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Mario, nei suoi innumerevoli lavori, ha la straordinaria capacità di trovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Questa volta è nella stanza sbagliata, decisamente particolare.

Basato sul romanzo Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey) di E.L.James. Le descrizioni rispecchiano sia il testo del libro che le ambientazioni scelte per l’omonimo film appena uscito. Ove discordanti, è stata data prevalenza al libro.


 

Questo è il terzo lavoro che cambio in due mesi.
“Vieni a far fortuna a Seattle!” mi ha esortato mio cugino al telefono. “Qui ci sono un sacco di opportunità!”
Davvero: pizzaiolo, fattorino ed ora elettricista. Ma del resto l’azienda per cui ho lavorato come impiegato gli ultimi cinque anni è fallita all’improvviso e la mia fidanzata mi ha lasciato subito dopo. E dato che vivevo a casa sua, sono pure rimasto senza un tetto. Non è che mi restava molta scelta.
Stasera avevo in progetto di guardarmi in tranquillità la partita di basket, avevo appena tirato fuori un paio di birrette fresche, quando il nuovo capo mi ha chiamato disperato. Un impianto sta dando problemi all’ESCALA, quel grosso residence per ricconi in centro città, ma il tizio che di solito se ne occupa è ammalato. Il proprietario dell’appartamento non è certo uno da far aspettare fino a lunedì, il capo è in trasferta sull’altra costa con metà squadra… Insomma, pare che l’unico imbecille libero fossi proprio io stasera.
E non era nemmeno contento di mandare me su questo posto. “Mi raccomando Mario! E’ un cliente importante ed esigente. Se il guasto è troppo complesso, isola la singola linea e poi ci va James settimana prossima. Però mi raccomando: non fare cazzate! E tappati gli occhi e la bocca su quello che vedi. Massima discrezione! La privacy è molto importante per questa gente!”
Si, si, ho capito… Non vogliono far sapere al fisco quanto se la spassano alle nostre spalle.
Parcheggio nel seminterrato dell’edificio, tra i posti auto dedicati ai fornitori, prendo dal furgone il trolley con gli attrezzi e mi dirigo verso l’entrata, alla reception.
“Attenda per cortesia. Il personale della sicurezza sta scendendo per accompagnarla.”
Inutile dire che qui ogni cosa trasuda lusso da far schifo. Cerco di non pensare alle ingiustizie della dea fortuna, ma probabilmente quei quadri alle pareti costano quanto il mio stipendio di una vita, tutta la mia misera vita.
Un energumeno vestito da becchino esce dall’ascensore e mi si para davanti.
“Il signor Pàtton? Salve, sono Sawyer. Prego, mi segua da questa parte”.
Mi accompagna verso un montacarichi di servizio vicino alle scale antincendio. Non so quanti piani sono, ma l’aria comincia a diventare pesante sotto lo sguardo vitreo di questo qui. Le porte automatiche si aprono d’improvviso e mi scorta lungo un corridoio stretto e angusto, poco illuminato.
Apre una porta anonima e mi fa cenno di passare per primo. Il locale è piccolo. Una scrivania sgombra, un paio di sedie e sulla parete retrostante un computer ed una decina di monitor con le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Dev’essere il suo regno.
“Mi serve un suo documento d’identità”.
Glielo porgo velocemente. Lo prende, osserva la foto senza battere ciglio e poi lo poggia sulla scrivania. Apre un cassetto e ne tira fuori dei fogli ed una penna.
“Questo è un accordo di riservatezza, signor Pàtton. Lo legga e lo firmi. Senza questo, non la posso far accedere al resto dell’appartamento.”
Il mio sguardo dev’essere parecchio sconcertato, perché l’amico prosegue il discorso.
“Le si chiede solamente di non rivelare niente di ciò che vedrà, altrimenti la nostra reazione sarà piuttosto spiacevole. Una copia è per lei.”
Firmo senza leggere, tanto non avrei comunque scelta. Ad un povero cristo come me conviene sempre tener la bocca chiusa.
Si riprende i fogli firmati e li rinchiude nel cassetto, col mio documento.
“Ora le mostro il problema. Una delle telecamere del terrazzo di sopra è andata in corto. L’abbiamo sostituita, ma a quanto pare non c’è più corrente in tutta la camera da letto adiacente. Abbiamo bisogno di ripristinare quanto prima perché attendiamo ospiti in serata.”
Annuisco, pur non riuscendo a spiaccicare parola. Temo che se sbaglio un congiuntivo questo mi faccia secco qui seduta stante. E senza lasciare tracce.
Torniamo nel corridoio e giù in fondo apre un’altra porta. Lo scenario cambia completamente: uno spazioso atrio bianco e di fronte a noi gli specchi dell’ascensore principale. Al centro un antico tavolo rotondo in legno scuro ed un vaso di porcellana pieno di fiori candidi, che spandono nell’aria il loro profumo. Quadri costosi alle pareti anche qui, con una leggera spruzzata d’oro nei soggetti.
L’uomo apre una porta a doppio battente e ci troviamo in un enorme ingresso illuminato da un scintillante lampadario moderno, dal quale si intravede un immenso salone, con una parete tutta vetrata ed una veduta mozzafiato sulla città al tramonto.
Rimango a bocca aperta. Questo è niente meno che l’attico, una casa in cima alla torre dell’ESCALA. Nemmeno nei miei sogni ho immaginato tanto. Scorgo in un angolo un divano grande quanto una curva allo stadio e nell’altro angolo un pianoforte lungo a coda, così lucido da riflettere gli ultimi raggi del sole per tutto il soffitto.
Più in là vedo un imponente tavolo da pranzo con ben sedici sedie. Le riconto velocemente, proprio sedici. Ammazza! Questo posto odora di soldi e ostentazione. E sesso. Non so perché mi viene in mente la parola sesso, ma del resto dove ci sono soldi, di sicuro non manca neanche quello.
Mi sento terribilmente fuori luogo pensando al mio attuale monolocale, così misero e solitario.
“Da questa parte, al piano superiore” mi fa cenno il becchino. E lo seguo su per un’ampia scala panoramica.
“Questa è la camera che le dicevo” e mi indica la stanza dalla porta appena aperta.
Nella parete a lato apre un pannello mimetizzato. “Qui invece trova tutti gli interruttori del piano. E questi sono gli schemi.” Tira fuori una cartellina a fianco del quadro elettrico e me la consegna.
Estraggo la strumentazione dal trolley e comincio ad esaminare le prese della camera da letto, sotto l’occhio vigile e attento del becchino.
Dopo un’ora devo capitolare. “Il guasto non è qui dentro” affermo risoluto.
Guardo gli schemi nuovamente, torno nel pianerottolo ed indico la porta accanto. “La linea passa da qua. Dentro questa stanza ci dev’essere una derivazione.” Vado per aprire ma è chiusa a chiave.
Sawyer si irrigidisce. “Ne è sicuro?”
“Così dicono gli schemi” rispondo sulla difensiva.
Ci pensa su un attimo, poi estrae un mazzo di chiavi dalla giacca. “La faccio entrare, ma le do al massimo dieci minuti. Se non risolve, se ne va di volata e ci vediamo lunedì.”
Si ferma un istante con la maniglia a mezz’aria. “Si ricordi l’accordo di riservatezza. Non si faccia troppe domande. E soprattutto non cerchi le risposte” mi avvisa in tono gelido.
Entra e accende la luce.
Entro a mia volta.
Oh porco cazzo….che è sta roba?!

