Driiinn…
La sveglia che suona. Mi giro nel letto e, sperando che sia Domenica, guardo l’ora: ancora cinque minuti, poi farò più in fretta, ma lasciatemi gli ultimi cinque minuti di sonno, li cronometro a mente…
“Stefanoooo!! La colazione è pronta…non vai a scuola stamattina?”, mia madre che grida dalla cucina. Oddio! Ho dormito per quindici minuti e adesso mi tocca volare se non voglio perdere l’autobus!
Mi butto giù dal letto, infilo un paio di jeans, una maglietta, calzini i primi che trovo, uno verde uno blu…non importa, lancerò una moda. Mi precipito in bagno e mi pettino lavandomi i denti, tanto non ho tempo per la colazione. Scarpe, zaino, panino e sono fuori di casa quando mi accorgo di aver dimenticato l’orologio, strumento indispensabile in casi d’emergenza come questo. Nel dubbio, corro come un ghepardo per arrivare alla fermata: convinto di essere in tempo, aspetto che passi l’autobus quando, dando un’occhiata distratta alla locandina, mi accorgo che da oggi sono cambiati gli orari ed è già passato…è la fine!!
Ormai avvilito, vedo passare Martina, la mia vicina di casa, in auto: la mia unica speranza! Agito le braccia e mi dimeno come un pazzo isterico. “Martina! Qua! Fermati!!” Fortunatamente se ne accorge, se ne sono accorti tutti, accosta e non le do nemmeno il tempo di salutarmi, pregandola in ginocchio di portarmi a scuola. Appena trecento metri ed il traffico è già ingorgato a causa di lavori in corso: pazienza, per un attimo avevo creduto di farcela…
Arrivo ormai tardi davanti all’entrata e, fortuna delle fortune, mi si stacca un pezzo di suola da una scarpa, inciampo sulle scale e cado di brutto per terra: bernoccolo modello K2. Zoppicando ormai, sia per la caduta che per le scarpe rotte, infilate per sbaglio, entro in classe.
I miei compagni, sorridenti come a Pasqua, se la stanno godendo di brutto: chi gioca a carte, chi ascolta l’mp3, gli secchioni che ripassano…neanche fosse Carnevale.
“Ciao Stefano, ma che ti è successo? Sembri uscito da un frontale con un DC9!”, mi fa un compagno. Quasi balbettando, furioso come non mai, mi azzardo a chiedere, già temendo la risposta, dove sta il professore di Latino.
“Il prof è ammalato, non se ne riparla per almeno una settimana!”
Non importa, va tutto bene…Se non altro mi sono allenato per la staffetta di Educazione Fisica…e adesso ripasso per l’ora di Religione, tirando giù tutti i santi!
Premessa: Avevo letto “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Mi aveva incuriosito il fatto che mia sorella l’avesse letteralmente divorato in una settimana. Non toccava un romanzo da un anno. Doveva contenere un filtro magico quel libro! Così me l’ha prestato ed anch’io mi sono lasciata trascinare dalla storia. Ma il finale m’ha fatto incazzare. Non si può, e ribadisco NON SI PUO’ chiamare la protagonista Babi e poi trattarla in quel modo. Mi sono sentita in dovere di rimediare (ancora non c’era il seguito…e nemmeno quello m’è piaciuto, nossignore).
E’ passato un anno…E’ di nuovo in arrivo il Natale. Le luci sono già accese per le strade, si respira già quell’aria di festa e di shopping sfrenato, ed il freddo si fa più intenso. Non c’è ancora la neve.
Step si guarda in giro, sembrano tutti felici, no, lui non lo è. E’ stato un anno duro, di ripresa, di leccarsi le ferite nella propria tana, di raccogliere cocci e pensieri. Si è iscritto all’Università, ma solo per accontentare suo padre, non può diventare un bocconiano come suo fratello Paolo, sarebbe incoerente, come il suo pesciolino, no?
La maggior parte del tempo lo passa da Sergio, il meccanico. Già proprio lui. Sergio non può fidarsi di Mariolino, in questo lavoro ci vuole passione, ma deve lasciare qualcosa a suo figlio. Così lui e Step si sono messi in società ed hanno ingrandito il garage: Sergio ci mette i soldi, e Step il lavoro.
