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Barbara Businaro

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Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.

 

Sciocchezze. Sciocchezze di un vecchio. Il nonno sembrava ancora lucido quando gli disse quelle parole, ma pochi mesi dopo la demenza senile se l’era preso completamente. Vaneggiava discorsi senza senso. La pazzia lo portò in piedi sull’orlo della finestra aperta del secondo piano. Forse credeva di poter volare. Lo trovarono in giardino, con un sorriso beato, nonostante tutto.
Era la mattina del 1 Novembre, dopo la notte di Samhain, di cui il nonno aveva sempre avuto temuto rispetto.
Vivevano ancora in quella stessa casa, immutata da almeno cent’anni.
Nonna se n’era andata qualche anno prima, durante un’operazione al cuore. Ricordò che nonno l’aveva salutata in maniera strana, solenne, come se in qualche modo sapesse. Il suo “ci rivedremo” aveva assunto tutto un altro significato due ore dopo. E un altro ancora quando nella malattia farneticava di incontrarla ogni notte, più bella che mai.
Sciocchezze. Era solo un bambino allora.
Adesso era alle superiori, a caccia di un college e di un futuro, tutta un’altra storia.
E nello zaino aveva un foglio da far firmare ad almeno uno dei genitori. Stava ancora cercando una buona scusa, quando entrò in cucina.
Sua madre non gli lasciò nemmeno il tempo di salutarla. “Ha chiamato la scuola. Che è questa storia? Cos’hai combinato?”
“Niente mamma. Mi hanno dato fastidio in mensa, ed ho reagito. Mi stavo solo difendendo.”
“Il tuo insegnante non me l’ha raccontata così, però…”
“Il professor Blauern è arrivato dopo, non ha sentito gli insulti che sono volati prima.”
“Liam, quante volte te lo devo dire? Lascia stare. Ci rimetti sempre tu alla fine.”
“Si…lo vedo.”
“Dammi il foglio che te lo firmo. E poi vai di sopra a studiare. Cerca almeno di alzare la tua media, per il prossimo anno.”
Le porse il documento e una penna in silenzio. Del resto lei sapeva che non era colpa sua. Era fin troppo facile prenderlo in giro, nella sua situazione.
Sulla soglia, si voltò indietro. “Questa sera posso uscire fino a mezzanotte? Per Halloween. C’è una festa. Te ne avevo parlato.”
“No, con quella di oggi niente festa. Non se ne parla. Ti voglio fuori dai casini, capito?”
“Ma che c’entra? Ci sono i miei amici, mi aspettano. Niente casini, promesso!”
“No Liam, non insistere. Fila di sopra. Altrimenti avverto tuo padre. E allora sì che sono problemi.”
Sbuffò irritato salendo le scale.
“Vorrei proprio sapere come fai ad avvisarlo…Mio padre è morto.” bofonchiò tra sé. “E quell’altro non è nulla per me.”
“Che hai detto?”
“Niente, niente.” Meglio non intavolare altri discorsi. Era già critica così.

 

Col cavolo che avrebbe saltato la festa! A parte Max, David e Joen, quella sera c’erano ragazze nuove, amiche della cugina di David. Dopo una giornata come quella, con il discorsetto del professore prima e del preside poi, doveva pure rinunciare a divertirsi!
In realtà, le invitate erano le ragazze, loro si sarebbero intrufolati al seguito. Probabilmente non se ne sarebbe accorto nessuno in mezzo alla confusione delle centinaia di persone previste. Erano almeno due mesi che a scuola non si parlava d’altro.
Non aveva però avuto il tempo di organizzarsi il travestimento per l’occasione.
Rovistò nell’armadio in cerca della scatola con i vecchi costumi di Halloween da bambino: quelli non gli sarebbero più andati bene, ma poteva riciclare il sangue finto in silicone e un po’ di colore verde per il viso. Da un sacco di vestiti usati, pronti per la spazzatura, tolse una vecchia camicia e un paio di scarpe da ginnastica consumate. Strappò le maniche e l’orlo. Con la tempera rossa l’imbrattò di macchie. Scollò le suole dalle Adidas e le sporcò di marrone terra, mischiato col carminio già aperto. I jeans sdruciti che usava per il taglio dell’erba completavano il quadro.
Bene, era tutto pronto. Uno zombie del nuovo millennio. Doveva però assicurarsi di avere via libera per l’uscita.
Scese di nuovo in cucina per la cena.
“Mamma, questa sera non hai la riunione del circolo di lettura?”
“No tesoro. Ci sono quattro persone a casa con l’influenza, ed altre fuori per il week end. Questa sera rimango a casa a leggere. Tuo padre invece ha il turno fino a domani a mezzogiorno. Hai bisogno di me?”
“No no, tranquilla, dopo mi rimetto a studiare per il progetto di…scienze.”
“Bravo. Di cosa si tratta?”
“Solite cose….l’influenza della Luna nella natura e nella vita umana.”
Gli sorrise. “A tuo nonno sarebbe piaciuto.”
“Già.” E nemmeno il nonno mi avrebbe lasciato uscire di casa stasera, pensò Liam, ma per ben altri motivi.

 

Accidenti! Lei non si muoveva dal salotto e non c’era modo di sgattaiolare fuori di casa senza essere visto: le scale si fermavano proprio davanti al divano. Erano già le nove e mezza e i ragazzi lo aspettavano per le dieci.
Furioso, si aggirava per la sua stanza, in trappola.
Gli rimaneva la finestra.
No, amico, non se ne parla. Quella è la stessa finestra del nonno. Scosse la testa con orrore.
I secondi ticchettavano al pari del suo piede agitato sul pavimento.
Beh, adesso c’è un albero, un bellissimo faggio che all’epoca era solo un piccolo arbusto. Ora tendeva sicuro i suoi rami protettivi verso la casa. Ce n’erano altri tutti intorno, a sorvegliare tutto il perimetro e sufficientemente alti per raggiungere il secondo piano. Si avvicinò, sbloccò la sicura e sollevò il vetro.
Erano solo tre metri di salto in lungo per afferrare il solido legno. Ci poteva riuscire senza problemi.
Mise cellulare e portafoglio in tasca e salì sul davanzale.
Stava facendo una stupidaggine. No, le condizioni erano diverse. Salti così li faceva di continuo agli allenamenti.
Dall’altra parte della strada una civetta lo canzonò con il suo richiamo porta sfortuna.
Era comunque una stupidaggine. Valeva la pena rischiare?
Oh, basta! Fuori le palle! Respirò a pieni polmoni e via.
Afferrò sicuro il ramo, ma la superficie era resa viscida dal muschio leggero, bagnato dalle recenti piogge.
Senza rendersene conto, in un attimo si ritrovò steso a terra, sull’erba umida del giardino.
La testa gli doleva forte, i muscoli non davano segni di presenza, la vista si annebbiò in un vortice confuso e Liam svanì nell’oblio.
Forse aveva ragione il nonno, dopotutto.

