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Barbara Businaro

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In questo post voglio raccogliere e condividere con voi tutti gli strumenti che utilizzo per scrivere. Sarà mantenuto aggiornato con i link degli articoli in cui si tratterà di alcune risorse nello specifico. Man mano che scopriremo nuovi strumenti, li inseriremo nella cassetta.

 

Penna e taccuino

Sembra scontato a dirsi, ma uno scribacchino necessariamente deve sempre portarseli appresso. Potete prendere appunti nel vostro smartphone/tablet, ma per anni ho girato con un palmare ed era sempre scarico quando serviva. Scrivere poi con un pennino non è comodo e la velocità della tastiera touchscreen lascia sfuggire l’ispirazione.
Lungi da me far pubblicità, ma mi trovo bene con i quaderni della serie Volant di Moleskine: copertina morbida, misura compatta (6,5 x 10,5 cm), disponibili bianchi, a righe o a quadretti, ogni foglio è staccabile e si infilano comodamente in ogni tasca. Per la penna il formato tascabile è un po’ più difficile. Volendo sono ottime le matitine dell’Ikea, quelle che si trovano all’entrata dell’esposizione, ma rimane il problema del temperino.

 

Dizionari

Spesso i dizionari li utilizzo indirettamente dalla ricerca di Google e scegliendo poi il link la cui anteprima sembra rispondere alle esigenze del momento. Questi però sono i siti di cui mi avvalgo maggiormente.

Dizionari di Italiano

Sapere di DeAgostini: http://www.sapere.it/sapere/dizionari.html
Vocabolario Treccani: http://www.treccani.it/vocabolario/

Grammatica

Virgilio Parole: http://parole.virgilio.it/parole/
Accademia della Crusca: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana

Sinonimi e contrari

Sinonimi-contrari: http://www.sinonimi-contrari.it/
Corriere della Sera: http://dizionari.corriere.it/dizionario_sinonimi_contrari
Treccani: http://www.treccani.it/sinonimi/

Traduzioni in altre lingue

(solo per traduzioni di qualche parola o frase colloquiale; per interi testi è bene avvalersi di un traduttore professionista)
Google Translate: https://translate.google.it/?hl=it
oppure scrivendo “translate” nel campo di ricerca del browser Chrome
Word Reference: http://www.wordreference.com/

 

Letture d’ispirazione

Non solo guide e corsi, ma anche piccoli spunti narrativi e temi da approfondire. Perché è leggendo che scaturiscono le idee.
wikiHow per la scrittura: http://it.wikihow.com/Categoria:Scrittura
Il mestiere di scrivere: http://www.mestierediscrivere.com/
Writing Articles in Writer’s Digest (in lingua inglese): http://www.writersdigest.com/writing-articles

 

Free writing

Noisli

http://www.noisli.com/
Crea un ambiente sonoro controllato per la stimolazione della produttività o, al contrario, il rilassamento.
Contiene anche un editor di testo minimale, dove si possono utilizzare i benefici della cromoterapia fissando un colore adatto all’attività.
Il testo può essere salvato come file locale in formato .txt o direttamente in DropBox.
Disponibile online sul sito, come app per iOS e Android, come estensione per Google Chrome.
La recensione in questo post: Free writing, niente distrazioni alla scrittura

OmmWriter

http://www.ommwriter.com/
Software di scrittura altamente minimalista: quando si attiva, oscura completamente il desktop, compresa la barra delle applicazioni.
Si può scegliere il font del testo e la sua grandezza, lo sfondo dello schermo, le tracce musicali ed il suono della tastiera.
Il testo può essere salvato in formato proprietario .omm, come documento di testo .txt o esportare in pdf.
E’ un software a pagamento, ma non ha un prezzo fisso: gli sviluppatori lasciano decidere al vostro utilizzo, con un minimo di 5,11 dollari.
Disponibile per Mac OS X 10.5 o superiore, Windows XP SP2, Vista e 7, iPad con iOS 3.2 o superiore.
La recensione in questo post: Free writing, niente distrazioni alla scrittura

WriteMonkey

http://writemonkey.com/
Applicazione gratuita con un’interfaccia utente estremamente ridotta, con supporto completo al linguaggio Markdown e possibilità di attivare singoli plugin opzionali a pagamento.
Si possono cambiare colori e font, gli elementi nel menù a scomparsa, il layout, le sostituzioni automatiche, il dizionario, codifiche di stampa ed esportazione, compresi HTML con CSS Templates.
Il testo viene salvato in formato testo con UTF-8.
Non necessita di installazione e può essere avviata da chiavetta usb. Disponibile per Windows OS (XP, Vista, Windows 7, Windows 8/8.1 e Windows 10). Richiede Microsoft .NET framework 4.0 (nativo in Windows 8/8.1 e Windows 10, da installare a parte per gli altri).
La recensione in questo post: Writemonkey. Scrivi, scimmietta!

 

Software per la scrittura creativa

yWriter6

http://www.spacejock.com/yWriter6.html
Programma di videoscrittura avanzato studiato appositamente per narratori: il software suddivide il lavoro in capitoli e scene, dove la singola scena è l’unità minima su cui lavorare.
Gestisce anche riepiloghi, obiettivi, conflitti, esiti, punti di vista, marcatori di trama/sottotrama, marcatori di stato, note e appunti per ogni scheda, reportistica con sinossi compresa, storyboard.
Si può configurare un backup automatico, nonchè vari sistemi di backup simultanei (FTP, email, cloud).
Il testo può essere esportato in diversi formati standard: HTML, Text, RTF, LaTex, eBook
Software completamente gratuito.
Disponibile su sistemi Windows (yWriter5 fino a Win 7, yWriter6 anche su Win 10) e su sistemi Linux e Mac OS X tramite le librerie Mono. E’ possibile utilizzare il pacchetto anche da chiavetta usb, senza installazione.
La recensione in questo post: Introduzione a yWriter6
Seguite tutti gli articoli per impararne l’utilizzo: Corso su yWriter6 

Bibisco

http://www.bibisco.com/it
Software di scrittura creativa made in Italy, con interfaccia completamente in italiano (ma supporto multilingue). Organizza un romanzo come un progetto, con le sezioni Architettura (diverse linee narrative), Personaggi, Luoghi, Capitoli (e Scene), Analisi (reportistica basata sulle etichette assegnate alle scene).
Comprende una piccola guida, con diversi consigli su personaggi, conflitto del protagonista, premessa, ambientazione, fabula e punto di vista.
Eccezionale l’accuratezza delle schede dei personaggi, con l’alternanza tra l’inserimento a testo libero e la modalità intervista, con un elenco esauriente di domande.
Non gestisce un backup automatico, ma consiglia di lavorare in cloud direttamente.
Il testo può essere esportato in PDF, RTF o come archivio proprietario .bibisco.
Software completamente gratuito. Non richiede installazione (soluzione già portable), ma il pacchetto è corposo.
Disponibile per sistemi Windows, Linux (32 e 64 bit) e Mac.
La recensione in questo post: Bibisco, scrittura creativa made in Italy

 

Se questi software vi sembrano troppo complessi, si possono utilizzare i programmi di videoscrittura delle suite d’ufficio, organizzando al meglio la struttura di capitoli e scene. Ecco le recensioni dei più conosciuti:
Come scrivere un libro con Word
Come scrivere un libro con LibreOffice
Come scrivere un libro con Google Docs

 

Altre utility

Coggle

https://coggle.it/
Applicazione gratuita per la creazione di mappe mentali e concettuali, studiato per essere utilizzato in condivisione all’interno di un gruppo di lavoro con controllo delle modifiche e chat tra i membri.
Utile nella scrittura creativa per organizzare il materiale, definire i personaggi e la struttura della storia, avendo sempre una visione d’insieme della direzione.
Richiede una login con account Google per l’integrazione con Google Drive.
Le mappe possono essere salvate in PDF, PNG, TEXT o .MM (il formato del più noto software opensource Free Mind).
Disponibile online sul sito, come app per iOS e Android, come estensione per Google Docs.
La recensione in questo post: Libera la mente con Coggle! Mappe mentali veloci, colorate e gratuite

 

Manuali di scrittura creativa

Questi sono alcuni manuali di scrittura creativa che ho letto personalmente e che consiglio di leggere. Non sono fanatica di manuali e corsi, il rischio è di dimenticare che il primo elemento della scrittura creativa è scrivere. Cliccando sul titolo, potete leggere le recensioni che ho scritto di ogni manuale.

On Writing – Autobiografia di un mestiere di Stephen King

Manuale di scrittura creativa di Roberto Cotroneo

E adesso prendimi. Come scrivo le scene di sesso di Outlander di Diana Gabaldon

 

 

Nelle sue diverse attività, Mario ha la straordinaria capacità di trovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Questa notte stiamo per entrare nel museo più rinomato al mondo, il maestoso palazzo del Louvre.

Basato sul romanzo Il codice Da Vinci (The Da Vinci Code) di Dan Brown. Le descrizioni rispecchiano sia il testo del libro che le ambientazioni scelte per l’omonimo film del 2006. Ove discordanti, è stata data prevalenza al libro.


 

“Arretéz Pont Neuf. Arretéz Pont Neuf. Sortie a droite.”[1]
L’altoparlante annuncia la mia fermata della metro. Ripiego la copia del giornale e mi dirigo veloce verso l’uscita. Complice il bel tempo di questi giorni di aprile, la serata si sta animando delle coppiette che si riversano a passeggiare lungo il fiume e nei giardini appena illuminati.
Sono nella città più romantica del mondo, ma io sono da solo e sto andando al lavoro. Dovrei essere orgoglioso di quello che faccio, proteggere tutta quella meraviglia concentrata in un unico edificio, ma questa settimana mi tocca il turno di notte e non sono per niente tranquillo, dopo che l’altra sera mi sono sentito seguito.
Supero il vicolo e saluto con un cenno Armand del cafè all’angolo, impegnato a prendere le ordinazioni al tavolo. Pochi passi ed al negozio di souvenirs c’è Eléonore che dalla vetrina mi rivolge un gran sorriso. Una vera dea. Peccato che col mio francese stentato non riesco a farle un complimento decente, figuriamoci invitarla fuori a cena.
Più avanti incrocio lo sguardo di Lùc, che fa l’occhiolino in direzione di due turiste bionde che stanno osservando tra la sua merce delle borsette con la Tour Eiffél stampata. Gli sorrido complice in risposta.
Conosco tutti in questa via oramai, perché quando esco dall’ufficio mi fermo spesso, o dall’uno o dall’altro, a mangiare qualcosa e rilassarmi al placido gorgogliare della Senna.
Ma il mio preferito è il mini-crepes-panini-pizzas di Gaspard, per gli amici Gas. Lo scorgo indaffarato alla cassa, ma appena mi vede mi grida: “Bon traval, Mariò!”[2]
Tzè! Buon lavoro! E’ colpa sua se adesso mi sento poco sicuro in questa città.
Una sera stavo bevendo una birra nel suo locale all’uscita del turno e stavamo guardando insieme alla tv un documentario sul lato tenebroso della capitale. Un uomo giurava di aver nientemeno un poltergeist in casa, che faceva volare pericolosamente in aria gli oggetti prima di fracassarli sul pavimento, spaventando i presenti. Ero piuttosto scettico su quell’intervista, ma Gas fu molto bravo a convincermi.
“Eh, mon ami, Parigi è una città ricca di misteri. E di fantasmi. Qui hanno inventato la ghigliottina, non so se mi spiego…Non capisco come tu riesca a lavorare là dentro e non avere paura! Ovunque ti giri c’è una storia inspiegabile da raccontare: le serrature indiavolate di Notre Dame, la casa infestata di Pigalle, l’attraversa-muri di Montmatre, l’uomo rosso delle Tuileries…e Belphagor! Proprio tu non hai mai sentito parlare di Belphagor?”
Sapevo che era una serie televisiva degli anni ’60, esportata qualche anno dopo anche in America. Ma Gaspard quasi si offese e alzando il dito in aria minaccioso concluse: “No, no, no! La serie non ha inventato nulla di nuovo. Belphagor esiste! E qualcuno l’ha anche visto, ti dico!”
Il cicaleccio dell’attraversamento pedonale mi riporta al presente. Seguo gli altri pedoni e passo la strada.
Eccomi arrivato. Davanti a me, nella sua enorme maestosità che si staglia sul cielo al tramonto, il mio ufficio. Il Museé du Louvre.