 

 

 

 

Deglutisco imbarazzato.
La prima cosa che mi colpisce è l’odore intenso, cuoio, legno e cera. Lo stesso odore di un’agenzia di pompe funebri, tanto per restare in tema col becchino che mi accompagna, ma qui lo stile dell’arredamento è decisamente diverso.
La luce delicatamente soffusa proveniente dai led incassati nel controsoffitto non riesce a nascondere le pareti tinteggiate di un acceso porpora. Al centro della stanza un divano in pelle rosso scuro di stile inglese guarda un letto a baldacchino dall’aria piuttosto antica. Sopra un materasso in pelle coordinato col divano e morbidi cuscini sempre nei toni del rosso.
Fin qui non ci sarebbe magari niente di strano. Ma in fondo campeggia un imponente croce di legno disposta ad X, con cinghie alle estremità per appenderci qualcuno. Sul soffitto pende un enorme griglia d’acciaio lucido e da questa scendono corde, catene, manette di ogni fattura e misura. E non assomiglia certo a quella che usava mio nonno per seccare i salami.
Di fianco alla porta, due lunghi corrimano, uno sopra l’altro, offrono in quantità e varietà fruste, frustini, piume colorate, lacci variamente intrecciati ed altri attrezzi strani dall’uso immaginabile, ma inspiegabile.
La mia attenzione si sofferma nell’angolo dove una rastrelliera in legno mette in bella mostra bacchette, bastoni e spranghe disposti in ordine crescente di lunghezza e spessore. Istintivamente mi si stringono le chiappe.
Dietro di me il becchino tossisce. Faccio finta di non scompormi più di tanto e cerco a muro la scatola di derivazione della linea elettrica. La trovo a fianco di un vecchio cassettone di mogano sulla mia sinistra. Per un secondo mi chiedo quali altri arnesi possano nascondere quei cassetti…
Sto ancora verificando la tensione nei diversi cavi, che un cellulare squilla.
“Si?” vedo Sawyer accigliarsi in ascolto. “Arrivo subito” e chiude la telefonata.
“Devo lasciarla qui un paio di minuti”
Oh oh, lo vedo stranamente agitato, che succede adesso?
“Sistemi tutto e si prepari ad andarsene.”
Esce e mi chiude dentro a chiave. A chiave!
Porca puttana, perché?
Perché cazzo mi ha chiuso qui dentro? Mi guardo attorno…oh merda, avranno mica bisogno di una cavia, vero? Ecchecazzo, era strano che uno ti chiama di sabato sera per una riparazione, dai! No, no, calma… Questo è un cliente fidato, il capo sa dove sono… e poi qui ci viene sempre James a far manutenzione! Siamo seri.
Per un attimo però penso all’aria un po’ femminea del viso di James ai suoi modi così ambigui… ed un dubbio terribile mi assale… Cristo santo!
Chiudo la scatola in velocità fissandola al muro con un colpo secco e mi metto ad origliare sulla porta, in attesa di capire dai rumori la mia sorte. Passano minuti che sembrano un’eternità ma sento solo il battito del mio cuore accelerato dall’ansia.
Ad un certo punto distinguo dei passi nel pianerottolo e qualcuno mormorare. Devo nascondermi!
Mi guardo in giro dietro di me, focalizzo un punto, spengo la luce e corro ad infilarmi sotto il letto, un classico in queste situazioni.
La chiave gira nella serratura, ma la porta si apre qualche istante dopo e la luce viene nuovamente accesa.
Trattengo il fiato.

 

 

 

 