 

Qualcosa di estremamente freddo gli sfiorò la mano.
“Hai bisogno di aiuto?” fu il sussurro che gli arrivò da lontano.
Aprì gli occhi a fatica, la luce del lampione del vialetto di fronte rivelò un’ombra china su di sé.
Due iridi azzurre lo stavano fissando preoccupate. I capelli lunghi, ondulati sulle spalle, ricadevano morbidi sul viso di Liam. Labbra delicate gli sorridevano. Un viso perfetto. Una dea. Bellissima.
Una di quelle ragazze che solo per pietà potevano rivolgere la parola ad uno sfigato come lui. O per copiare i compiti, certo. Peccato che non fosse poi un così gran secchione.
“Tutto a posto?” gli chiese di nuovo.
“Io…eh…si.” Si mise seduto. Controllò la casa dietro di lui. Nessun rumore dall’interno, per fortuna sua madre non doveva essersi accorta di niente. Le ossa del collo scricchiolarono quando inclinò nuovamente il capo, ma riuscì ad alzarsi in piedi senza altri problemi. Niente di rotto almeno.
“Ti ho visto cadere dall’albero…”
“Uhm, sono un po’ sbadato.” Cercò di togliersi fango e erba dai jeans, ma in fondo donavano veridicità al suo personaggio di morto resuscitato.
“Capita. Anch’io lo sono. Con le cose nuove.” Sorrise di nuovo. Il cuore di Liam ebbe un tuffo.
Indossava un vestito lungo del secolo scorso, come quelli che portava sua nonna in alcune vecchie fotografie appena maritata. Un po’ logoro e infangato sul fondo della gonna. Qua e là macchie di rosso scuro rendevano il suo costume perfetto, macabro ed elegante. La sua figura lo riempiva nei punti giusti. La scollatura lasciava intravvedere poco innocenti promesse.
Guardò in fondo, giù nella strada. Non c’era nessuno in giro, nessun gruppetto, nessuna auto in attesa. Da dove arrivava questa fanciulla? Non era di queste parti e a scuola di certo non l’aveva mai vista, non sarebbe mai passata inosservata.
“Stai andando a una festa?”
“No, stavo aspettando delle amiche che vivono da queste parti.” rispose lei titubante. “Perché tu invece si?”
“Si, ce n’è una fichissima a dieci isolati da qui, verso est.” O la va o la spacca, io ci provo. “Vuoi venire con me?”
“Ma non sono stata invitata…” Abbassò gli occhi timidamente, a fissare i suoi scarponcini inzaccherati.
“Nemmeno io! Andiamo!” Le prese la mano. Caspita, era davvero gelida. Beh, in effetti la temperatura si era abbassata di parecchio da quel pomeriggio. Oramai l’inverno incombeva.

 

“Non capisco perché accidenti non prende…Che cavolo gli piglia? Cellulare di merda!” Liam lo sbatteva contro il palmo della mano, nel tentativo di sbloccare la connessione e l’antenna, ma senza risultato.
Lungo il marciapiede si cominciava a incrociare parecchie persone, tutte molto stravaganti, con maschere pazzesche. Avevano passato un uomo che reggeva la sua testa in mano sgocciolando lungo tutto il marciapiede, una bambina che si trascinava su una gamba sola utilizzando l’altra come una stampella, ancora non capiva dov’era l’artificio, e un gruppo di ciclisti falciati da un’automobilista ubriaco, uno dei quali con il volante incastrato nel cranio e il clacson che gli aveva sbudellato l’occhio sinistro.
Tutti così ben truccati, sembravano uscire da un film dell’orrore di prima categoria, ineccepibili.
“Non riesco a chiamare Max…Ma la festa dovrebbe essere qui intorno.”
Attraversato un incrocio, entrarono in un quartiere nuovo della periferia est, una zona che non frequentava mai. L’amico gli aveva indicato quella via come luogo del party, in una casa moderna di fianco a un parrucchiere per signora.
Caitlyn, così si chiamava, era piuttosto misteriosa sulle sue cose, e preferiva rispondere con altre domande sulla vita di Liam, la scuola, gli amici, la famiglia. Anche l’incidente che aveva portato via suo padre, poco dopo la morte del nonno.
Ma da lei il ragazzo non riusciva a farsi dire nulla. C’era qualcosa di inquietante nella sua nuova amica, al di là del candido sorriso che lo travolgeva. Come se quella luce servisse a nascondere una lunga ombra. O era solo paranoia di vederla sparire da un momento all’altro. Troppo bella per essere vera.
Arrivarono di fronte all’insegna dell’acconciatore, piuttosto fuori moda, ma a lato c’era solo un terreno vuoto, abbandonato. Poco più in là un laboratorio malmesso, con carcasse di vecchie Ford e pneumatici accatastati. Il tempo sembrava essersi fermato agli anni 50.
“Non capisco…ero sicuro che fosse qui. L’indirizzo mi sembrava questo.”
Devo aver sbagliato strada senza accorgermene, distratto dai suoi occhi limpidi. E il cellulare non funziona, accidenti!
“Che facciamo? Niente festa?” chiese lei curiosa.
“A quanto pare no, mi spiace.”
“Oh, non preoccuparti per me.”
Liam si riscosse, non sarebbe stato male avere Caitlyn tutta per sé, in quella sera fantastica.
“Beh, pazienza per la festa. Tu che cos’altro avevi in mente di fare? Dolcetto o scherzetto per tutte le case? O andiamo a cercare le tue amiche?”
“No, è ancora troppo presto per loro qui, e non so se riusciremmo a vederci” rispose malinconica.
“Uhm, in effetti non sono ancora le 10.” Si sentì terribilmente ragazzino. Evidentemente lei era più grande se poteva uscire addirittura più tardi.
“E poi loro sono fidanzate adesso. Non vorranno avermi intorno.”
“Ah. E tu…non ce l’hai un ragazzo?” Dì di no, dì di no, ti prego.
“Non l’ho mai avuto.” Abbassò gli occhi timidamente.
Siiiiiiiiiiiiiiii! Liam cercò di trattenere la sua esultanza mentale. Poteva anche non interessarle. Semplicemente le amiche l’avevano abbandonata per quella sera. Magari domani si sarebbe dimenticata di lui.
“Ehm, intanto andiamo a bere qualcosa da Sullivan?”
“Non lo conosco…”
“Ma come? Fanno delle ottime frittelle…è impossibile che non ci sia mai stata! Ma da dove vieni tu?!” disse ridendo.

 

