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Barbara Businaro

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Ebbene si, siamo giunti al gran finale di stagione!
Dopo ben tre mesi, il contest Racconti da spiaggia oggi si chiude e proclamiamo i vincitori sul podio. Non è stato affatto semplice, con ben 16 racconti in gara e tutti di ottimo livello: i nostri giudici Daniela, Alessandro, Simona e mozzo Federico, dopo una lunga battaglia senza esclusione di colpi (e stelline), sono faticosamente giunti ad un accordo.

“Si dai ragazzi, il cannone è scarico, tranquilli. Questa è la lista dei vincitori? Bravi, così mi piace.”

Al contest precedente, in occasione del primo compleanno del blog, i giudici avevano un solo premio da assegnare al racconto migliore, ma i testi pervenuti erano così buoni che all’ultimo minuto decidemmo di conferire delle menzioni speciali per il secondo e terzo classificato. Potete leggere qui come terminò quel contest: Un compleanno e un vincitore

Memori di quell’esperienza, questa volta abbiamo messo in palio tre premi distinti, impegnandoci anche per un primo premio in denaro, con una gift card libraria (nei limiti concessi dalla legge per non rientrare in una manifestazione a premi, che mi ci manca solo il Notaio da tenere a bada… quattro giudici sono più che sufficienti, garantisco! 😀 )
Tre premi per i tre mesi di apertura del contest, da giugno a settembre. Tre premi per dare l’occasione anche ai giovanissimi scrittori, in vacanza dalle scuole, di concorrere con un’attività divertente ma interessante. Tre premi che avrebbero dovuto facilitare il compito ai giudici, mettendoli d’accordo su almeno tre vincitori diversi, come i loro gusti.
E invece è stata durissima lo stesso.

“Ognuno di noi dovrebbe valutare il testo come valuterebbe un libro letto nella normalità della propria vita da lettore. Se tu prediligi una cosa diversa è giusto che valuti per quella cosa.”

“Per quello la giuria è plurima e variegata. Mi piace anche chi, con un racconto breve, ben scritto, ha lasciato un languore nel mio cuore. Non è mica sempre una questione di lunghezza.”

“Io propongo di dare le stelline, da 0 a 5, ai racconti che leggiamo, da sommare a quelle date dagli altri concorrenti.”

“E alla fine chiamiamo Alessandro Borghese. Ma ricordate: il suo voto potrà confermare o ribaltare il risultato…”

“No, no, devo essere più cerebrale. Se continuo così regalo stelline a tutti, chi per un motivo chi per un altro!”

“…ma volete anche il Golden Buzzer la prossima volta?!”

Quando si ha a che fare con un’enorme mole di dati, qualsiasi strumento ci consenta di semplificarli e dipanare la matassa è il benvenuto. Sia che si tratti di gestire le ricerche per la propria tesi di laurea o gli aspetti dell’ultimo progetto lavorativo da chiarire con il cliente, occorre qualcosa di evoluto rispetto alla struttura lineare di un semplice documento.
Per questo motivo si utilizzano anche a livello informatico le mappe mentali (anche se il termine corretto sarebbe solution map).

Anche senza accorgermene, ma spesso mi ritrovo a scrivere nei fogli i miei appunti proprio nel formato di mappe mentali: anche la mia to do list giornaliera segue lo schema di una mappa mentale, partendo dagli appuntamenti salienti, fino a terminare nel particolare e negli aspetti di poco conto, che potrei anche rimandare.

Per la facilità di memorizzazione, in quanto concentrato sull’aspetto visivo, le mappe mentali vengono anche sempre più impiegate in ambito scolastico. Aiutano molto gli alunni a chiarire i concetti per gradi e assimilarli più velocemente.
E conosco molti scrittori e blogger che preferiscono organizzare il loro materiale, definire i loro personaggi e la struttura della propria storia proprio con le mappe mentali, per avere sempre una visione d’insieme della direzione.

Vi presento quindi Coggle, uno strumento facile, intuitivo, coloratissimo e soprattutto gratuito! Le vostre mappe mentali online a portata di click!

Avevo appena terminato di leggere Come si diventa un venditore meraviglioso di Frank Bettger e all’ultima pagina, perché io arrivo proprio fino in fondo, trovo la scritta “Finito di stampare nel mese di ottobre 2007 per conto della Longanesi & C. dalla Grafica Veneta SpA di Trebaseleghe (PD)”.
Ancora loro, penso. Almeno la metà dei miei libri proviene da questa azienda e dalla mia provincia. Solo che io sono della zona a sud e non conosco l’area di Trebaseleghe. Chiedo ad amici, ma senza risultato. Eppure non deve passare inosservata con tutti i libri che sono marchiati del loro logo!

Decido di consultare Google (perché non l’ho fatto prima?!) e leggo cose strabilianti.
Se la casa editrice è dove dall’embrione dell’idea il romanzo segue un lungo percorso di gestazione, tra editor, correttori di bozze, marketing, grafici e designer, c’è un momento in cui il libro, in quanto oggetto vero e proprio, viene dato alla luce: la stampa.
Ed è proprio di questo che si occupano in Grafica Veneta, la nursery della narrativa.
Tanto per intenderci, dell’ultima cinquina del Premio Strega 2018, solo uno non è stato stampato in Grafica Veneta. Il presidente è scomparso di Bill Clinton e James Patterson, il thriller di questa estate, è stato stampato proprio qui.

Quando ho trovato la possibilità di richiedere una visita guidata all’interno dell’azienda, non ci ho pensato su e ho mandato subito la mia candidatura. I libri mi affascinano, non è un segreto, quale occasione migliore per scoprire da dove arriva la mia libreria?
Torna quindi un nuovo bollettino nautico nel nostro oceano di parole, per navigare informati nel mondo dei libri. Questa volta per raccontarvi passo passo come nascono i libri e cosa abbiamo visto io e il mio piccolo gruppo di avventurieri.
Perché un lettore informato è un lettore conquistato.

