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Il sole spargeva il suo primo tepore primaverile mentre una leggera brezza faceva risuonare le foglioline appena nate. Nessun altro rumore disturbava la placida calma di quel pomeriggio. Sarebbe stato un incantevole parco dove fermarsi a leggere una lunga storia, se non per la muta inquietudine del lieve tremolio di tutte quelle lucine ben ordinate in fila. Il cimitero non è un buon posto, per i vivi.
Angelo si aggirava sconsolato per i vialetti sassosi, seguendo la processione che stava portando il suo amico Gino all’ultimo viaggio. Settantacinque anni erano comunque gran parte di vita, ma andarsene scivolando sui tre gradini dell’ingresso di casa sembrava una terribile beffa del destino. E pensare che l’aveva salutato solo qualche minuto prima, all’edicola all’angolo, la scorsa domenica. Da sempre appassionato di calcio, Gino era stato il suo allenatore quando Angelo giocava nella squadra pulcini del quartiere. Da pensionato, lo si trovava puntualmente al bar Jolly a commentare le partite. Tranne le ultime. Sospirò.
“Lo mettono nell’ala nuova. Ha solo un mese, ma si sta riempiendo velocemente. C’è chi dice che non sia una cosa tanto normale…” Accanto a lui, Enzo indicava una parete risplendente del candore del marmo appena tagliato ed occupata solo per un quarto della sua capienza. Gli ultimi arrivati venivano alloggiati lì.
La tumulazione fu breve e silenziosa. Qualcuno si attardò a salutare i famigliari, ma Angelo decise di rimandare ad altra sede. Enzo vagava curiosando i nomi incastonati nelle lapidi recenti. Da quando si era sposato e diventato padre di due gemelli si incontravano solo per matrimoni e funerali. Angelo no, figli non ne aveva avuti, e un po’ lo invidiava.
“Questo te lo ricordi?” gli chiese l’amico.
“Il cognome non mi dice nulla, ma la foto…l’ho già visto…è una foto sfocata però.”
“E’ il custode del campo di calcetto.”
“No! Davvero? Appo?”
“Si, non so da dove gli arrivasse quel soprannome.”
“Ma lo avevo visto…credo un mesetto fa. Sembrava in gamba!”
L’occhio di Angelo si spostò alla scritta più in alto.
“Facchetti Armando. Ma non è mica il calzolaio, quello vicino alla vecchia fermata del bus?”
“Eh si, proprio lui” commentò Enzo.
Alzò la testa verso l’ultima lapide in cima.
“Ferrarese Virginia. Si, la conosco. E’ una delle signore del coro dove va anche mia madre…”
Proseguì alla colonna successiva, dal basso.
“Benetazzi Stefano. Pensa te, Stefano…pure lui…” Marmo lucido, fiori freschi, candela nuova. Infatti la data era recente, nemmeno venti giorni.
“Zanetto Anna. Me la ricordo…la conoscevo si, l’immagine incorniciata non è proprio attuale, ma è lei…”
Sembrava strano trovare in quella macabra lista così tanti volti noti. Di solito in una cittadina così sviluppata, con due grosse fabbriche che attiravano lavoratori dalla provincia, c’era sempre qualche cognome forestiero, intere famiglie che non si aveva modo di frequentare. Gli ultimi tre anni poi Angelo li aveva passati in viaggio per lavoro, precludendo qualsiasi attività sociale in loco.
Eppure li conosceva. Tutti.
Proseguì lungo la navata, leggendo via via nomi e cognomi, sbirciando le foto e confrontando le date dei decessi, tutte così incredibilmente ravvicinate. Persone di età e occupazioni diverse, qualcuno anche più giovane di lui, che a 44 anni a certe cose preferiva non pensare proprio.
Lo conosco…anche lei la conosco…si, me lo ricordo…anche lui…lo conosco…lo conosco…
Qualcosa di pesante gli opprimeva il respiro.
Angelo era sconcertato. “Ma davvero se ne sono andati tutti nell’ultimo periodo! Ma le cause? Sono morti di malattia? O qualche contaminazione ambientale?” chiese all’amico a fianco.
“No, no. Oddio, qualcuno sì è finito all’ospedale, ma alcuni sono stati proprio incidenti sfortunati. Pensa Appo! Fino alla sera prima mi dicono che faceva qualche tiro in porta a fine serata, prima di chiudere. E il giorno dopo mi va a cadere sulle scale?” Scosse la testa. “Non ci si crede…”
Il corteo si stava disperdendo. Anche loro imboccarono l’uscita attraverso il pesante cancello in ferro battuto.
“Che poi” continuò Enzo “le vecchie in chiesa ci stiano ricamando sopra mi pare ovvio. Da una settimana si trovano tutte le sere prima dei vespri a dire il rosario disperate. Perchè c’è il diavolo in città, dicono.”
Angelo sorrise. Credere a queste assurdità nel nuovo millennio. Di sicuro c’era qualche altra spiegazione plausibile. Qualcosa di nocivo scappato nelle falde acquifere, un virus mortale che veniva tenuto nascosto ai media e alla popolazione per evitare il panico, che procurava magari un eccessivo calo d’attenzione e problemi motori. Non c’era bisogno di scomodare il diavolo.
“Ti serve un passaggio fino in centro?” gli chiese l’amico.
“No, ti ringrazio. Visto che il tempo me lo consente, vado a piedi e ne approfitto per fare qualche telefonata di lavoro. Salutami Laura e i gemelli.”
Enzo si congedò con un cenno del capo e partì al volante della sua vecchia Alfa, seguito da una nuvola fumosa e puzzante odore di diesel. Dovrebbe far controllare quel rottame, pensò Angelo.

 

 

“Com’è andata giù a Roma?” gli chiese il padre.
“Tutto bene” rispose Angelo togliendosi la giacca. “Trasferta tutto sommato tranquilla, riunioni di routine.”
Sua madre comparve veloce dal cucinino. “Scusami caro, stasera sono un po’ in ritardo con la cena. Ho finito tardi in chiesa. Mi ci vogliono ancora dieci minuti.”
“Non preoccuparti mamma.” Dopo il divorzio, Angelo approfittava spesso della compagnia dei genitori, che mangiare da solo era una desolazione.
“Come mai in chiesa?” domandò a suo padre, che stava leggendo il giornale in poltrona.
“E’ andata al rosario…a pregare con le altre vecchie, prima che il diavolo ci porti via tutti!” sbuffò, ripiegando il quotidiano sul tavolino.
“Ti ho sentito!” gridò la moglie dall’altra stanza. “Dopo quel che è successo anche settimana scorsa, c’è poco da ridere.”
“Che è successo?” chiese Angelo prendendo il giornale per sè.
“C’è stato un brutto incidente, un auto è finita in canale, è morto un commercialista del centro…”
Angelo fissava inorridito la foto ingrandita della vecchia Alfa che una gru stava sollevando dall’acqua. “Morto annegato in pochi minuti, l’autopsia esclude un malore, si ipotizza un guasto meccanico” diceva il titolo a piena pagina.
“Porca miseria…” La voce gli si spezzò in gola.
“Lo conoscevi?”
“Si…Enzo…giocavamo a calcetto insieme anni fa…” Stentava a crederci. Ma se si erano visti…quando? Proprio la scorsa settimana! Lesse veloce il trafiletto. “L’incidente di giovedì.” Cavoli, si erano appena lasciati al parcheggio del cimitero e lui stava tornando a casa! Aveva preso l’argine, strada un po’ stretta, ma consentiva di saltare tutto il centro città. Deglutì. Avrebbe potuto esserci anche lui a bordo. E forse si sarebbero salvati. O forse no.
“Voi pensate quel che volete, ma c’è qualcosa di malvagio in tutte queste morti improvvise!” La madre posò la pentola della pasta sul tavolo ed iniziò a riempire i piatti.
“Oh donna, non dire sciocchezze!” rispose il marito versandosi un po’ di vino.
“In effetti fa impressione vedere tutte quelle nuove tombe, in così poco tempo. Però Enzo guidava un catorcio e glielo dicevamo tutti di stare attento…ma non pensavamo certo che potesse finire così male, mio Dio!”
“Beh, nemmeno noi pensavamo che Virginia potesse fare un infarto in quel modo! L’avevamo vista quel giorno che mi hai accompagnato dal medico, ridordi? Le aveva appena consegnato le analisi, perfette! Nemmeno un valore fuori norma! L’han trovata distesa a terra il giorno dopo, i vicini richiamati dai continui lamenti del suo cane. Han detto che aveva gli occhi sbarrati, un’espressione orribile…proprio come se avesse visto il diavolo!” Terminò la frase facendosi il segno della croce.
“Santa pazienza…avrà capito che stava avendo un infarto, che comunque era una persona a rischio, lo sai!” sbuffò il padre.
Angelo era scettico. “Ma a parte questi casi, che possono rientrare nella normalità, non è che forse ci stanno nascondendo qualche epidemia?”
“Beh, la maggior parte in realtà sono incidenti, stando a quel che scrivono sui giornali. Se poi ci sia qualcosa che prende, che sò, i nervi, questo non ce lo diranno mai.”
“Ma quale epidemia! Sono tutte persone sanissime” disse la madre portando il cestino del pane in tavola. “Fino al giorno prima. Vedi Renato. L’han visto uscire dal supermercato con le buste della spesa e mentre stava attraversando la strada, deserta a quell’ora, un’auto grossa l’ha preso sotto e lasciato lì. E’ scappata e non l’hanno più rintracciata. Non sanno nemmeno che macchina fosse. Ma lui stava benissimo prima!”
“Ma chi mamma?” chiese Angelo servendosi del contorno.
“Draghin, il figlio. Quello della ferramenta. Il figlio però faceva l’assicuratore.”
La forchetta di Angelo cadde con un tonfo sul piatto. “Renato Draghin? Ma no!” esclamò.
“Un altro tuo amico?” domandò il padre.
“Si… L’ufficio e le auto aziendali sono assicurate con lui. Il suo studio non è molto distante e ci portava le quietanze di persona…Ma cavoli! L’avrò visto neanche…due settimane fa credo.”
“E’ successo di lunedì. Me lo ricordo perchè sono andata dal panettiere di pomeriggio, che il lunedì mattina è chiuso. E ho trovato la Giuseppina, che era appena successo l’incidente.”
“E io quando l’ho visto…stavo tornando da un pranzo di lavoro veloce. L’ho incrociato sul marciapiede e ci siamo salutati…ero con il delegato della EcoPlus…” Angelo cercava di ricordare che giorno fosse, avrebbe dovuto controllare l’agenda per dirlo con sicurezza.
“In giro dicono che fosse uno dal piede pesante, quando guidava lui. Ironia della sorte” commentò il padre.
“Un motivo in più per pregare per la sua anima. E per pensare che ci sia qualcosa di diabolico in tutte queste morti assurde” concluse la moglie. “Non ti farebbe male venire in chiesa, sai?”
Il padre sbuffò. Dal canto suo, Angelo aveva perso l’appetito. Due amici scomparsi così, in modo paradossale. Appena il tempo di salutarli! L’ansia gli chiuse la bocca dello stomaco ed uno strano tormento gli affollava i pensieri. Lo stesso giorno. Pochi attimi prima. Che triste coincidenza. Avrebbe potuto fare qualcosa?

 

 

