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diario di viaggio

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Ho cercato di rispondere alla domanda di getto, senza troppo rimuginare sulle parole ma lasciando proprio il cuore al comando della penna. Questo post partecipa infatti all’iniziativa #imieiprimipensieri lanciata da Chiara Solerio dal suo blog Appunti a Margine. Di cosa si tratta?

Scrivere i primi pensieri senza filtri, senza temere l’opinione dei lettori, liberandosi da aspettative, ansie da prestazione, giudizi limitanti, pudore o vergogna. Scrivere senza riguardi per la punteggiatura, i sinonimi, i refusi, gli accenti. Semplicemente scrivere quel che ci passa per la mente sul momento, errori compresi.
Queste le indicazioni per partecipare al gioco:

  1. Fissate un limite minimo di tempo o di parole e indicatele all’inizio del post.
  2. Evitate di rileggere e cancellare, sia durante sia dopo la stesura.
  3. Rinunciate a giudicarvi.
  4. Pubblicate il post sul blog, e osservate ciò che accade.

In teoria, questi erano i miei primi pensieri nel momento in cui ho preso la penna e il quadernetto degli appunti, però erano almeno quattro giorni che il mio cervello malefico si faceva dei gran discorsi su questa domanda, da quando aveva letto il post di Chiara e in seguito anche quello di Sandra Faè, che pure mi è piaciuto molto. Quindi ho il sospetto che in un angolino, il subconscio avesse già scritto una bozza e alla mia penna ha mandato direttamente il playback… 🙁

Da quando webnauta è online, il primo post del nuovo anno è dedicato alle tre parole da scegliere per tracciare la nuova rotta di navigazione, per il blog ma soprattutto per me. L’idea è nata al blogger Chris Brogan ancora nel gennaio 2006, quando ha capito che i buoni propositi di inizio anno durano solo la prima settimana e ha deciso di sostituirli con solo tre parole, semplici ma potenti.

Non devono essere tre parole a caso prese dal vocabolario, ma devono avere un significato particolare per noi, devono guidarci nelle scelte che faremo durante l’anno, incoraggiarci a perseguire i nostri obiettivi, guidarci attraverso le difficoltà che incontreremo.
Dovremmo scriverle su un foglio, condividerle ovunque, salvarle perché compaiano periodicamente nella nostra agenda o sullo smartphone ed utilizzarle in tutti i nostri processi decisionali. Ogni giorno.

Data la sua esperienza di ben 11 anni di parole-guida, Chris Brogan ci svela qualche trucco imparato su se stesso e la condivisione dei risultati ricevuta dagli altri che hanno partecipato all’iniziativa: potete scegliere anche due o quattro parole, ma tre danno il risultato migliore; potete utilizzare una frase, ma sprecherete l’energia in articoli e preposizioni; potete anche decidere di cambiare le parole a metà anno, ma chi l’ha fatto ha visto diminuire la loro efficienza; potete scegliere un acronimo che rappresenti le vostre parole, ma rischiate di contrarre anche gli effetti che esse avranno; potete ripetere le parole dello scorso anno, ma dovreste accontentarvi anche dello stesso risultato, ne siete davvero sicuri?

Per capire meglio come funziona, qui potete leggere le sue parole per il 2018 e pure per gli anni precedenti: My 3 Words for 2018

Le mie parole del 2017 sono state incredibilmente potenti. E dunque la scelta adesso si fa anche ardua.
Quali saranno le parole del 2018 per webnauta, ma soprattutto per me?

Ultimo giorno dell’anno, giorno in cui ci si guarda indietro, agli altri 364 già trascorsi, e si stilano bilanci, prospetti, qualche conto e un paio di considerazioni su quanto ci eravamo proposti un anno fa e siamo davvero riusciti a portare a termine.
Io mi volto verso le vecchie pagine del calendario, scorro la mia fedele Moleskine e non riesco a credere sia trascorso solo un anno! La sensazione netta che mi porto addosso è di aver concentrato in un unico anno quanto forse un decennio fa avrei potuto compiere in almeno tre anni di fila. Ma come ci sono riuscita?? Un giorno alla volta, credo.