Quel che non sapevo è che questa storia ha a che fare con la magia!
Fabio Franceschi ha ereditato a soli 19 anni dal padre scomparso prematuramente la piccola azienda, sull’orlo del baratro fallimentare. Rimboccandosi le maniche e lavorando duramente sette giorni su sette, è riuscito a risollevarla e portarla in attivo. Nel 2001 Grafica Veneta aveva solo 8 dipendenti, realizzava una sessantina di titoli all’anno ma si affacciava la sfida del mercato globale.
Uno dei loro clienti più importanti era allora Salani, che acquistò i diritti di un certo maghetto inglese. Si, si, quello di Hogwarts. Era scontato che venisse stampata qui l’edizione italiana, ma non era affatto scontato ottenere la pubblicazione per tutte le edizioni europee. Il successo arrivò in punta di bacchetta, perché Grafica Veneta fu scelta in persona da J.K. Rowling proprio per gli alti profili qualitativi, in termini di velocità, segretezza e cura della stampa, nonché per l’impatto ambientale ridotto, con carta salva-foreste ed un impianto di produzione interamente carbon-free. L’ultimo capitolo della saga, l’ottavo libro, fu stampato in un padiglione esclusivo, blindato e controllato a vista da agenti di vigilanza. Il finale doveva arrivare intatto in libreria!
Vent’anni dopo, Grafica Veneta ancora ristampa e distribuisce Harry Potter in tutto il mondo e in tutte le lingue.

Ora capite la mia emozione all’ingresso in questo tempio sacro?
Non c’è solo il profumo della carta e la meraviglia di tecnologie all’avanguardia (sono pur sempre un informatico, ho le mie debolezze). Ma giurerei di aver visto volare il gufo Edvige. E forse tra le bobine di carta si aggiravano degli elfi domestici. Del resto là c’è il leone simbolo della casa Grifondoro, qui c’è il leone di San Marco. Non può essere un caso, vero mia cara Rowling?

Ma da un padiglione all’altro i dipendenti si manderanno mail… o strillettere?! 😀

Grafica Veneta - Uffici

Avevo deciso che avrei ucciso mio marito. Lo amavo troppo.
Oh, non ero gelosa e per la verità non me ne aveva nemmeno mai dato motivo: mai uno sguardo fuori posto verso le altre donne, nessun profumo sui suoi vestiti che non fosse esclusivamente il mio, mai un contrasto o un litigio che offuscasse la nostra vita coniugale.
Ero una moglie davvero fortunata, non avrei potuto trovare un marito migliore e così devoto.
Per questo avevo così paura di perderlo da un momento all’altro. Un incidente d’auto, una rapina finita male, una malattia improvvisa potevano rovinare il nostro dolce idillio e io come avrei potuto gestire tutto quel dolore? Così i miei giorni si consumavano nell’ansia, da quando lo vedevo partire al mattino verso il lavoro in città, a quando mi telefonava durante la pausa pranzo per rassicurarmi che tutto andava bene, a quando rientrava per cena la sera, lungo la tortuosa statale che lo riportava tra le mie braccia.
Vendeva polizze, sulla casa, sulla professione, sulla vita. I suoi clienti erano per lo più imprenditori e negozianti, che dovevano proteggere famiglie e aziende dagli imprevisti del futuro. Era molto bravo e potevamo condurre un’esistenza agiata: una villetta in collina, un’automobile ciascuno, una settimana sulla neve e quindici giorni di villeggiatura sulla costa ogni anno. Nessun lusso ma non ci mancava nulla, davvero.
Avrei anche potuto permettermi di non lavorare, ma avevo accettato di occuparmi della signora Cecilia Thompson, l’anziana vicina che abitava un paio di miglia più a nord sulla nostra stessa strada. Se il tempo lo consentiva la raggiungevo a piedi, tranne quando me ne andavo in paese a far provviste per entrambi. Sorda e ostinata non voleva saperne di vivere con i figli nella capitale. Io invece non riuscivo a immaginare la mia vita da vedova solitaria in questa zona sperduta. Non fosse stato per mio marito Alfred non ci sarei mai venuta.
Ma lo amavo troppo e questo era il nostro piccolo paradiso. E piuttosto che vivere in continua attesa di una catastrofe sul nostro amore, avrei stabilito io dove e quando ci saremmo detti addio. Ora dovevo solo decidere come lo avrei ucciso.

 

La nostra ultima giornata insieme iniziò normalmente con la colazione al primo mattino, anche se avevo preparato di buon ora il ciambellone alle more che gli piaceva tanto. Con tanto amore.
“Martha, è sublime come sempre!” esclamò tagliandosene un’altra fetta.
Sorrisi compiaciuta.
“Quest’oggi devo vedere il signor Pruit. Spero proprio di poter chiudere il contratto con lui. E’ una cifra considerevole in commissioni…” Guardava il soffitto perso nei propri calcoli.
“Sono certa che andrà bene” dissi.
“Se così sarà, verrai a pesca con me domenica?”
“No, ma ti preparerò un altro ciambellone da portarti appresso. Io ti aspetterò qui al ritorno.” Ci provava sempre, ma io proprio non capivo come gli uomini potessero passare ore immobili in attesa di un pesce.
“Non dimenticarti le tue pastiglie caro…”
Gliele porsi. “Ecco, tieni. Mentre queste sono le mie.”
Alfred aveva un lieve scompenso cardiaco, dovuto alla pressione alta, un difetto ereditato dal padre.
Al contrario io avevo bisogno delle vitamine e del ginseng per avere la forza di affrontare le mie paure e non finire immobile in poltrona a fissare il vuoto.
“Grazie tesoro!” Le ingoiò bevendo il succo d’arancia. Si alzò dalla sedia, prese sottobraccio il suo giornale del giorno prima e mi salutò con un bacio.
“Ci vediamo stasera.”
Lo avrei ricordato per sempre così.

