insegnamento. Questo testo poteva essere letto in autonomia e in assoluta sicurezza.
Josie rimase sconcertata a dir poco. Scorse velocemente il romanzo e in effetti la stampa riportava dei corsivi, l’intervento dei curatori, e note a piè di pagina che spiegavano la tipologia e la motivazione della riscrittura. Il libro era stato tagliato.
Con stizza prese un altro volume a caso, “Il rosso e il nero” di Stendhal: uguale bollino, uguale prefazione, corsivi che riempivano le pagine. Avrebbe voluto controllare cosa era stato eliminato, ma il cellulare non aveva campo lì dentro, come in tutto il complesso, e sicuramente dall’internet point era inibito l’accesso ai testi originali in rete. Non ultimo, i libri erano protetti da etichette antitaccheggio e il tutor le aveva già spiegato che gli esterni in visita non potevano ottenere il prestito. Imprecò a bassa voce.
Poi le venne in mente di aver visto una toilette per ogni piano.
Con i libri in mano, tornò sui suoi passi ed entrò in una di queste. Chiuse bene a chiave. Guardò nuovamente i due cartacei.
“Un sacrilegio, ma a fin di bene…”
Strappò le due copertine, le fece in piccoli pezzi e li lanciò nel water. Tirò lo sciacquone finché tutte le prove scomparvero negli scarichi. Infilò i due testi deturpati nella borsa personale. La sua preferenza per i modelli capienti si rivelava particolarmente utile.
Uscì dal bagno sperando di farla franca.
Scendendo nuovamente nell’atrio principale, incrociò una postazione informativa per consultare il catalogo della biblioteca e si fermò per l’ultima prova: cercò l’indice alfabetico di tutti i titoli e a sorpresa ne scorse molti marchiati come “n.a.”. La legenda a lato spiegava che l’abbreviazione stava per “non autorizzato”, precisamente “volume non autorizzato alla lettura senza il supporto del proprio responsabile”. Tra questi, i romanzi di Stephen King.
Un’altra domanda reclamava infine risposta. Raggiunse il suo tutor ancora seduto di fronte al computer dove le aveva indicato.
“E’ possibile avere un elenco degli artisti presenti tra i vostri studenti e sostenitori?”
“Artisti? Cosa intende?”
“Ci saranno pittori, scultori, scrittori…cantanti, musicisti…che sono cresciuti con il vostro sistema, no?”
“Uhm, non ne conosco nessuno personalmente. Cioè, abbiamo persone che si applicano nel tempo libero a queste attività, pittura soprattutto…So per esempio che il rettore Mitch dipinge con acquerelli e l’anno scorso ne aveva messo in mostra qualcuno. Ma nessuno che ne abbia fatto la sua professione, se è questo che intende. Però dovrei controllare in segreteria, nell’anagrafe principale.”
“Oh, non si disturbi, era solo una mia curiosità” rispose garbatamente Josie.
Considerato il piano marketing del Waldinger Institute, qualsiasi personaggio di rilevanza artistica sarebbe stato ben pubblicizzato quale ottimo risultato del loro metodo. Così non era. Un punto a favore per chi sosteneva che l’arte è sofferenza, è il sangue del nostro cuore.
Questo voleva anche dire che difficilmente Alyssa sarebbe diventata una ballerina di danza classica e David non avrebbe viaggiato fin su Marte nella sua astronave dei sogni.
“Non capisco ancora esattamente cosa mi si chiede. Io firmo il modulo per accettare e poi? Che succede?”
Josie era nuovamente nello studio del rettore Powell. Dal loro primo colloquio era passato un mese, durante il quale aveva frequentato il campus ogni fine settimana per gli incontri informativi.
“Quello che noi chiediamo è di contribuire allo sviluppo degli alunni, della famiglia stessa. Attorno ai nostri allievi creiamo un cerchio, che noi definiamo cerchio della felicità. Tutte le persone del cerchio partecipano attivamente al processo.”
“Quindi, sarei seguita dai vostri …terapisti? Essere presente a riunioni, eventi? Studiare? Superare dei test? Con quale frequenza?”
“Organizziamo queste attività in base alle famiglie e ai progressi dell’alunno, ma in genere la cadenza è settimanale.”
Josie rimase in silenzio. Quel periodo era stato davvero impegnativo: gestire il lavoro da remoto con problemi di connessione, dover rifiutare appuntamenti e incarichi all’ultimo minuto che le potevano valere una promozione, passare la maggior parte del tempo in viaggio che alla scrivania si era dimostrato sfiancante e la mezza età iniziava a farsi sentire.
Capendo il suo dilemma, il rettore proseguì: “Dovrebbe avvicinarsi ai suoi nipoti. Anche la lontananza è motivo d’infelicità, dato il forte legame che vi unisce. Dovrebbero poterla vedere tutti i giorni. Sempre se decide di rimanere nel cerchio.”
Lo fissò inorridita. “Dovrei lasciare il mio lavoro?”
“O trovarne uno nuovo qui vicino.”
Ricominciare daccapo, proprio adesso, pensò Josie.
“Anzi, noi avremmo bisogno di una figura come la sua nel nostro gruppo editoriale. Come ha visto durante la visita guidata, abbiamo la nostra rivista, il nostro portale internet, la biblioteca e le nostre pubblicazioni.”
L’uomo si spostò e aprì un cassetto dallo schedario, consultando alcune cartelline. Ne scelse una e gliela porse. “Queste sono le skill di cui abbiamo bisogno.”
Lei l’aprì e scorse velocemente il contenuto, senza darsi pena di nascondere il suo scetticismo.
“Se preferisce, può lavorare solo un paio di giorni alla settimana e il resto del tempo dedicarlo alla scrittura. Sua sorella durante i colloqui conoscitivi ci ha detto che un tempo lei voleva scrivere un libro suo. Potrebbe essere l’occasione giusta.”
Non avrebbe mai perdonato sua sorella per quella rivelazione. La scrittura era una sua questione intima, non la doveva riguardare. Eppure per un secondo, il serpente della tentazione trovò spazio nella sua mente.
“In sostanza, mi sta chiedendo di entrare nella comunità con tutte e due le scarpe? Come allieva a mia volta?”
“Perché no?”
“Ma non sarei troppo…adulta? Non preferite i bambini, anzi gli infanti?”
“E’ vero, perché gli adulti si portano dietro i ricordi. Anche il ricordo del dolore. E per quanto noi facciamo, per loro rimarrà la malinconia e il dolore già provato continuerà a ripresentarsi. Possiamo alleviare la sofferenza, ma non toglierla.”
Questo le rammentò quanto era stato detto durante una delle lezioni esplorative: il metodo Waldinger era contro l’accanimento terapeutico e a favore del suicidio assistito, sia per evitare il tormento fisico all’ammalato sia per proteggere il resto della famiglia dallo strazio della perdita, potendo vivere con serenità gli ultimi giorni con il proprio caro. Josie non era per niente sicura che potesse funzionare, ma le statistiche dichiaravano che con questo metodo le persone si ammalavano di meno. La felicità è effettivamente un’ottima medicina.
Ancora più confusa sul da farsi, dopo il colloquio si recò dalla sorella per il pranzo.
Rebecca era intenta a cucinare e John preparava la tavola, dando di tanto in tanto un’occhiata ai bambini che giocano fuori nel prato assolato.
“Dobbiamo parlare di questa scuola…io non sono per niente convinta. Non possiamo attendere ancora un anno?” chiese Josie dando una mano tra le pentole.
“Un altro anno potrebbe essere troppo…ce l’hanno spiegato.”
John entrò nella stanza fissando la moglie, in una silente comunicazione coniugale.
Rebecca sospirò e accarezzò Josie ad un braccio. “Noi…”, e continuò a fissare il marito, “abbiamo già deciso. Vogliamo solo sapere se anche tu parteciperai. Dentro il cerchio.”
Josie sentì qualcosa spezzarsi dentro. Guardò suo cognato in cerca di supporto.
Lui annuì. “I miei genitori sono d’accordo, anche se per loro l’impegno è minore. Non si muovono più, sono seguiti da mio fratello e li vedremo solamente per le festività. Ma abbiamo bisogno di te.”
Josie ancora attonita si rivolse di nuovo alla sorella: “Ti sei chiesta cosa ne avrebbe pensato papà di tutto questo?”
Rebecca arrossì. “Si, ci penso tutte le notti. A volte mi sembra di averlo qui che gironzola per casa, brontolando. Ma quanto abbiamo sofferto io e te a crescere senza una madre? Lei non era felice, e di riflesso non lo siamo state nemmeno noi. E anche papà ne ha sofferto tantissimo, da solo ad allevare due figlie piccole. Forse non è la strada giusta, ma sento che dobbiamo tentare.”
Un silenzio grave cadde fra di loro.
“Sia issi!!!” urlò Alyssa sgambettando allegra per il soggiorno. La seguiva David con in braccio il suo fedele autoarticolato gigante.
“Ciao bellissima” Josie si inginocchiò e la accolse in un largo abbraccio a cui la bimba si abbandonò.
David abbandonò il suo giocattolo e corse sulle spalle della zia.
Josie si cullò del loro sorriso, della loro gioia, della loro spontaneità. Chiedendosi se avrebbe avuto il coraggio di perdere tutto questo.
Era l’ultimo giorno. Doveva assolutamente prendere una decisione. Da un’ora stava fissando il modulo di accettazione, senza la sua firma, e continuava a giocherellare con la penna tra le dita.
Sospirò a lungo. Aveva anche provato a stilare le liste dei pro e dei contro di accettare di entrare nel cerchio della felicità, come lo chiamavano loro, ma gli elenchi erano diventati interminabili sia in positivo che in negativo. Non l’avevano aiutata a fare chiarezza.
Pensò alla vita dei suoi genitori: il Waldinger Institute li avrebbe giudicati incompatibili? Eppure erano stati felici, molto felici all’inizio del loro matrimonio. Per questo erano nate lei e Rebecca.
Rifletté anche su loro due. In fondo capiva la scelta di sua sorella e il suo istinto di protezione verso i figli, un istinto naturale che proteggeva la specie. Ma le faceva paura.
D’altro canto, cosa aveva avuto lei? Josie non era certo un bell’esempio di felicità per i suoi nipoti.
Suo marito l’aveva abbandonata nel momento più difficile, quando lei scoprì di avere un cancro all’utero. Si era chiuso in un silenzio funereo, non le aveva più rivolto la parola, quasi che lei fosse già morta. La settimana successiva alla notizia sparì, lui e tutte le sue cose, mentre lei era in ospedale per la prima chemioterapia.