Una donna entra nella stanza, lo sento dal suo passo leggero.
Trovo un’apertura attraverso il drappo che orla il letto e guardo con attenzione. Un uomo rimane in attesa sulla soglia. Alto e ben piazzato, va alla pari col mio amico becchino. I miei muscoli si appiattiscono saldamente a terra dalla paura.
Lei indossa un paio di jeans che evidenziano le sue curve sexy. Si ferma davanti alle pertiche e accarezza incantata uno degli attrezzi appesi.
“Si chiama flagellatore” risponde pacato l’uomo dietro di lei.
Oh madonna, penso, un flagellatore… torture del Medioevo! Scappa da sto posto ragazza, dattela a gambe!
E invece rimane lì, ammutolita, probabilmente talmente sotto shock da non riuscire a reagire.
Lentamente si avvicina al letto, credo stia rimirando la lavorazione intagliata delle colonne. O le catene pronte ad imprigionarla su di esse.
L’uomo mormora qualcosa, ma non distinguo le parole.
“Sei tu a fare questo agli altri o sono gli altri a farlo a te?” chiede lei con calma.
Rimango interdetto dalla domanda. Ma non sarà mica interessata??
“Agli altri? Lo faccio alle donne che lo desiderano.”
Tiro un sospiro di sollievo, almeno qui la cavia non sono io. Certo mi sfugge perché una donna dovrebbe desiderare di entrare qui dentro. E soprattutto non credo che l’uomo sarebbe contento di beccarmi qui sotto… Dio santo, fammi tornare a casa sano e salvo!
“Se hai già delle volontarie, cosa ci faccio io qui?”
“Perché vorrei farlo con te, lo vorrei tanto.”
“Ah” risponde lei sussultando.
Mi sembra abbastanza ovvio perché uno ti inviti a casa sua a vedere la collezione di frustini. Sulle farfalle potrei anche avere qualche dubbio, ma con i frustini… Deglutisco. Comincia anche a mancarmi l’aria qui sotto.
La vedo spostarsi verso il fondo, verso una panca imbottita rivestita in cuoio rosso cupo.
“Sei un sadico?”
Eh, hai vinto l’Oscar bambina mia!! Che non s’era capito?
“Sono un dominatore” risponde lui grave.
Nel senso che gli piace giocare a domino? Sogghigno. Non si starà prendendo troppo sul serio?
“Cosa significa?”
“Significa che voglio che accetti di abbandonarti spontaneamente a me, in tutto.”
“Perché dovrei fare una cosa del genere?”
“Per compiacermi.” Poi lui continua “In parole povere, voglio che tu desideri compiacermi”
Questi sono strani forti, penso. Non basta una sana e vigorosa scopata? C’è bisogno di mettere in scena tutto questo? Oppure da qualche parte c’è nascosta una bella videocamera e ci girano filmini porno?!
“E come dovrei fare?”
“Ho delle regole e voglio che tu le rispetti. Sono per il tuo bene, e per il mio piacere. Se le segui in modo soddisfacente, ti ricompenso. Se non lo fai, ti punisco, così imparerai” risponde lui piano.
“E tutto questo armamentario quando entra in gioco?”
“Rientra tutto nel pacchetto degli incentivi. Premi e punizioni.”
Amico, a guardare qui dentro vedo solo punizioni, ma magari mi sbaglio eh! Signore, facciamola finita… vorrei andare a casa dalla mie birrette, integro possibilmente!
“Quindi tu ti ecciti esercitando la tua volontà su di me.” Ed il tono di lei sembra alquanto deluso.
“Si tratta di conquistare la tua fiducia e il tuo rispetto, in modo che tu mi consenta di esercitare la mia volontà su di te. Io traggo un grande piacere, addirittura gioia, direi, dalla tua sottomissione. Più tu ti sottometti, più la mia gioia aumenta: è un’equazione molto semplice.”
Fatemi capire: punire una donna per conquistare la sua fiducia? Ma i vecchi mazzi di fiori e scatola di cioccolatini no? Ma questo qui è sciroccato forte! E se mi trova sotto il suo letto dio solo sa come mi combina… Il mio cuore sobbalza nuovamente. Cazzo, voglio andare a casa!!
“D’accordo, e io cosa ci guadagno?” chiede lei, risoluta nella sua voce.
L’uomo ci pensa qualche secondo. “Me” dice infine.
Eh certo, un prezzo equo per guadagnarci un miliardario al tuo servizio.
Scende il silenzio sulla stanza, non deve poi averla convinta così facilmente. O forse lei sta semplicemente facendo un paio di conti.
“Non rivelerai niente, Anastasia. Torniamo al piano di sotto, dove riesco a concentrarmi meglio. Mi distrae molto averti qui dentro.”
Vedo che lui le tende una mano, ma lei non reagisce.
“Non ti farò male, Anastasia”
No, te meno solo. E col tuo consenso pure! Penso amareggiato.
Lei gli prende la mano e si lascia trascinare fuori. Lui spegne la luce e richiude nuovamente a chiave la porta.
Cerco di recuperare il mio battito cardiaco, ma ancora non mi azzardo ad uscire dal mio nascondiglio. E se ritornano? E se decidono di iniziare i giochetti giusto stasera? Ma dove cazzo è finito Sawyer?

 

 

 

 

Passa all’incirca un’altra mezz’ora. I miei muscoli sono al limite per quella posizione costretta.
Sento nuovamente girare la chiave nella serratura e mi irrigidisco. La porta si apre piano ed entra solo una testa nel buio. E adesso che è?
“Signor Pàtton?” dice piano.
“Signor Pàtton? Deve uscire immediatamente…” riconosco la voce del becchino.
Esco da sotto il letto e rispondo sottovoce “Eccomi.”
“Venga, presto”. Richiude la stanza. Con un cenno del capo mi indica di riprendere il mio trolley nella camera da letto a fianco.
“Da questa parte, veloce!” mi intima.
Scendiamo le scale e ci fiondiamo nuovamente nel suo ufficio.
Apre il cassetto e mi restituisce il mio documento. “Lei è uscito da qui almeno un’ora fa, ci siamo intesi? Credo convenga ad entrambi.”
Annuisco con un cenno del capo. Di sicuro non vuole spiegare al suo padrone cosa ci facevo là dentro.
Mi riaccompagna giù alla reception e mi saluta con un gelido “Buona serata.”
Esco boccheggiando fino al parcheggio ed una volta fuori prendo un grosso respiro. E’ andata. Non so se lunedì avrò ancora un lavoro, ma intanto penso solo ad una cosa: le mie birrette fresche.

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Sono un sedile d’auto.
Precisamente di una vecchia Fiat Panda, 1200, color bianco. Siamo stati accoppiati nel lontano 1992, in Polonia, credo. Sicuramente quella non era lingua italiana ed abbiamo fatto un lungo viaggio in treno. Che emozione il vento! E poi un tragitto più corto nella parte bassa di una bisarca. E lì soffrivo di claustrofobia.
Ho passato qualche mese nascosto dentro una concessionaria, finché finalmente una giovane coppia con bimba piccola ci ha acquistato. E da allora ne ho visti di sederi appoggiatisi sopra. Non potete nemmeno immaginare le cose che possiamo raccontare!
Sono un sedile anteriore, lato guidatore, il più usurato. Con poggiatesta in plastica morbida, seduta e schienale in tessuto rosso-arancio, oramai un po’ sbiadito dal tempo e segnato dai jeans e dalle loro borchie. Odio le borchie! Quando mi strisciano, fanno un male cane!
Ci siamo sempre appartenuti, la Panda ed io.
Mai stati scalfiti più di tanto. Si, la carrozzeria l’han ritoccata quando la mamma ha preso il paletto, con la retro, ma io non ho subìto danni.

La mamma era la signora Clara, la nostra prima proprietaria. Era terribile al volante. Ora, già subire l’andirivieni della posizione sulle guide, ogni volta che si scambiava l’auto col marito, perché lei aveva le gambe corte, era una bella rottura…ma con lei ho sofferto delle allucinanti artrosi, perché sedeva sempre in punta della mia seduta e sempre dando peso alla chiappa destra! Ancora oggi la mia gommapiuma è irrimediabilmente rovinata in quell’angolo!
Siamo stati dieci anni con la signora Clara, si può dire che la Panda è cresciuta con quella famiglia. L’abbiamo portata noi all’ospedale di corsa per la nascita del secondo figlio, un maschietto petulante che chiamarono Luca. Eravamo sempre lì quando la primogenita Paola si nascose nel parcheggio del condominio, appoggiata al baule posteriore, per dare il suo primo bacio. Che tenerezza, ci siamo sciolti tutti! Ed eravamo sempre noi a subire le pedate di Luca sulle fiancate quand’era incazzato coi genitori perché non gli regalavano i Lego nuovi. E fui io in particolare a sopportare la tensione nervosa di Paola alla sua prima lezione di guida con foglio rosa, col papà Carlo che la tramortiva di indicazioni urlate e imprecate!
Un decennio intenso, insomma. Poi, per fortuna nostra, Paola prese la patente e decisero di regalarle un’altra auto. Non credo saremmo sopravvissuti alla sua guida disastrata.

