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Barbara Businaro

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Dice Mosè (il gatto, non il predicatore):
Il cane è il migliore amico dell’uomo.
Il gatto è il suo migliore padrone.

Scusa Mosè, intendi dire che il gatto è il padrone dell’uomo …o del cane?
Mi rivolge uno sguardo arrabbiato e seccato, come se avessi formulato una domanda sciocca e inutile, ma è il suo atteggiamento di sempre (anche quando è strafelice di fronte a una scatoletta al salmone). Poi mi volta le spalle, o dovrei dire il sedere, e se ne va per la sua strada ancheggiando stancamente. Temo che la risposta dovrò trovarmela da sola.

Mosè però non ha tutti i torti. Cani e gatti difficilmente vanno d’accordo, ma questa è una delle rarissime eccezioni in cui hanno lavorato insieme per uno scopo comune: aiutare chi ha bisogno, soprattutto nel momento in cui si spengono i riflettori dei media.
Quasi un anno fa – è già passato un anno, si! – la terra ha tremato, più e più volte, nel centro Italia, portandosi via case, borghi, interi paesi, strade, e famiglie. Il terremoto ha scosso tutto e tutti, nel bel mezzo delle loro vacanze.
Impossibile rimanere indifferenti a quella tragedia, così un gruppo di amici, capitanati da Serena Bianca De Matteis, già autrice del libro “Buck“, hanno donato ognuno un racconto e preparato un’antologia in vendita su Amazon, sia in ebook che in cartaceo, il cui ricavato viene donato ogni mese alla Croce Rossa Italiana per gli aiuti alle popolazioni colpite: nasce così “Buck e il terremoto”, racconti a quattro zampe, per lo più cani e lupi.
Ne avevo già scritto qui in occasione delle feste natalizie: “Buck e il Terremoto” sotto l’albero

Ad oggi sono stati raccolti e devoluti la bellezza di 1.562 euro, quasi 500 cartacei e 80 ebook, il che è un bel successo per un libro in self-publishing senza le risorse delle grandi case editrici. Ci sono state presentazioni e convegni a Milano, una collaborazione con l’azienda Melinda che ha inserito una copia di Buck nelle ceste natalizie, un evento Rock-Burger con panino + libro, qualche intervista radio online, il patrocinio dei Comuni di Amatrice e Accumoli, maggiormente colpiti dal sisma.
La forza del branco ha dato il meglio di sé.
E i gatti non c’hanno visto più… Che è sta storia che i cani si e noi no?!

Lo so, è da non crederci.
Quando a marzo un gruppo di amici blogger hanno trovato 28 loro diversi articoli copiati da una casa editrice, all’interno di una guida su come pubblicare un manoscritto (trovate un resoconto dettagliato in questo post di Penna Blu: Come creare una guida completa senza scrivere nulla), ho cercato di dare il mio contributo tramite i social per chiedere alla casa editrice la rimozione degli articoli plagiati, convinta che una cosa del genere non potesse succedere a webnauta, semplicemente perché è un blog ancora giovane, i motori sono nuovi e ancora luccicanti, l’archivio non è così fornito.

Però in quello stesso periodo sono arrivate le prime statistiche del nuovo anno: nei primi tre mesi del 2017 webnauta ha totalizzato quasi tutte le visualizzazioni del 2016, perché ci sono più articoli ad attirare il pubblico, c’è più attività e condivisione sui social, le keyword iniziano a dare soddisfazione nelle ricerche su Google.
Con questi risultati, è arrivata anche qualche preoccupazione, compresa quella sul diritto d’autore da difendere.

Ma poi ho pensato: chi vuoi che sia così stupido da andare a copiare un articolo sul sito web di un informatico?
“Stupido è chi lo stupido fa, signore!” dice Forrest Gump, ma non pensavo che annoverasse anche le piattaforme di self-publishing.
E’ cominciato tutto con una mail, un venerdì mattina.

E’ capitato. Di nuovo.
Nella stessa settimana in cui Mister E. se n’è tornato alla carica con la solita domanda (“Sei andata avanti col libro?”) e propinandomi la medesima conclusione (“Qualcosa ti blocca e non è il tempo…”), ecco che un altro segnale incrocia la mia strada, impossibile pensare che sia successo per caso. Ho studiato Statistica, figuratevi se io credo al caso! 😉
Della scrittrice di fiction storica Diana Gabaldon ho già parlato (trovate una buona introduzione nell’articolo E adesso prendimi. Come scrivo le scene di sesso di Outlander). Adoro il suo stile di scrittura e, nonostante capisca poco il suo slang e i suoi post social siano pieni di espressioni idiomatiche e acronimi (per cui i traduttori automatici vanno a farsi friggere), seguo sempre quello che scrive e condivide, dalle sue #dailylines del #booknine in prima bozza agli interessanti spunti sulla scrittura creativa, anche saggi di altri autori. Per esempio, La Tavola Periodica della Narrazione che ho tradotto in italiano l’aveva segnalata proprio lei.

Questa volta però un suo post del 9 marzo, che avevo perso nel mare magnum della mia bacheca Facebook, mi è stato segnalato esattamente la stessa settimana di Mister E. (!) dal gruppo MyPeak Warrior Writers, un gruppo di peakers che partecipano con me al My Peak Challenge e come sfida creativa hanno scelto la scrittura, tra scrittori self-publisher, copywriter per lavoro, blogger e anche poeti. Ma il punto è proprio questo: quel post, che poi è un pezzo preso dal suo saggio The Outlandish Companion, un compendio alla saga di Outlander (solo in versione inglese), parla proprio dei giochi mentali nella scrittura. E mi ci sono ritrovata con tutte e due le scarpe!

Vi riporto quindi la mia traduzione di questo articolo di Diana Gabaldon dal suo profilo Facebook: Author Diana Gabaldon – Mind Games
Lo fisso qui nel mio blog per prenderlo sul serio, per evitare che diventi una lettura e via. La mia non è una traduzione raffinata, ma rende molto il senso delle sue parole.
Non spaventatevi per le strane regole ortoeditoriali: non chiedetemi perché ma lei utilizza molto le parentesi, anche incastonate, e l’underscore o trattino basso per evidenziare alcune parole (anche se le virgolette le conosce). Questi americani… 😉

Nuovo appuntamento con il nostro piccolo corso sul software di scrittura creativa yWriter6, sviluppato appositamente per narratori da Simon Haynes, informatico di professione, che come scrittore ha vinto ben 6 volte il NaNoWriMo con la sua serie di fantascienza Hal Spacejock. All’interno del suo sito, potete leggere interessanti articoli dello stesso Haynes sulla scrittura, dall’arte dello scrivere fino al marketing dei propri libri, come questo elenco di punti dalla prima bozza alla pubblicazione: From first draft to publication – a list (è in inglese, ma potete usare il traduttore automatico di Chrome che fornisce una traduzione accettabile).