Al suo posto giunse una lettera dell’avvocato per l’istanza di separazione per “incompatibilità caratteriale e psicologica sopraggiunte”.
Lui non aveva avuto il coraggio di affrontare la verità della malattia. Josie avrebbe potuto combattere per il suo matrimonio in tribunale, ma decise che la battaglia più importante era quella per la vita. A sostenerla, giorno dopo giorno, c’erano solo sua sorella, un cognato fantastico e quelle due adorabili pesti sempre pronte a strapparle una risata. A loro doveva tutto.
Ma dopo essere stata abbandonata da una madre e poi dall’amore della sua vita, aveva promesso a sé stessa di non lasciare più in mano d’altri il suo futuro.
Qualsiasi scelta sarebbe stata un comportamento egoistico da parte sua. Se li avesse lasciati entrare nella scuola e fosse rimasta con loro, l’avrebbe fatto solo per sé stessa, per non sottrarsi al loro affetto. Se avesse rinunciato e si fosse distaccata, avrebbero sofferto entrambi, ma lei avrebbe tenuto fede alle sue idee. Se avesse lottato con ogni fibra del suo corpo per non farli partecipare al progetto, avrebbero sofferto comunque tutti, magari anche di più, solo per dimostrare che lei aveva ragione. Ma chi poteva davvero sapere quale fosse la soluzione migliore? La ricerca della felicità era costellata di insidie e rinunce, quasi tutte un salto nel buio.
(c) 2017 Barbara Businaro
Note a piè di pagina
Questo racconto è rimasto nel limbo delle idee per mesi, dopo che ho sentito (non ricordo assolutamente dove e da chi) quella citazione in apertura. Ho iniziato a ragionarci su e chiedermi se non ci fosse una scuola dove imparare a star distanti dall’infelicità. Nel mio girovagare nella rete alla ricerca d’informazioni, mi sono poi imbattuta in questo interessante video TEDx dello psichiatra Robert Waldinger (già, ho preso in prestito il cognome 😉 ) sul più lungo studio sulla felicità: ben 75 anni di ricerca per definire cosa effettivamente renda le persone felici.
Un anno fa
Il silenzio ovattato della stanza era scandito dall’incessante pianto del rubinetto in cucina. Una goccia dietro l’altra che continuavano a suicidarsi nelle tazze della colazione dimenticate nel lavello. Non aveva fatto in tempo a sistemarle nella lavastoviglie. Il rumore le riempiva la testa e le ricordava di respirare, ora che il cuore se lo sentiva pesante come un macigno, troppo pesante per gestire da solo l’ossigeno di cui aveva bisogno.
O forse quello che martellava era l’orologio sopra la mensola, non riusciva a distinguere i due suoni. Fuori oramai era buio pesto e solo la luce del lampione lontano rompeva a malapena l’oscurità in cui era sprofondata Michela.
Il tempo passava, lo fa sempre, ma la sua mente era ferma a quell’ultima scena. E si chiedeva se era successo davvero.
Aveva corso tutto il pomeriggio, dato che non le era stato accordato il permesso di uscire prima dal lavoro. Aveva saltato la pausa pranzo per andare finalmente a prendersi quel paio di scarpe che aveva adocchiato due settimane prima. Non c’erano più e non aveva trovato altro che potesse combinare col vestito che aveva scelto per quella sera. Al pomeriggio in ufficio c’era stato un problema con un cliente e le arpie lo avevano scaricato tutto addosso a lei, quasi fosse una colpa essere l’unica fidanzata con un lui che ti aspetta per festeggiare.
Appena corsa a casa, dopo una fuga veloce al supermercato, aveva poi trovato l’appartamento il solito disastro. Per quanto cercasse di tenere pulito e in ordine il loro nido d’amore, sembrava sempre un campo di battaglia dalla parte degli sconfitti. Non c’erano abbastanza mobili per le cose di loro due, l’arredamento era stato studiato per un single, ma Edoardo non ci sentiva a cambiarlo. Ci avrebbero pensato per una nuova casa tutta loro, diceva.
Tra un disbrigo e l’altro, era inevitabilmente in ritardo nella tabella di marcia. Lui sarebbe rientrato di lì a mezz’ora e lei stava ancora in vestaglia con i bigodini in testa, una calza smagliata in punta che forse non si sarebbe vista dentro le décolleté, il vestito sgualcito dall’armadio ancora da stirare, lo smalto delle mani da terminare. Ma ce la poteva ancora fare. Non sapeva dove avrebbero cenato quella sera, Edoardo non le aveva detto nulla sicuramente per farle una sorpresa, ma non uscivano mai tanto presto.
Quasi a smentirla, la chiave girò nel portone d’ingresso e lui la trovò ancora senza trucco.
“Ciao, come mai così presto?”
“Ciao…avevo una questione da sistemare.” Non sembrava particolarmente entusiasta. Brutta giornata al lavoro anche per lui.
Trascinava dietro di sé un trolley enorme, di quelli che mai e poi mai passerebbero come bagaglio a mano, nemmeno sotto mancia extra.
“Una valigia? Ti mandano in trasferta di nuovo? Ma non è un po’ troppo grande per un paio di giorni?”
“Non è per me. E’ per te.”
Lo guardò un po’ confusa. “Ma io non viaggio mai per lavoro… Oh, hai prenotato un viaggio per noi due? Davvero?!”
No, la sua espressione diceva altro. Evitava di guardarla negli occhi. Tutto nell’ambiente circostante era diventato improvvisamente interessante, da distogliere il suo sguardo sull’amata. Ma era talmente assurda l’idea, che il cervello di Michela continuava a scartarla.
“Non capisco…”
“Non funziona, tra noi” le disse in un mormorio. Così flebile che le sembrava frutto dell’immaginazione.
“Cosa…ma cosa stai dicendo?” Non riconobbe nemmeno il suo tono di voce, le era uscito così alto di due ottave e stridulo che non poteva essere lei.
“Guardati: non ti curi più di te stessa. Giri sempre per casa con quelle tue tute enormi, sei diventata grassa, e goffa. Se non organizzo io qualcosa, siamo sempre chiusi tra queste quattro mura. Uscire con gli amici è diventato quasi impossibile. Che poi sono più le volte che mi vergogno di te, di averti al fianco, conciata così. Quel vestito ti sta di merda, ti stava bene quand’eri più magra, non lo vedi? E poi qual è stata l’ultima volta che sei andata da un parrucchiere? Per non parlare dell’estetista! Dove sono finiti tutti quei bene completini intimi che indossavi quando ti ho conosciuta? Adesso vedo solo pigiami. Raffredderesti anche un diavolo. O tutto l’Inferno intero…” Si fermò a riprendere fiato.
Michela cercava di capire il senso di ogni parola, ma il colpo era troppo potente per essere assorbito su due piedi. Ogni singola frase le esplodeva dentro come quelle bombe riempite di schegge metalliche: oltre al dolore della deflagrazione, doveva resistere alle ferite mortali di ogni singolo frammento. Tutti diretti al cuore.
Avrebbe voluto ribattere che sono assurdità le sue, che ogni giorno si spaccava la schiena per lui, per fargli trovare tutto pulito e stirato, la casa profumata e la cena calda pronta tutte le sere. Gli aveva sistemato la scrivania e riorganizzato lo studio, perché era un disordinato cronico tanto da perdersi dei documenti importanti, e per questo aveva pure perso una causa in tribunale. Aveva anche speso tutta la sua tredicesima per regalargli a Natale quel portatile di marca che desiderava da tanto tempo. Come poteva pensare a vestiti, cappelli e manicure? Non era una fabbrica di soldi!
Ma non riuscì a dire nulla. La bocca si rifiutava di aprirsi e parlare. Le corde vocali strette da un enorme groppo in gola.
“Io stanotte dormo fuori. Quando te ne vai, lascia le chiavi sul tavolino.”
Prese la porta e se ne andò senza nemmeno salutare.
Buon San Valentino, Amore.
Oggi
Ferma al semaforo pedonale, Michela si rimirava le unghie appena laccate. Maddalena aveva fatto proprio un bel lavoro, una fantasia marmorizzata con tre diversi tipi di rosa e un tocco di rosso. Un’opera d’arte tra le mani.
Il cellulare iniziò a suonare e vibrare in borsa.
“Cosa fai stasera?” La voce squillante della sua amica Alessia.
“Stasera? Uhm, oggi è martedì…niente. Yoga me l’hanno spostato al mercoledì per questo semestre, quindi stasera serata tranquilla a leggere. Perché?”
“Ma nessun appuntamento per San Valentino?”
“Eheh, no…quand’è?” Il verde era finalmente scattato e Michela attraversò l’incrocio.
“Come quand’è?! E’ oggi Micky!” Uno sbuffo furioso arrivò dall’altra parte.
“Davvero?” Guardò l’orologio con il datario. Già, 14 febbraio. Sorrise. Non era una data granché importante ormai.
“Non li hai visti tutti questi cuori rossi che hanno invaso la città? E tutte le pubblicità di profumi in tv?”
Ecco perché Maddalena le aveva proposto di disegnarle dei cuoricini solo sull’unghia dell’anulare. Per fortuna aveva detto no subito!
“Si, si, ma non è che mi sono fissata la scadenza sul calendario!”
“Vabbé. Quindi nessuno in vista?”
“No. Sarà un felice San Valentino da single.” rispose seccata Michela. Peggio di un’agenzia matrimoniale.
“Bene, allora ho una proposta. C’è un amico di Leo che dovresti proprio conoscere. Fa al caso tuo…”
Eccola là. Perché, perché, perché tutte le amiche sistemate devono per forza sistemare anche te? Mal comune mezzo gaudio?!
“E per quale motivo tu pensi faccia al caso mio?” Sospirò.
“Giovane, carino, appena divorziato…lei è scappata con un altro, povero. Ha un buon lavoro, dirigente di non so quale azienda, simpatico. Appassionato di botanica.”
“Botanica?” esclamò preoccupata Michela.
“Si. Ma senti: ti potrei prestare quel libro con tutte le erbe che ho preso anni fa in erboristeria. Te lo leggi un po’, fai finta che ti interessa.”
“Non se ne parla proprio! Io non cambio più niente per un uomo. Ho già fatto quell’errore in passato, grazie.”