Come per tutti i blogger poi, l’ultimo post dell’anno è dedicato alle statistiche. Anche chi dice di non guardarle mai, sa bene che sono quei numeri a determinare l’interesse per i contenuti pubblicati e la scelta dei nuovi articoli da scrivere, molto più dei commenti dei lettori in calce ad ogni post.
Perché non tutti gli utenti lasciano il loro commento. Magari preferiscono esprimersi sui social, o non scrivere un parere pubblico quanto dirtelo di persona, con un messaggio privato o una mail diretta, oppure rimanere nell’anonimato, ma sono i lettori a dare vita ad un blog. Altrimenti tanto varrebbe prendere un quadernetto e cominciare a scrivere in solitudine “Caro diario…”

Com’è andato webnauta nel 2017? Come dicevo per il compleanno e il cambio di styling, questo blog ha superato, e di molto, qualsiasi mia aspettativa. Già dai primi di marzo, Google Analytics ci mostrava un andamento incredibilmente crescente, sempre con un grafico a punte, dove ogni picco è l’uscita di un nuovo post, un nuovo battito nel tracciato cardiaco di questo blog.
Webnauta respira, ha un battito accelerato proprio come la sottoscritta, e cresce bene!
Non voglio però solo concentrarmi sui numeri, perchè la scrittura non è mera matematica, c’è molto di più. La scrittura è parte della nostra vita, che ci piaccia o meno.

Quando ho deciso di far partire questo blog, mi è sembrato naturale scegliere come sua data di battesimo la stessa del mio compleanno. Perché webnauta sono io e qui ci sono i miei appunti e le mie storie. Soprattutto era un regalo che stavo facendo a me stessa. Niente manie di grandezza o problemi di memoria.
Col senno di poi, lavorare tutto il weekend, quest’anno pure col lungo ponte pre-natalizio, saltare il tradizionale addobbo di casa dell’8 dicembre e fare nottata in migrazione del sito per farlo apparire nuovo proprio la mattina del tuo/suo compleanno… no, non è una gran furbata.

Pensare che questo appuntamento l’abbiamo studiato, organizzato, gestito fin da settembre, quando abbiamo anticipato lo spostamento dell’hosting (ne parlavo qui: (wo)men at work) che in realtà era previsto dopo lo sviluppo del nuovo tema grafico. Per dire quanto navighiamo a vista! 🙂
Perché webnauta ne aveva proprio bisogno. In due anni questo blog ha superato, e di molto, qualsiasi mia aspettativa. Non ha sbalordito solo voi, ha sorpreso anche me!

Vi ho già svelato come il mio racconto Note di carta sia finito a sorpresa dentro l’antologia Storie di carta, realizzata dal Consorzio Comieco come eccellente compendio finale al contest di scrittura #storiedicarta lanciato lo scorso maggio, con il quale sono state raccolte moltissime testimonianze dove la carta è protagonista della nostra vita, lettere, biglietti, documenti che non possono essere riciclati in quanto preziosissimi.
Se ve lo siete perso, potete leggere l’articolo qui: Riciclo tutto, anche le parole

Ci eravamo poi lasciati con un invito lo scorso 17 novembre alla presentazione del libro a BookCity Milano, presso la Kasa dei libri, con lo stesso Andrea Kerbaker che ha curato l’antologia ed il presidente di Comieco Piero Attoma.
Con uno slalom tra gli impegni lavorativi e una congiunzione astrale favorevole, sono riuscita a confermare la mia partecipazione e prenotare il viaggio in treno solo il mercoledì (giusto per non smentire la mia natura peaker…).
Complice di quest’avventura la mia fedele direttrice di crociera Daniela Bino di InfoSearch, giusto perché da un po’ volevamo gustarci una gita come i vecchi tempi.
Com’è andata?

Ho atteso un po’ di tempo per elaborare le emozioni, raccogliere le foto, e soprattutto confermarvi l’uscita in libreria dell’antologia! Potete richiedere Storie di carta al vostro libraio di fiducia o acquistarla negli shop online, come Ibs.it  o Amazon, disponibili in due settimane. Giusto giusto per Natale!