Una delle principali obiezioni sollevate quando si parla di programmi strutturati per la scrittura creativa, anche tra i commenti a questi articoli, è che si tratta di software troppo complessi e che “in fondo a me basta il Word”. Sicuramente l’impatto con una nuova interfaccia è sempre destabilizzante, dato che è un’altra cosa nuova da imparare, e quindi tempo e pazienza da investire nello studio.
Devono però essere fatte due considerazioni: così come per scrivere un testo state utilizzando Word solo al 20% della sua capacità produttiva (ve lo assicuro, provate a vedere cosa comporta l’installazione personalizzata di Word 😉 ), anche per yWriter potete decidere di usare solo alcune parti, quelle che vi tornano maggiormente comode per il vostro ritmo di scrittura; yWriter non esclude di continuare a scrivere su Word i vostri testi, perché l’integrazione tra i due sistemi è possibile e funziona anche molto bene.

Più che integrazione con Microsoft Word, dovremmo in realtà parlare di integrazione con qualsiasi programma di videoscrittura, compresi quindi OpenOffice e LibreOffice, essendo l’RTF (Rich Text Format) un formato file basilare per ogni software di questa categoria. E lo stesso formato con cui yWriter salva ogni scena del vostro progetto. Semplificando, potremmo dire che yWriter scrive in Word!
Vediamo dunque in quanti modi i due programmi comunicano tra di loro. Sono certa che poi guarderete yWriter con occhio diverso! 🙂

Per facilitarci nell’apprendimento, ho creato il progetto con i primi 6 capitoli di Alice nel Paese delle meraviglie. Potete effettuare il download del file .zip aggiornato alla fine di questo articolo. Rendo inoltre disponibile lo stesso Dizionario Italiano che sto usando personalmente e la cui installazione abbiamo visto nella puntata precedente del corso. Trovate l’elenco completo degli articoli qui: Corso yWriter in italiano.

“E’ la magia dell’arte: spargi gioia, prendi grana!”

Questa è la frase che l’altra sera mi ha fatto capitolare a vedere un film italiano. Sono sempre prevenuta verso certe produzioni nostrane, perché ho paura di trovarmi davanti il solito cine-panettone trito e ritrito. Mentre io ho fame di storie originali.
Loro chi? era nella programmazione serale l’unico film che non avevo visto e di cui non sapevo nulla (altri non li avevo visti, ma so che non mi interessano). Film con i bravissimi Edoardo Leo e Marco Giallini, regia di Francesco Micciché e Fabio Bonifacci, produzione Picomedia e Warner Bros.
La trama di per sé non diceva molto: “David, 36 anni, ha un’unica ambizione: guadagnare la stima e il rispetto del Presidente dell’azienda presso cui lavora, ottenere un aumento di stipendio e la promozione a dirigente. Un giorno il suo desiderio sembra avverarsi: presenterà un brevetto che gli farà meritare l’apprezzamento da sempre sognato. In una sola notte, però, l’incontro con Marcello, un truffatore molto abile, gli cambierà per sempre la vita. David perde la fidanzata, il lavoro e la casa, dovendo così chiedere aiuto allo stesso Marcello, colui che lo ha messo nei guai.” da Wikipedia.

Vado quindi a vedermi il trailer su YouTube solo per capire il significato di quello strano titolo, Loro chi?, ed è lì che sento questa frase curiosa sulla magia dell’arte, mentre l’attore butta al vento banconote di carta da una Maserati in corsa per la campagna. Lo stesso personaggio che poco prima afferma: “Diciamo che sono un compositore della realtà”. Non vi dice niente questa definizione?

 

Il titolo del film viene dal nome di un complesso musicale, i Loro, usato anche come fantomatico cognome, che poi è il nome della banda dei truffatori. E quando qualcuno chiede “Conoscete i Loro?”, i fans sono tenuti a rispondere “Loro chi?” in una burla assurda e irriverente, favorendo il loro anonimato.
Il film non è nemmeno una novità, una pellicola del 2015, ma non l’ho mai visto citare nei lit-blog. Eppure parla di uno scrittore.
E di come riuscire a farsi leggere un manoscritto e pagare ben 50 mila euro di diritti d’autore dopo due ore dalla lettura.
Non siete un po’ curiosi anche voi adesso? 🙂

In occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore (conosciuta in Catalogna anche come Giornata del libro e delle rose, per cui lì i librai regalano una rosa per ogni testo venduto) torna un nuovo bollettino nautico del mondo dei libri, anche digitali, per navigare informati nel nostro oceano di parole.
Sappiamo che la scusa più utilizzata dai lettori è di non avere sufficiente tempo per leggere, ma quante volte ci troviamo in attesa (aspettando la metro o l’autobus, in coda all’ufficio postale, in sala d’aspetto dal medico o dal dentista) e ci mettiamo a consultare i nostri social, girando tra un Like e un video spiritoso, scorrendo metri e metri di bacheca? Secondo una stima dell’agenzia We Are Social noi utenti passiamo sui social media 2 ore e 19 minuti al giorno.
Potremmo utilizzare quel tempo per leggere, però diventa scomodo portare sempre appresso un libro ingombrante, soprattutto se non avevamo preventivato quella sosta nell’arco della giornata.
Ecco perché ci torna utile il nostro smartphone, un oggetto che siamo oramai abituati ad utilizzare comunque: possiamo leggere libri direttamente dal cellulare, in formato ebook ovviamente, e trasportare con noi una libreria intera chiusa all’interno della schedina di memoria aggiuntiva. Per leggere un libro digitale infatti non è necessario avere un computer, un tablet o un ereader: è sufficiente il nostro telefonino e l’app giusta per i libri che ci interessano.
Se poi vogliamo leggere spendendo poco o niente, vi ricordo l’articolo precedente del Navigare informati: Come leggere libri gratis (o quasi) 
Perché un lettore informato, che legge anche dal cellulare tutte le volte che può, è un lettore conquistato!

“Spesso la mancanza di infelicità è scambiata per felicità.”