E quanto le era costato caro. Giusto un anno fa aveva chiamato proprio Alessia, non si sentivano da mesi, ma lei aveva mollato tutto ed era corsa ad aiutarla. Aveva portato un paio di valigie in più, così erano riuscite a portare via tutte le sue cose dall’appartamento di Edoardo, e non aveva più avuto contatti con lui. Zero assoluto. Sempre Alessia l’aveva ospitata a casa sua, nel divano letto del salotto, per un mese intero, finché Michela non aveva trovato un mini arredato tutto per sé. Con molta fatica, aveva acceso un mutuo e l’aveva comprato, per avere la certezza che nessuno mai più l’avrebbe sbattuta fuori a quel modo. Aveva deciso di cambiare lavoro e con sua sorpresa la responsabile del vecchio ufficio le aveva scritto delle referenze eccezionali e l’aveva aiutata anche per il nuovo impiego. La voce era circolata velocemente in azienda e tutti le avevano dato una mano negli ultimi giorni. Ed era tornata se stessa. Aveva i suoi corsi di yoga e spinning in palestra e quello di lingua giapponese in biblioteca. Aveva sempre tempo per il suo parrucchiere delle dive, per la sua estetista miracolosa e per gli aperitivi con gli amici.
No, nessun uomo le avrebbe più sconvolto la vita. Avrebbe condiviso, ma non sacrificato.
“Hai ragione, scusa” ammise Alessia. “Però organizziamo lo stesso la cena settimana prossima, e se non va, pazienza, ok? Ne scoveremo un altro.”
“D’accordo. Ora ti devo lasciare. Devo entrare al supermercato che a casa il frigo piange e si dispera.”
Si salutarono velocemente e Michela afferrò un carrello vicino all’entrata.
Stava valutando la qualità della merce tra i banchi delle verdure fresche, quando venne avvicinata da un fusto assurdo, un ragazzo tutto muscoli che da settimane campeggiava in una pubblicità di una nota marca d’abbigliamento. L’aveva adocchiato poco prima passando per la corsia dei formaggi e latticini. Ora stava pesando ed etichettando diversi tipi di frutta.
“Ciao”
La stava fissando. Michela si girò indietro per controllare, ma parlava proprio con lei. Non c’era nessun’altro in quell’area, nella direzione del suo sguardo. Il supermercato era terribilmente vuoto a quell’ora. Tutti a casa a prepararsi per festeggiare la grande serata.
“Non mi riconosci vero?” continuò lui con un sorriso divertito.
“Oh…ehm…si, ti vedo tutte le mattine alla fermata dell’autobus…nel pannello centrale della pensilina.”
Certo che dal vivo è ancora più mozzafiato, pensò. L’avranno ritoccato sul poster oppure davvero sotto agli addominali cesellati c’è quella V di Adone che punta dritta dritta al… Oh, non ti distrarre! E non guardagli lì, per cortesia!
“No, non mi riferivo a quello. Eravamo a scuola insieme.”
“Impossibile!” esclamò lei in un gridolino soffocato.
Riprese il controllo per un attimo. “No, davvero, mi confondi con qualcun’altra.”
“Sono sicuro invece. E ricordo molto bene anche il due di picche che mi hai dato quando ti ho chiesto di uscire.”
“I….iooooo?” Arrossì violentemente.
“Si tu, Michela.”
Sa anche il mio nome?? Oh, questo è un sogno…o un incubo! Io avrei rifiutato tutto questo ben di Dio?!
“Sono Cristian, terza fila, banco a destra l’ultimo anno. Allora, adesso ti ricordi?”
Michela spalancò gli occhi. Questo…Cristian? No, no, è impossibile! Era grosso e gobboso, una centrale di brufoli vivente! E l’unico muscolo allenato era quello del pollice con cui vinceva sempre tutti davanti al flipper del bar.
“Sono un po’ cambiato, lo ammetto” ridacchiò.
“Eh già…Senti…io, non mi ricordo nemmeno com’è andata…eravamo giovani, e il più delle volte stupidi…mi spiace davvero se ti ho rifiutato, non volevo offenderti…” Era una bugia, ovviamente: aveva ben presente la scena, era stata proprio stronza, l’aveva davvero trattato malissimo. Ma del resto lei a quel tempo aveva occhi solo per Nicola, due anni più grande, già studente universitario. E non la calcolava di striscio.
“Tranquilla. Non voglio mica vendicarmi! Anzi, a dire il vero, io dovrei ringraziarti.”
Io invece vorrei suicidarmi, ammise silenziosamente.
“E’ merito del tuo rifiuto se ho deciso di darmi una scossa. In fondo, nemmeno io mi piacevo, come potevo pensare di piacere agli altri?”
Già, è una cosa che ho imparato anch’io, ma non in quel modo.
“Davvero, tu mi hai fatto solo un gran favore” continuò lui. “Ora ho una palestra ben avviata in centro, sono stato personal trainer di qualche vip televisivo, ho fatto anche lo stuntman per qualche film e adesso lavoro come modello. Tutto grazie a te.”
“Beh, sono contenta di sapere che almeno non ho fatto un gran danno.” Le si stampò in faccia un sorriso di circostanza. Certe volte la vita ti prende proprio a calci.
“Ok, ti ho disturbata abbastanza…e avrai sicuramente da fare stasera.”
“Niente affatto.” Arrossì a doverlo ammettere di fronte a lui. Chissà schiere di ammiratrici che affollavano le sue, di serate.
“No? Niente marito, fidanzato…appuntamento?”
“No. Diciamo che anch’io ho incassato un due di picche, proprio un anno fa. Ho avuto anch’io la mia scossa.”
“Mi dispiace. All’inizio fa proprio male.”
“Già.”
“Beh, se non lo trovi troppo…complicato, che ne diresti di farmi compagnia a cena? Un panino e una birra tra vecchi compagni di scuola. E non mi offenderò se mi dirai di no anche stavolta, promesso.”
Le stava chiedendo di uscire? Davvero davvero?
“No…cioè si…oddio!” Le scappò una risatina. “No, non voglio offenderti…E si, mi piacerebbe una chiacchierata tra amici.”
“Perfetto! Mi dai il tuo numero?”
Michela scandì veloce il numero del suo cellulare e lui lo salvò nel proprio. Fece partire una chiamata perché lei salvasse il suo.
“Ti prego, non mettere il mio nome cognome completo, memorizza un nomignolo qualsiasi. E’ la terza volta che cambio numerazione perché qualcuno si perde il telefono e finisco in pasto a giornalisti e fans.”
“Certo.” Lei scrisse sul display “Cristian 2picche”.
Lui si era avvicinato al suo fianco e aveva spiato dall’alto della sua statura. Soffocò un risolino imbarazzato e scosse la testa. “Spero proprio non diventi un’abitudine…”
“Abbiamo già rotto l’incantesimo. Per questa sera ho detto di sì!”
“Non ci credo finché non succede” si schermì lui. “Devo passare a casa per sistemare la spesa. Ti va bene se ci troviamo per le otto e mezza al BiBiQ Pub? Conosco il proprietario e ci sistemerà in una saletta tranquilla.”
“Perfetto.”
“Se ci sono problemi, mi chiami. Se hai bisogno che ti passi a prendere, mi chiami.” E senza che Michela avesse il tempo di reagire, le lasciò un veloce bacio sulla guancia, indugiando un po’ più del lecito. Un guizzo gli attraversò lo sguardo quando i loro occhi s’incrociarono.
“Ci vediamo dopo” concluse lui.
Rimase imbambolata per qualche minuto prima di salutarlo. Per fortuna che quel giorno Maddalena aveva insistito per la ceretta integrale. Ohhhh, ma che vai a pensare!!
L’anno prossimo?
Nuovo messaggio.
“Buon San Valentino, Amore. Stasera tieniti pronta per le 21, ambiente elegante ma non troppo. Se poi vuoi esagerare solo per me, sentiti libera. Tanto poi io ti tolgo tutto…”
(c) 2017 Barbara Businaro
Voglio dedicare un augurio speciale
a tutte le persone temporaneamente single:
Amatevi.
Amate voi stessi,
vogliate bene alla vostra anima,
siate felici di quello che voi siete.
E tutto il resto arriverà al momento giusto,
non un minuto di più,
non un minuto di meno.
Barbara
Avete idea di cosa significa vivere con una donna che scrive?
Un incubo! Terrificante!
Non so quand’è cominciata, sapevo che scribacchiava qualcosa ogni tanto, ma finora la cosa era sotto controllo, non mi ero nemmeno accorto di nulla. In casa tutto procedeva liscio. Cioè, le solite litigate insomma. Hai lasciato la tavoletta del water alzata. La smetti di fare briciole sul divano. Non mi porti mai da nessuna parte. Il solito mastino che mi aspetta al ritorno la sera.
Poi ha iniziato a girare con un taccuino e una penna sempre in borsa. Capitava che nel bel mezzo di una conversazione con nonchalance prendesse questo taccuino e ci scrivesse una sola parola. Apparentemente una mia parola, anche se non avevo detto nulla di eccezionale. A volte ridacchiava sommessa mentre lo riponeva nella borsa.
In casa sono spuntati come funghi blocchi di appunti e relativa penna ovunque: sul tavolino del salotto al posto dei telecomandi, abbandonati sopra il divano, in bagno in mezzo alle mie riviste d’auto, nel suo comodino in camera da letto, sopra la lavatrice tra i detersivi, in cucina insieme con i libri di ricette. Un’invasione aliena!
Guai a spostarglieli! Le si crea confusione mentale, dice.
E quelle maledette penne! Penne di ogni tipo, fattezza e colore in ogni angolo della casa. Ovunque ti siedi una penna tenta di infilzarti.
Di riflesso han cominciato ad andare storte parecchie altre cose: la cena bruciata nel forno, le camicie rimaste indietro da stirare, la polvere che si accumula tra i soprammobili, l’argenteria che non mi riflette più, il ragno che mi saluta ogni mattino sulla porta.
E silenzio, parecchio silenzio. In cui si sente solo il rimestare di pagine e la tastiera del suo portatile scorrere veloce.
Tant’è che un po’ di paura m’era anche venuta. Ma cosa diamine starà scrivendo?
Ho cercato di leggere qualcosa di tutti quegli appunti, ma la grafia femminile, così piena di tondini e collinette è indecifrabile, tutta ghirigori. Quando riesco a capire qualche parola, mi sembra del tutto sconnessa con le altre. Quindi proprio non lo so, cosa scriva. Temo che lo scoprirò un giorno in libreria.