Si va bene, ma insomma, non tergiversare, com’è andata??
E’ andata che io sono persino capace di farmi pregare non una, ma ben due volte, da Andrea Kerbaker in persona a leggere il mio racconto in pubblico. Non una, ma due. Eh!

I miei lettori di lungo corso e quelli che mi seguono sui social sanno che sto leggendo i libri della saga Outlander della scrittrice americana Diana Gabaldon e in contemporanea guardando la serie tv Starz in onda in Italia su Sky FoxLife. Ne avevo scritto in uno dei miei primi articoli Quando si definisce “romanzo storico”? 
Già allora infatti era tornata accesa la discussione se il libro dovesse essere considerato storico, fantasy o romance. Ovvero per il pregiudizio dei lettori, condito con qualche facile cliché, che questo sia un testo più adatto alle casalinghe annoiate piuttosto che ad un pubblico eterogeneo.

In breve, la trama del primo libro di Outlander, in Italia tradotto con La straniera:

1945, Inverness, Scozia. Claire Randall, infermiera militare, è in viaggio con suo marito Frank, dopo la fine della guerra. Durante una passeggiata si ritrova all’interno di un cerchio di pietre druidico, che la trasporta indietro nel tempo, al 1743. S’imbatte nell’esercito inglese e in un gruppo di banditi scozzesi delle Highlands, dai quali viene rapita. Viene condotta al castello di Leoch, residenza del clan MacKenzie, e qui trattenuta, perchè reputata una spia. Per salvarla dagli inglesi, sarà costretta a diventare scozzese, sotto la protezione del clan, sposandosi con il giovane James Fraser. Lungo varie peripezie, un matrimonio combinato diventerà un amore più che ricambiato e Claire sceglierà di non tornare al presente, ma lottare per evitare la disastrosa battaglia di Culloden, fine dei clan scozzesi.

Non vado oltre con la trama, anche se in televisione siamo alla terza stagione (e stanno girando attualmente la quarta in Scozia), ma posso tornare sull’argomento con alcuni estratti del libro Il cerchio di pietre (il primo volume dell’americano Voyager; in Italia i libri originali, escluso il primo, sono stati spezzati in due volumi), dato che la stessa Diana si è divertita a rispondere ai lettori all’interno del testo.

E quanto mi sono divertita io quando sono arrivata a leggerla. Semplicemente l’adoro.

Sono una riciclona, lo ammetto.
Provengo da famiglie di origine contadina (i miei nonni, sia materni che paterni, erano coltivatori) che avevano patito anche la fame del dopoguerra, quindi sono stata abituata sin da subito a non buttare via niente, non solo in cucina. Se proprio si deve buttare, che sia il meno possibile.
Così bevo l’acqua del rubinetto (dopo aver fatto analizzare l’impianto), acquisto il latte sfuso e lo faccio bollire (ho lo stesso dischetto bollilatte di nonna Rina), utilizzo detersivi sfusi negli stessi contenitori di plastica da ben dieci anni, e se non li trovo sfusi uso la modalità ricarica, la carta stampata viene tenuta come brutta copia sul retro, le magliette lise diventano stracci per la manutenzione della moto, i vasetti di vetro lavati e sterilizzati ospitano le marmellate o diventano ottimi portacandeline natalizie con le vernici apposite, le latte del caffè ricoperte di carta adesiva colorata sono portaoggetti indistruttibili. Persino i bastoncini di polistirene della macchinetta del caffè diventano comodi segnapiante per l’orto.
Riciclo tutto, anche le parole.
Ed è per questo che sono finita dentro l’antologia “Storie di carta” realizzata dal Consorzio Comieco.

Qualcuno penserà che io stia parlando della saga Outlander di Diana Gabaldon (nella terza stagione della serie tv appena iniziata, Claire ritorna indietro nel tempo da Jamie dopo vent’anni dalla loro separazione sul campo di battaglia di Culloden).
Invece no, anche se sempre di un amore perduto si tratta. Che ho inseguito per vent’anni in tutte le librerie e mercatini dell’usato. E dopo vent’anni, siccome questa è la vita reale e non una serie romantica, oramai ti metti il cuore in pace. Non lo ritroverò più. Oh si certo: ci sono altri amori, nuove conoscenze, magari qualitativamente migliori, ma sai bene che non sarà mai la stessa cosa. Quando si sedimentano nella memoria diventano bellissimi, e diventa faticoso scalfirli.

