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Scrivere è già un’attività di per sé difficile, che richiede impegno, studio, tenacia, pazienza e un pizzico di follia.
Aggiungiamoci anche una buona dose di entusiasmo e coraggio ben miscelati, per passare oltre a certi atteggiamenti furbetti nell’epoca dei blog e dei social: siccome solo “uno su mille ce la fa”, c’è anche chi adotta la strategia di sparare a zero sulla concorrenza col semplice scopo di demotivarla, eliminandola ancor prima della pubblicazione. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

E tutto questo ancora non basta: ci vogliono organizzazione e fantasia, ma in che dosi? Quando l’organizzazione non soffoca l’innocenza della fantasia e l’eccesso di immaginazione non si trasforma in un gomitolo ingarbugliato senza fine?

Poi tempo fa sono inciampata in alcuni blogger americani che discutevano appassionatamente su questa domanda: Are you a plotter or a pantser writer? I’m a plotser! Sei uno scrittore plotter o pantser? Io sono un plotser!

Che cavolo stai dicendo, Willy?! 😀

Ho sempre voluto essere un acchiappafantasmi. Correre velocemente per le strade della città a bordo dell’Ecto-1, scortati dalla polizia. Studiare gli incredibili archivi storici per risalire all’origine del fantasma infestante, scoprendo i misteri più oscuri. Spalmarsi un po’ di melma rosa la mattina per sentirsi più felici.

Ma che ci crediate o meno ai fantasmi, dovrete per forza credere agli scrittori fantasmi perchè ne ho intervistato uno!

Uno vero però, non quelli che si fingono ghostwriter e si presentano poi ai lettori come autori di questo o quel libro che in copertina riporta un altro nome. Se sei un fantasma, devi rimanere nell’ombra.

I always wanted to be a ghostbuster. Run fast on the streets of the city on the Ecto-1, escorted by the police. Studying the incredible historical archives to trace the origin of the weird ghost, discovering the darkest mysteries. Spread some pink slime in the morning to feel happier.

But that you believe it or not in the ghosts, you have to believe in the ghostwriters because I interviewed one!

One true though, not those who pretend ghostwriter and then come to readers as authors of this or that book with another name on the cover. If you’re a ghost, you have to stay in the shadows.

 

Chiariamo infatti ai lettori che cos’è un ghostwriter: è uno scrittore che non usa il proprio nome sull’opera che scrive, ma rimane completamente anonimo, mascherato da collaboratore della casa editrice, mentre il libro viene pubblicato a firma di un altro scrittore o personaggio famoso che non aveva il tempo, o le capacità, di scriverselo da solo.

Non sono andata alla ricerca di ghostwriter di calibro, come Andrew Crofs che chiede mediamente 130 mila euro per un libro, per lo più biografie e saggi per conto di politici, inventori, sportivi, attrici, cantanti, personaggi autorevoli, ma raramente romanzi di fiction. Ed è proprio questo che volevo sapere: esistono davvero ghostwriter di narrativa?

Let’s say to readers what a ghostwriter is: a writer who does not use his name on the work he writes, but remains completely anonymous, disguised as a publisher’s collaborator, while the book is published in the signature of another writer or a famous character who did not have the time, or the ability, to write it alone.

I did not look for ghostwriters of caliber, such as Andrew Crofs who asks for an average of 130,000 euros for a book, mostly biographies and essays on behalf of politicians, inventors, sportsmen, actresses, singers, authoritative characters, but rarely fiction novels. And that’s exactly what I wanted to know: are there really ghostwriters of narrative?

 

E’ capitato. Di nuovo.
Nella stessa settimana in cui Mister E. se n’è tornato alla carica con la solita domanda (“Sei andata avanti col libro?”) e propinandomi la medesima conclusione (“Qualcosa ti blocca e non è il tempo…”), ecco che un altro segnale incrocia la mia strada, impossibile pensare che sia successo per caso. Ho studiato Statistica, figuratevi se io credo al caso! 😉
Della scrittrice di fiction storica Diana Gabaldon ho già parlato (trovate una buona introduzione nell’articolo E adesso prendimi. Come scrivo le scene di sesso di Outlander). Adoro il suo stile di scrittura e, nonostante capisca poco il suo slang e i suoi post social siano pieni di espressioni idiomatiche e acronimi (per cui i traduttori automatici vanno a farsi friggere), seguo sempre quello che scrive e condivide, dalle sue #dailylines del #booknine in prima bozza agli interessanti spunti sulla scrittura creativa, anche saggi di altri autori. Per esempio, La Tavola Periodica della Narrazione che ho tradotto in italiano l’aveva segnalata proprio lei.