Tornarono nei loro passi, chiacchierando fittamente. Questa volta Liam riuscì a farsi raccontare parte della vita di lei. Le sue materie preferite, Storia dell’Arte e Letteratura, i suoi voti, che seppellivano di gran lunga i suoi, i litigi con le due sorelle.
“Oh guarda, lì c’è una festa! Forse è la tua?” esclama Caitlyn.
Da una casa poco più avanti uscivano luci colorate e musica ad alto volume, il vialetto era pieno di zucche illuminate e c’era un gran via vai di gente mascherata. Liam si guardò intorno: c’era un nuovissimo “Fabio’s Hair stylist ” con la vetrina addobbata per Halloween e poco oltre un autoricambi. Le case di fronte avevano però un’aria famigliare.
“Non capisco…questa sera davvero il mio orientamento fa cilecca. Queste strade si assomigliano tutte! O forse è la caduta. Aver sbattuto la testa certo non m’ha fatto bene” osservò mesto.
Il cellulare suonò per una chiamata, riprendendo improvvisamente vita.
“Allora Liam, dove cavolo sei?” gli sbraitò l’amico dall’altra parte.
Il ragazzo non fece in tempo a rispondere che se lo ritrovò davanti, sullo stesso marciapiede, vestito da moderno vampiro, un James Dean con le pupille rosse ed i canini aguzzi.
“Eccoti accidenti!” Guardò Caitlyn al suo fianco e strizzò l’occhio a Liam. “Ah, capisco, eri impegnato, eh? Buonasera madame!”
Lei sorrise divertita dall’inchino improvvisato.
“Dai venite, vi stavamo aspettando!”
All’interno la confusione era ancora maggiore, ma riuscirono comunque a raggiungere il resto del gruppo.
“Liam, ma qual è il tuo travestimento? Sembri tale e quale a quando sei uscito da scuola oggi!” Scoppiarono tutti a ridere.
“Ah-ah, bella questa, davvero. Vaffanculo Joen.”
Caitlyn se ne stava un po’ in disparte, osservando guardinga tutte le persone che le passavano vicino, squadrandone il viso da lontano e volgendo lo sguardo altrove solo all’ultimo momento.
“Vuoi qualcosa da bere?” le chiese Liam.
“Si grazie.”
“Vieni con me, da questa parte.”
Stavano attraversando il patio, quando Liam fu bloccato da quell’armadio a due ante di nome Fred, lo stesso energumeno che gli aveva dato noie in mensa quel giorno. Non era molto intelligente, ma purtroppo era parecchio grosso. Stupidità e massa sono due fattori pericolosi.
“Oh oh oh, guarda che bella bambolina. E tu da dove spunti eh? Cosa ci fai con un fesso come lui?”
“Lasciala in pace.” Liam cercò di frapporsi tra loro. La puzza alcolica di Fred non prometteva niente di buono. Stupidità, massa e alcool sono tre fattori ancora più pericolosi.
“Zitto. Non mi parlare. Non ti ho dato il permesso di aprire bocca.” Gli urlò in faccia. Liam fu investito da una zaffata di zolfo.
Con una sola spallata Fred lo mandò a terra e avanzò verso la ragazza.
“Sei troppo carina per lui. Vieni a fare un giretto con me, non te ne pentirai!”
Caitlyn si lasciò trascinare da Fred, senza fare storie. Lasciò che lui le cingesse la vita e allungasse la mano sul suo sedere.
Inorridito, Liam riuscì solo a leggerle il labiale quando si volse verso di lui: “Non ti preoccupare”. Gli sorrise tranquilla mentre lei e Fred salivano le scale verso il piano di sopra. Le camere.
Ma come? Erano quelli i tipi che le piacevano? Aveva detto di non aver mai avuto un fidanzato!! Non riusciva a crederci.
“Che ci vuoi fare fratello. Era troppo per te, ammettilo” Joen gli batté una mano sulla spalla.
“Tieni, bevici su.” David gli cacciò una lattina di birra in mano.
Qualche minuto dopo, ancora concentrato nei suoi tristi pensieri, vide Fred scendere spaventato a morte, saltando impazzito a due a due i gradini, urlando parole sconnesse e fuggendo veloce verso la porta. Pochi secondi dopo il suo fuoristrada rombò nella via disperdendosi nella notte.
Liam corse nella direzione opposta, salendo in soccorso dell’amica, preoccupato di trovare chissà cosa.
Aprì tutte le stanze, disturbando altri convenevoli piuttosto consenzienti, ma non la trovò. Un letto era vuoto, intonso. Di Caitlyn non c’era traccia. Controllò anche giù dalla finestra, per sicurezza. Niente.
Tornò sui suoi passi e uscì in giardino, per verificare.
La sua testolina bionda era seduta su una panchina sotto un salice piangente, in un angolo più tranquillo.
“Tutto a posto?” le chiese ansioso.
“Si”
“Ti ha fatto del male?”
Caitlyn gli sorrise sarcastica. “Oh, non era proprio in grado”
“Ma l’ho visto scappare. Adesso non dirmi che l’hai picchiato tu!”
“Non l’ho nemmeno sfiorato. E’ bastato metterlo di fronte alla verità.” Le sue labbra presero uno strano ghigno, ma Liam non fece in tempo a chiederle altro.
“Ti prego, andiamocene, questa festa è troppo rumorosa. E non c’è nulla qui per me…”
“Ok, per me va bene.” Della festa oramai non gli importava nulla.
S’incamminarono di nuovo per la strada un po’ più buia.
“Allora…che facciamo? Qualche idea?” Proporle un cinema sarebbe stato troppo avventato?
“Puoi darmi una mano con la mia ricerca, magari.”
La guardò incuriosito. “Certo. Cosa cerchiamo?”
“Il mio assassino”

 

Pensò che stesse scherzando. Si recita tutti una parte melodrammatica nella notte di Halloween. Aiuta a esorcizzare le nostre paure.
“Tu sei in pace. Sai già perché sei qui?” gli chiese seria.
“Io…eh? Cosa?”
“Ti ricordi come sei morto?” Caitlyn lo guardava fisso negli occhi. Lei non stava scherzando per niente. Si bloccò all’istante.
Sconcertato, cercò di capire che diamine stesse dicendo. Le parole di suo nonno gli tornarono alla mente. Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia… Loro sono in mezzo a noi. E tu non sai più dove sei.
Si toccò un braccio: lui era reale, gli sembrava di esserlo. Diede una violenta spallata all’albero dietro di loro. Sentì la clavicola scricchiolare, faceva un male cane. Tirò un pugno allo stesso albero. Si guardò le nocche della mano destra sanguinare. Lui era vivo.
Osservò mestamente la sua amica da lontano: una veste bianca, un incarnato piuttosto pallido che risaltava i suoi meravigliosi occhi azzurri, una sottile catenina d’argento al collo e macchie di sangue un po’ ovunque, un’enorme chiazza all’altezza dell’anca destra. Quel colore era tremendamente reale, per essere uno scherzo ben confezionato. No dai, non era possibile. Eppure…la sua mano era così fredda.
“Tu…sei morta?” L’ultima sillaba gli rimase strozzata in gola. Il cuore ebbe un tonfo pesante di spavento.
“E tu no…pensavo lo avessi capito.”
Pietrificato, non poteva che osservare la bellezza eterea del suo sguardo. Doveva essere stata molto popolare a scuola.
Si chiese se fosse l’unica nei dintorni quella notte. O quante di quelle maschere così vere incrociate quella sera appartenessero al suo mondo, e non a questo. E cosa mai poteva aver ridotto questa splendida ragazza in un cadavere. I capelli alla base della nuca gli si rizzarono in un brivido. Fantasma, meglio fantasma, come parola, si.
“Ma come…è successo?” si sforzò di chiederle. Non aveva paura, quello no. Ma non riuscì ad avvicinarsi.

 

“Stavo andando ad una festa…come quella dove siamo stati stasera, nella stessa notte di Halloween. Non ci arrivai mai. Le mie amiche erano in ritardo e mi incamminai da sola. Qualcuno mi afferrò, mi coprì gli occhi e mi legò le mani…” Sollevò i polsi per mostrargli i segni rimasti vividi sulla pelle.
“Mi rinchiuse nel bagagliaio di un’auto. Mi portò fuori città, in un capanno, mi…violentò…e poi iniziò a tagliarmi, nello stesso punto. Voleva togliere tutto quello che mi aveva lasciato dentro, di suo…e voleva punirmi per essere una tentazione, per averlo costretto ad un’azione così grave pur di soddisfare il suo bisogno.” La sua voce tradiva una profonda tristezza.
“Credo di essere morta dissanguata, più che altro. L’ultima sensazione è delle sue mani viscide che mi scavavano dentro.”
Liam fissò l’enorme macchia di sangue sul suo vestito, sopra l’anca destra. E capì cosa doveva aver visto Fred quella sera.
“Dove successe?” Gli mancava il fiato.
“In questa città. Vivevo un poco più a nord.”
“E…quanto tempo fa?”
“Un paio d’anni…almeno credo. Il mio tempo non scorre come il tuo.”
Il silenzio scese cupo tra di loro. Liam ancora non riusciva a credere. Ma le parole del nonno prendevano sempre più forza nella sua testa. E tutto il resto che aveva detto, e fatto, cominciava a combaciare.
“Mi ricordo di te, ora, mi ricordo!” esclamò ad un tratto. “Eri su tutti i giornali! E in tv! Vennero anche a scuola a fare domande. E poi ritrovarono il tuo corpo nel fiume, una settimana dopo dalla scomparsa.”
La polizia fece ricerche accurate, venne istituita anche una ricompensa per chi avesse potuto fornire qualche dettaglio utile. La sua famiglia era andata in onda in parecchie trasmissioni televisive, piangendo e supplicando per riavere la loro primogenita. Finché le acque non restituirono la salma alla superficie.
Lo sguardo di Caitlyn divenne tetro.
Liam frenò l’entusiamo per la scoperta. “Scusa…io non…”
“Non preoccuparti. Ero presente anche al mio funerale.” Sollevò le spalle e gli sorrise.
“E non hanno mai trovato il colpevole” aggiunse mesto.
“Lo so. E’ qui. Non so chi sia, ma io lo sento…ha ancora voglia di uccidere. E’ questo che mi trattiene. Dev’essere preso, capisci? Non deve farlo a nessun’altra. Glielo devo impedire.”
Liam annuì. Le questioni in sospeso. I fantasmi ne hanno sempre e restano per questo.
“Quindi, non l’hai visto e non sai chi sia?”
Caitlyn scosse la testa malinconica.
“Beh, io le ricerche le comincio sempre su internet. Ehm…ti andrebbe di venire a casa mia?”