“Francesca, faccio un salto giù in tabaccheria. Torno subito.” Angelo passò davanti alla ragazza della segreteria, la quale annuì solamente con la testa continuando la conversazione al telefono.
Il tempo ballerino di marzo e quel continuo passare dal riscaldamento del proprio ufficio all’aria condizionata delle sale riunioni dei clienti gli stava mettendo a tappeto la gola. Aveva bisogno delle sue Fisherman’s.
Entrò nel negozietto angusto, salutò il commesso e afferrò il pacchetto dall’espositore sul bancone. “Queste, grazie.” Pagò e si voltò per uscire quando una voce lo fermò all’istante.
“Angelo, ciao! Come stai? Che piacere! E’ un po’ che non ci vediamo!”
Dietro di lui, in completo Armani nuovo di zecca e con al polso l’ultimo smartwatch uscito nemmeno da una settimana, Giulio, suo vecchio compagno di liceo. Sul viso la solita aria ruffiana a cui doveva la carriera. Fuori dalla vetrina intravvide, parcheggiata in seconda fila, davanti ad un posteggio giallo per disabili, una BMW i8 grigia perfettamente lucidata.
“Tutto bene, grazie. E tu?” rispose apparentemente tranquillo.
“Splendidamente! Oggi sistemo le ultime cose e domani parto per una settimana di ferie ai Caraibi. Ho raggiunto tutti gli obiettivi fissati per l’anno dal consiglio di amministrazione e vado a godermi il premio produzione al caldo.”
“Si, ho letto tra la rassegna stampa che avete chiuso con un buon fatturato. Complimenti.”
“Ah, ma non era quello il mio obiettivo! A me avevano assegnato il compito di fare piazza pulita dei vecchi dipendenti del servizio assistenza. Contratti di lavoro troppo costosi, con almeno un decennio di anzianità e poco portati ai trasferimenti. Non potevamo licenziarli noi, quindi ci siamo impegnati per farli uscire volontariamente. In un solo anno abbiamo rinnovato tutto il reparto, quaranta persone!”
Un tagliatore di teste. Un rovina famiglie. Il sorriso di soddisfazione di quell’uomo era un ghigno malefico. Era un pezzo di merda già quando studiavano nella stessa classe, dove utilizzava il suo fascino per conquistare le studentesse e ingraziarsi le insegnanti o i suoi ricatti per zittire i compagni maschi che si ribellavano ai suoi scherni. Il mondo è dei furbi. E degli stronzi.
Angelo cercò di mascherare l’espressione di schifo che quell’incontro gli stava provocando. E di tornare in velocità tra la quiete sicura dell’ufficio.
“Bene, un ottimo risultato davvero… Sono stato contento di rivederti, ma devo scappare, che tra mezz’ora ho una conference call con un cliente estero…”
“Certo, certo. Sempre di corsa voi eh? Magari ci troviamo a pranzo quando rientro. E magari posso trovarti una posizione migliore da me!” Gli strizzò l’occhio mentre gli stringeva la mano con troppo calore.
Con sollievo Angelo percorse il marciapiede che lo riportava al lavoro. Pensieri funesti e assassini gli invadevano il cervello. L’onestà davvero non paga. Quaranta famiglie ridotte sul lastrico, con mutuo e figli. E non per mancanza di lavoro, ma solo per opportunità economica. Lavorare alle dipendenze di un tale essere? Non sarebbe più riuscito a guardarsi allo specchio. Che quell’uomo non meritava nemmeno l’aria che respirava.
Il front office appariva deserto, le ragazze dovevano essere andate fuori a pranzo. Dalla sala riunioni sentiva le voci concitate dei colleghi, ancora impegnati ad analizzare il misterioso ritardo di un progetto. Sarebbe uscito anche lui più tardi, non voleva rivedere Giulio ancora in zona nemmeno per sbaglio.
Si rintanò dietro la sua scrivania, a lavorare alla stesura di un documento che doveva inviare entro sera al suo capo area. Aveva mandato in stampa la bozza prima di recarsi in tabaccheria, ma la stampante ora gli mostrava solo il led rosso di errore. Cartuccia del nero terminata.
Raggiunto lo sgabuzzino della cancelleria, mentre stava rovistando tra le scatole dei vari tipi di ricambi e colori, una voce lo cercò a squarciagola dal corridoio.
Francesca comparve sulla porta spaventata, trattenendo a stento le lacrime. “Oddio, sei qui…pensavamo fossi tu…quando siamo tornate i ragazzi hanno detto di non averti visto…ossignore, meno male…sei qui…”
Si avvicinarono anche le altre, visibilmente scosse.
“Si, sono qui. Ma che è successo?”
Rispose la nuova stagista. “Siamo passate davanti alla tabaccheria, di ritorno dal bar all’angolo. Ci sono i carabinieri…hanno delimitato la zona, stanno facendo dei rilievi…e hanno portato via una persona con l’ambulanza, a sirene spente. Abbiamo chiesto a Roberta, della cartoleria. Ha detto che c’è stata una rapina, ed hanno sparato in testa ad un cliente…”
“Hanno detto che era un signore distinto, in giacca e cravatta…e tu sei uscito poco prima di noi…e nessuno ti ha visto rientrare…” concluse Francesca affannata.
“Buon dio…no, sono rientrato subito, sono qui da mezz’ora!” Cercò di apparire tranquillo, ma davvero avrebbe potuto essere lui, questione di minuti, di attimi. E poi un pensiero attraversò fulmineo la sua mente. “C’era una BMW sportiva davanti al negozio? In doppia fila?”
“Eh si, si si, l’ho vista! In effetti ha anche intralciato l’arrivo dell’ambulanza…era proprio in mezzo!”
Un brivido freddo gli percorse tutta la schiena.
Rassicurò le ragazze che tornarono rincuorate alle loro postazioni. Mentre lui davanti al monitor continuava ad aggiornare il browser sulla pagina del quotidiano locale, quella dedicata alle notizie dell’ultim’ora. Finchè il trafiletto comparve.
“Rapina a mano armata in tabaccheria del centro, finita tragicamente. La vittima, Giulio Gabetti, 44 anni, era entrato per acquistare un pacchetto di sigarette.”

 

 

Non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte. Continuava a ripensare a Giulio, ma anche agli altri incidenti, quel lungo elenco di persone scomparse in maniera insolita, sconvolgendo la statistica dei decessi del luogo e pure la tranquillità cittadina. Rivide ad uno ad uno i loro volti e l’ultima occasione in cui li aveva incontrati. Non ci poteva giurare ovviamente, ma aveva la sensazione di averli salutati tutti lo stesso giorno del loro ultimo respiro.
Quand’era cominciato tutto? Non avrebbe saputo dire chi fosse il primo in ordine cronologico, ma la ricerca dell’inizio della catena di queste sventure gli portò alla memoria un’altra circostanza bizzarra.
Alla stazione della metro a Milano, un mese prima, una zingara accartocciata in un angolo si era particolarmente inalberata contro la sua mancata questua. “La morte ti segue” gli aveva annunciato funesta, un occhio nero come la pece, ed uno completamente bianco, assente. E si era affrettata al segno della croce cristiana.
Lì per lì l’aveva irrisa. “Come no! Basta che non mi sorpassi!”
Alla luce dei recenti eventi, quella frase suonava in tutt’altro modo. “La morte ti segue.”
Stava vaneggiando. Erano solo sciocchezze, coincidenze. Che senso aveva tutto questo altrimenti? Aveva bisogno di capire, di ragionare, con calma. E la notte, silenziosa e sepolcrale, certo non portava niente di buono, men che meno consiglio. Ingoiò due pastiglie di sonnifero, di quelle che il medico gli aveva prescritto per superare il divorzio. Si mise a letto, a fissare ostinatamente il soffitto e le sue elucubrazioni, finché il sonno farmaceutico non lo travolse.
Il mattino si prese permesso dal lavoro, con una scusa. E si recò in visita al cimitero, in cerca di smentite e rassicurazioni. Il brutto tempo della sera prima aveva lasciato un cielo pieno di nuvole ancora grigie di pioggia, così che questa volta parco e tumuli non dimostravano alcuna accoglienza. Anche trovarsi solo lui e il guardiano in questa distesa di anime a riposo gli restituiva un senso di precarietà e solitudine.
Davanti alle lapidi dell’ala nuova, cominciò a confrontare le date delle iscrizioni con la sua agenda di lavoro. Gino l’aveva visto proprio la stessa domenica. Appo, al secolo Antonio Brancaccio, era morto il mese scorso, al 22. Scorse le pagine e sì, il 22 lui era proprio andato a salutare i ragazzi al campetto, si era segnato l’appuntamento. Armando, il calzolaio, scomparso invece un sabato. Non aveva scritto nulla per quella giornata, ma quello poteva essere il sabato che aveva accompagnato suo padre al mercato rionale e di sicuro erano passati davanti al negozio di Armando. Qualche passo più in là, la foto di Virginia: come aveva detto sua madre, era morta proprio di martedì, quando a calendario aveva il permesso per portarla dal medico. Stefano era un corriere e spesso si trovavano nello stesso bar per il caffè del mattino, difficile dire se l’aveva incrociato anche quel giorno. Chissà cosa gli era successo… E la signora Anna? Abitava alla fine della via del quartiere di Angelo. Boh…s’imbattevano spesso la sera sul marciapiede quando lui metteva fuori i bidoni per la raccolta dei rifiuti e lei portava a passeggio il cane per l’ultima uscita.
Andò avanti così per un’ora, scorrendo date e impegni, ricordi e eventualità. Li conosceva proprio tutti, nemmeno un estraneo. E forse li aveva davvero salutati tutti, il loro ultimo giorno. Solo di cinque o sei non era certo, ma sentiva le probabilità quasi come certezze. La testa cominciò a girargli e la vista si fece sfocata. Si sedette nella panchina all’ombra di un austero cipresso.
“La morte ti segue.”
Forse era portatore sano di una pestilenza. Li aveva incrociati, magari toccati o sfiorati e trasmesso un qualcosa che nel giro di poche ore li aveva ammazzati. O attaccando direttamente il corpo, o minando le loro azioni e causando involontariamente gli infortuni di cui erano rimasti vittime. Appo scivolato sulle scale di casa e deceduto per aver battuto il cranio sullo spigolo dello scalino. Enzo annegato con l’auto nel canale, ma la cui autopsia aveva rivelato di essere prossimo ad un infarto.
Scosse la testa stizzito. Stronzate! E tutti gli altri che sopravvivevano alla sua presenza? Genitori, colleghi, segretarie, clienti, tutti quelli sul vagone del treno lo scorso venerdì, la gente in pizzeria sabato sera, il cameriere che aveva raccolto il suo piatto e il suo tovagliolo. Non poteva essere per semplice contatto.
Forse…inavvertitamente…aveva provato rabbia quando li aveva incrociati? O un sentimento di rancore, anche assopito, nei loro confronti per qualche vecchio screzio?
Oddio! Questo mese aveva visto anche lei! Si erano ritrovati in banca per sistemare la vendita della casa e la chiusura del mutuo. Non l’aveva più sentita da allora. E se le fosse successo qualcosa?
Estrasse dalla tasca interna il cellulare e selezionò in rubrica il suo nome, accompagnato da una delle poche foto che li ritraeva ancora felici. Noemi, sua moglie. Anzi, sua “ex” moglie. Avrebbe dovuto abituarsi a considerarla così, anche se gli costava parecchia fatica.
Dovette attendere otto squilli prima che gli rispondesse. “Che vuoi? Sono al lavoro.”
Nonostante il tono sgarbato, Angelo si sentiva sollevato. “Ciao, scusami…volevo sapere se era tutto a posto.”
“ A posto cosa?”
“…eh, si, i documenti…li hai poi controllati?” Certo non poteva spiegarle quella telefonata.
“Si, sono in regola. L’agenzia li ha già mandati avanti per la vendita. Si faranno sentire loro per il rogito.”
“Benissimo. Ti ringrazio. Buona giornata.” Dall’altra parte arrivò un clic senza calore. Era ancora viva e, nonostante tutti i guai che aveva passato, lui era contento. Il matrimonio gli era sgusciato dalle mani, senza nemmeno rendersene conto, troppo impegnato nel lavoro per condividere il resto di se stesso.
Per fortuna non le era accaduto nulla. Non se lo sarebbe mai perdonato.
…perchè lei no? Qual era dunque la differenza?

 

 

Dopo un pomeriggio poco proficuo al lavoro, con la mente impegnata in deduzioni tutt’altro che logiche, decise di mettersi alla prova. Lui e questa nuova capacità acquisita di regalare il sonno eterno.
Pensò ad una vittima sacrificale adeguata. Qualcuno con cui avesse un conto in sospeso, tale da incitare la sua volontà di giustizia, ma la cui mancanza non fosse un gran danno per la società. E per la sua coscienza già provata.
L’insegna, più che il nome, gli venne in mente subito. Si, non sarebbe stata una gran perdita. Anzi, il genere femminile avrebbe anche potuto essergli riconoscente!
Il Baio doveva la sua nomea di stallone purosangue alla facilità con cui passava da una donna all’altra, quasi sempre devotamente sposate, secondo lui “le migliori: niente impegno, niente stress, solo sesso”. In realtà qualche grattacapo glielo davano eccome. Si vociferava di discese improvvisate con le braghe in mano dai balconi delle amanti, all’arrivo di mariti armati di fucile da caccia. O di temerari inseguimenti di innamorate ferite lungo strade di campagna, dove l’avevano sorpreso in mezzo al grano alto in compagnia di fresche conquiste. E di sceneggiate in pubblica piazza tra queste austere signore, scambiate dai relativi consorti per futili litigi da parrucchiere. Che l’amante del Baio era sempre la moglie di qualcun altro, non certo la loro!
Pur essendo chiaramente conosciuto come un ballerino sciupafemmine fedifrago, ognuna di loro era convinta di essere l’unica che avrebbe potuto redimerlo. E ovviamente lui approfittava della loro sfortunata ingenuità. Altra canzone, altro giro di latino-americano, altro letto. Cambiava donne come cambiava i calzini il giorno dopo, via nel cesto della roba sporca. Una volta lavati, quelli di qualità diventavano resistenti al tempo, utilizzabili in qualunque occasione, comodi in ogni scarpa; altri perdevano in morbidezza ed elasticità e finivano come pezze da grasso in officina.
Perché il Baio era un meccanico, le mani le sapeva usare bene anche sui motori. Ma era parecchio costoso.
Le auto riparate tornavano troppo spesso da lui per qualche altro difetto intercorso. Le sue fatture, quando su richiesta le emetteva brontolando, rischiavano di diventare pressanti quanto le rate di un mutuo.
Il padre di Angelo aveva portato sempre lì la vecchia auto, finchè il figlio si era deciso a farla vedere a sue spese al reparto assistenza del concessionario ufficiale. Sotto i suoi occhi, il tecnico aveva sfilato un filtro olio intasato. “Questo non è mai stato cambiato, vede? Le viti sono ancora originali. E’ stato al massimo aspirato…e pure male. Il collega ha anche verificato che nemmeno il gas del condizionatore è stato ricaricato correttamente.” Lo guardava con aria dispiaciuta, ma ovviamente non era colpa sua. L’auto fu poi messa davvero a puntino e da allora, fatalità, non aveva più dato problemi di sorta.
Angelo passò all’officina prima di rincasare. Si presentò senza giacca e cravatta, con aria rilassata, nonostante l’intento che lo portava lì. Il Baio stava calando sul banco il motore appena tolto da un cofano aperto di una vecchia Golf, alquanto sciancata.
“Toh, guarda, guarda chi si vede…” esclamò sornione.
“Ciao, come va?”
“Bene, bene…è un periodo di vacche grasse!”
“Grandi affari, adesso che non c’è più la rottamazione statale?”
“Ah? Si, ma non parlavo di lavoro…ne ho una tra le mani che mi dà parecchie soddisfazioni…mi sfianca…aveva un sacco di arretrato dal fidanzato, si vede…”
Perchè il Baio non nascondeva mai i suoi traffici. Persino alle donne diceva subito “Non sono l’uomo giusto per te, ti farei solo del male”, innescando l’inevitabile sindrome da crocerossina.
“Sempre indaffarato, eh?” lo canzonò Angelo.
“Ma taci và! Se la Ludovica sapesse che sto lucidando un’altra carrozzeria…quella mi castra e lo butta a mare…Eh, io son comunista, mi piace condividere con tutte!”
Scoppiarono a ridere.
“Che ti serve? Non hai tutte auto aziendali, tu, col service già pagato?”
“Non è per me. E’ la vecchia carretta di mio padre. Che lui non mi dice niente, ma mia madre si è lamentata di strani rumori e che si sentono particolarmente le buche. Secondo me, le sospensioni sono andate.”
“Si, mi ricordo che non erano messe benissimo…e ti parlo di un annetto fa. Aveva anche le pastiglie dei freni delle anteriori da cambiare.”
“Su per giù, di che cifra parliamo?”
“Eh, mettendo su dei ricambi della casa, che non fanno mai grandi sconti…penso che siamo sui 600 euro per le quattro sospensioni. E le pastiglie te le cambio su quel conto, dai. Ti faccio bene.”
Già, pensò Angelo. Mi fa proprio bene. Lo stesso lavoro mi è costato esattamente 532 euro, fatturati e in garanzia del concessionario.
“Ok, e quando te la posso portare?”
“Settimana prossima ho già un cambio di un’Alfa da riparare, facciamo quella dopo.”
“Ok, perfetto! Ti saluto che devo scappare!” Angelo tenta di stringergli la mano, ma l’altro gli mostra di essere completamente sporco di grasso del motore che aveva ormai smontato sul banco.
Si assicurò allora di dargli almeno una pacca sulla spalla, sperando che quel contatto fosse sufficiente ad innescare la reazione mortale.
Ora doveva solo attendere.

