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Barbara Businaro

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Nuova lezione del nostro piccolo corso del software di scrittura creativa yWriter6, sviluppato appositamente per narratori da Simon Haynes, informatico di professione, che come scrittore ha vinto ben 6 volte il NaNoWriMo con la sua serie di fantascienza Hal Spacejock. Oltre al sito ufficiale di yWriter, potete anche seguire la pagina Facebook di Spacejock Software per ricevere gli ultimi aggiornamenti dell’applicativo.

E’ qui infatti che a luglio Simon ha rilasciato un’interessante novità: la nuova app per Android e iOS!
Avete proprio capito bene: potete installare questa app nel vostro smartphone o tablet e scrivere praticamente ovunque voi siate! Se avete una connessione dati stabile potete lavorare direttamente sul cloud, salvando il vostro testo su DropBox o Google Drive, altrimenti potete utilizzare direttamente la memoria aggiuntiva del vostro telefono, attenzione però al backup! (meglio rileggere l’articolo Strategie di backup per scrittori )
Vediamo dunque come lavora questa fantastica app, sempre in tasca.

Per facilitarci nell’apprendimento, ho creato il progetto con i primi 6 capitoli di Alice nel Paese delle meraviglie, aggiornato anche per l’utilizzo con la nuova app. Potete effettuare il download del file .zip aggiornato alla fine di questo articolo. Rendo inoltre disponibile lo stesso Dizionario Italiano che sto usando personalmente e la cui installazione abbiamo visto nelle puntate precedenti del corso. Tutti gli articoli finora pubblicati li trovate tutti ordinati in questa pagina, così potete anche ripassare velocemente: Corso yWriter6 in italiano

Succede che un venerdì sera, appena staccato dal lavoro e già con il computer personale acceso, arrivi una notifica da Facebook per la diretta live di Marco Montemagno, l’ultimo webinar gratuito per il lancio della sua nuova startup, la piattaforma Slashers per i professionisti intraprendenti.

Per chi non ne ha ancora sentito parlare, Marco -Monty- Montemagno è un imprenditore digitale, fondatore di Blogosfere (venduta poi a Il Sole 24 Ore) ed altre startup tecnologiche, famoso per le sue pillole video nel suo canale YouTube e per il bestseller dello scorso Natale Codice Montemagno. Diventa imprenditore di te stesso grazie al digital. Ho letto il suo libro, che è la trascrizione dei suoi video più seguiti con qualche approfondimento: comunicazione, marketing online, social media, per finire con la ricerca della felicità con un lavoro su misura (chi ha letto Tony Robbins ci si ritroverà facilmente). Possono sembrare concetti alle volte banali (che ci voglia perseveranza per avere dei risultati è ovvio no?) eppure tendiamo a dimenticarcene. Libri di questo tipo andrebbero riletti, a distanza di tempo.

Succede che nel bel mezzo del suo intervento, interessante come sempre, Monty si ritrovi a corto di parole, una in particolare, e che io per caso l’abbia scritta in un commento al video, perché quella parola me la ricordo bene. Succede che il mio commento è stato letto in mezzo ad altri centinaia, sommerso tra domande, complimenti e un po’ di spam pubblicitario.
“Si dice essere POLIEDRICO. Grazie Barbara! Mi era scappata la parola.”
A te era scappata Monty, invece io ce l’ho appiccicata sulla schiena da un bel po’…

Ma da dove esce il nome webnauta? In questi due anni me l’hanno chiesto in molti. Nel senso letterale, è un astronauta della grande rete ma, nonostante non ci sia un’associazione immediata con la scrittura, non ho avuto il coraggio di lasciarlo andare. In fondo, il webnauta sono io, non c’è definizione che mi calzi meglio di questa.
Quando registrai questo dominio, il web non era certo così florido come lo conoscete ora. Eravamo in pochissimi, qualcuno per hobby, qualcuno per studio, a solcare su questo mare, le imbarcazioni erano modestissime e ancora poche le isole dove poter attraccare. Ma volevo che fosse il mio lavoro e come tale mi serviva un biglietto da visita, bello e funzionale, questa era l’idea. Occorreva un nome semplice da ricordare (i migliori, dicevano, sono i domini con soli 3 caratteri, le strutture di quei tempi non consentivano nemmeno la varietà di oggi), associabile all’esploratore di nuove frontiere tecnologiche. Sebbene ci fosse infinita scelta, quel nome non era facile da trovare.
Avevo poi da poco chiuso nel cassetto, con dispiacere, un altro progetto e volevo conservarne lo slancio.

Quello stesso cassetto l’ho riaperto pochi mesi fa, quando il mio amico Giancarlo Gianky Salinas mi chiede se può citarmi in una sua intervista per il blog Decadance . E lì è scattata la molla che tiene chiusi i ricordi, ed è stato un attimo accendere il computer e recuperare dai vecchissimi backup tutti i file di quel progetto.
Perché io, all’epoca, volevo fare la deejay… e [Radionauta] era una parte di me!