 

Mentre camminavano per tornare indietro, Liam non riuscì a trattenere oltre la curiosità.
“Ma prima cos’hai fatto a Fred, davvero?”
“Beh, esattamente quello che mi ha chiesto. Ho sollevato la gonna. Certo, quello che ha visto era ben diverso da ciò che si aspettava…” Sollevò le spalle appena, ammiccando divertita.
Dal canto suo, Liam sbiancò all’idea. A Fred doveva essere passata la voglia a vita. Doveva essersi reso conto che non era un misero travestimento. L’aria terrorizzata che gli aveva visto addosso ora aveva un senso. Fred, il bullo della scuola, spaventato a morte. Ben ti sta, cazzone!
“Mi ci vorrebbe un trucco simile. Perché sopporto le sue angherie tutti i giorni. Ho rimediato solo un paio di pugni a ribellarmi ai suoi insulti.” Sospirò.
“E’ solo un povero idiota. Se sapessi cosa lo aspetta dall’altra parte, gli rideresti in faccia. Credimi. Non ne vale la pena.”
“Sarà…ma intanto qui se la passa bene.”
“La prossima volta digli che se non ti lascia in pace, gli mandi la tua amica Caitlyn a trovarlo tutte le notti!” Alzò appena la gonna, simulando un balletto in punta di piedi. Scoppiarono a ridere.
Giunti sotto alla finestra dove si erano incontrati poche ore prima, Liam spidocchiò dal portico dentro casa: luci spente, quiete in ogni direzione, sua madre doveva essere andata a dormire.
“Ok, entriamo dalla porta principale. Segui me, saliamo le scale e ci infiliamo in camera mia, dove c’è il mio computer. Cerca di non fare rumore, mamma in genere ha il sonno pesante, ma non voglio correre rischi.”
Avanzò verso l’ingresso, riuscì ad aprire senza far scattare rumorosamente la serratura. Fece cenno a Caitlyn di stargli dietro, silenziosa.
I gradini ricoperti di moquette attutivano il suo passo. Arrivato al pianerottolo, dalla camera frontale arrivava il debole russare della donna. Prese la porta a destra, la schiuse lentamente e si voltò per lasciar passare l’amica. Ma dietro di lui il vuoto.
Ma dove…?
“Così è questa la tua stanza?” La sua voce proveniva dall’interno. Era seduta nel suo letto.
“Già.” Sperava non avesse notato la copertina di quel porno che spuntava da sotto il comodino. Meglio far finta di niente, comunque non poteva leggere nel pensiero. Altrimenti sì sarebbe stato nei guai, con tutto quello che gli passava per la mente quella sera.
“No, non posso leggere nel pensiero, non sempre.” Gli sorrise amabilmente e con il piede cacciò più a fondo la rivista.

 

“Ecco, è qui che ti hanno ritrovata, vedi?” Indicò il punto nella mappa a video.
“E l’ultima volta ti hanno invece vista in questa strada, alla periferia ovest della città…” Spostò la schermata verso il basso.
“Ma anche cercando il capanno, ammesso che ci sia ancora, sono passati cinque anni oramai, come potremmo trovare l’assassino?!”
Caitlyn fissò lo schermo e poi guardò lui, sospirando. “Proprio non lo so.”
“Non ricordi niente di quella notte? Qualsiasi particolare…qualsiasi cosa.”
Scosse la testa, pensierosa. “Non ho visto la targa dell’auto. Potremmo aver viaggiato per cinque minuti, o anche venti, ero troppo spaventata, il tempo sembrava comunque infinito. Avevo il cuore impazzito dall’angoscia e mi mancava l’aria, c’era una puzza terribile nel bagagliaio. C’era odore di paura e sangue. Non ero la prima, ora lo so.”
“Di lui, cosa hai visto?”
“Molto poco, mi ha assalita da dietro. Il capanno poi era al buio, filtrava solo una debole luce, credo di un lampione a distanza. Mi ha caricato su una spalla per portarmi dentro. Lì mi ha scaraventata a terra e mi ha tolto la benda. Voleva vedere il terrore nei miei occhi, godeva nel vedermi implorare pietà. Tutti i miei sforzi erano concentrati per liberarmi dalla sua morsa. Poi terminai di lottare. Pensai che se lo lasciavo fare, se gli regalavo quel momento, se cercavo pure di partecipare e renderlo…felice, mi avrebbe lasciata libera.”
Scosse la testa con rammarico. Liam si accorse di aver trattenuto il respiro.
“Però ricordo…la sua giacca. La manica. Era una di quelle giacche delle squadre di football, sai quelle con le righe dei colori della scuola. Forse gliel’ho anche strappata, mentre tentavo di difendermi.”
“Uhm. Guardiamo gli annuari delle squadre di quell’anno, sperando che non fosse uno studente già diplomato. Vediamo, dovrebbero esserci le foto negli archivi online nei vari siti.” Passò in rassegna vari documenti, con le immagini in primo piano di tutti i giocatori, ma fatalmente nessuna divisa corrispondeva.
“Questa scuola ha anche la squadra di baseball, diamo un occhio. Ecco, questi sono i suoi colori. Questa la giacca, che te ne pare?”
“Potrebbe essere…” disse lei poco convinta.
Cercò la lista dei giocatori che erano in rosa in quell’anno, e iniziò a scorrere i loro visi sul monitor, fermandosi per ognuno, ma Caitlyn non dava alcun segno di riconoscimento. Forse avrebbero dovuto verificare anche l’anno precedente, così per sicurezza.
“Fermo! E’ lui!” esclamò lei, in una foto che aveva già passato.
“Sei sicura?”
“Si, quella cicatrice sulla guancia…sono sicura che gliel’ho fatta io!” Tornò a fissare l’immagine. “Bastardo!” gridò forte, indietreggiò verso il centro della stanza, la sua bocca si spalancò quasi quanto l’armadio e poi si dissolse all’improvviso nell’aria.
Liam rimase impietrito. Quando gli sorrideva, con quei suoi occhi incredibilmente limpidi, dimenticava quel che era in realtà. Puro spirito.
“Caitlyn?” Sperò che lo potesse ancora sentire.
“Scusa…” Era dietro di lui, accovacciata sotto il davanzale della finestra, con la testa china tra le ginocchia.
“Tutto bene?”
Si avvicinò all’amica. Titubante, le posò una mano sulla spalla. Era solida, e morbida. Proprio come un essere umano.
“Avevo una vita davanti e lui me l’ha tolta” rispose sommessamente.
“Lo so.”
“La vendetta è il minimo che mi spetta.” Lo sguardo feroce che gli rivolse rivelò tutta la sua rabbia. L’azzurro chiaro delle sue iridi aveva lasciato lo spazio al profondo nero della furia. Davvero niente di umano.