 

 

 

 

Abitato per quasi quattro secoli dai re di Francia, il Louvre è oggi uno dei più grandi musei al mondo. Un palazzo che occupa circa 135 mila metri quadrati di superficie per 700 metri lungo la Senna e che espone solo 35 mila delle 300 mila opere d’arte a catalogo. Anche abitandoci per una settimana non si riuscirebbe a visitarlo tutto. E noi guardie siamo solo in 40 ogni notte a proteggerlo.
Per l’esattezza, a sorvegliare solo le entrate, neanche i ladri si presentassero bussando. Ammesso che riuscissero a toccare qualcosa, gli allarmi bloccherebbero tutti gli accessi all’istante e rimarrebbero chiusi come topi in gabbia.
Mi dirigo a sinistra dell’edificio, verso Jardin de l’Infante. Questa sera infatti sono di servizio nella prestigiosa Ala Denon. Si, si, stasera veglio su di lei, la donna più famosa di Francia, la mia prediletta, il sorriso più enigmatico della storia, La Gioconda di Leonardo.
Passo il mio badge elettronico ed il collega della portineria conferma la mia identità al sistema di riconoscimento. Dalla vetrata mi saluta appena con un cenno del capo e l’espressione mesta. Uhm, sempre allegri qui, cone me poi particolarmente visto che sono americano e la cosa non gli piace affatto.
Entro nella sala operativa per il cambio del turno di sorveglianza.
Nell’angolo intravedo Claude Grouard, una delle poche guardie scelte con porto d’armi, parlare animatamente con i colleghi. Chissà quale impresa titanica gli sta raccontando. Quanto si vanta. Ma vorrei proprio vedere con un ladro armato davanti cosa ha il coraggio di fare. Per fortuna col mio francese capisco solo la metà delle stronzate che dice.
Mentre gli altri si avviano in un giro di ricognizione delle sale assegnate, il collega della portineria mi chiama alla sua postazione.
“Mariò, sostituisci un attimo finché vado toilette?”
“Certamente”. Il suo inglese è migliore del mio francese.
“Ah, le directeur Saùniere est en attend de sa petite-fille”[3]
Lo guardo confuso. “Petite-fille?” chiedo.
“Oh, yes…his nephew”.
Il direttore attende suo nipote. Annuisco con il capo. Non l’ho mai visto, ma non credo ci saranno problemi di sorta. Quante visite può ricevere il dirigente di un museo a quest’ora?
Rimango solo nella stretta saletta vetrata. E nella penombra mi prende di nuovo quella sensazione, come se un paio di occhi mi fissassero alle spalle. Piano piano, senza far rumore, apro il cassetto ed estraggo la torcia che mi porto sempre appresso insieme al walkie-talkie. Attendo un attimo, ascoltando il silenzio della stanza dietro di me a orecchie tese. Trattengo il fiato. Poi all’improvviso, in uno scatto fulmineo, mi giro ed accendo la torcia.
Nulla. Tutto calmo. Sospiro. Mario se non la pianti vai fuori di matto con sta storia.
Rassegnato, mi accomodo meglio sulla sedia e ricomincio la lettura del giornale iniziata in metropolitana. Salto la parte di cronaca nera, che non è proprio il caso, e vado direttamente alle notizie sportive.
Ma questa volta sì un rumore dall’esterno mi fa sobbalzare.

 

 

 

 

Il portone è stato chiuso e qualcuno ha suonato all’entrata.
Guardo nel corridoio interno ma non c’è traccia del mio collega. Che faccio? Lo aspetto ancora qualche minuto?
Nel frattempo il campanello elettronico si fa insistente. Dev’essere una cosa urgente.
Guardo nel monitor della telecamera principale, ma distinguo solo una figura alta, con i capelli chiari. La lampada all’esterno dev’essersi fulminata perché fuori oramai è buio ma le immagini sono terribilmente scure. Posso provare ad accendere l’infrarosso e poi zoomare sulla persona. Mentre cerco alla tastiera la combinazione corretta, apro l’interfono per comunicare con il visitatore.
“Bonsoir, je peux vous aider?” chiedo cortese.
“Oui, je voudrais voir le conservateur.”[4]
Ecco, cerca proprio Saùniere. Riesco ad avvicinare l’immagine della telecamera sull’individuo, ma è troppo offuscata. Questo dev’essere la conversione all’infrarosso. Premo il tasto e…
Accidenti! Ho spento tutti i monitor! Oh merda, merda!
Mi affanno a premere bottoni qua e là, dò un colpetto agli schermi, controllo veloce i cavi, ma niente.
Non vedo più nulla e dalla vetrata non ho visuale all’esterno del portone.
E adesso?
Dall’altra parte giunge la voce dello sconosciuto: “Est-ce que quelqu’un est là?…is anyone there?”[5]
Oh, conosce anche l’inglese, con una buona pronuncia, proprio come il direttore. Probabilmente è proprio suo nipote. Mi affretto a chiedere: “Are you Saùniere’s nephew?”[6]
La risposta arriva con qualche secondo di ritardo.
“Oui, oui…I’m the nephew and he’s waiting me. I know the way.”[7]
Meno male, è lui. E non devo nemmeno accompagnarlo. Sarebbe un problema perché non posso lasciare la portineria vuota. Attivo l’apricancello automatico e lo lascio entrare.
Devo però sbrigarmi a sistemare i video prima che torni l’altra guardia, altrimenti sono cavoli. Ma esattamente cosa avevo premuto? Illumino con la torcia le piccole icone sulla tastiera, quando qualcuno entra nella sala a fianco.
“Mariò, je suis ici. Tu peux y aller.”[8]
Cristo, è qui. Quale sarà il bottone giusto? Ah ecco, forse questo simbolo di rettangolo con un sole all’interno. Pigio con forza e…
Fiuuuuu, i monitor tornano a funzionare all’istante. Appena in tempo. Lascio la sedia al collega, che mi guarda sospettoso, e con un cenno del capo mi avvio veloce verso il mio giro di perlustrazione delle sale.
Beh, meglio se prima vado a prendermi un caffè.
Dietro alle scale, una porta di servizio fa accedere alle macchinette automatiche riservate al personale. Ce ne sono parecchie disseminate per tutto il palazzo, per evitare che anche noi ci accalchiamo ai bar dell’interno aperti al pubblico.
Le lunghe finestre di questo sgabuzzino danno direttamente su Cour Carrèe e la vista dell’edificio quadrato immerso nell’ombra è spettrale. Scorgo delle luci vaganti dall’altra parte, di fronte a me. So benissimo che si tratta della torcia di un’altra guardia, ma mi dà comunque i brividi.
Di notte le sale del museo sono illuminate da luci rosse posizionate a livello pavimento, lasciando le opere d’arte all’oscurità per proteggerle dagli effetti dannosi della luce chiara.
Mi rivolgo al distributore automatico e…oh cavoli, non è possibile! Non ci posso credere!
Perché nessuno mi ha avvisato?

 

 

 

 

Un foglio bianco attaccato con lo scotch mi avvisa che la macchina è HORS SERVICE, fuori servizio.
Sbuffo. Tanto vale cominciare il giro di controllo dal primo piano, così mi fermo all’altra macchinetta nascosta dietro il Cafè Mollien, che tra l’altro utilizza un espresso arabica migliore.
Attraverso velocemente le sale delle antichità greche, cercando di non notare come le ombre delle statue sembrino seguirmi leste e bramose dietro la mia piccola luce portatile.
Raggiungo l’ascensore C per salire. Paradossalmente i locali elevatori sono le parti più illuminate del museo durante il turno di notte.
Appena le porte automatiche si riaprono davanti a me sono colpito dall’aria secca, quasi tagliente alle mie narici, che invade tutto il piano. Qui più che altrove i deumidificatori dell’impianto di climatizzazione del palazzo sono alla massima potenza, perché devono proteggere dall’azione corrosiva dell’anidride carbonica i grandi dipinti italiani per cui il Louvre è rinomato in tutto il mondo.
All’inizio ho fatto fatica ad abituarmi a questo ambiente, dovevo uscire fuori all’aperto spesso perché avevo la sensazione che mi mancasse l’ossigeno, oltre ad un mal di gola fastidioso. Il trucco sta che dopo il turno, quando torno a casa, uso lo spray nasale di acqua termale per neonati. Me l’ha insegnato proprio Saùniere, in una delle nostre conversazioni in inglese.
Mi piacciono le nostre chiacchierate, mi spiega sempre parecchie cose, soprattutto sull’arte. Mentre di me dice che le mie domande curiose lo divertono. Tipo chi diamine s’è inventato una piramide di vetro in mezzo al giardino e come cavolo fanno a pulire tutte quelle lastre, soprattutto quando nevica.
Mi dirigo a sinistra, passando per una serie di gallerie tutte collegate. Dal fondo del corridoio in marmo distinguo un mormorio di voci concitate. Nascosto sulla sinistra c’è l’ufficio del curatore. E questa sera di dev’essere una rumorosa riunione famigliare. Meglio stare alla larga. Lo saluterò all’uscita se ne avrò occasione.
Attraverso la Galleria d’Apollo, nel mio giro in senso orario dell’intera Ala Denon. I soffitti alti e bui di queste sale mi fanno rabbrividire. I musei sono meravigliosi di giorno, ma di notte sono lugubri, avvolti in una funerea penombra. Assomigliano ad enormi caverne da cui aspettarsi un improvviso volo di pipistrelli, come nei migliori film horror.
Cerco di focalizzare le immagini diurne di questi saloni, oramai impresse nella mia memoria, così da distrarre ed imbrogliare il mio subconscio. Funziona fino all’uscita del Salon Carrè, quando inevitabilmente il mio sguardo si fissa sul pavimento ai miei piedi illuminato dalla torcia.
Deglutisco. Riconosco questo parquet. Ci siamo. Ma stasera è davvero difficile passare di qui.