 

L’estate è finita. Anche se l’equinozio è fissato al prossimo venerdì 22 settembre, per me l’estate finisce al Gran Premio F1 di Monza.
Dopo quell’ultima domenica di motori ronzanti del primo pomeriggio sapevo che l’indomani sarebbe cominciata la tiritera del “finita la pacchia, adesso si torna a scuola!”, intervallando l’eccitazione per gli acquisti in cartoleria con la paura del nuovo anno, dei nuovi libri, dei nuovi compiti, della nuova pagella. Addio giochi (e libri) spensierati!
Ma io a lavorare ci vado tutti i giorni, ti ricordavano gli adulti.
E adesso che sono da un po’ nel fantastico mondo lavorativo potrei rispondere che, proprio come a scuola, anche qui c’è chi scalda solo la sedia.
Ancora oggi poi, quando vado al supermercato, mi aggiro con gli occhi a stellina tra le corsie del reparto scuola, che poi allestiscono proprio all’entrata del negozio e non mi occorre nemmeno la scusa per passarci attraverso. Mi ritrovo tutto comodamente a portata.
– Cosa hai preso?
– Un evidenziatore.
– Perché, non ne hai abbastanza a casa?
– Ma non di quel colore lìììììììì!
Quindi non è cambiato nulla.
Se non fosse che quest’anno il mio rientro è stato più traumatico del previsto e ho dovuto persino cambiare casa…

Stamattina la famiglia arriva presto e passa mezza giornata in spiaggia con me, così che riusciamo ad evitare il caos autostradale dei rientri di massa, posticipando il viaggio al pomeriggio. Pare sia bollino nero oggi.
Appena mi vedono, iniziano a farmi i complimenti per l’abbronzatura, nonostante la crema solare 50 sono riuscito a scottarmi le caviglie, due meravigliosi calzini bordò, e per la linea. “Hai visto papà che il mare ti fa bene? Sei persino dimagrito!” Vorrei dirgli che la bilancia della farmacia ieri sera segnava un più due chili, il conto della rosticceria della settimana, ma preferisco lasciargli le sue convinzioni. E rimanere sereno.
Sotto l’ombrellone aiuto mio nipote Mariolino, il più grande, con il quaderno dei compiti delle vacanze, che ha lasciato in disparte per un mese intero e adesso si trova a correre veloce sulle pagine. A dirla tutta, è lui che insegna a me, soprattutto matematica e geometria, che non sembravano così complesse ai miei tempi. Carletto è tutto assorto dal suo Focus Junior, pure se ogni tanto gli scappa qualche esclamazione di stupore, a cui segue rigorosa spiegazione scientifica. Mio figlio, occhiali scuri ben calati, si rovina la vista in acuta osservazione della fauna vicina, anche oggi in topless. Mia nuora inconsapevole legge uno di quei romanzetti serie Harmony, ma almeno legge. Io finalmente mi sono deciso a cominciare Guerra e pace, ma dubito di terminarlo così a breve. Quanti ne ho letti di tutti quelli che mi sono portato appresso? Quasi due libri al giorno, anche se qualcuno era poco più che un fascicolo e alla fine ho ceduto alla rilassatezza e al divertimento. Come mio nipote, mi troverò i compiti delle vacanze all’ultima settimana.
Per pranzo, per concludere in bellezza, mio figlio mi porta in rosticceria. E per fortuna il signor Gino capisce subito, per la verità imbeccato dai miei racconti famigliari di questi giorni, e fa finta di non conoscermi. Anch’io simulo sorpresa e soddisfazione per la bontà della frittura mista.
Il tragitto di ritorno dura sempre la metà di quello di andata, anche se l’orologio dice di no. Appena apro la porta di casa, Amilcare, il mio persiano, sbuffa incattivito alle scarpe di mio figlio e viene a strusciarsi alle mie. Ci siamo mancati a vicenda, pure se la signora Gigliola lo rimpinza per bene in mia assenza. Il frigorifero è di nuovo pieno di cose buone e salutari, il bucato pulito e stirato è già dentro l’armadio, il corriere ha recapitato due libri nuovi. Guardo il braccialetto al polso e penso che quest’anno la spiaggia mi mancherà un po’ di più.
Adesso però devo finire Guerra e pace, come è vero che mi chiamo Pietro.