Mentre aspettava che la fotocopiatrice terminasse il suo lavoro, Josie pensò che quelle scarpe erano state decisamente un acquisto sbagliato. Continuava a spostare il peso da un piede all’altro per cercare sollievo temporaneo. Le portava solo da qualche ora e le sembrava di trascinare due macigni con enorme sofferenza. Forse non aveva più l’età per certi tacchi.
Guardò fuori dalle ampie vetrate dell’ufficio: negli stretti spazi tra i palazzi si scorgeva un cielo terso e quella mattina uscendo di casa non c’era stato bisogno del suo fedele poncho in lana. Le vacanze di primavera, e la Pasqua che la sua famiglia festeggiava, si stavano avvicinando. Doveva chiamare sua sorella per organizzare il rientro: gli impegni l’avevano trattenuta nella capitale per tutto l’inverno e chissà in che condizioni avrebbe trovato la vecchia casa, chiusa da mesi.
All’improvviso la fotocopiatrice s’inceppò, con uno stridore dei rulli che non riuscivano ad afferrare la carta ed uno sbuffo d’aria dal vassoio d’uscita, finché non terminò con il solito avviso acustico.
“Di nuovo, accidenti!” Cliccò sul bottone per confermare l’apertura del blocco ottico superiore e accedere al vano interno.”Ehi Miki, quando passa l’assistenza?” gridò per farsi sentire dal collega in fondo al lungo open space.
“Non prima di martedì…”
Imprecando e tirando il lembo di carta che si intravvedeva, riuscì a disincastrare il foglio intero. Sarebbe stato un danno ben maggiore se si fosse strappato perché avrebbe davvero dovuto far smontare la macchina dal tecnico e non aveva tempo: doveva spedire le copie in giornata ai diversi dipartimenti, rigorosamente in cartaceo. Certe istituzioni vivevano ancora nel secolo scorso.
“Ancora noie con quell’aggeggio?” le chiese il direttore uscendo dalla sala riunioni con i redattori dell’economica.
“Si, ma l’ho tolto.” Sollevò il documento colpevole come prova. “Oh guarda…”
Lo osservò distrattamente per un momento: stava fotocopiando pagine fitte di testo, ma in quel foglio le parole via via distorte e le macchie di colore dei rulli sporchi avevano prodotto un’immagine, un bellissimo volto di donna stilizzato, con un’espressione melanconica.
Richiuse il coperchio della macchina, e ricominciò con le stampe mancanti, rimanendo affascinata a contemplare quello straordinario volto.
“Non è meraviglioso?” chiese al collega quando raggiunse la scrivania al suo fianco.
“Cosa?”
“Non la vedi?”
L’uomo scosse la testa. “Vedo solo un pezzo di carta stropicciato…”
“Non vedi il viso della donna, qui? e qui?”
“Senti Josie, da quant’è che non fai una visita oculistica? Lo sai che ce l’abbiamo gratuita per contratto? Basta che lo dici giù in segreteria e si arrangiano loro a prenotartela.”
“Mah…si, hai ragione, forse sono un po’ stanca” concluse frettolosamente. L’arte non si può spiegare alle menti chiuse, diceva sempre il suo professore.
Tenne da parte quell’insolito disegno, unico e raro, frutto del caso, e si mise ad ordinare le altre fotocopie, tutte uguali, tutte così ben definite, per inviarle con il corriere pomeridiano.
Il cellulare squillò impaziente dall’angolo in cui era in carica e il display mostrava la foto di sua sorella Rebecca in ospedale con in braccio Alyssa, il giorno in cui era nata tre anni prima. Era un orario insolito perché la chiamasse, ma la rassicurò subito.
“Volevo chiederti Josie…non potresti anticipare le tue vacanze? Volevo dare un pranzo la prossima domenica.”
“Beh, è un po’ complicato…” Fece un riassunto mentale di tutti gli appuntamenti della settimana. Avrebbe potuto anche spostarli, ma avrebbe ritardato alcuni progetti.
“Non te lo chiederei, se non fosse importante.” Cogliendo il silenzio come un diniego, continuò: “Abbiamo bisogno del tuo aiuto, si tratta della…felicità, di David e Alyssa. E abbiamo solo un mese per decidere.”
“Di cosa..? E’ successo qualcosa?”
“No, no, non ti preoccupare. Stanno bene. Adesso. Ma dobbiamo pensare al loro futuro. Tu vuoi che siano felici, vero?”

 