 

 

Dormì sonni agitati. E il mattino successivo si precipitò all’edicola in cerca di notizie. Niente. Sfogliò vari quotidiani, ma nessun incidente era occorso.
Provò a chiamarlo in officina, ma non rispose nessuno per tutto il giorno. Il cellulare era staccato. Magari era impegnato in uno dei suoi tour de force sessuali, approfittando di qualche marito lontano da casa.
Dopo il lavoro passò nuovamente davanti la sua abitazione: il laboratorio al piano terra aveva già la serranda abbassata e l’appartamento sembrava chiuso per la notte. Forse era andato a ballare, era venerdì sera dopotutto ed uno come il Baio certo non lo passava sul divano!
Il week end divenne interminabile. Era chiaro che la prova non aveva funzionato. Eppure gli sembrava che gli elementi ci fossero tutti. Cosa mai poteva mancare?
Riconoscendosi al limite della pazzia, arrivò a mettere in una tabella tutte le variabili che gli venivano in mente, delle varie persone decedute nell’ultimo mese e del suo incontro con queste. O per lo meno, quel che ne ricordava. Contatto, distanza, compresenza di altre persone, fascia d’orario, salute della vittima, stato emotivo provato, tempo meteorologico. Ma non era riuscito a cavarne alcunché. Nessuna relazione apparente.
Preoccupato perché non conosceva davvero la fonte di quelle disgrazie, si recò a cena dai genitori la domenica sera.
“Hai una brutta cera. Stai bene?” gli chiese il padre alla porta.
“Si, sono solo un po’ stanco. Avrei bisogno di un po’ di ferie. Mamma?” La casa era stranamente vuota della sua presenza, nessun profumo dalla cucina, tavola ancora sgombra.
“E’ andata in chiesa anche stasera, ed è in ritardo, al solito. Siediti intanto. Toh, leggiti il giornale in pace, finché non arriva.”
Ed eccola lì, la faccia del Baio in prima pagina. La foto doveva essere presa direttamente dalla carta d’identità, perché decisamente ringiovanito rispetto a come l’aveva visto lui. Il titolo a caratteri cubitali era la notizia principale: “Morto schiacciato dal ponte sollevatore”.
L’avevano trovato quella mattina, dopo tre giorni, solo perché un cliente aveva bisogno dell’auto in consegna e si era presentato in officina addirittura con i carabinieri. Nessun’altro lo aveva cercato. Nessun parente, nessun amico, nessuna moglie, nessuna fidanzata, nemmeno una delle tante amanti.
Solo.
“Eh, hai visto? Che brutta fine…” Il padre scosse la testa. “Pare che abbia anche avuto una lunga agonia, prima di spirare, che il peso gli ha schiacciato le costole e mozzato il respiro, ma cuore e cervello han continuato per un po’…”
Cazzo, pensò Angelo, le ha pagate tutte in un sol colpo.
“Io comunque non ci credo a un incidente. Aveva troppi nemici in giro…tutti i cornuti del paese, per non parlare dei conti salati. E poi Sandro stamattina al bar m’ha anche detto che pare fosse un usuraio…”
“Pure!” esclamò il figlio.
In realtà stava pensando ad una cosa sola: aveva funzionato. Alla grande, anche! Dunque era davvero lui il responsabile, il seminatore di morte. A questo punto, non poteva aver dubbi. Le coincidenze non esistevano più. La Morte lo seguiva davvero, e lui la dispensava. Forse poteva aggiungere che la vittima doveva essere “sporca”. Ma chi, dopotutto, non aveva qualche scheletro nell’armadio? Chi poteva permettersi di scagliare la prima pietra senza peccato?

 

 

Il lunedì mattina vide una nuova luce, nonostante il cielo intriso di pioggia. Con una forza rinnovata, si vestì di tutto punto e chiese un appuntamento al gran capo in sede centrale. Dato che non si vedevano spesso ed Angelo era uno dei suoi commerciali di punta, gli era stato confermato subito.
Aveva deciso di puntare davvero in alto stavolta.
No, non stava agendo per mero interesse personale. E’ vero che sarebbe diventato sicuramente lui il nuovo amministratore delegato, ma avrebbe anche sistemato i casini in azienda. Avrebbe riassunto all’istante un paio di colleghi cacciati in malo modo, anche Carla, la segretaria del quinto piano. Gli mancava terribilmente ed era stanco di farsi scrupoli. Ora era divorziato, no?
Avrebbe ristabilito l’ordine delle cose.
Perché lui era partito dal basso, dieci anni di sudata gavetta. Niente tessera politica in tasca e niente matrimonio azionario di convenienza. Nessun patrimonio di famiglia da dilapidare.
Era ora di dare una scossa al sistema.
Pensava ardentemente questo, mentre entrava nel palazzo attraverso la pesante porta vetrata.

 

 

“Sei un’idiota!”
“Ma capo…”
“Ti rendi conto che è più di un mese che segui la persona sbagliata?”
All’angolo della via due loschi figuri litigavano a bassa voce. Il più giovane, nome in codice Morte, fingeva di leggere il giornale. Il suo superiore, detto Comando, ostentava una telefonata al cellulare.
“Capo, a Milano mi hai detto di ammazzare Faccia d’Angelo…e io gli sono stato appresso tutto il tempo. Ho pure rischiato di essere riconosciuto!”
“La Morte ti segue” gli aveva urlato dietro una vecchia megera in metro.
“Quello non è Faccia d’Angelo, cretino!”
“Ma ma ma si chiama Angelo…me l’hai indicato tu! Che che che ne so io…che si assomigliano pure!”
Tra le pagine del giornale, reggeva la foto segnaletica di Faccia d’Angelo. Da lontano sembrava proprio l’uomo che stava cacciando ostinatamente da un mese.
“ORA BASTA! Hai sbagliato troppe volte! Ti mando a Roma a sistemare un politico e mi ritrovo con una ragazzina stecchita per errore all’università. Ti spedisco a Venezia a immobilizzare un mafioso russo e mi fai saltare per aria due poveri turisti che passavano lì per caso. Non ci si può fidare di te! Un mese che bazzichi da queste parti, chissà quanti ti hanno notato. Magari pure lui!”
Osservò l’altro uomo attraversare la strada di fronte a loro e avvicinarsi alla lussuosa entrata alla base delle tre torri specchiate dell’edificio dirigenziale.
“Adesso ci penso io a risolvere la questione.” La voce risoluta di Comando non ammetteva scampo.
Chiuse la finta telefonata e con assoluta calma ripose il cellulare in tasca. Estrasse dal soprabito una pistola col silenziatore e fulmineo la puntò sicuro sull’obiettivo. Nessun rumore. Qualche frazione di secondo dopo il collega al suo fianco cadde riverso in avanti.
“Dovevo cambiare assistente molto tempo fa.”
Guardò nuovamente lo sconosciuto sparire all’interno dell’edificio e se ne andò scuotendo il capo, lasciando dietro di sé l’ultima delle morti inspiegabili.

 

(c) 2016 Barbara Businaro

 

Note:
Mai mettere di mezzo il diavolo in un racconto. Credo se la sia presa male, che non mi lasciava mai terminare…

La colonna sonora di questo testo è “Dangerous” dei Big Data. Qui vi riporto il video nella versione “pulita”, anche se io preferisco quello ufficiale, in versione “splatter” (la trovate sempre su YouTube, non andateci a stomaco pieno però!).

Uno scrittore dovrebbe essere in grado di scrivere qualunque cosa, senza porsi alcuna limitazione. Che poi gli riesca meglio lo sviluppo di alcune storie rispetto ad altre (un romanzo giallo piuttosto che un libro fantasy) dev’essere una questione di preferenza ed opportunità. Ma non di paura o convenienza. La creatività non deve avere freni.

E’ da questo principio che Silvia Algerino di Lettore Creativo, ospitando il “blog tour” di Michele Scarparo di Scrivere per caso, ci ha invitati a scrivere una versione del “Thriller Paratattico” andando oltre i nostri limiti e divieti inconsci. Del Thriller Paratattico ho già parlato in un precedente post, Piccole soddisfazioni in rosa, quando ho vinto la sfida della scrittura in versione romantica. Questa volta però non è stato affatto così semplice.

“I gatti non hanno nome, questo lo sanno tutti. Il problema è che senza un nome i gatti non rispondono, e perché mai dovremmo volere un animale che non viene quando lo si chiama?”
I gatti non hanno nome, di Rita Indiana, NNEditore

Non è vero.
Simba sapeva di essere Simba, eccome se lo sapeva. Sapeva anche di essere il nostro Sfigatto. Se chiamavo anche solo “micio” era lei che si voltava. Anche se il suo nome preferito era lo scuotimento assassino della scatola di croccantini. Lo recepiva per chilometri, ed arrivava a velocità che Usain Bolt risulterebbe una schiappa. Se però aveva già mangiato, potevi chiamarla per minuti e non si spostava di un millimetro, nemmeno da sotto il tuo naso. Ti guardava con l’occhio assonnato e menefreghista di chi ha già la pancia piena.

Otto chili di fusa e pelo morbido. Otto chili che ti graffiavano la schiena quando la tiravi giù da qualche posto impervio. Che a salire è facile, ma scendere è un’altra cosa. Otto chili di paciosa serenità, accoccolata tutte le sere sulle ginocchia del padrone, mirabolante ponte tra il divano e il tavolino del salotto. Il nostro personalissimo scaldotto ronfante.

Perché è lei che ci ha scelti.
Una mattina di primavera è comparsa in un angolo del giardino, timorosa, magrissima, patita, affamata.
Le lasciammo un piattino di latte tiepido fuori dalla porta e la tranquillità di cibarsi indisturbata.
Tornò l’indomani. Rimettemmo il piattino.
Dopo un paio di giorni si lasciò guardare a distanza. Probabilmente dormiva nascosta sotto la siepe.
Dopo una settimana si lasciò accarezzare dalla signora che le portava il latte.
“Non verrà mai in casa, starà solo in cortile. Niente bestie in casa!”
Alle prime piogge entrò dalla porta di servizio in cerca di riparo, “ma solo qui giù in lavanderia!”
Un giorno salì per le scale e arrivò in cucina per pranzo, “ma solo perché ci siamo noi e ci sente parlare!”
Poi venne a salutarmi alla scrivania, raggomitolandosi sulle mie gambe mentre io studiavo, “ma assolutamente non nelle camere!”
E nel giro di nemmeno un anno arrivò a dormire tutte le sere sopra il letto padronale.
Mettendosi in mezzo, come i bambini, e allungandosi, allungandosi, allungandosi da spostare gli astanti all’orlo del materasso.
E guai se mancava, quelli mica dormivano più! Capaci di aspettarla alzati quando tardava nei suoi vagabondaggi notturni.
“Eh, dove sei stata stronza? Ti pare l’ora di tornare a casa questa? Il coprifuoco ti metto!”
Sembravano sgridare i figli, parlavano col gatto.

Perché era il Quinto Elemento, parte integrante della famiglia.
Che sapeva anche come partecipare al sostentamento e all’economia domestica.
Di tanto in tanto compariva sull’uscio di casa con una tortora o un passerotto in bocca, la sua preda. Lasciava il corpo del reato in bella vista sul tappetino fuori, perché potessimo ammirare la sua bravura e la sua indipendenza.
Ed era bene riconoscerle subito il merito della caccia, altrimenti iniziava a dare fervide dimostrazioni di come aveva agguantato il bottino, sballonzolandolo in giro per il garage e seminando penne ovunque.
Con nostra somma disperazione.
“Hai la ciotola piena di croccantini, hai mangiato anche la scatoletta…cosa serviva farlo fuori, quel poveretto?!”
C’è stato un periodo in cui non volava nemmeno più una mosca a tiro di Simba.