Però è tranquilla, non litiga più e soprattutto mi lascia guardare la televisione tutto il weekend, pure sbriciolando sul divano.
Anzi, vi consiglierei di regalare un corso di scrittura creativa a vostra moglie.
Così, mentre lei è al corso, vi scappa pure una birretta con gli amici.
(c) 2016 Barbara Businaro
I pensieri sono come le pietre. Lisce, sfaccettate, brillanti, sporche, appuntite, pesanti.
E le persone senza pensieri sono così leggere da volare via in un attimo.
Ecco perché Joe lavora in una fabbrica di ciottoli. Lo aiutano a rimanere solido, con i piedi ben saldi, radicati a terra, senza fronzoli.
Ma un giorno arriva qualcuno che sovvertirà il suo ordine, qualcuno che di notte toglie i sassi incastonati di tutte le strade e… semina margherite.
Tutta la città si sveglia ogni mattina invasa da buche improvvise e splendidi mucchi di steli fioriti che distraggono i passanti.
Le signore, sconcertate da questa novità, si ritrovano loro malgrado a gambe all’aria.
Perché se camminare sui ciottoli con i tacchi è difficile, in un prato è impossibile.
Per non parlare delle biciclette! Per evitare di rovinare le piccole aiuole, i ciclisti finiscono rovinosamente a terra addosso agli altri squarci dell’acciottolato.
Gli stessi fiori imperituri si affacciano minacciosi all’entrata della fabbrica, direttamente sotto il suo guardingo cancello.
Nessun indizio su chi sia il colpevole.
Se non quell’impronta sull’erba fresca del nuovo giardino che ha invaso il vialetto di casa sua. Riuscirà Joe a salvare la fabbrica e i suoi pensieri?
Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.
Sciocchezze. Sciocchezze di un vecchio. Il nonno sembrava ancora lucido quando gli disse quelle parole, ma pochi mesi dopo la demenza senile se l’era preso completamente. Vaneggiava discorsi senza senso. La pazzia lo portò in piedi sull’orlo della finestra aperta del secondo piano. Forse credeva di poter volare. Lo trovarono in giardino, con un sorriso beato, nonostante tutto.
Era la mattina del 1 Novembre, dopo la notte di Samhain, di cui il nonno aveva sempre avuto temuto rispetto.
Vivevano ancora in quella stessa casa, immutata da almeno cent’anni.
Nonna se n’era andata qualche anno prima, durante un’operazione al cuore. Ricordò che nonno l’aveva salutata in maniera strana, solenne, come se in qualche modo sapesse. Il suo “ci rivedremo” aveva assunto tutto un altro significato due ore dopo. E un altro ancora quando nella malattia farneticava di incontrarla ogni notte, più bella che mai.
Sciocchezze. Era solo un bambino allora.
Adesso era alle superiori, a caccia di un college e di un futuro, tutta un’altra storia.
E nello zaino aveva un foglio da far firmare ad almeno uno dei genitori. Stava ancora cercando una buona scusa, quando entrò in cucina.
Sua madre non gli lasciò nemmeno il tempo di salutarla. “Ha chiamato la scuola. Che è questa storia? Cos’hai combinato?”
“Niente mamma. Mi hanno dato fastidio in mensa, ed ho reagito. Mi stavo solo difendendo.”
“Il tuo insegnante non me l’ha raccontata così, però…”
“Il professor Blauern è arrivato dopo, non ha sentito gli insulti che sono volati prima.”
“Liam, quante volte te lo devo dire? Lascia stare. Ci rimetti sempre tu alla fine.”
“Si…lo vedo.”
“Dammi il foglio che te lo firmo. E poi vai di sopra a studiare. Cerca almeno di alzare la tua media, per il prossimo anno.”
Le porse il documento e una penna in silenzio. Del resto lei sapeva che non era colpa sua. Era fin troppo facile prenderlo in giro, nella sua situazione.
Sulla soglia, si voltò indietro. “Questa sera posso uscire fino a mezzanotte? Per Halloween. C’è una festa. Te ne avevo parlato.”
“No, con quella di oggi niente festa. Non se ne parla. Ti voglio fuori dai casini, capito?”
“Ma che c’entra? Ci sono i miei amici, mi aspettano. Niente casini, promesso!”
“No Liam, non insistere. Fila di sopra. Altrimenti avverto tuo padre. E allora sì che sono problemi.”
Sbuffò irritato salendo le scale.
“Vorrei proprio sapere come fai ad avvisarlo…Mio padre è morto.” bofonchiò tra sé. “E quell’altro non è nulla per me.”
“Che hai detto?”
“Niente, niente.” Meglio non intavolare altri discorsi. Era già critica così.
Col cavolo che avrebbe saltato la festa! A parte Max, David e Joen, quella sera c’erano ragazze nuove, amiche della cugina di David. Dopo una giornata come quella, con il discorsetto del professore prima e del preside poi, doveva pure rinunciare a divertirsi!
In realtà, le invitate erano le ragazze, loro si sarebbero intrufolati al seguito. Probabilmente non se ne sarebbe accorto nessuno in mezzo alla confusione delle centinaia di persone previste. Erano almeno due mesi che a scuola non si parlava d’altro.
Non aveva però avuto il tempo di organizzarsi il travestimento per l’occasione.
Rovistò nell’armadio in cerca della scatola con i vecchi costumi di Halloween da bambino: quelli non gli sarebbero più andati bene, ma poteva riciclare il sangue finto in silicone e un po’ di colore verde per il viso. Da un sacco di vestiti usati, pronti per la spazzatura, tolse una vecchia camicia e un paio di scarpe da ginnastica consumate. Strappò le maniche e l’orlo. Con la tempera rossa l’imbrattò di macchie. Scollò le suole dalle Adidas e le sporcò di marrone terra, mischiato col carminio già aperto. I jeans sdruciti che usava per il taglio dell’erba completavano il quadro.
Bene, era tutto pronto. Uno zombie del nuovo millennio. Doveva però assicurarsi di avere via libera per l’uscita.
Scese di nuovo in cucina per la cena.
“Mamma, questa sera non hai la riunione del circolo di lettura?”
“No tesoro. Ci sono quattro persone a casa con l’influenza, ed altre fuori per il week end. Questa sera rimango a casa a leggere. Tuo padre invece ha il turno fino a domani a mezzogiorno. Hai bisogno di me?”
“No no, tranquilla, dopo mi rimetto a studiare per il progetto di…scienze.”
“Bravo. Di cosa si tratta?”
“Solite cose….l’influenza della Luna nella natura e nella vita umana.”
Gli sorrise. “A tuo nonno sarebbe piaciuto.”
“Già.” E nemmeno il nonno mi avrebbe lasciato uscire di casa stasera, pensò Liam, ma per ben altri motivi.
Accidenti! Lei non si muoveva dal salotto e non c’era modo di sgattaiolare fuori di casa senza essere visto: le scale si fermavano proprio davanti al divano. Erano già le nove e mezza e i ragazzi lo aspettavano per le dieci.
Furioso, si aggirava per la sua stanza, in trappola.
Gli rimaneva la finestra.
No, amico, non se ne parla. Quella è la stessa finestra del nonno. Scosse la testa con orrore.
I secondi ticchettavano al pari del suo piede agitato sul pavimento.
Beh, adesso c’è un albero, un bellissimo faggio che all’epoca era solo un piccolo arbusto. Ora tendeva sicuro i suoi rami protettivi verso la casa. Ce n’erano altri tutti intorno, a sorvegliare tutto il perimetro e sufficientemente alti per raggiungere il secondo piano. Si avvicinò, sbloccò la sicura e sollevò il vetro.
Erano solo tre metri di salto in lungo per afferrare il solido legno. Ci poteva riuscire senza problemi.
Mise cellulare e portafoglio in tasca e salì sul davanzale.
Stava facendo una stupidaggine. No, le condizioni erano diverse. Salti così li faceva di continuo agli allenamenti.
Dall’altra parte della strada una civetta lo canzonò con il suo richiamo porta sfortuna.
Era comunque una stupidaggine. Valeva la pena rischiare?
Oh, basta! Fuori le palle! Respirò a pieni polmoni e via.
Afferrò sicuro il ramo, ma la superficie era resa viscida dal muschio leggero, bagnato dalle recenti piogge.
Senza rendersene conto, in un attimo si ritrovò steso a terra, sull’erba umida del giardino.
La testa gli doleva forte, i muscoli non davano segni di presenza, la vista si annebbiò in un vortice confuso e Liam svanì nell’oblio.
Forse aveva ragione il nonno, dopotutto.
Qualcosa di estremamente freddo gli sfiorò la mano.
“Hai bisogno di aiuto?” fu il sussurro che gli arrivò da lontano.
Aprì gli occhi a fatica, la luce del lampione del vialetto di fronte rivelò un’ombra china su di sé.
Due iridi azzurre lo stavano fissando preoccupate. I capelli lunghi, ondulati sulle spalle, ricadevano morbidi sul viso di Liam. Labbra delicate gli sorridevano. Un viso perfetto. Una dea. Bellissima.
Una di quelle ragazze che solo per pietà potevano rivolgere la parola ad uno sfigato come lui. O per copiare i compiti, certo. Peccato che non fosse poi un così gran secchione.
“Tutto a posto?” gli chiese di nuovo.
“Io…eh…si.” Si mise seduto. Controllò la casa dietro di lui. Nessun rumore dall’interno, per fortuna sua madre non doveva essersi accorta di niente. Le ossa del collo scricchiolarono quando inclinò nuovamente il capo, ma riuscì ad alzarsi in piedi senza altri problemi. Niente di rotto almeno.
“Ti ho visto cadere dall’albero…”
“Uhm, sono un po’ sbadato.” Cercò di togliersi fango e erba dai jeans, ma in fondo donavano veridicità al suo personaggio di morto resuscitato.
“Capita. Anch’io lo sono. Con le cose nuove.” Sorrise di nuovo. Il cuore di Liam ebbe un tuffo.
Indossava un vestito lungo del secolo scorso, come quelli che portava sua nonna in alcune vecchie fotografie appena maritata. Un po’ logoro e infangato sul fondo della gonna. Qua e là macchie di rosso scuro rendevano il suo costume perfetto, macabro ed elegante. La sua figura lo riempiva nei punti giusti. La scollatura lasciava intravvedere poco innocenti promesse.