Questa volta però un suo post del 9 marzo, che avevo perso nel mare magnum della mia bacheca Facebook, mi è stato segnalato esattamente la stessa settimana di Mister E. (!) dal gruppo MyPeak Warrior Writers, un gruppo di peakers che partecipano con me al My Peak Challenge e come sfida creativa hanno scelto la scrittura, tra scrittori self-publisher, copywriter per lavoro, blogger e anche poeti. Ma il punto è proprio questo: quel post, che poi è un pezzo preso dal suo saggio The Outlandish Companion, un compendio alla saga di Outlander (solo in versione inglese), parla proprio dei giochi mentali nella scrittura. E mi ci sono ritrovata con tutte e due le scarpe!

Vi riporto quindi la mia traduzione di questo articolo di Diana Gabaldon dal suo profilo Facebook: Author Diana Gabaldon – Mind Games
Lo fisso qui nel mio blog per prenderlo sul serio, per evitare che diventi una lettura e via. La mia non è una traduzione raffinata, ma rende molto il senso delle sue parole.
Non spaventatevi per le strane regole ortoeditoriali: non chiedetemi perché ma lei utilizza molto le parentesi, anche incastonate, e l’underscore o trattino basso per evidenziare alcune parole (anche se le virgolette le conosce). Questi americani… 😉

“E’ la magia dell’arte: spargi gioia, prendi grana!”

Questa è la frase che l’altra sera mi ha fatto capitolare a vedere un film italiano. Sono sempre prevenuta verso certe produzioni nostrane, perché ho paura di trovarmi davanti il solito cine-panettone trito e ritrito. Mentre io ho fame di storie originali.
Loro chi? era nella programmazione serale l’unico film che non avevo visto e di cui non sapevo nulla (altri non li avevo visti, ma so che non mi interessano). Film con i bravissimi Edoardo Leo e Marco Giallini, regia di Francesco Micciché e Fabio Bonifacci, produzione Picomedia e Warner Bros.
La trama di per sé non diceva molto: “David, 36 anni, ha un’unica ambizione: guadagnare la stima e il rispetto del Presidente dell’azienda presso cui lavora, ottenere un aumento di stipendio e la promozione a dirigente. Un giorno il suo desiderio sembra avverarsi: presenterà un brevetto che gli farà meritare l’apprezzamento da sempre sognato. In una sola notte, però, l’incontro con Marcello, un truffatore molto abile, gli cambierà per sempre la vita. David perde la fidanzata, il lavoro e la casa, dovendo così chiedere aiuto allo stesso Marcello, colui che lo ha messo nei guai.” da Wikipedia.

Vado quindi a vedermi il trailer su YouTube solo per capire il significato di quello strano titolo, Loro chi?, ed è lì che sento questa frase curiosa sulla magia dell’arte, mentre l’attore butta al vento banconote di carta da una Maserati in corsa per la campagna. Lo stesso personaggio che poco prima afferma: “Diciamo che sono un compositore della realtà”. Non vi dice niente questa definizione?

 

Il titolo del film viene dal nome di un complesso musicale, i Loro, usato anche come fantomatico cognome, che poi è il nome della banda dei truffatori. E quando qualcuno chiede “Conoscete i Loro?”, i fans sono tenuti a rispondere “Loro chi?” in una burla assurda e irriverente, favorendo il loro anonimato.
Il film non è nemmeno una novità, una pellicola del 2015, ma non l’ho mai visto citare nei lit-blog. Eppure parla di uno scrittore.
E di come riuscire a farsi leggere un manoscritto e pagare ben 50 mila euro di diritti d’autore dopo due ore dalla lettura.
Non siete un po’ curiosi anche voi adesso? 🙂