 

“Questo è l’indirizzo, la sua attuale residenza. Non sembra esserci nessuno dentro.” Erano acquattati dietro la siepe, ma quando Liam si girò non trovò più Caitlyn al suo fianco.
“Cait? Dove diavolo…?”
“C’è un uomo che sta dormendo su una poltrona, con una bottiglia vuota di whisky in mano” gli sussurrò l’amica, comparsa dall’altra parte. “Il resto della casa è vuota. Ti faccio entrare?”
Il ragazzo confermò con la testa. Sparì di nuovo in un fruscio di foglie e la vide attraversare leggera il muro dell’edificio. Strana compagnia quella di uno spettro. Contro ogni legge della fisica.
Lo fece accedere dal cucinino e salire al primo piano, in quella che doveva essere la camera dell’assassino. Spoglia di mobili ma densa di confusione: scatole di cartone vecchio piene di cianfrusaglie, vestiti sporchi buttati qua e là, una branda in un angolo sorvegliata dal poster di Joe DiMaggio appeso al muro, fango e residui di pizza tappezzavano il pavimento. Ecco mamma, prova a dire qualcosa del mio disordine adesso, pensò Liam.
“Che cosa cerchiamo?”
Caitlyn alzò le spalle delusa. Poi si avvicinò al comodino per verificarne il contenuto.
“Non nascondo mai niente nei cassetti. E’ la prima cosa dove le madri guardano… No, se c’è qualcosa di interessante, sarà in un posto stupido, ma non direttamente alla vista.” Si guardò in giro. Rimaneva un armadio a muro, da dove s’intravedevano vestiti ed altre scatole chiuse, una piccola libreria con alcuni modellini pieni di polvere, qualche mensola con fotografie e trofei.
Come ipnotizzata, la ragazza avanzò verso una delle coppe più grandi, alzò il coperchio e frugò al suo interno. Ne estrasse qualcosa che luccicava al raggio lunare che filtrava dalla vicina finestra. Liam si avvicinò.
“E’ il mio ciondolo…” Nella sua mano brillava una piccola stella marina incastonata ad una conchiglia.
“Questa è una prova! Magari ci sono ancora le sue impronte!” esclamò Liam entusiasta.
“Probabile, ma inutile. Ora chiamiamo la polizia? Dici che mi ascolteranno?” gli rispose contrariata. “Accorrete, ho trovato il mio assassino!”
“No, certo. E non posso nemmeno farlo io. Mi chiederebbero come lo so, e non saprei spiegare…tutto questo” le rispose avvilito.
La porta dell’ingresso sbatté all’improvviso e si sentirono alcuni passi muoversi giù nel pianerottolo.
“E’ lui!” Caitlyn lo guardò scioccata.
“Oh cazzo!” Liam sbiancò all’istante. Impacciato, cercò un posto dove nascondersi, ma dovette cedere all’ovvio: sotto il letto era l’unico rifugio possibile, quello dove si sperava non avrebbe mai guardato.
“Sbrigati!” gli intimò la ragazza. “A lui ci penso io! Qualsiasi cosa faccio, non fiatare!” E in un attimo si dissolse nuovamente.

 

I passi salivano la scala e si avvicinavano alla stanza. Due scarponi lerci comparsero sulla soglia. Acquattato sotto la branda, in fondo verso il muro, Liam seguiva tutti i movimenti dell’uomo. Sembrava andare alquanto di fretta.
Si accostò all’armadio e scaraventò a terra un borsone. Iniziò a buttarci dentro di tutto, per lo più indumenti.
Liam avrebbe voluto sporgersi più in là per vedere meglio, ma stava lottando col desiderio di starnutire. Lì sotto la sporcizia era accumulata da decenni e la polvere che aveva smosso rifugiandosi in quell’angolo lo stava mettendo in difficoltà. Si premette il naso per trattenere l’istinto.
L’uomo si spostò verso la mensola dei trofei e sollevò la mano proprio sulla coppa dove Caitlyn aveva ritrovato il ciondolo. Non trovò nulla. La tirò giù e guardò l’interno. Infuriato, controllò una ad una tutte le altre, ma ancora nulla.
Di fronte alla finestra, apparse la gonna di Caitlyn, leggermente staccata da terra.
“Cercavi questo, bastardo?” Liam sussultò. Il suono gutturale gli diede la pelle d’oca. Non era la voce che le aveva sentito per tutta la serata. Arrivava direttamente dall’oltretomba.
Ma l’uomo non ebbe alcuna reazione. Sbuffando, si accovacciò e iniziò a rovistare nelle scatole di cartone ammassate, scagliando lontano tutto quello che non l’interessava.
La ragazza si librò ancora più vicina. “Mi senti, schifoso? Sono qui per te!” gli urlò direttamente alle spalle.
Lui si alzò in piedi e si girò. Erano l’uno di fronte all’altra.
Liam trattenne il fiato in attesa.
Caitlyn lanciò un urlo spaventoso che gli fece esplodere il cuore dal terrore. Ma l’uomo la attraversò. Letteralmente.
Lei iniziò a volteggiare rabbiosa lungo tutta la stanza, ma solo le tende sembravano avvertire la sua presenza.
L’assassino si muoveva indisturbato, completamente ignaro di quanto avveniva intorno a lui.
Fu in quel momento che a Liam scappò uno starnuto, lieve ma percettibile.
L’uomo si fermò e si girò verso il letto.
“Oddio…” mormorò la ragazza.
Incerto, percorse tutta la stanza, fermandosi di fronte alla branda.
Stava per chinarsi e controllare proprio sotto il letto.
“No, no, noooo!” urlò lei. Liam chiuse gli occhi e iniziò a pregare, non sapeva nemmeno chi.
Caitlyn si lanciò con forza verso la finestra e la spalancò. L’aria fredda della notte invase il locale con prepotenza.
Imprecando, l’assassino si rialzò e chiuse la vetrata.
Qualcosa si mosse al pian terreno.
Inveendo contro l’altro inquilino, l’uomo prese il borsone e corse giù. Arrivò qualche voce concitata e poi la porta dell’ingresso sbatté di nuovo.
“Se n’è andato, vieni!” Gli occhi azzurri che lo guardavano tranquilli lo riportarono alla realtà.

 

“Avrei voluto conoscerti prima. Saremmo stati buoni amici…credo.” Guardò altrove, mentre glielo confessava.
Erano seduti in una panchina del vicino parco comunale. Dalla terra fredda s’innalzava un velo di foschia che sfumava i contorni intorno a loro.
“Sai Liam, io mi ricordo di te” Caitlyn abbassò gli occhi, quasi intimidita. Continuava a rigirare tra le dita il ciondolo ritrovato.
“Di me?” Rimase alquanto sorpreso. Non l’aveva mai incontrata, ne era sicuro. Non poteva essere stato così stupido!
“Si, ero anch’io al primo anno, ma non avevamo lezioni in comune. Ti ho visto quel giorno che Fred ti ha mandato a terra per la prima volta. Stava cercando un nuovo bersaglio. Eri al posto sbagliato nel momento sbagliato.”
Liam aveva ben impressa nella memoria quella scena. “Già, bella figura eh?!”
Lei scosse la testa. “Ricordo quello che dicesti a bassa voce: Fred, perché non ti trovi un Barney da spupazzare?! Non lo so nemmeno io, ma continuai a riderci su per tutta la giornata!”
“E non era una gran battuta!”
“No davvero!” Scoppiarono a ridere.
“Me lo puoi mettere, per favore?” gli chiese porgendogli il ciondolo.
“Non lo vuoi portare alla polizia?”
Alzò le spalle. “Io non posso, e tu ti metteresti nei guai. Lui oramai è scappato. Qualcosa però mi dice che lo prenderanno comunque.”
Si scostò i capelli e lasciò che Liam aprisse la catenina. Il suo collo vellutato era una dolce tentazione, nonostante tutto.
“Ecco..” bisbigliò al suo orecchio.
Gli restituì un sorriso radioso. “Grazie.”
“Che succede alla tua mano?”
“E’ l’alba ormai. La notte di Halloween è quasi finita.” Sollevò la mano che stava sbiadendo piano piano nel nulla.
Allontanati dal sole del loro mondo e assicurati di essere nel tuo quando sorgerà. Quelle del nonno non erano parole senza senso, come credeva allora.
“Devi tornare nel tuo mondo…e io nel mio.” Il suo sguardo liquido esprimeva tutta l’amarezza di quella separazione.
Si avvicinò a baciarlo. Liam chiuse gli occhi, assaporando le sue labbra piene e il suo profumo, un’intensa nota di Iris.
“Addio Liam…”
Quando riaprì gli occhi, non c’era più alcuna traccia di lei. Era seduto di nuovo sotto la sua finestra, nel medesimo punto in cui era caduto qualche ora prima. Come se nulla fosse successo. Controllò l’orologio, erano quasi le sette. La casa di fronte nascondeva i primi raggi dell’alba.
Entrò, per assicurarsi di essere nel mondo giusto.