Con i miei colleghi qui non si parla molto.
Sedile lato passeggero è molto silenzioso, sonnecchia quasi tutto il tempo e la maggior parte delle volte apre bocca per lamentarsi dei suoi ospiti, per pochi che sono. E più anziano di me, perché ha passato più tempo dimenticato in magazzino prima di venir montato qui.
Sedile posteriore invece è un vero rompipalle. I primi anni faceva lo sbruffone: che lui è più grande di noi, è più comodo e siccome lo utilizzavano raramente, sarebbe rimasto più nuovo rispetto a noi.
Poi la vita è cambiata anche per lui, nel periodo del negozio di riparazione elettrodomestici, che aveva necessità di spostare merci e quindi giù! Lo abbassavano a 90 e via di scatoloni pesanti sulla schiena. Per lui è stata una forte umiliazione, ma anziché zittirsi una volta per tutte, è diventato puntiglioso.
Per non parlare di quella volta che, ribaltato anche il sedile passeggero, il tecnico tentò in tutti i modi di infilare nella Panda un frigorifero intero! Stavamo andando tutti fuori di matto! Ovviamente, l’impresa non riuscì e qualche mese dopo la Panda veniva sostituita da un Ducato nuovo fiammante.

E noi finimmo in una carrozzeria, come auto sostitutiva, il periodo peggiore. Siamo stati bistrattati dal cliente di turno, che non si faceva nessun minimo riguardo verso la Panda, tanto non era cosa sua. Quante ne abbiamo viste!
Come quella volta che ci han dato per un paio di giorni ad un uomo taciturno, sempre ben vestito e dai modi impeccabili. Non riuscivamo a capire che lavoro facesse, non sembrava avere un’occupazione in particolare. Finché una notte s’è dimenticato delle bustine di roba bianca su sedile passeggero. Siamo stati in ansia fino al mattino quando se l’è riportate via. Se si fossero aperte anche per sbaglio, chissà che fine ci facevano fare per recuperarne il contenuto!

Poi ci siamo rifatti gli occhi, e la tappezzeria, con il gigolò. Una settimana fantastica quella! Tutte quelle curve sode che ci accarezzavano e fremevano sopra il nostro tessuto. Un via vai di biondine appariscenti, brunette scosciate e rosse accaldate! Non s’è fatto mancare niente davvero quel ragazzo, ogni sera una diversa e non siamo riusciti a sapere come si procurasse tanto ben di Dio, ma eravamo strafelici di condividere. Sudavamo anche noi con lui. Proprio uno spettacolo in prima fila, un corso intensivo di kamasutra che nemmeno penseresti fosse possibile dentro una Panda! Avessimo potuto, gli avremmo fatto l’applauso finale!

Sempre così? No, c’era anche gente un po’ malata…come la maniaca della pulizia, quella signora un po’ impettita che ogni volta puliva il volante con il vetrix e mi metteva una tovaglia di carta sopra prima di sedersi. E la cambiava di continuo! Pure su sedile passeggero dove posava la borsetta. I tappetini però li ha riconsegnati pieni di fango e sterco. Quando una vuol vedere solo quel che le fa comodo!

Il peggiore comunque è stato l’omino delle puzze. Cinque giorni di vera agonia, quasi passati in apnea! Ragazzi, quell’uomo aveva davvero dei seri problemi intestinali! Una produzione così continuativa e pestilenziale da non sembrare nemmeno un essere umano! Quando ci restituì in carrozzeria, il meccanico lasciò la Panda a porte aperte per una settimana, dopo averci lavato e sanificato in ogni angolo. E ancora mi pare di sentirne l’odore!
In fondo furono bei tempi quelli. Nonostante tutto, ci siamo parecchio divertiti qua dentro.

Poi ci hanno considerato troppo vecchi e indecenti per rappresentare ancora il marchio come auto di cortesia. Così siamo stati rivenduti a basso costo ad una coppia di anziani.
Ma almeno i nostri ultimi giorni li passiamo serenamente, sperando non ci rottamino in fretta. Ma non credo lo faranno, ci trattano come un piccolo tesoro! Abbiamo un gran garage tutto nostro, sotto la casa, ed è ben riscaldato dalla cucina sopra. Nonno Gino ci lava ogni quindici giorni, ci passa pure la cera! A me in particolare mi aspira tutto e mi passa una spugnetta con delicatezza. Poi mette sempre l’alberello profumato, sembra di stare in paradiso.
Mi fa tenerezza quando lui accompagna la moglie in palestra la mattina e prima che scenda le dà un bacio. E quando torna a riprenderla a mezzogiorno e lei sale, le dà un altro bacio e le chiede com’è andata. Non c’è da stupirsi se stanno insieme da cinquantacinque anni.

Sapete che vi dico? Io li invidio questi umani. Hanno infinite possibilità, infinite scelte. Certo, soffrono anche, perché sbagliare è facile e farsi del male anche. Ma è un prezzo onesto anche per un solo secondo di piena felicità.
Almeno questo è il mio pensiero.
Il pensiero di un povero sedile.