Dev’essere stato lì che ha preso il vizio di uscire sul sottotetto in cerca di nidi freschi.
Nelle giornate di bel tempo, lasciavamo il balconcino della mansarda aperto e la porta socchiusa, perché circolasse aria.
Le prime volte dev’essere andata e tornata senza che ce ne accorgessimo. Un sabato si dev’essere addormentata al tepore del sole, mentre noi abbiamo chiuso tutto anzitempo. Stavamo per uscire fuori a cena, quando dalla strada abbiamo intravisto Simba sul tetto che ci miagolava disperata.
Non ci degnò di uno sguardo per due giorni. Era il suo modo di essere arrabbiata.

Sapeva anche come divertirsi e giocare con noi.
Le ore di pulizie erano le sue preferite, con le porte tutte aperte, le sedie sollevate e grandi spazi dove correre.
Era terrorizzata dal manico della scopa. Abbiamo subito capito cosa poteva aver patito prima di arrivare da noi.
Invece rincorreva il filo elettrico dell’aspirapolvere, mordicchiandolo, ignara del pericolo e compiaciuta delle nostre reazioni stizzite. E poi si metteva a giocare a nascondino per le scale ed i pianerottoli. Si acquattava per terra, col culo per aria e ti puntava fisso come per azzannarti. Se ti giravi per inseguirla, partiva a raffica a correre, saltava i gradini e non la trovavi più.
Una volta mi sono dimenticata di togliere il tappeto del mezzanino.
E’ arrivata lanciata, ha derapato col sedere in curva, il tappeto s’è ammucchiato, chiudendola dentro come una salsiccia e sbattendo sulla porta della camera chiusa in angolo.
Offesa, per quel giorno non ha più giocato.

Lavare i pavimenti con lei in circolazione era un’altra impresa. Le piaceva davvero riempire le mattonelle di fiorellini.
Appena finito di passare lo straccio, guardavi indietro ed era pieno di pecchette, una lunga scia tortuosa. Toccava chiuderla altrove e ricominciare.
Per lo stesso motivo, tenevamo un asciugamano pronto per le sue zampette nei giorni di pioggia.
“O dentro o fuori! Che piove!”
Pulite le sue scarpe morbide dal fango, mangiava un paio di croccantini, leccava un po’ d’acqua, si buttava a terra ai tuoi piedi rotolando per chiedere coccole. E tempo dieci minuti era di nuovo sotto la pioggia. Se al ritorno ti rifiutavi di farla entrare, cominciava col suo miagolio lamentoso strappalacrime. E finivi per aprirle e asciugarla daccapo.

Stiamo parlando di una gatta intelligente eh, mica la si fregava. Se il microonde non faceva ding, lei il latte non lo leccava.
Perché lo sapeva bene che senza il ding, il microonde non scaldava e le stavi solo rifilando un piattino di latte da frigo!
Però ci metteva tutto il gusto possibile quand’era tiepido. Sembrava il nonno che aspira il brodo dal cucchiaio, tanto sonoro era il suo impegno. Poi si voltava e ti guardava soddisfatta mentre si leccava le vibrisse una ad una.

Una gatta che sapeva anche come aprire le porte interne chiuse a maniglia.
Si alzava nelle zampe posteriori (l’abbiamo misurata in lunghezza: arrivava a un metro e dieci precisa), puntava le anteriori sull’impugnatura, abbassandola col suo peso, e tornava giù. Poi con una zampina la scostava per passare. Et voilà. Gatto fuggitivo.

Sapeva tutto! Orari, partenze e arrivi. E finché l’ultimo pischello non era entrato in casa, lei stava sull’uscio a far la guardia, con un occhio alla strada e le orecchie che distinguevano i rumori delle auto in lontananza.
Ho anche rischiato di portarmela in trasferta a Milano una volta. Stavo preparando il bagaglio, componendo il necessario ordinatamente sul letto. Il terrore che m’è preso quando ho visto la valigia ancora vuota trascinarsi da sola per la stanza…
Poi due occhi rosso laser tentarono di immobilizzarmi.

Perché aveva una curiosità morbosa per gli spazi angusti e chiusi. Scatoloni in primis.
Di tutte le forme e colori, lei ci si doveva intrufolare dentro, alla ricerca di un fantomatico tesoro.
Poteva passarci anche le giornate, sotto un cartone, spidocchiando la vita della casa dalle fessure.
Credo fosse il suo modo di ricercare l’improbabile cuccia dov’era nata, l’odore della sua mamma.

E sapeva sognare, Simba.
Nel silenzio dello studio, lei chiusa a riccio sul divano, si lamentava nel sonno. Oppure cominciava a leccare l’aria assaporando chissà quale prelibatezza. Se provavi a svegliarla, sembrava emergere da uno stato di ipnosi, si guardava attorno confusa. Poi ritornava a ronfare beata.

Non vederla girovagare per casa per tutto il giorno, era un chiaro segnale di marachella in atto.
Mentre facevamo il cambio stagione, gli armadi erano aperti in tutte le stanze e scambiavamo l’inverno con l’estate.
“Ma è tuo quel maglione lì in fondo, marrone chiaro-scuro sfumato?”
“Io non ho nessun maglione marrone…”
“Deve avere il collo col pelo…”
“Col pelo?…Simbaaaaaaa! Esci di lì subito!”
…ingrate! Ve li stavo scaldando tutti per indossarli questa sera!

A volte la curiosità la metteva in pericolo. Per non dire che ne combinava davvero di grosse.
Quando si ruppe la lavatrice, il tecnico arrivò e parcheggiò il Doblò con le ante aperte sul vialetto.
Simba non sembrava particolarmente interessata alla cosa. Di solito, con gli estranei in agguato, si rifugiava in qualche anfratto del giardino e ricompariva solo a territorio sgombro.
Perciò non ci preoccupammo della sua assenza.
A riparazione ultimata, chiuso il furgone, il tecnico saluta e riparte. Per inchiodare nemmeno dopo pochi metri.
“Signora, il gatto però glielo lascio…ne ho altri due a casa!”
Uscì sdegnata dalla portiera. Che non aveva trovato proprio niente di intrigante, lì dentro.

Sapeva sicuramente di far parte del nostro branco. Ed una volta ci ha presentato il suo fidanzato ufficiale.
Ha cominciato a miagolare forte dal giardino per chiamarci, come quando prendeva una biscia ma non si azzardava ad ammazzarla.
Siamo corse spaventate, ma nel bel mezzo del cortile c’era lei in compagnia di un gattone rosso striato, tale e quale a Romeo Aristogatti. Fecero un paio di passi, si scambiarono due annusate al muso e poi scapparono correndo.
Più chiaro di così!

Che di gatti ne ho visti e conosciuti tanti. Non so se sono lo specchio dei loro padroni, ma mica tutti sono intelligenti, dinamici, avventurieri e coccolosi come lo era lei. Dicono che è sbagliato umanizzare gli animali, che le bestie sono solo istinto di sopravvivenza.
Ma lei era molto più civile di tutti noi. Le mancava solo la parola.
E se avesse potuto parlare, avremmo anche scoperto perché è arrivata a casa con un grosso taglio sulla schiena, come se qualcuno l’avesse presa a badilate. E che cosa tempo dopo le aveva spaccato uno degli incisivi, che il veterinario dovette estrarre per evitare infezioni.
Ferite che difficilmente una gatta femmina si procura da sola.

E’ così che suo malgrado deve aver imparato a distinguere le persone. E gli atteggiamenti.
Sapeva quando uno di noi stava male, fisicamente. Per febbre, influenza o anche una semplice gastrite. Passava più tempo in casa a sorvegliare il malato. A distanza per evitare complicanze, ma c’era. Se invece si trattava di un po’ di sconforto, depressione o solo luna storta, si autoproclamava medicina. I suoi otto chili di pelo ti raggiungevano in qualsiasi spazio del tuo corpo le lasciassi libero di acciambellarsi. E poi attaccava il suo Landini al massimo.

Sapeva anche di essere in ritardo quella sera, per la cena. Chissà dove diamine aveva perso tempo.
Papà preoccupato chiedeva di te. E poi ti abbiamo vista per caso, lunga distesa in mezzo alla strada.
Uno stronzo ti è passato sopra, a ben più dei cinquanta all’ora del centro cittadino.
Solo Mamma ha avuto il coraggio di venirti a prendere, lei molto più stoica di tutti noi.
Ti ha seppellito in un angolo del giardino, sotto la cucina. Poi ci ha piantato un rododendro bellissimo, che fiorisce maestoso ad ogni primavera. Da lì puoi ascoltare tutte le nostre chiacchiere di pranzo e cena, come sempre.
Solo noi non possiamo più coccolarti.
Non ci sarà più un gatto con un nome come il tuo.
Meo

 

(c) 2016 Barbara Businaro

Note: 
Per chi non ne avesse confidenza, queste sono le “pecchette”

Impronte di gatto

 

E questa è Simba, un gatto da valigia.

Simba, un gatto in valigia

 

Un gatto che le somiglia molto in quanto a carattere è Simon’s Cat (trad. il gatto di Simon). Trovate le sue rocambolesche avventure nel suo canale YouTube.

Se c’è una cosa che non sopporto questa è la febbre, la peggior tragedia che mi possa capitare. Perchè la febbre mi ferma, mi costringe a letto immobile e mi svuota al contempo i pensieri. E un viaggiatore fermo e senza pensieri è perduto!

Non sopporto la sensazione di calore che mi ottenebra il cervello, la fatica non fatica che mi appesantisce gli occhi, i tremolii ed i brividi che mi costringono all’inerzia, i neuroni che stancamente rincorrono le parole semplici. Tra i mali di stagione è sicuramente il peggiore. Almeno il raffreddore esaurisce in uno starnuto. La febbre no, è subdola, è lenta, è tiranna. Anche se il tempo lo è di più.

 

Vecchio viaggiatore di panchine avatar Guest blogger: Vecchio viaggiatore di panchine
Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.

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Questo racconto è stato scritto “su commissione”. Durante un corso di comunicazione aziendale, organizzato in vari “challenge” focalizzati su diversi temi di crescita professionale, mi ritrovo a leggere: “Diventa uno storyteller! Inventa una storia di conflitto e postala sul wall di questo programma o inviala per mail alla redazione all’indirizzo xxxxxx. Trasformeremo la tua storia in una vignetta animata!”
Giuro che ho pensato ad uno scherzo dei colleghi (mancavano solo due settimane alla messa online di questo blog).
L’idea si è fatta trovare subito. Ho spedito il racconto al 4 dicembre, la risposta è stata immediata: “Ti avviseremo quando sarà pronto il tuo fumetto!” (Sono stata l’unica a partecipare? Ti piace vincere facile!)
Avevo messo in calendario la pubblicazione per il 6 gennaio, magari in concomitanza con il fumetto. Al 2 febbraio ho chiesto notizie e mi hanno detto che mancavano pochi giorni. Da allora il buio. Ho mandato altre tre mail e non ho più avuto risposta. Chiedere è lecito, rispondere dovrebbe essere cortesia. Che lezione ne trarreste voi?

Il tema è la gestione del conflitto all’interno delle relazioni, siano esse lavorative o personali, con il riconoscimento dei diversi stili negoziali: competitivo, di compromesso, accomodante, evitante o di rimando, collaborativo o di merito.
La contrapposizione tra questi diversi approcci riguarda l’importanza di soddisfare i nostri bisogni e/o interessi personali e la rilevanza di mantenere una buona relazione con la controparte.
Se il racconto è scritto bene, dovreste individuare tutti gli stili e capire cosa è andato storto per ognuno di essi.


 

COMPETITIVO vs COMPROMESSO

“Ciao Carlo. Ti chiamo per la festa di Simone. Si era pensato ad uno spettacolino hot privato per riscaldare la serata. Hai qualche minuto?” chiese Andrea.

L’ultima volta che si erano ritrovati per una pizza tra maschi, Simone aveva fatto a tutti la sorpresa di annunciare il suo imminente matrimonio con Elena, di lì a tre mesi. Nulla di avventato, erano già a buon punto con i preparativi, ma il futuro sposo non aveva dato peso ad avvisarli per tempo e si era presentato con gli inviti già stampati. Il pensiero istantaneo degli amici fu uno solo: organizzare in fretta l’addio al celibato!

Si scambiarono velocemente sguardi d’intesa ed sms sotto il tavolo. Il primo contatto doveva essere necessariamente con Carlo, il testimone già designato che quella sera non aveva potuto raggiungerli in pizzeria.

“Come ho detto a Francesco, mi sono informato per la spogliarellista che aveva contattato mio cugino due anni fa. Gli aveva fatto 150 euro ma non lavora più. Ne conosce un’altra, ma questa viaggia sui 300 euro.”

Dall’altra parte nessun commento, solo un rimestare di fogli. Andrea proseguì. “E poi c’è il problema del locale, perché ci devono fornire una sala appartata solo per noi. Si ha già un’idea di quanti saremo, più o meno?”

Gli rispose una voce asciutta. “Peccato, sarebbe stata una cosa piuttosto divertente, ma abbiamo davvero poco tempo per muoverci. Ci resta appena poco più di un mese ormai, con in mezzo anche il ponte di Pasqua, per cui io sarò assente.”

“Si, in effetti siamo un po’ tirati. Però ho saputo oggi che quel sabato c’è la Notte Bianca al lago, con i negozi dell’area pedonale aperti fino alle 3 e l’open disco fino al mattino. Potremmo sfruttare l’occasione! E fidati che le ballerine dell’Hollywood sono meglio della spogliarellista che ho visto nelle foto di mio cugino!”

“Sarebbe interessante anche questo…”

Il tono della voce era piuttosto freddo però, notò Andrea. Che entusiasmo!