 

 

 

 

La Grande Galerie non è conosciuta in tutto il mondo solo per la sua straordinaria lunghezza di 450 metri, per l’ampiezza dei suoi soffitti vetrati che si aprono a volta sul cielo di Parigi o per gli inestimabili capolavori italiani che contiene. E’ famosa anche per il suo caratteristico pavimento in legno intarsiato, lunghi listelli di rovere disposti a spina di pesce in più file affiancate. Ai visitatori crea la fantastica illusione di fluttuare sospesi sopra lievi onde in movimento. E infatti io soffro il mal di mare a camminarci sopra.
Sospiro. Ho davvero bisogno di una dose di caffeina, ma devo almeno percorrere metà di questo tunnel prima di svoltare verso la stanza di servizio. Uhm…vado a destra o a sinistra?
Questa è una delle poche gallerie dove, per regolare l’afflusso di turisti, sono stati posizionati nel suo mezzo statue dell’epoca e qualche divanetto in stile, creando due sensi di marcia.
Se prendo la destra passo troppo vicino all’imbocco della sala 6, senza possibilità di reagire se qualcuno mi attacca da lì. A sinistra invece mi ritrovo ad attraversare in larghezza tutto il fondo per raggiungere la zona bar al lato opposto, esponendomi maggiormente come bersaglio.
…ma cosa sto dicendo?! Non c’è nessuno che mi aspetta e nessuno che mi segue. Piantala Pàtton! L’oscurità ti sta giocando brutti scherzi davvero!
In un moto d’orgoglio, mi avvio risoluto a percorrere il lungo cammino, senza troppo pensarci. Mi tengo il più possibile al centro, cercando di mimetizzarmi dietro gli ostacoli che trovo nel corridoio.
A metà strada scorgo l’entrata della Salle des Etats. Dovrei andare a verificare che sia tutto a posto, ma non ci tengo a vedere la Monna Lisa di notte. L’aura rossa che s’innalza dalle luci a terra le conferisce un aspetto sepolcrale, il suo delicato sorriso si trasforma in ghigno, tanto che mi aspetto salti fuori dalla cornice e mi insegua svolazzando.
No, dritto alla meta, verso il mio caffè.
Sono quasi arrivato in fondo quando all’improvviso sento qualcosa che mi blocca il passo, trattenendo il mio piede. Incespico rumorosamente e quasi mi trovo lungo disteso. Che cavolo è stato?
Nella concitazione mi cade la torcia. L’afferro veloce e comincio a correre, senza voltarmi indietro per vedere cosa, o chi, mi avesse bloccato. Col cuore sempre più martellante e la vista annebbiata piego a destra in direzione del bar. Gli ultimi metri li faccio scivolando con le scarpe sul marmo lucido. Supero le toilette e gli ascensori. Mi precipito alla maniglia del locale di servizio e mi ci fiondo dentro. Chiudo la porta e mi ci appoggio di peso, ascoltando ogni minimo rumore all’esterno.
Niente. Silenzio. L’unico a disturbare è il mio respiro affannoso.
Attendo che il mio battito cardiaco si calmi. Qui la stanza è illuminata dai neon dei distributori e mi sento più tranquillo. Cerco la chiavetta elettronica per avere il mio agognato espresso, quando non posso fare a meno di notare le mie scarpe.
Il nodo di una è sciolto ed il laccio è stato strappato.
Ecco cos’era!!
Ridendo di me stesso, infilo il token magnetico nel distributore, digito il mio codice di sblocco e sto per selezionare la bevanda, quando un bip sonoro mi interrompe.
Che vuol dire PIN errato?
Il display continua a lampeggiare la scritta imperterrito.
Ma cosa ho digitato? Oddio, è un po’ che non la uso, sono sere che offrono gli altri, ma non ricordo di aver cambiato il codice.
Riprovo: 0000, il più semplice, quello delle connessioni bluetooth. Niente, pin errato.
Forse è 1111, il default della mia sim telefonica? Macché, ancora non ci siamo.
Oh insomma! 1234? 4321? No, niente da fare.
Sbuffo. Ma è mai possibile che anche per un caffè ci vuole una password? Appoggio torcia e walkie-talkie sopra la macchina.
Concentriamoci. Non posso aver usato un codice complicato. Si, Saunière mi ha parlato per esempio della sequenza di Fibonacci, ma i primi quattro numeri non mi dicevano granché.
Magari ho messo il 7777, lo stesso del televisore? Digito speranzoso e…PIN ERROR nuovamente.
Aspetta, forse il codice del bancomat? 6106? Sei…uno…zero…sei…trattengo il fiato…luce verde!
Ah ecco, lo avevo messo per ricordarmelo meglio. Ottimo.
In un istante il profumo inebriante della miscela arabica invade lo stanzino. Mi appoggio al tavolino lì a fianco e finalmente sorseggio in pace il mio espresso. Adesso il turno sarà in discesa fino all’alba. Cos’altro può succedere ancora?

 

 

 

 

Dopo una mezz’ora di tranquillità, con un caffè lungo ed un altro rinforzato al ginseng, decido di terminare il mio giro. Apro la porta sicuro e mi dirigo sereno oltre il Cafè Mollien e le grandi scalinate ben illuminate dal traffico di Place du Carrousel e dalla luce della Pyramide che si intravede dalle alte finestre.
Attraverso le sontuose Red Rooms create da Napoleone III che ospitano i dipinti francesi del 18esimo secolo, con le pareti di vivido porpora contrastate dalle cornici dorate.
Lo so che mi stanno guardando. Gli eroici protagonisti della storia, immortalati in queste tele, mi fissano con aria indignata. Loro hanno guidato armate invincibili, governato su imponenti imperi, rovesciato ingiuste monarchie a suon di rivoluzioni, sacrificando sé stessi sull’altare della gloria. Ai loro occhi, io sono un miserabile che vive la sua semplice esistenza cullandosi nel benessere che ha solamente ereditato.
La mia autostima ne risente alquanto. Devo solo ricordarmi che in caso d’incendio anche un poveraccio come me può far la differenza.
All’uscita dell’ultima sala rossa, mi ritrovo di fronte un’assoluta meraviglia: in cima allo scalone di Lefuel si erge maestosa la Vittoria alata o Nike di Samotracia. Nike si, come quelli delle scarpe sportive che si sono ispirati a lei, dea della vittoria, come simbolo di forza, velocità e trionfo.
E sotto quelle vesti scosse dal vento, è terribilmente sexy. Un corpo perfetto.
Oltrepasso la gradinata per tornare nuovamente all’ascensore, quando nel lungo corridoio davanti a me scorgo il direttore correre affannosamente verso il Salon Carrè. Non l’ho mai visto così. Dev’essere successo qualcosa e forse mi sta cercando.
Preoccupato per lui, accelero il passo per raggiungerlo. Sono quasi arrivato all’entrata del salone, quando sento dei movimenti concitati anche dietro di me. Mi giro e nella penombra rossastra intravvedo una figura pallida, molto alta, avvolta in una veste chiara che mi sta inseguendo rapidamente, quasi librandosi in aria.
Cazzo, un fantasma! Allora esistono davvero! E pure Saunière stava scappando. Se è riuscito a spaventare lui!
Mentre mi precipito spedito all’interno della sala, sento lo spettro urlare in lontananza.
“Si fermi, tanto non ha scampo.” Riconosco all’istante l’accento. Sveglia Mario! E’ il tono dello sconosciuto che ho fatto entrare e che a quanto pare non è affatto il nipote del curatore. Che stupido sono stato. Devo avvisare subito gli altri!
Cerco alla mia cintura il walkie-talkie, ma non c’è. Ma che cavolo?! Dov’è finito?
Ricontrollo, ma non lo trovo.
Il distributore! L’ho lasciato là sopra. Ho preso la torcia ma mi sono dimenticato del walkie-talkie, merda!
Saunière nel frattempo deve aver raggiunto la Grande Galleria. Dietro di me sento avvicinarsi nitidi i passi dell’intruso. Afferro il cellulare in tasca, ma com’è ovvio non c’è campo. Solo scariche sulla linea. I sistemi di sicurezza del Louvre bloccano le onde GSM e UMTS, per quello ci dotano di una ricetrasmittente a breve raggio.
Cazzo, sta arrivando! Da solo non posso farcela. Devo trovare un nascondiglio subito e chiamare rinforzi.
A pochi metri, a fianco della piattaforma disabili, visualizzo una delle uscite d’emergenza. La apro facendo forza sul maniglione antipanico. Purtroppo non suona alcun allarme perché le porte interne non sono collegate all’impianto, solo quelle esterne.
La richiudo alle mie spalle.
Riprovo col telefonino, ma proprio non funziona. Porca puttana, cosa posso fare per chiedere aiuto?
Da qui potrei scendere a piedi al piano terra, ma ci metterei comunque troppo tempo a raggiungere la portineria e poi con i colleghi a tornare su.
Mi guardo affranto attorno in cerca di una soluzione istantanea. Pensa Pàtton, pensa…
Una porta esterna! Devo aprire una di quelle e far scattare io l’allarme in tutto il palazzo. E’ l’unico modo!
Qui dietro c’è una scala di servizio, anche se non illuminata. Scendo svelto i gradini quando la torcia prima lampeggia debole e poi si spegne. Cazzo, le batterie…
Mi fermo, la scuoto, provo ad accenderla nuovamente un paio di volte, ma non dà alcun segnale. Non è possibile! Proprio adesso!
Non ho tempo, devo comunque allertare le altre guardie. Avanzo a tentoni nel buio, un piede dopo l’altro, mantenendo lo stesso ritmo e le distanze degli scalini precedenti. Sono a metà della discesa quando improvvisamente si attivano tutte le sirene dell’edificio. Ma come…? Forse le ha attivate Saunière?
Distratto, incespico al buio e mi ritrovo a rotolare fino al pianterreno, dove sbatto la testa rovinosamente.
Provo a rialzarmi, ma avverto un forte giramento, un bagliore accecante e poi di nuovo è oscurità.

 

 

 

 

Dopo un tempo infinito, mi sveglio al suono di voci alterate e odore di disinfettante. Non riesco a muovermi e sento tutti i muscoli pesanti, inerti. A malapena riesco a riaprire gli occhi, la vista leggermente offuscata.
Sono adagiato su una barella a terra. Riconosco il soffitto dipinto a fresco di un ufficio a fianco della sala riunioni vicino alla portineria.
Dall’altra parte un uomo sta sbraitando furioso. “Allora, che cavolo è successo qui? Da dove è entrato?”
Nessuna risposta.
La stessa persona avanza verso di me, visibilmente arrabbiato. “Sono il capitano Bezu Fache della polizia giudiziaria. Mi sente? Cosa ha visto, figliolo, se lo ricorda?”
Un infermiere interviene a mia difesa. “Capitano, ha una commozione cerebrale, lo dobbiamo trasportare subito in ospedale. Dubito però che ricorderà qualcosa. Era molto agitato quando l’abbiamo trovato, delirava, ed ho dovuto somministrargli benzodiazepine…che purtroppo hanno l’effetto collaterale di cancellare la memoria breve”.
Il capitano impreca e se ne va.
In realtà ricordo tutto, ma proprio tutto.
Ho visto Belphagor! Il fantasma mi ha inseguito per tutta la sera nascosto nell’ombra, finché al momento opportuno mi ha buttato giù per le scale. Voleva sicuramente uccidermi!
Ma chi mi crederebbe?