Adesso hanno addirittura un piccolo “racing team”: partecipano alle corse regionali, fornendo assistenza e materiale. Step organizza il tutto, mentre Sergio continua il normale lavoro dell’officina. Ma non corrono.
Step non corre più. Ha ancora la sua moto, non la venderà mai, ma non corre più. Ogni volta che accelera gli si para davanti la faccia di Pollo “Aho, non te scordà de me…”
Pollo, quanto gli manca il vecchio amico. E quanto manca ancora a Pallina, sembra non farsene una ragione. Pallina adesso disegna, è diventata già una fumettista, anche se non ha ancora finito il corso all’istituto di grafica. Ed è riuscita a modo suo a far rivivere Pollo: nelle pagine del suo fumetto, in edicola, si vede un ragazzo col giubbotto in sella ad una moto…ed i tratti del viso sono proprio i suoi. Pallina gli ha anche regalato delle tavole originali, le ha appese in camera.
E l’amore? No, non ha più toccato quei tre metri, le storie si susseguono, banali ed insipide, ma non ha più ritrovato la sua Babi…
Dall’altro capo della città, Babi vive con Daniela, sua sorella. Sono riuscite a convincere i genitori che per studiare meglio Babi aveva bisogno di tranquillità, così hanno un piccolissimo appartamento per conto loro. E Raffaella può invitare ogni sera i suoi amici a casa per il bridge. Tanto va a trovarle ogni giorno, le chiama almeno tre volte al telefono e gli rifornisce sempre il frigorifero. In fondo, sono ancora a casa.
Daniela sta ancora con Palombi, ed è una tragedia per Babi e la bolletta del telefono.
Babi sta ancora con Alfredo, anche se…Forse l’amore maturo e consapevole è proprio così, a volte piatto e noioso, forse è solo il periodo di intenso studio di Babi, o forse il primo lavoro di Alfredo che come laureato deve fare gavetta e mettersi in vista. Lavora in uno studio associato di avvocati, e si sa, la concorrenza è dura all’inizio.
Babi studia talmente tanto che non ha più tempo per le amiche…nemmeno per Pallina, ammesso che si possano dire ancora amiche. Sono talmente cambiate entrambi, che quando si trovano, non riescono nemmeno a conversare del più e del meno.
Un anno di cambiamenti, un anno di domande: ma davvero non tornerò più lassù, sopra il cielo?
7 dicembre. Domani è festa e Babi non vede l’ora di tornare a casa stasera. Speriamo che Dani sia tornata ed abbia preparato qualcosa.
Ha talmente fretta che ha acceso tutto d’un fiato l’auto, senza aspettare tutte le spie del cruscotto…e adesso il motore fa uno strano rumore. Forse è il gelo della serata.
Certo che Cat abita proprio lontano. Si sono trovate per scambiarsi gli appunti di due diversi esami, non pensavano di fare così tardi, e adesso si ritrova in questa parte della periferia che non conosce, sperando di non perdersi.
O di rimanere a piedi. Semaforo rosso e Babi scala le marce e frena, ma la Polo non ci sente, non tiene il “minimo” come ha detto papà, accidenti, si spegne. Calma. Babi riprova, questa volta aspetta tutte quelle spie colorate, dai forza, il motorino d’avviamento ci prova, ma il motore non si accende. O cavoli. Riprova ancora. Niente.
Uffa. Aspettiamo un po’, magari passa. Chiama Dani.
“Ciao, sono in ritardo.”
“Di quanto?”
“Non lo so. L’auto mi si è fermata. Non parte più.
“Come non parte più?? Chiamo papà che ti venga a prendere, dove sei?”
“No lascia stare, che poi mamma si agita e ricomincia con la solita storia…Vivere da sole non vi fa bene eccetera eccetera…Se non parte, chiamo l’aci e ti richiamo, ok?”
“Sei in un posto sicuro almeno?”
“Si, si”, fingendo sincerità.
Suona il telefono in officina. Step è rimasto ancora lì da solo, a preparare la moto di Simone per domenica. Chi cavolo sarà a quest’ora?
“Step? Meno male che ci sei. Ho bisogno di un favore urgente.”
“Dimmi Luca, se posso…”
“Ho un’altra chiamata ACI in corso, ma stasera ho tutti i carri fuori, tutti stasera rimangono bloccati! Mi scoccia perdere la chiamata…non puoi andare tu? Ti passo tutta la riparazione…”
“Non sono autorizzato, poi Sergio mi mena.”