“Beh, bisogna sentire cosa ne pensano gli altri. Francesco mi aveva anche chiesto di sentire per il dolce, qualcosa di scenografico, tipo una torta a forma di tette o un bel culo in tanga ricamato, per capirci. Se cerchi in rete, trovi degli esempi davvero incredibili. La pasticceria sotto il mio ufficio se le fa pagare dai 60 euro per una ventina di persone circa. Anche lì: dipende da quanti siamo e dove andiamo. Se ci spostiamo al lago, non ha senso che la prenda io qui. Conviene sentire un pasticcere di zona” concluse.

“Ovviamente” disse Carlo. “Ne parlo con Francesco questo sabato che andiamo a vedere per la giacca da camera. Ora scusa, ma devo proprio andare, sono un po’ impegnato”.

Andrea salutò e chiuse la telefonata un po’ perplesso. Una…giacca da camera?!

 

 

 

ACCOMODANTE vs COMPETITIVO

All’uscita dal negozio di abbigliamento maschile, dove avevano scelto un modello elegante di vestaglia in seta da regalare allo sposo, Carlo propose a Francesco di prendersi un caffè per esaminare proprio i vari punti della festa.

“Dunque” esordì subito “giusto ieri ho parlato con la cameriera di un locale qui vicino dove vado spesso a cenare con i colleghi dello studio. Un sabato sera al mese organizzano la serata Karaoke, io ci sono stato un paio di volte, conosco anche il deejay ed è piuttosto bravo a coinvolgere il pubblico. La ragazza mi ha confermato che a calendario hanno il karaoke proprio quel sabato dell’addio al celibato.”

“E dove si trova questo posto?” chiese Francesco incuriosito, non figurandosi Carlo intento a cantare con un microfono in mano.

“Nella nuova area commerciale, dove hanno appena aperto anche una palestra. Hai presente il parcheggio che si vede dalla strada statale? La birreria si trova sulla destra.”

“Uhm, non ci sono mai stato, ma ne ho sentito parlare.”

“E’ anche alquanto comoda da raggiungere, per gli invitati che non sono della zona” aggiunse Carlo. “Anche le cameriere credimi non sono affatto male. Pensavo di fare un dopocena lì, potremmo comperare qualche scherzo piccante per la serata, qualcosa da sexy shop, vestire Simone in maniera imbarazzante e farlo cantare – e bere – un bel po’. Direi che è una buona idea, no?” chiese molto sicuro di sé.

“Mi sembra ottima. Non siamo nemmeno troppo lontani da casa, visto che io il giorno dopo sono in turno in centro. C’è la maratona ed hanno chiesto rinforzi al nostro comando. Per gli scherzi, potremmo fare un salto in quel negozio di cinesi all’uscita della tangenziale, così non spendiamo eccessivamente.”

“Ti ha poi chiamato Andrea? Gli ho dato il tuo numero…aveva anche lui un paio di proposte…” domandò cauto Francesco.

“Si, l’ho sentito. L’idea della spogliarellista però è troppo impegnativa, non abbiamo tempo sufficiente per trovare il luogo adatto.”

Francesco annuì col capo, mentre mescolava lo zucchero nel caffè.

“Poi mi ha parlato della Notte Bianca al lago, ed ho guardato in internet un paio di discoteche. Ma sinceramente non ce lo vedo Simone in posti del genere. Ha sempre problemi con la fidanzata quando torniamo troppo tardi dalle nostre cene. E pure la madre lo aspetta alzato, non mi sembra opportuno tenerlo fuori fino al mattino.”

Francesco si ritrovò i suoi occhi puntati in attesa di conferma.

“Ah si si, hai ragione! Non è tipo da feste eccentriche. E tu conosci bene la famiglia e certo sai meglio di me come regolarsi. Per il lago io poi avrei problemi con l’organizzarmi, non conosco la strada e dovrei tornare indietro da solo prima, appunto perché sono in turno il giorno dopo…”

“Perfetto, allora facciamo come ho proposto io.”

“Non ci conviene sentire anche gli altri prima di decidere? Così…per sicurezza, ecco…”

“No, direi di no, perderemmo altro tempo inutilmente. Questa è già una buona soluzione” replicò Carlo in maniera perentoria.

“Senti…e per la torta? Proviamo qualche pasticceria qui come dice Andrea?”

“Meglio lasciar stare al momento. Io non ho tempo per seguire questa cosa. Ognuno si prenderà lì in birreria quello che vuole.”

Posò rumorosamente la tazzina nel piattino, evidentemente un po’ contrariato.

“Uhm, ok. Vediamo quello che riusciamo a fare. L’importante è passare una serata con lui, anche se tranquilla. Pure io sono limitato tra lavoro e casa…Se ce l’avesse comunicato almeno un mese prima, cavoli! Com’è possibile dimenticarsi di avvisare gli amici?!”

 

 

 

ACCOMODANTE vs RIMANDO

La sera stessa Francesco si preoccupò di telefonare ad Emanuele ed aggiornarlo sui preparativi in corso. Dall’altra parte giungeva il frastuono di un bambino piccolo che animava la casa e le grida disperate della madre che cercava di trattenerlo.

“Una serata karaoke? Ah si si, mi va bene, nessun problema…smettila Tetè, poggia giù il dinosauro senza sbatterlo per terra…dicevi?”

“Volevo sapere se vieni con noi il prossimo sabato a comperare qualcosa di goliardico per la serata…”

“No guarda sabato non posso, devo tenere io Mattia che Nicoletta lavora e i miei suoceri sono via per il week end. Ma comunque fate voi, mi va bene tutto, basta che mi dite quella sera dove trovarci e a che ora. E se non ho problemi ci sono di sicuro.”

Poi sussurrando fuori campo: “Vieni qui da papà…su, fai il bravo…”

“Il locale è il Rustigò, trovi anche la mappa in internet, hanno il sito loro. Per l’orario si pensava alle 22.”

“Ok perfetto.”

“Se ti dovesse venire in mente altro, non so, qualche scherzo da fargli, basta che mi scrivi anche una mail…”

“Beh, è il primo addio al celibato a cui partecipo…ma nel caso ti mando un sms” concluse.

“TETE’ PIANTALA!” urlò all’improvviso.

Non sentì nemmeno i saluti di Francesco. Il quale ricordò che effettivamente per il matrimonio di Emanuele non s’era preparato proprio nulla.

 

 

 

 

COMPROMESSO vs ACCOMODANTE

“Scusami se ti chiamo a quest’ora al lavoro, ma ho appena ricevuto una mail da Carlo, che non mi risponde al cellulare…E volevo capire: ma alla fine si è deciso di andare a ‘sto karaoke?” chiese Andrea.

“Si, è stata un’idea di Carlo…” rispose Francesco sulla difensiva.

“Mah…non sono particolarmente euforico per il karaoke, ma non è un po’ troppo ordinario per un evento come l’addio al celibato? Oltretutto il locale è a 15 chilometri da casa di Simone, ci potrà andare tutte le sere della sua vita per i prossimi 20 anni!” esclamò Andrea. “Ma ha chiesto lui di rimanere vicino? Dimmi che non ha il rientro a mezzanotte!”

“Che io sappia no. Andremo noi a prenderlo a casa, ma ci ha parlato Carlo direttamente, su questo.”

“Ma si sa in quanti partecipiamo a questa festa? Carlo si è fatto dare la lista degli amici da Simone per contattarli?”

“Veramente da quello che ho capito siamo solo noi cinque per la serata, siamo noi che la organizziamo. Non so se si aggiungeranno i suoi colleghi. E magari i fratelli di Elena. Non ne ho idea…”

“Scusami Francesco, è che non capisco. Siamo partiti da uno spettacolino di lap dance privè e siamo arrivati al karaoke. E non sappiamo nemmeno chi sono gli invitati, non abbiamo condiviso con loro idee, scherzi e preparazione…Non vorrei che poi Simone ci rimanesse male, ecco!” sbottò Andrea esasperato.

“Guarda, è anche la vita stessa di Simone che ti porta a fare qualcosa di non eccentrico…e poi con Carlo è difficile trattare…ho proposto di informarmi per la torta ed ha detto di lasciar perdere…Che ti posso dire? Io non vado ad insistere più di tanto. Per quel poco che lo conosco è diretto, non te le manda a dire!”

“Eh, mi rispondesse al telefono almeno! Si è eclissato da quando mi ha spedito quella mail! Ma della Notte Bianca che cosa ti ha detto? Che problemi ci sono in merito? Magari è qualcosa che possiamo risolvere insieme?”

“Mah…tra la serata al lago ed il karaoke all’inizio ho detto che la sua proposta mi sembrava più adeguata per noi cinque. Ora mi rendo conto che probabilmente la tua è migliore, come location se effettivamente siamo in tanti. Ma è difficile convincere Carlo, lo hai capito anche tu…e stiamo improvvisando tutto all’ultimo minuto!”

“Francesco, non è questione di proposta tua, mia, sua. Ma una volta avuta la lista dei partecipanti, si poteva sentire tutti e mettere in comune le forze. Più persone, più idee, più tempo. So di addii al celibato dove hanno organizzato il noleggio di un pullman con conducente fino alla Birreria Pedavena sulle Dolomiti o addirittura un intero week end con volo diretto a Barcellona all inclusive. Ma bisogna essere più collaborativi per queste cose!”

“Beh, ma noi non facciamo una festa così in grande! Non spendiamo cifre esorbitanti! Non credo nemmeno che Simone si aspetti una serata da vip! Chi vorrà partecipare lo farà spontaneamente, senza essere costretto. Poi il tempo è poco, ognuno ha i suoi impegni e non si può pretendere chissà cosa!” cerco di ribattere Francesco.

“…non è una questione di tempo, ma di criterio. Comunque, va bene, andiamo al karaoke. Non canterò eh, questo no, ve lo risparmio!” disse ridendo. “Se avete bisogno di altro, fatemelo sapere” concluse infine.

“Ok. Vedrai, Simone si divertirà un casino. Sarà comunque contento di stare con gli amici!”

 

 

 

TUTTI PERDONO. LO SPOSO

In auto con Carlo ed il cugino Fabio, Simone era un po’ agitato. Cosa lo aspettava? Sapeva che Andrea aveva partecipato alle feste più assurde, ne aveva raccontate di ogni colore delle sue malefatte e sicuramente si sarà impegnato anche in questa! Era preoccupato ed elettrizzato allo stesso tempo.

Si fermarono in un grande parcheggio poco illuminato, a nemmeno dieci minuti da casa. Lì c’erano le altre auto ad attenderli. Scesero tutti a salutarsi. Alla fine tra amici, colleghi di lavoro, cugini e pure zii erano pervenute una ventina di persone.

“Ecco lo sposo!”

“Allora? Inizia già a stringere il cappio?”

“Cos’hai combinato per sposarti così in corsa, eh?”

Dopo i convenevoli e le battute, Simone sempre più esaltato chiese “Bene…e adesso dove andiamo? Ci stringiamo e riduciamo le auto? Quanta strada c’è da fare?”

Carlo prontamente rispose “Ma siamo già qui, siamo arrivati!”

“Arrivati dove?!” Simone si guardò intorno ma c’era solo la vecchia sala da biliardo riconvertita a birreria dopo la ristrutturazione dell’edificio. Tutto il resto era chiuso e al buio.

“Lì dentro!” e gli indicò proprio quella.

Andrea era sufficientemente vicino allo sposo per intravedere un barlume di delusione passargli veloce in faccia. Dietro di lui, i suoi colleghi si scambiarono uno strano ghigno.

Carlo puntò imperterrito l’entrata del locale.

All’interno lo spazio era enorme e lo rendeva ancora terribilmente più vuoto. La barista poggiata al bancone guardava con aria annoiata la televisione proiettata a tutta parete. Due cameriere avevano appena terminato di preparare una lunga tavolata direttamente sotto il palco, davanti alla postazione del deejay. Questo stava sistemando gli ultimi collegamenti dell’impianto sonoro. Un altro paio di tavolini erano occupati da quelli che sembravano frequentatori abituali del luogo. In fondo, quattro persone stavano giocando alquanto silenziosamente la loro partita a biliardo ai tavoli verdi.

“Però! Hanno riservato tutto il locale per te, Simone!” esclamò uno dei suoi colleghi. Gli altri scoppiarono in una risata sguaiata.

Emanuele si avvicinò ad Andrea e senza farsi sentire dagli altri gli chiese “Ma che è sta storia? Perché siamo venuti in questo buco?”

L’amico si limitò ad alzare le spalle rassegnato. Non era riuscito in alcun modo a trovare una sistemazione migliore per la serata. Dopo quell’ultima mail un mese prima, Carlo l’aveva completamente ignorato.

Presero posto ed ordinarono da bere e qualche stuzzichino.

“Chi è il festeggiato stasera?” domandò il deejay dal microfono.

Tutti alzarono i boccali verso Simone.

Da una borsa piena di materiale vario, Francesco tirò fuori una maglietta fatta stampare per l’occasione, con davanti la scritta “Addio dolce vita!”, dietro “Simone. Lo Sposo” e tutte intorno le firme degli amici.

Nel frattempo furono distribuiti i libretti con i testi delle canzoni che erano disponibili per il karaoke e la lista da compilare con le richieste.

Il deejay partì con la prima base e scese dal palco per incoraggiare col microfono i cantanti improvvisati. Tra una canzone e l’altra, dalla borsa Francesco pescava qualche penitenza per il festeggiato ed ogni volta gli si allungava birra nel bicchiere.

Vicino a Emanuele, i fratelli di Elena, nonché futuri cognati, osservavano che il locale non si era ancora riempito. “Ma non viene nessuno in questo pub?”