Come ho raccontato nelle mie tre parole per il 2017, quest’anno sono iscritta al My Peak Challenge, una community mondiale il cui scopo è aiutare le persone a raggiungere uno stile di vita più sano, attraverso un programma di nutrizione e allenamento mensile, personalizzabile a seconda del proprio livello di partenza, e il supporto del gruppo stesso che condivide giornalmente i propri piccoli o grandi risultati. Contemporaneamente, le iscrizioni di MPC servono per sostenere Bloodwise per la ricerca su leucemia, linfoma e mieloma (e alcuni iscritti sono proprio nel periodo di recupero dopo interventi per rimozione di varie tipologie di cancro, il sostegno è soprattutto per loro). Ad oggi con 7.989 peakers partecipanti sono stati versati già più di 500.000 dollari a Bloodwise. E questo ci rende tutti molto orgogliosi.

All’interno di questo challenge, ognuno fissa uno o più obiettivi (i peaks appunto) sia di preparazione fisica, come partecipare ad una maratona, effettuare escursioni avventurose, scalare alte montagne per la prima volta, che sfide creative, come finire di scrivere quel libro (!!), ricominciare a dipingere, diventare vegetariano, imparare a cucire o studiare una nuova lingua. Soprattutto per la parte dell’esercizio fisico, il programma è adattabile alle proprie esigenze e integrabile con altre attività sportive. Così ci sono molti peakers walker o runner che macinano miglia e miglia ogni giorno.

Ed è qui che mi sono inserita io: seguendo già due corsi in palestra, e non potendo gestire un allenamento quotidiano, ho però aggiunto il fitwalking del weekend, una camminata intensiva a velocità sostenuta, dai 7 ai 9 km/h, manca solo lo stacco del piede e il salto del jogging (per cui i miei piedi ancora si rifiutano categoricamente).
Dato che questa nuova attività mi prende un’altra ora del mio scarso tempo libero (facciamo anche due, tra preparazione e defaticamento) mi sono chiesta se almeno camminare faccia bene anche alla mia scrittura, che finisce ancora più ai margini.
La sensazione è che sì, i miei neuroni siano più allenati anche dopo la corsa. Beh, subito subito no, la faccia stravolta per le tre orette successive lo testimonia. Ma a lungo andare, l’energia rilasciata durante l’esercizio sembra ritornare indietro raddoppiata.
Mentre ero ancora scettica su questo punto, proprio gli amici scrittori di MPC (abbiamo un gruppo apposito, i MyPeak Warrior Writers) hanno condiviso un vecchio articolo del New Yorker…

L’avrete visto girovagare furtivo tra i commenti, anche se difficilmente lascia tracce del suo passaggio, che tanto “hanno già detto tutto (ed il contrario di tutto) gli altri”. Per lo più preferisce discuterne a quattrocchi, probabilmente perché l’ipnosi su di me funziona meglio dal vivo. Mister E. è il responsabile del Settore Q di webnauta (anch’io come Bond ho la licenza di uccidere…i personaggi) e della strategia navale a lungo termine.
Le sue frasi tipiche sono:
“A che punto sei del libro?” Ahm, ehm, sono un po’ ferma, è che mi viene da scrivere più racconti, e non lo so, ho pure il blog da seguire…
“Basta con gli alibi, andiamo oltre. Devi uscire dai soliti schemi.” Eh, ci sarebbe anche quell’altro progetto…
“E’ davvero importante? Definisci quello che vuoi. Davvero.” Quello che voglio io lo so, ma sono continuamente in corsa contro l’orologio!
“I grandi lavorano strutturati. Non a vista.” Ottimo direi per me che mi definisco navigatore a vista. Ma del resto, qual è il tuo piano in campo?
“A volte la vera forza della risposta è …non rispondere.” ……!

Questo articolo è nato una bella mattina in cui mi ha salutato dicendomi: “Vuoi davvero finire quel libro? Ho un link interessante per te!”
E credetemi, i suoi link sono davvero al pari delle armi che Q fornisce a Bond: apparentemente insignificanti, terribilmente letali. Delle bombe mentali mica da poco, che ti rodono dentro per settimane. Ma che ti fanno uscire da quella che viene detta comfort-zone. E scattare in avanti alla potenza del motore v8 della Aston Martin DB10.