“Aspetti qui, il rettore Powell la riceverà subito.”
Accogliendo l’invito della segretaria, Josie sprofondò in un’enorme poltrona in pelle nera. Era stranamente in anticipo, come non le accadeva da tempo. Controllò nuovamente sul cellulare se per caso fossero giunte mail o chiamate dall’ufficio, ma niente: da quando era entrata nell’edificio l’apparecchio sembrava morto, assoluta assenza di campo.
Osservò il depliant informativo che le aveva preparato sua sorella, con segnata data e orario dell’appuntamento già fissato: sopra l’immagine di persone sorridenti e festanti campeggiava il logo del Waldinger Institute e la scritta “Qui formiamo persone felici”, la stessa grafica dell’insegna all’entrata dell’enorme parco che ospitava il polo di studio.
La porta in legno scuro si aprì e alle sue spalle comparve un uomo sulla trentina, vestito in jeans e camicia bianca con lo stemma ufficiale, dall’aria rilassata.
“Signora Wilson, sono contento che lei sia venuta.” Le strinse la mano con calore.
Giovane, assurdamente giovane per essere un rettore, pensò Josie. Ma del resto questa non era una scuola ordinaria.
L’accompagnò davanti alla sua scrivania e le offrì un vassoio di cioccolatini.
“Prego, non faccia complimenti.”
La luce calda del mattino entrava dalla finestra e si rifrangeva nel prisma pendente della lampada da tavolo, rompendosi in mille colori sulla parete. Una nota completamente stonata con la severità del mobilio e quel lieve profumo di sigaro che doveva aver impregnato le pareti negli anni, ma alquanto in sintonia con l’espressione della persona che si trovava davanti.
“E’ un bene che lei sia qui. Preferiamo che la famiglia ci faccia tutte le domande prima di cominciare il percorso, in modo da essere sostegno assoluto per l’alunno. Non ci devono essere dubbi nel nostro metodo.” Si appoggiò allo schienale alto della sedia.
“Come mai così giovani? Mio nipote David ha compiuto quattro anni e Alyssa ne ha fatti da poco tre. Non è un po’ presto?”
“No, mi creda. Prima cominciamo e meglio è. Stiamo pensando di abbassare la soglia ulteriormente. Già a due anni, nel mondo attuale, i bambini prendono troppe decisioni ogni giorno. Pensi solo alla scelta del cartone animato alla televisione o del pupazzo con cui si addormentano. Un trauma a quest’età può rendere inutile il nostro lavoro. E l’anno scorso abbiamo dovuto escludere dei bambini per questo, totalmente fuori dal nostro standard.”
Josie sentì una fitta ghiacciata alla base della nuca. Cercò di ignorarla e proseguire.
“Ma esattamente…in cosa consiste il vostro metodo? Ho letto le brochure, ma fatico a capire a livello pratico.”
“Insegniamo ai bambini a prendere la scelta giusta, quella che gli darà il successo assicurato in termini di appagamento. Vede, è il fallimento che genera stress e frustrazione, ripercuotendosi poi nelle decisioni future. Noi valutiamo le caratteristiche personali, le capacità individuali, stabiliamo degli obiettivi via via adeguati per l’alunno. Sviluppiamo le sue peculiarità in modo da inserirlo anche nel mondo del lavoro con il massimo rendimento. I nostri studenti imparano a distinguere qual è la loro portata, ciò che li renderà eternamente felici.”
Era la stessa cosa che aveva letto sul sito internet dell’istituto, con molta meno enfasi.
“E quando passano nella pubertà? L’adolescenza è la peggiore delle età, come fate a gestirla? Davvero ci riuscite?”
“Non trascuriamo nessun aspetto, né fisico né psichico. Determiniamo l’orientamento sessuale dell’alunno e tramite un’accurata selezione, incrociando tutti i dati della personalità, ad ognuno troviamo il compagno adatto per la vita. Praticamente da subito. Senza lasciare margini alla minima sofferenza.”
Lo fissò sconcertata e lui lo ritenne un invito a proseguire. “Non ci sono…appuntamenti al buio, rifiuti più o meno velati, derisione, ritorsioni, bisogni insoddisfatti, tradimenti, divorzi violenti. Le nostre sono coppie solide e felici. Potrà conoscerne qualcuna personalmente, negli incontri settimanali organizzati per i nuovi iscritti.”
“I vostri studenti finiscono col lavorare qui dentro?”
“No, se non lo desiderano loro. I nostri alunni non sono mai abbandonati: l’inserimento è richiesto dai tre fino ad almeno i venticinque anni di età, dato che li seguiamo anche nel percorso universitario con le nostre sedi distaccate in tutti gli stati. Alla fine diventano i nostri stessi sostenitori, a volte si mettono anche a disposizione per le attività di orientamento delle nuove reclute.”
Josie storse la bocca involontariamente.
“Ci tengo a precisare che non facciamo distinzione di genere. Nel nostro microcosmo convivono felicemente eterosessuali e omosessuali, perché i problemi legati ad una sessualità oppressa generano ulteriore frustrazione e infelicità. Quindi li formiamo anche per non vedere queste differenze. Ci siamo dovuti adeguare, almeno fino a quando la Scienza non troverà rimedio alle deviazioni sessuali. Nel qual caso abbiamo già pronto il piano di aggiornamento del sistema.”
“…l’aggiornamento del…sistema?” chiese inorridita.
“Nulla di fatale, mi creda. I nuovi alunni utilizzeranno i protocolli aggiornati e dunque ogni deviazione sarà curata sul nascere. Ma potremo anche intervenire sul pregresso, accompagnando le coppie omosessuali al divorzio consensuale ed elaborando successivamente nuovi abbinamenti eterosessuali. Ma temo ci vorrà ancora qualche decennio per il progresso scientifico.”
Lo stomaco di Josie ebbe un sussulto, sentiva l’acido gastrico gorgogliare al pari della sua rabbia. Cercò però di ricordare che era lì per amore dei suoi nipoti, e nient’altro.
“Quale dovrebbe essere il mio ruolo in tutto questo?”
“Chiediamo a tutta la famiglia di partecipare al processo, in maniera più allargata possibile. Per questo sua sorella le ha chiesto di venire alle riunioni di orientamento il prossimo mese. In alternativa, chiediamo di tagliare i rapporti con parenti e amici che non capiscono il valore del nostro metodo. Non ci devono essere voci dissonanti, capisce? Sarebbe un grave danno per l’alunno.”
“Immagino che questo significhi che poi anche i figli dei vostri studenti, a loro volta, vengono cresciuti con lo stesso…sistema.”
“Certamente. E non c’è motivo che non sia così, sono i nostri stessi alunni a capirne l’importanza. A quel punto il processo è naturale.”
Ovvio, pensò Josie, non concepiscono null’altro.
“Ma come fate a controllare tutto? Le amicizie per esempio…com’è possibile che non ci siano contatti con l’esterno?”
“I nostri studenti vengono inseriti già nel luogo di lavoro adatto, la loro compagna di vita è scelta sempre con il nostro metodo ed ovviamente anche le amicizie sono verificate. Non lasciamo nulla al caso, mi creda.” Il rettore Powell sorrise soddisfatto e compiaciuto. “La loro esistenza è contemplata in un ambiente sereno, dove tutti sono appagati e felici, appunto.”
“E internet? I social, dove c’è sempre un confronto compulsivo?” La storia era piena di imperi che erano stati soverchiati da una piccola falla, un’idea rivoluzionaria che avere aperto la breccia.
“Noi sconsigliamo l’uso dei social media ma, qualora venga richiesto dalla posizione lavorativa stessa assegnata, i contenuti visualizzati sono filtrati dal nostro centro operativo. In sostanza, tutti gli accessi alla grande rete sono verificati dai nostri tecnici, dal sito delle previsioni del tempo alle mail confidenziali. Eliminiamo automaticamente tutto il rumore.”
“Anche i vostri tecnici sono inseriti nel vostro percorso? Sono ex alunni, intendo?”
“Si, chiunque lavori qui partecipa al progetto per sé stesso.”
“Quindi anche lei è stato…selezionato per questo lavoro? La rende felice?”
All’uomo scappò una risata cristallina. “Le posso assicurare di si. Magari faticherà a crederci, ma la mia personalità è portata all’insegnamento e all’organizzazione. Inoltre, all’interno del campus, tutti lavorano part-time: il resto della giornata ci serve per i nostri hobby personali e per non sentirci troppo carichi di responsabilità sulle vite altrui. Se fosse venuta nel pomeriggio, avrebbe trovato il rettore Mitch, mio collega.”
La maggioranza dei lavoratori sarebbe stata concorde in una soluzione del genere. E per gli stakanovisti probabilmente avevano già elaborato una cura, pensò amaramente Josie.
“Signora Wilson, sappiamo benissimo che l’impatto con il nostro istituto è forte, soprattutto per chi non ha la stessa motivazione genitoriale, i parenti più prossimi, come lei che suo malgrado si ritrova coinvolta in questa valutazione. Oltretutto, da giornalista, ci aspettiamo sicuramente più resistenze da parte sua. Lei è abituata a mettere in discussione tutto, a indagare le notizie e le apparenze per cercare la verità. La invito a fare altrettanto con noi. Le daremo un pass ospite per potersi muovere all’interno del campus. Le sarà affiancato anche un tutor il quale soddisferà tutte le sue curiosità. Potrà dialogare anche con i nostri studenti dell’high school, con l’intermediazione dello stesso tutor.”
Il rettore si alzò in piedi, aggirò la scrivania e le porse una mano per farla alzare.
“Dia una possibilità ai suoi nipoti. Dia a loro quello che non ha potuto avere lei. Una vita felice, completamente.”