 

(c) 2014 Barbara Businaro

Caro Dio,
questi uomini non li capisco proprio.
Sulla carta, sono tutti cattolici, tutti credenti, molti osservanti della Santa Messa, dell’Eucaristia, della Quaresima, del Natale, del digiuno e dell’astinenza.
Ma poi, nella vita di tutti i giorni sembrano dimenticare i tuoi insegnamenti più elementari.
Al loro nemico, ma non foss’anche il peggior nemico, quanto anche al solo vicino di casa, solo per contravverse idee, augurano la morte! Quand’anche il poverino ancora giacesse nel letto in fin di vita. Nemmeno la sofferenza li porta al minimo rispetto! Figurarsi una preghiera!
Alcuni si battono così strenuamente per la difesa degli animali, seguendo i passi del nostro amato Francesco, che potresti pensare ad un cuore di purezza.
Ma tralasciano di vedere la sofferenza dell’uomo. Gli passano davanti senza considerazione, sordi e ciechi alle richieste.
Quindi nella bilancia delle buone azioni finiscono quantunque impari.
Altri osteggiano pubblicamente il mal costume, ovvero donne discinte e di malaffare che vendono il loro corpo, in varie forme, dalla più semplice e carnale alla nuova via mediatica. Ma ahimè…alle parole non seguono fatti! Anzi! Gli stessi che in pubblico condannano questi scambi, ne usufruiscono da assidui clienti.
L’ipocrisia regna nella loro vita terrena!
Vanno al pari passo con coloro che si sono erti alla categoria dei giudicanti. Persone che a primo acchito potresti credere benevole, compassionevoli, meritatevoli.
Nella realtà il loro scopo è quello di costringere le altre anime alle loro idee. Con una mano ti aiutano e con l’altra ti affondano appena contesti una loro opinione. O peggio, ti aiutano solo se è opportuno ai loro scopi finali.
Alcuni usano questo mezzo anche con le idee religiose. Parlano di libertà di coscienza, ma solo se la tua coscienza è in linea con la loro. Finiscono col degradare persino il libero arbitrio che hai concesso all’uomo.
E finiscono col dare una sentenza che spetterebbe solo a te, Altissimo, e solo nell’ora finale.
E poi c’è la parte più grave. I nostri stessi rappresentanti hanno abdicato al nostro nemico. Non sono più degni nemmeno del nome che portano.
Altari così indorati da sembrare gli antichi templi degli Dei pagani. Le loro anime rincorrono il potere economico e politico, non la santità del cuore!
Misurano il loro operato con la misura degli uomini, moneta sonante, non con la misura dei cieli.
Come è potuto accadere? E forse è per questo terribile esempio che il resto dell’umanità è in declino.
Non ci credevo. Ora ho visto. Ed è grave.
Occorre lesto un tuo intervento.

Tommaso, angelo in ispezione

 

(c) 2012 Barbara Businaro

Cat stava camminando lungo il marciapiede per giungere tranquilla a casa. Lo zaino su una spalla sola, il peso della cultura le ingobbiva la schiena. Era una giornata di quasi primavera, quando il tenue calore del sole prova a riscaldarti, ma solo se hai un piumino addosso. Era poco passata l’ora di pranzo, qualche negozio aveva già chiuso, il panettiere si attardava ad abbassare a metà la saracinesca, nonostante il profumo del pane fresco fosse ancora invitante. Qualcuno camminava lesto verso l’auto parcheggiata. Dall’altra parte della strada, nel parco pubblico, qualche anziano si godeva il sole seduto sulle panchine, leggendo il giornale o chiacchierando col vicino. Le mamme parlavano tra di loro, dando un occhio al passeggino o uno sguardo ai bambini più grandi, che giocavano con un pallone più grosso di loro.
Un lieve profumo di gelsomino caldo nell’aria cercava di rilassare la mente di Cat, stranamente inquieta. Non aveva dormito molto quella notte, qualcosa l’aveva tenuta sveglia. Stanchezza, stress, ansia forse, o l’innalzarsi delle temperature esterne avevano scombussolato il suo ritmo circadiano.
A scuola era andata bene, mattinata indenne per fortuna. Ma le era rimasta quell’aria svampita di chi non vede l’ora di chiudere gli occhi ed abbandonarsi ad un cuscino.
Ciondolava così sul marciapiede, quando dal fondo del viale davanti a sé spuntò un suv a velocità sostenuta.
Nulla di nuovo, ma qualcosa la turbò.
Un odore improvviso, metallico, ferroso. All’istante allargò le narici per respirarlo appieno. Un odore secco e caldo.
Respirò di nuovo a fondo, il suo naso si acquattò nuovamente alla ricerca. Terra e sabbia questa volta colpirono il suo istinto. Era l’odore del panico, della paura, di un pericolo in agguato. Il tempo cominciò a rallentare attorno a lei. Le voci arrivavano indistinte, lontane. Continuò a respirare a fondo, le narici sbuffarono. Lasciò cadere i libri a terra, la sua schiena ebbe un fremito, un tuono la percorse fino all’ultima vertebra e si abbassò a toccare terra con le mani, accovacciata in attesa.
E poi la vide.
Una bambina di due anni si era allontanata dal centro del parco, rincorrendo la palla rossa lungo un vialetto che puntava all’uscita. La mamma la richiamava forte, gridando e inseguendola. Ma la bimba rideva, pensando di giocare. Ed il suv avanzava ignaro lungo la strada.
Fu un attimo, uno scatto. Cat sentì i suoi muscoli tendersi all’unisono, palpitanti d’elettricità, scrollati da un altro fremito. I suoi occhi si estesero per abbracciare tutto quel che potevano vedere. Ancora a rallentatore, si ritrovò a correre verso la bambina. La sua schiena si muoveva flessuosa nell’aria, che si scostava per lasciarla passare più velocemente possibile. L’odore si fece più forte, intenso, le stringeva lo stomaco. E più lo sentiva, più i suoi muscoli reagivano con una nuova scossa, aumentando la corsa. Non sentiva fatica, nessuno sforzo. Le sembrava di fluttuare, sospinta dalla terra che la sollevava in avanti. Non riusciva a pensare, non c’era tempo per pensare, il cervello aveva lasciato il comando ad una forza più potente, senza controllo.
Il suv rallentò, le voci diventarono più lontane. Le sue mani spostavano qualsiasi alito di vento le impedisse di avanzare. Le guardò…erano artigli…erano unghie arcuate…erano ricoperte di un lungo e lucido pelo nero. Le sue narici respiravano nuovamente a fondo e dalla gola uscì un grido, un richiamo della sua natura, un ruggito di avviso per la foresta metropolitana.
Appoggiò le zampe a terra per l’ultimo scatto finale, il suv a soli due metri dalla bambina. Con i denti l’afferrò per la maglietta, la trascinò a sé, la prese poi con le mani, la strinse al petto più forte che poté e rotolò lungo il marciapiede opposto.
Il suv inchiodò con un rumore stridente che la stordì. Nello stesso istante, l’odore scomparve. Il profumo di gelsomino tornò a invadere i suoi polmoni, come una sorsata d’ossigeno d’alta montagna.
La bimba la riportò al presente, aveva cominciato a piangere e singhiozzare tra le sue braccia. Arrivò di corsa la madre e gliela strappò per abbracciarla e controllare che fosse intera. E la baciò e pianse silenziosamente.
Il guidatore scese dal suv e corse verso Cat. Guardò la bambina e poi Cat, la prese per le spalle. “Tutto a posto?” le chiese.
Chiunque nel raggio di qualche metro accorse per vedere cos’era successo. Cat frastornata si mise a sedere.
Le girava un po’ la testa.
“Chiamiamo un’ambulanza?”
“Che è successo?”
“La ragazza ha salvato la bambina”
“E’ stato incredibile…correva come il vento!”
“Dev’essere un’atleta…hai visto che roba?”
“Sembrava un lupo…”
“No, era molto più veloce…sembrava una pantera…”

 

(c) 2012 Barbara Businaro

Curiosità: Un giorno mi sono imbattuta in questa pubblicità di orologi ed è nato il nome di Cat (che sta per Caterina).