Di che si tratta stavolta? Dimenticarsi degli obiettivi e concentrarsi invece sui sistemi.
Semplice, no?

Ricordate quando vi ho illustrato il metodo dei Sei cappelli per pensare di Edward de Bono? Uno dei cappelli che più dovrebbe riguardarci è quello verde, la cui funzione è di produrre nuove idee e nuovi modi di vedere le cose, utilizzando anche le provocazioni. Uno dei sistemi più semplici di provocazione indicato da de Bono per uscire dagli schemi percettivi abituali consiste nella pesca di una parola a caso. Si apre il vocabolario, si sceglie una parola qualsiasi e poi la si usa per generare soluzioni diverse, partendo anche da situazioni illogiche che costituiscono comunque un punto di vista alternativo.

Questo criterio risulta illuminante nella ricerca di prodotti innovativi, perché la parola pescata porterà con sè delle nuove caratteristiche che il nostro cervello cercherà di associare all’oggetto che già conosciamo. Nel suo libro de Bono riporta un esempio: la parola “formaggio” associata agli apparecchi televisivi suggerisce un tipo di televisore che, come un formaggio pieno di buchi, riporta più finestre dove vedere in contemporanea più canali. Una cosa banale ai nostri giorni, ma il libro in questione è del 1981. 😉

Possiamo utilizzare questo procedimento per generare nuove idee nella scrittura creativa?
Assolutamente si! Dato però che una parola da sola potrebbe non essere sufficiente a scatenare la creatività in un mondo che di parole ne usa tante, esistono i prompt e soprattutto le matrici di prompt, che sono molto utilizzate nel mondo delle Fan Fiction.

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io.
Luigi Pirandello

Quando una persona si sente giudicata da noi per le sue scelte, incompresa nelle sue difficoltà, l’espressione più comune è “Mettiti nei miei panni!” O nelle mie scarpe, come dice Pirandello. Quel che ci sta chiedendo è di immedesimarsi nelle sue condizioni per poi capire i problemi che la attanagliano dal suo punto di vista. In sostanza, ci sta invitando a cambiare prospettiva. Il pericolo di condannare un comportamento esiste anche nella scrittura, quando l’autore racconta il personaggio secondo le proprie personali idee.

Ne avevamo già parlato tempo fa, con il guest post Scrittura e cambio di prospettiva di Marco Freccero, ricordate? E proprio allora mi tornò in mente di avere in libreria un libricino particolare, che non avevo ancora letto, solo sbirciato, per aiutarci a pensare in maniera diversa di fronte a una decisione. E questo dovrebbe avvicinarci di più al nostro personaggio, mettersi nei suoi stessi panni.

Cosa c’entrano i cappelli allora? Beh, cambiarsi il cappello è più semplice (e profumato) di cambiarsi le scarpe! (o le mutande! 😛 )
No, davvero l’idea dei cappelli è un’altra: le foto del secolo scorso e i primi film in bianco e nero ci riportano immagini dove tutti indossavano il cappello. Di diversa dimensione e fattura, sia maschili che femminili, difficilmente si usciva di casa senza un cappello. Non serviva ovviamente a protezione del capo, quanto piuttosto a definire un ruolo o un classe all’interno della società. Al giorno d’oggi, l’usanza non è più diffusa, anche se permangono alcuni tipi di cappelli: quello dello chef, quello del comandante di vascello, quello del pilota d’aereo, quello del ferroviere, quello del pompiere, quello del poliziotto e del carabiniere.

Partendo da questo concetto, Edward de Bono ha elaborato il metodo dei Sei cappelli per pensare, ognuno con un suo colore ed una sua funzione, con lo scopo specifico di forzare chi lo indossa ad orientare il proprio pensiero in quella determinata direzione.
Lo so, la prima scettica sono io, ed è questo il motivo che il libro era rimasto da parte. Ma ho indossato il cappello giallo e me lo sono letto in due settimane e il mio scetticismo si è trasformato in entusiasmo.
Del resto, senza saperlo, lo usiamo spesso come criterio di valutazione, quello dei pro e dei contro di una determinata questione, solo che (ed è questo il nostro limite) indossiamo sempre gli stessi capelli. Quelli che ci hanno insegnato ad utilizzare e che ci danno risposte senza sforzi.
Ma difficilmente siamo invogliati a cambiare prospettiva!