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Note:
[1] Trad. Fermata Pont Neuf. Uscita a destra.
[2] Trad. Buon lavoro, Mario.
[3] Trad. Il direttore Saùniere sta aspettando sua nipote (al femminile).
[4] Trad. Buonasera, posso aiutarla? Si, vorrei vedere il curatore.
[5] Trad. C’è qualcuno là?
[6] Trad. E’ il nipote di Saùniere?
[7] Trad. Si, si, sono il nipote e mi sta aspettando. Conosco la strada.
[8] Trad. Mario, sono qui. Tu puoi andare.

 

Per concentrarmi e portarmi nell’atmosfera surreale del museo, durante la stesura ascoltavo sempre quest’opera:

 

Mappa del Louvre:

Il Louvre è uno dei pochi musei al mondo a non concedere un virtual tour nel proprio sito istituzionale. Non ci sono mai stata (nemmeno a Parigi se è per quello) ed è difficile trovare indicazioni sulla sua disposizione interna, probabilmente anche per questioni di sicurezza. Mi sono dovuta affidare a Google Street View ed alle foto dei turisti e ripercorrere quanto descritto da Dan Brown per decidere il percorso di Pàtton. Ecco il risultato.

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 1

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 2

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 3

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 4

Il codice Pàtton - mappa del Louvre 5

Mi manca.
Quest’inverno che sembra non finire più, il freddo che ti penetra nei pensieri e ti costringe a riparare nei luoghi chiusi mi fanno sentire ancora di più l’astinenza.
Di quel giorno dell’anno, variabile a calendario, quando compare il primo sole caldo e finalmente cominci a pensarci, a rispolverarla.
E quando gli altri iniziano a spogliarsi, tu ti vesti.
Con un brivido d’eccitazione t’infili i jeans con le protezioni alle ginocchia. Ed incominci a soffrire.
Ma la sicurezza è tutto. Allora aggiungi sottocasco e collarino. E quei due chili di giubbotto, con le spalle e la schiena rigidi ai tuoi movimenti e le cinghie da stringere in ogni dove. Poi i calzettoni grossi per proteggerti dall’inflessibilità degli stivali alti, i tuoi piedi in cassaforte. Infine i guanti ed il casco, che mette a dura prova i cervicali assopiti dal letargo. Il tuo respiro affannato sulla mentoniera, la visiera che amplifica il tuo sguardo attento, i rumori attutiti che ti isolano dal mondo esterno.
E mentre ti senti un cavaliere bardato in procinto di andare alla guerra, gli altri ti osservano inorriditi e ti chiedono chi te lo fa fare.
E la prima volta dopo un lungo inverno, te lo domandi anche tu.
Perché non restarsene comodamente sdraiati sotto il caldo sole in relax o accontentarsi di una passeggiata rinfrescante al mare, invece di costringerti ad una sauna dentro l’armatura in cordura? Perché?
Perché lei ti attende in garage, la sua linea sinuosa promette piacere infinito alla tua cavalcata. E ti brillano gli occhi sul lucido della sua carrozzeria.
Perché accendi il motore e la senti ruggire lieve, ancora placida nel cavalletto. E questo già ti ricorda qualcosa.
Perché quando giri la manopola e dai gas, il suo borbottare si trasforma in un urlo tonante, la potenza di tutti i cavalli vibra sotto la tua mano. Un brivido ti percorre la schiena, elettrificando tutti i tuoi muscoli al suo richiamo.
Perché poi sali in sella e la porti fuori. Qualche metro a bassa velocità, lei risponde elegante al tuo comando. Ma le gomme vanno scaldate a dovere, bisogna sgranchirsi le gambe prima di iniziare a correre.
Diligentemente sopporti gli stop ed i semafori, il calore che si accumula su vestiti e capelli, il traffico urbano prima di raggiungere la strada giusta.
E poi eccola.
Lei, la prima curva della stagione.
Il motore è a regime, i pneumatici ben aderenti all’asfalto.
Acceleri. Il vento entra di colpo nel casco, come un elisir benefico.
Penetra nel giubbotto, negli stivali e nei jeans dalle caviglie, che quasi ti sembra d’esser poco vestito.
E vai giù in piega con lei, in un movimento perfetto che segue la linea bianca.
La stessa poesia di un amplesso.
Destra, sinistra, le altre si susseguono velocemente, rincorrendo il moto perpetuo.
Ma quella prima curva è unica, vale tutto lo sforzo.
Ecco, perché.

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Mario, nei suoi innumerevoli lavori, ha la straordinaria capacità di trovarsi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Questa volta è nella stanza sbagliata, decisamente particolare.

Basato sul romanzo Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey) di E.L.James. Le descrizioni rispecchiano sia il testo del libro che le ambientazioni scelte per l’omonimo film appena uscito. Ove discordanti, è stata data prevalenza al libro.


 

Questo è il terzo lavoro che cambio in due mesi.
“Vieni a far fortuna a Seattle!” mi ha esortato mio cugino al telefono. “Qui ci sono un sacco di opportunità!”
Davvero: pizzaiolo, fattorino ed ora elettricista. Ma del resto l’azienda per cui ho lavorato come impiegato gli ultimi cinque anni è fallita all’improvviso e la mia fidanzata mi ha lasciato subito dopo. E dato che vivevo a casa sua, sono pure rimasto senza un tetto. Non è che mi restava molta scelta.
Stasera avevo in progetto di guardarmi in tranquillità la partita di basket, avevo appena tirato fuori un paio di birrette fresche, quando il nuovo capo mi ha chiamato disperato. Un impianto sta dando problemi all’ESCALA, quel grosso residence per ricconi in centro città, ma il tizio che di solito se ne occupa è ammalato. Il proprietario dell’appartamento non è certo uno da far aspettare fino a lunedì, il capo è in trasferta sull’altra costa con metà squadra… Insomma, pare che l’unico imbecille libero fossi proprio io stasera.
E non era nemmeno contento di mandare me su questo posto. “Mi raccomando Mario! E’ un cliente importante ed esigente. Se il guasto è troppo complesso, isola la singola linea e poi ci va James settimana prossima. Però mi raccomando: non fare cazzate! E tappati gli occhi e la bocca su quello che vedi. Massima discrezione! La privacy è molto importante per questa gente!”
Si, si, ho capito… Non vogliono far sapere al fisco quanto se la spassano alle nostre spalle.
Parcheggio nel seminterrato dell’edificio, tra i posti auto dedicati ai fornitori, prendo dal furgone il trolley con gli attrezzi e mi dirigo verso l’entrata, alla reception.
“Attenda per cortesia. Il personale della sicurezza sta scendendo per accompagnarla.”
Inutile dire che qui ogni cosa trasuda lusso da far schifo. Cerco di non pensare alle ingiustizie della dea fortuna, ma probabilmente quei quadri alle pareti costano quanto il mio stipendio di una vita, tutta la mia misera vita.
Un energumeno vestito da becchino esce dall’ascensore e mi si para davanti.
“Il signor Pàtton? Salve, sono Sawyer. Prego, mi segua da questa parte”.
Mi accompagna verso un montacarichi di servizio vicino alle scale antincendio. Non so quanti piani sono, ma l’aria comincia a diventare pesante sotto lo sguardo vitreo di questo qui. Le porte automatiche si aprono d’improvviso e mi scorta lungo un corridoio stretto e angusto, poco illuminato.
Apre una porta anonima e mi fa cenno di passare per primo. Il locale è piccolo. Una scrivania sgombra, un paio di sedie e sulla parete retrostante un computer ed una decina di monitor con le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Dev’essere il suo regno.
“Mi serve un suo documento d’identità”.
Glielo porgo velocemente. Lo prende, osserva la foto senza battere ciglio e poi lo poggia sulla scrivania. Apre un cassetto e ne tira fuori dei fogli ed una penna.
“Questo è un accordo di riservatezza, signor Pàtton. Lo legga e lo firmi. Senza questo, non la posso far accedere al resto dell’appartamento.”
Il mio sguardo dev’essere parecchio sconcertato, perché l’amico prosegue il discorso.
“Le si chiede solamente di non rivelare niente di ciò che vedrà, altrimenti la nostra reazione sarà piuttosto spiacevole. Una copia è per lei.”
Firmo senza leggere, tanto non avrei comunque scelta. Ad un povero cristo come me conviene sempre tener la bocca chiusa.
Si riprende i fogli firmati e li rinchiude nel cassetto, col mio documento.
“Ora le mostro il problema. Una delle telecamere del terrazzo di sopra è andata in corto. L’abbiamo sostituita, ma a quanto pare non c’è più corrente in tutta la camera da letto adiacente. Abbiamo bisogno di ripristinare quanto prima perché attendiamo ospiti in serata.”
Annuisco, pur non riuscendo a spiaccicare parola. Temo che se sbaglio un congiuntivo questo mi faccia secco qui seduta stante. E senza lasciare tracce.
Torniamo nel corridoio e giù in fondo apre un’altra porta. Lo scenario cambia completamente: uno spazioso atrio bianco e di fronte a noi gli specchi dell’ascensore principale. Al centro un antico tavolo rotondo in legno scuro ed un vaso di porcellana pieno di fiori candidi, che spandono nell’aria il loro profumo. Quadri costosi alle pareti anche qui, con una leggera spruzzata d’oro nei soggetti.
L’uomo apre una porta a doppio battente e ci troviamo in un enorme ingresso illuminato da un scintillante lampadario moderno, dal quale si intravede un immenso salone, con una parete tutta vetrata ed una veduta mozzafiato sulla città al tramonto.
Rimango a bocca aperta. Questo è niente meno che l’attico, una casa in cima alla torre dell’ESCALA. Nemmeno nei miei sogni ho immaginato tanto. Scorgo in un angolo un divano grande quanto una curva allo stadio e nell’altro angolo un pianoforte lungo a coda, così lucido da riflettere gli ultimi raggi del sole per tutto il soffitto.
Più in là vedo un imponente tavolo da pranzo con ben sedici sedie. Le riconto velocemente, proprio sedici. Ammazza! Questo posto odora di soldi e ostentazione. E sesso. Non so perché mi viene in mente la parola sesso, ma del resto dove ci sono soldi, di sicuro non manca neanche quello.
Mi sento terribilmente fuori luogo pensando al mio attuale monolocale, così misero e solitario.
“Da questa parte, al piano superiore” mi fa cenno il becchino. E lo seguo su per un’ampia scala panoramica.
“Questa è la camera che le dicevo” e mi indica la stanza dalla porta appena aperta.
Nella parete a lato apre un pannello mimetizzato. “Qui invece trova tutti gli interruttori del piano. E questi sono gli schemi.” Tira fuori una cartellina a fianco del quadro elettrico e me la consegna.
Estraggo la strumentazione dal trolley e comincio ad esaminare le prese della camera da letto, sotto l’occhio vigile e attento del becchino.
Dopo un’ora devo capitolare. “Il guasto non è qui dentro” affermo risoluto.
Guardo gli schemi nuovamente, torno nel pianerottolo ed indico la porta accanto. “La linea passa da qua. Dentro questa stanza ci dev’essere una derivazione.” Vado per aprire ma è chiusa a chiave.
Sawyer si irrigidisce. “Ne è sicuro?”
“Così dicono gli schemi” rispondo sulla difensiva.
Ci pensa su un attimo, poi estrae un mazzo di chiavi dalla giacca. “La faccio entrare, ma le do al massimo dieci minuti. Se non risolve, se ne va di volata e ci vediamo lunedì.”
Si ferma un istante con la maniglia a mezz’aria. “Si ricordi l’accordo di riservatezza. Non si faccia troppe domande. E soprattutto non cerchi le risposte” mi avvisa in tono gelido.
Entra e accende la luce.
Entro a mia volta.
Oh porco cazzo….che è sta roba?!