 

“Lei è davvero distratta!” la sgridò simpaticamente il giovanotto che l’accompagnava in visita nell’istituto.
“Mi scusi. E’ che ho mille pensieri per la testa…” Cercò di sfoderare il suo sorriso migliore alla Marylin, sexy e superficiale in parti uguali. In realtà cercava continuamente di restare indietro e cogliere l’occasione per cambiare corridoio e aprire delle porte a caso, alla ricerca di qualche segreto, anche solo qualche ossicino degli scheletri che pensava fossero nascosti dietro a tutta questa storia.
Finora non aveva però trovato nulla di interessante. Aveva anche contattato un amico del Wall Street Journal per avere un profilo economico della fondazione e sapere cosa se ne diceva nell’ambiente finanziario, ma le sue origini erano comuni a quelle di tante altre associazioni: un ricco possidente senza prole, convinto delle proprie teorie, aveva donato tutto alla causa. A questo capitale si aggiungevano le iscrizioni annuali degli allievi e successivamente i contributi degli ex studenti che erano tenuti, volontariamente, a versare una percentuale del proprio stipendio.
“Da questa parte, prego. Questo tunnel vetrato congiunge l’edificio alla biblioteca. Non è ancora molto fornita, ma speriamo di raddoppiare i volumi entro fine anno.”
Seguì il suo tutor fino ad un ampio salone, con il soffitto trasparente che inondava lo spazio di luce naturale. Al centro trovavano posto tavoli e sedie per lo studio, divani e poltrone per la lettura e addirittura il bancone di una piccola caffetteria. Tutt’intorno si aprivano tre piani di scaffalature, molte delle quali ancora vuote. Contrariamente ad altre sedi universitarie che esprimevano rigore e secolarità dell’istituzione, lì dentro si respirava un’aria rilassata, molto più simile ad una mega libreria di catena.
“Questa è la biblioteca per adolescenti e adulti. I bambini sotto i 14 anni hanno un’altra collezione di letture consigliate all’interno dell’Elementary school. L’accesso ai libri è comunque regolamentato secondo il proprio grado di istruzione, anche rispetto al nostro processo interno: vogliamo evitare che un testo particolarmente complesso generi sofferenza nel lettore.”
Quest’ultima frase la lasciò perplessa: Josie non conosceva romanzi che non portassero un minimo di angoscia al pari dell’entusiasmo per un lieto fine. I lettori da sempre cercavano emozioni tra le pagine. E se non c’erano, quello non era degno di essere chiamato libro.
A quel punto si chiese quali titoli e autori fossero effettivamente ospitati lì dentro.
Un sospetto, un terribile sospetto prese spazio nella sua mente.
“Le spiace se faccio un giro e sbircio qualche testo qua e là?”
“Faccia pure. Quando ha terminato, mi trova nell’angolo, all’internet point. La prego solo di non abbandonare l’edificio senza avvisarmi.” All’espressione stupita di Josie, il ragazzo proseguì mesto: “Mi farebbe passare un guaio…”
“No, certo, non si preoccupi. Da sola rischierei di perdermi, di nuovo.”
Si allontanò per cercare la sezione della narrativa contemporanea. Trovò una nutrita dotazione di romanzi rosa con lieto fine assicurato, una serie di thriller di scrittori che però non conosceva, pochissimi titoli di fantascienza, soprattutto la totale assenza di fantasy e horror. Controllò accuratamente ogni corsia, ogni ripiano e ogni dorso, ma non c’era alcuna traccia del re della paura, Stephen King. Non che fosse il suo genere preferito, però era uno scrittore riconosciuto e non ne comprendeva l’esclusione. Forse nell’acquisto dei testi avevano dato precedenza a quelli di studio, lasciando per ultima la cosiddetta letteratura d’evasione.
Passando al piano superiore, si ritrovò davanti ai saggi storici, ordinati per continenti e per epoca. L’organizzazione seguiva lo schema Dewey, ma la disposizione fisica dei volumi nell’edificio le sembrava un po’ disordinata. Oppure seguiva un filo logico che in quel momento le sfuggiva. Nel settore della Storia generale dell’Europa diede una scorsa veloce ai titoli riguardanti la seconda guerra mondiale: rispetto alle altre biblioteche, notò una povertà assoluta di libri riguardanti il nazismo e l’Olocausto. Non si aspettava certo di trovare il “Mein Kampf” di Adolf Hitler in bella vista, e del resto anche i nativi nordamericani sembravano cancellati dai testi. Solo gloriose terre e ricchezze da conquistare. Evidentemente il resoconto di un genocidio non rientrava nelle letture consigliate per una vita felice.
Suo padre, professore di letteratura, l’aveva lasciata libera di leggere qualsiasi cosa la incuriosisse. “Se vuoi controllare le idee di un popolo, devi controllare ciò che legge” diceva sempre. E casa sua era sempre stata piena di libri, di ogni genere e lingua, anche testi censurati o proibiti da governi e religioni che suo padre riusciva comunque a procurarsi. Leggere era prima di tutto un diritto.
Salì un’altra scala e raggiunse gli scaffali dei classici della letteratura francese. In mezzo a tanti nomi, scelse “I miserabili” di Victor Hugo. Estrasse il libro dalla fila e fu subito colpita dalla copertina la cui grafica recava un bollino di certificazione dell’istituto: Edizione Waldinger Autorizzata. Lesse brevemente la prefazione dove si spiegava che il testo originale era stato rimaneggiato dal gruppo editoriale della scuola per rientrare nella linea d’insegnamento. Questo testo poteva essere letto in autonomia e in assoluta sicurezza.
Josie rimase sconcertata a dir poco. Scorse velocemente il romanzo e in effetti la stampa riportava dei corsivi, l’intervento dei curatori, e note a piè di pagina che spiegavano la tipologia e la motivazione della riscrittura. Il libro era stato tagliato.
Con stizza prese un altro volume a caso, “Il rosso e il nero” di Stendhal: uguale bollino, uguale prefazione, corsivi che riempivano le pagine. Avrebbe voluto controllare cosa era stato eliminato, ma il cellulare non aveva campo lì dentro, come in tutto il complesso, e sicuramente dall’internet point era inibito l’accesso ai testi originali in rete. Non ultimo, i libri erano protetti da etichette antitaccheggio e il tutor le aveva già spiegato che gli esterni in visita non potevano ottenere il prestito. Imprecò a bassa voce.
Poi le venne in mente di aver visto una toilette per ogni piano.
Con i libri in mano, tornò sui suoi passi ed entrò in una di queste. Chiuse bene a chiave. Guardò nuovamente i due cartacei.
“Un sacrilegio, ma a fin di bene…”
Strappò le due copertine, le fece in piccoli pezzi e li lanciò nel water. Tirò lo sciacquone finché tutte le prove scomparvero negli scarichi. Infilò i due testi deturpati nella borsa personale. La sua preferenza per i modelli capienti si rivelava particolarmente utile.
Uscì dal bagno sperando di farla franca.
Scendendo nuovamente nell’atrio principale, incrociò una postazione informativa per consultare il catalogo della biblioteca e si fermò per l’ultima prova: cercò l’indice alfabetico di tutti i titoli e a sorpresa ne scorse molti marchiati come “n.a.”. La legenda a lato spiegava che l’abbreviazione stava per “non autorizzato”, precisamente “volume non autorizzato alla lettura senza il supporto del proprio responsabile”. Tra questi, i romanzi di Stephen King.
Un’altra domanda reclamava infine risposta. Raggiunse il suo tutor ancora seduto di fronte al computer dove le aveva indicato.
“E’ possibile avere un elenco degli artisti presenti tra i vostri studenti e sostenitori?”
“Artisti? Cosa intende?”
“Ci saranno pittori, scultori, scrittori…cantanti, musicisti…che sono cresciuti con il vostro sistema, no?”
“Uhm, non ne conosco nessuno personalmente. Cioè, abbiamo persone che si applicano nel tempo libero a queste attività, pittura soprattutto…So per esempio che il rettore Mitch dipinge con acquerelli e l’anno scorso ne aveva messo in mostra qualcuno. Ma nessuno che ne abbia fatto la sua professione, se è questo che intende. Però dovrei controllare in segreteria, nell’anagrafe principale.”
“Oh, non si disturbi, era solo una mia curiosità” rispose garbatamente Josie.
Considerato il piano marketing del Waldinger Institute, qualsiasi personaggio di rilevanza artistica sarebbe stato ben pubblicizzato quale ottimo risultato del loro metodo. Così non era. Un punto a favore per chi sosteneva che l’arte è sofferenza, è il sangue del nostro cuore.
Questo voleva anche dire che difficilmente Alyssa sarebbe diventata una ballerina di danza classica e David non avrebbe viaggiato fin su Marte nella sua astronave dei sogni.