 

Non è facile per una donna uccidere un uomo senza lasciare tracce, ancora meno il proprio marito, perché in questi casi il primo sospettato è lo stesso coniuge. Per questo non avevo tralasciato nessun dettaglio.
Recuperai il cellulare di mio marito dal cassetto dove l’avevo nascosto. Alfred non controlla mai la sua valigetta prima di uscire.
Poco dopo le nove, mi chiamò dal suo ufficio.
“Martha, ho di nuovo dimenticato il telefonino a casa, vero?”
“Si caro, l’ho appena trovato. E’ qui sul mobile in ingresso.”
“Scusami. Ti dispiace accenderlo e rispondere se qualcuno mi cerca? Io ti richiamo più tardi, appena ho terminato gli appuntamenti della mattinata.”
“Certo caro, non preoccuparti. Nel caso dico di cercarti in ufficio nel pomeriggio.”
“Ti adoro.”
“Anch’io.” Chiusi la conversazione sulla linea fissa e lascia il suo cellulare lì dove stava, spento. Non era il caso di informare il gestore della rete dei movimenti di mio marito quel giorno.
Presi la mia auto e mi recai giù in paese per qualche commissione. Pagai la bolletta della corrente elettrica per la signora Thompson all’ufficio postale e acquistai il pane fresco per entrambi. Quando passai davanti al negozio caccia e pesca di Jimmy mi venne in mente che stavo dimenticando l’elemento più importante.
Al banco non trovai il solito sorriso sornione di Jimmy, il poveretto stava passando tutto l’inverno a letto con un fastidioso problema all’anca. Ad accogliermi fu una giovane donna, sicuramente la sorella che aveva temporaneamente sospeso gli studi all’università per aiutarlo con gli affari.
Avevo sentito dire dal panettiere che da quando c’era lei le vendite erano addirittura triplicate. Cacciatori e pescatori non s’erano mai dati tanto da fare. Era in effetti molto più appariscente di come me l’aveva descritta Alfred…
“Buongiorno, cosa posso servirle?”
“Veleno” dissi dando sostanza ai miei pensieri. “Veleno per topi.”
“Dunque, di solito funziona bene questo…” Si spostò di due scaffali prendendo un barattolo. “Ecco.”
“No, questo l’abbiamo già provato senza risultato. Sono topi belli grossi” dissi con convinzione. “Ratti che stanno infestando la legnaia della mia vicina.”
“Uhm, non si potrebbe perché questo è davvero pericoloso… ma è il più potente che abbiamo.” Aprì un armadietto e ne estrasse una scatolina di latta. “Ne basta poco, deve usare guanti e mascherina, mi raccomando!”
“Certo, se ne occuperà mio marito nel fine settimana. Metta pure in conto a Alfred Wesson.”
La scatolina le cadde rumorosamente sul pavimento e si chinò per raccoglierla.
Quanto tornò in piedi, era arrossita in volto. “Mi scusi.”
Passò il codice a barre sul lettore per registrare l’acquisto.
“Così lei è la moglie di Alfred? Gli dica che sono arrivate le nuove esche, quelle che aveva ordinato.”
Mi consegnò la busta di carta con la merce.
“Certo, non mancherò.”
Magari dopo che sarà morto, pensai.

 

“Ciao Judy. Sei in ritardo oggi.”
La voce della signora Thompson giunse lamentosa dal salottino.
“Ciao mamma, un po’ di traffico.”
Non era una buona giornata quando mi scambiava per la figlia, ma avevo imparato che era inutile tentare di ricordarle chi ero. Molto più salutare per tutti recitare la parte. Se ne stava seduta sulla sua poltrona di fronte alla finestra, ancora in vestaglia. Passava lì quasi tutte le sue giornate. In rari casi mi chiedeva di accompagnarla a passeggiare nei dintorni. Doveva esserci un bel sole e l’aria tiepida, altrimenti non c’era modo di convincerla ad uscire.
“Sento il profumo del pane caldo.” Mi sorrise infantile.
Presi una pagnotta dal sacchetto e gliela misi in grembo. La aprì e iniziò a mangiarne solo la mollica, come i bambini. La felicità semplice negli occhi.
L’indomani si sarebbe lamentata di aver avuto solo croste per cena e me ne avrebbe data la colpa. Quando c’erano, le compravo solo morbidi panini al latte, i suoi preferiti. Le portavo anche della marmellata di lamponi, quest’anno era stata una stagione ricca per i nostri boschi e ne avevo preparata in gran quantità.
“Ho preso anche il veleno per i topi” dissi mentre le riordinavo la cucina.
“Quali topi?” parlò a bocca piena. “Non ci sono topi qui…”
“Nella legnaia.”
“Quale legnaia? Judy, noi non abbiamo una legnaia! Cosa ce ne faremmo di una legnaia qui in città, in pieno centro poi? Non essere ridicola!”
Ecco come si riduce una donna per amore. Sospirai e uscii per andare al capanno, per organizzare la dolce morte dei topi che prima o poi sarebbero arrivati in dispensa. Non era colpa sua, la signora Thompson non soffriva di demenza senile. Aveva perso la memoria logorandosi in attesa del marito. Era scappato con i soldi e un’altra donna, e lei preferiva non ricordarselo. Io invece volevo conservare intatti e immacolati i miei bei ricordi.
Proprio come la dispensa.

 