 

 

 

 

Deglutisco imbarazzato.
La prima cosa che mi colpisce è l’odore intenso, cuoio, legno e cera. Lo stesso odore di un’agenzia di pompe funebri, tanto per restare in tema col becchino che mi accompagna, ma qui lo stile dell’arredamento è decisamente diverso.
La luce delicatamente soffusa proveniente dai led incassati nel controsoffitto non riesce a nascondere le pareti tinteggiate di un acceso porpora. Al centro della stanza un divano in pelle rosso scuro di stile inglese guarda un letto a baldacchino dall’aria piuttosto antica. Sopra un materasso in pelle coordinato col divano e morbidi cuscini sempre nei toni del rosso.
Fin qui non ci sarebbe magari niente di strano. Ma in fondo campeggia un imponente croce di legno disposta ad X, con cinghie alle estremità per appenderci qualcuno. Sul soffitto pende un enorme griglia d’acciaio lucido e da questa scendono corde, catene, manette di ogni fattura e misura. E non assomiglia certo a quella che usava mio nonno per seccare i salami.
Di fianco alla porta, due lunghi corrimano, uno sopra l’altro, offrono in quantità e varietà fruste, frustini, piume colorate, lacci variamente intrecciati ed altri attrezzi strani dall’uso immaginabile, ma inspiegabile.
La mia attenzione si sofferma nell’angolo dove una rastrelliera in legno mette in bella mostra bacchette, bastoni e spranghe disposti in ordine crescente di lunghezza e spessore. Istintivamente mi si stringono le chiappe.
Dietro di me il becchino tossisce. Faccio finta di non scompormi più di tanto e cerco a muro la scatola di derivazione della linea elettrica. La trovo a fianco di un vecchio cassettone di mogano sulla mia sinistra. Per un secondo mi chiedo quali altri arnesi possano nascondere quei cassetti…
Sto ancora verificando la tensione nei diversi cavi, che un cellulare squilla.
“Si?” vedo Sawyer accigliarsi in ascolto. “Arrivo subito” e chiude la telefonata.
“Devo lasciarla qui un paio di minuti”
Oh oh, lo vedo stranamente agitato, che succede adesso?
“Sistemi tutto e si prepari ad andarsene.”
Esce e mi chiude dentro a chiave. A chiave!
Porca puttana, perché?
Perché cazzo mi ha chiuso qui dentro? Mi guardo attorno…oh merda, avranno mica bisogno di una cavia, vero? Ecchecazzo, era strano che uno ti chiama di sabato sera per una riparazione, dai! No, no, calma… Questo è un cliente fidato, il capo sa dove sono… e poi qui ci viene sempre James a far manutenzione! Siamo seri.
Per un attimo però penso all’aria un po’ femminea del viso di James ai suoi modi così ambigui… ed un dubbio terribile mi assale… Cristo santo!
Chiudo la scatola in velocità fissandola al muro con un colpo secco e mi metto ad origliare sulla porta, in attesa di capire dai rumori la mia sorte. Passano minuti che sembrano un’eternità ma sento solo il battito del mio cuore accelerato dall’ansia.
Ad un certo punto distinguo dei passi nel pianerottolo e qualcuno mormorare. Devo nascondermi!
Mi guardo in giro dietro di me, focalizzo un punto, spengo la luce e corro ad infilarmi sotto il letto, un classico in queste situazioni.
La chiave gira nella serratura, ma la porta si apre qualche istante dopo e la luce viene nuovamente accesa.
Trattengo il fiato.

 

 

 

 

Una donna entra nella stanza, lo sento dal suo passo leggero.
Trovo un’apertura attraverso il drappo che orla il letto e guardo con attenzione. Un uomo rimane in attesa sulla soglia. Alto e ben piazzato, va alla pari col mio amico becchino. I miei muscoli si appiattiscono saldamente a terra dalla paura.
Lei indossa un paio di jeans che evidenziano le sue curve sexy. Si ferma davanti alle pertiche e accarezza incantata uno degli attrezzi appesi.
“Si chiama flagellatore” risponde pacato l’uomo dietro di lei.
Oh madonna, penso, un flagellatore… torture del Medioevo! Scappa da sto posto ragazza, dattela a gambe!
E invece rimane lì, ammutolita, probabilmente talmente sotto shock da non riuscire a reagire.
Lentamente si avvicina al letto, credo stia rimirando la lavorazione intagliata delle colonne. O le catene pronte ad imprigionarla su di esse.
L’uomo mormora qualcosa, ma non distinguo le parole.
“Sei tu a fare questo agli altri o sono gli altri a farlo a te?” chiede lei con calma.
Rimango interdetto dalla domanda. Ma non sarà mica interessata??
“Agli altri? Lo faccio alle donne che lo desiderano.”
Tiro un sospiro di sollievo, almeno qui la cavia non sono io. Certo mi sfugge perché una donna dovrebbe desiderare di entrare qui dentro. E soprattutto non credo che l’uomo sarebbe contento di beccarmi qui sotto… Dio santo, fammi tornare a casa sano e salvo!
“Se hai già delle volontarie, cosa ci faccio io qui?”
“Perché vorrei farlo con te, lo vorrei tanto.”
“Ah” risponde lei sussultando.
Mi sembra abbastanza ovvio perché uno ti inviti a casa sua a vedere la collezione di frustini. Sulle farfalle potrei anche avere qualche dubbio, ma con i frustini… Deglutisco. Comincia anche a mancarmi l’aria qui sotto.
La vedo spostarsi verso il fondo, verso una panca imbottita rivestita in cuoio rosso cupo.
“Sei un sadico?”
Eh, hai vinto l’Oscar bambina mia!! Che non s’era capito?
“Sono un dominatore” risponde lui grave.
Nel senso che gli piace giocare a domino? Sogghigno. Non si starà prendendo troppo sul serio?
“Cosa significa?”
“Significa che voglio che accetti di abbandonarti spontaneamente a me, in tutto.”
“Perché dovrei fare una cosa del genere?”
“Per compiacermi.” Poi lui continua “In parole povere, voglio che tu desideri compiacermi”
Questi sono strani forti, penso. Non basta una sana e vigorosa scopata? C’è bisogno di mettere in scena tutto questo? Oppure da qualche parte c’è nascosta una bella videocamera e ci girano filmini porno?!
“E come dovrei fare?”
“Ho delle regole e voglio che tu le rispetti. Sono per il tuo bene, e per il mio piacere. Se le segui in modo soddisfacente, ti ricompenso. Se non lo fai, ti punisco, così imparerai” risponde lui piano.
“E tutto questo armamentario quando entra in gioco?”
“Rientra tutto nel pacchetto degli incentivi. Premi e punizioni.”
Amico, a guardare qui dentro vedo solo punizioni, ma magari mi sbaglio eh! Signore, facciamola finita… vorrei andare a casa dalla mie birrette, integro possibilmente!
“Quindi tu ti ecciti esercitando la tua volontà su di me.” Ed il tono di lei sembra alquanto deluso.
“Si tratta di conquistare la tua fiducia e il tuo rispetto, in modo che tu mi consenta di esercitare la mia volontà su di te. Io traggo un grande piacere, addirittura gioia, direi, dalla tua sottomissione. Più tu ti sottometti, più la mia gioia aumenta: è un’equazione molto semplice.”
Fatemi capire: punire una donna per conquistare la sua fiducia? Ma i vecchi mazzi di fiori e scatola di cioccolatini no? Ma questo qui è sciroccato forte! E se mi trova sotto il suo letto dio solo sa come mi combina… Il mio cuore sobbalza nuovamente. Cazzo, voglio andare a casa!!
“D’accordo, e io cosa ci guadagno?” chiede lei, risoluta nella sua voce.
L’uomo ci pensa qualche secondo. “Me” dice infine.
Eh certo, un prezzo equo per guadagnarci un miliardario al tuo servizio.
Scende il silenzio sulla stanza, non deve poi averla convinta così facilmente. O forse lei sta semplicemente facendo un paio di conti.
“Non rivelerai niente, Anastasia. Torniamo al piano di sotto, dove riesco a concentrarmi meglio. Mi distrae molto averti qui dentro.”
Vedo che lui le tende una mano, ma lei non reagisce.
“Non ti farò male, Anastasia”
No, te meno solo. E col tuo consenso pure! Penso amareggiato.
Lei gli prende la mano e si lascia trascinare fuori. Lui spegne la luce e richiude nuovamente a chiave la porta.
Cerco di recuperare il mio battito cardiaco, ma ancora non mi azzardo ad uscire dal mio nascondiglio. E se ritornano? E se decidono di iniziare i giochetti giusto stasera? Ma dove cazzo è finito Sawyer?

 

 

 

 

Passa all’incirca un’altra mezz’ora. I miei muscoli sono al limite per quella posizione costretta.
Sento nuovamente girare la chiave nella serratura e mi irrigidisco. La porta si apre piano ed entra solo una testa nel buio. E adesso che è?
“Signor Pàtton?” dice piano.
“Signor Pàtton? Deve uscire immediatamente…” riconosco la voce del becchino.
Esco da sotto il letto e rispondo sottovoce “Eccomi.”
“Venga, presto”. Richiude la stanza. Con un cenno del capo mi indica di riprendere il mio trolley nella camera da letto a fianco.
“Da questa parte, veloce!” mi intima.
Scendiamo le scale e ci fiondiamo nuovamente nel suo ufficio.
Apre il cassetto e mi restituisce il mio documento. “Lei è uscito da qui almeno un’ora fa, ci siamo intesi? Credo convenga ad entrambi.”
Annuisco con un cenno del capo. Di sicuro non vuole spiegare al suo padrone cosa ci facevo là dentro.
Mi riaccompagna giù alla reception e mi saluta con un gelido “Buona serata.”
Esco boccheggiando fino al parcheggio ed una volta fuori prendo un grosso respiro. E’ andata. Non so se lunedì avrò ancora un lavoro, ma intanto penso solo ad una cosa: le mie birrette fresche.