(Fine)

 

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Il penultimo giorno lo dedico agli amici, cerco sempre di portare a casa un souvenir per quelli che non si muovono più. Un magnete per Lucio, che grazie a molti sta disegnando la penisola intera nell’anta del frigorifero. Una grappa locale per Beppe, bottiglia piccola però che poi gli fa male. Un piatto decorato per la Adele, che quando ci invita a cena a Capodanno sfoggia il suo servizio spaiato ma originale. Sassi e conchiglie per Ester, che non ci sta più con la testa, ma passa il giorno a rimirare beata le sue pietre preziose e mi sorride quando gliene porto una nuova e luccicante. E poi cartoline, libri turistici del luogo, statuette segnatempo e altri manufatti. Ishmael mi ha dato indicazioni per andare a colpo sicuro sui negozi con merce locale, evitando quelli che acquistano chincaglierie Made in China dal suo stesso padrone. E no, non ha voluto che comprassi niente da lui. Anzi, mi ha regalato e legato al polso uno di quei braccialetti dell’amicizia fatti a mano in spago sottile e colorato.
Mi ha confessato di essere vedovo, sua moglie morta di “male che mangia dentro” come la mia, anche se molto, molto più giovane della mia Bettina che se n’è andata cinque anni fa, lasciandomi un vuoto incolmabile e una brutta malattia, la malinconia. Lui ha due figli rimasti in patria a cui spedisce i soldi per vivere, con la speranza di assicurargli appena possibile un futuro migliore nel primo mondo. Gli ho dato anche il mio indirizzo di casa, per quando rientrerà nell’entroterra a fine stagione e pensava proprio di cercare un lavoro nuovo nella mia città. Gli ho promesso di donargli altri libri in italiano, se passerà a trovarmi.
Che l’inverno sarà lungo per entrambi.

(continua…)

 

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Tornato il bel sole, ho recuperato il mio posto di lettura sulla sdraio. Oggi però mi riesce parecchio difficile concentrarmi sulle indagini per ritrovare un feroce serial killer, vuoi perché lo scrittore è stato davvero bravo a dosare paura e tensione, in eccesso, vuoi perché nell’ombrellone di fronte al mio c’è una splendida quarantenne in topless e il mio cuore ogni tanto ci perde un battito.
Quando penso che finalmente si stende a pancia in giù nel lettino, ecco che abbassa completamente lo schienale e lei si solleva sui gomiti per leggere una rivista, cosicché mi ritrovo due gocce perfette farmi l’occhiolino maliziose. Fossi nato qualche decennio dopo…
Che alla mia età si rischia solo un infarto. Se anche qualcosa si muove laggiù, è solo un riflesso automatico in memoria dei tempi andati. Null’altro. E nel frattempo ho lasciato nuovamente quel povero ispettore brancolare nel buio delle stesse pagine di un’ora prima.
Ho provato anche a girare la sdraio, dando la mia schiena alla gentil signora, ma purtroppo il vento mi arriva dritto in faccia, la luce riverbera troppo sulla sabbia libera e mi disturba la lettura. Nel suo consueto giro, Ishmael si inginocchia qualche minuto sotto la mia ombra, dà un rapido sguardo nei dintorni, si sofferma sulle collinette, poi scuote la testa divertito. “Amico, meglio se tu oggi fa passeggiata.” Scoppiamo a ridere insieme.
Lo accompagno un po’ lungo il suo percorso, poi continuo da solo nel bagnasciuga, spiando di tanto in tanto le attività degli altri bagnanti. Non cerco altri procaci distrazioni, sono invece curioso di sapere se e cosa leggono. Cuffiette, auricolari, cellulari, riviste di gossip, cruciverba e affini, ma pochissimi romanzi, spesso abbandonati intonsi sul tavolino dell’ombrellone. Mi pare di averne contati una trentina in quasi tre chilometri di costa. Eppure qui il tempo non gli manca.

(continua…)

 

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La burrasca di stanotte ha lasciato mare grosso e vento gelido sul lungomare, oltre a qualche nuvola ritardataria che ogni tanto scarica ancora la sua tristezza. Hai visto figliolo che ho fatto bene a portarmi dietro l’ombrello? Non sono poi così rincitrullito del tutto.
Mi vesto un poco di più e vado a passeggiare nel parco in pineta, decisamente più riparato dalle sferzate sulla costa. Con me porto un sacchetto con qualcuna di quelle confezioni no grassi, no zuccheri, no glutine, no lattosio, no uova -rimane qualcosa?- di cui mia nuora ha affollato la dispensa, sperando di incontrare Ishmael lungo il tragitto. Di sicuro oggi in spiaggia non c’è lavoro per lui e rischia di saltare il pasto. Lo trovo infatti all’angolo della piazza centrale a vendere ombrelli di tutte le fogge ai passanti. Anche lui mi aspettava: mi porge una raccolta di racconti di un autore della sua terra, tradotta in inglese, così mentre lui migliorerà il suo italiano, potrò anch’io allenare l’unica lingua straniera che conosco. Mi chiedo quanto gli sia costato recuperare quel libro, ma un regalo non si rifiuta mai e lo ringrazio di cuore. Poi gli offro un cappuccino e un cornetto caldi, sotto gli occhi esterrefatti di una cameriera bigotta, troppo giovane per sapere quanti italiani sono emigrati in america nel primo dopoguerra, qualcuno morto anche di stenti nell’illusione di un sogno concesso a pochi. Là in mezzo, tra le lapidi, c’è anche mio zio.
Una cosa che m’incuriosisce di Ishmael è come, nonostante la vita assolutamente precaria che posso solo immaginare, lui si presenti così ben pulito, curato e profumato, molto più di me che a queste cose pure ci tengo. Non senza imbarazzo glielo chiedo. Mi sorride divertito, lasciando che i suoi denti di madreperla purissima risaltino sull’ebano intenso della sua pelle. Mi spiega che in spiaggia la sera si trova di tutto, confezioni con ancora qualche goccia di bagnoschiuma abbandonate alle docce e creme solari dimenticate nei tavolini, che seppure non gli servono, sono molto odorose. Beato consumismo.