“Dai, me la sbrigo io con Sergio, che poi avanzo un pezzo di ricambio da lui. Eppoi è una ragazza…non puoi rifiutarti!”
“E ti pareva…Vabbè, dammi l’indirizzo, va”.
“Grazie, avanzi una birra”
“Facciamo due”
Step si infila il giubbotto, il cappellino con il marchio del team e sale sul furgoncino col gancio da traino. Speriamo bene.
Segue le indicazioni di Luca, per una Polo grigia…ma dove cavolo si è bloccata questa? Ad un semaforo?
Ferma il furgone proprio davanti all’auto, con gli indicatori di pericolo accesi.
Scende e va dietro al furgone, per prendere il gancio.
Nel frattempo la ragazza scende dalla Polo.
“Buonasera. Per fortuna è arrivato. L’auto non parte più. Non so perché.”
“Buonasera” ancora di spalle.
“Beh, faccio io un tentativo e se non parte l’aggancio”.
Si gira. Oddio. Quello sguardo, quei capelli… E’ lei.
Trattiene il respiro per mezzo secondo, sospeso nel vuoto, un dolore antico riaffiora. Poi il cuore batte all’impazzata, sempre più forte.
Se solo facesse silenzio, sentirebbe un altro cuore lì vicino, battere ancora più forte del suo…
(c) 2005 Barbara Businaro
Ho scritto questo breve testo con il sottofondo di “Incantevole” dei Subsonica.
L’amore non è la quantità, è la qualità.
L’amore non è un contratto, è una scelta.
L’amore non è schiavitù od obbligo, è libertà pura.
L’amore non è una condizione, è uno stato mentale.
L’amore non è costoso o consumistico, tutt’altro, l’amore è a buon mercato.
L’amore non è debolezza, è coraggio e forza.
L’amore non è tempo, è qui ed ora.
L’amore non è costante, è assoluto.
L’amore non è matematica, è magia.
L’amore non esige nulla, se non quello che ti senti di dare.
L’amore non esclude nessuno, cerca anche te.
L’amore non è lontano, bussa ogni mattina alla tua porta.
L’amore non è cieco, usa il cuore e non gli occhi.
L’amore non è un fulmine, è un’intera tempesta.
L’amore non è scontro, è la pace che ne segue.
L’amore non è scienza, è terribilmente ovvio.
L’amore non è casto, la ragione lo è per lui.
Un giorno come tanti altri, grigio di pioggia che mi inzuppa le scarpe, mi fa sentire freddo in viso, intristisce i miei pensieri.
Una mattinata decisamente storta: il risveglio con il mal di testa, la città immersa nel caos di traffico e pozzanghere, una lezione noiosa cercando di carpire il senso delle parole…Cammino e penso, sotto l’ombrello, diretta verso casa, il silenzio che mi aspetta.
Ad un tratto tu, bagnato fradicio. “Scusa, mi dai un passaggio? Non ci sono portici nel raggio di un chilometro.” Senza coscienza in un mondo così violento, mi fido di te e ti porgo l’ombrello da dividere a metà. Continuo a camminare, dandomi della stupida e pensando a mia madre che mi ripete di non dar retta agli sconosciuti, anche se hanno la faccia pulita.
Il marciapiede stretto, l’ombrello piccolo, le pozzanghere da evitare, altri passanti con altri ombrelli ci costringono a stare vicini, il tuo respiro sul mio collo, lo sento attraverso i capelli umidi. Non so chi sei, da dove vieni, cosa fai eppure non m’importa: un brivido mi passa per la schiena, mi piace questa sensazione di pericolo che mi risveglia i sensi. Un attimo giro lo sguardo sul tuo volto, tu lo sai e mi sorridi, un gran bel sorriso, un raggio di sole in una mattinata senza senso, che vuol dirmi qualcosa, tutto e niente.
“Io sono arrivato, e questo me lo regali?” E riprendendomi l’ombrello: “No!! Mi serve!!”. Ci salutiamo ridendo.
Ed io mi sento come se avessi ricevuto un filtro magico, un sorriso sgargiante sul mio viso, la mia buona azione per oggi…e un po’ di più!
Ci rivedremo, lo so, in un altro giorno di pioggia.
(c) 1997 Barbara Businaro
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