Panther is my cat

Photo: http://www.ismystyle.com/brand/

 

Premessa: Avevo letto “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Mi aveva incuriosito il fatto che mia sorella l’avesse letteralmente divorato in una settimana. Non toccava un romanzo da un anno. Doveva contenere un filtro magico quel libro! Così me l’ha prestato ed anch’io mi sono lasciata trascinare dalla storia. Ma il finale m’ha fatto incazzare. Non si può, e ribadisco NON SI PUO’ chiamare la protagonista Babi e poi trattarla in quel modo. Mi sono sentita in dovere di rimediare (ancora non c’era il seguito…e nemmeno quello m’è piaciuto, nossignore).

La prima parte la potete leggere qui: IO e TE…e NESSUN’ALTRO

 

Domenica, tempo di gare. Il team di Step è impegnato in assistenza alla sua squadra rally, terza categoria, che si trova in buona posizione in classifica regionale.
Furgone e tir sono parcheggiati in angolo, ad inizio pista, e con Step ci sono Mirko e Angelo, quello nuovo, che ancora non sa muoversi, nemmeno tra le gomme.
Step sta parlando con Lorenzo, uno dei piloti, quando ad un tratto due mani delicate cercano di chiudergli gli occhi da dietro.
“Indovina?” La voce di Pallina sbuca da sotto le spalle di Step, che si gira divertito.
“Ehi, niente da disegnare oggi?”
Ma in un attimo una fitta al cuore: li dietro, ferma, impacciata, c’è lei, Babi, sguardo incollato a terra.
Ma pork…Step fulmina con lo sguardo Pallina, la quale gli strizza l’occhio.
Sergio lo chiama dal fondo dei box con un cenno.
“Devo andare, ne parliamo dopo la gara”. Il tono è perentorio.
Ma perché diamine l’ha portata qui, proprio oggi che ho bisogno di concentrazione…accidenti!

Terminata la gara, il gruppetto del team, dove Pallina si trova oramai a suo agio, decide di fare una passeggiata sù sulla collina, dove corre la pista della gara.
Sergio apre la fila indiana. “Andiamo, gli organizzatori mi hanno detto che in cima c’è un’ottima vista…e un bar!”
Babi è rimasta tutto il tempo in disparte, a giocare col cellulare, in mancanza di Pallina, come un pesce fuor d’acqua che cerca respiro.
Uffa, lo dicevo io che non era una buona idea…Non mi ha nemmeno salutato…prima sì, mi ha guardata, ma era davvero uno sguardo cattivo, ostile…Eppure sono qui, vorrà pur dire qualcosa, no?
Il gruppo si incammina, Pallina incollata a Mirko si è dimenticata di Babi, che segue la fila per ultima.
Step è davanti, che parla con Sergio della gara, come se lei non esistesse.
Uffa…che situazione penosa.

Arrivano in cima, dove c’è un bar e tutto il pubblico della gara accalcato fuori.
Babi arriva per ultima, dopo aver discusso con la mamma al telefono, sola a casa ed in cerca di una voce.
Finalmente entra nel bar, si appoggia al bancone ed ordina un caffè, ma la confusione è tanta che il cameriere non le dà retta. Passano i minuti, cerca di attirare l’attenzione del cameriere con un cenno, un sorriso. “Scusi, un caffè” ma c’è davvero troppo caos. Arriva anche un’altra comitiva e la costringono a spostarsi più in là, verso la fine del bancone.
Gli altri del gruppo invece stanno già uscendo, proprio non la calcolano…o forse lei oggi è diventata invisibile!
“Mi scusi, posso avere un caffè?” con voce flebile e sconsolata. Niente.
All’improvviso, un pugno forte sopra il tavolo, davanti a lei, fa sobbalzare le tazzine. “EHI, NON HAI SENTITO? UN CAFFE’ ALLA SIGNORINA!” Il tono di Step non lascia repliche.
Il cameriere si gira agitatissimo “Si, subito, mi scusi.”
Il solito violento, ma efficace.
Poi si allontana subito, solo un attimo, per sentire il suo respiro tra i capelli ed il suo profumo come un brivido per la schiena…o era una scossa elettrica?
Con un sospiro, Babi beve il suo caffè, mentre gli altri se ne sono oramai andati. Dallo specchio del bar di fronte a lei però scorge Step aspettarla sulla porta, parlando al cellulare.

Prendono il sentiero insieme per raggiungere gli altri, che se ne sono proprio andati senza aspettarli.
Un’idea di Pallina suppongo. Stasera mi sente davvero. Guai a lei se mi fa un altro tiro del genere, non esco più. Eppoi lui non parla con me…che senso ha? Non ha spiaccicato parola…neanche adesso…
Il sentiero è bellissimo, contornato di alberi spogli che lasciano intravedere l’arrivo della primavera sui loro rami, in questo inverno in realtà così caldo.
Babi si stringe nel giubbetto, attenta a non far rumore. Respira piano per non far sentire l’agitazione che la pervade.
Perché non parla? Dovrei farlo io? E che gli dico?
Sono così vicini, eppure così lontani.
Babi sta proprio pensando a come le cose non tornano più indietro nella vita, quando una mano calda e ruvida prende la sua. Si gira a guardarlo, ma Step è impassibile…o quasi…la piega della bocca mostra un sorriso sornione.