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Sono un sedile d’auto.
Precisamente di una vecchia Fiat Panda, 1200, color bianco. Siamo stati accoppiati nel lontano 1992, in Polonia, credo. Sicuramente quella non era lingua italiana ed abbiamo fatto un lungo viaggio in treno. Che emozione il vento! E poi un tragitto più corto nella parte bassa di una bisarca. E lì soffrivo di claustrofobia.
Ho passato qualche mese nascosto dentro una concessionaria, finché finalmente una giovane coppia con bimba piccola ci ha acquistato. E da allora ne ho visti di sederi appoggiatisi sopra. Non potete nemmeno immaginare le cose che possiamo raccontare!
Sono un sedile anteriore, lato guidatore, il più usurato. Con poggiatesta in plastica morbida, seduta e schienale in tessuto rosso-arancio, oramai un po’ sbiadito dal tempo e segnato dai jeans e dalle loro borchie. Odio le borchie! Quando mi strisciano, fanno un male cane!
Ci siamo sempre appartenuti, la Panda ed io.
Mai stati scalfiti più di tanto. Si, la carrozzeria l’han ritoccata quando la mamma ha preso il paletto, con la retro, ma io non ho subìto danni.

La mamma era la signora Clara, la nostra prima proprietaria. Era terribile al volante. Ora, già subire l’andirivieni della posizione sulle guide, ogni volta che si scambiava l’auto col marito, perché lei aveva le gambe corte, era una bella rottura…ma con lei ho sofferto delle allucinanti artrosi, perché sedeva sempre in punta della mia seduta e sempre dando peso alla chiappa destra! Ancora oggi la mia gommapiuma è irrimediabilmente rovinata in quell’angolo!
Siamo stati dieci anni con la signora Clara, si può dire che la Panda è cresciuta con quella famiglia. L’abbiamo portata noi all’ospedale di corsa per la nascita del secondo figlio, un maschietto petulante che chiamarono Luca. Eravamo sempre lì quando la primogenita Paola si nascose nel parcheggio del condominio, appoggiata al baule posteriore, per dare il suo primo bacio. Che tenerezza, ci siamo sciolti tutti! Ed eravamo sempre noi a subire le pedate di Luca sulle fiancate quand’era incazzato coi genitori perché non gli regalavano i Lego nuovi. E fui io in particolare a sopportare la tensione nervosa di Paola alla sua prima lezione di guida con foglio rosa, col papà Carlo che la tramortiva di indicazioni urlate e imprecate!
Un decennio intenso, insomma. Poi, per fortuna nostra, Paola prese la patente e decisero di regalarle un’altra auto. Non credo saremmo sopravvissuti alla sua guida disastrata.

Con i miei colleghi qui non si parla molto.
Sedile lato passeggero è molto silenzioso, sonnecchia quasi tutto il tempo e la maggior parte delle volte apre bocca per lamentarsi dei suoi ospiti, per pochi che sono. E più anziano di me, perché ha passato più tempo dimenticato in magazzino prima di venir montato qui.
Sedile posteriore invece è un vero rompipalle. I primi anni faceva lo sbruffone: che lui è più grande di noi, è più comodo e siccome lo utilizzavano raramente, sarebbe rimasto più nuovo rispetto a noi.
Poi la vita è cambiata anche per lui, nel periodo del negozio di riparazione elettrodomestici, che aveva necessità di spostare merci e quindi giù! Lo abbassavano a 90 e via di scatoloni pesanti sulla schiena. Per lui è stata una forte umiliazione, ma anziché zittirsi una volta per tutte, è diventato puntiglioso.
Per non parlare di quella volta che, ribaltato anche il sedile passeggero, il tecnico tentò in tutti i modi di infilare nella Panda un frigorifero intero! Stavamo andando tutti fuori di matto! Ovviamente, l’impresa non riuscì e qualche mese dopo la Panda veniva sostituita da un Ducato nuovo fiammante.

E noi finimmo in una carrozzeria, come auto sostitutiva, il periodo peggiore. Siamo stati bistrattati dal cliente di turno, che non si faceva nessun minimo riguardo verso la Panda, tanto non era cosa sua. Quante ne abbiamo viste!
Come quella volta che ci han dato per un paio di giorni ad un uomo taciturno, sempre ben vestito e dai modi impeccabili. Non riuscivamo a capire che lavoro facesse, non sembrava avere un’occupazione in particolare. Finché una notte s’è dimenticato delle bustine di roba bianca su sedile passeggero. Siamo stati in ansia fino al mattino quando se l’è riportate via. Se si fossero aperte anche per sbaglio, chissà che fine ci facevano fare per recuperarne il contenuto!

Poi ci siamo rifatti gli occhi, e la tappezzeria, con il gigolò. Una settimana fantastica quella! Tutte quelle curve sode che ci accarezzavano e fremevano sopra il nostro tessuto. Un via vai di biondine appariscenti, brunette scosciate e rosse accaldate! Non s’è fatto mancare niente davvero quel ragazzo, ogni sera una diversa e non siamo riusciti a sapere come si procurasse tanto ben di Dio, ma eravamo strafelici di condividere. Sudavamo anche noi con lui. Proprio uno spettacolo in prima fila, un corso intensivo di kamasutra che nemmeno penseresti fosse possibile dentro una Panda! Avessimo potuto, gli avremmo fatto l’applauso finale!

Sempre così? No, c’era anche gente un po’ malata…come la maniaca della pulizia, quella signora un po’ impettita che ogni volta puliva il volante con il vetrix e mi metteva una tovaglia di carta sopra prima di sedersi. E la cambiava di continuo! Pure su sedile passeggero dove posava la borsetta. I tappetini però li ha riconsegnati pieni di fango e sterco. Quando una vuol vedere solo quel che le fa comodo!

Il peggiore comunque è stato l’omino delle puzze. Cinque giorni di vera agonia, quasi passati in apnea! Ragazzi, quell’uomo aveva davvero dei seri problemi intestinali! Una produzione così continuativa e pestilenziale da non sembrare nemmeno un essere umano! Quando ci restituì in carrozzeria, il meccanico lasciò la Panda a porte aperte per una settimana, dopo averci lavato e sanificato in ogni angolo. E ancora mi pare di sentirne l’odore!
In fondo furono bei tempi quelli. Nonostante tutto, ci siamo parecchio divertiti qua dentro.

Poi ci hanno considerato troppo vecchi e indecenti per rappresentare ancora il marchio come auto di cortesia. Così siamo stati rivenduti a basso costo ad una coppia di anziani.
Ma almeno i nostri ultimi giorni li passiamo serenamente, sperando non ci rottamino in fretta. Ma non credo lo faranno, ci trattano come un piccolo tesoro! Abbiamo un gran garage tutto nostro, sotto la casa, ed è ben riscaldato dalla cucina sopra. Nonno Gino ci lava ogni quindici giorni, ci passa pure la cera! A me in particolare mi aspira tutto e mi passa una spugnetta con delicatezza. Poi mette sempre l’alberello profumato, sembra di stare in paradiso.
Mi fa tenerezza quando lui accompagna la moglie in palestra la mattina e prima che scenda le dà un bacio. E quando torna a riprenderla a mezzogiorno e lei sale, le dà un altro bacio e le chiede com’è andata. Non c’è da stupirsi se stanno insieme da cinquantacinque anni.

Sapete che vi dico? Io li invidio questi umani. Hanno infinite possibilità, infinite scelte. Certo, soffrono anche, perché sbagliare è facile e farsi del male anche. Ma è un prezzo onesto anche per un solo secondo di piena felicità.
Almeno questo è il mio pensiero.
Il pensiero di un povero sedile.

 

(c) 2014 Barbara Businaro

Caro Dio,
questi uomini non li capisco proprio.
Sulla carta, sono tutti cattolici, tutti credenti, molti osservanti della Santa Messa, dell’Eucaristia, della Quaresima, del Natale, del digiuno e dell’astinenza.
Ma poi, nella vita di tutti i giorni sembrano dimenticare i tuoi insegnamenti più elementari.
Al loro nemico, ma non foss’anche il peggior nemico, quanto anche al solo vicino di casa, solo per contravverse idee, augurano la morte! Quand’anche il poverino ancora giacesse nel letto in fin di vita. Nemmeno la sofferenza li porta al minimo rispetto! Figurarsi una preghiera!
Alcuni si battono così strenuamente per la difesa degli animali, seguendo i passi del nostro amato Francesco, che potresti pensare ad un cuore di purezza.
Ma tralasciano di vedere la sofferenza dell’uomo. Gli passano davanti senza considerazione, sordi e ciechi alle richieste.
Quindi nella bilancia delle buone azioni finiscono quantunque impari.
Altri osteggiano pubblicamente il mal costume, ovvero donne discinte e di malaffare che vendono il loro corpo, in varie forme, dalla più semplice e carnale alla nuova via mediatica. Ma ahimè…alle parole non seguono fatti! Anzi! Gli stessi che in pubblico condannano questi scambi, ne usufruiscono da assidui clienti.
L’ipocrisia regna nella loro vita terrena!
Vanno al pari passo con coloro che si sono erti alla categoria dei giudicanti. Persone che a primo acchito potresti credere benevole, compassionevoli, meritatevoli.
Nella realtà il loro scopo è quello di costringere le altre anime alle loro idee. Con una mano ti aiutano e con l’altra ti affondano appena contesti una loro opinione. O peggio, ti aiutano solo se è opportuno ai loro scopi finali.
Alcuni usano questo mezzo anche con le idee religiose. Parlano di libertà di coscienza, ma solo se la tua coscienza è in linea con la loro. Finiscono col degradare persino il libero arbitrio che hai concesso all’uomo.
E finiscono col dare una sentenza che spetterebbe solo a te, Altissimo, e solo nell’ora finale.
E poi c’è la parte più grave. I nostri stessi rappresentanti hanno abdicato al nostro nemico. Non sono più degni nemmeno del nome che portano.
Altari così indorati da sembrare gli antichi templi degli Dei pagani. Le loro anime rincorrono il potere economico e politico, non la santità del cuore!
Misurano il loro operato con la misura degli uomini, moneta sonante, non con la misura dei cieli.
Come è potuto accadere? E forse è per questo terribile esempio che il resto dell’umanità è in declino.
Non ci credevo. Ora ho visto. Ed è grave.
Occorre lesto un tuo intervento.