Un po’ di nostalgia m’è venuta leggendo L’amore ritrovato di Marina Guarneri, che ha passato una bellissima estate col suo Alessandro, dopo ben trent’anni dal loro ultimo saluto.
Ricordo che anche lì tornai a cercare affannosamente in rete per qualche ora. Lo ritroverò? Basterebbe una foto! Solo una foto, accidenti, per riconoscerlo! Saran passati vent’anni, d’accordo, ma riuscirò pure a rintracciarlo da un particolare! Niente, nessuna traccia, nemmeno me lo fossi sognato.

Poi un giorno, per caso, dopo aver letto Intervista di fine estate di Darius Tred, che proprio non parlava di amori ma semmai di libri prestati e perduti, un colpo inaudito di fortuna: nella prima pagina della mia ricerca è comparso, proprio lui. Un’immagine sbiadita, distorta, non perfettamente a fuoco. Mi si è accesa la speranza!
Ma dopo vent’anni, realtà e ricordi combaciano ancora? La delusione è dietro l’angolo…

Ma da dove esce il nome webnauta? In questi due anni me l’hanno chiesto in molti. Nel senso letterale, è un astronauta della grande rete ma, nonostante non ci sia un’associazione immediata con la scrittura, non ho avuto il coraggio di lasciarlo andare. In fondo, il webnauta sono io, non c’è definizione che mi calzi meglio di questa.
Quando registrai questo dominio, il web non era certo così florido come lo conoscete ora. Eravamo in pochissimi, qualcuno per hobby, qualcuno per studio, a solcare su questo mare, le imbarcazioni erano modestissime e ancora poche le isole dove poter attraccare. Ma volevo che fosse il mio lavoro e come tale mi serviva un biglietto da visita, bello e funzionale, questa era l’idea. Occorreva un nome semplice da ricordare (i migliori, dicevano, sono i domini con soli 3 caratteri, le strutture di quei tempi non consentivano nemmeno la varietà di oggi), associabile all’esploratore di nuove frontiere tecnologiche. Sebbene ci fosse infinita scelta, quel nome non era facile da trovare.
Avevo poi da poco chiuso nel cassetto, con dispiacere, un altro progetto e volevo conservarne lo slancio.

Quello stesso cassetto l’ho riaperto pochi mesi fa, quando il mio amico Giancarlo Gianky Salinas mi chiede se può citarmi in una sua intervista per il blog Decadance . E lì è scattata la molla che tiene chiusi i ricordi, ed è stato un attimo accendere il computer e recuperare dai vecchissimi backup tutti i file di quel progetto.
Perché io, all’epoca, volevo fare la deejay… e [Radionauta] era una parte di me!

 

L’estate è finita. Anche se l’equinozio è fissato al prossimo venerdì 22 settembre, per me l’estate finisce al Gran Premio F1 di Monza.
Dopo quell’ultima domenica di motori ronzanti del primo pomeriggio sapevo che l’indomani sarebbe cominciata la tiritera del “finita la pacchia, adesso si torna a scuola!”, intervallando l’eccitazione per gli acquisti in cartoleria con la paura del nuovo anno, dei nuovi libri, dei nuovi compiti, della nuova pagella. Addio giochi (e libri) spensierati!
Ma io a lavorare ci vado tutti i giorni, ti ricordavano gli adulti.
E adesso che sono da un po’ nel fantastico mondo lavorativo potrei rispondere che, proprio come a scuola, anche qui c’è chi scalda solo la sedia.
Ancora oggi poi, quando vado al supermercato, mi aggiro con gli occhi a stellina tra le corsie del reparto scuola, che poi allestiscono proprio all’entrata del negozio e non mi occorre nemmeno la scusa per passarci attraverso. Mi ritrovo tutto comodamente a portata.
– Cosa hai preso?
– Un evidenziatore.
– Perché, non ne hai abbastanza a casa?
– Ma non di quel colore lìììììììì!
Quindi non è cambiato nulla.
Se non fosse che quest’anno il mio rientro è stato più traumatico del previsto e ho dovuto persino cambiare casa…