Stavo preparando il ripieno del mio celebre polpettone di pollo, con l’aggiunta del mio ingrediente segreto, quando suonò il telefono di casa. Corsi velocemente all’apparecchio all’ingresso per rispondere, sperando fosse Alfred. Era in ritardo di mezz’ora, forse un cliente l’aveva trattenuto più del dovuto.
“Ciao tesoro, com’è andata la tua giornata?”
“Abbastanza bene. La signora Thompson oggi era un po’ smemorata, così ho pranzato con lei, per assicurarmi non si dimenticasse anche di mangiare.”
“Hai fatto bene. C’è stata qualche chiamata al mio telefonino?”
“No caro, è rimasto muto per tutta la mattina. Ma ho l’impressione che ci sia poco segnale oggi. Magari il temporale dell’altra notte ha danneggiato nuovamente l’antenna della zona.” Osservai il cellulare ancora spento davanti a me. L’avrei acceso solo al suo rientro, quando avrei sentito l’auto giungere nel vialetto.
“Com’è andata col signor Pruit? Sei riuscito a convincerlo sull’assicurazione?”
“Purtroppo no.” Sospirò affranto prima di proseguire. “Vuole altro tempo per valutare le mie condizioni. E presumo anche altre polizze della concorrenza.”
“Mi spiace tanto caro. Se ti consola, sto preparando il tuo polpettone preferito per questa sera.”
“Oh, bontà di donna! Grazie, ne ho proprio bisogno. Ho un cerchio alla testa da stamattina. E quel tuo polpettone resuscita i morti.”
Questo non lo farà, pensai amaramente.
“Ti devo solo chiedere un favore: puoi rientrare prima? Oggi la caldaia non funziona bene, non riesco ad avere l’acqua calda. Sono andata a vedere il pannello, mi sembra tutto a posto, ma sai che non capisco nulla di queste cose. E l’ultima volta ho chiamato il tecnico per nulla, gli è bastato girare una manopola.”
“Certo cara, tanto pensavo anch’io di terminare un paio di pratiche e poi partire. Sono davvero stanco oggi.”
Lo salutai e tornai a preparare la cena. Tutto il resto era già pronto.
Quando rientrò dal lavoro, aveva l’aria visibilmente sconvolta, il viso contrito dal dolore fisico, ma non mi negò il solito sorriso e un bacio sulla guancia.
“Possiamo lasciare la caldaia per dopo? Ho una fame tremenda.”
Avevo già apparecchiato per noi due e il polpettone era in caldo nel forno, in attesa.
Lo portai in tavola e glielo affidai. Se ne porzionò una bella fetta dalla teglia e se la mise nel piatto. Si protese verso il mio posto, ma negai con il capo.
“Non mangi nulla tesoro?”
“No caro, ho un po’ di mal di stomaco stasera. Mangia pure tu. Io mi farò una tisana più tardi.”
“Oh, mi dispiace tanto. Ha un profumo così delizioso…”
Non resistette a lungo con la forchetta in aria. Gustò a lungo il primo boccone, ad occhi chiusi.
“Delizioso davvero…”

 

Era stata una faticaccia.
Sollevarlo e caricarlo sul carrello per le piante. Poi sollevarlo nuovamente e sederlo in auto, dal lato del passeggero.
Guidare all’imbrunire a luci spente, perché nessuno da lontano potesse vedere il bagliore attraverso il bosco.
E poi sollevarlo una terza volta, spostarlo sul sedile del guidatore.
Sedermici sopra, accendere l’auto e lasciarla andare lentamente ma senza controllo lungo la discesa, diretta verso il letto del torrente. Proprio come avevo visto fare in quel film del venerdì sera, non ricordo il titolo.
Giunta oramai in velocità sul ponte l’auto non fece fatica a rompere le vecchie barriere arrugginite. Avevamo chiesto più volte all’amministrazione di metterle in sicurezza, adesso se ne sarebbero convinti. Fu un bel tonfo in acqua, il fiume in quel periodo era in piena. L’auto proseguì la sua corsa sobbalzando tra le rocce, diretta a valle. L’ultimo viaggio del mio amore eterno.
Tornai indietro a piedi, senza nemmeno usare la torcia che mi ero portata appresso. Conoscevo così bene oramai la strada e una fioca luna apparve a illuminare il mio cammino.
A casa sistemai la tavola, il suo piatto divenne il mio, dove avevo mangiato quella sera in attesa di mio marito in ritardo.
Mi feci una doccia e mi cambiai completamente, per essere certa di non avere tracce di qualsiasi natura addosso.
Alle undici finalmente chiamai il vicino distretto di polizia. Casualmente mi rispose Walter, uno degli amici di pesca di Alfred.
Non dovetti fingere di essere agitata, perché in fondo lo ero davvero. Non capitava tutti i giorni di ammazzare il proprio marito.
Dissi solo che ero preoccupata, perché non era rientrato, aveva dimenticato il cellulare e non sapevo dove fosse.
“Martha, sono sicura non sia accaduto nulla di grave. Sai che noi dobbiamo attendere almeno ventiquattr’ore prima di far scattare l’allarme e le ricerche. Aspettiamo ancora qualche ora. Poi ti assicuro che esco personalmente a cercarlo.”
Richiamai alle tre e la mancanza di sonno mi fece apparire molto più che spaventata.
“Ok, chiamo un paio di ragazzi e andiamo a controllare la strada, fin giù all’ufficio dove lavora.”
Stavo sonnecchiando sul divano, senza realmente dormire, quando bussarono alla porta alle cinque del mattino.
“L’abbiamo trovato Martha.” Il suo sguardo severo e mortificato non aveva bisogno di spiegazioni.
Mi abbandonai al dolore, finalmente.

 

Tornarono l’indomani nel pomeriggio, per accompagnarmi in centrale per il riconoscimento del corpo.
Mentre stavo salendo gli scalini dell’entrata, mi passò accanto la sorella di Jimmy che stava uscendo e per un attimo mi fissò. Uno sguardo feroce, che non poteva però nascondere due occhi rossi quanto i miei.
Aveva pianto, molto e disperatamente. Mi chiesi per chi. Era forse successo qualcosa di brutto anche al fratello?
Sentii anche che portava il mio stesso profumo, quello speciale che Alfred aveva fatto confezionare per me. Non lo avevo spruzzato quella mattina, presa da mille pensieri per gli ultimi accadimenti. E ora lo distinguevo chiaramente anche se sapevo che era impossibile: quella fragranza era unica. Forse la stanchezza di quei giorni mi stava presentando il conto.
Mi fecero vedere Alfred, disteso in un lettino e coperto da un lenzuolo, solo per qualche secondo: il viso rivelava una serenità che non gli avevo mai visto in vita.
Davanti alla scrivania, l’ispettore mi fece poi qualche domanda.
“L’auto recuperata dal fiume non presenta segni di altra collisione se non con il parapetto del ponte. E sull’asfalto non ci sono segni di frenata. C’erano motivi che ti lasciano pensare ad un suicidio Martha? Aveva problemi col lavoro?”
“No, lo escluderei. Era stressato si, ma stava molto meglio da quando ci siamo trasferiti qui.”
“Problemi finanziari?”
“Non credo, no. So solo che aveva messo via del denaro per il nostro futuro, degli investimenti sicuri diceva. Ma non conosco i particolari. In banca comunque non siamo mai stati scoperti, che io sappia.”
“Problemi di salute? Stiamo cercando il suo medico di riferimento, ma è fuori città per un convegno.”
“Prendeva le pastiglie per la pressione alta, problemi cardiovascolari congeniti. Ma era sotto controllo per questo.”
“Beh, procederemo all’autopsia nei prossimi giorni, per accertare le cause effettive del decesso. Un malore alla guida o magari”, e mi guardò fisso negli occhi, “qualche sostanza letale nel sangue. Di questi tempi, non si può mai sapere.”
Non avrebbero trovato nessuna traccia di veleno. Solo un eccesso di eccitanti che avevano mandato in corto circuito il suo debole cuore. Le sue pastiglie le gettavo nello scarico del gabinetto, da mesi prendeva le mie, stessa dimensione e colore. Quel giorno poi avevo aggiunto qualcosina in più al ciambellone, con tanto amore. La gente ignora la potenza dei rimedi erboristici.