Guardò in fondo, giù nella strada. Non c’era nessuno in giro, nessun gruppetto, nessuna auto in attesa. Da dove arrivava questa fanciulla? Non era di queste parti e a scuola di certo non l’aveva mai vista, non sarebbe mai passata inosservata.
“Stai andando a una festa?”
“No, stavo aspettando delle amiche che vivono da queste parti.” rispose lei titubante. “Perché tu invece si?”
“Si, ce n’è una fichissima a dieci isolati da qui, verso est.” O la va o la spacca, io ci provo. “Vuoi venire con me?”
“Ma non sono stata invitata…” Abbassò gli occhi timidamente, a fissare i suoi scarponcini inzaccherati.
“Nemmeno io! Andiamo!” Le prese la mano. Caspita, era davvero gelida. Beh, in effetti la temperatura si era abbassata di parecchio da quel pomeriggio. Oramai l’inverno incombeva.
“Non capisco perché accidenti non prende…Che cavolo gli piglia? Cellulare di merda!” Liam lo sbatteva contro il palmo della mano, nel tentativo di sbloccare la connessione e l’antenna, ma senza risultato.
Lungo il marciapiede si cominciava a incrociare parecchie persone, tutte molto stravaganti, con maschere pazzesche. Avevano passato un uomo che reggeva la sua testa in mano sgocciolando lungo tutto il marciapiede, una bambina che si trascinava su una gamba sola utilizzando l’altra come una stampella, ancora non capiva dov’era l’artificio, e un gruppo di ciclisti falciati da un’automobilista ubriaco, uno dei quali con il volante incastrato nel cranio e il clacson che gli aveva sbudellato l’occhio sinistro.
Tutti così ben truccati, sembravano uscire da un film dell’orrore di prima categoria, ineccepibili.
“Non riesco a chiamare Max…Ma la festa dovrebbe essere qui intorno.”
Attraversato un incrocio, entrarono in un quartiere nuovo della periferia est, una zona che non frequentava mai. L’amico gli aveva indicato quella via come luogo del party, in una casa moderna di fianco a un parrucchiere per signora.
Caitlyn, così si chiamava, era piuttosto misteriosa sulle sue cose, e preferiva rispondere con altre domande sulla vita di Liam, la scuola, gli amici, la famiglia. Anche l’incidente che aveva portato via suo padre, poco dopo la morte del nonno.
Ma da lei il ragazzo non riusciva a farsi dire nulla. C’era qualcosa di inquietante nella sua nuova amica, al di là del candido sorriso che lo travolgeva. Come se quella luce servisse a nascondere una lunga ombra. O era solo paranoia di vederla sparire da un momento all’altro. Troppo bella per essere vera.
Arrivarono di fronte all’insegna dell’acconciatore, piuttosto fuori moda, ma a lato c’era solo un terreno vuoto, abbandonato. Poco più in là un laboratorio malmesso, con carcasse di vecchie Ford e pneumatici accatastati. Il tempo sembrava essersi fermato agli anni 50.
“Non capisco…ero sicuro che fosse qui. L’indirizzo mi sembrava questo.”
Devo aver sbagliato strada senza accorgermene, distratto dai suoi occhi limpidi. E il cellulare non funziona, accidenti!
“Che facciamo? Niente festa?” chiese lei curiosa.
“A quanto pare no, mi spiace.”
“Oh, non preoccuparti per me.”
Liam si riscosse, non sarebbe stato male avere Caitlyn tutta per sé, in quella sera fantastica.
“Beh, pazienza per la festa. Tu che cos’altro avevi in mente di fare? Dolcetto o scherzetto per tutte le case? O andiamo a cercare le tue amiche?”
“No, è ancora troppo presto per loro qui, e non so se riusciremmo a vederci” rispose malinconica.
“Uhm, in effetti non sono ancora le 10.” Si sentì terribilmente ragazzino. Evidentemente lei era più grande se poteva uscire addirittura più tardi.
“E poi loro sono fidanzate adesso. Non vorranno avermi intorno.”
“Ah. E tu…non ce l’hai un ragazzo?” Dì di no, dì di no, ti prego.
“Non l’ho mai avuto.” Abbassò gli occhi timidamente.
Siiiiiiiiiiiiiiii! Liam cercò di trattenere la sua esultanza mentale. Poteva anche non interessarle. Semplicemente le amiche l’avevano abbandonata per quella sera. Magari domani si sarebbe dimenticata di lui.
“Ehm, intanto andiamo a bere qualcosa da Sullivan?”
“Non lo conosco…”
“Ma come? Fanno delle ottime frittelle…è impossibile che non ci sia mai stata! Ma da dove vieni tu?!” disse ridendo.
Tornarono nei loro passi, chiacchierando fittamente. Questa volta Liam riuscì a farsi raccontare parte della vita di lei. Le sue materie preferite, Storia dell’Arte e Letteratura, i suoi voti, che seppellivano di gran lunga i suoi, i litigi con le due sorelle.
“Oh guarda, lì c’è una festa! Forse è la tua?” esclama Caitlyn.
Da una casa poco più avanti uscivano luci colorate e musica ad alto volume, il vialetto era pieno di zucche illuminate e c’era un gran via vai di gente mascherata. Liam si guardò intorno: c’era un nuovissimo “Fabio’s Hair stylist ” con la vetrina addobbata per Halloween e poco oltre un autoricambi. Le case di fronte avevano però un’aria famigliare.
“Non capisco…questa sera davvero il mio orientamento fa cilecca. Queste strade si assomigliano tutte! O forse è la caduta. Aver sbattuto la testa certo non m’ha fatto bene” osservò mesto.
Il cellulare suonò per una chiamata, riprendendo improvvisamente vita.
“Allora Liam, dove cavolo sei?” gli sbraitò l’amico dall’altra parte.
Il ragazzo non fece in tempo a rispondere che se lo ritrovò davanti, sullo stesso marciapiede, vestito da moderno vampiro, un James Dean con le pupille rosse ed i canini aguzzi.
“Eccoti accidenti!” Guardò Caitlyn al suo fianco e strizzò l’occhio a Liam. “Ah, capisco, eri impegnato, eh? Buonasera madame!”
Lei sorrise divertita dall’inchino improvvisato.
“Dai venite, vi stavamo aspettando!”
All’interno la confusione era ancora maggiore, ma riuscirono comunque a raggiungere il resto del gruppo.
“Liam, ma qual è il tuo travestimento? Sembri tale e quale a quando sei uscito da scuola oggi!” Scoppiarono tutti a ridere.
“Ah-ah, bella questa, davvero. Vaffanculo Joen.”
Caitlyn se ne stava un po’ in disparte, osservando guardinga tutte le persone che le passavano vicino, squadrandone il viso da lontano e volgendo lo sguardo altrove solo all’ultimo momento.
“Vuoi qualcosa da bere?” le chiese Liam.
“Si grazie.”
“Vieni con me, da questa parte.”
Stavano attraversando il patio, quando Liam fu bloccato da quell’armadio a due ante di nome Fred, lo stesso energumeno che gli aveva dato noie in mensa quel giorno. Non era molto intelligente, ma purtroppo era parecchio grosso. Stupidità e massa sono due fattori pericolosi.
“Oh oh oh, guarda che bella bambolina. E tu da dove spunti eh? Cosa ci fai con un fesso come lui?”
“Lasciala in pace.” Liam cercò di frapporsi tra loro. La puzza alcolica di Fred non prometteva niente di buono. Stupidità, massa e alcool sono tre fattori ancora più pericolosi.
“Zitto. Non mi parlare. Non ti ho dato il permesso di aprire bocca.” Gli urlò in faccia. Liam fu investito da una zaffata di zolfo.
Con una sola spallata Fred lo mandò a terra e avanzò verso la ragazza.
“Sei troppo carina per lui. Vieni a fare un giretto con me, non te ne pentirai!”
Caitlyn si lasciò trascinare da Fred, senza fare storie. Lasciò che lui le cingesse la vita e allungasse la mano sul suo sedere.
Inorridito, Liam riuscì solo a leggerle il labiale quando si volse verso di lui: “Non ti preoccupare”. Gli sorrise tranquilla mentre lei e Fred salivano le scale verso il piano di sopra. Le camere.
Ma come? Erano quelli i tipi che le piacevano? Aveva detto di non aver mai avuto un fidanzato!! Non riusciva a crederci.
“Che ci vuoi fare fratello. Era troppo per te, ammettilo” Joen gli batté una mano sulla spalla.
“Tieni, bevici su.” David gli cacciò una lattina di birra in mano.
Qualche minuto dopo, ancora concentrato nei suoi tristi pensieri, vide Fred scendere spaventato a morte, saltando impazzito a due a due i gradini, urlando parole sconnesse e fuggendo veloce verso la porta. Pochi secondi dopo il suo fuoristrada rombò nella via disperdendosi nella notte.
Liam corse nella direzione opposta, salendo in soccorso dell’amica, preoccupato di trovare chissà cosa.
Aprì tutte le stanze, disturbando altri convenevoli piuttosto consenzienti, ma non la trovò. Un letto era vuoto, intonso. Di Caitlyn non c’era traccia. Controllò anche giù dalla finestra, per sicurezza. Niente.
Tornò sui suoi passi e uscì in giardino, per verificare.
La sua testolina bionda era seduta su una panchina sotto un salice piangente, in un angolo più tranquillo.
“Tutto a posto?” le chiese ansioso.
“Si”
“Ti ha fatto del male?”
Caitlyn gli sorrise sarcastica. “Oh, non era proprio in grado”
“Ma l’ho visto scappare. Adesso non dirmi che l’hai picchiato tu!”
“Non l’ho nemmeno sfiorato. E’ bastato metterlo di fronte alla verità.” Le sue labbra presero uno strano ghigno, ma Liam non fece in tempo a chiederle altro.
“Ti prego, andiamocene, questa festa è troppo rumorosa. E non c’è nulla qui per me…”
“Ok, per me va bene.” Della festa oramai non gli importava nulla.
S’incamminarono di nuovo per la strada un po’ più buia.
“Allora…che facciamo? Qualche idea?” Proporle un cinema sarebbe stato troppo avventato?
“Puoi darmi una mano con la mia ricerca, magari.”
La guardò incuriosito. “Certo. Cosa cerchiamo?”
“Il mio assassino”
Pensò che stesse scherzando. Si recita tutti una parte melodrammatica nella notte di Halloween. Aiuta a esorcizzare le nostre paure.