Tommaso, angelo in ispezione

 

(c) 2012 Barbara Businaro

Cat stava camminando lungo il marciapiede per giungere tranquilla a casa. Lo zaino su una spalla sola, il peso della cultura le ingobbiva la schiena. Era una giornata di quasi primavera, quando il tenue calore del sole prova a riscaldarti, ma solo se hai un piumino addosso. Era poco passata l’ora di pranzo, qualche negozio aveva già chiuso, il panettiere si attardava ad abbassare a metà la saracinesca, nonostante il profumo del pane fresco fosse ancora invitante. Qualcuno camminava lesto verso l’auto parcheggiata. Dall’altra parte della strada, nel parco pubblico, qualche anziano si godeva il sole seduto sulle panchine, leggendo il giornale o chiacchierando col vicino. Le mamme parlavano tra di loro, dando un occhio al passeggino o uno sguardo ai bambini più grandi, che giocavano con un pallone più grosso di loro.
Un lieve profumo di gelsomino caldo nell’aria cercava di rilassare la mente di Cat, stranamente inquieta. Non aveva dormito molto quella notte, qualcosa l’aveva tenuta sveglia. Stanchezza, stress, ansia forse, o l’innalzarsi delle temperature esterne avevano scombussolato il suo ritmo circadiano.
A scuola era andata bene, mattinata indenne per fortuna. Ma le era rimasta quell’aria svampita di chi non vede l’ora di chiudere gli occhi ed abbandonarsi ad un cuscino.
Ciondolava così sul marciapiede, quando dal fondo del viale davanti a sé spuntò un suv a velocità sostenuta.
Nulla di nuovo, ma qualcosa la turbò.
Un odore improvviso, metallico, ferroso. All’istante allargò le narici per respirarlo appieno. Un odore secco e caldo.
Respirò di nuovo a fondo, il suo naso si acquattò nuovamente alla ricerca. Terra e sabbia questa volta colpirono il suo istinto. Era l’odore del panico, della paura, di un pericolo in agguato. Il tempo cominciò a rallentare attorno a lei. Le voci arrivavano indistinte, lontane. Continuò a respirare a fondo, le narici sbuffarono. Lasciò cadere i libri a terra, la sua schiena ebbe un fremito, un tuono la percorse fino all’ultima vertebra e si abbassò a toccare terra con le mani, accovacciata in attesa.
E poi la vide.
Una bambina di due anni si era allontanata dal centro del parco, rincorrendo la palla rossa lungo un vialetto che puntava all’uscita. La mamma la richiamava forte, gridando e inseguendola. Ma la bimba rideva, pensando di giocare. Ed il suv avanzava ignaro lungo la strada.
Fu un attimo, uno scatto. Cat sentì i suoi muscoli tendersi all’unisono, palpitanti d’elettricità, scrollati da un altro fremito. I suoi occhi si estesero per abbracciare tutto quel che potevano vedere. Ancora a rallentatore, si ritrovò a correre verso la bambina. La sua schiena si muoveva flessuosa nell’aria, che si scostava per lasciarla passare più velocemente possibile. L’odore si fece più forte, intenso, le stringeva lo stomaco. E più lo sentiva, più i suoi muscoli reagivano con una nuova scossa, aumentando la corsa. Non sentiva fatica, nessuno sforzo. Le sembrava di fluttuare, sospinta dalla terra che la sollevava in avanti. Non riusciva a pensare, non c’era tempo per pensare, il cervello aveva lasciato il comando ad una forza più potente, senza controllo.
Il suv rallentò, le voci diventarono più lontane. Le sue mani spostavano qualsiasi alito di vento le impedisse di avanzare. Le guardò…erano artigli…erano unghie arcuate…erano ricoperte di un lungo e lucido pelo nero. Le sue narici respiravano nuovamente a fondo e dalla gola uscì un grido, un richiamo della sua natura, un ruggito di avviso per la foresta metropolitana.
Appoggiò le zampe a terra per l’ultimo scatto finale, il suv a soli due metri dalla bambina. Con i denti l’afferrò per la maglietta, la trascinò a sé, la prese poi con le mani, la strinse al petto più forte che poté e rotolò lungo il marciapiede opposto.
Il suv inchiodò con un rumore stridente che la stordì. Nello stesso istante, l’odore scomparve. Il profumo di gelsomino tornò a invadere i suoi polmoni, come una sorsata d’ossigeno d’alta montagna.
La bimba la riportò al presente, aveva cominciato a piangere e singhiozzare tra le sue braccia. Arrivò di corsa la madre e gliela strappò per abbracciarla e controllare che fosse intera. E la baciò e pianse silenziosamente.
Il guidatore scese dal suv e corse verso Cat. Guardò la bambina e poi Cat, la prese per le spalle. “Tutto a posto?” le chiese.
Chiunque nel raggio di qualche metro accorse per vedere cos’era successo. Cat frastornata si mise a sedere.
Le girava un po’ la testa.
“Chiamiamo un’ambulanza?”
“Che è successo?”
“La ragazza ha salvato la bambina”
“E’ stato incredibile…correva come il vento!”
“Dev’essere un’atleta…hai visto che roba?”
“Sembrava un lupo…”
“No, era molto più veloce…sembrava una pantera…”

 

(c) 2012 Barbara Businaro

Curiosità: Un giorno mi sono imbattuta in questa pubblicità di orologi ed è nato il nome di Cat (che sta per Caterina).

Panther is my cat

Photo: http://www.ismystyle.com/brand/

 

Premessa: Avevo letto “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Mi aveva incuriosito il fatto che mia sorella l’avesse letteralmente divorato in una settimana. Non toccava un romanzo da un anno. Doveva contenere un filtro magico quel libro! Così me l’ha prestato ed anch’io mi sono lasciata trascinare dalla storia. Ma il finale m’ha fatto incazzare. Non si può, e ribadisco NON SI PUO’ chiamare la protagonista Babi e poi trattarla in quel modo. Mi sono sentita in dovere di rimediare (ancora non c’era il seguito…e nemmeno quello m’è piaciuto, nossignore).

La prima parte la potete leggere qui: IO e TE…e NESSUN’ALTRO

 

Domenica, tempo di gare. Il team di Step è impegnato in assistenza alla sua squadra rally, terza categoria, che si trova in buona posizione in classifica regionale.
Furgone e tir sono parcheggiati in angolo, ad inizio pista, e con Step ci sono Mirko e Angelo, quello nuovo, che ancora non sa muoversi, nemmeno tra le gomme.
Step sta parlando con Lorenzo, uno dei piloti, quando ad un tratto due mani delicate cercano di chiudergli gli occhi da dietro.
“Indovina?” La voce di Pallina sbuca da sotto le spalle di Step, che si gira divertito.
“Ehi, niente da disegnare oggi?”
Ma in un attimo una fitta al cuore: li dietro, ferma, impacciata, c’è lei, Babi, sguardo incollato a terra.
Ma pork…Step fulmina con lo sguardo Pallina, la quale gli strizza l’occhio.
Sergio lo chiama dal fondo dei box con un cenno.
“Devo andare, ne parliamo dopo la gara”. Il tono è perentorio.
Ma perché diamine l’ha portata qui, proprio oggi che ho bisogno di concentrazione…accidenti!

Terminata la gara, il gruppetto del team, dove Pallina si trova oramai a suo agio, decide di fare una passeggiata sù sulla collina, dove corre la pista della gara.
Sergio apre la fila indiana. “Andiamo, gli organizzatori mi hanno detto che in cima c’è un’ottima vista…e un bar!”
Babi è rimasta tutto il tempo in disparte, a giocare col cellulare, in mancanza di Pallina, come un pesce fuor d’acqua che cerca respiro.
Uffa, lo dicevo io che non era una buona idea…Non mi ha nemmeno salutato…prima sì, mi ha guardata, ma era davvero uno sguardo cattivo, ostile…Eppure sono qui, vorrà pur dire qualcosa, no?
Il gruppo si incammina, Pallina incollata a Mirko si è dimenticata di Babi, che segue la fila per ultima.
Step è davanti, che parla con Sergio della gara, come se lei non esistesse.
Uffa…che situazione penosa.

Arrivano in cima, dove c’è un bar e tutto il pubblico della gara accalcato fuori.
Babi arriva per ultima, dopo aver discusso con la mamma al telefono, sola a casa ed in cerca di una voce.
Finalmente entra nel bar, si appoggia al bancone ed ordina un caffè, ma la confusione è tanta che il cameriere non le dà retta. Passano i minuti, cerca di attirare l’attenzione del cameriere con un cenno, un sorriso. “Scusi, un caffè” ma c’è davvero troppo caos. Arriva anche un’altra comitiva e la costringono a spostarsi più in là, verso la fine del bancone.
Gli altri del gruppo invece stanno già uscendo, proprio non la calcolano…o forse lei oggi è diventata invisibile!
“Mi scusi, posso avere un caffè?” con voce flebile e sconsolata. Niente.
All’improvviso, un pugno forte sopra il tavolo, davanti a lei, fa sobbalzare le tazzine. “EHI, NON HAI SENTITO? UN CAFFE’ ALLA SIGNORINA!” Il tono di Step non lascia repliche.
Il cameriere si gira agitatissimo “Si, subito, mi scusi.”
Il solito violento, ma efficace.
Poi si allontana subito, solo un attimo, per sentire il suo respiro tra i capelli ed il suo profumo come un brivido per la schiena…o era una scossa elettrica?
Con un sospiro, Babi beve il suo caffè, mentre gli altri se ne sono oramai andati. Dallo specchio del bar di fronte a lei però scorge Step aspettarla sulla porta, parlando al cellulare.

Prendono il sentiero insieme per raggiungere gli altri, che se ne sono proprio andati senza aspettarli.
Un’idea di Pallina suppongo. Stasera mi sente davvero. Guai a lei se mi fa un altro tiro del genere, non esco più. Eppoi lui non parla con me…che senso ha? Non ha spiaccicato parola…neanche adesso…
Il sentiero è bellissimo, contornato di alberi spogli che lasciano intravedere l’arrivo della primavera sui loro rami, in questo inverno in realtà così caldo.
Babi si stringe nel giubbetto, attenta a non far rumore. Respira piano per non far sentire l’agitazione che la pervade.
Perché non parla? Dovrei farlo io? E che gli dico?
Sono così vicini, eppure così lontani.
Babi sta proprio pensando a come le cose non tornano più indietro nella vita, quando una mano calda e ruvida prende la sua. Si gira a guardarlo, ma Step è impassibile…o quasi…la piega della bocca mostra un sorriso sornione.