 

Stavo preparando le valigie per trasferirmi da mio fratello nell’assolato sud, quando suonarono alla porta.
Accostai le tendine per guardare di sotto. L’auto della polizia ferma davanti casa.
Aprii sperando di potermela cavare con qualche quisquilia burocratica dell’ultimo minuto.
Ma l’espressione dell’ispettore e del suo collega non promettevano nulla di buono.
Li feci accomodare in salotto, mentre gli preparavo un caffè e qualche pasticcino.
“Martha, verrò subito al punto” iniziò grave dopo aver poggiato la tazzina nuovamente sul tavolino.
“La morte di Alfred, così accidentale e prematura, ha destato qualche sospetto. In questi casi, non viene fatta l’autopsia solo al corpo, ma anche al veicolo. E la prima cosa che hanno notato i nostri è stato un vano contenitore sotto il sedile del guidatore, ben camuffato, a prima vista invisibile.”
Ricordai che l’auto di Alfred era uscita nuova nuova dal concessionario, quindi doveva averlo aggiunto lui, era piuttosto bravo nel bricolage. Ma ignoravo a cosa potesse servirgli e perché non me l’avesse detto. Forse l’aveva solo dimenticato.
“C’era un cellulare dentro, ancora acceso” continuò l’ispettore cercando di valutare la mia espressione. “Un secondo numero a lui intestato, attivo da circa sei mesi. Nessun messaggio, nessuna foto e il registro delle chiamate pulito. Ma la compagnia telefonica ci ha fornito i tabulati completi. E gli spostamenti, di cella in cella.”
Il mio cuore aveva smesso di battere.
“Presupponendo che il cellulare sia rimasto nello stesso luogo, cioè dentro l’auto per tutta la giornata, risultano il tragitto del mattino e vari percorsi in città, proprio nelle zone dei clienti che ha visto Alfred quel giorno. Ma risulta anche che lui è tornato qui, perché da questa cella ha inviato un messaggio a qualcuno, confermando di essere rientrato a casa prima e di non chiamarlo.”
Il mio cuore si stava sgretolando sotto i pesanti colpi della verità.
“Abbiamo sentito anche questa persona, ovviamente. Una storia che andava avanti da un po’. Le aveva promesso di divorziare e trasferirsi.” Si fermò per un istante ad osservarmi. “Hai qualcosa da dire in merito Martha?”
Rimasi in silenzio fissando i disegni del tappeto sotto i miei piedi.
“Capisco. Avrai modo di consultare un avvocato prima della deposizione. C’è un’altra cosa. Abbiamo ricostruito la vostra situazione finanziaria. Alfred aveva sottoscritto una bella polizza sulla vita, di cui tu sei l’unica beneficiaria.”
Si alzò in piedi. “Ma ovviamente non c’è alcun premio se la morte è avvenuta per omicidio.”
Mi aiutò ad alzarmi e ad infilarmi il soprabito.
Uscii accompagnata dal suo collega poliziotto, mentre l’ispettore chiudeva e sigillava la casa.
Mi accomodai poi sul sedile posteriore della volante, niente manette. Almeno per ora.
“Ti teniamo da noi al distretto per qualche giorno, così potrai partecipare al funerale di Alfred. Poi dovremo portarti in città, davanti al giudice per le indagini preliminari.” Mi guardò tramite lo specchietto retrovisore. “Qualche domanda?”
Sospirai rimirando il vuoto. “Chi è Alfred?”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

L’incipit di questa storia è nato circa un mese fa nel bel mezzo della lettura di “È ricca, la sposo e l’ammazzo”, antologia di racconti di Jack Ritchie pubblicata da Marcos y Marcos (dal racconto, che dà il titolo al libro, è stato tratto il famoso film con Elaine May e Walter Matthau, imperdibile!). Poi la trama si è sviluppata piano piano nella mia testa. Il finale è arrivato con la lettura di “La vittima dell’anno”, un’altra raccolta sempre di Jack Ritchie. Una vera scoperta questo autore (di cui ringrazio la scrittrice Sandra Faè 😉 ): i suoi racconti sono effervescenti, arguti, mai scontati, spesso con un piglio comico che te li fa apprezzare maggiormente. Spero che Marcos y Marcos ristampi anche le vecchie pubblicazioni, non le trovo nemmeno nei mercatini dell’usato.
Forse proprio per la sua influenza, mi sono figurata un’ambientazione di periferia americana, un po’ degli anni Sessanta, con le auto di quell’epoca, nonostante ci sia di mezzo un cellulare, innovazione dei nostri giorni. Ho cercato di smussare un po’ questa mia visione, ma non so se ci sono riuscita del tutto. La storia comanda, l’autore risponde.
E poi mi sono lasciata trasportare. L’ho scritto con amore, con tanto amore. 😉

 

Che ci crediate o meno, questo post è lì che ronza dentro la mia testa da maggio. Uno di quei tarli che scava dubbi e l’unica maniera per fargli smettere questo estenuante lavoro è scriverlo nero su bianco, fissarlo una volta per tutte sulla carta (in una pagina web in questo caso) per guardarlo dritto negli occhi e dirgli: “Adesso basta, parliamoci chiaro!”

Parte tutto da un articolo letto dalla newsletter della rivista americana Writer’s Digest: 5 Ways an Author Blog Could Kill Your Writing (and What to Do Instead) di P.S. Hoffman, un autore di fantascienza che ha un blog di consigli per scrittura (dunque contraddice pure se stesso), che gioca spesso con i titoli che iniziano con un numero come 5 modi, 7 segreti, 21 trucchi, 3 chiavi (che attirano più lettori, perché siamo maggiormente attirati da regole, elenchi, decaloghi e affini) e soprattutto sembra approfittare della sua omonimia con il defunto attore Philip Seymour Hoffman. O magari ne viene penalizzato, visto che da Google non riesco a trovare i suoi libri.