“Beh, se il massimo è il karaoke, come dargli torto! E poi stasera è la Notte Bianca…saranno tutti al lago…e mi chiedo perché non siamo andati anche noi…”

Carlo consegnò poi a Simone un pacchetto regalo, che risultò essere la vestaglia da camera scelta insieme a Francesco, regalo ufficiale da parte di tutti gli amici.

“Uao…grazie ragazzi…è davvero troppo…non so quando avrò occasione di usarla, ma è davvero bella!”

Fabio prese da parte Carlo. “Conviene far portare la torta e lo spumante, prima che si ubriachi del tutto…”

“Non c’è nessuna torta. Ognuno può ordinare da listino quel che vuole” rispose stizzito l’altro.

“Niente dolce? Ma come mai? Cavolo, se me lo dicevate, me ne occupavo io! Mia morosa lavora in una pasticceria che fa anche corsi di cake design…per lei era un attimo prepararvela!”

Per fortuna dall’altra parte della tavolata, i colleghi intonarono la richiesta allo sposo “Di-scor-so! Di-scor-so! Di-scor-so!”

“Beh, sono contento che ci siate tutti…in fondo, l’importante è passare una serata divertente e simpatica insieme…” commentò un po’ mesto Simone.

Il suono del cellulare lo avvisò di un messaggio in arrivo. Era di Elena: “Qui è fantastico! Mi hanno organizzato una serata all’aperto in piscina termale, che per la notte bianca offre la pizza a mezzanotte e poi rimane aperta fino alle 3!! E tu? Come sta andando?”

 

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Avete mai provato a camminare nel parco, in una stradina cementata, in un giorno di pioggia appena schiarito? Le pozzanghere riflettono le nuvole ed i rami degli alberi che da lassù vi guardano. Se per un attimo guardate per terra vi sembrerà di attraversare il cielo. E’ una sensazione stranissima, di smarrimento dell’orizzonte, di caduta nell’infinito. Siete fermi eppure state volando.

Purtroppo vi verrà da cercare il riflesso più nitido e perfetto, come Narciso. E di conseguenza inzupparvi fino alle ginocchia camminando a testa in giù negli acquitrini più profondi. Attorniati da sguardi inconsapevoli e preoccupati per la vostra senescenza.

 

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La bava mi dà fastidio.
Mi riempie la bocca in continuazione, a conferma del mio appetito irrefrenabile.
Scende ai lati delle mie fauci, e scorre lenta ed appiccicosa sul mio pelo.
Se non la lascio uscire, la sua viscosità rischia di soffocarmi, anche se è solo una sensazione.
Ho provato a mandarla giù, ma a contatto con lo stomaco aumenta a dismisura la mia voracità.
E’ la parte più odiosa di questa seconda vita.
Sono stato un essere umano, ho vaghi ricordi di ciò. So ancora il mio nome per esempio. Sebastian.
Non so cosa sono.
Mi guardo spesso nel riflesso dell’acqua limpida del torrente per capirlo.
Assomiglio ad un lupo, o ad un cane vista la taglia più piccola ed il manto lievemente rossastro.
Ho prestato soccorso a uno di loro nel bosco, sembrava stare male.
In realtà stava fingendo, e quando mi sono avvicinato mi ha morso ferocemente, perché voleva mangiarmi.
Ero molto muscoloso come uomo, ero sempre sul monte a tagliar legna, e mi sono difeso.
L’ho scaraventato lontano con uno strattone.
Mi aveva preso al braccio, in profondità, avevo sentito i denti fino all’osso.
Era un dolore lancinante.
Eppure niente in confronto a ciò che ne seguì.
Il brivido infuocato correva veloce lungo tutti i miei muscoli ed alla fine mi prese anche la testa.
Come se centinaia di bocche mi stessero strappando la vita a brandelli, uno per uno.
E poi arrivò la fame.
Una fame imperante, assoluta, che guidava ogni mio pensiero e movimento.
E la bava, a ricordarmi l’urgenza di questo nuovo istinto.
L’altro era caduto a qualche metro da me. Si era ferito una zampa sbattendo contro i massi appuntiti al limitare della radura.
Sanguinava leggermente.
E questo mi fece impazzire.
Gli vidi il terrore negli occhi, perché ero come lui. Il gioco era cambiato e non ero io quello zoppicante.
E la mia fame si alimentava anche della sua paura.
Il mio stomaco si allargò in uno spasmo per prepararsi ad accogliere la preda.
E fu solo un attimo.
Lo stavo già divorando. Gli avevo strappato il cuore all’ultimo palpito ed il resto giaceva inerme ormai sotto il mio peso. Colsi il suo respiro finale azzannando i suoi polmoni ancora espansi. Ingurgitai le interiora in un solo boccone e poi passai alla massa muscolare. Non lasciavo indietro nemmeno le cartilagini. Il suo sangue mi forniva un’energia oscura, che dai nervi si dipanava lungo il corpo e smorzava la fame come acqua che scorre lenta sul fuoco.
Quando mi sono risvegliato ed ho ripreso il controllo dei miei pensieri, a terra c’erano solo ossa pulite. Null’altro.
E’ stato in quel momento che ho capito di essere condannato.

 

Dopo il primo periodo passato a vagabondare tra una vittima e l’altra, in un’esistenza inutile e assurda, decisi di farla finita.
Tentai di ammazzarmi in vari modi.
Provocando le ire funeste di un orso bruno, che però divenne facilmente il mio pasto, il più saporito e succoso che mi fosse mai capitato.
Gettandomi in corsa nel vuoto di uno strapiombo, per atterrare indenne decine di metri più in basso, ancor più rabbioso e affamato.
Cercando di ardere al fuoco delle sterpaglie accese dai contadini, ma le fiamme non mi bruciano e la fame rimane intatta.
Lasciandomi morire di stenti, rinchiuso in una grotta senza possibilità di cibo, ad ascoltare i crampi dello stomaco dilaniarmi la mente.
Ma c’è un punto oltre il quale la mia ingordigia prende il sopravvento ed in uno stato di incoscienza mi conduce alla preda più vicina.
Così che io non posso morire, anche volendo.
Eppure l’altro è morto, per causa mia.
La differenza è che ho avuto il tempo di diventare come lui.
Come se mi avesse passato il testimone, questa terribile punizione infinita.
Ho provato varie volte anche questo, scegliere un bersaglio sufficientemente robusto da resistermi e così trasformarlo.
Ogni volta spero che sia quella giusta, quella in cui finalmente trovare pace.
Anche se a danno di qualcun’altro, che proseguirà il castigo.
Ma finora non ho avuto fortuna.
Ho sempre concluso velocemente la cena.

 

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultima caccia. Il mio bisogno è diventato estremo.
Sono passato vicino al paese a valle stamattina presto, ed ho intravisto delle zucche sotto i portici, qualcuna già intagliata.
Ho ancora memoria della festa di Halloween, nella mia testa sento ancora l’emozione e lo spavento di quando mio padre mi raccontava storie fantastiche, di mostri e di spiriti, di orrori all’epoca solo immaginati.
Ora l’orrore sono io.
E questa sera mi preparo ad un grosso banchetto.
E’ già successo. So come muovermi.
Mi avvicino al villaggio, simulando di essere una bestia perduta e indifesa.
Mi sono lavato nel fiume gelido stamattina ed asciugato al sole da mezzodì fino all’ultimo raggio.
Così non sembro completamente selvaggio.
Mi confonderanno con un cane da caccia che ha smarrito il suo padrone.
E lasceranno che io li segua.
Quando troverò l’occasione, un vicolo buio in cui trascinarli lontano dall’abitato, mi allontanerò fingendo di vedere qualcosa.
Saranno loro a seguire me.
Nessuno si accorgerà di niente. Le loro urla saranno scambiate per burle.
Le case sono illuminate fiocamente alla luce delle lanterne dei davanzali.
Osservo i gruppetti vestiti in maniera stravagante gironzolare con i cestini per le stradine.
Dolcetto o scherzetto?
Questa sera qualche fortunato riceverà il mio.

 

Si avvicinano un paio di genitori che accompagnano la prole nella passeggiata.
I bambini li lascio stare. Sono protetti da qualcosa che mi tiene lontano.
Fortunatamente non posso fargli del male.
Gli adulti non hanno un buon sapore, il loro corpo sta invecchiando e la carne tende ad essere stopposa, il sangue stantio.
Gli adolescenti sono più succulenti.
I giovani uomini nel pieno dello sviluppo fisico, carichi di adrenalina e testosterone.
Le fanciulle che mi sorridono con gli occhi limpidi dell’innocenza non ancora perduta.
Camminando per la mia ricerca mi ritrovo di fronte alla Chiesa.
Mi chiedo quale Dio possa consentire la mia presenza.
E perché non ho un cacciatore naturale, nell’ordine perfetto delle cose.
Non c’è un senso in ciò che sono diventato.
E mi domando cosa posso aver commesso nella mia vita umana per meritare tanto.
Quale crimine? Quale crimine maggiore di quelli di cui mi sto rendendo artefice ora?

 

Sento gridolini eccitati provenire dalla strada di fronte.
Si fermano e mi guardano incuriositi. Poi mi fanno cenno con la mano di andare da loro.
Abbasso la coda ed il capo, in segno di timore, e mi avvicino a passo lento.
Più lento, non devo far trapelare la mia avidità.
Sono quattro.
Due maschi e due femmine.
Una delle ragazze allunga la mano e mi accarezza la testa.
Profumo di mughetto e zucca arrosta.
Un cuore guizzante pieno di promesse.
Una cena perfetta.
O forse, finalmente, la mia morte.

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Racconto per Halloween 2015.
Non vorrei spaventarvi, ma l’ho davvero scritto che avevo fame…

Questo è il mio parco, questa la mia panchina.
Le idee migliori mi vengono qui, col vento, con la pioggia, con la neve, ma sempre qui.
Non è granché bello a guardarlo: in alcuni punti manca l’erba, la stradina tortuosa che l’attraversa è rovinata dal gelo, le panchine sono consumate dal tempo e rovinate dai vandali, le piante cercano invano la luce in mezzo al cemento che le sovrasta.
Eppure è il mio parco e non vedo l’ora di tornarci ogni volta che posso. Nonostante tutto, c’è pace e serenità. Le auto sono sufficientemente lontane. L’unico rumore è quello dei bambini delle scuole elementari che giocano più in là, durante la pausa pranzo. Un dolce sottofondo.
Qui le persone sono un po’ più se stesse perché c’è quel silenzio che permette di ascoltarsi.
C’è la signora anziana in carrozzina in compagnia della badante che cerca di conversare con lei. C’è la ragazza che corre di fretta per la sua ora di jogging nell’unico pezzo verde rimasto in città, senza sentire il suono delle foglie, ma concentrata nelle sue cuffiette. C’è la baby sitter col passeggino ed il bambino che sorride curioso ai pallidi raggi di sole.
Oggi è una meravigliosa giornata, ma non sempre è così limpida. Eppure questo parco lo adoro anche quando non c’è nessuno, anche quando i suoi spogli rami grigi mi parlano dell’inverno, del freddo, della solitudine e della morte.
Sono pensieri bui, ma sono comunque pensieri e preferisco udire quelli che il fragore vuoto della frenata di un’auto.
Quel che mi piace di più è trovare una panchina, la mia panchina, e rifletterci su.
Anche chiacchierare al telefono mi sembrerebbe uno sgarbo.
Ci sono solo io, la mia penna, i miei appunti all’occasione, qualche passante curioso, qualche colombo affamato.

 

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Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.

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Nelle sue diverse attività, Mario ha la straordinaria capacità di trovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Questa notte stiamo per entrare nel museo più rinomato al mondo, il maestoso palazzo del Louvre.

Basato sul romanzo Il codice Da Vinci (The Da Vinci Code) di Dan Brown. Le descrizioni rispecchiano sia il testo del libro che le ambientazioni scelte per l’omonimo film del 2006. Ove discordanti, è stata data prevalenza al libro.