 

Il sole irradiava tutta la collina, riscaldando gli ultimi fiori dell’autunno. Erano passati dieci giorni da quella notte e Liam era tornato a trovare la sua amica, portandole una mazzo di rose bianche.
“Sai, le rose rosse non mi sembravano proprio il caso, credo che il rosso non sia proprio il tuo colore…” ammise mesto.
“E comunque quella foto proprio non ti rende giustizia!” Osservò l’immagine sbiadita nella cornice d’ottone.
Alla fine l’avevano preso, l’assassino. Aveva tentato di violentare un’altra ragazza, poco prima della loro intrusione in casa sua, ma era stato maldestro, lei era riuscita a divincolarsi e a scattare una foto alla targa. La polizia allertata aveva iniziato subito la caccia, dopo che il caso Adair giaceva sulle loro scrivanie ancora irrisolto da anni.
“L’hanno fermato al confine. Nel borsone gli hanno trovato le tue mutandine. C’era ancora il tuo sangue.” Sospirò. A volte gli pareva di aver sognato tutto, eppure gli mancava così tanto.
I poliziotti hanno poi perquisito tutto l’edificio e in camera dell’uomo hanno trovato altri souvenirs, altri trofei di violenza che l’avevano ricondotto ad altrettante morti. Ora rischiava la pena di morte sulla sedia elettrica.
“E sono sicuro che tu sarai lì a vedere” aggiunse Liam, sistemando i fiori freschi davanti alla lapide, sotto all’iscrizione.
Caitlyn Adair, il tuo sorriso è la stella più bella
“Ti cercherò ogni notte tra le stelle allora”.
Una folata di vento gli portò all’orecchio una parola appena sussurrata da molto lontano, un altro mondo.
“Grazie.”

 

(c) 2016 Barbara Businaro

Note:

Non c’è una storia che non abbia una sua colonna sonora (per lo meno, è così per me). E anche questa ce l’ha. Continuava a ronzarmi in testa quella frase che apre l’inizio: “Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween.” Me l’ero appuntata ancora un anno fa, dopo averla ascoltata alla radio. Ci dovrei scrivere qualcosa. Poi arriva l’autunno e sento che sta arrivando Samhain, Halloween, che non è solo una data sulla carta e nemmeno solo una festa mascherata. E mi ritrovo a sentire i Seether, che non avevo mai ascoltato prima (come a dire che tutto arriva sempre al tempo giusto, ne prima ne dopo di quando serve). Questa canzone era nascosta in mezzo alla loro discografia e quando l’ho scoperta… Liam e Caitlyn hanno iniziato a vivere nella mia testa. Dargli voce stavolta è stata un’emozione fortissima.

Vuoi sapere come continua? Trovi il seguito qui: Cuore malato (Weak heart)

 

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io.
Luigi Pirandello

Quando una persona si sente giudicata da noi per le sue scelte, incompresa nelle sue difficoltà, l’espressione più comune è “Mettiti nei miei panni!” O nelle mie scarpe, come dice Pirandello. Quel che ci sta chiedendo è di immedesimarsi nelle sue condizioni per poi capire i problemi che la attanagliano dal suo punto di vista. In sostanza, ci sta invitando a cambiare prospettiva. Il pericolo di condannare un comportamento esiste anche nella scrittura, quando l’autore racconta il personaggio secondo le proprie personali idee.

Ne avevamo già parlato tempo fa, con il guest post Scrittura e cambio di prospettiva di Marco Freccero, ricordate? E proprio allora mi tornò in mente di avere in libreria un libricino particolare, che non avevo ancora letto, solo sbirciato, per aiutarci a pensare in maniera diversa di fronte a una decisione. E questo dovrebbe avvicinarci di più al nostro personaggio, mettersi nei suoi stessi panni.

Cosa c’entrano i cappelli allora? Beh, cambiarsi il cappello è più semplice (e profumato) di cambiarsi le scarpe! (o le mutande! 😛 )
No, davvero l’idea dei cappelli è un’altra: le foto del secolo scorso e i primi film in bianco e nero ci riportano immagini dove tutti indossavano il cappello. Di diversa dimensione e fattura, sia maschili che femminili, difficilmente si usciva di casa senza un cappello. Non serviva ovviamente a protezione del capo, quanto piuttosto a definire un ruolo o un classe all’interno della società. Al giorno d’oggi, l’usanza non è più diffusa, anche se permangono alcuni tipi di cappelli: quello dello chef, quello del comandante di vascello, quello del pilota d’aereo, quello del ferroviere, quello del pompiere, quello del poliziotto e del carabiniere.

Partendo da questo concetto, Edward de Bono ha elaborato il metodo dei Sei cappelli per pensare, ognuno con un suo colore ed una sua funzione, con lo scopo specifico di forzare chi lo indossa ad orientare il proprio pensiero in quella determinata direzione.
Lo so, la prima scettica sono io, ed è questo il motivo che il libro era rimasto da parte. Ma ho indossato il cappello giallo e me lo sono letto in due settimane e il mio scetticismo si è trasformato in entusiasmo.
Del resto, senza saperlo, lo usiamo spesso come criterio di valutazione, quello dei pro e dei contro di una determinata questione, solo che (ed è questo il nostro limite) indossiamo sempre gli stessi capelli. Quelli che ci hanno insegnato ad utilizzare e che ci danno risposte senza sforzi.
Ma difficilmente siamo invogliati a cambiare prospettiva!

Dai e dai, prima o poi doveva succedere. Che io dovessi pubblicare questo post per rispondere al fuoco incrociato della stessa domanda. Sempre l’ennesima questione che tutti gli scribacchini ben conoscono e che li manda dritti dritti in paranoia. Finora l’avevo galantemente schivata, con un sorriso di circostanza, ma è arrivato il mio turno.

Perché se scrivo al maschile nessuno si sogna di chiedermi se è autobiografico. Ho spedito Mario Pàtton dentro la stanza delle torture in Cinquanta sfumature di grigio e poi di nuovo al Museo del Louvre, nel turno di notte, prima dell’assassinio che apre il Codice Da Vinci. Eppure non sono nemmeno mai stata a Parigi! E se conoscessi Mr. Grey col cavolo che starei qua! (gli avrei fregato l’Audi R8, che credevate? 😛 )

Se m’invento qualcosa di assurdo, come la cena perfetta di un uomo condannato a licantropo sanguinario o la morte per annegamento di una ragazza sperduta a Montmartre, lasciando il lettore letteralmente senza fiato con la stessa sensazione di soffocamento, nemmeno lì mi si chiede se c’è qualcosa che ho vissuto in prima persona. La risposta è ovvia. Respiro ancora, senza ululare alla luna (anche se nella rabbia qualcuno me lo sbranerei volentieri).

Ma se scarabocchio qualcosa di femminile e “normale”, la domanda appare magicamente all’orizzonte. O è sottintesa.
Quando mi sono decisa a varcare la soglia dei tabù, con un racconto erotico (che poi aveva ben poco di esplicito; il tabù era la stessa pubblicazione), è successo esattamente quel che temevo: una settimana di occhiatacce femminili e ammiccamenti maschili (e io che faticavo a rimaner seria), chiaro segnale che mi avevano identificato con la protagonista. Ridendo e scherzando, qualcuno mi ha chiesto come si accede al circolo. Mi spiace: non c’è nessuna mezza corona d’argento, così come il vestito nero. E il mio dentista è una donna.
Con l’ultimo Note di carta, storia di una donna lavoratrice insoddisfatta del proprio amore, la domanda si è fatta insistente, concentrandosi ovviamente sulla figura femminile, pure da parte di chi mi conosce e sa benissimo che mai e poi mai mi metterei a stirare a 38 gradi. Nessuno che abbia cercato la provenienza del biglietto canterino, per dire.

Ma perché me lo chiedi, mio caro lettore? Cosa nasconde la tua richiesta, che mi sfugge?

Quando si inizia a studiare il mondo editoriale, curiosando tra i blog degli aspiranti scrittori, i siti professionali di editor e agenzie, i bandi pubblicati dei concorsi letterari e le regole d’invio dei manoscritti alle case editrici, ci si scontra da subito con questa parola: cartella editoriale, in genere associata ad un numero di battute.
Non è la cartella del sistema operativo dove salvate i vostri file. E nemmeno quella brutta borsa rigida in cartone e similpelle con cui ci costringevano ad andare alle elementari (ai miei tempi almeno).