In questo suo post, Hoffman analizza 5 modi in cui il blog può uccidere la scrittura ed un unico motivo per cui si dovrebbe davvero tenere un blog e impegnarcisi assiduamente. In questi mesi l’ho letto e riletto, a volte mi pareva di essere completamente d’accordo con il suo punto di vista, altre ancora ribaltavo i suoi ragionamenti.
Anche perché pochi mesi prima avevo proprio scritto che un blog non è uno spreco di risorse, ma un capitale investito a lunghissimo termine, nel mio articolo Il valore del blog per lo scrittore. Mi stavo forse rimangiando tutte quelle parole?

Che tenere un blog di tipo autore richieda un certo impegno, soprattutto se si vogliono produrre contenuti di qualità e avviare un dialogo aperto con i lettori, piuttosto che dare spazio ai soliti argomenti triti e ritriti di scrittura creativa, questo è fuor di dubbio. Uno sforzo fisico che si sente sulle spalle, sulle cervicali e qualche mattina anche sulle occhiaie. 😀
Senza contare che se si vuole essere letti, un minimo di lavoro tra motori di ricerca e social media dev’essere fatto. Ed è sempre tempo che viene sottratto allo scrivere storie.
Ma possiamo davvero affermare che il blog uccida la scrittura stessa?

Non posso stare ferma, devo continuare a camminare anche se l’aria inizia a farsi calda e pesante. Il nemico è sulle mie tracce, potrebbe essere a pochi chilometri dietro di me. Oppure vicinissimo, nascosto tra le fronde di questo bosco impervio, in attesa del momento migliore per afferrarmi.
Aumento il passo, anche se il percorso inizia a salire e la fatica aumenta. I muscoli si tendono nello sforzo, il cuore accelera il suo battito sicuro, il respiro si fa più forte e riesco a tenere il ritmo senza problemi. Procedo spedita sempre più in alto, solitaria nel mio percorso ondivago tra le montagne, nessun aiuto vicino e niente rinforzi in caso di bisogno.
La frescura degli alberi che mi aveva coccolato fino a pochi minuti fa si trasforma in una terribile cappa d’umidità. Un rivolo di sudore scende lungo la mia schiena. I vestiti intrisi aderiscono alla mia pelle in maniera fastidiosa. Devo reintegrare i liquidi, se non voglio svenire per la disidratazione. Proseguo incessante la mia fuga, mentre bevo dalla mia fedele borraccia. Acqua fresca che entra in circolo nel mio corpo come una scarica d’energia supplementare.
Nelle orecchie l’eco di tamburi lontani, immaginari, che mi aiutano a incedere sicura lungo il cammino. Cerco di concentrarmi nell’andatura per non sprecare alcun movimento e resistere alla fatica più a lungo possibile, il tempo di mettermi in salvo.
E poi lo sento, un rumore netto alle mie spalle, qualcosa di metallico che mi avvisa del pericolo imminente. Correre, devo correre a più non posso. Ora, subito. Davanti a me si apre una vallata scoperta, in discesa certo, ma molto più rischiosa perché mi lascia completamente alla vista del mio inseguitore, ovunque si trovi.
Dall’altra parte della conca mi aspettano ancora rocce adamantine da scalare, o forse un rifugio temporaneo per nascondermi e riprendere fiato.
Mi lancio nella corsa come se non ci fosse un domani, perché potrebbe davvero non esserci. Quando lotti per la vita non ci sono scuse: devi chiamare all’appello tutte le energie, fisiche e mentali, mai vacillare nel dubbio, ma sempre avanti con tenacia e fede.
Man mano che la stanchezza aumenta, i pensieri si mescolano veloci in una completa entropia di immagini e suoni, cose che avrei voluto fare, cose che forse farò, cose che potrebbero cessare di esistere all’istante, fino a lasciare il cervello completamente sgombro, nel vuoto necessario alla sopravvivenza.
La vista si annebbia, le sagome intorno a me perdono i loro contorni distinti per assumere forme vaghe. Luci e ombre si intervallano in una sequenza indistinta. Forse sono già nel bardo (*) e la mia coscienza vaga nei ricordi di un’esistenza al limite. Nella mia prossima vita voglio essere un’aquila, per vedere il mondo dall’alto come è concesso a pochi esseri fortunati. Io in fondo non lo sono stata.
I polpacci imprecano pietà, diventando sempre più rigidi ad ogni falcata. Il cuore sembra voler esplodere dentro la cassa toracica, i polmoni sembrano ardere in un incendio che divampa in ogni fibra del mio corpo.
Avverto improvvisamente il terreno cedere sotto i miei piedi, come se la Terra si fermasse di colpo.
STACK.

 

“Di nuovo!! Non è possibile! Ma che diamine ha questo aggeggio?” Mi alzo dal tappeto in plastica morto sotto il mio peso, aggrappandomi alle sponde. Guardo il display muto e tento di rianimarlo pigiando dei tasti a caso. “Ci doveva essere un motivo per un tapis roulant scontato dell’80%… Non è stata proprio un’idea brillante. E’ la terza volta che fa saltare l’impianto elettrico! Venti minuti appena di corsa… Non avrò smaltito nemmeno la fetta di Clafoutis che mi sono concessa a pranzo! Maledizione!!”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

3650 battute spazi inclusi,
tutte le parole del contest Racconti da spiaggia presenti, anche le impreviste,
scritto in due ore
e potete anche dire che l’ho scritto con i piedi, mentre mi allenavo! 😀

 

(*)  Il bardo è lo stato della mente dopo la morte, è lo stadio intermedio, quando la coscienza viene separata dal corpo. Il bardo rappresenta lo stato tra la vita passata e quella futura. Nel bardo, la mente acquisisce un corpo mentale simile a quello del sogno ed ha il potere di raggiungere qualsiasi luogo, in qualsiasi momento senza alcun ostacolo. La durata massima dello stato del bardo è di 49 giorni, ma in qualsiasi momento la coscienza può assumere una nuova vita, in uno dei sei reami descritti nel Buddismo. Questo dipende dal karma delle vite passate e soprattutto da quello della vita precedente. La vita nel bardo è fatta di sofferenze, sia per la non accettazione della propria morte, sia per l’attaccamento a se stessi, alla famiglia, agli amici, ai propri averi, ecc.
Fonte: Tibetan Medicine Education center

 

Foto originale “Rise of the Tomb Raider: The Game I Need” di BagoGames
Creative Commons License Alcuni diritti sono riservati.