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Il terzo giorno è quando i vicini iniziano a prendersi troppa confidenza. Ti hanno studiato il giorno precedente, cosa fai, come ti comporti, i tuoi orari e movimenti, e decidono se considerarti o ignorarti. A quanto pare io ispiro troppa fiducia e sebbene il mio libro aperto sotto il naso dovrebbe indicare che prediligo quiete e riservatezza, cercano sempre d’attaccar bottone col sottoscritto. Io mi limito a rispondere con educazione, senza però dare troppa corda. Sono qui per leggere, mica per conversare. O spettegolare.
Gli ambulanti, più furbi, sanno che gli anziani non sono consumatori capricciosi, di solito mi girano al largo. Oggi invece no. All’ora di pranzo, quando le famigliole felici rientrano con tutto il carrozzone per il desinare, mi sono attardato in spiaggia, l’ora più tranquilla e silenziosa. In un lettino vicino si ferma un uomo di colore, di quelli scuri come la notte. “Bel libro, io letto” mi dice indicando sul mio tavolino la copia de Il Profeta di Gibran. Mi faccio dire il suo nome, qualcosa di impronunciabile, ma qui lo chiamano Ishmael. Nel suo paese, che preferisce non dichiarare, e del resto ci mancherebbe che proprio io fossi così curioso, Ishmael è professore universitario di letteratura. Alla fine, parlando di romanzi, che lui ne ha letti molti di più di quanto io potrò in almeno due vite, ci dividiamo il panino che mi ero portato e lui mi offre metà della sua gazzosa. Decido anche di regalargli il libro: dato che l’ha già letto, seppure nella sua lingua, conosce la trama e potrà usarlo per imparare un po’ di italiano. Promette di ripassare nei prossimi giorni.

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Alla mia età si torna come bambini, compresa la crema solare fattore 50 di colore azzurro dove la spalmi, che se ci fosse mio nipote più piccolo direbbe che sembro Grande puffo. Cappellino rosso, barba bianca e costume pure rosso, mi toccherebbe anche dargli ragione. Ma col primo sole della stagione, almeno per me, non si scherza.
Stanotte non ho dormito affatto: materasso troppo soffice e rete a molle consumata, quando io ho bisogno di qualcosa di più rigido della mia schiena. Nonostante sia un lungomare tranquillo, qualche giovane si è attardato alla chiacchiera, forse anche alla copula, sotto la mia finestra. Così mi sono messo a leggere, quasi metà libro, uno di quei classici barbosi dei secoli scorsi sul senso della vita e dell’amore. Forse sono troppo vecchio, ma questo Werther non mi ha convinto. Speravo mi conciliasse il sonno con la noia, invece sono riuscito a seguire tutti i suoi panegirici lamentosi. Oggi in spiaggia mi sono portato però un bel thriller contemporaneo, un’autrice inglese esordiente, e il mio preferito, Camilleri. Con lui non si sbaglia mai.
Anche se è la solita storia: nonostante i miei ombrellone e sdraio siano in ben quinta fila dal bagnasciuga, riparati dal vento e lontani altre due file dal chiosco, ho già intravisto passeggini, secchielli e palette. E pure radioline. C’è già il fastidio della crema da sopportare, che tocca lavarsi le mani accuratamente prima della lettura -detesto la carta scritta unta quanto quella della macelleria- e occorre ripetere unzione e abluzione sovente, speriamo non se ne aggiungano altri. Quelle volte che i miei nipoti vengono in spiaggia con me, rare, passiamo sempre in edicola a fare incetta di Topolino, Doremon o come si chiama, Geronimo Stilton e classici d’avventura per ragazzi.
Io leggo, loro leggono, tutti felici.

(continua…)

 

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