“Tu sei in pace. Sai già perché sei qui?” gli chiese seria.
“Io…eh? Cosa?”
“Ti ricordi come sei morto?” Caitlyn lo guardava fisso negli occhi. Lei non stava scherzando per niente. Si bloccò all’istante.
Sconcertato, cercò di capire che diamine stesse dicendo. Le parole di suo nonno gli tornarono alla mente. Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia… Loro sono in mezzo a noi. E tu non sai più dove sei.
Si toccò un braccio: lui era reale, gli sembrava di esserlo. Diede una violenta spallata all’albero dietro di loro. Sentì la clavicola scricchiolare, faceva un male cane. Tirò un pugno allo stesso albero. Si guardò le nocche della mano destra sanguinare. Lui era vivo.
Osservò mestamente la sua amica da lontano: una veste bianca, un incarnato piuttosto pallido che risaltava i suoi meravigliosi occhi azzurri, una sottile catenina d’argento al collo e macchie di sangue un po’ ovunque, un’enorme chiazza all’altezza dell’anca destra. Quel colore era tremendamente reale, per essere uno scherzo ben confezionato. No dai, non era possibile. Eppure…la sua mano era così fredda.
“Tu…sei morta?” L’ultima sillaba gli rimase strozzata in gola. Il cuore ebbe un tonfo pesante di spavento.
“E tu no…pensavo lo avessi capito.”
Pietrificato, non poteva che osservare la bellezza eterea del suo sguardo. Doveva essere stata molto popolare a scuola.
Si chiese se fosse l’unica nei dintorni quella notte. O quante di quelle maschere così vere incrociate quella sera appartenessero al suo mondo, e non a questo. E cosa mai poteva aver ridotto questa splendida ragazza in un cadavere. I capelli alla base della nuca gli si rizzarono in un brivido. Fantasma, meglio fantasma, come parola, si.
“Ma come…è successo?” si sforzò di chiederle. Non aveva paura, quello no. Ma non riuscì ad avvicinarsi.
“Stavo andando ad una festa…come quella dove siamo stati stasera, nella stessa notte di Halloween. Non ci arrivai mai. Le mie amiche erano in ritardo e mi incamminai da sola. Qualcuno mi afferrò, mi coprì gli occhi e mi legò le mani…” Sollevò i polsi per mostrargli i segni rimasti vividi sulla pelle.
“Mi rinchiuse nel bagagliaio di un’auto. Mi portò fuori città, in un capanno, mi…violentò…e poi iniziò a tagliarmi, nello stesso punto. Voleva togliere tutto quello che mi aveva lasciato dentro, di suo…e voleva punirmi per essere una tentazione, per averlo costretto ad un’azione così grave pur di soddisfare il suo bisogno.” La sua voce tradiva una profonda tristezza.
“Credo di essere morta dissanguata, più che altro. L’ultima sensazione è delle sue mani viscide che mi scavavano dentro.”
Liam fissò l’enorme macchia di sangue sul suo vestito, sopra l’anca destra. E capì cosa doveva aver visto Fred quella sera.
“Dove successe?” Gli mancava il fiato.
“In questa città. Vivevo un poco più a nord.”
“E…quanto tempo fa?”
“Un paio d’anni…almeno credo. Il mio tempo non scorre come il tuo.”
Il silenzio scese cupo tra di loro. Liam ancora non riusciva a credere. Ma le parole del nonno prendevano sempre più forza nella sua testa. E tutto il resto che aveva detto, e fatto, cominciava a combaciare.
“Mi ricordo di te, ora, mi ricordo!” esclamò ad un tratto. “Eri su tutti i giornali! E in tv! Vennero anche a scuola a fare domande. E poi ritrovarono il tuo corpo nel fiume, una settimana dopo dalla scomparsa.”
La polizia fece ricerche accurate, venne istituita anche una ricompensa per chi avesse potuto fornire qualche dettaglio utile. La sua famiglia era andata in onda in parecchie trasmissioni televisive, piangendo e supplicando per riavere la loro primogenita. Finché le acque non restituirono la salma alla superficie.
Lo sguardo di Caitlyn divenne tetro.
Liam frenò l’entusiamo per la scoperta. “Scusa…io non…”
“Non preoccuparti. Ero presente anche al mio funerale.” Sollevò le spalle e gli sorrise.
“E non hanno mai trovato il colpevole” aggiunse mesto.
“Lo so. E’ qui. Non so chi sia, ma io lo sento…ha ancora voglia di uccidere. E’ questo che mi trattiene. Dev’essere preso, capisci? Non deve farlo a nessun’altra. Glielo devo impedire.”
Liam annuì. Le questioni in sospeso. I fantasmi ne hanno sempre e restano per questo.
“Quindi, non l’hai visto e non sai chi sia?”
Caitlyn scosse la testa malinconica.
“Beh, io le ricerche le comincio sempre su internet. Ehm…ti andrebbe di venire a casa mia?”
Mentre camminavano per tornare indietro, Liam non riuscì a trattenere oltre la curiosità.
“Ma prima cos’hai fatto a Fred, davvero?”
“Beh, esattamente quello che mi ha chiesto. Ho sollevato la gonna. Certo, quello che ha visto era ben diverso da ciò che si aspettava…” Sollevò le spalle appena, ammiccando divertita.
Dal canto suo, Liam sbiancò all’idea. A Fred doveva essere passata la voglia a vita. Doveva essersi reso conto che non era un misero travestimento. L’aria terrorizzata che gli aveva visto addosso ora aveva un senso. Fred, il bullo della scuola, spaventato a morte. Ben ti sta, cazzone!
“Mi ci vorrebbe un trucco simile. Perché sopporto le sue angherie tutti i giorni. Ho rimediato solo un paio di pugni a ribellarmi ai suoi insulti.” Sospirò.
“E’ solo un povero idiota. Se sapessi cosa lo aspetta dall’altra parte, gli rideresti in faccia. Credimi. Non ne vale la pena.”
“Sarà…ma intanto qui se la passa bene.”
“La prossima volta digli che se non ti lascia in pace, gli mandi la tua amica Caitlyn a trovarlo tutte le notti!” Alzò appena la gonna, simulando un balletto in punta di piedi. Scoppiarono a ridere.
Giunti sotto alla finestra dove si erano incontrati poche ore prima, Liam spidocchiò dal portico dentro casa: luci spente, quiete in ogni direzione, sua madre doveva essere andata a dormire.
“Ok, entriamo dalla porta principale. Segui me, saliamo le scale e ci infiliamo in camera mia, dove c’è il mio computer. Cerca di non fare rumore, mamma in genere ha il sonno pesante, ma non voglio correre rischi.”
Avanzò verso l’ingresso, riuscì ad aprire senza far scattare rumorosamente la serratura. Fece cenno a Caitlyn di stargli dietro, silenziosa.
I gradini ricoperti di moquette attutivano il suo passo. Arrivato al pianerottolo, dalla camera frontale arrivava il debole russare della donna. Prese la porta a destra, la schiuse lentamente e si voltò per lasciar passare l’amica. Ma dietro di lui il vuoto.
Ma dove…?
“Così è questa la tua stanza?” La sua voce proveniva dall’interno. Era seduta nel suo letto.
“Già.” Sperava non avesse notato la copertina di quel porno che spuntava da sotto il comodino. Meglio far finta di niente, comunque non poteva leggere nel pensiero. Altrimenti sì sarebbe stato nei guai, con tutto quello che gli passava per la mente quella sera.
“No, non posso leggere nel pensiero, non sempre.” Gli sorrise amabilmente e con il piede cacciò più a fondo la rivista.
“Ecco, è qui che ti hanno ritrovata, vedi?” Indicò il punto nella mappa a video.
“E l’ultima volta ti hanno invece vista in questa strada, alla periferia ovest della città…” Spostò la schermata verso il basso.
“Ma anche cercando il capanno, ammesso che ci sia ancora, sono passati cinque anni oramai, come potremmo trovare l’assassino?!”
Caitlyn fissò lo schermo e poi guardò lui, sospirando. “Proprio non lo so.”
“Non ricordi niente di quella notte? Qualsiasi particolare…qualsiasi cosa.”
Scosse la testa, pensierosa. “Non ho visto la targa dell’auto. Potremmo aver viaggiato per cinque minuti, o anche venti, ero troppo spaventata, il tempo sembrava comunque infinito. Avevo il cuore impazzito dall’angoscia e mi mancava l’aria, c’era una puzza terribile nel bagagliaio. C’era odore di paura e sangue. Non ero la prima, ora lo so.”
“Di lui, cosa hai visto?”
“Molto poco, mi ha assalita da dietro. Il capanno poi era al buio, filtrava solo una debole luce, credo di un lampione a distanza. Mi ha caricato su una spalla per portarmi dentro. Lì mi ha scaraventata a terra e mi ha tolto la benda. Voleva vedere il terrore nei miei occhi, godeva nel vedermi implorare pietà. Tutti i miei sforzi erano concentrati per liberarmi dalla sua morsa. Poi terminai di lottare. Pensai che se lo lasciavo fare, se gli regalavo quel momento, se cercavo pure di partecipare e renderlo…felice, mi avrebbe lasciata libera.”
Scosse la testa con rammarico. Liam si accorse di aver trattenuto il respiro.
“Però ricordo…la sua giacca. La manica. Era una di quelle giacche delle squadre di football, sai quelle con le righe dei colori della scuola. Forse gliel’ho anche strappata, mentre tentavo di difendermi.”
“Uhm. Guardiamo gli annuari delle squadre di quell’anno, sperando che non fosse uno studente già diplomato. Vediamo, dovrebbero esserci le foto negli archivi online nei vari siti.” Passò in rassegna vari documenti, con le immagini in primo piano di tutti i giocatori, ma fatalmente nessuna divisa corrispondeva.
“Questa scuola ha anche la squadra di baseball, diamo un occhio. Ecco, questi sono i suoi colori. Questa la giacca, che te ne pare?”
“Potrebbe essere…” disse lei poco convinta.
Cercò la lista dei giocatori che erano in rosa in quell’anno, e iniziò a scorrere i loro visi sul monitor, fermandosi per ognuno, ma Caitlyn non dava alcun segno di riconoscimento. Forse avrebbero dovuto verificare anche l’anno precedente, così per sicurezza.
“Fermo! E’ lui!” esclamò lei, in una foto che aveva già passato.
“Sei sicura?”