Sia che acquistiate nella libreria sotto casa, sia che comperiate i vostri libri online, sicuramente prima dell’acquisto tutti voi cercherete dei commenti degli altri lettori per orientarvi nella scelta.
Le recensioni non sono importanti solo per quello che dicono sulla qualità del libro, ma anche perché con la loro numerosità contribuiscono alla visibilità del titolo in classifica e nelle ricerche online. Per questo negli anni si è creato un mercato di acquisto di recensioni fasulle (leggi: False recensioni su Amazon: come funzionano e quanto pagano) E non si tratta solo di recensioni positive: spesso vengono contrattate anche valutazioni negative per boicottare il prodotto della concorrenza e far guadagnare posizioni in classifica al proprio titolo.

Torniamo quindi con un nuovo bollettino nautico del mondo dei libri, per Navigare Informati nel nostro oceano di parole, per capire come noi lettori possiamo difenderci da queste parole artificiose e riconoscere quelle genuine di cui davvero fidarci.
Ne è risultato un elenco di punti da considerare per verificare la bontà delle recensioni sui libri.

Molti di questi consigli li ho sperimentati personalmente nel sito d’opinioni Ciao.it, dove ho scritto per un decennio, finché non ha chiuso definitivamente lo scorso dicembre. In quella piattaforma, le opinioni venivano pagate in base alla valutazioni che gli altri utenti davano dell’opinione stessa: più era giudicata utile e pertinente, più cresceva il suo compenso. Le opinioni erano talvolta richieste dagli stessi produttori, con un compenso supplementare, mentre le esperienze negative di alcuni consumatori hanno consentito di portare in tribunale alcuni truffatori. Nonostante fosse chiaro si trattasse di opinioni pagate, il sistema all’inizio si manteneva in un giusto equilibrio. Poi l’esplosione della rete e dei social, l’abbassamento delle tariffe e la diminuzione dei controlli da parte dei gestori, ha premiato sempre più le recensioni fasulle. Aziende e consumatori veri se non sono andati, e il sito ha dovuto chiudere.

Personalmente per i libri mi fido maggiormente delle recensioni di Amazon, dove sono in funzione controlli serrati per combattere il mercato delle recensioni false, deleterie sia per i consumatori che per il sito stesso che rischia di perdere credibilità e acquirenti.
Anche le recensioni degli altri shop online di libri contengono per la maggior parte buone recensioni, anche se lì sono esclusi i titoli in self-publishing, ovvero quelli per cui le recensioni sono lo strumento indispensabile di diffusione.

Quello che proprio non considero è Goodreads, perché soprattutto in questi anni lo trovo molto vicino agli ultimi tempi di Ciao.it, quando regnava il caos, le recensioni veritiere venivano affossate da account non verificati e i toni erano degenerati in volgarità. Sto notando lo stesso comportamento su Goodreads: le recensioni dei lettori forti sono affossate dalle battaglie tra clan dei diversi scrittori esordienti, a suon di recensioni negative. Tutto questo a discapito del lettore vero.
Ci sarebbe anche aNobii, ma in seguito a problemi strutturali del sito, molti utenti l’hanno abbandonato.

Cerchiamo dunque di capire come difenderci da tutto questo e acquistare in serenità il libro che fa davvero per noi.
E se vi siete persi le precedenti puntate del bollettino, potete trovarle tutte qui: Navigare informati – rubrica per lettori
E se non volete perdere i prossimi appuntamenti, iscrivetevi alla newsletter.
Perché un lettore informato è un lettore conquistato.

E’ già passata una settimana, eppure l’emozione che mi porto addosso è così vivida che mi sembra solo ieri. Io tutta inzaccherata di blu, dalle scarpe ai capelli, con una felicità enorme nel cuore che arrivo insieme alle mie amiche, tutte arcobaleno, alla linea del traguardo. Che no, non può essere un traguardo normale, una striscia di stoffa rossa da tagliare o un fotofinish col lampo, è uno schiuma party pieno di gente! Correre immerse fino alla cintola, ma ne avevo anche in testa, di bagnoschiuma profumato e lasciarsi sparare addosso bolle di sapone. Ridendo come pazze.
Di che diamine sto parlando? Di una corsa non competitiva che viaggia ogni anno per le città e per i continenti, la Color Run.

Lo so, lo so: è estate, fa molto caldo, in alcune zone l’afa non dà tregua, le attività rallentano, qualcuno chiude addirittura tutto, molti vanno in vacanza, pure i blog tirano giù le serrande. E se proprio c’è qualcosa da leggere nell’orario della pennichella, vorreste che fosse qualcosa di fresco, giusto? Nessun articolo complesso che richieda particolare sforzo, mentale e fisico. Niente ragionamenti arzigogolati o teorie complicate da studiare. Soprattutto zero discussioni, che pure litigare aumenta la temperatura corporea.

Spero non mi odierete quindi se comincio a parlare di attività fisica e di sport all’aria aperta.
Ma io qui non la smetto di fare e disfare valigie!
Questo è proprio un anno strano, pare che io non riesca a stare ferma. Nemmeno il tempo di svuotare la memoria fotografica dei colori dell’isola d’Elba, che stavo già preparando il borsone con le mie Nike da running per correre sulla riviera romagnola. Una 5 chilometri sotto il sole di Riccione. Ma chi me lo fa fare?
Il My Peak Challenge!
E quei due occhi blu mare profondo del nostro coach… ma non divaghiamo! 😉
Ho citato spesso questo programma di allenamento e nutrizione, con una community mondiale il cui scopo è aiutare le persone a raggiungere uno stile di vita più sano e contemporaneamente sostenere le attività di ricerca sulle leucemie, ma non ho mai avuto l’occasione di parlarne nello specifico.
Dato che molti mi chiedono di cosa si tratta a livello pratico, ho deciso di sedermi un momento e raccontarvi questa magnifica avventura.
Di più. Una bella famiglia sparsa per tutto il mondo.