 

“Non capisco ancora esattamente cosa mi si chiede. Io firmo il modulo per accettare e poi? Che succede?”
Josie era nuovamente nello studio del rettore Powell. Dal loro primo colloquio era passato un mese, durante il quale aveva frequentato il campus ogni fine settimana per gli incontri informativi.
“Quello che noi chiediamo è di contribuire allo sviluppo degli alunni, della famiglia stessa. Attorno ai nostri allievi creiamo un cerchio, che noi definiamo cerchio della felicità. Tutte le persone del cerchio partecipano attivamente al processo.”
“Quindi, sarei seguita dai vostri …terapisti? Essere presente a riunioni, eventi? Studiare? Superare dei test? Con quale frequenza?”
“Organizziamo queste attività in base alle famiglie e ai progressi dell’alunno, ma in genere la cadenza è settimanale.”
Josie rimase in silenzio. Quel periodo era stato davvero impegnativo: gestire il lavoro da remoto con problemi di connessione, dover rifiutare appuntamenti e incarichi all’ultimo minuto che le potevano valere una promozione, passare la maggior parte del tempo in viaggio che alla scrivania si era dimostrato sfiancante e la mezza età iniziava a farsi sentire.
Capendo il suo dilemma, il rettore proseguì: “Dovrebbe avvicinarsi ai suoi nipoti. Anche la lontananza è motivo d’infelicità, dato il forte legame che vi unisce. Dovrebbero poterla vedere tutti i giorni. Sempre se decide di rimanere nel cerchio.”
Lo fissò inorridita. “Dovrei lasciare il mio lavoro?”
“O trovarne uno nuovo qui vicino.”
Ricominciare daccapo, proprio adesso, pensò Josie.
“Anzi, noi avremmo bisogno di una figura come la sua nel nostro gruppo editoriale. Come ha visto durante la visita guidata, abbiamo la nostra rivista, il nostro portale internet, la biblioteca e le nostre pubblicazioni.”
L’uomo si spostò e aprì un cassetto dallo schedario, consultando alcune cartelline. Ne scelse una e gliela porse. “Queste sono le skill di cui abbiamo bisogno.”
Lei l’aprì e scorse velocemente il contenuto, senza darsi pena di nascondere il suo scetticismo.
“Se preferisce, può lavorare solo un paio di giorni alla settimana e il resto del tempo dedicarlo alla scrittura. Sua sorella durante i colloqui conoscitivi ci ha detto che un tempo lei voleva scrivere un libro suo. Potrebbe essere l’occasione giusta.”
Non avrebbe mai perdonato sua sorella per quella rivelazione. La scrittura era una sua questione intima, non la doveva riguardare. Eppure per un secondo, il serpente della tentazione trovò spazio nella sua mente.
“In sostanza, mi sta chiedendo di entrare nella comunità con tutte e due le scarpe? Come allieva a mia volta?”
“Perché no?”
“Ma non sarei troppo…adulta? Non preferite i bambini, anzi gli infanti?”
“E’ vero, perché gli adulti si portano dietro i ricordi. Anche il ricordo del dolore. E per quanto noi facciamo, per loro rimarrà la malinconia e il dolore già provato continuerà a ripresentarsi. Possiamo alleviare la sofferenza, ma non toglierla.”
Questo le rammentò quanto era stato detto durante una delle lezioni esplorative: il metodo Waldinger era contro l’accanimento terapeutico e a favore del suicidio assistito, sia per evitare il tormento fisico all’ammalato sia per proteggere il resto della famiglia dallo strazio della perdita, potendo vivere con serenità gli ultimi giorni con il proprio caro. Josie non era per niente sicura che potesse funzionare, ma le statistiche dichiaravano che con questo metodo le persone si ammalavano di meno. La felicità è effettivamente un’ottima medicina.
Ancora più confusa sul da farsi, dopo il colloquio si recò dalla sorella per il pranzo.
Rebecca era intenta a cucinare e John preparava la tavola, dando di tanto in tanto un’occhiata ai bambini che giocano fuori nel prato assolato.
“Dobbiamo parlare di questa scuola…io non sono per niente convinta. Non possiamo attendere ancora un anno?” chiese Josie dando una mano tra le pentole.
“Un altro anno potrebbe essere troppo…ce l’hanno spiegato.”
John entrò nella stanza fissando la moglie, in una silente comunicazione coniugale.
Rebecca sospirò e accarezzò Josie ad un braccio. “Noi…”, e continuò a fissare il marito, “abbiamo già deciso. Vogliamo solo sapere se anche tu parteciperai. Dentro il cerchio.”
Josie sentì qualcosa spezzarsi dentro. Guardò suo cognato in cerca di supporto.
Lui annuì. “I miei genitori sono d’accordo, anche se per loro l’impegno è minore. Non si muovono più, sono seguiti da mio fratello e li vedremo solamente per le festività. Ma abbiamo bisogno di te.”
Josie ancora attonita si rivolse di nuovo alla sorella: “Ti sei chiesta cosa ne avrebbe pensato papà di tutto questo?”
Rebecca arrossì. “Si, ci penso tutte le notti. A volte mi sembra di averlo qui che gironzola per casa, brontolando. Ma quanto abbiamo sofferto io e te a crescere senza una madre? Lei non era felice, e di riflesso non lo siamo state nemmeno noi. E anche papà ne ha sofferto tantissimo, da solo ad allevare due figlie piccole. Forse non è la strada giusta, ma sento che dobbiamo tentare.”
Un silenzio grave cadde fra di loro.
“Sia issi!!!” urlò Alyssa sgambettando allegra per il soggiorno. La seguiva David con in braccio il suo fedele autoarticolato gigante.
“Ciao bellissima” Josie si inginocchiò e la accolse in un largo abbraccio a cui la bimba si abbandonò.
David abbandonò il suo giocattolo e corse sulle spalle della zia.
Josie si cullò del loro sorriso, della loro gioia, della loro spontaneità. Chiedendosi se avrebbe avuto il coraggio di perdere tutto questo.