Non stiamo parlando del Nano politico e nemmeno del saluto Nano-Nano di Mork da Ork. Il NaNoWriMo è il NAtional NOvel WRIting MOnth, ovvero il Mese Nazionale di Scrittura del Romanzo. Ve ne ho accennato nell’introduzione al software yWriter6, perchè anche il suo creatore, lo scrittore Simon Haynes vi ha partecipato con successo per ben 6 volte. In realtà, avevo pure sbagliato l’acronimo: l’avevo erroneamente tradotto con NAtional NOvember WRIting MOnth, perchè in effetti il NaNo si svolge nel mese di Novembre. Il cronometro scatta al 1 Novembre alle 0.00 e termina alle 23.59 del 31. Addirittura contare i minuti? La sfida è scrivere un romanzo di 50.000 parole in 30 giorni, ed ogni minuto è davvero prezioso!
Ma il NaNoWriMo non è nemmeno solo questo. E’ molto di più!

Qualche giorno fa Umberto Eco ha lasciato questo mondo di imbecilli (come lui soleva definire in particolare il web).
Leggendo le varie note biografiche che tutti i quotidiani hanno riportato, mi ha stupito scoprire che Il nome della rosa, il suo romanzo più conosciuto e tradotto in tutto il mondo (quindici milioni di copie signori!), in realtà non fosse tra i suoi prediletti, anzi lo odiava proprio. Perchè ovviamente riteneva i libri successivi tecnicamente migliori, ma a volte è bene scrivere più col cuore che col metodo.

Oltre che romanziere, saggista, filosofo, brillante docente universitario, semiologo (studioso dei segni del linguaggio verbale), era anche un ironico editorialista, che sapeva trovare una visione diversa dei fatti della nostra società. Una di queste rubriche era La bustina di Minerva), pubblicata dal 1985 sull’ultima pagina dell’Espresso e poi raccolta in vari libri (Diario minimo, Il Secondo Diario Minimo, La bustina di Minerva e Pape Satàn aleppe di prossima uscita).

In una di queste “bustine” aveva scritto le 40 regole per scrivere bene in italiano, dalla grammatica alla struttura, in una stesura beffarda dove ogni singola regola contraddice se stessa. Ma non erano completamente sue.

 

La lista prima di Eco

Questo elenco girava per email, condivido e ricondiviso tra giornalisti e aspiranti scrittori, e probabilmente all’epoca Google era solo un cucciolo, non certo il segugio straordinario che è ora.
L’originale è addirittura del 1979 ed appartiene al giornalista William Safire del New York Times, che scrisse le sue “Fumblerules of Grammar” (letteralmente regole perse della grammatica, dove fumble è la perdita del pallone nel football americano) nella sua rubrica “On Language”. Alle prime 36 regole, se ne aggiunsero altre 18 nel suo libro “Fumblerules: A Lighthearted Guide to Grammar and Good Usage”.

Umberto Eco rivide quel testo, producendone una versione più comprensibile per la nostra lingua. Sebbene per qualcuno siano scontate, io le ripasso sempre volentieri.

 

Le 40 regole per scrivere bene

Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene.
Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
L’allitterazione è una figura retorica (ndr. accorgimento tecnico del discorso) per cui la ripetizione di una lettera o sillaba in parole successive genera omofonia (suonano simili, seppur diverse). In questo caso, la successione è tra “allit-“, “allet-” e “alloc-“. Nella poesia è ricercata per finalità stilistiche (la classica rima), nel marketing è un ottimo metodo mnemonico (slogan pubblicitari), nella scrittura creativa diventa il male assoluto. Recentemente ho scritto “…dalla Moglie Perfetta che sicuramente l’aspetta. Parla in fretta…” Purtroppo capita di accorgersene alla decima revisione.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
Qui il congiuntivo è volutamente sbagliato. “Che lo si usI quando necessario”, mentre “si usA” è indicativo presente. Il congiuntivo è quella brutta bestia che anche i nostri esimi politici sbagliano di continuo e che la maestra ci faceva iniziare col “che”: che io fossi, che tu fossi, che egli fosse.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
Una rondine non fa primavera. Non ci sono più le mezze stagioni. Si stava meglio quando si stava peggio. E tutte gli altri modi di dire e locuzioni di uso comune che possono anche passare in un dialogo tra personaggi, ma non sono il massimo della creatività nel resto del testo.