Quando qualcuno tre mesi fa ha proposto l’isola d’Elba come meta per le ferie estive, mi sono morsicata la lingua e ho trattenuto al massimo l’entusiasmo. Primo perché fiuuuu, anche per quest’anno niente aereo, evvai! e nel frattempo chissà che qualcuno s’inventi il teletrasporto o il raggio traente. Secondo perché l’Elba è un’isola, isola significa terra completamente contornata dal mare, trecentosessanta gradi di spiagge e acqua cristallina (non quella discarica a cielo aperto a cui siamo abituati noi dell’Adriatico…) Mare, mare e ancora mare!!
Terzo, last but not least, io conosco qualcuno all’Elba, qualcuno di cui ho appena letto un bel libro d’esordio e che non ho potuto incontrare al Salone del Libro di Torino. Quale occasione migliore per vedersi e scambiare dal vivo due parole? Che sì, il web aiuta ad accorciare le distanze, ma vuoi mettere la soddisfazione di un sorriso e un abbraccio in real time?
Così me ne sono stata zitta zitta.
Se mi fossi dimostrata troppo euforica, il sospetto che io trami qualcosa (“Ebbbbasta con stò blog!! Moéghea!”) avrebbe fatto subito cambiare destinazione. Il fattore sorpresa è determinante per i piani ben riusciti. “Si, l’Elba non è male. C’è solo il problema del traghetto…”

Quel che è successo poi potrebbe diventare il monologo più comico di tutte le stagioni di Zelig.
Perché arrivi alla prima rotonda di Piombino con ben tre ore di anticipo sulla partenza, quindi in tempo per il pranzo e per le operazioni di routine dell’imbarco, quando ti smistano alla banchina del porto per le varie destinazioni. Ma l’ora del pranzo se ne va in un’interminabile coda a passo d’uomo, durante la quale l’auto davanti a te rimane scarica di batteria e che fai? Non gli dai una mano, dato che alla vicina pompa di benzina della Esso non hanno nemmeno un cavolo di jump starter e solo tu – donna fessa che non sai guidare, stai a casa a fare la calza – ti porti sempre a bordo i cavi? Abbiamo saltato il pranzo, ci siamo sporcati di grasso ma abbiamo dato una mano, che un giorno la batteria scarica potrebbe essere la mia.

Pensi che il karma girerà, che una buona azione verrà ricompensata. Arrivi al molo, ancora in tempo, e ti senti dire che “il traghetto per Cavo non c’è, dovete prendere quello per Portoferraio”. Come non c’è? “Guasto. Ma non si preoccupi, per Portoferraio sono solo 20 minuti di navigazione in più.” Certo, dall’altra parte dell’isola però.
Pazienza. Pazienza che si è prolungata per ben 4 ore, pazienza che già lunedì è diventata un reclamo ufficiale alla Moby Lines, in quanto la linea Piombino-Cavo è stata soppressa ancora una settimana prima senza avvisare i clienti in arrivo. E il Regolamento Europeo 1177/2010 prevede il rimborso del 50% del biglietto (comunque gli Elbani consigliano Blue Navy, poche corse giornaliere ma almeno loro gli orari li rispettano).
Nonostante tutto sono parecchio malleabile quando sono in ferie, e quindi la butto in ridere. “Ma la Moby la stanno varando adesso a Genova? Sarà mica che gli è arrivato giù un aggiornamento di Windows al computer in plancia?!” 😀
Poi c’è il mare lì di fronte a me, l’acqua blu, ma blublu! Cos’altro può succedere ancora?!

Carabinieri. Paletta.
Libretto, il mio. Patente, la sua. Controllo di routine.
Il carabiniere torna però al finestrino con uno strano sorriso, soprattutto rivolto a me. E non credo ci stia provando.
“Quanto vi trattenete?” Siamo appena arrivati…
“Ma lei lo sa di avere la patente scaduta?” Ecco perché rideva nella mia direzione, perché già sa il supplizio che dovrò portarmi per i prossimi sette giorni.
Lo spatentato lo posso dare in pasto ai pescecani? No, nel Tirreno non ci sono i pescecani, peccato.
Una settimana da Ambrogio, in un’isola piena di curve, un’ora per percorrere 25 chilometri. Che karma!!

In realtà me la sono goduta fino in fondo. Che a me le avventure piacciono e nel giro di un giorno ero già in modalità rally. “Dai nonno, muoviti!!”
E soprattutto ho potuto giocare il jolly. “Avrei un’amica da incontrare, qui, nell’isola…”
Così mi sono trovata finalmente con Rosalia Pucci, che ho conosciuto sul suo blog Scrivere la vita, autrice del libro Come una piuma. E passeggiando per le strade di una Capoliveri piena di musica e mercatini, abbiamo chiacchierato dei nostri progetti, di scrittura e di librerie.

Capita che nella lista delle mie lettura ci finisca qualche manuale, non solo di scrittura creativa, ma anche qualche libro di saggistica che qualcuno mi consiglia o il cui tema mi incuriosisce. Niente informatica, però! 😀
Questo titolo però mi era davvero sfuggito, e mi chiedo come sia possibile, finché non è stato nominato casualmente durante una conversazione.
Pare che questo sia il Manuale del Venditore per eccellenza, che ogni Venditore di Successo ce l’abbia sul comodino e si tramandi di generazione in generazione (la prima edizione è del 1954! Ma continua ad essere un bestseller senza tempo!)

Il suo titolo è molto semplice e diretto: Come si diventa un venditore meraviglioso (traduzione di How I Raised Myself from Failure to Success in Selling) di Frank Bettger, un venditore di successo nel campo assicurativo.
Dovrebbe anche essere preso come esempio di perfetto storytelling, per come il suo stile riesce a coinvolgere il lettore fin da subito.
Sono molti venditori che lo definiscono addirittura “La Bibbia”.
Mi sono lasciata prendere dal suo entusiasmo, chiedendomi continuamente se può esserci lì dentro anche il Segreto per vendere anche più libri.
Vale la pena di dargli un’occhiata, no?