Camminano così per un po’, mano nella mano, per un tempo eterno, attimi che sembrano un’ora e che Babi vorrebbe comunque fermare all’istante.
Continuano a scendere a valle, sempre più lentamente, mentre Step parla piano, sommessamente, quasi un sussurro del vento: “Conti ancora molto per me”. La voce roca.
Babi vorrebbe piangere, correre, ridere, saltare…Lo so, ho sbagliato, scusami…ma continuano a camminare in silenzio.
Ad un certo punto, Step stacca la mano e si ferma, guardandola.
Con gli occhi velati, comincia a sfilarsi la cintura di pelle dai pantaloni, mentre Babi lo guarda scettica. Ma che fa?
Prende la cintura e se la lega al collo e porge a Babi l’altro estremo, con sguardo ferito.
Uno strano gesto, ma carico di significati.
“Io sono ancora legato a te, Babi, non dimenticarlo.”
Dolcemente, slega la cintura, arrotola su se stessa, prende la mano di Babi e gliela porge, richiudendola a pugno e depositando un bacio tra le sue dita.
Ora il suo futuro è suo.
“Non voglio essere il tuo cappio…Step…” guardando il pugno e alzando languidamente gli occhi su di lui.
Poi uno slancio, lui la abbraccia forte, la solleva da terra, lei lo cinge per la vita, il suo naso nell’incavo del suo collo, il suo profumo, il suo calore.
Poi lui si scosta, le prende il viso tra le mani “Io e te…e nessun’altro. Non permettere mai a nessuno di stare in mezzo alla nostra storia. Mai più.”
Nemmeno il tempo di rispondere, ed un morbido bacio suggella la loro promessa.

 

(c) 2005 Barbara Businaro

Driiinn…
La sveglia che suona. Mi giro nel letto e, sperando che sia Domenica, guardo l’ora: ancora cinque minuti, poi farò più in fretta, ma lasciatemi gli ultimi cinque minuti di sonno, li cronometro a mente…
“Stefanoooo!! La colazione è pronta…non vai a scuola stamattina?”, mia madre che grida dalla cucina. Oddio! Ho dormito per quindici minuti e adesso mi tocca volare se non voglio perdere l’autobus!
Mi butto giù dal letto, infilo un paio di jeans, una maglietta, calzini i primi che trovo, uno verde uno blu…non importa, lancerò una moda. Mi precipito in bagno e mi pettino lavandomi i denti, tanto non ho tempo per la colazione. Scarpe, zaino, panino e sono fuori di casa quando mi accorgo di aver dimenticato l’orologio, strumento indispensabile in casi d’emergenza come questo. Nel dubbio, corro come un ghepardo per arrivare alla fermata: convinto di essere in tempo, aspetto che passi l’autobus quando, dando un’occhiata distratta alla locandina, mi accorgo che da oggi sono cambiati gli orari ed è già passato…è la fine!!
Ormai avvilito, vedo passare Martina, la mia vicina di casa, in auto: la mia unica speranza! Agito le braccia e mi dimeno come un pazzo isterico. “Martina! Qua! Fermati!!” Fortunatamente se ne accorge, se ne sono accorti tutti, accosta e non le do nemmeno il tempo di salutarmi, pregandola in ginocchio di portarmi a scuola. Appena trecento metri ed il traffico è già ingorgato a causa di lavori in corso: pazienza, per un attimo avevo creduto di farcela…
Arrivo ormai tardi davanti all’entrata e, fortuna delle fortune, mi si stacca un pezzo di suola da una scarpa, inciampo sulle scale e cado di brutto per terra: bernoccolo modello K2. Zoppicando ormai, sia per la caduta che per le scarpe rotte, infilate per sbaglio, entro in classe.
I miei compagni, sorridenti come a Pasqua, se la stanno godendo di brutto: chi gioca a carte, chi ascolta l’mp3, gli secchioni che ripassano…neanche fosse Carnevale.
“Ciao Stefano, ma che ti è successo? Sembri uscito da un frontale con un DC9!”, mi fa un compagno. Quasi balbettando, furioso come non mai, mi azzardo a chiedere, già temendo la risposta, dove sta il professore di Latino.
“Il prof è ammalato, non se ne riparla per almeno una settimana!”
Non importa, va tutto bene…Se non altro mi sono allenato per la staffetta di Educazione Fisica…e adesso ripasso per l’ora di Religione, tirando giù tutti i santi!

 

(c) 1997 Barbara Businaro

Premessa: Avevo letto “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Mi aveva incuriosito il fatto che mia sorella l’avesse letteralmente divorato in una settimana. Non toccava un romanzo da un anno. Doveva contenere un filtro magico quel libro! Così me l’ha prestato ed anch’io mi sono lasciata trascinare dalla storia. Ma il finale m’ha fatto incazzare. Non si può, e ribadisco NON SI PUO’ chiamare la protagonista Babi e poi trattarla in quel modo. Mi sono sentita in dovere di rimediare (ancora non c’era il seguito…e nemmeno quello m’è piaciuto, nossignore).

 

E’ passato un anno…E’ di nuovo in arrivo il Natale. Le luci sono già accese per le strade, si respira già quell’aria di festa e di shopping sfrenato, ed il freddo si fa più intenso. Non c’è ancora la neve.
Step si guarda in giro, sembrano tutti felici, no, lui non lo è. E’ stato un anno duro, di ripresa, di leccarsi le ferite nella propria tana, di raccogliere cocci e pensieri. Si è iscritto all’Università, ma solo per accontentare suo padre, non può diventare un bocconiano come suo fratello Paolo, sarebbe incoerente, come il suo pesciolino, no?
La maggior parte del tempo lo passa da Sergio, il meccanico. Già proprio lui. Sergio non può fidarsi di Mariolino, in questo lavoro ci vuole passione, ma deve lasciare qualcosa a suo figlio. Così lui e Step si sono messi in società ed hanno ingrandito il garage: Sergio ci mette i soldi, e Step il lavoro.
Adesso hanno addirittura un piccolo “racing team”: partecipano alle corse regionali, fornendo assistenza e materiale. Step organizza il tutto, mentre Sergio continua il normale lavoro dell’officina. Ma non corrono.
Step non corre più. Ha ancora la sua moto, non la venderà mai, ma non corre più. Ogni volta che accelera gli si para davanti la faccia di Pollo “Aho, non te scordà de me…”
Pollo, quanto gli manca il vecchio amico. E quanto manca ancora a Pallina, sembra non farsene una ragione. Pallina adesso disegna, è diventata già una fumettista, anche se non ha ancora finito il corso all’istituto di grafica. Ed è riuscita a modo suo a far rivivere Pollo: nelle pagine del suo fumetto, in edicola, si vede un ragazzo col giubbotto in sella ad una moto…ed i tratti del viso sono proprio i suoi. Pallina gli ha anche regalato delle tavole originali, le ha appese in camera.
E l’amore? No, non ha più toccato quei tre metri, le storie si susseguono, banali ed insipide, ma non ha più ritrovato la sua Babi…

 