4. Esprimiti siccome ti nutri.
O semplicemente “parla come magni”. Punto oscuro: intendeva dire di evitare l’ostentazione di un lessico ricercato che non ci appartiene?

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
A meno ché non siate in ufficio e la vostra sia corrispondenza tecnica. Personalmente evito di usarli anche negli sms telefonici, adesso che non sono più limitati a 160 caratteri. Non sono più trendy. Oramai se vuoi essere cool e distinguerti dalla massa, scrivi in Italiano corretto! 🙂

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
Le parentesi sono di tre tipi: tonde, quadre e graffe. Le graffe sono ad uso esclusivo delle materie scientifico-tecniche. Le quadre a volte vengono utilizzate in sostituzione delle tonde, a seconda della convenzione stilistica utilizzata. In generale, le parentesi in un testo servono per racchiudere un’informazione che sta su un piano diverso rispetto al discorso principale: una data storica, la spiegazione di un riferimento, una nota dell’autore/redattore (ndr. come ho utilizzato sopra al primo punto). Difficile trovarle in un racconto.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
I punti di sospensione sono sempre e solo 3. Tranne quando siete particolarmente incavolati e sui social vi scappa un rafforzativo del tipo: ………………!!! Ma solo lì potete prendervi questa licenza poetica.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
Le virgolette servono per contraddistinguere un’espressione all’interno di una frase, per la sua natura gergale, tecnica, figurativa o ironica, per racchiudere una citazione o il titolo di un altro testo o per incorniciare un discorso diretto di un dialogo. Qui si riferisce al primo utilizzo, quando si vuole evidenziare il particolare utilizzo di una parola.

9. Non generalizzare mai.
Non avremmo nulla di cui scrivere, altrimenti.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
E poco sopra ho scritto “trendy” e “cool”. Diciamo che dipende dal contesto, anche se vanno evitate.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
Le citazioni sono come le amiche, poche ma buone.

12. I paragoni sono come le frasi fatte.
Ovvero la “minestra riscaldata” del punto 3. La scorsa estate ho letto un romanzo appena uscito dove l’autrice utilizzava continui paragoni a film classici e piuttosto famosi, da Via col vento a Ufficiale e gentiluomo, per descrivere gli atteggiamenti dei personaggi. Per me il riferimento era immediato, per lei anche troppo facile da scrivere, ma passata la mia generazione, cosa rimarrà di quel libro?

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
Se siamo costretti a ripetere un concetto, è perché la nostra comunicazione non è adeguata al pubblico che abbiamo di fronte. (Non sono io che non capisco, sei tu che non ti spieghi!)

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
E dato che il mondo è pieno di stronzi, anche i romanzi lo sono.

15. Sii sempre più o meno specifico.
E se non lo siete, vi toccherà essere ridondanti.

16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
L’iperbole è una figura retorica (come l’allitterazione del punto 1) che consiste nell’esagerazione della realtà, per eccesso o per difetto. Ad esempio: “E’ un secolo che non ti vedo!”; “Il prezzo del petrolio è salito alle stelle.”; “Facciamo quattro passi?”; “Mi hai spezzato il cuore!” Rischiamo però di cadere nelle frasi fatte del punto 3.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
Obbedisco!

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
Credo valga per le metafore quanto detto per i paragoni al punto 12. La metafora è una figura retorica dove viene sostituito un termine proprio con uno figurato, in seguito a una trasposizione simbolica di immagini. Le parole come “piume sulle scaglie di un serpente”.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.
Capite bene che c’è un’enorme differenza dal scrivere “Vado a mangiare, nonna” a “Vado a mangiare nonna”. Salvate la nonna, per carità! 😀