Camminano così per un po’, mano nella mano, per un tempo eterno, attimi che sembrano un’ora e che Babi vorrebbe comunque fermare all’istante.
Continuano a scendere a valle, sempre più lentamente, mentre Step parla piano, sommessamente, quasi un sussurro del vento: “Conti ancora molto per me”. La voce roca.
Babi vorrebbe piangere, correre, ridere, saltare…Lo so, ho sbagliato, scusami…ma continuano a camminare in silenzio.
Ad un certo punto, Step stacca la mano e si ferma, guardandola.
Con gli occhi velati, comincia a sfilarsi la cintura di pelle dai pantaloni, mentre Babi lo guarda scettica. Ma che fa?
Prende la cintura e se la lega al collo e porge a Babi l’altro estremo, con sguardo ferito.
Uno strano gesto, ma carico di significati.
“Io sono ancora legato a te, Babi, non dimenticarlo.”
Dolcemente, slega la cintura, arrotola su se stessa, prende la mano di Babi e gliela porge, richiudendola a pugno e depositando un bacio tra le sue dita.
Ora il suo futuro è suo.
“Non voglio essere il tuo cappio…Step…” guardando il pugno e alzando languidamente gli occhi su di lui.
Poi uno slancio, lui la abbraccia forte, la solleva da terra, lei lo cinge per la vita, il suo naso nell’incavo del suo collo, il suo profumo, il suo calore.
Poi lui si scosta, le prende il viso tra le mani “Io e te…e nessun’altro. Non permettere mai a nessuno di stare in mezzo alla nostra storia. Mai più.”
Nemmeno il tempo di rispondere, ed un morbido bacio suggella la loro promessa.

 

(c) 2005 Barbara Businaro

Driiinn…
La sveglia che suona. Mi giro nel letto e, sperando che sia Domenica, guardo l’ora: ancora cinque minuti, poi farò più in fretta, ma lasciatemi gli ultimi cinque minuti di sonno, li cronometro a mente…
“Stefanoooo!! La colazione è pronta…non vai a scuola stamattina?”, mia madre che grida dalla cucina. Oddio! Ho dormito per quindici minuti e adesso mi tocca volare se non voglio perdere l’autobus!
Mi butto giù dal letto, infilo un paio di jeans, una maglietta, calzini i primi che trovo, uno verde uno blu…non importa, lancerò una moda. Mi precipito in bagno e mi pettino lavandomi i denti, tanto non ho tempo per la colazione. Scarpe, zaino, panino e sono fuori di casa quando mi accorgo di aver dimenticato l’orologio, strumento indispensabile in casi d’emergenza come questo. Nel dubbio, corro come un ghepardo per arrivare alla fermata: convinto di essere in tempo, aspetto che passi l’autobus quando, dando un’occhiata distratta alla locandina, mi accorgo che da oggi sono cambiati gli orari ed è già passato…è la fine!!
Ormai avvilito, vedo passare Martina, la mia vicina di casa, in auto: la mia unica speranza! Agito le braccia e mi dimeno come un pazzo isterico. “Martina! Qua! Fermati!!” Fortunatamente se ne accorge, se ne sono accorti tutti, accosta e non le do nemmeno il tempo di salutarmi, pregandola in ginocchio di portarmi a scuola. Appena trecento metri ed il traffico è già ingorgato a causa di lavori in corso: pazienza, per un attimo avevo creduto di farcela…
Arrivo ormai tardi davanti all’entrata e, fortuna delle fortune, mi si stacca un pezzo di suola da una scarpa, inciampo sulle scale e cado di brutto per terra: bernoccolo modello K2. Zoppicando ormai, sia per la caduta che per le scarpe rotte, infilate per sbaglio, entro in classe.
I miei compagni, sorridenti come a Pasqua, se la stanno godendo di brutto: chi gioca a carte, chi ascolta l’mp3, gli secchioni che ripassano…neanche fosse Carnevale.
“Ciao Stefano, ma che ti è successo? Sembri uscito da un frontale con un DC9!”, mi fa un compagno. Quasi balbettando, furioso come non mai, mi azzardo a chiedere, già temendo la risposta, dove sta il professore di Latino.
“Il prof è ammalato, non se ne riparla per almeno una settimana!”
Non importa, va tutto bene…Se non altro mi sono allenato per la staffetta di Educazione Fisica…e adesso ripasso per l’ora di Religione, tirando giù tutti i santi!

 

(c) 1997 Barbara Businaro

Premessa: Avevo letto “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Mi aveva incuriosito il fatto che mia sorella l’avesse letteralmente divorato in una settimana. Non toccava un romanzo da un anno. Doveva contenere un filtro magico quel libro! Così me l’ha prestato ed anch’io mi sono lasciata trascinare dalla storia. Ma il finale m’ha fatto incazzare. Non si può, e ribadisco NON SI PUO’ chiamare la protagonista Babi e poi trattarla in quel modo. Mi sono sentita in dovere di rimediare (ancora non c’era il seguito…e nemmeno quello m’è piaciuto, nossignore).

 

E’ passato un anno…E’ di nuovo in arrivo il Natale. Le luci sono già accese per le strade, si respira già quell’aria di festa e di shopping sfrenato, ed il freddo si fa più intenso. Non c’è ancora la neve.
Step si guarda in giro, sembrano tutti felici, no, lui non lo è. E’ stato un anno duro, di ripresa, di leccarsi le ferite nella propria tana, di raccogliere cocci e pensieri. Si è iscritto all’Università, ma solo per accontentare suo padre, non può diventare un bocconiano come suo fratello Paolo, sarebbe incoerente, come il suo pesciolino, no?
La maggior parte del tempo lo passa da Sergio, il meccanico. Già proprio lui. Sergio non può fidarsi di Mariolino, in questo lavoro ci vuole passione, ma deve lasciare qualcosa a suo figlio. Così lui e Step si sono messi in società ed hanno ingrandito il garage: Sergio ci mette i soldi, e Step il lavoro.
Adesso hanno addirittura un piccolo “racing team”: partecipano alle corse regionali, fornendo assistenza e materiale. Step organizza il tutto, mentre Sergio continua il normale lavoro dell’officina. Ma non corrono.
Step non corre più. Ha ancora la sua moto, non la venderà mai, ma non corre più. Ogni volta che accelera gli si para davanti la faccia di Pollo “Aho, non te scordà de me…”
Pollo, quanto gli manca il vecchio amico. E quanto manca ancora a Pallina, sembra non farsene una ragione. Pallina adesso disegna, è diventata già una fumettista, anche se non ha ancora finito il corso all’istituto di grafica. Ed è riuscita a modo suo a far rivivere Pollo: nelle pagine del suo fumetto, in edicola, si vede un ragazzo col giubbotto in sella ad una moto…ed i tratti del viso sono proprio i suoi. Pallina gli ha anche regalato delle tavole originali, le ha appese in camera.
E l’amore? No, non ha più toccato quei tre metri, le storie si susseguono, banali ed insipide, ma non ha più ritrovato la sua Babi…

 

Dall’altro capo della città, Babi vive con Daniela, sua sorella. Sono riuscite a convincere i genitori che per studiare meglio Babi aveva bisogno di tranquillità, così hanno un piccolissimo appartamento per conto loro. E Raffaella può invitare ogni sera i suoi amici a casa per il bridge. Tanto va a trovarle ogni giorno, le chiama almeno tre volte al telefono e gli rifornisce sempre il frigorifero. In fondo, sono ancora a casa.
Daniela sta ancora con Palombi, ed è una tragedia per Babi e la bolletta del telefono.
Babi sta ancora con Alfredo, anche se…Forse l’amore maturo e consapevole è proprio così, a volte piatto e noioso, forse è solo il periodo di intenso studio di Babi, o forse il primo lavoro di Alfredo che come laureato deve fare gavetta e mettersi in vista. Lavora in uno studio associato di avvocati, e si sa, la concorrenza è dura all’inizio.
Babi studia talmente tanto che non ha più tempo per le amiche…nemmeno per Pallina, ammesso che si possano dire ancora amiche. Sono talmente cambiate entrambi, che quando si trovano, non riescono nemmeno a conversare del più e del meno.
Un anno di cambiamenti, un anno di domande: ma davvero non tornerò più lassù, sopra il cielo?

 

7 dicembre. Domani è festa e Babi non vede l’ora di tornare a casa stasera. Speriamo che Dani sia tornata ed abbia preparato qualcosa.
Ha talmente fretta che ha acceso tutto d’un fiato l’auto, senza aspettare tutte le spie del cruscotto…e adesso il motore fa uno strano rumore. Forse è il gelo della serata.
Certo che Cat abita proprio lontano. Si sono trovate per scambiarsi gli appunti di due diversi esami, non pensavano di fare così tardi, e adesso si ritrova in questa parte della periferia che non conosce, sperando di non perdersi.
O di rimanere a piedi. Semaforo rosso e Babi scala le marce e frena, ma la Polo non ci sente, non tiene il “minimo” come ha detto papà, accidenti, si spegne. Calma. Babi riprova, questa volta aspetta tutte quelle spie colorate, dai forza, il motorino d’avviamento ci prova, ma il motore non si accende. O cavoli. Riprova ancora. Niente.
Uffa. Aspettiamo un po’, magari passa. Chiama Dani.
“Ciao, sono in ritardo.”
“Di quanto?”
“Non lo so. L’auto mi si è fermata. Non parte più.
“Come non parte più?? Chiamo papà che ti venga a prendere, dove sei?”
“No lascia stare, che poi mamma si agita e ricomincia con la solita storia…Vivere da sole non vi fa bene eccetera eccetera…Se non parte, chiamo l’aci e ti richiamo, ok?”
“Sei in un posto sicuro almeno?”
“Si, si”, fingendo sincerità.

 

Suona il telefono in officina. Step è rimasto ancora lì da solo, a preparare la moto di Simone per domenica. Chi cavolo sarà a quest’ora?
“Step? Meno male che ci sei. Ho bisogno di un favore urgente.”
“Dimmi Luca, se posso…”
“Ho un’altra chiamata ACI in corso, ma stasera ho tutti i carri fuori, tutti stasera rimangono bloccati! Mi scoccia perdere la chiamata…non puoi andare tu? Ti passo tutta la riparazione…”
“Non sono autorizzato, poi Sergio mi mena.”
“Dai, me la sbrigo io con Sergio, che poi avanzo un pezzo di ricambio da lui. Eppoi è una ragazza…non puoi rifiutarti!”
“E ti pareva…Vabbè, dammi l’indirizzo, va”.
“Grazie, avanzi una birra”
“Facciamo due”
Step si infila il giubbotto, il cappellino con il marchio del team e sale sul furgoncino col gancio da traino. Speriamo bene.
Segue le indicazioni di Luca, per una Polo grigia…ma dove cavolo si è bloccata questa? Ad un semaforo?
Ferma il furgone proprio davanti all’auto, con gli indicatori di pericolo accesi.
Scende e va dietro al furgone, per prendere il gancio.
Nel frattempo la ragazza scende dalla Polo.
“Buonasera. Per fortuna è arrivato. L’auto non parte più. Non so perché.”
“Buonasera” ancora di spalle.
“Beh, faccio io un tentativo e se non parte l’aggancio”.
Si gira. Oddio. Quello sguardo, quei capelli… E’ lei.
Trattiene il respiro per mezzo secondo, sospeso nel vuoto, un dolore antico riaffiora. Poi il cuore batte all’impazzata, sempre più forte.
Se solo facesse silenzio, sentirebbe un altro cuore lì vicino, battere ancora più forte del suo…

 

(c) 2005 Barbara Businaro

Ho scritto questo breve testo con il sottofondo di “Incantevole” dei Subsonica.