 

“Arretéz Pont Neuf. Arretéz Pont Neuf. Sortie a droite.”[1]
L’altoparlante annuncia la mia fermata della metro. Ripiego la copia del giornale e mi dirigo veloce verso l’uscita. Complice il bel tempo di questi giorni di aprile, la serata si sta animando delle coppiette che si riversano a passeggiare lungo il fiume e nei giardini appena illuminati.
Sono nella città più romantica del mondo, ma io sono da solo e sto andando al lavoro. Dovrei essere orgoglioso di quello che faccio, proteggere tutta quella meraviglia concentrata in un unico edificio, ma questa settimana mi tocca il turno di notte e non sono per niente tranquillo, dopo che l’altra sera mi sono sentito seguito.
Supero il vicolo e saluto con un cenno Armand del cafè all’angolo, impegnato a prendere le ordinazioni al tavolo. Pochi passi ed al negozio di souvenirs c’è Eléonore che dalla vetrina mi rivolge un gran sorriso. Una vera dea. Peccato che col mio francese stentato non riesco a farle un complimento decente, figuriamoci invitarla fuori a cena.
Più avanti incrocio lo sguardo di Lùc, che fa l’occhiolino in direzione di due turiste bionde che stanno osservando tra la sua merce delle borsette con la Tour Eiffél stampata. Gli sorrido complice in risposta.
Conosco tutti in questa via oramai, perché quando esco dall’ufficio mi fermo spesso, o dall’uno o dall’altro, a mangiare qualcosa e rilassarmi al placido gorgogliare della Senna.
Ma il mio preferito è il mini-crepes-panini-pizzas di Gaspard, per gli amici Gas. Lo scorgo indaffarato alla cassa, ma appena mi vede mi grida: “Bon traval, Mariò!”[2]
Tzè! Buon lavoro! E’ colpa sua se adesso mi sento poco sicuro in questa città.
Una sera stavo bevendo una birra nel suo locale all’uscita del turno e stavamo guardando insieme alla tv un documentario sul lato tenebroso della capitale. Un uomo giurava di aver nientemeno un poltergeist in casa, che faceva volare pericolosamente in aria gli oggetti prima di fracassarli sul pavimento, spaventando i presenti. Ero piuttosto scettico su quell’intervista, ma Gas fu molto bravo a convincermi.
“Eh, mon ami, Parigi è una città ricca di misteri. E di fantasmi. Qui hanno inventato la ghigliottina, non so se mi spiego…Non capisco come tu riesca a lavorare là dentro e non avere paura! Ovunque ti giri c’è una storia inspiegabile da raccontare: le serrature indiavolate di Notre Dame, la casa infestata di Pigalle, l’attraversa-muri di Montmatre, l’uomo rosso delle Tuileries…e Belphagor! Proprio tu non hai mai sentito parlare di Belphagor?”
Sapevo che era una serie televisiva degli anni ’60, esportata qualche anno dopo anche in America. Ma Gaspard quasi si offese e alzando il dito in aria minaccioso concluse: “No, no, no! La serie non ha inventato nulla di nuovo. Belphagor esiste! E qualcuno l’ha anche visto, ti dico!”
Il cicaleccio dell’attraversamento pedonale mi riporta al presente. Seguo gli altri pedoni e passo la strada.
Eccomi arrivato. Davanti a me, nella sua enorme maestosità che si staglia sul cielo al tramonto, il mio ufficio. Il Museé du Louvre.

 

 

 

 

Abitato per quasi quattro secoli dai re di Francia, il Louvre è oggi uno dei più grandi musei al mondo. Un palazzo che occupa circa 135 mila metri quadrati di superficie per 700 metri lungo la Senna e che espone solo 35 mila delle 300 mila opere d’arte a catalogo. Anche abitandoci per una settimana non si riuscirebbe a visitarlo tutto. E noi guardie siamo solo in 40 ogni notte a proteggerlo.
Per l’esattezza, a sorvegliare solo le entrate, neanche i ladri si presentassero bussando. Ammesso che riuscissero a toccare qualcosa, gli allarmi bloccherebbero tutti gli accessi all’istante e rimarrebbero chiusi come topi in gabbia.
Mi dirigo a sinistra dell’edificio, verso Jardin de l’Infante. Questa sera infatti sono di servizio nella prestigiosa Ala Denon. Si, si, stasera veglio su di lei, la donna più famosa di Francia, la mia prediletta, il sorriso più enigmatico della storia, La Gioconda di Leonardo.
Passo il mio badge elettronico ed il collega della portineria conferma la mia identità al sistema di riconoscimento. Dalla vetrata mi saluta appena con un cenno del capo e l’espressione mesta. Uhm, sempre allegri qui, cone me poi particolarmente visto che sono americano e la cosa non gli piace affatto.
Entro nella sala operativa per il cambio del turno di sorveglianza.
Nell’angolo intravedo Claude Grouard, una delle poche guardie scelte con porto d’armi, parlare animatamente con i colleghi. Chissà quale impresa titanica gli sta raccontando. Quanto si vanta. Ma vorrei proprio vedere con un ladro armato davanti cosa ha il coraggio di fare. Per fortuna col mio francese capisco solo la metà delle stronzate che dice.
Mentre gli altri si avviano in un giro di ricognizione delle sale assegnate, il collega della portineria mi chiama alla sua postazione.
“Mariò, sostituisci un attimo finché vado toilette?”
“Certamente”. Il suo inglese è migliore del mio francese.
“Ah, le directeur Saùniere est en attend de sa petite-fille”[3]
Lo guardo confuso. “Petite-fille?” chiedo.
“Oh, yes…his nephew”.
Il direttore attende suo nipote. Annuisco con il capo. Non l’ho mai visto, ma non credo ci saranno problemi di sorta. Quante visite può ricevere il dirigente di un museo a quest’ora?
Rimango solo nella stretta saletta vetrata. E nella penombra mi prende di nuovo quella sensazione, come se un paio di occhi mi fissassero alle spalle. Piano piano, senza far rumore, apro il cassetto ed estraggo la torcia che mi porto sempre appresso insieme al walkie-talkie. Attendo un attimo, ascoltando il silenzio della stanza dietro di me a orecchie tese. Trattengo il fiato. Poi all’improvviso, in uno scatto fulmineo, mi giro ed accendo la torcia.
Nulla. Tutto calmo. Sospiro. Mario se non la pianti vai fuori di matto con sta storia.
Rassegnato, mi accomodo meglio sulla sedia e ricomincio la lettura del giornale iniziata in metropolitana. Salto la parte di cronaca nera, che non è proprio il caso, e vado direttamente alle notizie sportive.
Ma questa volta sì un rumore dall’esterno mi fa sobbalzare.

 

 

 

 

Il portone è stato chiuso e qualcuno ha suonato all’entrata.
Guardo nel corridoio interno ma non c’è traccia del mio collega. Che faccio? Lo aspetto ancora qualche minuto?
Nel frattempo il campanello elettronico si fa insistente. Dev’essere una cosa urgente.
Guardo nel monitor della telecamera principale, ma distinguo solo una figura alta, con i capelli chiari. La lampada all’esterno dev’essersi fulminata perché fuori oramai è buio ma le immagini sono terribilmente scure. Posso provare ad accendere l’infrarosso e poi zoomare sulla persona. Mentre cerco alla tastiera la combinazione corretta, apro l’interfono per comunicare con il visitatore.
“Bonsoir, je peux vous aider?” chiedo cortese.
“Oui, je voudrais voir le conservateur.”[4]
Ecco, cerca proprio Saùniere. Riesco ad avvicinare l’immagine della telecamera sull’individuo, ma è troppo offuscata. Questo dev’essere la conversione all’infrarosso. Premo il tasto e…
Accidenti! Ho spento tutti i monitor! Oh merda, merda!
Mi affanno a premere bottoni qua e là, dò un colpetto agli schermi, controllo veloce i cavi, ma niente.
Non vedo più nulla e dalla vetrata non ho visuale all’esterno del portone.
E adesso?
Dall’altra parte giunge la voce dello sconosciuto: “Est-ce que quelqu’un est là?…is anyone there?”[5]
Oh, conosce anche l’inglese, con una buona pronuncia, proprio come il direttore. Probabilmente è proprio suo nipote. Mi affretto a chiedere: “Are you Saùniere’s nephew?”[6]
La risposta arriva con qualche secondo di ritardo.
“Oui, oui…I’m the nephew and he’s waiting me. I know the way.”[7]
Meno male, è lui. E non devo nemmeno accompagnarlo. Sarebbe un problema perché non posso lasciare la portineria vuota. Attivo l’apricancello automatico e lo lascio entrare.
Devo però sbrigarmi a sistemare i video prima che torni l’altra guardia, altrimenti sono cavoli. Ma esattamente cosa avevo premuto? Illumino con la torcia le piccole icone sulla tastiera, quando qualcuno entra nella sala a fianco.
“Mariò, je suis ici. Tu peux y aller.”[8]
Cristo, è qui. Quale sarà il bottone giusto? Ah ecco, forse questo simbolo di rettangolo con un sole all’interno. Pigio con forza e…
Fiuuuuu, i monitor tornano a funzionare all’istante. Appena in tempo. Lascio la sedia al collega, che mi guarda sospettoso, e con un cenno del capo mi avvio veloce verso il mio giro di perlustrazione delle sale.
Beh, meglio se prima vado a prendermi un caffè.
Dietro alle scale, una porta di servizio fa accedere alle macchinette automatiche riservate al personale. Ce ne sono parecchie disseminate per tutto il palazzo, per evitare che anche noi ci accalchiamo ai bar dell’interno aperti al pubblico.
Le lunghe finestre di questo sgabuzzino danno direttamente su Cour Carrèe e la vista dell’edificio quadrato immerso nell’ombra è spettrale. Scorgo delle luci vaganti dall’altra parte, di fronte a me. So benissimo che si tratta della torcia di un’altra guardia, ma mi dà comunque i brividi.
Di notte le sale del museo sono illuminate da luci rosse posizionate a livello pavimento, lasciando le opere d’arte all’oscurità per proteggerle dagli effetti dannosi della luce chiara.
Mi rivolgo al distributore automatico e…oh cavoli, non è possibile! Non ci posso credere!
Perché nessuno mi ha avvisato?

 

 

 

 

Un foglio bianco attaccato con lo scotch mi avvisa che la macchina è HORS SERVICE, fuori servizio.
Sbuffo. Tanto vale cominciare il giro di controllo dal primo piano, così mi fermo all’altra macchinetta nascosta dietro il Cafè Mollien, che tra l’altro utilizza un espresso arabica migliore.
Attraverso velocemente le sale delle antichità greche, cercando di non notare come le ombre delle statue sembrino seguirmi leste e bramose dietro la mia piccola luce portatile.
Raggiungo l’ascensore C per salire. Paradossalmente i locali elevatori sono le parti più illuminate del museo durante il turno di notte.
Appena le porte automatiche si riaprono davanti a me sono colpito dall’aria secca, quasi tagliente alle mie narici, che invade tutto il piano. Qui più che altrove i deumidificatori dell’impianto di climatizzazione del palazzo sono alla massima potenza, perché devono proteggere dall’azione corrosiva dell’anidride carbonica i grandi dipinti italiani per cui il Louvre è rinomato in tutto il mondo.
All’inizio ho fatto fatica ad abituarmi a questo ambiente, dovevo uscire fuori all’aperto spesso perché avevo la sensazione che mi mancasse l’ossigeno, oltre ad un mal di gola fastidioso. Il trucco sta che dopo il turno, quando torno a casa, uso lo spray nasale di acqua termale per neonati. Me l’ha insegnato proprio Saùniere, in una delle nostre conversazioni in inglese.
Mi piacciono le nostre chiacchierate, mi spiega sempre parecchie cose, soprattutto sull’arte. Mentre di me dice che le mie domande curiose lo divertono. Tipo chi diamine s’è inventato una piramide di vetro in mezzo al giardino e come cavolo fanno a pulire tutte quelle lastre, soprattutto quando nevica.
Mi dirigo a sinistra, passando per una serie di gallerie tutte collegate. Dal fondo del corridoio in marmo distinguo un mormorio di voci concitate. Nascosto sulla sinistra c’è l’ufficio del curatore. E questa sera di dev’essere una rumorosa riunione famigliare. Meglio stare alla larga. Lo saluterò all’uscita se ne avrò occasione.
Attraverso la Galleria d’Apollo, nel mio giro in senso orario dell’intera Ala Denon. I soffitti alti e bui di queste sale mi fanno rabbrividire. I musei sono meravigliosi di giorno, ma di notte sono lugubri, avvolti in una funerea penombra. Assomigliano ad enormi caverne da cui aspettarsi un improvviso volo di pipistrelli, come nei migliori film horror.
Cerco di focalizzare le immagini diurne di questi saloni, oramai impresse nella mia memoria, così da distrarre ed imbrogliare il mio subconscio. Funziona fino all’uscita del Salon Carrè, quando inevitabilmente il mio sguardo si fissa sul pavimento ai miei piedi illuminato dalla torcia.
Deglutisco. Riconosco questo parquet. Ci siamo. Ma stasera è davvero difficile passare di qui.

 

 

 

 