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
Ammetto che l’uso del punto e virgola non è semplice. L’Accademia della Crusca spiega: il punto e virgola (punto acuto, punto coma) segnala una pausa intermedia tra il punto e la virgola e il suo uso spesso dipende da una scelta stilistica personale; i due punti (punto addoppiato, doppio, piccolo) avvertono che ciò che segue chiarisce, dimostra o illustra quanto è stato detto prima.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
Ringrazio Eco per questa citazione (ma non erano proibite? Punto 11) direttamente dal dialetto veneto. Letteralmente significa: peggio la toppa del buco.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
Il cigno canta, il treno deraglia, ma soprattutto è l’asino che raglia (con voce sgraziata). Un’allitterazione mentale che ci frega.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
La domanda retorica è una figura retorica che consiste nel formulare una domanda la cui risposta è ovvia, non è una vera richiesta di informazione, quanto la richiesta di una conferma che è implicita nella domanda stessa.
Nella voce del subconscio ci facciamo continuamente domande retoriche, di cui conosciamo, ma non vogliamo ammettere, le risposte. Non sei d’accordo?

24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
Siate brevi, ma non troppo (punto 17).

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
Sugli accenti ci sono un po’ (apostrofo, non accento!) da dire. L’Accademia della Crusca ha preparato un comodo vademecum.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
Quando si mette l’apostrofo è perché si taglia la A di UNA, ma nel maschile esiste UN senza la O. La lingua italiana è un po’ maschilista…

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
Ha ragione!!!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
(No, io non ho niente a che vedere con i barbarismi, giuro!) In inglese, il plurale si ottiene aggiungendo una S finale. Quindi FAN diventa FANS. Ma questa, come altre parole, è oramai utilizzata nella lingua corrente italiana senza aggiungervi la S.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
Baudelaire, Roosevelt e Nietzsche. Se non siete sicuri, cercateli in Google che ve li corregge in automatico.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
Il Cinque Maggio è un’ode scritta da Alessandro Manzoni, appunto il maggior scrittore lombardo del XIX secolo. Le perifrasi sono giri di parole per esprimere meglio un concetto o per evitare di esprimerlo direttamente.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
Captatio benevolentiae significa catturare la benevolenza o accattivarsi la simpatia.

32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
(Correttore ortografico automatico. Ssssh, io non ho detto niente.)

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
La preterizione è un’altra figura retorica con cui si finge di omettere quanto in realtà si sta mettendo in risalto. Sono espressioni tipiche del discorso comune: “Non ti dico cosa mi è successo…”; “Per non parlare di quel che ha detto!”

34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
L’andare a capo, ovvero delineare un paragrafo, serve per introdurre un nuovo pensiero, una scena differente, un punto di vista diverso, un dialogo di un altro personaggio. Serve per facilitare la lettura e la comprensione.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
Il plurale majestatis (letteralmente, plurale di maestà) si ha quando chi scrive o parla si riferisce a se stesso usando il plurale. E’ utilizzato da sovrani e papi, anche se in disuso ai nostri tempi. Rimane in ambito universitario per atti ufficiali emanati dal Rettore.

E qui chiedo venia. Capita che in webnauta io utilizzi il plurale, ma non è un plurale majestatis: mi riferisco infatti ai collaboratori che mi danno un aiuto nella conduzione di questo blog-veliero, dal Nostromo in sala macchine, al Primo ufficiale di coperta, dal commissario addetto alla bussola seo al sottufficiale dei social. Un comandante non vale niente senza la sua ciurma.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
La parola PERCHE’ spiega la causa, il motivo di un evento; la parola PERCIO’ spiega la conseguenza, l’effetto, ciò che è accaduto dopo l’evento.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
L’ora è tarda e questa mi sfugge…

38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
Sostanzialmente, non usate parole che il vostro pubblico non può comprendere. Sembra una ripetizione del punto 4. Ma non dovrebbe esserci ridondanza proprio per il punto 13. Repetita iuvant? (ndr. le cose ripetute aiutano)

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
Non siate ripetitivi (punto 13) e neppure usate frasi di una sola parola (punto 17).
Soprattutto, non confondete prolisso con prolasso… 😀

40. Una frase compiuta deve avere.
Un senso.

 

E la 41esima regola?

Secondo me, la 41esima regola è nascosta nella stessa modalità in cui ha scritto questo elenco. In ogni punto, ha contraddetto esattamente ciò che stava enunciando. Perché solo chi conosce le regole, può infrangerle e creare qualcosa di nuovo, e unico.
O forse è solo la mia anima pirata che mi fa intravedere un’altra via?