La cartella editoriale è l’unità di misura standardizzata (o quasi) utilizzata in campo editoriale per misurare la lunghezza dei fogli dattiloscritti. Ho lasciato tra parentesi il “quasi” perché con il passaggio dalla macchina da scrivere ai computer, dai tasti meccanici ai font grafici, ha fatto perdere una parte dello standard.
Ecco perché in rete ho trovato svariate spiegazioni di come impostare una cartella editoriale. Ed alla fine ho deciso di preparare dei modelli il più possibile fedeli alla definizione dattilografica. Modelli che potete scaricare gratuitamente. 😉

Stirare le camicie di lui, in pieno agosto, con 38 gradi e un’afa irrespirabile non era certo il suo passatempo preferito.
Accampata nello stanzino del disbrigo, l’angolo più a nord della casa, si era puntata il ventilatore addosso per togliersi immediatamente di torno il vapore che fuoriusciva dalla piastra. Ma non andava molto lontano, rimaneva sospeso e se lo ritrovava comunque appiccicato alla pelle. Aprire la finestra era inutile e il vecchio climatizzatore non ne voleva sapere: o lui o il ferro da stiro, altrimenti saltava il contatore. Un’agonia.
Tutta la sua vita ultimamente era un’agonia.
Stava pensando di lasciarlo, di andarsene, nascondersi in qualche luogo remoto per respirare un po’ d’aria sana, fresca, nuova.
Era stanca. Sempre arrabbiata. Niente sembrava andare per il verso giusto.
Sbagliando movimento, la punta del ferro s’incastrò in una cucitura bloccando il resto del passo e accartocciando la stoffa. Eccola lì, una brutta piega proprio sopra il taschino. Accidenti!
Il cellulare vibrò sopra la cassettiera vicino alla porta. Non si scompose di andare a vedere, era l’ennesima notifica di qualche foto inviata dalle amiche, qualcuna in vacanza nell’assolata riviera, qualcun’altra a refrigerarsi in montagna.
E loro invece ancora lì, incastrati in città, tra i conti che non tornano, i pagamenti che arrancano, il lavoro che opprime.
Sbuffando, tentò di salvare la camicia: uno spruzzo d’acqua, un po’ d’appretto e questa volta un colpo attento ma sicuro.
Fosse così semplice sistemare anche tutto il resto. Un colpo di spugna e via.
Beh, forse lo era. Nascosto nel suo portafoglio aveva un biglietto da visita di un avvocato divorzista.
Ma certamente quello non sarebbe stato un colpo di spugna indolore.
Si spostò per poggiare la camicia piegata nella poltrona assieme alle altre, ma nel breve spazio angusto urtò la gamba di legno del bancone a lato. Un lieve rumore metallico indicò che qualcosa di piccolo era caduto, ma non avrebbe saputo dire cosa.
In quello stanzino non c’era proprio posto per lei.
Il tavolo di lui, pieno di modellini da rifinire e dell’ultimo appena cominciato, sotto la grande lampada e la lente d’ingrandimento.
E scatole, scatole ovunque. Piene dei suoi lavori conclusi. Non si potevano vendere e ricavarne qualcosa almeno?
Assolutamente no. Erano parte della sua straordinaria collezione che cresceva a vista d’occhio, occupando ogni centimetro possibile della stanza.
Gli intrusi erano lei e il ferro da stiro.
Lui si salvava così. Ogni sera rincasava tardi, mangiavano quasi in silenzio e poi lui si ritirava qui, tra figurini, pennelli minuscoli e colori puzzolenti.
Ma a lei, a lei cosa restava, eh?
Un lavoro sempre più striminzito e mal retribuito, sacrificato in onore della famiglia, della casa, del focolare che stavano tentando di costruire. Non ricordava nemmeno più quand’era l’ultima volta che si era concessa un sabato di shopping con le amiche, fresca di parrucchiere. O un aperitivo con le colleghe dopo il lavoro. Non c’era mai tempo per lei.
E non c’era nemmeno mai tempo per loro due. L’ultima cena romantica insieme? L’aveva cucinata lei, con poco entusiasmo.
Non si meritava questo.
Altro che croce da portare. Perché mai un matrimonio che nasce dall’amore deve diventare una croce?
Sperava che fosse il caldo, questo opprimente forno d’agosto in città, a metterle in circolo solo pensieri negativi.
Pensava e ripensava a questo, quando sentì una musica lontana, come un bambino che si esercita col flauto di scuola.
Insisteva sempre sullo stesso pezzo, gli stessi giri di note, scandendole una ad una lentamente. La conosceva, era anche famosa quella canzone…ma certo! Era la colonna sonora del film Love story.
Perché mai la facevano suonare a scuola? Così triste poi.
Il ripetersi infinito della stessa strofa iniziò a disturbare la sua concentrazione e chiuse la finestra, pensando di smorzare quelle note continue.
Ma la musica era lì, nella stanza, più vivida che mai.
Stranita, controllò il suo cellulare: volume al minimo. E poi non era una delle sue suonerie.
Si girò intorno: il lettore mp3 giaceva sopra la scrivania portacomputer, spento, senza nemmeno la batteria carica.
Lì a fianco, il computer portatile su cui aveva letto le mail poco prima aveva il sonoro impostato su muto. Gli si avvicinò con l’orecchio alle casse minuscole vicino alla tastiera, ma si sentiva solo la ventolina girare arrabbiata.
Eppure sentiva quella lirica struggente continuare ad arrovellarle la testa, con la sua scala di note che continuava a discendere verso la tristezza di un amore sconsolato.
Da dove arrivava quel tormento?
Che fosse solo dentro la sua testa? Stava così male da sentire le voci?
Cambiò stanza. In cucina non si sentiva più.
Tornò indietro. E’ qui, nello stanzino, ma dove?
Così flebile, la musica sembrava rimbalzare tra gli oggetti e non riusciva a capirne la provenienza. Non c’era nulla che potesse suonare, non certo i modellini, erano solo statuine dipinte.
Girava nella cameretta annusando l’aria. Che stupida! Le note non si annusano!
Stava forse impazzendo? Era davvero di fronte ad una crisi depressiva?
Chiuse gli occhi, respirò a fondo e cercò con calma di capire la fonte della melodia. Si mosse lentamente, si avvicinava, sempre più, la sentiva, quasi la toccava. Ora era davanti a lei.
Li riaprì. Veniva dai cassetti della sua scrivania da ragazza, dove condivideva il computer con lui.
Aprì il primo. Niente. Non sembrava provenire da lì.
Lo richiuse e spalancò il secondo. Le note esplosero impetuose.
Lì c’erano solo ricordi, vecchie cose. Imbambolata, sollevò le buste, spostò i fogli, scorse le scritte, finchè non trovò una cartellina rosa. Era lei che cantava, ora più che mai, imperterrita e ostinata nel diffondere quel motivo struggente.
Riconobbe all’istante il suo contenuto. Erano le loro lettere d’amore, i biglietti di San Valentino, le promesse sdolcinate, i compleanni condivisi, i loro Natali, i loro segreti. Era tutto lì. E da tempo non veniva aggiunto nulla.
Perché non si scrivevano più?
In mezzo, un cartoncino musicale aveva deciso di spargere la sua poesia senza nemmeno essere aperto. Così, all’improvviso. Nel giorno e nell’ora in cui lei stava per buttare via tutto. Un caso?
Lo estrasse dalla sua busta rossa. L’immagine in bianco e nero di due bambini che si baciavano su un balcone, incorniciata da tanti cuori colorati. Era chiuso, la sua batteria vecchia e scarica, eppure cantava a squarciagola, contro ogni legge della fisica.
Perché proprio ora? Che cosa le voleva dire?
Lo aprì. La grafia di lui le aveva scritto parole che non si potevano leggere ad alta voce, perché perdevano forza e sostanza.
Ma erano lì, impresse nel cartoncino. Per sempre. Impossibile dimenticarle.
La lacrime finora trattenute presero il largo nel suo viso, indipendenti e copiose.