La Grande Galerie non è conosciuta in tutto il mondo solo per la sua straordinaria lunghezza di 450 metri, per l’ampiezza dei suoi soffitti vetrati che si aprono a volta sul cielo di Parigi o per gli inestimabili capolavori italiani che contiene. E’ famosa anche per il suo caratteristico pavimento in legno intarsiato, lunghi listelli di rovere disposti a spina di pesce in più file affiancate. Ai visitatori crea la fantastica illusione di fluttuare sospesi sopra lievi onde in movimento. E infatti io soffro il mal di mare a camminarci sopra.
Sospiro. Ho davvero bisogno di una dose di caffeina, ma devo almeno percorrere metà di questo tunnel prima di svoltare verso la stanza di servizio. Uhm…vado a destra o a sinistra?
Questa è una delle poche gallerie dove, per regolare l’afflusso di turisti, sono stati posizionati nel suo mezzo statue dell’epoca e qualche divanetto in stile, creando due sensi di marcia.
Se prendo la destra passo troppo vicino all’imbocco della sala 6, senza possibilità di reagire se qualcuno mi attacca da lì. A sinistra invece mi ritrovo ad attraversare in larghezza tutto il fondo per raggiungere la zona bar al lato opposto, esponendomi maggiormente come bersaglio.
…ma cosa sto dicendo?! Non c’è nessuno che mi aspetta e nessuno che mi segue. Piantala Pàtton! L’oscurità ti sta giocando brutti scherzi davvero!
In un moto d’orgoglio, mi avvio risoluto a percorrere il lungo cammino, senza troppo pensarci. Mi tengo il più possibile al centro, cercando di mimetizzarmi dietro gli ostacoli che trovo nel corridoio.
A metà strada scorgo l’entrata della Salle des Etats. Dovrei andare a verificare che sia tutto a posto, ma non ci tengo a vedere la Monna Lisa di notte. L’aura rossa che s’innalza dalle luci a terra le conferisce un aspetto sepolcrale, il suo delicato sorriso si trasforma in ghigno, tanto che mi aspetto salti fuori dalla cornice e mi insegua svolazzando.
No, dritto alla meta, verso il mio caffè.
Sono quasi arrivato in fondo quando all’improvviso sento qualcosa che mi blocca il passo, trattenendo il mio piede. Incespico rumorosamente e quasi mi trovo lungo disteso. Che cavolo è stato?
Nella concitazione mi cade la torcia. L’afferro veloce e comincio a correre, senza voltarmi indietro per vedere cosa, o chi, mi avesse bloccato. Col cuore sempre più martellante e la vista annebbiata piego a destra in direzione del bar. Gli ultimi metri li faccio scivolando con le scarpe sul marmo lucido. Supero le toilette e gli ascensori. Mi precipito alla maniglia del locale di servizio e mi ci fiondo dentro. Chiudo la porta e mi ci appoggio di peso, ascoltando ogni minimo rumore all’esterno.
Niente. Silenzio. L’unico a disturbare è il mio respiro affannoso.
Attendo che il mio battito cardiaco si calmi. Qui la stanza è illuminata dai neon dei distributori e mi sento più tranquillo. Cerco la chiavetta elettronica per avere il mio agognato espresso, quando non posso fare a meno di notare le mie scarpe.
Il nodo di una è sciolto ed il laccio è stato strappato.
Ecco cos’era!!
Ridendo di me stesso, infilo il token magnetico nel distributore, digito il mio codice di sblocco e sto per selezionare la bevanda, quando un bip sonoro mi interrompe.
Che vuol dire PIN errato?
Il display continua a lampeggiare la scritta imperterrito.
Ma cosa ho digitato? Oddio, è un po’ che non la uso, sono sere che offrono gli altri, ma non ricordo di aver cambiato il codice.
Riprovo: 0000, il più semplice, quello delle connessioni bluetooth. Niente, pin errato.
Forse è 1111, il default della mia sim telefonica? Macché, ancora non ci siamo.
Oh insomma! 1234? 4321? No, niente da fare.
Sbuffo. Ma è mai possibile che anche per un caffè ci vuole una password? Appoggio torcia e walkie-talkie sopra la macchina.
Concentriamoci. Non posso aver usato un codice complicato. Si, Saunière mi ha parlato per esempio della sequenza di Fibonacci, ma i primi quattro numeri non mi dicevano granché.
Magari ho messo il 7777, lo stesso del televisore? Digito speranzoso e…PIN ERROR nuovamente.
Aspetta, forse il codice del bancomat? 6106? Sei…uno…zero…sei…trattengo il fiato…luce verde!
Ah ecco, lo avevo messo per ricordarmelo meglio. Ottimo.
In un istante il profumo inebriante della miscela arabica invade lo stanzino. Mi appoggio al tavolino lì a fianco e finalmente sorseggio in pace il mio espresso. Adesso il turno sarà in discesa fino all’alba. Cos’altro può succedere ancora?

 

 

 

 

Dopo una mezz’ora di tranquillità, con un caffè lungo ed un altro rinforzato al ginseng, decido di terminare il mio giro. Apro la porta sicuro e mi dirigo sereno oltre il Cafè Mollien e le grandi scalinate ben illuminate dal traffico di Place du Carrousel e dalla luce della Pyramide che si intravede dalle alte finestre.
Attraverso le sontuose Red Rooms create da Napoleone III che ospitano i dipinti francesi del 18esimo secolo, con le pareti di vivido porpora contrastate dalle cornici dorate.
Lo so che mi stanno guardando. Gli eroici protagonisti della storia, immortalati in queste tele, mi fissano con aria indignata. Loro hanno guidato armate invincibili, governato su imponenti imperi, rovesciato ingiuste monarchie a suon di rivoluzioni, sacrificando sé stessi sull’altare della gloria. Ai loro occhi, io sono un miserabile che vive la sua semplice esistenza cullandosi nel benessere che ha solamente ereditato.
La mia autostima ne risente alquanto. Devo solo ricordarmi che in caso d’incendio anche un poveraccio come me può far la differenza.
All’uscita dell’ultima sala rossa, mi ritrovo di fronte un’assoluta meraviglia: in cima allo scalone di Lefuel si erge maestosa la Vittoria alata o Nike di Samotracia. Nike si, come quelli delle scarpe sportive che si sono ispirati a lei, dea della vittoria, come simbolo di forza, velocità e trionfo.
E sotto quelle vesti scosse dal vento, è terribilmente sexy. Un corpo perfetto.
Oltrepasso la gradinata per tornare nuovamente all’ascensore, quando nel lungo corridoio davanti a me scorgo il direttore correre affannosamente verso il Salon Carrè. Non l’ho mai visto così. Dev’essere successo qualcosa e forse mi sta cercando.
Preoccupato per lui, accelero il passo per raggiungerlo. Sono quasi arrivato all’entrata del salone, quando sento dei movimenti concitati anche dietro di me. Mi giro e nella penombra rossastra intravvedo una figura pallida, molto alta, avvolta in una veste chiara che mi sta inseguendo rapidamente, quasi librandosi in aria.
Cazzo, un fantasma! Allora esistono davvero! E pure Saunière stava scappando. Se è riuscito a spaventare lui!
Mentre mi precipito spedito all’interno della sala, sento lo spettro urlare in lontananza.
“Si fermi, tanto non ha scampo.” Riconosco all’istante l’accento. Sveglia Mario! E’ il tono dello sconosciuto che ho fatto entrare e che a quanto pare non è affatto il nipote del curatore. Che stupido sono stato. Devo avvisare subito gli altri!
Cerco alla mia cintura il walkie-talkie, ma non c’è. Ma che cavolo?! Dov’è finito?
Ricontrollo, ma non lo trovo.
Il distributore! L’ho lasciato là sopra. Ho preso la torcia ma mi sono dimenticato del walkie-talkie, merda!
Saunière nel frattempo deve aver raggiunto la Grande Galleria. Dietro di me sento avvicinarsi nitidi i passi dell’intruso. Afferro il cellulare in tasca, ma com’è ovvio non c’è campo. Solo scariche sulla linea. I sistemi di sicurezza del Louvre bloccano le onde GSM e UMTS, per quello ci dotano di una ricetrasmittente a breve raggio.
Cazzo, sta arrivando! Da solo non posso farcela. Devo trovare un nascondiglio subito e chiamare rinforzi.
A pochi metri, a fianco della piattaforma disabili, visualizzo una delle uscite d’emergenza. La apro facendo forza sul maniglione antipanico. Purtroppo non suona alcun allarme perché le porte interne non sono collegate all’impianto, solo quelle esterne.
La richiudo alle mie spalle.
Riprovo col telefonino, ma proprio non funziona. Porca puttana, cosa posso fare per chiedere aiuto?
Da qui potrei scendere a piedi al piano terra, ma ci metterei comunque troppo tempo a raggiungere la portineria e poi con i colleghi a tornare su.
Mi guardo affranto attorno in cerca di una soluzione istantanea. Pensa Pàtton, pensa…
Una porta esterna! Devo aprire una di quelle e far scattare io l’allarme in tutto il palazzo. E’ l’unico modo!
Qui dietro c’è una scala di servizio, anche se non illuminata. Scendo svelto i gradini quando la torcia prima lampeggia debole e poi si spegne. Cazzo, le batterie…
Mi fermo, la scuoto, provo ad accenderla nuovamente un paio di volte, ma non dà alcun segnale. Non è possibile! Proprio adesso!
Non ho tempo, devo comunque allertare le altre guardie. Avanzo a tentoni nel buio, un piede dopo l’altro, mantenendo lo stesso ritmo e le distanze degli scalini precedenti. Sono a metà della discesa quando improvvisamente si attivano tutte le sirene dell’edificio. Ma come…? Forse le ha attivate Saunière?
Distratto, incespico al buio e mi ritrovo a rotolare fino al pianterreno, dove sbatto la testa rovinosamente.
Provo a rialzarmi, ma avverto un forte giramento, un bagliore accecante e poi di nuovo è oscurità.

 

 

 

 

Dopo un tempo infinito, mi sveglio al suono di voci alterate e odore di disinfettante. Non riesco a muovermi e sento tutti i muscoli pesanti, inerti. A malapena riesco a riaprire gli occhi, la vista leggermente offuscata.
Sono adagiato su una barella a terra. Riconosco il soffitto dipinto a fresco di un ufficio a fianco della sala riunioni vicino alla portineria.
Dall’altra parte un uomo sta sbraitando furioso. “Allora, che cavolo è successo qui? Da dove è entrato?”
Nessuna risposta.
La stessa persona avanza verso di me, visibilmente arrabbiato. “Sono il capitano Bezu Fache della polizia giudiziaria. Mi sente? Cosa ha visto, figliolo, se lo ricorda?”
Un infermiere interviene a mia difesa. “Capitano, ha una commozione cerebrale, lo dobbiamo trasportare subito in ospedale. Dubito però che ricorderà qualcosa. Era molto agitato quando l’abbiamo trovato, delirava, ed ho dovuto somministrargli benzodiazepine…che purtroppo hanno l’effetto collaterale di cancellare la memoria breve”.
Il capitano impreca e se ne va.
In realtà ricordo tutto, ma proprio tutto.
Ho visto Belphagor! Il fantasma mi ha inseguito per tutta la sera nascosto nell’ombra, finché al momento opportuno mi ha buttato giù per le scale. Voleva sicuramente uccidermi!
Ma chi mi crederebbe?

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Note:
[1] Trad. Fermata Pont Neuf. Uscita a destra.
[2] Trad. Buon lavoro, Mario.
[3] Trad. Il direttore Saùniere sta aspettando sua nipote (al femminile).
[4] Trad. Buonasera, posso aiutarla? Si, vorrei vedere il curatore.
[5] Trad. C’è qualcuno là?
[6] Trad. E’ il nipote di Saùniere?
[7] Trad. Si, si, sono il nipote e mi sta aspettando. Conosco la strada.
[8] Trad. Mario, sono qui. Tu puoi andare.

 

Per concentrarmi e portarmi nell’atmosfera surreale del museo, durante la stesura ascoltavo sempre quest’opera:

 

Mappa del Louvre:

Il Louvre è uno dei pochi musei al mondo a non concedere un virtual tour nel proprio sito istituzionale. Non ci sono mai stata (nemmeno a Parigi se è per quello) ed è difficile trovare indicazioni sulla sua disposizione interna, probabilmente anche per questioni di sicurezza. Mi sono dovuta affidare a Google Street View ed alle foto dei turisti e ripercorrere quanto descritto da Dan Brown per decidere il percorso di Pàtton. Ecco il risultato.

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 1

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 2

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 3

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 4

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 5

Mi manca.
Quest’inverno che sembra non finire più, il freddo che ti penetra nei pensieri e ti costringe a riparare nei luoghi chiusi mi fanno sentire ancora di più l’astinenza.
Di quel giorno dell’anno, variabile a calendario, quando compare il primo sole caldo e finalmente cominci a pensarci, a rispolverarla.
E quando gli altri iniziano a spogliarsi, tu ti vesti.
Con un brivido d’eccitazione t’infili i jeans con le protezioni alle ginocchia. Ed incominci a soffrire.
Ma la sicurezza è tutto. Allora aggiungi sottocasco e collarino. E quei due chili di giubbotto, con le spalle e la schiena rigidi ai tuoi movimenti e le cinghie da stringere in ogni dove. Poi i calzettoni grossi per proteggerti dall’inflessibilità degli stivali alti, i tuoi piedi in cassaforte. Infine i guanti ed il casco, che mette a dura prova i cervicali assopiti dal letargo. Il tuo respiro affannato sulla mentoniera, la visiera che amplifica il tuo sguardo attento, i rumori attutiti che ti isolano dal mondo esterno.
E mentre ti senti un cavaliere bardato in procinto di andare alla guerra, gli altri ti osservano inorriditi e ti chiedono chi te lo fa fare.
E la prima volta dopo un lungo inverno, te lo domandi anche tu.
Perché non restarsene comodamente sdraiati sotto il caldo sole in relax o accontentarsi di una passeggiata rinfrescante al mare, invece di costringerti ad una sauna dentro l’armatura in cordura? Perché?
Perché lei ti attende in garage, la sua linea sinuosa promette piacere infinito alla tua cavalcata. E ti brillano gli occhi sul lucido della sua carrozzeria.
Perché accendi il motore e la senti ruggire lieve, ancora placida nel cavalletto. E questo già ti ricorda qualcosa.
Perché quando giri la manopola e dai gas, il suo borbottare si trasforma in un urlo tonante, la potenza di tutti i cavalli vibra sotto la tua mano. Un brivido ti percorre la schiena, elettrificando tutti i tuoi muscoli al suo richiamo.
Perché poi sali in sella e la porti fuori. Qualche metro a bassa velocità, lei risponde elegante al tuo comando. Ma le gomme vanno scaldate a dovere, bisogna sgranchirsi le gambe prima di iniziare a correre.
Diligentemente sopporti gli stop ed i semafori, il calore che si accumula su vestiti e capelli, il traffico urbano prima di raggiungere la strada giusta.
E poi eccola.
Lei, la prima curva della stagione.
Il motore è a regime, i pneumatici ben aderenti all’asfalto.
Acceleri. Il vento entra di colpo nel casco, come un elisir benefico.
Penetra nel giubbotto, negli stivali e nei jeans dalle caviglie, che quasi ti sembra d’esser poco vestito.
E vai giù in piega con lei, in un movimento perfetto che segue la linea bianca.
La stessa poesia di un amplesso.
Destra, sinistra, le altre si susseguono velocemente, rincorrendo il moto perpetuo.
Ma quella prima curva è unica, vale tutto lo sforzo.
Ecco, perché.

 

(c) 2015 Barbara Businaro