 

Era l’ultimo giorno. Doveva assolutamente prendere una decisione. Da un’ora stava fissando il modulo di accettazione, senza la sua firma, e continuava a giocherellare con la penna tra le dita.
Sospirò a lungo. Aveva anche provato a stilare le liste dei pro e dei contro di accettare di entrare nel cerchio della felicità, come lo chiamavano loro, ma gli elenchi erano diventati interminabili sia in positivo che in negativo. Non l’avevano aiutata a fare chiarezza.
Pensò alla vita dei suoi genitori: il Waldinger Institute li avrebbe giudicati incompatibili? Eppure erano stati felici, molto felici all’inizio del loro matrimonio. Per questo erano nate lei e Rebecca.
Rifletté anche su loro due. In fondo capiva la scelta di sua sorella e il suo istinto di protezione verso i figli, un istinto naturale che proteggeva la specie. Ma le faceva paura.
D’altro canto, cosa aveva avuto lei? Josie non era certo un bell’esempio di felicità per i suoi nipoti.
Suo marito l’aveva abbandonata nel momento più difficile, quando lei scoprì di avere un cancro all’utero. Si era chiuso in un silenzio funereo, non le aveva più rivolto la parola, quasi che lei fosse già morta. La settimana successiva alla notizia sparì, lui e tutte le sue cose, mentre lei era in ospedale per la prima chemioterapia.
Al suo posto giunse una lettera dell’avvocato per l’istanza di separazione per “incompatibilità caratteriale e psicologica sopraggiunte”.
Lui non aveva avuto il coraggio di affrontare la verità della malattia. Josie avrebbe potuto combattere per il suo matrimonio in tribunale, ma decise che la battaglia più importante era quella per la vita. A sostenerla, giorno dopo giorno, c’erano solo sua sorella, un cognato fantastico e quelle due adorabili pesti sempre pronte a strapparle una risata. A loro doveva tutto.
Ma dopo essere stata abbandonata da una madre e poi dall’amore della sua vita, aveva promesso a sé stessa di non lasciare più in mano d’altri il suo futuro.
Qualsiasi scelta sarebbe stata un comportamento egoistico da parte sua. Se li avesse lasciati entrare nella scuola e fosse rimasta con loro, l’avrebbe fatto solo per sé stessa, per non sottrarsi al loro affetto. Se avesse rinunciato e si fosse distaccata, avrebbero sofferto entrambi, ma lei avrebbe tenuto fede alle sue idee. Se avesse lottato con ogni fibra del suo corpo per non farli partecipare al progetto, avrebbero sofferto comunque tutti, magari anche di più, solo per dimostrare che lei aveva ragione. Ma chi poteva davvero sapere quale fosse la soluzione migliore? La ricerca della felicità era costellata di insidie e rinunce, quasi tutte un salto nel buio.

 

(c) 2017 Barbara Businaro

 

Note a piè di pagina

Questo racconto è rimasto nel limbo delle idee per mesi, dopo che ho sentito (non ricordo assolutamente dove e da chi) quella citazione in apertura. Ho iniziato a ragionarci su e chiedermi se non ci fosse una scuola dove imparare a star distanti dall’infelicità. Nel mio girovagare nella rete alla ricerca d’informazioni, mi sono poi imbattuta in questo interessante video TEDx dello psichiatra Robert Waldinger (già, ho preso in prestito il cognome 😉 ) sul più lungo studio sulla felicità: ben 75 anni di ricerca per definire cosa effettivamente renda le persone felici.

“È veramente molto tardi”, dissi, alzandomi a mia volta. “Forse dovremmo andare a letto.”
“D’accordo”, fece lui, strofinandosi la nuca. “A letto? O a dormire?” Alzò un sopracciglio interrogativo, con aria malandrina.
La straniera, Diana Gabaldon

I lettori che mi seguono da un po’ sanno che tra le mie letture preferite in corso c’è la saga di Outlander, in contemporanea con la serie tv della Starz americana giunta alla sua terza stagione (stanno filmando in questo momento in Sud Africa).
Per quelli che giungono ora in queste pagine, dirò che Outlander è una serie di 8 romanzi nell’edizione americana (15 nella traduzione italiana, perché i libri successivi al primo sono stati suddivisi in due pubblicazioni), è stata pubblicata in 26 paesi e tradotta in 23 lingue, per un totale di 25 milioni di copie vendute. Ai romanzi principali si aggiungono tre racconti brevi (in Italia solo la novella Virgins è stata pubblicata come Il mio nome è Jamie), la graphic novel The Exile (il fumetto con il punto di vista di Jamie) e due compendi ufficiali, The Outlandish Companion vol. I e vol. II, con tutte le note di scrittura dell’autrice, impostazioni, scenari, ambientazioni, ricerche storiche, schede dei personaggi e tutto il materiale raccolto (purtroppo, e con immenso dolore mio, solo in inglese…!!)
Dalla saga di Outlander è anche stata tratta una serie spin-off su un personaggio secondario, Lord John Grey, un giovane soldato inglese salvato da Jamie Fraser poco prima della battaglia di Prestopans, e poi governatore della prigione di Ardsmuir dove Fraser verrà rinchiuso. I libri si riferiscono a quest’ultimo periodo, narrativamente trascurati nella serie originale per la mancanza della protagonista Claire.

Insomma, Diana Gabaldon è un’autrice di tutto rispetto, soprattutto perché i suoi libri sono difficili da inquadrare strettamente in un’unica categoria, spaziando dal romance, allo storico e al fantasy. Eppure Diana è una scrittrice “per caso”: laureata in zoologia, master in biologia marina e un PhD in ecologia, insegnava all’Arizona State University quando nel 1988 ha iniziato a scrivere un romanzo semplicemente “per imparare come si fa”, colpita da un episodio della serie Doctor Who dove comparve dal passato uno scozzese diciassettenne del 1745 di nome Jamie MacCrimmon, che le ispirò il suo personaggio di Jamie Fraser. Si chiese poi come una donna dei nostri tempi avrebbe reagito a tutti quei kilt scozzesi e così entrò in scena Claire, che racconta in prima persona il suo viaggio, questa volta indietro proprio nel 1745. (ndr: provate ancora a dire che le serie tv sono un’inutile perdita di tempo!)