 

Se ne stava lì, accovacciata a terra col biglietto ormai muto in mano, quando qualcuno entrò dall’ingresso.
Dimenticando tutta la rabbia e ricordando ciò che li aveva invece portati sino a quel momento, corse incontro ad abbracciarlo.
Sorpreso, lui la cinse con un solo braccio. Nell’altro reggeva un mazzo di rose rosse e profumate. Erano troppi anni che non gliele regalava più. Era passato davanti al fioraio e non sapeva nemmeno lui perché, ma aveva sentito il bisogno di entrare.
Una piccola busta fucsia cadde a terra.
Dentro c’erano promesse nuove.

 

Quando vi mancano le parole, lasciate parlare la carta.
Un biglietto diventa una potente ancora di salvataggio.

(c) 2016 Barbara Businaro

 

 

Proseguiamo lo studio del software di scrittura creativa yWriter6, studiato appositamente per narratori dallo sviluppatore informatico Simon Haynes che ha vinto ben 6 volte il NaNoWriMo con la sua serie di fantascienza Hal Spacejock. Spulciando nel suo sito, trovate anche ottimi consigli pratici su come scrivere un romanzo, dati dalla sua esperienza diretta: How to write a novel (è in inglese, ma potete usare egregiamente il traduttore automatico di Chrome).

Nell’articolo precedente abbiamo visto l’editor delle scene, il punto chiave del programma stesso, dove scrivere ogni singola scena che comporrà la nostra storia. Tra le varie schede della scena, avete visto quelle dedicate ai Personaggi, al Luogo e agli Elementi, dove ognuno di questi componenti viene associato alla scena da un elenco già compilato. Vediamo ora in dettaglio come gestire l’elenco di questi oggetti all’interno del software.

Per facilitarci nell’apprendimento, ho creato il progetto con i primi 6 capitoli di Alice nel Paese delle meraviglie. Potete effettuare il download del file .zip aggiornato alla fine di questo articolo.

Anche se l’estate è ufficialmente terminata, il tempo ci regala ancora giornate meravigliose e noi continuiamo a navigare informati nel nostro oceano di parole, seguendo i consigli del bollettino nautico nel mondo dei libri. Dopo esserci occupati del mercatino dell’usato di ComproVendoLibri, questa stavolta rivolgiamo la nostra attenzione ai libri che GRATUITAMENTE circolano liberi per il mondo, viaggiano di lettore in lettore, senza richiedere alcuna spesa (tempi duri per la scusa del “non leggo libri perchè costano troppo”!)
Si chiama BookCrossing (letteralmente “incrociare un libro”) ed è diventato talmente importante da meritare una voce nel dizionario Concise Oxford English:

bookcrossing: n., the practice of leaving a book in a public place to be picked up and read by others, who then do likewise.
(la pratica di lasciare un libro in un luogo pubblico per essere raccolto e letto da altri, che poi fanno allo stesso modo)

La filosofia che sta alla base del BookCrossing è che se ami un libro, lo vuoi condividere con altri. Non c’è niente che lega di più le persone che partecipare alle stesse passioni, provare le stesse emozioni. Così il BookCrossing riesce a connettere i lettori con le stesse parole dei loro romanzi preferiti.
Ci sono molte iniziative locali in ogni paese per il libero scambio di libri, ma quando si parla di BookCrossing il riferimento è al sito web ufficiale, nato nel 2001 in America, BookCrossing.com
Attualmente risultano registrati 1.653.701 BookCrosser e 11.656.278 libri che viaggiano in ben 132 paesi.
Come andare a caccia di tutti questi libri?

 

BookCrossing read and release

A volte mi perdo davvero in un bicchiere d’acqua e non vedo soluzioni che sono lì, a portata di naso!
L’aveva detto il Vecchio viaggiatore di panchine che occorre imparare a cambiare prospettiva per trovare il pezzettino mancante!
Devo dire, a mia discolpa, che mi mancava un frammento d’informazione.

E’ successo che stavo parlando con Mister E. dell’andamento a velocità tartaruga del mio (oramai ex) Summer NaNoWriMo, il cui primo step consiste nel riportare il testo cartaceo già prodotto in formato digitale, all’interno del software yWriter6 (tra un po’ ricominciano le lezioni!). Avevo anche pensato di “smontare” il quadernetto (sigh sigh) e passare tutte le pagine all’interno di uno scanner rotativo (a differenza degli scanner piani, il rotativo “mangia” più fogli velocemente, scannerizzando fronte e retro in contemporanea). Ovviamente sulla mia calligrafia non funziona il riconoscimento OCR (un software in grado di convertire immagini scansite in parole), ma almeno avrei avuto una copia digitale e avrei potuto lavorare quasi in ogni dove.

Mister E. candidamente me la butta lì: Non hai pensato di usare un software di riconoscimento vocale?

Ah!

No, in effetti no. Ma (e questa è l’indicazione errata archiviata nel mio database) non ci sono software di questo tipo gratuiti. Dragon Naturally Speaking parte da una licenza base di 99 euro (e devo dire che lo ricordavo molto più costoso).

Mister E., con un sorriso a tutta arcata dentaria modello Stitch: Google Docs fa il riconoscimento vocale tramite Chrome! Gratis!

Eh?!

Lilo & Stitch, Walt Disney Pictures (c) 2002
Lilo & Stitch, Walt Disney Pictures (c) 2002

Ci sono delle volte in cui ho la precisa sensazione che qualcuno mi ascolti, da lassù, e semini degli indizi come Pollicino. Mi è capitato almeno un anno fa di leggere in altri blog di questo libro di Stephen King, On Writing – Autobiografia di un mestiere, una sorta di manuale di scrittura creativa, ma più autobiografia, più raccontato, invece del solito elenco di regole grammaticali o stilistiche. Mi incuriosiva. E mi ero ripromessa di acquistarlo, che sicuramente un autore di tal calibro aveva qualcosa da insegnarmi, anche se avevo una certa antipatia per lui (di Stephenie Meyer disse “la sua scrittura non vale niente”) e detesto il genere horror.

In seguito ad un trasloco, un’anziana signora mi regalò uno scatolone di libri da buttare (cioè, lei li avrebbe buttati se non glieli avessi chiesti): dentro c’era di tutto, per lo più gialli Mondadori e edizioni del Club del libro, qualcuna intoccata. In mezzo a questo pot-pourri saltò fuori proprio lui! Prima edizione originale rilegata di Sperling & Kupfer del 2001, introvabile.
Rimasi sbalordita. Era come se qualcuno fosse lì a dirmi: lo devi leggere! Di più, studiare!
Vediamo quindi cosa ho imparato da questo libro.

Non so voi, però a me l’aria di rientro a scuola di settembre manca un po’. Quando si passava in cartoleria e si valutavano i diari scolastici appena arrivati, gli astucci di ogni forgia e colore, i quaderni intonsi in pile ordinate, gli zaini sgargianti nello scaffale più alto, pastelli e pennarelli per tutto l’arcobaleno. Non che ogni anno si potesse rinnovare tutto il guardaroba, ma qualcosa di nuovo si spuntava sempre. Il diario di sicuro. Ai miei tempi il must era quello di Naj-Oleari, un sacco di pagine in più da dipingere a perdifiato.
Ho sempre pensato che da grande avrei aperto una cartoleria o una libreria. Non c’ho azzeccato proprio!

Invece per noi adulti settembre è rientrare al lavoro e al solito via vai, tale e quale a come l’abbiamo lasciato un paio di settimane prima. Forse un po’ riposati (seppure qualche mamma svela di attendere la scuola dei propri figli per respirare), ma manca quel carico di attesa e di aspettative del nuovo anno scolastico. I compiti e le interrogazioni tanto non finiscono mai.
Siamo dunque pronti al rientro? Ci aggiungiamo un po’ di colore?