“Si, quella cicatrice sulla guancia…sono sicura che gliel’ho fatta io!” Tornò a fissare l’immagine. “Bastardo!” gridò forte, indietreggiò verso il centro della stanza, la sua bocca si spalancò quasi quanto l’armadio e poi si dissolse all’improvviso nell’aria.
Liam rimase impietrito. Quando gli sorrideva, con quei suoi occhi incredibilmente limpidi, dimenticava quel che era in realtà. Puro spirito.
“Caitlyn?” Sperò che lo potesse ancora sentire.
“Scusa…” Era dietro di lui, accovacciata sotto il davanzale della finestra, con la testa china tra le ginocchia.
“Tutto bene?”
Si avvicinò all’amica. Titubante, le posò una mano sulla spalla. Era solida, e morbida. Proprio come un essere umano.
“Avevo una vita davanti e lui me l’ha tolta” rispose sommessamente.
“Lo so.”
“La vendetta è il minimo che mi spetta.” Lo sguardo feroce che gli rivolse rivelò tutta la sua rabbia. L’azzurro chiaro delle sue iridi aveva lasciato lo spazio al profondo nero della furia. Davvero niente di umano.
“Questo è l’indirizzo, la sua attuale residenza. Non sembra esserci nessuno dentro.” Erano acquattati dietro la siepe, ma quando Liam si girò non trovò più Caitlyn al suo fianco.
“Cait? Dove diavolo…?”
“C’è un uomo che sta dormendo su una poltrona, con una bottiglia vuota di whisky in mano” gli sussurrò l’amica, comparsa dall’altra parte. “Il resto della casa è vuota. Ti faccio entrare?”
Il ragazzo confermò con la testa. Sparì di nuovo in un fruscio di foglie e la vide attraversare leggera il muro dell’edificio. Strana compagnia quella di uno spettro. Contro ogni legge della fisica.
Lo fece accedere dal cucinino e salire al primo piano, in quella che doveva essere la camera dell’assassino. Spoglia di mobili ma densa di confusione: scatole di cartone vecchio piene di cianfrusaglie, vestiti sporchi buttati qua e là, una branda in un angolo sorvegliata dal poster di Joe DiMaggio appeso al muro, fango e residui di pizza tappezzavano il pavimento. Ecco mamma, prova a dire qualcosa del mio disordine adesso, pensò Liam.
“Che cosa cerchiamo?”
Caitlyn alzò le spalle delusa. Poi si avvicinò al comodino per verificarne il contenuto.
“Non nascondo mai niente nei cassetti. E’ la prima cosa dove le madri guardano… No, se c’è qualcosa di interessante, sarà in un posto stupido, ma non direttamente alla vista.” Si guardò in giro. Rimaneva un armadio a muro, da dove s’intravedevano vestiti ed altre scatole chiuse, una piccola libreria con alcuni modellini pieni di polvere, qualche mensola con fotografie e trofei.
Come ipnotizzata, la ragazza avanzò verso una delle coppe più grandi, alzò il coperchio e frugò al suo interno. Ne estrasse qualcosa che luccicava al raggio lunare che filtrava dalla vicina finestra. Liam si avvicinò.
“E’ il mio ciondolo…” Nella sua mano brillava una piccola stella marina incastonata ad una conchiglia.
“Questa è una prova! Magari ci sono ancora le sue impronte!” esclamò Liam entusiasta.
“Probabile, ma inutile. Ora chiamiamo la polizia? Dici che mi ascolteranno?” gli rispose contrariata. “Accorrete, ho trovato il mio assassino!”
“No, certo. E non posso nemmeno farlo io. Mi chiederebbero come lo so, e non saprei spiegare…tutto questo” le rispose avvilito.
La porta dell’ingresso sbatté all’improvviso e si sentirono alcuni passi muoversi giù nel pianerottolo.
“E’ lui!” Caitlyn lo guardò scioccata.
“Oh cazzo!” Liam sbiancò all’istante. Impacciato, cercò un posto dove nascondersi, ma dovette cedere all’ovvio: sotto il letto era l’unico rifugio possibile, quello dove si sperava non avrebbe mai guardato.
“Sbrigati!” gli intimò la ragazza. “A lui ci penso io! Qualsiasi cosa faccio, non fiatare!” E in un attimo si dissolse nuovamente.
I passi salivano la scala e si avvicinavano alla stanza. Due scarponi lerci comparsero sulla soglia. Acquattato sotto la branda, in fondo verso il muro, Liam seguiva tutti i movimenti dell’uomo. Sembrava andare alquanto di fretta.
Si accostò all’armadio e scaraventò a terra un borsone. Iniziò a buttarci dentro di tutto, per lo più indumenti.
Liam avrebbe voluto sporgersi più in là per vedere meglio, ma stava lottando col desiderio di starnutire. Lì sotto la sporcizia era accumulata da decenni e la polvere che aveva smosso rifugiandosi in quell’angolo lo stava mettendo in difficoltà. Si premette il naso per trattenere l’istinto.
L’uomo si spostò verso la mensola dei trofei e sollevò la mano proprio sulla coppa dove Caitlyn aveva ritrovato il ciondolo. Non trovò nulla. La tirò giù e guardò l’interno. Infuriato, controllò una ad una tutte le altre, ma ancora nulla.
Di fronte alla finestra, apparse la gonna di Caitlyn, leggermente staccata da terra.
“Cercavi questo, bastardo?” Liam sussultò. Il suono gutturale gli diede la pelle d’oca. Non era la voce che le aveva sentito per tutta la serata. Arrivava direttamente dall’oltretomba.
Ma l’uomo non ebbe alcuna reazione. Sbuffando, si accovacciò e iniziò a rovistare nelle scatole di cartone ammassate, scagliando lontano tutto quello che non l’interessava.
La ragazza si librò ancora più vicina. “Mi senti, schifoso? Sono qui per te!” gli urlò direttamente alle spalle.
Lui si alzò in piedi e si girò. Erano l’uno di fronte all’altra.
Liam trattenne il fiato in attesa.
Caitlyn lanciò un urlo spaventoso che gli fece esplodere il cuore dal terrore. Ma l’uomo la attraversò. Letteralmente.
Lei iniziò a volteggiare rabbiosa lungo tutta la stanza, ma solo le tende sembravano avvertire la sua presenza.
L’assassino si muoveva indisturbato, completamente ignaro di quanto avveniva intorno a lui.
Fu in quel momento che a Liam scappò uno starnuto, lieve ma percettibile.
L’uomo si fermò e si girò verso il letto.
“Oddio…” mormorò la ragazza.
Incerto, percorse tutta la stanza, fermandosi di fronte alla branda.
Stava per chinarsi e controllare proprio sotto il letto.
“No, no, noooo!” urlò lei. Liam chiuse gli occhi e iniziò a pregare, non sapeva nemmeno chi.
Caitlyn si lanciò con forza verso la finestra e la spalancò. L’aria fredda della notte invase il locale con prepotenza.
Imprecando, l’assassino si rialzò e chiuse la vetrata.
Qualcosa si mosse al pian terreno.
Inveendo contro l’altro inquilino, l’uomo prese il borsone e corse giù. Arrivò qualche voce concitata e poi la porta dell’ingresso sbatté di nuovo.
“Se n’è andato, vieni!” Gli occhi azzurri che lo guardavano tranquilli lo riportarono alla realtà.
“Avrei voluto conoscerti prima. Saremmo stati buoni amici…credo.” Guardò altrove, mentre glielo confessava.
Erano seduti in una panchina del vicino parco comunale. Dalla terra fredda s’innalzava un velo di foschia che sfumava i contorni intorno a loro.
“Sai Liam, io mi ricordo di te” Caitlyn abbassò gli occhi, quasi intimidita. Continuava a rigirare tra le dita il ciondolo ritrovato.
“Di me?” Rimase alquanto sorpreso. Non l’aveva mai incontrata, ne era sicuro. Non poteva essere stato così stupido!
“Si, ero anch’io al primo anno, ma non avevamo lezioni in comune. Ti ho visto quel giorno che Fred ti ha mandato a terra per la prima volta. Stava cercando un nuovo bersaglio. Eri al posto sbagliato nel momento sbagliato.”
Liam aveva ben impressa nella memoria quella scena. “Già, bella figura eh?!”
Lei scosse la testa. “Ricordo quello che dicesti a bassa voce: Fred, perché non ti trovi un Barney da spupazzare?! Non lo so nemmeno io, ma continuai a riderci su per tutta la giornata!”
“E non era una gran battuta!”
“No davvero!” Scoppiarono a ridere.
“Me lo puoi mettere, per favore?” gli chiese porgendogli il ciondolo.
“Non lo vuoi portare alla polizia?”
Alzò le spalle. “Io non posso, e tu ti metteresti nei guai. Lui oramai è scappato. Qualcosa però mi dice che lo prenderanno comunque.”
Si scostò i capelli e lasciò che Liam aprisse la catenina. Il suo collo vellutato era una dolce tentazione, nonostante tutto.
“Ecco..” bisbigliò al suo orecchio.
Gli restituì un sorriso radioso. “Grazie.”
“Che succede alla tua mano?”
“E’ l’alba ormai. La notte di Halloween è quasi finita.” Sollevò la mano che stava sbiadendo piano piano nel nulla.
Allontanati dal sole del loro mondo e assicurati di essere nel tuo quando sorgerà. Quelle del nonno non erano parole senza senso, come credeva allora.
“Devi tornare nel tuo mondo…e io nel mio.” Il suo sguardo liquido esprimeva tutta l’amarezza di quella separazione.
Si avvicinò a baciarlo. Liam chiuse gli occhi, assaporando le sue labbra piene e il suo profumo, un’intensa nota di Iris.
“Addio Liam…”
Quando riaprì gli occhi, non c’era più alcuna traccia di lei. Era seduto di nuovo sotto la sua finestra, nel medesimo punto in cui era caduto qualche ora prima. Come se nulla fosse successo. Controllò l’orologio, erano quasi le sette. La casa di fronte nascondeva i primi raggi dell’alba.
Entrò, per assicurarsi di essere nel mondo giusto.
Il sole irradiava tutta la collina, riscaldando gli ultimi fiori dell’autunno. Erano passati dieci giorni da quella notte e Liam era tornato a trovare la sua amica, portandole una mazzo di rose bianche.
“Sai, le rose rosse non mi sembravano proprio il caso, credo che il rosso non sia proprio il tuo colore…” ammise mesto.
“E comunque quella foto proprio non ti rende giustizia!” Osservò l’immagine sbiadita nella cornice d’ottone.