Dall’altro capo della città, Babi vive con Daniela, sua sorella. Sono riuscite a convincere i genitori che per studiare meglio Babi aveva bisogno di tranquillità, così hanno un piccolissimo appartamento per conto loro. E Raffaella può invitare ogni sera i suoi amici a casa per il bridge. Tanto va a trovarle ogni giorno, le chiama almeno tre volte al telefono e gli rifornisce sempre il frigorifero. In fondo, sono ancora a casa.
Daniela sta ancora con Palombi, ed è una tragedia per Babi e la bolletta del telefono.
Babi sta ancora con Alfredo, anche se…Forse l’amore maturo e consapevole è proprio così, a volte piatto e noioso, forse è solo il periodo di intenso studio di Babi, o forse il primo lavoro di Alfredo che come laureato deve fare gavetta e mettersi in vista. Lavora in uno studio associato di avvocati, e si sa, la concorrenza è dura all’inizio.
Babi studia talmente tanto che non ha più tempo per le amiche…nemmeno per Pallina, ammesso che si possano dire ancora amiche. Sono talmente cambiate entrambi, che quando si trovano, non riescono nemmeno a conversare del più e del meno.
Un anno di cambiamenti, un anno di domande: ma davvero non tornerò più lassù, sopra il cielo?

 

7 dicembre. Domani è festa e Babi non vede l’ora di tornare a casa stasera. Speriamo che Dani sia tornata ed abbia preparato qualcosa.
Ha talmente fretta che ha acceso tutto d’un fiato l’auto, senza aspettare tutte le spie del cruscotto…e adesso il motore fa uno strano rumore. Forse è il gelo della serata.
Certo che Cat abita proprio lontano. Si sono trovate per scambiarsi gli appunti di due diversi esami, non pensavano di fare così tardi, e adesso si ritrova in questa parte della periferia che non conosce, sperando di non perdersi.
O di rimanere a piedi. Semaforo rosso e Babi scala le marce e frena, ma la Polo non ci sente, non tiene il “minimo” come ha detto papà, accidenti, si spegne. Calma. Babi riprova, questa volta aspetta tutte quelle spie colorate, dai forza, il motorino d’avviamento ci prova, ma il motore non si accende. O cavoli. Riprova ancora. Niente.
Uffa. Aspettiamo un po’, magari passa. Chiama Dani.
“Ciao, sono in ritardo.”
“Di quanto?”
“Non lo so. L’auto mi si è fermata. Non parte più.
“Come non parte più?? Chiamo papà che ti venga a prendere, dove sei?”
“No lascia stare, che poi mamma si agita e ricomincia con la solita storia…Vivere da sole non vi fa bene eccetera eccetera…Se non parte, chiamo l’aci e ti richiamo, ok?”
“Sei in un posto sicuro almeno?”
“Si, si”, fingendo sincerità.

 

Suona il telefono in officina. Step è rimasto ancora lì da solo, a preparare la moto di Simone per domenica. Chi cavolo sarà a quest’ora?
“Step? Meno male che ci sei. Ho bisogno di un favore urgente.”
“Dimmi Luca, se posso…”
“Ho un’altra chiamata ACI in corso, ma stasera ho tutti i carri fuori, tutti stasera rimangono bloccati! Mi scoccia perdere la chiamata…non puoi andare tu? Ti passo tutta la riparazione…”
“Non sono autorizzato, poi Sergio mi mena.”
“Dai, me la sbrigo io con Sergio, che poi avanzo un pezzo di ricambio da lui. Eppoi è una ragazza…non puoi rifiutarti!”
“E ti pareva…Vabbè, dammi l’indirizzo, va”.
“Grazie, avanzi una birra”
“Facciamo due”
Step si infila il giubbotto, il cappellino con il marchio del team e sale sul furgoncino col gancio da traino. Speriamo bene.
Segue le indicazioni di Luca, per una Polo grigia…ma dove cavolo si è bloccata questa? Ad un semaforo?
Ferma il furgone proprio davanti all’auto, con gli indicatori di pericolo accesi.
Scende e va dietro al furgone, per prendere il gancio.
Nel frattempo la ragazza scende dalla Polo.
“Buonasera. Per fortuna è arrivato. L’auto non parte più. Non so perché.”
“Buonasera” ancora di spalle.
“Beh, faccio io un tentativo e se non parte l’aggancio”.
Si gira. Oddio. Quello sguardo, quei capelli… E’ lei.
Trattiene il respiro per mezzo secondo, sospeso nel vuoto, un dolore antico riaffiora. Poi il cuore batte all’impazzata, sempre più forte.
Se solo facesse silenzio, sentirebbe un altro cuore lì vicino, battere ancora più forte del suo…

 

(c) 2005 Barbara Businaro

Ho scritto questo breve testo con il sottofondo di “Incantevole” dei Subsonica.

Un giorno come tanti altri, grigio di pioggia che mi inzuppa le scarpe, mi fa sentire freddo in viso, intristisce i miei pensieri.
Una mattinata decisamente storta: il risveglio con il mal di testa, la città immersa nel caos di traffico e pozzanghere, una lezione noiosa cercando di carpire il senso delle parole…Cammino e penso, sotto l’ombrello, diretta verso casa, il silenzio che mi aspetta.
Ad un tratto tu, bagnato fradicio. “Scusa, mi dai un passaggio? Non ci sono portici nel raggio di un chilometro.” Senza coscienza in un mondo così violento, mi fido di te e ti porgo l’ombrello da dividere a metà. Continuo a camminare, dandomi della stupida e pensando a mia madre che mi ripete di non dar retta agli sconosciuti, anche se hanno la faccia pulita.
Il marciapiede stretto, l’ombrello piccolo, le pozzanghere da evitare, altri passanti con altri ombrelli ci costringono a stare vicini, il tuo respiro sul mio collo, lo sento attraverso i capelli umidi. Non so chi sei, da dove vieni, cosa fai eppure non m’importa: un brivido mi passa per la schiena, mi piace questa sensazione di pericolo che mi risveglia i sensi. Un attimo giro lo sguardo sul tuo volto, tu lo sai e mi sorridi, un gran bel sorriso, un raggio di sole in una mattinata senza senso, che vuol dirmi qualcosa, tutto e niente.
“Io sono arrivato, e questo me lo regali?” E riprendendomi l’ombrello: “No!! Mi serve!!”. Ci salutiamo ridendo.
Ed io mi sento come se avessi ricevuto un filtro magico, un sorriso sgargiante sul mio viso, la mia buona azione per oggi…e un po’ di più!
Ci rivedremo, lo so, in un altro giorno di pioggia.

 

(c) 1997 Barbara Businaro