A Diana è soprattutto riconosciuta la capacità di scrivere scene di sesso memorabili, senza essere morbosamente sessuale o pornografica in ogni dettaglio. E sebbene al lettore sia ben reso cosa stanno facendo e come lo stanno facendo i protagonisti, lasciando poco all’immaginazione, le sue pagine diventano poesia erotica, mai banale, mai scontata.
Così quand’è uscito il manuale E adesso prendimi: Come scrivo le scene di sesso di Outlander non c’ho pensato due minuti ad acquistarlo! E ho fatto un affare!

La mia fame imperante ha un’origine conosciuta.
Quand’ero piccola il mio fisico rasentava il modello Biafra, come diceva mio padre minacciando di spedirmi laggiù. In farmacia c’era il conto aperto per l’acquisto dello sciroppo BeTotal, scatola bianca e verde, flacone scuro, liquido giallo e cremoso, al sapore di zabaione. Gli altri si leccavano i baffi, per me era sempre e comunque uno sciroppo, una medicina imposta.
Mingherlina, ossuta, sempre ricurva, con due grandi occhi a palla, ancora più evidenti per il viso sottile, me ne stavo in disparte assolutamente silenziosa, perché ritenevo di avere poco da dire (mio padre scoprirà poi che era meglio se continuavo così).
D’estate, che non c’era la scuola a tenermi sotto controllo, mi mandavano in campagna dai nonni perché l’aria “buona” aumenta l’appetito. Nonna ogni mattina mi preparava una tazzona di latte caldo e cacao e passava mezz’ora della sua giornata a spezzarmi in tre pezzi i Bucaneve, i miei biscotti preferiti perché te li potevi infilare nelle dita e girare con la scorta pronta all’uso. Lei me li immergeva nel latte uno ad uno e con la pazienza di una santa cercava di farmi mangiare quanti più biscotti possibile.
Per me era comunque un supplizio, stare lì a perdere tempo a tavola quando non avevo fame e fuori c’era un mondo da scoprire e giocare. Nonno era già a fondo del campo dal mattino presto, avrei potuto fargli una sorpresa passando in mezzo al granturco alto, tanto magra com’ero non lo lasciavo nemmeno frusciare al passaggio. Zia anche lei era già sull’orto, ma c’erano ancora polli, tacchini e coniglietti da sistemare. E io ancora inchiodata alla colazione.
Presi oramai da disperazione per questa bambina che non cresceva, i miei genitori decisero di chiedere una benedizione speciale per la mia salute. Perché fosse più forte, andava scomodato il santo per eccellenza in zona, Sant’Antonio da Padova. E visto che era in relazione con il cibo, decisero di far benedire, oltre che me, una scatola di biscotti per bambini. Ma non dei biscotti qualsiasi! Perché il messaggio arrivasse forte e chiaro in cielo, senza fraintendimento alcuno, la scelta cadde sui super nutrienti per neonati, i Plasmon, che mamma mi metteva già nel biberon.
Costavano cari quei biscotti per l’epoca e le condizioni famigliari di allora, così mia madre approfittò dell’offerta e prese il pacco doppio (oggi lo chiamano formato famiglia, perché pare che anche i papà ne vadano ghiotti, di nascosto dalle mamme).
Non sembrava una cattiva idea il pacco doppio, ma era una scatola unica e quindi venne benedetta tutta intera, insieme a me, dal frate della basilica, un po’ infastidito dalla richiesta.
Sant’Antonio deve averli presi tutti in parola ed ha fatto crescere la mia fame (e poi il mio peso)…del doppio! E da allora non c’è verso. Ho provato anche a ripresentarmi al suo cospetto, ma come si fa a chiedergli il miracolo contrario, senza apparire volubile e pure ingrata?!
Per fortuna che in quel periodo non esistevano ancora i 3×2…

Ciao nonna Rina.

(c) 2015 Barbara Businaro

Come ho raccontato nelle mie tre parole per il 2017, quest’anno sono iscritta al My Peak Challenge, una community mondiale il cui scopo è aiutare le persone a raggiungere uno stile di vita più sano, attraverso un programma di nutrizione e allenamento mensile, personalizzabile a seconda del proprio livello di partenza, e il supporto del gruppo stesso che condivide giornalmente i propri piccoli o grandi risultati. Contemporaneamente, le iscrizioni di MPC servono per sostenere Bloodwise per la ricerca su leucemia, linfoma e mieloma (e alcuni iscritti sono proprio nel periodo di recupero dopo interventi per rimozione di varie tipologie di cancro, il sostegno è soprattutto per loro). Ad oggi con 7.989 peakers partecipanti sono stati versati già più di 500.000 dollari a Bloodwise. E questo ci rende tutti molto orgogliosi.

All’interno di questo challenge, ognuno fissa uno o più obiettivi (i peaks appunto) sia di preparazione fisica, come partecipare ad una maratona, effettuare escursioni avventurose, scalare alte montagne per la prima volta, che sfide creative, come finire di scrivere quel libro (!!), ricominciare a dipingere, diventare vegetariano, imparare a cucire o studiare una nuova lingua. Soprattutto per la parte dell’esercizio fisico, il programma è adattabile alle proprie esigenze e integrabile con altre attività sportive. Così ci sono molti peakers walker o runner che macinano miglia e miglia ogni giorno.

Ed è qui che mi sono inserita io: seguendo già due corsi in palestra, e non potendo gestire un allenamento quotidiano, ho però aggiunto il fitwalking del weekend, una camminata intensiva a velocità sostenuta, dai 7 ai 9 km/h, manca solo lo stacco del piede e il salto del jogging (per cui i miei piedi ancora si rifiutano categoricamente).
Dato che questa nuova attività mi prende un’altra ora del mio scarso tempo libero (facciamo anche due, tra preparazione e defaticamento) mi sono chiesta se almeno camminare faccia bene anche alla mia scrittura, che finisce ancora più ai margini.
La sensazione è che sì, i miei neuroni siano più allenati anche dopo la corsa. Beh, subito subito no, la faccia stravolta per le tre orette successive lo testimonia. Ma a lungo andare, l’energia rilasciata durante l’esercizio sembra ritornare indietro raddoppiata.
Mentre ero ancora scettica su questo punto, proprio gli amici scrittori di MPC (abbiamo un gruppo apposito, i MyPeak Warrior Writers) hanno condiviso un vecchio articolo del New Yorker…