Alla fine l’avevano preso, l’assassino. Aveva tentato di violentare un’altra ragazza, poco prima della loro intrusione in casa sua, ma era stato maldestro, lei era riuscita a divincolarsi e a scattare una foto alla targa. La polizia allertata aveva iniziato subito la caccia, dopo che il caso Adair giaceva sulle loro scrivanie ancora irrisolto da anni.
“L’hanno fermato al confine. Nel borsone gli hanno trovato le tue mutandine. C’era ancora il tuo sangue.” Sospirò. A volte gli pareva di aver sognato tutto, eppure gli mancava così tanto.
I poliziotti hanno poi perquisito tutto l’edificio e in camera dell’uomo hanno trovato altri souvenirs, altri trofei di violenza che l’avevano ricondotto ad altrettante morti. Ora rischiava la pena di morte sulla sedia elettrica.
“E sono sicuro che tu sarai lì a vedere” aggiunse Liam, sistemando i fiori freschi davanti alla lapide, sotto all’iscrizione.
Caitlyn Adair, il tuo sorriso è la stella più bella
“Ti cercherò ogni notte tra le stelle allora”.
Una folata di vento gli portò all’orecchio una parola appena sussurrata da molto lontano, un altro mondo.
“Grazie.”
(c) 2016 Barbara Businaro
Note:
Non c’è una storia che non abbia una sua colonna sonora (per lo meno, è così per me). E anche questa ce l’ha. Continuava a ronzarmi in testa quella frase che apre l’inizio: “Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween.” Me l’ero appuntata ancora un anno fa, dopo averla ascoltata alla radio. Ci dovrei scrivere qualcosa. Poi arriva l’autunno e sento che sta arrivando Samhain, Halloween, che non è solo una data sulla carta e nemmeno solo una festa mascherata. E mi ritrovo a sentire i Seether, che non avevo mai ascoltato prima (come a dire che tutto arriva sempre al tempo giusto, ne prima ne dopo di quando serve). Questa canzone era nascosta in mezzo alla loro discografia e quando l’ho scoperta… Liam e Caitlyn hanno iniziato a vivere nella mia testa. Dargli voce stavolta è stata un’emozione fortissima.
Vuoi sapere come continua? Trovi il seguito qui: Cuore malato (Weak heart)
Stirare le camicie di lui, in pieno agosto, con 38 gradi e un’afa irrespirabile non era certo il suo passatempo preferito.
Accampata nello stanzino del disbrigo, l’angolo più a nord della casa, si era puntata il ventilatore addosso per togliersi immediatamente di torno il vapore che fuoriusciva dalla piastra. Ma non andava molto lontano, rimaneva sospeso e se lo ritrovava comunque appiccicato alla pelle. Aprire la finestra era inutile e il vecchio climatizzatore non ne voleva sapere: o lui o il ferro da stiro, altrimenti saltava il contatore. Un’agonia.
Tutta la sua vita ultimamente era un’agonia.
Stava pensando di lasciarlo, di andarsene, nascondersi in qualche luogo remoto per respirare un po’ d’aria sana, fresca, nuova.
Era stanca. Sempre arrabbiata. Niente sembrava andare per il verso giusto.
Sbagliando movimento, la punta del ferro s’incastrò in una cucitura bloccando il resto del passo e accartocciando la stoffa. Eccola lì, una brutta piega proprio sopra il taschino. Accidenti!
Il cellulare vibrò sopra la cassettiera vicino alla porta. Non si scompose di andare a vedere, era l’ennesima notifica di qualche foto inviata dalle amiche, qualcuna in vacanza nell’assolata riviera, qualcun’altra a refrigerarsi in montagna.
E loro invece ancora lì, incastrati in città, tra i conti che non tornano, i pagamenti che arrancano, il lavoro che opprime.
Sbuffando, tentò di salvare la camicia: uno spruzzo d’acqua, un po’ d’appretto e questa volta un colpo attento ma sicuro.
Fosse così semplice sistemare anche tutto il resto. Un colpo di spugna e via.
Beh, forse lo era. Nascosto nel suo portafoglio aveva un biglietto da visita di un avvocato divorzista.
Ma certamente quello non sarebbe stato un colpo di spugna indolore.
Si spostò per poggiare la camicia piegata nella poltrona assieme alle altre, ma nel breve spazio angusto urtò la gamba di legno del bancone a lato. Un lieve rumore metallico indicò che qualcosa di piccolo era caduto, ma non avrebbe saputo dire cosa.
In quello stanzino non c’era proprio posto per lei.
Il tavolo di lui, pieno di modellini da rifinire e dell’ultimo appena cominciato, sotto la grande lampada e la lente d’ingrandimento.
E scatole, scatole ovunque. Piene dei suoi lavori conclusi. Non si potevano vendere e ricavarne qualcosa almeno?
Assolutamente no. Erano parte della sua straordinaria collezione che cresceva a vista d’occhio, occupando ogni centimetro possibile della stanza.
Gli intrusi erano lei e il ferro da stiro.
Lui si salvava così. Ogni sera rincasava tardi, mangiavano quasi in silenzio e poi lui si ritirava qui, tra figurini, pennelli minuscoli e colori puzzolenti.
Ma a lei, a lei cosa restava, eh?
Un lavoro sempre più striminzito e mal retribuito, sacrificato in onore della famiglia, della casa, del focolare che stavano tentando di costruire. Non ricordava nemmeno più quand’era l’ultima volta che si era concessa un sabato di shopping con le amiche, fresca di parrucchiere. O un aperitivo con le colleghe dopo il lavoro. Non c’era mai tempo per lei.
E non c’era nemmeno mai tempo per loro due. L’ultima cena romantica insieme? L’aveva cucinata lei, con poco entusiasmo.
Non si meritava questo.
Altro che croce da portare. Perché mai un matrimonio che nasce dall’amore deve diventare una croce?
Sperava che fosse il caldo, questo opprimente forno d’agosto in città, a metterle in circolo solo pensieri negativi.
Pensava e ripensava a questo, quando sentì una musica lontana, come un bambino che si esercita col flauto di scuola.
Insisteva sempre sullo stesso pezzo, gli stessi giri di note, scandendole una ad una lentamente. La conosceva, era anche famosa quella canzone…ma certo! Era la colonna sonora del film Love story.
Perché mai la facevano suonare a scuola? Così triste poi.
Il ripetersi infinito della stessa strofa iniziò a disturbare la sua concentrazione e chiuse la finestra, pensando di smorzare quelle note continue.
Ma la musica era lì, nella stanza, più vivida che mai.
Stranita, controllò il suo cellulare: volume al minimo. E poi non era una delle sue suonerie.
Si girò intorno: il lettore mp3 giaceva sopra la scrivania portacomputer, spento, senza nemmeno la batteria carica.
Lì a fianco, il computer portatile su cui aveva letto le mail poco prima aveva il sonoro impostato su muto. Gli si avvicinò con l’orecchio alle casse minuscole vicino alla tastiera, ma si sentiva solo la ventolina girare arrabbiata.
Eppure sentiva quella lirica struggente continuare ad arrovellarle la testa, con la sua scala di note che continuava a discendere verso la tristezza di un amore sconsolato.
Da dove arrivava quel tormento?
Che fosse solo dentro la sua testa? Stava così male da sentire le voci?
Cambiò stanza. In cucina non si sentiva più.
Tornò indietro. E’ qui, nello stanzino, ma dove?
Così flebile, la musica sembrava rimbalzare tra gli oggetti e non riusciva a capirne la provenienza. Non c’era nulla che potesse suonare, non certo i modellini, erano solo statuine dipinte.
Girava nella cameretta annusando l’aria. Che stupida! Le note non si annusano!
Stava forse impazzendo? Era davvero di fronte ad una crisi depressiva?
Chiuse gli occhi, respirò a fondo e cercò con calma di capire la fonte della melodia. Si mosse lentamente, si avvicinava, sempre più, la sentiva, quasi la toccava. Ora era davanti a lei.
Li riaprì. Veniva dai cassetti della sua scrivania da ragazza, dove condivideva il computer con lui.
Aprì il primo. Niente. Non sembrava provenire da lì.
Lo richiuse e spalancò il secondo. Le note esplosero impetuose.
Lì c’erano solo ricordi, vecchie cose. Imbambolata, sollevò le buste, spostò i fogli, scorse le scritte, finchè non trovò una cartellina rosa. Era lei che cantava, ora più che mai, imperterrita e ostinata nel diffondere quel motivo struggente.
Riconobbe all’istante il suo contenuto. Erano le loro lettere d’amore, i biglietti di San Valentino, le promesse sdolcinate, i compleanni condivisi, i loro Natali, i loro segreti. Era tutto lì. E da tempo non veniva aggiunto nulla.
Perché non si scrivevano più?
In mezzo, un cartoncino musicale aveva deciso di spargere la sua poesia senza nemmeno essere aperto. Così, all’improvviso. Nel giorno e nell’ora in cui lei stava per buttare via tutto. Un caso?
Lo estrasse dalla sua busta rossa. L’immagine in bianco e nero di due bambini che si baciavano su un balcone, incorniciata da tanti cuori colorati. Era chiuso, la sua batteria vecchia e scarica, eppure cantava a squarciagola, contro ogni legge della fisica.
Perché proprio ora? Che cosa le voleva dire?
Lo aprì. La grafia di lui le aveva scritto parole che non si potevano leggere ad alta voce, perché perdevano forza e sostanza.
Ma erano lì, impresse nel cartoncino. Per sempre. Impossibile dimenticarle.
La lacrime finora trattenute presero il largo nel suo viso, indipendenti e copiose.
Se ne stava lì, accovacciata a terra col biglietto ormai muto in mano, quando qualcuno entrò dall’ingresso.
Dimenticando tutta la rabbia e ricordando ciò che li aveva invece portati sino a quel momento, corse incontro ad abbracciarlo.
Sorpreso, lui la cinse con un solo braccio. Nell’altro reggeva un mazzo di rose rosse e profumate. Erano troppi anni che non gliele regalava più. Era passato davanti al fioraio e non sapeva nemmeno lui perché, ma aveva sentito il bisogno di entrare.
Una piccola busta fucsia cadde a terra.
Dentro c’erano promesse nuove.
Quando vi mancano le parole, lasciate parlare la carta.
Un biglietto diventa una potente ancora di salvataggio.
(c) 2016 Barbara Businaro










